After: cerco di capire

E’ uscito nelle sale in questi giorni “After”, l’adattamento cinematografico del bestseller dell’americana Anna Todd.

Ero del tutto ignara di questo successo editoriale e sarei rimasta anche all’oscuro del fatto che il film è primo in classifica per gli incassi, se non mi fossi offerta di dare un passaggio a mio figlio e ai suoi amici. Transitando con l’auto davanti ai poster della multisala ho scoperto che il libro era una delle letture preferite delle ragazze alla scuola media e che oggi, che frequentano le superiori, sono tutte entusiaste all’idea del film.

“E’ una storia d’amore” mi ha spiegato una di loro e ho deciso di approfondire.

Il sito Amazon ci racconta “After” così:

Incuriosita, ho fatto ulteriori ricerche e questo è il sunto di ciò che ho trovato più o meno ovunque:

Dopo la saga di Twilight e le sfumature di svariati colori, la serie “After” sembra qualificarsi come l’ennesimo tremendo nemico della salute fisica e psicologica delle giovani donne, visto che (traduco) celebra l’abuso come se fosse amore e chiede al suo pubblico, composto prevalentemente da giovanissime, di accettare che è ok per un uomo manipolarle e abusare emotivamente di loro se può giustificarsi con un’infanzia traumatica. Considerato che la storia di Tessa è descritta come il manuale della perfetta crocerossina – ovvero una donna disposta a pagare un prezzo altissimo pur di salvare il suo amato da se stesso e dal suo oscuro passato – che quasi tutte le recensioni del film sottolineano che la sceneggiatura ha tentato di ridimensionare la crudeltà del protagonista maschile e ha scelto di eliminare le scene di sesso, ho rinunciato ad andare al cinema e ho optato per l’acquisto del libro.

L’ho letto e l’ho letto tutto, cercando – come suggerito da Maria Laura Ramello di Wired – di comprendere prima di giudicare le ragioni del suo successo planetario.

E’ stata dura arrivare all’ultima pagina, soprattutto perché lo stile in cui è scritto è più o meno quello dei pensierini delle scuole elementari, il che lo rende una lettura un po’ perturbante, visto che la maggior parte di quei pensierini riguarda il sesso orale.

Ma andiamo con ordine, e cominciamo proprio col sesso.

Non sono una grande appassionata di letteratura erotica, anzi, proprio non è un genere nelle mie corde, ma di tutto il sesso descritto in questo libro mi ha colpito un aspetto che sembra sfuggito a gran parte dei recensori: Hardin Scott è uno degli amanti più altruisti dei quali abbia mai letto, sentito raccontare o che abbia mai incontrato.

Questo tizio la mattina – quasi tutte le mattine, a dire il vero – si desta ansioso di procurare alla protagonista del romanzo uno o più orgasmi e il più delle volte lo fa senza neanche accennare al suo pene, che rimane sullo sfondo della scena come un decorativo rigonfiamento delle mutande, che lei ogni tanto occhieggia pensando “oh guarda, si sta divertendo anche lui”; ma soprattutto, quando Tessa gli propone “vuoi venire anche tu, tesoro?”, lui generalmente risponde “no, non ti preoccupare, facciamo la prossima volta, altrimenti fai tardi; vado a farmi una doccia fredda e metto su il caffé”.

Il che mi ha fatto tornare in mente una scena di un vecchio film con Cameron Diaz…

[Trigger Warning: i contenuti del video che segue sono segnalati da youtube come “inappropriati per alcuni utenti”]

Ribadisco, non sono un’esperta del genere, quindi lo chiedo a voi: è tutta così la contemporanea letteratura pornografica per ragazze eterosessuali? Maschi ossessionati dal cunnilingus che si dilettano ad osservare con devozione il godimento femminile?

Perché io questo lo comprendo. Ha tutta la mia comprensione. Se non ci fosse il resto del romanzo, sarei persino disposta a soprassedere sull’uso quasi esclusivo della paratassi e la povertà lessicale per trasformarmi in una fan sfegatata di Anna Todd, anche se il farlo comporterebbe per alcuni una tacita ammissione del mio essere la peggiore nazifemminista-odiatrice di uomini che ha mai scritto su wordpress.

Purtroppo il resto del romanzo c’è, e somiglia ad una parafrasi molto, molto prolissa della celeberrima strofa della canzone “Teorema” di Marco Ferradini:

Prendi una donna, trattala male,
lascia che ti aspetti per ore.
Non farti vivo e quando la chiami
fallo come fosse un favore.
Fa sentire che é poco importante,
dosa bene amore e crudeltà.
Cerca di essere un tenero amante
ma fuori del letto nessuna pietà.

Un comportamento verso il quale lo stesso Ferradini si dichiarava in disaccordo nella strofa successiva.

L’aspetto più perverso della storia di Tessa Young è che i maltrattamenti e i comportamenti controllanti e coercitivi del bello e dannato Hardin Scott, che piagnucolando lei sopporta per centinaia di pagine, sono presentati dall’autrice come l’esorbitante prezzo che la ragazza (cresciuta in un ambiente nel quale essere “brava” equivale a non masturbarsi mai) si costringe a pagare per avere una vita sessuale appagante, dato che il fidanzato perfetto che ci viene proposto come antagonista – l’affidabile, gentile e comunque bello Noah – non intende toccarla neanche con un dito o, per essere più espliciti, non la toccherebbe mai con il dito.

Quindi, per rispondere a Maria Laura Ramello, chi in qualche modo conduce una sordida battaglia moralizzatrice contro l’orgasmo femminile è proprio Anna Todd, suggerendo con il suo “After” che l’unico uomo disposto ad infilare la testa fra cosce di una ragazza sia per forza di cose il peggior sadico fra quelli in circolazione, il quale pretende come contropartita che lei accetti di sottostare ad una serie infinita di umiliazioni pubbliche ed abusi verbali, repentini cambi d’umore ed accessi violenti di collera, trascorrendo terrorizzata o in lacrime tutto il tempo che non passa a mugolare di piacere.

Che sia davvero questo l’amore?

Santo cielo, no! Certo che no.

Questa è violenza. E di solito, ad un certo punto, lei le prende di santa ragione o finisce ammazzata, un aspetto di queste dinamiche di coppia che romanzi come “After” e le 50 sfumature omettono sempre di raccontare, perché è un prezzo che anche la più devota delle crocerossine si rifiuterebbe di pagare, a dispetto del numero di orgasmi quotidiani che le sarebbero garantiti.

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Il pensiero unico

La prima legge da abolire “è quella sul divorzio, perché l’indissolubilità del matrimonio, della cellula della società cioè la famiglia, serve allo Stato. Lo Stato laico ha bisogno che la struttura sociale sia garantita. La liquidità della cellula porta alla liquidità della società, quindi all’autodistruzione dello Stato”. Lo sostiene l’avvocato Gianfranco Amato.

“Poi va abolita certamente la legge sull’aborto, perché il riconoscimento per legge della possibilità di uccidere un essere innocente e indifeso anche dal punto di vista pedagogico è aberrante”. Anche “la norma sull’eutanasia, e questa legge sul testamento biologico è certamente il primo passo che porta verso una scelta di morte”. Poi “la fecondazione artificiale, questa idea che comunque l’uomo si possa creare in provetta”.

