Notizie che non vedremo mai (più) in prima serata

4 giugno, da l’Unione Sarda:

Due bambini, uno di 5 e uno di 11 anni, vengono prelevati a scuola dalla Polizia all’insaputa della madre, con la quale risiedevano in un paese in provincia di Oristano.

Il Tribunale dei minori di Cagliari ha disposto il rimpatrio in Francia dei due fratelli, affinché stiano con il padre, dal quale la donna era fuggita dopo aver prentato “più denunce per maltrattamenti e abusi sessuali.

Dell’esito di queste denunce non sappiamo nulla, anche perché la notizia non è riportata da nessun altro giornale, a parte The Social Post, che fa riferimento sempre alle scarne informazioni fornite dall’Unione Sarda.

Sulla mai pagina facebook, qualcuno fa notare come questa tempestiva decisione del Tribunale cozzi con il quadro della situazione fornito da chi pretende nuove leggi a garanzia dei diritti dei poveri padri, bistrattati da una giustizia viziata dalla cieca adesione all’obsoleto principio della maternal preference.

6 giugno, il Tacco d’Italia:

Come suggerisce il nome del portale, stavolta siamo in Puglia, dove a seguito di una decisione del Tribunale di Lecce un altro bambino di 7 anni viene prelevato forzosamente dalle forze dell’ordine.

Anche in questo caso, si parla di una donna vittima di violenza domestica, una violenza che, ci dice l’autrice del pezzo Marilù Mastrogiovanni, è la ragione della sua andatura claudicante: il povero padre alienato per il quale le istituzioni con tanta solerzia si mobilitano, le avrebbe causato danni permanenti al ginocchio nel corso di una aggressione.

Sul padre, ci dicono, pende infatti un processo penale per violenza e percosse nei confronti della mamma e del bimbo, ma non si è arrivati ancora al primo grado.

L’articolo è corredato da un video, nel quale possiamo ascoltare le urla strazianti della donna che insegue il figlio, allontanato a sua insaputa per essere trasferito in una struttura.

“Non denunciate” grida questa madre “perché vi portano via il figlio!”

Sulla mia pagina facebook, i commenti sono sempre più sarcastici:

e una donna si fa avanti per condividere la sua personale esperienza:

Nessun’altra testata riporta la notizia della sottrazione di questo bambino di 7 anni.

Questo silenzio stampa non solo contrasta con la risonanza che ebbe, 7 anni fa, il prelevamento forzato del bimbo di Cittadella, ma non può non farmi venire in mente la grande risonanza mediatica che invece ebbe, qualche anno fa, la notizia della condanna inflitta ad una donna, costretta a pagare 30.000 euro di multa per aver “alienato” il figlio, allontanandolo emotivamente dal padre. Se ne parlò addirittura nel telegiornale della sera, si Rai 2, e tutti i principali quotidiani riportarono la notizia: una “pronuncia storica” secondo Repubblica, una sanzione adeguata alla gravità dei fatti, secondo la Stampa, un importante spunto di riflessione persino per Michela Marzano, che ammoniva il suo pubblico: “Mai parlar male dell’ex con i figli“.

Nessuno dei commenti alla condanna riportò quel passo della sentenza che spiegava: “l’anomalia comportamentale [il rifiuto del figlio nei confronti del padre] investe direttamente il rapporto padre-figlio, senza che su ciò possa aver avuto incidenza determinante la condotta materna“.

Alla luce dei fatti riportati dall’Unione Sarda e il Tacco d’Italia, come era stato predetto quella sentenza ha fatto scuola: a prescindere dalle buone ragioni che si possono addurre per aver “parlato male” del padre dei propri figli, la sentenza per le donne è sempre di condanna, e la pena la debbono scontare i loro figli.

