Quella volta che sono uscita con un ragazzo dell’est

 La foto qui sopra è dell’attore Rutger Hauer, noto al grande pubblico per aver pronunciato una delle frasi più famose della storia del cinema (Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi:
navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione
ecc.) e molto meno noto per essere quasi identico al ragazzo russo con cui uscii a cena tanti anni fa… o almeno è così che io me lo ricordo.

Tanto, ma tanto tempo fa, quando ero una giovane single che amava girare per l’Europa tutta sola, in una ridente cittadina bavarese incontrai uno studente russo che trascorreva lì l’estate per migliorare il suo tedesco.

Aveva un fisico scultoreo, come non ne avevo mai visti prima (e non ne ho mai più visti dopo) se non in foto, un sorriso accattivante e due occhi azzurri da far invidia a Paul Newman.

Aspettavamo lo stesso autobus e lui si offerse di tenermi la pila di libri che avevo tra le braccia per aiutarmi a salire, un gesto galante, al quale non rimasi insensibile. Iniziammo a chiacchierare, per quanto fosse possibile in una lingua nella quale nessuno dei due era particolarmente ferrato. Comunque capii che mi invitava a cena quella sera, in un locale dove facevano musica dal vivo e si beveva sidro. Accettai.

Era un localino molto grazioso, con le pareti in pietra, dei piccoli tavolini rotondi e le luci soffuse; su un palchetto sul fondo un uomo cantava delle ballate accompagnandosi con la chitarra.

E’ piuttosto facile godersi una serata del genere quando non capisci la metà di quello che l’uomo col quale sei uscita sta dicendo e hai una sfilza di ottimi motivi per ignorare la metà che comprendi.

Ma in questi giorni che infuria la polemica sul programma di Paola Perego e le sei ragioni per le quali le ragazze dell’est sarebbero le mogli ideali, non posso non tornare con la mente a quei momenti nei quali seduta di fronte ad un giovane Rutger Hauer in vena di gentilezze cercavo di decifrare il minuscolo dizionario tascabile alla luce delle candele per dare delle risposte che apparissero sensate.

Perché ad un certo punto la conversazione prese una strana piega: lui cominciò a parlare delle ragazze russe. A parlare male delle ragazze russe.

La sua teoria era che non c’è disgrazia peggiore di una fidanzata russa. Lo sapeva bene, perché usciva distrutto da una relazione di 5 anni, durante i quali aveva passato l’inferno. Non ho ben capito cosa avesse fatto lei di preciso – ricordo qualcosa a proposito del suo compleanno – né ho registrato nel dettaglio le caratteristiche delle donne russe che le renderebbero tutte tanto odiose e insopportabili, ma avevano a che fare coi soldi, le assurde pretese e un’indole autoritaria.

Quello che ricordo bene è che trovai la cosa parecchio divertente, perché già allora ero  consapevole del fascino che le donne dell’est suscitano nell’uomo medio italiano (come narrava a quei tempi Garry Calà nel suo “Occhio alla perestrojka”, un film che spero vi siate persi, del quale vi fornisco l’esplicativa locandina).

Se ci riflettete è davvero comico il fatto che, mentre i nostri compatrioti non vedono l’ora di partire per allontanarsi il più possibile dalla melanzana italica (seguite il link, merita) e conquistare la mamma-cuoca-lavandaia-amante focosa (leggete anche i commenti, meritano), i “fortunati” uomini dell’est, quelli circondati da “donne bellissime, estremamente femminili“, ma soprattutto disposte “a sudarsi un uomo“, non solo non si ritengono così fortunati, ma alla prima occasione snocciolano la medesima noiosissima lista di lamentele che siamo abituate a sentire a casa.

E magari, mentre guardano una ragazza che sorride annuendo dall’altra parte del tavolo, scambiando per tacita comprensione la sua incapacità (soprattutto dopo diversi bicchieri di sidro) di articolare un periodo complesso in una lingua che ha quattro casi e ben tre diverse declinazioni degli aggettivi, pensano a quanto bello deve essere trovarsi una moglie italiana che sforna bambini e lasagne con la stessa maestria ed esce solo la domenica mattina per andare a messa.

Perché vi racconto questo aneddoto, vi starete chiedendo.

Perché ho riso tantissimo, stasera, nel leggere il presidente del Codacons Carlo Rienzi che, nel difendere la ormai cancellata trasmissione “Parliamo sabato”, parla di un’importante “questione sociale”, ovvero il crescente “numero di donne provenienti dall’Europa dell’est”, e sostiene che la lista di buoni motivi per sposare una ragazza dell’est citata dalla trasmissione sarebbe “utile per portare ad una riflessione non solo sulle donne ma anche e soprattutto sugli uomini italiani e sui loro comportamenti”.

Come se davvero le “donne di altri paesi” avessero, in quanto straniere, delle caratteristiche che le rendono sostanzialmente diverse dalle donne italiane. Come se gli uomini, in Italia, fossero maschilisti in un modo radicalmente diverso da come lo sono gli uomini nel resto del mondo.

Siamo tutti esseri umani, da nord a sud, da est a ovest. E se troviamo in Italia donne “mansuete” come Paola Perego, donne che non trovano nulla di strano nel prendere parte ad un dibattito che umilia e denigra la donna in quanto donna strizzando l’occhio con amorevole condiscendenza al maschilismo più becero, possiamo anche trovare l’uomo dell’est che emigra in terre lontane in cerca di quella mansuetudine, accondiscendenza e sottomissione che una donna, a prescindere da dove è nata, se è in cerca di una relazione con un suo pari, non avrà mai.

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Per ultimo il cuore

“Non è meglio fare una cosa perché hai deciso tu di farla? E non perché sei obbligata?”

“No, non è meglio” dice Charmaine. “L’amore non è così. Di amare non si può fare a meno.” Lei vuole quel senso di impotenza, vuole…

“Preferisci essere costretta? Con la pistola alla tempia, diciamo?” le chiede Jocelyn, sorridente. “Vuoi non dover prendere decisioni, in modo da non essere responsabile delle tue azioni? E’ senza dubbio allettante, e tu lo sai.”

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E’ di pochi giorni fa la notizia dell’apertura del primo bordello con prostitute-robot: a Barcellona potrete fare la conoscenza di Niky, Leyza, Lily e Aki, i 4 modelli di bambola da sesso in silicone in grado di offrire “the most pleasant, exciting and erotic experience“.

Se l’ingegneria robotica promette che a breve le bambole saranno in grado di riprodurre anche emozioni e sentimenti, per adesso i clienti dovranno accontentarsi di grandi televisori al plasma che proiettano film porno per ascoltare un po’ di gemiti, ma i promotori dell’iniziativa sono certi che avrà comunque successo, perché – a differenza di qualsiasi donna in carne ed ossa – una bambola non è mai stanca, è sempre arrapata (grazie al lubrificante compreso nel pacchetto) e “allow you to fulfill all your fantasies without limits“: permette di soddisfare ogni genere di fantasia, senza limiti.

Se vi viene voglia di farla a pezzi, ad esempio, il massimo che vi potrà capitare è di dover risarcire il propretario con qualche migliaia di euro.

Questa notizia mi ha riportato alla mente un libro che ho letto qualche tempo fa, “Per ultimo il cuore”, di Margaret Atwood, un romanzo distopico ambientato in un futuro non troppo lontano nel quale i Possibilibot, “coadiuvanti sessuali di aspetto umano”, sono alla portata di tutti quelli abbastanza ricchi da non aver perso ogni cosa in una devastante crisi economica che ha cancellato gran parte della classe media.