E infine “l’ultima legge da abolire è quella sulle unioni civili, anche perché è fatta proprio male. Nel senso che questa legge ha dei punti di ambiguità che contraddicono la stessa sentenza del 2010 della Corte costituzionale. Parla di famiglia dentro le unioni civili, quindi attacca il concetto di famiglia previsto dall’articolo 29 della Costituzione: società naturale fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna”.

Cedere alla disperazione, alla stanchezza: di fronte a simili dichiarazioni, la tentazione di scavare una buca nel terreno per infilarci la testa come uno struzzo, è forte.

Peccato che lo struzzo non abbia mai fatto nulla del genere e che ogni tentativo di fingerci cespugli non impedirà alle persone che si sono riunite a Verona di perseguire con tenacia e determinazione i loro obiettivi.

Così, per trovare dentro di me l’energia necessaria per tornare a rispondere a queste persone, cerco di ricordare a me stessa cosa si nasconde dietro ai mielosi spot dell’evento che cianciano dell’ “energia primordiale dell’amore”.

E penso a quella bambina (dicono di volerli proteggere, i bambini!) costretta a soli 11 anni a portare avanti contro la sua volontà una gravidanza dopo essere stata violentata, solo per fare la dolorosa esperienza, dopo mesi di ciò che in molti chiamano tortura e un difficile parto cesareo, della morte della bambina nata prematura.

Una serie di inenarrabili crudeltà inflitte senza ragione alcuna, se non quella di ribadire un principio che con l’amore o la tutela della vita umana non ha nulla a che fare.

Non dimentichiamoci mai chi è davvero questa gente e ciò che è capace di fare se non ci frapponiamo fra il loro fanatismo e chi è troppo fragile e vulnerabile per difendersi dalla loro ferocia.

 

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Una sentenza inimmaginabile

Ho già presentato numerose denunce e querele ma nulla è cambiato. Il suo  atteggiamento violento e prevaricatore non si ferma davanti a niente. Non so più cosa fare, temo per la mia incolumità. Non mi rimane altro che continuare a denunciare nella speranza che qualcuno mi ascolti.

Marianna Manduca

Per lo Stato, la vita di Marianna Manduca non poteva essere salvata, nonostante le 12 denunce fatte dalla donna contro il marito. La spiegazione di questa sentenza è puramente corporativa. I magistrati non si discutono e non sbagliano mai.

Licia D’Amico

Nella ricerca comportamentale che ho condotto negli ultimi 20 anni, ho scoperto uno schema disturbante: se le persone di solito acquisiscono potere attraverso tratti e azioni che promuovono gli interessi degli altri, come l’empatia, la collaborazione, l’apertura, l’equità e la condivisione, quando cominciano a sentirsi potenti o godono di una posizione di privilegio, quelle qualità cominciano a svanire. I potenti sono più propensi di altre persone a comportarsi modo maleducato, egoista e non etico. Lord Acton, storico e politico del XIX secolo, lo aveva capito: il potere tende a corrompere.
Io chiamo questo fenomeno “il paradosso del potere”, e l’ho studiato in numerosi contesti: colleges, il senato degli Stati Uniti, squadre sportive, e una varietà di altri luoghi di lavoro. In ognuno di essi ho osservato che le persone si innalzano sulla base delle loro buone qualità, ma il loro comportamento peggiora mano a mano che progredisce la loro scalata al potere.

Dacher Keltner

 

Nel mio ultimo post commentavo una serie inquietante di pronunce degli organi giurisdizionali.

A distanza di pochissimo tempo da quel post, si conquista la prime pagine una sentenza della Corte d’appello di Messina, che ha ribaltato la decisione dei giudici di primo grado non riconoscendo alcun nesso di causa ed effetto tra la “colpevole inerzia” dei magistrati della Procura in relazione ai fatti denunciati da Marianna Manduca e la sua uccisione.

Quello che i giudici ci dicono è che, se è vero che azioni come una perquisizione e il sequestro del coltello con il quale Saverio Nolfo aveva minacciato la donna erano azioni necessarie e doverose, esse non avrebbero potuto comunque impedire l’omicidio. A nulla sarebbe servito interrogare Nolfo, che era deciso nel portare a termine il suo piano criminale al punto che nessun tentativo da parte delle autorità di farlo sentire controllato avrebbe potuto distoglierlo dal metterlo in atto.

In parole povere, ci rendono noto, questi magistrati, che tra le loro competenze rientra anche la capacità di predire tutti i futuri possibili: essi sanno con certezza che nessun intervento fra quelli previsti dalla legge in questi casi avrebbe potuto salvare la vita di Marianna Manduca.

Marianna Manduca era destinata alla morte.

Alla luce di questa certezza, a chi si è espresso appare ingiusto condannare coloro che non si sono presi il disturbo di tentare di impedirlo.

 

Non è neanche la prima volta che una condotta omissiva delle istituzioni viene considerata irrilevante al fine di attribuire ai soggetti che non hanno agito la responsabilità della morte di chi che da tempo denunciava di essere vittima di violenza; a tale proposito consiglio a tutti la rilettura della sentenza di Cassazione nel caso Federico Barakat, nella quale una frase sembra ricalcare questa di cui si parla oggi: “di fronte alla accurata premeditazione dell’omicidio non vi era alcuna concreta possibilità di evitare l’evento”. E’ vero che quel giorno Federico Barakat non avrebbe dovuto rimanere solo con il suo assassino, ma anche non fosse stato solo, sarebbe ugualmente morto.

Deve essere meraviglioso, potersi svegliare alla mattina con la coscienza libera da ogni rimorso, da ogni rimpianto, sostenuti dalla consapevolezza di sapere con certezza cosa sarebbe accaduto se qualcuno, in un preciso momento, avesse preso una decisione diversa da quella che ha determinato gli eventi, ignari di quell’angoscia che attanaglia noi comuni mortali quando la vita ci pone davanti ad un bivio.

Non so se quello di cui siamo testimoni sia il delirio di gente davvero convinta di possedere poteri sovrannaturali o piuttosto mero esercizio del potere da parte di persone che ritengono di meritarsi l’impunità a fronte delle gravi responsabilità che il ruolo che si sono guadagnati assegna loro; e se la concedono, l’impunità, senza neanche consultarci in proposito.

Di certo so soltanto che a noi, che siamo sotto la tutela di questi individui, una simile condotta non può che terrorizzare.

La forza legale non proteggeva in alcun conto l’uomo tranquillo, inoffensivo e che non avesse altri mezzi di far paura altruiscriveva Manzoni di un Italia di tanto tempo fa –  l’impunità era organizzata, e aveva radici che le grida non toccavano o non potevano raggiungere.

Così va spesso il mondo… voglio dire, così andava nel secolo decimo settimo.

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Il sorpasso

Leggevo, in occasione dell’8 marzo, quella che potrebbe sembrare una notizia confortante:

oggi, secondo i dati pubblicati dal Csm, è scattato il sorpasso: su 9401 magistrati ordinari, 5103 sono donne, ossia il 53% del totale. Se si guarda poi ai giovani magistrati in tirocinio, la percentuale di donne sale al 66%, 231 su un totale di 351 giovani toghe.