Anche se non è opportuno che si sappia troppo in giro…

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Un’iniezione di ottimismo

E’ successo a Bolzano, al Liceo Carrducci. Riporto la notizia così come la racconta il Fatto Quotidiano:

Tutte le indagini sull’argomento ci forniscono un quadro desolante sulla questione: le ragazze percepiscono di essere apprezzate più per il loro aspetto fisico che per qualsiasi altra qualità, e secondo alcuni questo dato andrebbe incrociato con quello che descrive un quarto delle quattordicenni come vittime dei sintomi della depressione.

Essere un’adolescente maschio ed essere un’adolescente femmina non è esattamente la stessa cosa: se – ci racconta ad esempio il New York Times – quando si parla di sogni e ambizioni, ragazzi e ragazze non mostrano differenze significative, quando l’argomento è il corpo le cose cambiano radicalmente e circa i tre quarti delle giovani intervistate fra i 14 e i 19 anni racconta di sentirsi costantemente giudicata in quanto oggetto sessuale. Le ragazze si dimostrano consapevoli del fatto che la società, a dispetto della loro intelligenza e altre indubbie qualità, continua ad attribuire loro un qualche valore principalmente sulla base della loro capacità di apparire attraenti.

E gli studi in merito, quando vanno alla ricerca di riscontri più “oggettivi”, confermano appieno questa loro sensazione: se si tratta di assumere una donna, la prima cosa che un selezionatore va a guardare è il suo aspetto – ci dice un esperimento condotto dall’University of the West of Scotland – mentre questo non avviene quando il candidato è maschio; quando l’oggetto della ricerca è il peso, scopriamo che a parità di competenze le persone grasse sono discriminate nel mondo del lavoro e che ad essere maggiormente penalizzate dall’indossare taglie forti sono sempre le donne; ma soprattutto, alle donne che lavorano è richiesto espressamente di truccarsi, perché a quanto pare l’assenza di make up comporta la disapprovazione di quasi il 70% dei datori di lavoro intervistati a riguardo (se sei maschio e ti trucchi, rischi di essere rinchiuso, non dimentichiamocelo).

I dati sullo stato d’animo delle ragazze ci parlano di un malessere più che diffuso, causato dalle quotidiane esperienze di molestie e abusi subiti a scuola, per strada e online (secondo un sondaggio condotto recentemente in Gran Bretagna 6 ragazze su 10 tra gli 11 e i 21 anni dichiarano di subire commenti sgraditi sul loro aspetto a scuola e per la strada, 7 su 10 fra i 13 e i 21 anni dichiarano di essere state sessualmente molestate, più della metà dichiara spiacevoli esperienze online, che vanno dai commenti sessisti alle minacce), ma non solo: l’80% delle donne fra gli 11 e i 21 anni pensa che si discuta troppo del peso delle donne nei media e il 71% dice che vorrebbe dimagrire; una bambina su cinque in età di scuola primaria (tra i 7 e gli 11 anni) afferma di aver seguito una dieta; le ragazze sentono anche che il loro comportamento è giudicato in base a criteri diversi di quelli usati per i ragazzi –  ad esempio il 76% afferma che le ragazze vengono giudicate duramente per un comportamento sessuale che è considerato accettabile nei ragazzi.

Insomma, le giovani donne in giro per il mondo sembrano piuttosto consapevoli di essere costrette a crescere in una società che in tutti i modi si sforza di ridurle a graziosi strumenti del sollazzo altrui e sembrano decise a volerla cambiare: sono stufe e chiedono a gran voce che si prenda in considerazione il loro scontento.

Per ciò che riguarda gli autori della “goliardata”, il loro comportamento sessista e offensivo rispecchia quanto possiamo leggere sulle giovani generazioni di maschi: qualche anno fa il Telegraph ci raccontava che i cosiddetti “millennials” si dimostrano più ancorati ai vecchi stereotipi di genere degli uomini più anziani – e questo a dispetto della loro personale convinzione di essere sostenitori dei diritti delle donne – mentre Repubblica l’anno scorso titolava: “Giovani e sessisti. Tra gli under 26 ancora troppi luoghi comuni negativi sulle donne“; inoltre, un paio d’anni fa esplodeva lo scandalo delle chat maschili dedicate al vilipendio di giovani donne caratterizzate da una smaccata violenza verbale a sfondo sessuale; allora colsi l’occasione per commentare un articolo che minimizzava e si impegnava a smorzare l’indignazione collettiva con tanto di parere illustre, sollevando le medesime obiezioni che si sono sollevate sulla mia pagina facebook a proposito del caso del Liceo Carducci di Bolzano:

Suvvia, che discriminazione e discriminazione! Sono le stesse ragazzate che affrontiamo da sempre, antiche quanto il genere umano; l’importante è non starci a rimuginare troppo e trovare la serenità per accettare quello che non può essere cambiato.

Poco tempo fa la piattaforma Netflix proponeva al pubblico “young adult” (e femminile) il medesimo consolatorio messaggio con il film Dumplin’, tradotto in italiano “Voglio una vita a forma di me”, che affronta il tema dei rigidi canoni estetici imposti alle donne trasformando la vecchia battaglia femminista contro i concorsi di bellezza in uno psicodramma familiare in cui – come sovente accade – alla radice della sofferenza della ragazza sovrappeso non c’è il bullismo o la stigmatizzazione che colpisce chiunque non sfoggi un adeguato thig gap (mentre come ogni anno la stampa ci informa che vanno forte come non mai gli uomini con la pancetta),

ma c’è il suo rapporto con la madre. Una madre single e lavoratrice, per giunta, ovvero l’essere umano più simile al maligno che questo “nuovo” millennio possa offrire, visto che la ritroviamo più o meno satanica in tutti i filmetti a tema analogo (ad esempio “Non è romantico?”, dove compare nell’incipit a minare irrimediabilmente l’autostima della paffuta bambina che diventerà poi la protagonista interpretata da Rebel Wilson, o nel dorama “Switched”, nel quale la madre dell’infelice Zenko gareggia in crudeltà col patrigno di David Copperfield).

Il messaggio (falso come una moneta da tre euro) veicolato da questi film è semplice: non sei discriminata per il tuo peso, tesoro, è solo che proietti al di fuori i problemi che hai con te stessa (e con tua madre, probabilmente).

La gente non ti odia perché sei brutta, ma ti evita perché è dentro che hai qualcosa che non va; se tu ti amassi e ti curassi un pochino potresti persino arrivare seconda al concorso di miss vattelappesca (arrivare prima, beh, c’è un limite anche alla sospensione dell’incredulità, non esageriamo, come miss ci mettiamo barbie majorette e alla cicciona un mazzo di fiori e tante lacrime di commozione). Dietro l’angolo, mia cara diversamente-magra, c’è un principe azzurro già innamorato di te e se non lo vedi è solo perché sei accecata da una propaganda squallida e demodé che ti ha convinta di vivere in un mondo in cui si viene giudicati in base all’aspetto fisico, soprattutto se hai la sventura di nascere femmina. Sono menzogne, probabilmente inventate da donne sole, infelici e decise a far fallire quell’industria del trucco e parrucco che dà lavoro a tante persone perbene, e portate avanti senza troppa convinzione e nessun argomento da ragazzotte troppo mascoline per indossare con disinvoltura una gonna a palloncino.

Quindi, cara la mia ragazza, metti da parte tutta la tua acredine nei confronti di chi si dedica ad esaltare la grazia e la bellezza femminili (che sono concetti del tutto innocui, funzionali solo a far divertire le ragazze con simpatici balletti e riunioni fra amiche), infila un abito di paillettes e scopri la “vera” te stessa, una vera te stessa con una messa in piega decente e possibilmente i tacchi alti: la vita ti sorriderà.

Temo che ci siano cattive notizie all’orizzonte per i creativi di Netflix e per i sostenitori della serenità necessaria ad accettare passivamente le classifiche di figaggine: sempre più giovani donne in giro sanno che mentite.

Loro sanno quanto questa roba può fare male.