Stan e Charmaine sono due giovani coniugi “felici come in uno spot pubblicitario” ad un passo dal realizzare tutti i loro sogni che, in breve tempo e senza riuscire a comprendere appieno cosa stia distruggendo le loro vite (“Qualcuno aveva mentito, qualcuno aveva barato, qualcuno aveva svenduto o gonfiato la valuta”), finiscono col vivere in auto immersi in un apocalittico paesaggio urbano dominato dalla violenza.

Attraverso le vicende di questi protagonisti, il romanzo ci pone una domanda: due persone normali, due onesti lavoratori con un’istruzione superiore, animati da buoni sentimenti e da aspirazioni innocue come una bella casa e qualche bambino che scorazza in un giardino ben curato, cosa sono disposti a sacrificare e quali limiti sono disposti ad infrangere pur di realizzare i loro desideri?

“Non avrebbe dovuto farsi ingabbiare lì, con un muro a precludergli la libertà. Ma ormai cosa significa libertà? E chi l’avrebbe ingabbiato e murato? Ha fatto tutto da solo. Tante piccole scelte.”

Se per sopravvivere è sufficiente soddisfare alcuni elementari bisogni, è il desiderio a dare un senso alla nostra vita. Se per sopravvivere è sufficiente soddisfare alcuni elementari bisogni, sopravvivere non ci è sufficiente e abbiamo bisogno di dare un senso alla nostra vita.

Per questo motivo Stan e Charmaine non tentennano più di tanto quando viene offerta loro la possibilità di entrare a far parte di un progetto sperimentale nelle città gemelle di Consilience e Positron (progetto il cui slogan è, appunto, “una vita piena di significato“), e non solo accettano di buon grado di vivere metà della loro vita da detenuti in prigione, ma, in cambio di una copia un po’ sbiadita della vita che avevano desiderato e progettato, accettano anche tutta una serie di restrizioni alla loro libertà personale: niente contatti col mondo esterno, musica e altre forme di intrattenimento rigorosamente sottoposte a censura…

D’altronde “come tutti sanno… le libertà individuali non si mangiano e lo spirito umano non paga le bollette“.

Ma soprattutto Stan e Charmaine accettano di rinunciare a “capire che cosa sia davvero” il progetto cui stanno consegnando le loro vite, a dispetto della sensazione che sotto ci sia ben altro.

Il problema con i desideri è che non sempre è facile riconoscerli e riconoscerci in essi; ci sono desideri che rifiutiamo e cerchiamo di nascondere perché ci costringono ad avere a che fare con quella parte di noi stessi che Charmaine chiama il suo “lato oscuro” ed affonda le radici in un passato che le è stato insegnato a seppellire e dimenticare.

Non più assorbiti dall’esigenza di sopravvivere, è con questo genere di desideri che i due sposini da spot pubblicitario dovranno fare i conti, scatenando così una serie di eventi che porteranno alla luce tutto ciò che la cittadina, modellata sullo scenario che fa da sfondo alle vicende quotidiane della famiglia Cunningham di “Happy Days”, occulta abilmente: abusi carcerari, traffico di organi e tessuti umani, appropriazione indebita di corpi, corruzione e avidità.

Perché il desiderio, quando non pone più limiti al suo spazio di realizzazione, da forza positiva e costruttiva può diventare la più potente delle forze distruttive, arrivando a minare ciò che siamo abituati, forse erroneamente, a considerare il nocciolo della nostra “umanità”.

Non voglio svelarvi altro dell’intricata trama che porterà Charmaine a dover scegliere fra il trasformarsi o non trasformarsi in una bambola non troppo dissimile da Niky, Leyza, Lily e Aki, ma spero di avervi incuriositi abbastanza da leggere il romanzo.

Buona lettura.

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La Programmazione Neuro-Linguistica e il Grande Fratello

Come accade per tutte le teorie pseudoscientifiche, è molto difficile stabilire cosa sia o non sia la Programmazione Neuro-Linguistica (Pnl). Nata negli anni ’70 dalla collaborazione di uno studente di psicologia e un linguista in California, già negli anni Ottanta veniva descritta dall’American psychological association come una teoria viziata da “errori metodologici”; come accade per altri controversi costrutti teorici, non esistono veri e propri dati empirici a supporto dei principi fondamentali della Pnl.

Non esiste neanche un sistema di istruzione e certificazione condiviso, tanto che “chiunque può aprire la sua scuola e mettersi a produrre le proprie certificazioni, tutte ugualmente non riconosciute dagli stati”, ci dice Wired.

Che non esistano linee guida che possano in qualche modo limitare l’accesso alla qualifica di “Master practitioner” o “Pnl master trainer” è stato simpaticamente dimostrato nel 2009 dal presentatore britannico Chris Jackson, il quale è riuscito a far registrare il suo gatto dal Consiglio britannico della Programmazione neuro linguistica (BBNLP).

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Non mi fraintendete: non sto cercando di mettere in ridicolo un fenomeno che – come scriveva qualche anno fa Christian Raimo – non va liquidato né sottovalutato, bensì collocato in un contesto culturale nel quale sempre più facilmente trovano accoglimento credenze o pratiche che vengono presentate come scientifiche sebbene non abbiano alcun fondamento nel metodo scientifico e non possano presentare alcuna prova della loro plausibilità. Tutt’altro.

Quello che sto per raccontarvi non è affatto “ridicolo”. Piuttosto, dovrebbe sollevare alcune serie riflessioni.

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Il Colibrì (coordinamento nazionale ed europeo di associazioni che condividono i temi dei diritti fondamentali dell’infanzia e della genitorialità post separativa) sta portando avanti un progetto – il Progetto Anthea – in collaborazione con EKIS SRL, una società specializzata in “servizi di coaching, consulenza, corsi e percorsi formativi“; delle persone preposte ad offrire questi servizi sappiamo solo che vantano “competenze totalmente eterogenee (in costante crescita)“; se andiamo a spulciare l’elenco dei corsi offerti, però, troviamo anche “il corso più completo e aggiornato sulla Programmazione Neuro Linguistica“.

Secondo Colibrì la presenza della EKIS basterebbe a garantire la “qualità elevata” dei contenuti “pedagogici e motivazionali” del loro progetto.

Ma cosa propone questo progetto?

Il progetto si sostanzia in una app – un’applicazione software per dispositivi di tipo mobile – che dovrebbe entrare “a far parte dei protocolli dei vari tribunali” e dovrebbe essere “adottata anche dal mondo associativo grazie al quale verrà concessa ai genitori con un prezzo scontato rispetto a quello di mercato, con una diffusione tramite le associazioni territoriali“.

Secondo Colibrì, è auspicabile che “ogni Tribunale Italiano” si trasformi presto “in un terreno di sperimentazione” della app.

Cosa fa questa app?

La app è uno strumento per mezzo del quale Magistrati e Servizi Sociali potranno “monitorare” costantemente “la conflittualità di coppia” delle famiglie che stanno affrontando una separazione.

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La app non solo permetterà a Magistrati e Servizi Sociali di registrare ogni momento della vita delle persone che compreranno la app e firmeranno le liberatorie (di loro spontanea volontà, è chiaro…),

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ma dispone anche di un sistema automatico in grado di rilevare “frasi inappropriate” e impedire ogni conversazione fra gli utilizzatori della app finché le frasi incriminate non sarano adeguatamente corrette.