Sebbene lo stesso articolo pubblicato da Studio Cataldi si premuri di smorzare i troppo facili entusiasmi (aggiunge infatti:

Tuttavia, ciò non significa che un vero equilibrio è stato raggiunto. Spostando l’attenzione sugli incarichi apicali infatti, il dislivello rimane: su 447 posizioni direttive il il 72% è ancora ricoperto da uomini e solo il 28% degli incarichi di vertice da donne, quindi 1 donna su 4 maschi.),

non si può che rimanere impressionati da questi numeri, alla luce del fatto che fino al 1963 era espressamente vietato alle donne di entrare in magistratura, perché, come possiamo leggere in un saggio di un “illustre giurista” datato 1957:

la funzione del giudicare …

richiede intelligenza, serietà, serenità, equilibrio; … va intesa come “missione”, non come “professione”; e vuole fermezza di carattere, alta coscienza, capace di resistere ad ogni influenza e pressione, da qualunque parte essa venga, dall’alto o dal basso; approfondito esame dei fatti, senso del diritto, conoscenza della legge e della ragione di essa, cioè del rapporto – nel campo penale – fra il diritto e la sicurezza sociale; ed, ancora, animo aperto ai sentimenti di umanità e di umana comprensione, ed equa valutazione delle circostanze e delle ragioni che hanno spinto al delitto, e della psiche dell’autore di esso; coscienza della gravità del giudizio, e della gravissima responsabilita del “giudicare”.

Elementi tutti, che mancano – in generale – nella donna, che – in generale – “absit injuria verbis” – è fatua, è leggera, è superficiale, emotiva, passionale, impulsiva, testardetta anzichenò, approssimativa sempre, negata quasi sempre alla logica, dominata dal “pietismo”, che non è la “pietà”; e quindi inadatta a valutare obbiettivamente, serenamente, saggiamente, nella loro giusta portata, i delitti e i delinquenti.

Absit injuria verbis: sia detto senza offesa. Perché il maschilismo non vuole offendere nessuna, soltanto ricordarci che “Se i sessi sono diversi, diverse sono le funzioni ad essi demandate; e l’uno non può pretendere di esercitare le funzioni dell’altro.”

Non è colpa di nessuno se le donne sono superficiali ove gli uomini dimostrano grande profondità, emotive quando gli uomini rimangono razionali, impulsive a fronte di una maggiore predisposizione maschile alla ponderazione: è la natura.

Sono passati poco più di sessant’anni dal libello del presidente onorario della Corte di Cassazione Eutimio Ranelletti.

E’ doloroso dover confrontare queste riflessioni con la notizia della sentenza di assoluzione che vede protagoniste proprio tre giudici donne della Corte d’Appello di Ancona:

La ragazza viene indicata come «la scaltra peruviana» e si sostiene che assomigli troppo a un maschio per indurre in tentazione. Nelle conclusioni si legge che «non è possibile escludere che sia stata proprio» lei «a organizzare la nottata goliardica, trovando una scusa con la madre» e si afferma che al giovane «la ragazza neppure piaceva, tanto da averne registrato il numero sul telefonino con il nominativo di Nina Vikingo, con allusione a una personalità tutt’altro che femminile, quanto piuttosto mascolina, che la fotografia presente nel fascicolo processuale appare confermare». Le giudici prendono per buona la versione dei due giovani che avevano scaricato tutte le colpe sulla ragazza, dicendo che ci stava e che lei stessa aveva costretto Melendez ad avere un rapporto sessuale e a lui non piaceva nemmeno.

Peccato che lo stato della vittima al momento della denuncia – un’alta percentuale di benzodiapine nel sangue (farmaci che a dosi normali spesso vengono usati per l’insonnia o contro l’ansia, che non erano mai stati prescritti alla donna, non sono stati rinvenuti nella sua abitazione e, pur non essendo la più classica delle “droghe da stupro“, sono stati ad esempio utilizzati in un altro caso di stupro a Milano) nonché una lacerazione alle parti intime che ha reso necessario un intervento chirurgico, riporta il Corriere Adriatico – renda poco credibile la versione di un rapporto sessuale consenziente.

La sentenza, come sappiamo, è stata annullata dalla Cassazione.

Nel 2016 le donne spagnole chiesero a gran voce al Consiglio nazionale dei giudici la sospensione e il licenziamento del magistrato Carmen Molina, che avrebbe offeso, degradato e umiliato la presunta vittima mostrando evidente incredulità e interrogandola senza permetterle di rispondere.

Neanche un mese fa, il pubblico italiano si scagliava contro un’altra giudice, oggi in pensione, per aver aggredito una vittima di stupro nella ricostruzione televisiva di un processo nel corso della trasmissione Forum.

Risulta dal processo che avevate bevuto, e quindi già… – ha detto nel corso della trasmissione a proposito della violenza sessuale – Anche lei aveva partecipato al bere eccessivo e si era recata in quel posto.

Come non citare, sempre a proposito di tribunali, la giudice di cui scrisse Michela Murgia a proposito dell’omicidio di Melania Rea?

Se dovessimo quindi vederla dal punto di vista letterario, la ricostruzione del caso Rea mostra una trama che lascia interdetti, perché l’omicida vi appare come una figura fragile e deviata, preda di incontrollabili istinti, ma sottomessa e vessata dalla personalità forte di una moglie che lo umiliava di continuo. Melania Rea viene descritta invece come un’Erinni che faceva vivere il marito «in una sorta di sudditanza morale e fisica, già peraltro esistente per il divario economico e culturale ravvisabile tra le rispettive famiglie d’origine»

(…)

Melania Rea non è morta perché Parolisi la odiava, la tradiva e non sopportava che i soldi in casa li avesse lei.

È morta invece perché ha rifiutato di soddisfare le «impellenti esigenze sessuali» di un uomo certamente bugiardo e avido, ma che lei umiliava ripetutamente e che aveva nei suoi confronti un rapporto di «sudditanza fisica e morale». È Melania Rea che è morta, ma nelle motivazioni della sentenza la vittima alla fine è Salvatore Parolisi. Che brutta storia ha scritto, signora giudice.

E’ una donna anche la giudice oggetto degli insulti comparsi il 27 marzo 2017 sul muro di un gabbiotto in via Paolo Borsellino, a due passi dal Palazzo di Giustizia di Torino.

“Giudice Minucci protegge chi stupra”, recitava la scritta.

L’assoluzione dell’imputato, accusato di violenza sessuale da una collega, venne all’epoca così motivata:

La donna “non riferisce di sensazioni o condotte molto spesso riscontrabili in racconti di abuso sessuale, sensazioni di sporco, test di gravidanza, dolori in qualche parte del corpo”. Infine, quando le viene chiesto cosa ha provato su quelle barelle, risponde: “Disgusto”. “Ma – scrive la presidente di sezione – non sa spiegare in cosa consisteva questo malessere”. “Non grida, non urla, non piange – rimarca la corte – pare abbia continuato il turno dopo gli abusi”.

Non grida, non urla, non piange, ergo non è stata stuprata.

Ma la versione della vittima era un’altra:

Uno il dissenso lo dà, magari non metto la forza, la violenza come in realtà avrei dovuto fare, ma perché con le persone troppo forti io non… io mi blocco.