Forse si ricordano del suicidio di Beatrice Inguì, perseguitata per il suo peso anche da morta, o forse basta loro sfogliare qualche profilo instagram, attraversare il corridoio della scuola, o soffermarsi un momentino sull’ultima pubblicità della Kia.

Sono ragazze intelligenti, consapevoli e battagliere, che covano ben altri sogni che sfilare in abito da sera, e non è facile gabbarle.

Vi confesso che sono terribilmente invidiosa. Non so cosa darei per poter vantare un’adolescenza così.

Quindi grazie, ragazze del Liceo Carducci di Bolzano: leggere di voi mi ha fatto sentire bene come non mi sentivo da settimane.

Grazie a voi sento di poter riacquistare la fiducia in un futuro migliore.

 

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L’anticamera della violenza

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Non importa se i tuoi figli ti amano o no, non è loro compito amare te

“Non importa se i tuoi figli ti amano o no, non è loro compito amare te, è compito tuo amare loro… è questa la tua missione!”

dal film Dove eravamo rimasti”, scritto da Diablo Cody

 

Discutevamo, più o meno un paio di settimane fa, dell’intensa opera di convincimento che il PASG (Parental Alienation Study Group) sta mettendo in atto oramai da tempo per indurre l’Organizzazione Mondiale della Sanità a citare – seppure non fra le malattie – l’espressione alienazione genitoriale, allo scopo di evitare che in futuro qualcuno possa contestare (come ancora, a volte, accade) che la PAS, a oggi, non ha un fondamento riconosciuto a livello scientifico.

Ciò di cui non abbiamo parlato, tuttavia, è il fatto che tale opera di convincimento non coinvolge soltanto le persone titolari di un bagaglio di competenze tale da rendere la loro opinione rilevante per l’OMS, ma – come era accaduto per l’assalto al DSM – assolda anche la soldataglia.

Come si può leggere dal profilo (pubblico) del Dottor Vittorio Vezzetti (se non sapete chi è, potete trovarlo fra gli intervistati della puntata “Dio patria famiglia” di Presa Diretta), “oltreoceano” chiedono all’Italia che più gente possibile si registri al sito dell’ICD per esprimersi a favore delle prese di posizione favorevoli ed esprimere disappunto nei confronti delle prese di posizione contrarie sul sito dell’ICD.

L’associazione Figli per sempre (fondata da Vezzetti) ha anche caricato in rete un manuale d’istruzioni a disposizione di chiunque voglia fare pressione affinché … beh, la ragione non è chiara, visto che, a quanto leggiamo, ogni decisione sarebbe già stata presa da chi di dovere.

Se assumiamo come vera l’affermazione del Vezzetti, ovvero che quando si tratta di pubblicare la classificazione ICD (International Classification of Diseases, ovvero la classificazione internazionale delle malattie e dei problemi correlati) è importante per l’OMS capire anche cosa ne pensa la “società fatta di non tecnici”, ci tengo ad esprimere qui la mia “non tecnica” idea sulla questione.

In primis, ci tengo che sappiate che mi terrorizza l’idea che chiunque possa esprimersi in un portale del genere e su un tema del genere con queste modalità.

E questo non perché io ritenga che un titolo di studio – o la mancanza di esso – oppure un’onorata carriera – o la sua assenza – siano di per sé effettiva e sufficiente garanzia di competenza e onestà intellettuale in questo come in altri casi, ma perché qui stiamo parlando di dettagliate istruzioni tecniche (ne traduco degli stralci: vai sul sito ICD-11 e registrati, cosa facile da fare. Chiunque può registrarsi e commentare; non è necessario essere un medico o un professionista della salute mentale… Sotto il titolo di “Index Terms”, si legge “Parental Alienation” con una piccola freccia che va a destra. Colpisci la freccia, che ti porta alla pagina Parental Alienation. Quindi, premi il pulsante in alto che dice Contributions e poi clicca su Proposals… dovresti vedere un lungo elenco di voci chiamate “Delete Entry Proposal” e “Add New Entry Proposal”. In fondo alla lista c’è il più importante “Content Enhancement Proposal”, con il nome di William Bernet e la data, 17 settembre 2017. Vai a quella pagina. Questo dovrebbe portarti alla pagina di Caregiver-Child Relationship Problem e Parental Alienation. Nella parte superiore di questa pagina c’è una descrizione di Parental Alienation. Per favore dì che ACCETTI con quella definizione. Puoi anche dire che ACCETTI i vari sinonimi in fondo alla pagina…) diffuse online che possono essere eseguite meccanicamente da persone qualsiasi, senza che vi sia modo di verificare che queste persone abbiano avuto il tempo o il modo di approfondire adeguatamente l’argomento.