Vi ricordate il film “The Giver, Il mondo di Jonas”?

Immaginate di vivere con una sorta di Katie Holmes virtuale, che vi redarguisce ogni volta che scrivete un messaggio: “precisione di linguaggio!”

E’ affascinante come il confine fra distopia e realtà si faccia ogni giorno più sottile.

Non so voi, ma io sono ansiosa di scoprire la “serie di servizi ed opportunità (…) in grado di smorzare sul nascere tutti quegli spunti di conflittualità e lotta che troppo spesso attanagliano le coppie fresche di scissione e che le conducono in un liti inutili e pretestuose.

Spero soltanto che per le divise che ci assegneranno non si finisca con lo scegliere il colore bianco.

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L’Italia discrimina le donne

ceduLa Corte europea dei diritti dell’uomo, in merito alla causa Talpis v. Italy, ha stabilito che l’Italia ha violato 3 articoli della Convenzione europea dei diritti dell’uomo:

  1. l’articolo 2, che sancisce il diritto alla vita: il 25 novembre 2013 – nonostante la polizia quella fosse intervenuta per ben 2 volte su richiesta di Elisaveta Talpis, che si sentiva minacciata dal comportamento del marito, e nonostante vi fossero state, in passato, diverse altre analoghe richieste d’aiuto da parte della donna  – alle 5 del mattino Andrei Talpis si presentava a casa di Elisaveta, per la quale non era stata predisposta nessuna forma di protezione, armato di un coltello da cucina e uccideva il figlio Ion, 19 anni, che era intervenuto in difesa della madre [sul corpo del ragazzo saranno riscontrate 3 ferite inferte all’altezza del torace], quindi colpiva ripetutamente al petto anche la moglie, che sarà ritrovata in un lago di sangue accanto al corpo del figlio; la Corte ha stabilito che “non agendo prontamente, le autorità italiane hanno creato “una situazione di impunità che ha contribuito al ripetersi di atti di violenza e alla fine ha condotto al tentato omicidio della ricorrente e alla morte di suo figlio“.
  2. l’articolo 3, che proibisce la tortura, considerata l’incapacità delle forze dell’ordine di proteggere Elisaveta Talpis da ripetuti atti di violenza domestica; la Corte ha stabilito che il clima di violenza nel quale la donna e i suoi figli erano costretti a vivere, era grave abbastanza da costituire maltrattamento e che la passività delle autorità di fronte alle richieste d’aiuto è da considerarsi incompatibile con l’impegno ad impedire che i cittadini siano sottoposti a trattamenti inumani e degradanti;
  3. l’articolo 14, che sancisce il divieto di discriminare, stabilendo che l’inattività delle autorità è da attribuire alla discriminazione di Elisaveta Talpis in quanto donna,  che ha portato a sottostimare la violenza e quindi, essenzialmente, ad avvallarla.

Leggiamo nel comunicato stampa (reperibile qui) che, considerati gli eventi che hanno preceduto l’ingresso di Andrei Talpis in casa della moglie il 25 novembre 2013, e l’oggettiva possibilità delle forze dell’ordine di verificare in tempo reale i precedenti di Talpis, è impossibile ritenerle non in grado di giungere alla conclusione che l’uomo era un minaccia concreta per l’incolumità della ricorrente e del figlio e di comprendere che il fatto che quella minaccia potesse concretizzarsi proprio quella mattina non poteva essere ignorato:

In view of the possibilities available to the police for real-time checks on the criminal record of Ms Talpis’ husband, the Court considered that the police should have known that he posed a real threat to Ms Talpis, the imminent execution of which threat could not have been ruled out.

Per questo motivo l’inerzia delle autorità di fronte alle richieste di aiuto di Elisaveta Talpis sono da attribuire alla discriminazione di genere.

Agiustificazione di questa conclusione, la Corte cita il Report of the Special Rapporteur on violence against women, con particolare attenzione a quelle attitudini socio-culturali che condonano la violenza domestica”, descritte come “alive and well“, ovvero “vive e vegete“.

Attitudini socio-colturali ben rappresentate dal Procuratore di Udine, che ha reagito alla condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo con una bella dose di colpevolizzazione della vittima:

Secondo il pm la donna avrebbe ridimensionato le accuse” sostenendo che le sue precedenti dichiarazioni erano state mal interpretate o mal tradotte”.

Interrogata ben 7 mesi dopo aver sporto denuncia – quei 7 mesi di inerzia nei quali nessuna misura di protezione è stata presa, 7 mesi che, secondo la Corte, hanno messo Elisaveta Talpis in una situazione di “grande insicurezza e vulnerabilità materiale, morale e psicologica” – la donna ha fatto quello che fanno la grande maggioranza delle donne che descrivono la violenza domestica: ha cercato di minimizzare. E chi si occupa di queste materie dovrebbe saperlo.

Un comportamento, questo del Procuratore, che mette in evidenza la tendenza di chi segue i casi di violenza domestica ad usare sempre e comunque un linguaggio colpevolizzante nei confronti delle vittime, un linguaggio che tende a mettere in secondo piano ogni altra responsabilità che non sia quella della donna, specchio di una società nella qualele donne diventano colpevoli delle violenze che subiscono”, come dichiarò qualche anno fa Angela Romanin.

Un’attitudine socio-culturale che traspare dalla scelta del Corriere di principiare l’articolo che riporta la sentenza della CEDU con le parole di Andrei Talpis, l’omicida:

corriere

Chissà perché chi scrive ha deciso che proprio le sue parole siano da considerarsi tanto importanti da essere citate, mentre nessuna delle dichiarazioni della sopravvissuta Elisaveta Talpis compare nel testo. Soprattutto considerato che la linea di difesa del’uomo non è stata presa in nessuna considerazione dai giudici che l’hanno condannato all’ergastolo per omicidio volontario del giovane Ion, sentenza confermata in appello.

Spero sinceramente che questa sentenza di colpevolezza emessa dalla Corte europea divenga definitiva e che diventi il punto di partenza di una seria riflessione sul quel contesto discriminatorio che impedisce alle donne italiane vittime di violenza domestica e ai loro figli di godere del diritto di essere pienamente tutelati dalla legge.

Perché, sebbene questo in Italia ancora non sia chiaro a chi è chiamato ad esprimere delle valutazioni in materia di maltrattamenti in famiglia, quando un uomo è violento sono automaticamente vittime tutti i suoi familiari, non solo la donna che riporta lividi e lesioni, e tutti i suoi familiari hanno il diritto di ottenere protezione.

Ma soprattutto spero che questa sia solo la prima sentenza in questa direzione, e che potremo a breve leggere che anche la morte di Federico Barakat, come quella di Ion Talpis, ha ottenuto finalmente giustizia.

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Le ginecologhe di AMICA a Ordine dei Medici: ritiri la richiesta di invalidare concorso

Accolgo l’appello delle ginecologhe di Roma e componenti dell’associazione AMICA (Associazione Medici Italiani Contraccezione e Aborto), che stanno diffondendo una petizione rivolta al Presidente dell’Ordine dei Medici di Roma.