Un comportamento che la neurobiologia del trauma descrive come del tutto compatibile con una violenza sessuale: si chiama freezing, congelamento, ed è una delle possibili risposte del nostro cervello al cospetto di un predatore.

E’ ancora una donna la giudice al centro delle polemiche nelle ultime ore: si tratta di Silvia Carpanini, del tribunale di Genova, che avrebbe motivato la concessione delle attenuanti generiche ad un marito che ucciso la moglie con una pugnalata perché mosso

da un misto di rabbia e di disperazione, profonda delusione e risentimento, ha agito sotto la spinta di uno stato d’animo molto intenso, non pretestuoso, né umanamente del tutto incomprensibile.

Secondo la giudice, l’uomo

non ha agito sotto la spinta di un moto di gelosia fine a se stesso, per l’incapacità di accettare che la moglie potesse preferirgli un altro uomo, ma come reazione al comportamento della donna, del tutto contraddittorio che lo ha illuso e disilluso allo stesso tempo.

Intervistata dal Corriere, la giudice si difende con fermezza:

Guardi, non intendo giustificare quello che ho scritto. Basta leggere per capire che siamo dentro i confini del diritto, e per me è questo che conta.

Questo signore se n’era andato volontariamente in Ecuador proprio per lasciare spazio alle scelte della moglie. Lei lo fa tornare promettendogli un futuro e lui scopre invece che praticamente c’era l’amante in casa. Tutto nel giro di poche ore. Era un caso in cui non erano mai state contestate né la premeditazione né i futili motivi. Niente può giustificare un omicidio, è chiaro. Ma c’è omicidio e omicidio, c’è dolo e dolo.

Avrebbe dichiarato a La Stampa:

Ci sono omicidi e omicidi, anche un killer può in qualche modo fare pena.

Non c’è dubbio che ci siano omicidi ed omicidi.

Basta pensare al celebre caso della tuta da calcetto, che finì su tutti i giornali qualche anno fa, nonostante il fatto che la vittima fortunatamente si salvò: “Non la sopportavo più e non mi ha lavato la tuta del calcetto”, si era giustificato il marito, dopo aver atteso la consorte in garage, tentato di strangolarla, quindi di bruciarla viva dentro la sua auto inscenando un incidente.

Non aveva lavato la tuta la calcetto: anche questo è un comportamento della vittima che ha cagionato uno stato di rabbia e risentimento nel suo aguzzino, ma forse, direbbe la giudice, si tratta di una rabbia meno “umanamente comprensibile”.

Tuttavia, potremmo osservare – come spesso accade quando si parla di donne vittime di violenza domestica o di stupro – che quel marito che accettò di tornare dall’Ecuador per riunirsi alla moglie fedifraga, un po’ la delusione se l’è andata a cercare: non potrebbe essere stato il suo comportamento eccessivamente tollerante e disponibile a convincere la donna che le era concessa la libertà di continuare a tradirlo? In fondo, non è stato costretto a tornare, poteva benissimo decidere di non darle l’ennesima possibilità…

 

A proposito di dolo, grandi discussioni ha sollevato la più che mite pena (3 anni soltanto) inflitta lo scorso anno a Edith Scaravetti, che aveva ucciso il marito dopo 10 anni di violenze fisiche, psicologiche e sessuali.

Ad assolverla, in quel caso, contribuirono 5 donne.

Molti, nel commentare la vicenda, hanno messo in rapporto il caso Scaravetti agli 8 anni inflitti, sempre in Francia, a Bertrand Cantat, per il brutale omicidio di Marie Trintignant, massacrata di botte (la colpì più volte al viso e alla testa, diciannove pugni in totale, e poi non la soccorse, la lasciò agonizzare fino al giorno successivo: dall’autopsia risultò la frantumazione delle ossa del naso, un grande ematoma sull’occhio sinistro e sulle labbra, e diverse lesioni cerebrali), dei quali solo 4 il cantante ha trascorso in prigione.

Perché la uccise? Bertrand Cantat, intendo. Leggiamo in un articolo dell’epoca:

I due sono lì perché lei sta girando, con l’immancabile madre alla macchina da presa [le madri hanno sempre un ruolo nella sventura dei loro figli], un film sulla vita di Colette. Sabato sera, hanno festeggiato l’ultimo ciak, salgono in camera. Lei riceve un sms dall’ex marito, padre di due figli. Le annuncia che un loro progetto lavorativo sta andando bene. Termina con una frase affettuosa. Non solo molte relazioni, perfino qualche vita, sarebbe stata risparmiata senza l’invenzione degli sms (ma anche viceversa: il conto è probabilmente in pari). [Sembra quasi colpa dell’invenzione degli sms…] Qui accadono le prime due cose che i “fratelli dei Noir Desir” non si aspettano. La prima: Bertrand strappa dalle mani di Marie il telefono e legge il messaggio. La seconda: fa una scenata di gelosia. Bertrand è Robin Hood, il ribelle che sputa sui soldi e sul manifesto di Le Pen, come riconoscerlo in questa scena borghese e ridicola? Una domanda ingenua, come lo sono quelli che se la pongono. Certo, la scena è patetica. Ma ogni uomo, lontano dal palco, dalla cattedra, dalla rappresentazione di se stesso è, spesso, quasi sempre patetico. Il privato è la soglia della credibilità umana. Oltre, se non l’abisso, qualche pozzanghera. Nel privato, fieri anticapitalisti non parlano che di soldi e scrittori macisti si infilano i collant. Ridicolo, non stupefacente. Ed è, ancora, qualcosa che possiamo comprendere e compatire. Poi accade qualcosa d’altro. Bertrand chiede spiegazioni. Marie rifiuta o dice quel che le viene di dire. Non importa. Litigano, urlano. Va bene. E’ un diritto, per loro, un dovere. Hanno l’aria di due persone che debbono litigare con gli altri per non farlo con se stessi. Lei urla per fuggire dal proprio silenzio. Lui, sul palco, urla così tanto che ha dovuto, più volte, operarsi le corde vocali. Non hanno “l’arte del silenzio”. Sono inquieti, intelligenti. Insoddisfatti, va da sé. Niente li appagherà perché non sono abbastanza autodistruttivi, perché, a differenza di Kurt Cobain la sera in cui se ne andò a dormire con i suoi angeli, si stanno ancora divertendo. Ma Bertrand è geloso. Come può esserlo? La gelosia è quel concetto borghese e destrorso che tutte le generazioni dei suoi fratelli hanno coperto con la sovrastruttura dalle incerte fondamenta. Crolla, infatti. E Bertrand perde il controllo. Colpisce Marie. Attenzione: non una volta sola. Lo dice l’autopsia dei medici lituani: la colpisce più volte, ha il viso coperto di ecchimosi. Una volta è impeto, istinto, poco più di una parola, un vento che abbatte la sovrastruttura e lascia nuda l’anima. E’ una follia, una di quelle che, a essere uomini, capiamo. Più volte è un deliberato intento di violenza, una tempesta di cattivi sentimenti che smaschera Robin Hood e ci mostra un altro principe viziato. Non è “una follia” come Bertrand ora dice. E’ un crimine, che solo la legge penale degli uomini comprende e classifica.

Commentò la madre di Marie, al momento della scarcerazione del suo assassino:

Temo che la sua liberazione anticipata appaia come tristemente significativa per tutti quelli che lottano affinché le violenze fatte alle donne siano giustamente punite.