In altri termini: ciò che io vedo, qui, è la possibilità di raggranellare una considerevole quantità galoppini, disposti a registrarsi e cliccare quello che gli viene chiesto di cliccare, e nessuno saprebbe mai se essi hanno davvero contezza di ciò con cui affermano di concordare o essere in disaccordo.

Leggete le istruzioni e ditemi se anche voi non provate la medesima sgradevole sensazione.

Nel frattempo, i contenuti a firma dei supporter dell’inclusione dell’alienazione genitoriale nell’ICD si fanno sempre più confuse.

Nel commentare una recente sentenza della Cassazione che ha annullato la decisione della Corte d’appello di Venezia di affidare in via esclusiva un tredicenne al padre, previo collocamento in una comunità o casa-famiglia, a seguito di una “diagnosi di sussistenza della PAS“, lo psicologo e psicoterapeuta Marco Pingitore afferma:

Il ragionamento della Corte è pianamente condivisibile.
E’ fondamentalmente errato parlare ancora di diagnosi di PAS e basare su questo concetto gardneriano le valutazioni peritali.
Non è possibile diagnosticare una sindrome di alienazione parentale…

Ancora molti CTU si esprimono in termini di diagnosi di PAS utilizzando i criteri di Gardner.
Niente di più fuorviante, così come la Cassazione giustamente afferma.

Peccato che nel 2015, lo stesso Marco Pingitore scriveva sulla rivista “Psicologia contemporanea”:

Il termine alienazione parentale praticamente descrive gli 8 criteri di Gardner definendoli come disturbo relazionale.

Le cose da allora evidentemente sono cambiate.

Accantonati quegli 8 criteri, su cosa si baserà chi è chiamato a decidere per parlare di alienazione genitoriale?

Nel caso volessimo scoprirlo dovremmo acquistare il recente e rivoluzionario volume che Pingitore pubblicizza.

Io non l’ho acquistato, ma ho scaricato le venti pagine gratuite che l’editore mette a disposizione dei curiosi (Pingitore non me ne voglia).

Di queste pagine, un paragrafo ha attirato la mia attenzione, quello che riguarda il rifiuto categorico da parte del figlio di uno dei due genitori. Secondo gli autori (Marco Pingitore e Alessia Mirabelli, pag.15)

Anche di fronte a comportamenti maltrattanti da parte dei genitori, sia in famiglie unite, sia in famiglie separate, non si rileva necessariamente il rifiuto netto del figlio nei loro confronti, semmai possono essere riscontrati sentimenti di sfiducia, di stigmatizzazione, d’impotenza, di vergogna e di colpa (Finkelhor e Browne, 1985). Nei bambini vittime di abusi sessuali, ad esempio, “appare anche ridotta la socialità con tendenza all’isolamento e scarse relazioni tra pari e sono consistenti i comportamenti instabili, i tentativi di fuga, la mancanza di fiducia negli adulti e una percezione di sé come diversi” (Malacrea, 1998). L’esperienza clinica insegna che i figli, anche innanzi a comportamenti maltrattanti e/o abusanti di uno o di entrambi i genitori, sono combattuti da sentimenti di ambivalenza. In alcuni casi, il bambino tende addirittura a proteggere l’aggressore, addossandosi la responsabilità di quanto avvenuto, mentre in altri può provare una forte rabbia rispetto alla situazione venutasi a creare. Il rifiuto categorico di avere qualsiasi contatto con uno dei due genitori sembra, invece, un fenomeno psicologico che si presenta solo all’interno di alcuni procedimenti di separazione e divorzio.