Questo il testo:

In qualità di ginecologhe di Roma e componenti dell’associazione AMICA (Associazione Medici Italiani Contraccezione e Aborto) ci sentiamo profondamente indignate dall’iniziativa del Presidente dell’Ordine dei Medici di Roma Lavra che ha formalmente richiesto alla Regione Lazio di revocare “l’atto iniquo” dell’assunzione di due ginecologi non obiettori per il servizio di Interruzione volontaria della gravidanza dell’Ospedale San Camillo, in quanto “discriminazione” ai danni di chi esercita il diritto, sancito dalla legge,  all’obiezione di coscienza.

In primo luogo sul bando di concorso non compare come condizione quella di essere “non obiettore”: la parola “obiezione” non è mai menzionata nel testo.

Ricordiamo inoltre al Presidente Lavra  che l’articolo 9 della legge 194, oltre a garantire il diritto del personale sanitario all’obiezione di coscienza, afferma il diritto delle donne alla salute, e impegna “gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate …. ad assicurare in ogni caso l’espletamento delle procedure previste dall’articolo 7 e l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti secondo le modalità previste dagli articoli 5, 7 e 8.”. Riteniamo che la Regione Lazio si sia mossa proprio in quest’ottica, nel bandire un concorso per operatori del servizio che si occupa di interruzioni volontarie di gravidanza.

Facciamo notare al Presidente dell’Ordine dei Medici di Roma che la possibilità di accedere a tecniche sicure per l’interruzione volontaria della gravidanza è un compito fondamentale della sanità pubblica ed un dovere del medico, pur nel rispetto delle diverse posizioni etiche.

Consideriamo pertanto la richiesta del Presidente Lavra una pretestuosa presa di posizione, che va contro i bisogni di salute delle donne ed offende l’impegno professionale di chi le sostiene nelle scelte riproduttive. La necessità di svolgere attività specifiche, come in questo caso il servizio di IVG, e’ necessariamente legata alla disponibilità e alla abilità degli operatori ad attuare quanto richiesto dal servizio, senza alcun intento discriminante.

Chiediamo quindi:

che il Presidente dell’Ordine dei Medici di Roma ritiri la richiesta di revoca del Concorso fatta alla Regione Lazio
al Presidente FNOMCeO Roberta Chersevani e al Comitato Centrale della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici, a cui il presidente Lavra ha chiesto  un intervento in merito, un pronunciamento laico, volto a tutelare il diritto delle donne alla salute e la dignità professionale degli operatori impegnati nell’applicazione della legge 194.

I medici dell’Associazione AMICA (Associazione Medici Italiani Contraccezione e Aborto)

Qui il link per firmare la petizione.

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E’ importante firmare questa petizione perché, come dichiarò l’Onu nel Rapporto del relatore speciale sulla tortura e altri trattamenti o pene crudeli, inumani o degradanti (pag.11), le restrizioni in materia di accesso all’aborto e i divieti assoluti in materia di aborto costituiscono una violazione del divieto di tortura, visto che l’abuso e il maltrattamento di donne che si rivolgono ai servizi per la salute riproduttiva possono causare tremende e durevoli sofferenze fisiche e psicologiche (pag.10).

E’ abuso e maltrattamento quello che subiscono le donne che richiedono un servizio che dovrebbe essere loro garantito per legge e sono costrette a subire non solo il disagio causato dall’inadeguatezza di un sistema sanitario, che si trincera dietro il diritto all’obiezione di coscienza (un diritto più che rispettato, visto che sono obiettori il 70% dei ginecologi, da confrontare con il 10% del Regno Unito e il 7% della Francia) per non riconoscere la grave violazione del diritto ad interrompere una gravidanza denunciata dal Consiglio d’Europa, ma anche la crudeltà di chi, profittando dello squilibrio di potere che caratterizza il rapporto medico-paziente, non esita ad infierire su persone che si trovano in una posizione di oggettiva vulnerabilità.

Nella speranza che il percorso intrapreso dall’ospedale San Camillo di Roma possa essere di esempio per altre regioni che da anni vergognosamente non rispettano la legge nel silenzio delle istituzioni, vi invito tutte/i ad apporre la vostra firma.

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E’ Melania Trump l’ultima, vera, femminista?

Le donne si trovano dovunque a vivere in questa deplorevole condizione: per difendere la loro innocenza, eufemismo per ignoranza, le si tiene ben lontane dalla verità e si impone loro un carattere artificioso, prima ancora che le loro facoltà intellettive si siano fortificate. Fin dall’infanzia si insegna loro che la bellezza è lo scettro della donna e la mente quindi si modella sul corpo e si aggira nella sua gabbia dorata, contenta di adorarne la prigione. Gli uomini possono scegliere attività e occupazioni diverse che li tengono impegnati e concorrono inoltre a dare un carattere alla mente in formazione. Le donne invece costrette come sono di occuparsi di una cosa sola e a concentrarsi costantemente sulla parte più insignificante di se stesse, raramente riescono a guardare al di là di un successo di un’ora. (Mary Wollstonecraft, A Vindication of the Rights of Woman)

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Un paio di giorni fa pagina99 ha pubblicato un articolo intitolato: “È Melania Trump l’ultima, vera femminista“, nel quale l’autrice, citando Giuliana Ferri e il suo romanzo “Un quarto di donna” a sostegno della sua tesi, accusa il femminismo odierno di essere “un modello unico, snob, borghese e stretto di emancipazione: in definitiva, nient’altro che una nauseante omologazione camuffata”, in parole povere “un tranello”, che inevitabilmente porta le donne che da esso si lasciano ingannare a vivere il “grigiore” di un’esistenza infelice.

[Non ho mai letto il libro di Giuliana Ferri, e ringrazio Simonetta Sciandivasci di avermelo segnalato. Di certo me lo procurerò.]

Il femminismo che Sciandivasci proprio non sopporta è quello della marcia delle donne contro Trump, “un femminismo universale, trasversale, gender free, che si candida a salvare la terra, guidarla, ereditarla, facendosi carico di tutte le istanze che, negli ultimi anni, hanno insistentemente movimentato il dibattito pubblico occidentale”.

La sua descrizione mi ha immediatamente fatto venire in mente il discorso che Angela Davies ha pronunciato a Washington il 21 gennaio di quest’anno, soprattutto quando parla di  “femminismo inclusivo e intersezionale che invita tutti noi a unirci alla resistenza al razzismo, alla islamofobia, all’antisemitismo, alla misoginia, allo sfruttamento capitalistico“, o quando incita alla “lotta per salvare il pianeta, per fermare i cambiamenti climatici, per garantire l’accessibilità all’acqua dalle terre degli Standing Rock Sioux, a Flint, Michigan, alla West Bank della Cisgiordania e a Gaza. La lotta per salvare la nostra flora e fauna, per salvare l’aria – questo è il ground zero della lotta per la giustizia sociale.

Tutto questo preoccuparsi di salvare il pianeta, ci avvisa Sciandivasci, rischia di portarci via “il rifugio domestico, la solitudine, l’ozio, il silenzio, il tempo“, oltre a contribuire alla scomparsa del maschio alpha che poi noi tutte finiamo col rimpiangere, perché senza “quel pizzico di archetipo sessista che fa sexy l’amore” (suvvia, ammettetelo!) siamo tutte insoddisfatte.

Ma soprattutto ci toglie la nostra “diversità”: non siamo più donne, perdiamo la nostra femminilità.