 

Per quanto concordi con la giudice Carpanini sul fatto che ci sono omicidi e omicidi e persino un (o una) killer può arrivare a farci pena, non concordo con lei sul fatto che l’aspetto più rilevante di una vicenda processuale sia che la sentenza si collochi “dentro i confini del diritto”.

Una sentenza può benissimo collocarsi all’interno dei confini del diritto, e comunque risultare a chi la legge mostruosamente ingiusta, soprattutto alla luce del contesto sociale in cui si colloca.

Penso ad esempio ad un’altra giudice donna (coadiuvata da una PM donna), protagonista in un caso di tentato omicidio con acido muriatico: più volte un marito aveva versato uno dei liquidi più corrosivi esistenti nelle bottigliette d’acqua destinate alla moglie, ma il caso venne archiviato.

L’uomo si giustificò così:

Volevo solo provocarle un malore, per convincerla a restare in casa. Lei, infatti, organizza spesso pellegrinaggi, ascolta Radio Maria per tutto il giorno, è molto attiva e c’è sempre gente in casa.

Questa è una pagina de I Quindici; l’edizione che ho in casa e che imparavo a memoria quando ero piccina, dalla quale è tratta l’immagine, è del 1977.

Questa filastrocca è  parte di quel contesto culturale in cui tutte queste sentenze si collocano, che siano emesse da uomini o da donne.

Un contesto in cui esiste una filastrocca che “rinserra” le mogli che “gironzolano” troppo, ma non esiste niente di simile per gli uomini che gironzolano.

Un contesto in cui si può pensare di giocare a stuprare le donne, solo le donne (penso al controverso videogioco “Rape Day” che ha scatenato indignate proteste), mentre nessuno si dà da fare per creare un gioco nel quale l’obiettivo sia umiliare, illudere o massacrare gli uomini e gli uomini soltanto.

E’ questo il contesto in cui i proclami di questi, ma soprattutto di queste giudici che si ammantano di neutralità rispetto al genere degli imputati (Come giudice ho sempre avuto un atteggiamento neutrale, non è che posso prendere le parti della ragazza, si difese la giudice Cavallo a proposito dell’episodio di Forum), risuonano false e odiose a chi ritiene che non prendere le parti delle donne sia umanamente incomprensibile, soprattutto se hai sperimentato sulla tua pelle che significa essere una donna in questo paese.

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Un rancoroso 8 marzo a tutte!

(screenshot di un commento che ho letto stamani sulla mia pagina facebook)

Stamattina, immagino, ci siamo tutte svegliate con in mente Alessandra Immacolata Musarra, uccisa a calci e pugni dal suo fidanzato Christian Ioppolo “per gelosia“; o forse abbiamo pensato a Fortuna Belisario, anche lei massacrata alla vigilia dell’8 marzo dal marito Vincenzo Lopresto con schiaffi, cazzotti e infine una stampella: “Lei aveva paura del marito, ma non ha mai fatto niente per salvarsi. Si vedeva che non la trattava bene, ma adesso è troppo tardi”, hanno commentato i vicini.

O forse ci siamo svegliate pensando ad Alessandro Sbrescia, Raffaele Borrelli e Antonio Cozzolino, i tre stupratori della Circumvesuviana, applauditi fuori dal commissariato.

Magari qualcuna ha pensato anche a Norina Matuozzo,  uccisa con 3 colpi di pistola dall’ex marito Salvatore Tamburrino, oppure alla donna col naso rotto dal marito che le gridava: “Dove sei stata? Perchè sei uscita? Con chi? Tu non puoi stare con nessuno anche se io ho un’altra donna”.

E poi probabilmente ha ricordato le attenuanti generiche concesse a Michele Castaldo, che hanno ridotto di quasi la metà (da 30 a 16 anni) la pena che gli era stata inflitta per aver strangolato Olga Matei mentre le sussurrava: “se non sarai mia non sarai di nessun altro”.

Sebbene la Corte abbia riconosciuto che la gelosia dell’uomo nei confronti di una donna (che conosceva da appena un mese e che probabilmente aveva intuito la pericolosità del soggetto, visto che voleva lasciarlo), integrasse l’aggravante per futili motivi (in quanto «espressione di un intento meramente punitivo nei confronti di una donna che si mostrava poco sensibile per le sue fragilità e che – con tale atteggiamento- gli lasciava immaginare di potersi stancare della relazione e di decidere di lasciarlo», leggiamo in un approfondimento sulla questione), tuttavia si è valutato che la  soverchiante tempesta emotiva e passionale, nel contesto di un vissuto fragile e debole, (una storia pesante, era debole in questo senso, era già stato in cura, soffriva di depressione, precisa il magistrato Orazio Pescatore) rientrasse a pieno titolo in quella definizione di quegli “stati emotivi e passionali” in grado di influire sulla misura della responsabilità penale, in un cortocircuito logico nel quale il medesimo sentimento può essere sia futile motivo che circostanza attenuante, quando abbiamo a che fare con donne poco sensibili.

Quindi, anche se non avete avuto la malaugurata idea di dare una sbirciata a facebook dopo il caffé, può darsi che vi siate svegliate come me un tantino incazzate.

Qualcuna, in preda ad una tempesta emotiva collocabile nel contesto di un vissuto di violenze subite da un datore di lavoro “spiritoso”, da un compagno vittima delle sue fragilità o da giovanotti in vena di “bambinate”, può addirittura aver deciso di fare qualcosa di veramente tremendo, come sussurrare qualcosa a proposito di “violenza maschile contro le donne” senza specificare che non sta parlando “di tutti gli uomini”, o addirittura di condividere sui social qualcosa di provocatorio e gratuitamente crudele:

Signore, non si fa.

La tempesta emotiva, proprio come il calcio o il bel canto, è cosa da maschi.

Come ci fa notare Giancarlo Cerrelli col suo illuminato intervento per la giornata internazionale della donna, non dovreste difendere l’autodeterminazione assoluta [della donna], senza limiti, sostenuta dal femminismo, alimentando così una guerra tra i sessi e suscitando un atteggiamento rancoroso e di lotta nei confronti dell’uomo, perché

Certo che leggere queste minchiate colossali corredate di mazzetto di mimosa e rimanere abbastanza calme da elaborare una risposta pacatamente argomentata non è facile, me ne rendo conto.

Ma dovete sempre tenere a mente che, come cercava di spiegarmi Alessandro, il passo fra il postare un articolo sulla “cultura dello stupro” e l’apertura di campi concentramento per penedotati il passo è breve.

Perciò provate con lo yoga, la meditazione o la tisana di melissa, e con tutta la fiducia nella buona fede del segretario della Lega – che dopotutto ci riconosce un ruolo centrale e naturale di punto di riferimento della famiglia, mica caramelle al limone!provate a recuperare le vostre abilità nella comunicazione non violenta per affrontare un costruttivo dibattito sulla questione.

Io per l’occasione ho recuperato una gif magica in grado di aiutare a respirare profondamente stimolando il sistema nervoso parasimpatico, allo scopo di ottenere una opportuna sensazione di calma e tranquillità.

Niente.

Non funziona.

E’ da stamattina che fisso poligoni.