[N.B. la “mancanza di ambivalenza” era uno dei criteri elencati da Richard Alan Gardner, gli stessi criteri che l’autore di questo paragrafo ci esorta a non tenere in considerazione.]

Non si rileva necessariamente, sembra… espressioni che suggeriscono, senza offrirci esplicitamente alcun criterio di valutazione.

A quali conclusioni dovremmo giungere?

Il bambino maltrattato e/o sessualmente abusato può reagire col netto rifiuto della figura maltrattante, senza che si debba per forza di cose attribuire al genitore protettivo un ruolo attivo e determinante nell’ostacolare il rapporto fra i due?

Se mi dovessi basare su quanto Pingitore scrive nell’articolo pubblicato nel sito Psicologia Giuridica che ho citato pocanzi, ovvero

L’incapacità del genitore dominante non può e non deve corrispondere all’automatica capacità del genitore rifiutato

dovrei deddurre che la risposta è sì, visto che allude all’incapacità genitoriale del genitore rifiutato (ovvero alla sua inidoneità ad occuparsi dei figli, intesa come violazione dei doveri inerenti alla responsabilità genitoriale o all’abuso dei relativi poteri con grave pregiudizio degli stessi), cioè può accadere che un bambino maltrattato e/o abusato sessualmente reagisca con un netto rifiuto (come d’altronde sostengono con forza anche i firmatari del Memo of concern inviato all’OMS: Child resistance to contact and child harm are better explained by factors other than those proposed by parental alienation theory).

Tuttavia, a leggere l’introduzione al libro del Professor Guglielmo Gulotta, mi sorgono dei dubbi su questa mia interpretazione, visto che leggo

…questo fenomeno (l’alienazione genitoriale)… consiste nell’ingiustificato comportamento – più o meno esplicito – del genitore presso il quale il figlio dimora che ostacola, in modo più o meno consapevole, l’esercizio della bigenitorialità da parte dell’altro genitore…

Se è possibile che il genitore rifiutato possa rivelarsi “incapace”, allora non è più possibile parlare di comportamento ostativo ingiustificato, visto che l’inadeguatezza è una  comprensibile nonché giustificabile motivazione a monte di un comportamento protettivo nei confronti di un bambino costretto a trascorrere del tempo con quel genitore.

A mio modesto parere, ovviamente.

Insomma, più che “complesso”, il concetto di alienazione genitoriale mi appare nebuloso e contraddittorio.

Nel frattempo, sempre più donne si fanno avanti per denunciare di essere state ingiustamente definite “madri alienanti”da tribunali restii a riconoscere un contesto di violenza domestica; una di loro, della quale avevo scritto tempo addietro, ha scatenato una campagna mediatica allo scopo di attirare l’attenzione della stampa.

C’è molto di più a supporto della citazione della violenza intrafamiliare come problema relazionale genitore-bambino, piuttosto che un concetto come l’alienazione genitoriale, affermano i firmatari del documento inviato all’OMS.

E non credo che una questione di tale portata possa risolversi a colpi di click sul sito dell’ICD, come in un contest su un social qualsiasi.

 

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La nuova legge sul divorzio

Recentemente un mio lettore affezionato mi ha chiesto chiarimenti a proposito della proposta di legge approvata rentemente alla Camera con grande entusiasmo da tutte le forze politiche in campo: la “riforma” dell’articolo 5 della legge 1° dicembre 1970, n.898, in materia di assegno spettante a seguito di scioglimento del matrimonio o dell’unione civile.