Non per nulla – ci avvisa – tutto questo attivismo “è patrocinato e incarnato da maschi illustri («tutti dovremmo essere femministi», ha detto il premier candese Justin Trudeau)“, mentre tante donne, invece, hanno votato Trump: “il 53% delle bianche laureate e il 62% di quelle non laureate hanno votato per lui“. Già, molte donne bianche hanno votato Trump. Questo potrebbe (o dovrebbe, suggerisce l’autrice) dirci qualcosa delle donne (quindi dell’essere donna, della nostra – di tutte – femminilità), se non fosse che il 97% delle donne nere e il 70% delle donne ispaniche ha votato Clinton. E il fatto che chi scrive lo ignori, o decida di non parlarne, ci dice piuttosto qualcosa di lei.

“…alle donne manca di poter essere diverse dagli uomini. – scrive Sciandivasci – Il femminismo ha interrotto ciò che aveva inventato, il «partire da sé» per trovare la forma specifica della propria libertà, accontentandosi di fabbricarne una standard, dentro un calco a prova di maschio in crisi. Di fottersene di quel calco, oggi, la più capace è Melania Trump.”

Perché Melania Trump sarebbe l’ultima, vera, femminista?

Perché lei non vuole salvare il mondo, non vuole diventare Ceo, né una diplomatica né un’ingegnera (quelle sono cose da maschi!), non le interessa quel fastidioso chiacchiericcio sul divario salariale, sul tetto di cristallo, sulla discriminazione… No, lei se ne sta in silenzio, in ozio, nel “tepore placido” della sua mega villa/rifugio domestico a Palm Beach, e ogni tanto si gode il suo maschio alpha che fa tanto sexy l’amore.

Invece le donne che hanno manifestato (le femministe finte) hanno gridato che “le loro figlie diventeranno Ceo, diplomatiche e ingegneri (nemmeno una ballerina, che grigiore).”

Questa è di certo la più sciocca delle menzogne che da sempre si racconta sul femminismo: che voglia imporre alle donne delle scelte a discapito di altre.

Di fatto noi viviamo in un mondo nel quale fare determinate scelte, per una donna, comporta un costo altissimo, un costo che agli uomini non è richiesto di pagare.

Una donna che voglia occuparsi di materie scientifiche, ad esempio, deve lottare sin dal primo giorno di scuola con una società che in certi ruoli non la vuole: le ragazze non possono stare nei laboratori, sono troppo sensibili. Non possono neanche guidare un’azienda, non sono abbastanza spregiudicate. Fanno fatica a dedicarsi persino alla letteratura, perché una donna che decide di scrivere un libro è molto probabile che non venga pubblicata solo perché donna.

Allora non è che il femminismo voglia “estinguere le vallette”, come scrive Sciandivasci, vuole solo che alle bambine siano offerte anche altre opzioni, che non debbano subire il massacro che subiscono le donne che oggi scelgono di non essere una valletta, una ballerina o la moglie statuaria ed elegantissima di un miliardario che si è dato alla politica.

Perché queste donne esistono, sono sempre esistite, esistevano ancora prima della parola “femminismo”. Donne che volevano fare arte e la facevano, ad esempio, in tempi nei quali nessuno si sarebbe neanche sognato di obiettare al fatto che le donne sono esseri fisiologicamente e psicologicamente inferiori e non possono fare niente di quello che fanno gli uomini. Donne che volevano studiare medicina per curare altre donne, e lo facevano, in tempi nei quali questo significava rischiare la vita. Donne costrette a mascherarsi da uomini per inseguire i loro sogni, in tempi nei quali la curiosità, la botanica e l’avventura erano precluse al loro sesso.

Erano donne che volevano “essere come gli uomini”? Donne ingannate, che sarebbero state più felici in ozio, a casa, al sicuro, accanto a qualche maschio alpha? O erano donne che non riuscivano a fare a meno di essere se stesse e per questo erano disposte a pagare qualsiasi prezzo?

Quello ben organizzato da Simonetta Sciandivasci in quest’articolo in realtà è un tranello. Un tranello che si propone di ribaltare la frittata. Perché è lei quella che pretende di indicare alle “finte femministe” la vera via verso la felicità. E’ lei che ritiene di sapere di cosa ha davvero bisogno ogni donna: “il rifugio domestico, la solitudine, l’ozio, il silenzio, il tempo“… E’ lei che ha in mente un modello unico di femminilità.

linusTutti noi abbiamo il desiderio di essere felici.

E certo questa lotta estenuante, che da secoli e secoli va avanti allo scopo garantire a tutte le donne del mondo, quelle che vogliono essere Melania Trump e quelle che vogliono circumnavigare il mondo come Jeanne Barret, il diritto di scegliere senza doversi mascherare, senza essere ostacolate e piegate dal dileggio e dalla violenza, non rende il quotidiano di chi la combatte troppo gioioso.

Ma chi combatte non si ferma “al successo di un’ora”, sa guardare al di là. Sa che la fatica e la sofferenza di oggi saranno le conquiste di domani.

Se Simonetta Sciandivasci non vuole partecipare, può godersi il “tepore placido degli aborriti (dalle donne contro Trump) anni ’50“, nessuno le impone di unirsi alle femministe per salvare il pianeta.

Che non pretenda di etichettare la sua scelta come “l’ultimo vero femminismo”, però.

 

Sullo stesso argomento:

‘Melania Trump ultima e vera femminista’ o meglio, ‘Come sposare un miliardario’

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Stereotipi di genere e conflitti tra donne

L’idea alla base di questo mio intervento nasce dalla lettura di un articolo pubblicato su The Guardian che in realtà ha poco a che fare col tema in questione: “Outsourcing pregnancy: a visit to India’s surrogacy clinics“, di Julie Bindel. Nel corso di una visita in India, Bindel, attivista femminista interessata al fenomeno della surrogacy, si è finta una donna in cerca di una madre surrogata ed ha ottenuto diversi colloqui nelle cliniche che offrono il servizio. A proposito delle “surrogacy houses”, luoghi adiacenti alle cliniche dove le donne inseminate trascorrono la gravidanza in attesa del parto, uno dei dottori risponde:

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“Non permetto alle donne di vivere in una surrogacy house, perché ritengo che il marito sia la persona più indicata a sorvegliare la donna. E’ coinvolto nella procedura, sa come prendersi cura della moglie. Inoltre una donna sola allaccerebbe dei rapporti di amicizia e sarebbe difficile per me mantenere il controllo“.

Il medico ci dice due cose: che è pericoloso che le donne diventino amiche fra loro – perché diventano incontrollabili e chissà cosa potrebbero fare – e che è difficile che una donna che vive nella sua famiglia, controllata dal migliore degli watchmen (il miglior guardiano) possa allacciare dei legami d’amicizia con altre donne.

Il medico, il marito, questi due uomini che si prendono cura della donna, sono spaventati dall’amicizia fra donne.

Un altro articolo, pubblicato da Vanity Fair: «I maschi studiano poco e hanno i muscoli».

Alessia Arcolaci, stimolata da un articolo del New York Times riguardante il condizionamento operato dagli sterotipi sui giovani maschi, ha intervistato 15 ragazzi italiani tra i 14 e i 18 anni. La domanda era: che significa per te essere maschio? Mi ha colpito la risposta di Nicola, 15 anni:

immagine2 Quanto è diffusa la convinzione che le donne non sappiano essere “amiche” fra loro, che l’amicizia intragenere sia una prerogativa maschile, mentre sentimenti con la gelosia o l’invidia, che minano i rapporti amicali, siano una caratteristica tutta femminile?