Ogni volta che rileggo “Il femminicidio è una tendenza culturale che fa pensare che l’uomo è cattivo”, l’unico pensiero mite ed equilibrato che riesco ad elaborare è “fanculo la geometria piana“.

Alessandro, prendi il tuo commento e ficcatelo…

 

Sullo stesso argomento:

La rabbia

 

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Assenza per malattia

Per motivi di salute, blog e pagina sono temporaneamente sospesi.

Un abbraccio a tutti!

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L’ordine degli psicologi e gli studi scientifici

In questi giorni ha fatto notizia la posizione ufficiale del CNOP, (Consiglio Nazionale Ordine degli Psicologi) contro il disegno di legge 735 sull’affido condiviso.

Afferma il CNOP:

L’affido dei minori nei casi di separazione dei genitori, previsto nel Ddl Pillon, non ne tutela affatto la salute. Il documento del CNOP consegnato alla Commissione Giustizia del Senato rileva l’impossibilità della mediazione obbligatoria, la sovrapposizione della figura del coordinatore genitoriale con quella dello psicologo. E soprattutto evidenzia che non vi è alcuna differenziazione dei bisogni del minore in base all’età, non rispettandone affatto il regolare processo di sviluppo. La collocazione simmetrica ed alternata presso il domicilio del padre e quello della madre espone infatti il minore a continui ed illogici spostamenti che possono incidere negativamente anche sul regolare sviluppo cognitivo. Il presidente Giardina “mettiamo al centro i bisogni dei minori, i più fragili nei conflitti di coppia, e non quelli degli adulti “.

Il documento nella sua forma estesa è stato depositato in Senato.

Il CNOP si era espresso sulla “shared physical custody” anche nel 2011, con un documento a firma dell’allora Presidente Giuseppe Luigi Palma, che esprimeva tutt’altre convinzioni, esprimendosi a favore di “un riferimento abitativo a doppio domicilio (due case)” e ad una “frequentazione equilibrata” che permetta al minore di “ricevere cura e accudimento di entrambi [i genitori] nella quotidianità”. Affermava, quel documento, che

Nel bilancio complessivo della salute del figlio certamente è quindi meno per lui di sacrificio perdere un po’ di tempo a frequentare due case che non perdere la possibilità di avere un riferimento in entrambi i genitori.

La differenza con l’attuale posizione è lampante. Scrive invece l’attuale Presidente Fulvio Giardina:

Il luogo prevalente di vita del minore, soprattutto in età infantile, deve essere uno ed uno solo, unico e privilegiato. L’interferenza dell’ambiente sul regolare processo di sviluppo del minore è ampiamente dimostrata dalla letteratura scientifica, al punto da influenzarne la salute.

Se la bibliografia addotta a giustificazione della posizione del primo documento non è mai stata sottoposta al vaglio degli allora promotori della residenza alternata, la bibliografia segnalata dal Presidente Giardina ha profondamente indignato i sostenitori del ddl 735:

Alle rimostranze di Nielsen, il Senatore Pillon dedica un video su facebook, mentre qui è possibile leggere un comunicato dell’Associazione Figli per sempre.

Se il Senatore si riferisce a Nielsen come una “guru” della psicologia, possiamo leggere nel documento che ella è “leader mondiale nel campo dela ricerca empirica e meta analitica in tema di affidamento dei minori” e che il suo pensiero sarebbe “NOTO A TUTTI GLI STUDIOSI INTERNAZIONALI” (il maiuscolo e l’errore d’ortografia sono fedeli all’originale).

In realtà, l’ambito nel quale la Dottoressa Nielsen opera, sembra piuttosto essere il “rapporto padre-figlia“, un lavoro che l’ha portata ad ispirare nel 2016 lo spot di una celebre marca di shampo.

Afferma Nielsen in una intervista che, per migliorare il rapporto padre-figlia,  andrebbe insegnato alle figlie a “dare ai padri lo stesso tempo e le stesse possibilità che danno alle loro madri al fine di costruire una relazione stretta e significativa”.

Come possiamo leggere nella presentazione di questo suo manuale di auto aiuto, “il fardello della relazione padre-figlie” dovrebbe essere portato dalle figlie, che debbono imparare a smettere pensare che sia il genitore quello a dover fare il primo passo nella costruzione di un rapporto migliore e soprattutto smettere di considerare il padre soltanto come un portafoglio dal quale attingere denaro.

Secondo Nielsen, sono le madri che (inavvertitamente o intenzionalmente) limitano o addirittura minano la relazione delle loro figlie con i padri.

Leggiamo  in questo articolo:

Nielsen (…) è senza paura ferma nella sua convinzione che la maggior parte delle giovani donne siano state sottoposte ad un lavaggio del cervello da parte della cultura che le ha portate a credere che gli uomini siano inferiori alle donne e che tutto ciò che manca nella relazione padre-figlia è colpa di papà. Femminista dichiarata, Nielsen cerca di mostrare ai suoi studenti che a volte le ragazze e le donne non sono vittime, ma sono le artefici della loro infelicità e disgrazia.

Sebbene Nielsen affermi di non voler “demonizzare le madri”, comunque non ha nessuna remora nell’affermare che sono “spesso le madri, a volte ferite o amareggiate dal divorzio, che comunicano messaggi negativi [sui padri] alle loro figlie.”

Alla luce di questi contenuti, non è difficile comprendere come mai la Dottoressa Nielsen abbia assunto il ruolo di “guru” di un certo tipo di attivisti: quelli per i diritti degli uomini, convinti che il genere maschile sia nel mondo quello discriminato.

Soprattutto perché, più che una femminista, sembra una Richard Gardner in gonnella, solo più interessata ad instillare nelle giovani donne sensi di colpa nei confronti dei padri, piuttosto che a togliere di mezzo fisicamente le loro madri gettandole in gattabuia.

Una strategia di sicuro più intelligente e subdola di quella elaborata dal suo predecessore, bisogna concederglielo.

Del lavoro di Nielsen sull’opportunità della residenza alternata, avevamo già parlato qui, ben prima di scoprire della sua fama fra “gli studiosi internazionali”.

tuttavia giova ricordare che fra le conclusioni espresse da Nielsen, ce ne è una che ha attirato la mia attenzione.

it is a mistake to assume that JPC [join physical custody] will be more harmful than SPC [sole physical custody] for children whose parents were physically abusive toward one another when they lived together (pag. 7).

E’ un errore ritenere che l’affido condiviso sarebbe più dannoso dell’affido esclusivo per i bambini i cui genitori siano stati “fisicamente abusanti” uno verso l’altro.

Questo lo afferma con sicumera, a dispetto del fatto che il suo lavoro non tiene minimamente conto di quel “10% -12% di genitori  con una storia di violenza sessuale e gravi abusi fisici ed emotivi che vengono tradizionalmente indicati come violenza domestica o violenza”.

Sul fatto che un bambino possa tranquillamente essere affidato ad un genitore che ha una storia di maltrattamenti nei confronti del partner – anche se sarebbe più opportuno specificare dellA parnter – vi rimando a quanto scrive in proposito Lundy Bancroft.

Ma torniamo all’argomento principale: il documento a firma del Presidente Giardina.