“Penso che ovviamente i figli debbano mantenere il migliore tenore consentito dal nucleo familiare, senza che al tempo stesso ciò privilegi il più ricco nell’educazione solo su questa base, che, non so se è uno spaventapasseri“, mi scrive in un recente commento “è quello che molti Mra vorrebbero, basarsi su una sorta di azionismo e su quello giudicare le donne come mantenute, etc, I red pill.”

Lo spaventapasseri, o straw man, lo sappiamo, è un modo disonesto di vincere in un dibattito che consiste nel rappresentare in modo distorto le argomentazioni dell’avversario allo scopo di confutarle più facilmente. Ed è esattamente ciò che fa questa cosiddetta “riforma”: descriverci una realtà del fatti alterata allo scopo di promuovere la modifica di una norma che non ha affatto prodotto su larga scala i risultati che le vengono imputati, sebbene la campagna mediatica che ha preceduto questa proposta lo abbia dato ad intendere.

Ma leggiamo l’incipit della proposta:

La presente proposta di legge rappresenta il frutto di un approfondito lavoro svolto dalla Commissione Giustizia della Camera nella XVII legislatura,che ha trovato impulso nella proposta di leggedi iniziativa dell’onorevole Ferranti, atto Camera n.4605, che intendeva fornire rispostenormative adeguate alla questione dell’equobilanciamento degli interessi coinvolti dallo scioglimento del matrimonio, particolarmente avvertita dalla società civile per la risonanza mediatica che hanno avuto talune decisioni di merito, che hanno riconosciuto al coniuge debole assegni obiettivamente eccessivi, e per le difficili condizioni economiche in cui vengono talvolta a trovarsi gli exconiugi tenuti al pagamento (generalmente i mariti), parimenti balzate agli onori della cronaca. Il 18 ottobre 2017 ha avuto dunque inizio un’indagine conoscitiva sull’atto Cameran.4605 nel corso della quale sono stati auditi, tra gli altri, importanti esperti ed esponenti della più autorevole dottrina in materia [segue un elenco di docenti di diritto]… Alcuni precedenti giurisprudenziali in materia di assegno divorzile hanno avuto vasta risonanza presso la pubblica opinione per l’eccessiva entità dell’assegno disposto a favore del coniuge «debole». Per altro verso la cronaca segnala spesso casi di difficili condizioni di vita in cui vengono a trovarsi gli ex-coniugi (generalmente i mariti) in quanto costretti a corrispondere un assegno che assorbe parte cospicua del loro guadagno. Si tratta di casi in cui si è applicata, non sempre appropriatamente, la norma sull’assegno post-matrimoniale come interpretata da una consolidata giurisprudenza, che ravvisa, come primo presupposto e criterio di determinazione dell’assegno, l’assenza di un reddito sufficiente a mantenere il tenore di vita di cui si godeva in costanza di matrimonio.

A quanto pare, l’iniziativa legislativa ha avuto origine dal battage mediatico che qualche tempo fa ha circondato una sentenza di Cassazione riguardante il divorzio fra “un brillante ex ministro e una affascinante imprenditrice” e i numerosi appelli a mezzo stampa che, da anni ormai, ci raccontano delle drammatiche condizioni in cui versano i poveri ex mariti omettendo di citare le difficoltà economiche patite da una pari, se non maggiore, quantità di ex mogli.

Come avevamo letto all’epoca della tanto declamata “rivoluzione copernicana”, l’emergenza cui fa fronte questa necessità di “rimettere ordine in tutte le sentenze emanate dalla Cassazione negli ultimi anni che hanno creato un po’ di turbamento nella materia” (che, come spiega l’avvocato matrimonialista Marco Meliti in un articolo su Vanity Fair, a dispetto dell’uso improprio di termini come “rivoluzione”, erano convinzioni già “patrimonio della giurisprudenza”) è un emergenza che riguarda principalmente gli uomini, vittime incolpevoli di una concezione patrimonialistica del matrimonio inteso come ‘sistemazione definitiva’ che ha permesso per decenni alle donne di godere ingiustamente di “assegni obiettivamente eccessivi”.

fonte dello screenshot: Il Fatto Quotidiano

Sostenere che il matrimonio costituisca oggi per le donne – tutte le donne, non solo le affascinanti imprenditrici che accalappiano brillanti ex ministri – la garanzia di una sistemazione definitiva è un’affermazione che cozza violentemente contro la realtà dei numeri, come scriveva tempo fa Linda Laura Sabbadini:

Dopo la separazione, in genere, sono le donne quelle che se la passano peggio.