Molto. E’ una convinzione largamente diffusa.

Partiamo dall’invidia, il sentimento che secondo Nicola sarebbe alla radice dell’impossibilità per le donne di instaurare un vero rapporto di amicizia.

Leggo un passo dal libro molto citato quando si parla di invidia e donne, “La passione triste” di Elena Pulcini.

L’invidia femminile è pervasiva e onnipresente, coglie ogni pretesto per posare sull’altra il proprio sguardo maligno, e tende a moltiplicarsi, riconfermando la sua sostanziale indifferenza all’oggetto, e finendo per investire non solo quella singola donna, ma le donne in generale (…). E allora? Che ne è delle conquiste del femminismo e di quella solidarietà in cui abbiamo intensamente creduto?”

Pulcini dice ancora: “La condizione di impotenza e di subalternità all’egemonia maschile si è tradotta in una sorda rivalità reciproca, spingendo le donne a farsi subdolamente la guerra tra loro…”

Confrontiamo questa descrizione dell’invidia femminile con alcuni dati, che ho tratto da un articolo su una rivista di psicologia: una ricerca condotta da psicologi e psicoanalisti che hanno analizzato oltre 1.300 uomini e donne fra i 25 e i 50 anni, ha rilevato che sono gli uomini a provare invidia nel 78% dei casi. Le donne sperimenterebbero questo sentimento solo nel 43% dei casi.

Numeri alla mano, sulla base di questa ricerca, l’invidia sembra un sentimento squisitamente maschile, più che un sentimento prettamente femminile.

Sempre secondo questa ricerca gli uomini sperimentano l’invidia più sul lavoro che nella vita privata: tentano di tagliare fuori colleghi di lavoro lasciandoli all’oscuro di alcune informazioni, non riconoscono i meriti della persona invidiata, gettano discredito sulle sue idee; le donne lo fanno solo nel 26% dei casi, mentre ben il 78% degli uomini arriva ad insinuare che i meriti ottenuti non derivino da capacità ma da favori o raccomandazioni (cosa che capita solo nel 66% dei casi femminili), fino a sottolineare i difetti fisici dei propri rivali in pubblico.

Altra ricerca, medesimo tema: l’invidia. I risultati curiosamente ribaltano la ricerca precedente.

Uno studio internazionale pubblicato sulla Revista de Psicologia Social, al quale hanno partecipato i ricercatori delle Università di Valencia, Groningen (Paesi Bassi) e Palermo (Argentina), ha analizzato le differenze tra uomini e donne nel loro modo di vivere la gelosia e l’invidia sul posto di lavoro. Il risultato è che le donne hanno mostrato un elevato livello di concorrenza intrasessuale, nutrendo una spiccata gelosia nei confronti di una eventuale rivale più attraente e seducente. Questo tipo di reazione non c’è stata negli uomini, che invece hanno dimostrato una competizione intrasessuale meno spiccata.

Alla luce di questi dati, a che conclusione dovremmo giungere? Chi è più invidioso, gli uomini o le donne? C’è più invidia fra sessi diversi – come afferma la prima ricerca, nella quale si è rilevato che sono gli uomini a provare invidia e a provarla principalmente per le donne che hanno successo nel mondo del lavoro – oppure è vero quel che affermano Pulcini e la seconda ricerca, che l’invidia è femmina e che l’oggetto dell’invidia femminile sono principalmente le altre donne, un atteggiamento che pregiudica il rapporto fra donne demolendo quell’illusione di “sorellanza” che ha animato e anima da sempre il femminismo?

Io vorrei farvi notare solo un dettaglio: la seconda ricerca parla di “invidia intrasessuale”, cioè di invidia provata per colleghi del medesimo sesso. La ricerca precedente rilevava che se gli uomini sono più spesso invidiosi, l’oggetto dell’invidia, (cioè la persona invidiata), a prescindere da chi la prova, è nella maggior parte dei casi di sesso femminile.

Forse le due ricerche sono meno in contraddizione di quanto potrebbe sembrare ad una lettura superficiale, e molto dipende dal modo in cui la ricerca è impostata.

A questo punto vorrei parlarvi del concetto di “stereotype threat”, letteralmente “la minaccia indotta dallo stereotipo”, che descrive un fenomeno a causa del quale una persona, indipendentemente dalle proprie abilità cognitive individuali, ottiene prestazioni scarse in un compito (ad esempio, in matematica) se il gruppo sociale al quale appartiene è oggetto di uno stereotipo negativo rispetto alle abilità richieste dal compito stesso.

Lo stereotipo negativo non influenza soltanto chi deve valutare il soggetto appartenente ad un gruppo stigmatizzato, ma influenza il soggetto stigmatizzato stesso, che nel tempo si adatta allo stereotipo e finisce con l’incarnarlo.

Lo stereotipo non si limita a descrivere la realtà, ma, descrivendola, la plasma.

Ma non fa solo questo: lo stereotipo altera le funzioni percettive del nostro cervello.

I risultati di una recente ricerca americana mostrano come gli stereotipi possano avere un impatto molto potente, alterando nel cervello la rappresentazione visiva di un volto, distorcendo ciò che vediamo per renderlo più in linea con le aspettative generate dalle idee preconcette. Grazie a tecniche innovative, monitorando l’attività cerebrale, i ricercatori hanno dimostrato che i pregiudizi possono essere radicati nel sistema visivo del cervello, in particolare nella corteccia fusiforme, una regione coinvolta nell’elaborazione visiva dei volti. I modelli di attivazione neurale indotti nei volontari dall’immagine di un uomo nero in questa regione erano simili a quelli ottenuti con immagini di volti oggettivamente arrabbiati, anche quando non mostravano caratteristiche di rabbia: questo perché nell’immaginario collettivo l’uomo di colore è arrabbiato. A causa degli stereotipo noi letteralmente vediamo qualcosa che non c’è: vediamo la rabbia anche in volto la cui espressione non suggerisce che quella persona sia arrabbiata.

Kelly Valen, autrice di un bestseller che ha fatto molto discutere intitolato Twisted Sisterhood, inizia il libro con l’esplicativo incipit Gli uomini hanno il potere di ferire il mio corpo, ma le donne hanno il potere di distruggere la mia anima”. Kelly racconta di aver intervistato 3000 donne e che il 90% di loro “sente negatività emanata da altre donne”.

The Guardian recensisce il libro e titola Uno studio dimostra che le donne sono le peggiori nemiche di se stesse“.

Nell’articolo l’autrice dichiara che c’èuna corrente sotterranea di meschinità e negatività che affliggono il nostro genere” (esattamente come Pulcini) e che “Queste segrete battaglie sono combattute, in molti casi, dalle stesse donne che cantano le lodi del girl power, del femminismo, e dell’amicizia femminile. Sotto una facciata di “sorrisi e intimità“, continua, si combattono guerre “così spietate che le donne fra loro si sentono in pericolo“, tanto in pericolo che “la minaccia principale per la [loro] sicurezza emotiva proviene dalle amiche di sesso femminile.

La metodologia con la quale è stato condotto questo studio è stata criticata e definita “pop-science”, per la scarsa accuratezza scientifica con cui sono state strutturate le domande e per la selezione del campione di donne intervistate.