Se può suonare preoccupante che il documento riporti nella bibliografia un testo che poco ha a che fare con il contenuto del documento (giova sottolineare che in realtà nessuno dei testi citati ha attinenza con quanto affermato), questa è tutt’altro che una novità, perché anche il precedente documento, quello del 2011, presentava il medesimo problema.

Il documento, infatti, citava l’articolo di Anna Sarkadi, Robert Kristiansson, Frank Oberklaid e Sven Bremberg “Fathers’involment and children’s developmental outcomes: a systematic review of longitudinal studies”, che analizza sì gli effetti sulla prole del coinvolgimento paterno, ma solo ed esclusivamente per ciò che riguarda “famiglie intatte”, le famiglie integre, non separate.

Ma soprattutto, l’articolo parla di coinvolgimento nell’educazione dei figli della figura maschile che abita con la madre, non del padre, suggerendo che “il legame biologico non è necessario per produrre effetti positivi” sui bambini.

Nulla che possa dirci qualcosa sulla sostenuta opportunità del doppio domicilio per i bambini di genitori separati, insomma.

A quanto pare non leggere i testi che si mettono i bibliografia è una consuetudine quando si tratta di questo tema, piuttosto che uno scandalo.

Potremmo citare il caso del callicebo, una simpatica scimmietta citata erroneamente come virtuoso esempio di cogenitorialità, oppure il vecchio caso dello studio Battaglia M., Pesenti Gritti P., Medland S: et al., (“A genetically informed study on the association between childhood separation anxiety, sensitivity to CO2, panic disorder and the effect of childhood parental loss” Archives of general psychiatry, 06-01-2009), uno studio sul disturbo da ansia da separazione spacciato per evidenza scientifica dei “danni da alienazione genitoriale”.

In un momento come questo, nel quale la sfiducia della gente nei confronti della scienza ha raggiunto vette che sembravano impensabili fino a qualche tempo fa, il panorama offerto da questo dibattito non può che contribuire a peggiorare le cose.

Ed è un vero peccato: perché di rigore scientifico abbiamo oggi più bisogno che mai.

Perdonatemi se concludo con uno stratagemma volto a scoraggiare il trolling che normalmente ammorba le discussioni sotto i miei articoli:

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Un milligrammo di differenza

Da anni seguo il blog Lunanuvola e ne condivido i contenuti.
Ora, se ci provo, un messaggio mi avvisa che non è più possibile “per la presenza di contenuti segnalati come offensivi da altri utenti di Facebook.”
Invito tutti i miei lettori a sincerarsi che di offensivo, nel blog, non c’è proprio niente, e ad inviare una segnalazione al centro assistenza del social network al fine di sbloccare questa incresciosa situazione.
Tutta la mia stima a Maria G. Di Rienzo, che è sempre stata e rimane una grande fonte di ispirazione, per me.

Lunanuvola's Blog

Mie care e miei cari, oggi ho scoperto – grazie all’uomo di casa – che siete state/i tutti “puniti” da Facebook per aver condiviso tramite le vostre pagine articoli di questo blog. Non potete più farlo, infatti: se ci provate vi sarà detto che il mio spazio qui non risponde agli standard di FB.

Ho dato un’occhiata agli “standard” per precauzione (io non ho un account e non lo avrò mai), ma sapevo già che non avrei trovato NIENTE nei miei scritti o nelle mie traduzioni che potesse contravvenirli e infatti NIENTE c’è.

So anche, dalle esperienze altrui, che basta avere un amico fra i “controllori” di un social media o organizzare un po’ di segnalazioni farlocche per ottenere il bando: Facebook, sebbene abbia detto in passato che l’andazzo sarebbe cambiato, non verifica se le segnalazioni abbiano fondamento o no.

La cosa è vieppiù ridicola se si considerano il volume…

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La giudice Melita Cavallo risponde alle accuse del web

In una intervista telefonica la giudice Melita Cavallo difende il suo operato nel corso della puntata di Forum del 23 gennaio, contro la quale si sono espresse D.i.Re Donne in Rete contro la violenza, Associazione nazionale dei Centri antiviolenza, Telefono Rosa, UDI Unione Donne d’Italia e parecchi blog e testate: Luisa Betti, Nadia Somma, Vice, Anarkikka.

Molte donne hanno scritto alla redazione di Forum, e molte continuano a scrivere sulla pagina facebook del programma:

Ma Melita Cavallo ritiene di non avere nulla di cui scusarsi.

Come giudice – afferma  – ho sempre avuto un atteggiamento neutrale, non è che posso prendere le parti della ragazza, perché lei ha ripercorso la sofferenza di quella situazione, è chiaro che il ricordo è un ricordo terribile, ma se non arriviamo alla dichiarazione di decadenza, che la ragazza non ha chiesto [anche in questo caso, quindi, la responsabilità sarebbe della ragazza], questo padre ha il diritto di esercitare la sua responsabilità, questo è il concetto giuridico.

Aggiunge: Il fatto che io non abbi avuto parole di conforto e di accoglienza…

Nessuno ha contestato alla giudice di non essere stata sufficientemente “accogliente”, ma di aver insinuato che la ragazza è in qualche modo corresponsabile della violenza subita.

Risulta dal processo che avevate bevuto, e quindi già… – ha detto nel corso della trasmissione – Anche lei aveva partecipato al bere eccessivo e si era recata in quel posto.

Ci dice la giudice che la ragazza avrebbe espresso “il suo odio, il suo rancore, il suo disprezzo”.

Quello che la giudice ha colto, è solo una sfumatura della testimonianza; quello che non ha colto è la narrazione della sofferenza e delle drammatiche conseguenze fisiche e psicologiche del trauma sulla quali più volte la giovane è tornata, per spiegare le motivazioni alla base della sua riluttanza ad accogliere le richieste del suo stupratore.

Incalzata dalle domande dell’intervistatrice (lei ha detto alla ragazza che aveva bevuto, questa è una storia di stupro), Cavallo risponde

è una storia di stupro, ma si inquadra nel rapporto di due giovani che è andato male

in quel momento la ragazza ci ha parlato anche del fatto che andavano a scuola insieme, la situazione non cambia sotto il profilo della sofferenza, però sotto il profilo giuridico cambia.

Sappiamo tutte che quando a perpetrare una violenza sessuale non è lo sconosciuto che ti coglie di sopresa in un vicolo oscuro, è molto difficile non incappare nei classici miti sullo stupro: se ad aggredirti è un parente, il partner/ex partner, un amico, un collega, un conoscente, un compagno di scuola, non è proprio uno stupro, è un rapporto andato male.

E si sa, se i rapporti vanno a finire male, la colpa è un po’ di tutti e due.

Come si dice in questi casi: peggio la pezza del buco.

A questo punto punto Cavallo sostiene di non essere entrata nel merito del reato.

Non mi pare, c’è entrata eccome.

E lo aveva fatto anche nel corso della trasmissione, sbilanciandosi sostenendo che con un migliore difensore, alla luce degli atti (e probabilmente del fatto che vittima e carnefice erano compagni di scuola), lo stupratore sarebbe già in libertà.

Cosa che in effetti accade piuttosto di sovente nel nostro paese.

Continua, Cavallo:

io credo nel cambiamento. Penso che sia questo quello che possa fare la differenza. Io credo che una persona possa cambiare. Quindi vedere quella ragazza così decisamente contraria a pensare minimamente che quel ragazzo potesse cambiare, penso che mi possa aver portato a questo. Non puoi pretendere, essere sicura che non ci sarà un cambiamento. Perché un bambino ha diritto al padre.