L’impressione di alcune è stata che la vicenda personale dell’autrice abbia in qualche modo viziato la sua indagine, nel senso che avesse ben chiare in mente le conclusioni alle quali voleva arrivare, e ci sarebbe arrivata comunque, a prescindere dai dati raccolti. Lei stessa racconta l’episodio che ha segnato la sua giovinezza: arrivata a diciotto anni all’università, Kelly riesce a entrare in una delle sorority (una associazione studentesca femminile). Ad una festa incontra un ragazzo, si ubriaca con lui e sviene su un divanetto. Mentre è priva di sensi, lui la violenta: lui viene cacciato dalla sua fratellanza e finisce per abbandonare il college, lei viene additata dalle “sorelle” come colpevole (“hai perso il controllo, te lo sei meritato”, le dicono, “hai portato la vergogna su tutte noi”) e, dopo poco, cacciata a sua volta dall’associazione studentesca con un futile pretesto.

Altro recente best seller, stavolta a parlare è l’economista Alison Wolf, e il titolo è Donne Alfa.

Wolf traccia un ritratto delle privilegiate donne di successo. Le descrive come donne “intelligenti, colte, benestanti e affermate”, che “ricoprono lavori che un tempo erano appannaggio esclusivo degli uomini e lo fanno con la stessa frequenza e, soprattutto nelle ultime generazioni, in condizioni di parità“. Ma, ci dice, c’è un ma. Secondo Wolf, la comparsa delle donne alfa porta necessariamente alla fine della sorellanza, così come la intendeva il femminismo, perché le donne alfa sono tutte indistamente egoiste: “Non spendono per le loro “sorelle” che sono rimaste indietro. Piuttosto, spendono per se stesse.

Manuela Salvi, giovane autrice per ragazzi (è del 1975), sulla sua pagina facebook, con la quale si relaziona anche con le sue fan, scrive il primo giugno del 2016:

manuela-salvi

 

Qual è la cosa che hanno tutte queste narrazioni in comune?

Rispecchiano una valutazione fondata più su indebite generalizzazioni che su una analisi corretta dei dati a disposizione. E’ semplicistico e scorretto arrivare alla conclusione che, siccome una donna ricca e di successo generalmente spende molto denaro per le sue vacanze e la sua famiglia, allora a causa sua muore il concetto femminista di sorellanza, come è scorretto, sulla base di un sondaggio che chiede “hai mai sofferto, nel corso della tua vita, a causa della gelosia, della manipolazione o dall’essere messa in ridicolo da altre donne” che la donna è la peggiore minaccia alla sicurezza emotiva delle esponenti del suo genere.

Queste affermazioni dimenticano di prendere in considerazione, ad esempio, che già solo il fatto che sia ben visibile il fatto che alcune donne sono perfettamente in grado di svolgere quelle mansioni che il patriarcato vuole squisitamente maschili, e di svolgerle ottenendo eccellenti risultati, è uno stimolo positivo per tutte quelle donne che covano ambizioni diverse da quelle che la tradizione assegna loro (la famiglia, i figli); che le donne di successo, come l’astronauta Samantha Cristoforetti, fanno già tantissimo per tutte le donne di questo mondo solo vivendo la loro vita, e non hanno bisogno di “spendere denaro”, perché già compiono una piccola rivoluzione a beneficio di tutte noi. E a dimostrarlo ci sono le reazioni di un certo pubblico maschile, che della Cristoforetti ha scritto di tutto e di più: “cesso di donna”, “secondo me ammacca la navicella alla prima retromarcia”, “le donne le introducono in ambiti maschili perché hanno la bocca sporca di sperma” ecc.

Queste affermazioni dimenticano di prendere in considerazione il fatto che per ogni donna che giustifica uno stupratore, ce n’è un’altra disposta a scendere in strada per testimoniare la sua solidarietà alla vittima dello stupro.

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Queste affermazioni testimoniano che troppo spesso, quando guardiamo ai rapporti fra donne, tendiamo a vedere il bicchiere mezzo vuoto.

Qual è la conseguenza di queste narrazioni? Che lo stereotipo che vuole la donna incapace di costruire un vero legame d’amicizia con un’altra donna ne esce rafforzato. Volenti o nolenti, ogni volta che osserveremo un’altra donna, saremmo pronte ad interpretare come invidia, crudeltà o maschilismo un atteggiamento che potrebbe essere interpretato in tutto altro modo, oppure saremo indotte a modificare il nostro stesso comportamento sulla base delle nostre credenze, arrivando a creare condizioni tali per le quali quelle ipotesi formulate sulla base di meri pregiudizi finiranno col verificarsi davvero.

Che le donne siano le peggiori nemiche di se stesse rischia di diventare una profezia che si autoavvera, proprio perché enunciata e ribadita.

Senza voler giungere a nessuna conclusione definitiva, credo che per tutte sia importante ricordare quanto dichiarato dal gestore della clinica indiana che ha ispirato queste mie riflessioni:

quando una donna allaccia dei rapporti di amicizia con altre donne è difficile per gli uomini mantenere il controllo.

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Federico Barakat, nessun rispetto per il ricordo di un bimbo ucciso a 8 anni

Navigando in Genere

È dovuto intervenire Andrea Checchi, il sindaco di San Donato Milanese per spostare il bidone dei rifiuti che, da giorni, si trovava davanti a un pilastro esterno all’edificio della Asl del piccolo comune della città metropolitana di Milano. Un pilastro che non sostiene solo la struttura dell’Asl, ma anche il ricordo di Federico Barakat, ucciso dal padre (poi suicidatosi) il 25 febbraio del 2009, all’interno delle stanze del centro socio-sanitario durante una visita sorvegliata dagli assistenti sociali. Una morte per la quale non venne individuata nessuna responsabilità delle istituzioni e che attende giustizia dalla Corte europea dei Diritti umani alla quale si è rivolta Antonella Penati, la madre del piccolo Federico.

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Una ghirlanda di fiori e la foto di Federico sorridente, disegni e dediche dei bambini e bambine ricordano da tempo, sulla nuda parete, la morte di un bambino di otto anni che non può essere dimenticata…

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Tutte le sfumature della violenza

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Una traduzione da Fifty Shades Darker Isn’t Empowering, It’s Abuse, di Caitlin Roper

Alla fine è uscito il tanto atteso “Cinquanta sfumature di nero”, secondo capitolo della  trilogia cinematografica iniziata con “Cinquanta sfumature di grigio”. Ma non mi sento svenire, piuttosto rabbrividisco.

L’eroe ‘romantico’ è Christian Grey, un individuo profondamente disturbato che inizia subito a perseguitare l’ingenua e vergine Ana. Christian è geloso, è un maniaco del controllo, un manipolatore e ha un debole per la violenza sessuale (questo uomo ha scritto “prendimi” dappertutto addosso). Cerca anche di convincere Ana a firmare un contratto che gli garantisce il controllo su ogni aspetto della sua vita, dal fatto che lei debba essere a sua disposizione per il sesso ogni volta che lui lo richiede fino a dettare cosa e quando lei può mangiare.

Un grande amore, vero?

L’analisi del primo libro ha stabilito che la cosiddetta relazione romantica tra Christian e Ana non è altro che violenza domestica. Servendosi delle definizioni fornite dai Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie, i ricercatori hanno rilevato che l’abuso emotivo e la violenza sessuale pervadono il libro, notando che l’abuso emotivo è presente “in quasi ogni interazione” fra i due personaggi. E’ dimostrato dallo stalking, come ad esempio il monitoraggio dei movimenti di Ana per mezzo del telefono e della tecnologia informatica,  dalla volontà di limitare la vita sociale di Ana, dalle intimidazioni e dalle minacce.

I ricercatori hanno identificato diversi episodi di violenza sessuale, ad esempio quando Christian inizia approcci sessuali nel corso di una discussione, ignorando la reticenza di Ana e servendosi delle minacce e dell’alcol per estorcerle il consenso al rapporto.

“No per favore. Non posso farlo. Non adesso. Ho bisogno di un po ‘di tempo. Per favore.”
“Oh Ana, non pensarci troppo.”

“No,” protesto, cercando di allontanarlo con un calcio. Si ferma. “Se ti ribelli, ti lego anche i piedi. Se fai solo un fiato, Anastasia, ti imbavaglio.

Nonostante questo, Fifty Shades è diventato un fenomeno globale, ha ispirato una serie di gadget tra i quali biancheria, vino, giocattoli sessuali, pacchetti vacanze, i negozi di ferramenta vendono un pacco “Cinquanta sfumature” che comprende corda e nastro adesivo e si trovano persino body da bambino decorati con le manette e lo slogan “Faccio finta che Christian Grey sia il mio papà”.

Che cosa succede quando una serie di film di questa portata rappresenta la violenza domestica e la violenza maschile contro le donne come sexy e desiderabile? Quale messaggio si invia a donne e ragazze, ma anche agli uomini e ai ragazzi? Chi trae vantaggio da una diffusa accettazione dell’idea che le donne e le ragazze segretamente desiderano e godono della violenza sessuale?

Naturalmente, non tutti condividono queste preoccupazioni. Nel corso del mio impegno per la campagna Collective Shout: for a world free of sexploitation ho discusso con diversi fan dei libri che sostengono che Cinquanta Sfumature è semplicemente un racconto e, pertanto, non può avere alcuna influenza sulla vita reale. Abbiamo affrontato questa e altre obiezioni sul nostro sito web.

In modo allarmante, molte persone che hanno difeso Cinquanta sfumature sostenendo che non ha alcun impatto sui comportamenti nei confronti delle donne o sulla violenza degli uomini contro le donne, hanno continuato a ribadire i vari miti e a diffondere disinformazione sulla violenza domestica, dimostrando una profonda mancanza di comprensione di questi temi. Questi comportamenti esistono già e l’opinione diffusa in merito è fortemente rafforzata dalle Cinquanta sfumature.

Cinquanta sfumature non descrive un rapporto abusivo, mi è stato detto, perché Christian non la picchia (come se l’abuso domestico consistesse solo in aggressioni fisiche). Un’altra obiezione è che se a lei non piaceva lo avrebbe lasciato, un argomento che dimostra l’incapacità di comprendere la paura, i rapporti di potere e la complessità in gioco in situazioni di violenza domestica. Altri ancora hanno minimizzato o difeso i comportamenti abusanti di Christian Grey, sostenendo che il suo pedinarla e controllarla sono la prova di quanto l’ama, o sono da comprendere perché egli stesso era stato una vittima in passato, o sono irrilevanti perche lui ‘cambia alla fine’.

In netto contrasto con la storia di Cenerentola dove (spoiler alert) l’aggressore può cambiare se la sua vittima resiste e lo ama abbastanza, la realtà è che la violenza tende ad aumentare nel corso del tempo. Come ha dichiarato Gail Dines, “i rifugi per le donne maltrattate e i cimiteri sono pieni di donne che hanno avuto la sfortuna di incontrare un Christian Grey.”

Gruppi di donne in tutto il mondo si sono uniti nel boicottaggio dell’opera. A Collective Shout, London Abused Women’s Centre, Culture Reframed e al National Centre on Sexual Exploitation si sono aggiunte decine di gruppi in una campagna internazionale, Fifty Dollars Not Fifty Shades.

La campagna chiede al pubblico di boicottare il film e donare cinquanta dollari (o un altro importo) alle organizzazioni che operano contro la violenza domestica o ai rifugi per le donne maltrattate, perché, nel mondo reale, è in posti così che le donne come Ana finiscono. I sostenitori della campagna sono incoraggiati ad utilizzare l’hashtag #50DollarsNot50Shades e #FiftyShadesIsAbuse per promuovere la diffusione della campagna.

La nostra speranza è che la gente riesca a cogliere il legame che intercorre tra una cultura che sessualizza, giustifica, tollera e glorifica la violenza degli uomini contro le donne e la violenza contro le donne di cui siamo tutti testimoni nella vita reale.

Quante vite dipendono da questo?

 

Sullo stesso argomento:

50 Shades of Propaganda: How You Are Being Indoctrinated To Sexual Violence

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Diritto minorile?

E’ opinione diffusa che, se si parla di divorzio e separazione, in Italia la vittima è una e una soltanto: il povero papà.

Da anni ormai si legge sui giornali che gli uomini patiscono ingiustizie inenarrabili a causa di donne avide e senza scrupoli come questa.

Ne abbiamo parlato tante volte, ma a dispetto dell’evidenza fornita dai fatti, le conclusioni alle quali giunge l’italiano/l’italiana medio/a sono sempre le stesse: le ex mogli fanno la bella vita mentre quelli che una volta erano i loro mariti se la devono vedere con tribunali crudeli che li fanno a pezzi solo perché maschi.

“L’evidenza fornita dai fatti”, ho scritto. Quali fatti? Fatti come quello nel quale mi sono imbattuta grazie alla segnalazione di una mia lettrice.

Da una conversazione su facebook:

diritto_minorile

Qui abbiamo un uomo indagato per “pseudo maltrattamenti” (possiamo ipotizzare che si riferisca al reato di maltrattamenti contro familiari e conviventi). Come potete verificare scorrendo la conversazione, la causa penale è ancora in corso.

Ciononostante, ci dice Gianluca, il giudice chiamato a tutelare i figli della coppia, decide di collocarli presso di lui.

Questo ci riporta ad un tema trattato qualche tempo fa, ovvero le ragioni che rendono le donne restie a denunciare la violenza subita.

Se ricordate (e se non ricordate seguite il link qui sopra), sfogliando un opuscolo realizzato dall’assessorato Pari opportunità della Regione Emilia-Romagna e dal Tribunale per i minorenni di Bologna, avevamo scoperto che una delle paure delle donne vittime di violenza è quella di vedersi sottrarre i figli nel momento in cui chiedono aiuto per sfuggire al loro aguzzino.

Alla luce della vicenda condivisa da Gianluca, sembra una paura più che fondata.

La vicenda di Gianluca sembra anche confermare quello che sostengono diversi studi condotti all’estero, ovvero che sollevare accuse di violenza domestica spesso va a discapito di chi si proclama vittima o genitore protettivo, più di quanto non danneggi il presunto maltrattante.

Questo è quello che sostengono le madri che si sono date appuntamento alla Battered Mothers Custody Conference che si è svolta la scorsa primavera, nel corso della quale si è ribadito che le donne non sono considerate credibili in quanto donne.

La decisione di collocare dei bambini al genitore accusato di maltrattamenti, infatti, potrebbe derivare dalla convinzione che un uomo che usa violenza contro la madre dei suoi figli possa essere comunque un padre sufficientemente buono (una convinzione che nega il fenomeno della violenza assistita), ma potrebbe anche derivare da una presunzione di colpevolezza nei confronti di colei che ha mosso le accuse, giudicata bugiarda ancor prima della conclusione delle indagini.

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