Insomma, alla luce del diritto inalienabile del bambino ad avere contatti con il padre biologico (non un padre qualsiasi, non un uomo che si prenda cura di lui, ma proprio il padre che ha avuto un ruolo – per quanto brutale e illegittimo – nel suo concepimento), la ragazza doveva mostrarsi disponibile ad accogliere il possibile cambiamento dell’uomo che l’ha messa incinta per mezzo di uno stupro.

Questa rudezza che è stata vista nel mio ascolto della ragazza [è stata vista, ma non è detto che ci fosse, precisa Cavallo] dipende essenzialemente da questo: io credo, ho sempre creduto, e tutte le storie che ho visto come giudice me lo hanno fatto credere, che è possibile il cambiamento.

Siamo liete di sentire che l’attività di magistrato abbia reso Cavallo così ottimista nei confronti della natura umana e nel potere riabilitativo della pena detentiva, tuttavia non posso che sentirmi fortemente scettica nei confronti delle capacità rieducative di un sistema i cui membri più illustri – quale Cavallo indubbiamente è – difendono pubblicamente e a spada tratta stereotipi e pregiudizi sulle vittime e i perpetratori di uno stupro, nella totale inconsapevolezza del calvario che una sopravvissuta allo stupro deve affrontare per tornare alla vita.

Mi riservo anche di aggiungere che, a mio avviso, i bambini non hanno “diritto ad un padre”: i bambini hanno un padre, perché non ci sono altri modi di venire al mondo.

Ciò di cui i bambini hanno diritto è di vivere in un ambiente che permetta loro di “crescere in modo sano e normale sul piano fisico intellettuale morale spirituale e sociale in condizioni di libertà e di dignità” (principio secondo della Dichiarazione Universale dei Diritti del Fanciullo). Se è vero che il principio sesto afferma che i bambini devono “per quanto è possibile, crescere sotto le cure e la responsabilità dei genitori e, in ogni caso, in atmosfera d’affetto e di sicurezza materiale e morale”, le precisazioni che accompagnano l’enunciazione di questo diritto ci fanno comprendere che esso non è il fine ultimo cui tendere; le competenze genitoriali necessarie a garantire quell’atmosfera d’affetto e sicurezza di cui il bambino innanzi tutto necessita non sono per nulla insite in tutti i genitori, ma debbono essere serio oggetto di indagine, non essendo certo sufficienti, in un caso come quello discusso – nel quale il bambino è anch’egli vittima insieme a sua madre dello stupro dal quale è nato – una mera dichiarazione d’intenti e una sostanziosa dose di ottimismo.

A proposito delle conseguenze dello stupro, vorrei citare in conclusione le parole che una sopravvissuta ha dedicato al suo aguzzino:

Il danno a te è concreto, ti senti spogliato dei tuoi titoli, del tuo rango, del tuo percorso universitario. Il danno a me è interno, invisibile, lo porto con me. Ti sei portato via l’idea che io avessi un valore, la mia privacy, la mia energia, il mio tempo, la mia sicurezza, la mia intimità, la mia fiducia, la mia voce, fino ad oggi.

Non resta che chiederci come possa una donna che vive suo malgrado tutto questo riuscire a costruire intorno a sé un’atmosfera di sicurezza, nel momento in cui è costretta contro la sua volontà a riaccogliere nella sua vita l’uomo che le ha portato via tanto.

Il nostro sistema giudiziario deve sì, indubbiamente, preoccuparsi del recupero dei criminali, ma nel farlo non deve dimenticarsi delle vittime e del suo dovere di continuare a tutelarne la vita, la salute e il benessere, un dovere che non può esaurirsi con la mera erogazione di una condanna.

 

 

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Il pubblico si ribella a Forum, e fa benissimo

“Ci sono un’infinità di padri – esordisce Palombelli – ci sono anche padri che nessuno vuole, padri che si impongono per forza.”

Inizia così la puntata di Forum (visibile qui) che ha scatenato in rete una shitstorm di commenti furiosi e indignati:

La causa in discussione è intentata dalla madre di uno stupratore, che sta scontando in carcere la pena erogatagli per violenza sessuale; ciò che questa donna chiede alla vittima, che è rimasta incinta a seguito dello stupro e ha deciso di tenere il bambino, è che rispetti il desiderio del figlio di fare da padre alla creatura.

I primi 10 minuti sono terrificanti, a dispetto della consapevolezza che quelli che stiamo guardando sono soltanto degli attori che interpretano una parte.

Il comportamento della giudice Melita Cavallo (che non è un’attrice, ma ahimé una vera giudice oggi in pensione) chiarisce sin dalle prime battute che il verdetto è stato già scritto: prima ancora che le venga esposto il caso, redarguisce la giovane madre ricordandole che il tribunale ha concesso al padre biologico di riconoscere il bambino nel rispetto del diritto al bambino alla sua identità, afferma che “ogni bambino ha desiderio di suo padre”, e accenna anche al fatto che questo padre sia ancora in prigione soltanto perché non si è potuto avvalere di una buona difesa.

In soli 10 minuti di programma vengono dette cose allucinanti: la giudice aggredisce la vittima di stupro accennando che fosse ubriaca al momento della violenza, la accusa di non essersi fatta aiutare a superare adeguatamente il trauma e per questo di non essere in grado di comportarsi in modo adeguato nei suoi confronti e nei confronti della ricorrente, e quando lascia la parola alla madre dello stupratore dobbiamo ascoltarla mentre ci informa che il bambino sarebbe nato “da un atto d’amore”.

Lo stupro: un atto d’amore.

L’orrore prosegue: la giudice insiste nel minimizzare le conseguenze che la giovane lamenta di patire a seguito della violenza inflittale, mentre lascia tutto lo spazio ai tentativi della madre dello stupratore di convincerci di quanto anche lui stia soffrendo.

Se la sofferenza di una vittima di stupro è imputabile alla sua incapacità di elaborare il trauma ed è per questo brutalmente stigmatizzata, il dolore del povero stupratore, che tanto sta facendo in prigione per dimostrare di non essere un mostro, è invece accolto senza alcun tipo di commenti negativi dalla giudice.

Tutto il disprezzo è per la giovane madre, che dovrebbe smettere di “sentirsi vittima”, perché il passato è passato. Che si curi, diamine!

Nessuno interviene ad interrompere questo indecoroso spettacolo.

Non la conduttrice, non l’avvocatuccio seduto sulla piccola scrivania collocata sotto lo scranno della giudice, nessuno dal pubblico che si alzi per interrompere una scena che non doveva andare in onda, perché è davvero troppo, troppo offensiva.

A questo punto io non ho retto, ho dovuto interrompere la visione.

Ad essere sconvolti siamo in tanti, uomini e donne.

Allora scriviamo: l’indirizzo è forum@mediaset.it

Inondiamoli di email, affinché sia chiaro che la crudeltà nei confronti delle vittime di violenza sessuale non è una forma di intrattenimento.

 

Per approfondire:

Rapist fathers should not have rights over their victims’ children

MPs call for change of law on rapist fathers after Rotherham case

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