Occorre raccontarlo, questo, le donne devono sapere la verità. Perché è solo sulla base di una seria e concreta analisi dei dati reali che potranno prendere delle decisioni nella loro vita.

E’ molto, molto bassa la percentuale delle donne alle quali un tribunale ha riconosciuto un assegno divorzile, lo era molto prima che qualcuno avvertisse la necessità di ridimensionare “assegni obiettivamente eccessivi”, e se molti uomini si trovano in difficili condizioni di vita a seguito della separazione, questo non significa che sia accaduto perché le loro ex mogli si godono la bella vita alle loro spalle.

Non voglio entrare nel merito dei termini della riforma dell’articolo 5, perché non è a me che compete.

Ma di nuovo vorrei tornare sul valore simbolico di una simile riforma, a proposito del quale concordo con il mio commentatore: lo scopo è emettere un giudizio insindacabile sulla condotta delle donne, le parassite, le streghe, le furbette, quelle che vedono nel matrimonio solo un’occasione di guadagno.

Le ex mogli: la peggior specie di donna che esiste al mondo, nell’immaginario collettivo.

C’è una frase dell’avvocato Meliti sulla quale vorrei che si riflettesse:

non bisogna dimenticare come scelte condivise in famiglia, con una che si dedica alla cura dei figli e l’altro alla carriera, dopo vent’anni non possono ricadere solo sulla donna, come se fosse stata una sua scelta unilaterale.

Se ancora oggi la famiglia italiana è fondata su una rigida divisione del lavoro – quello salariato a lui, quello domestico e di cura a lei – questa non è e non è mai stata una “decisione delle donne”.

Sullo stesso argomento:

La rivoluzione

Andate a lavorare

 

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The memo of concern: 172 esperti da tutto il mondo scrivono all’OMS per esprimere la loro preoccupazione in merito all’ipotesi di citare l’alienazione genitoriale nell’ultima versione dell’ICD

Oltre 172 studiosi di diritto di famiglia, esperti di violenza domestica e organizzazioni per i diritti dei bambini di tutto il mondo hanno scritto all’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) per esprimere la loro preoccupazione in merito alla decisione di prendere in considerazione l’alienazione genitoriale come un “problema relazionale caregiver-bambino”.

The Memo of Concern chiede all’OMS di rimuovere i riferimenti all’alienazione genitoriale e ai concetti correlati, sulla base del fatto che le accuse di alienazione sono utilizzate per mascherare gli abusi domestici e influenza negativamente le decisioni che devono essere prese nel migliore interesse dei bambini.

Il memo è stato pubblicato il 22 aprile e include una sintesi delle preoccupazioni di individui e organizzazioni:

“Di recente è giunta alla nostra attenzione che l’Organizzazione Mondiale della Sanità sta valutando l’aggiunta di” alienazione parentale “(PA) come un problema relazionale caregiver-bambino nell’ICD-11, la Classificazione Internazionale delle Malattie nella sua undicesima revisione.

Siamo sorpresi dalla mancanza di una consultazione preventiva in relazione alle questioni di uguaglianza di genere associate al concetto e siamo profondamente preoccupati per questa proposta dal punto di vista della sicurezza delle donne e dello sviluppo infantile, della salute e della sicurezza, nonché delle prospettive scientifiche e di ricerca.

Chiediamo la rimozione di tutti i riferimenti all’alienazione genitoriale e concetti correlati nell’ICD-11 per i motivi esposti nel documento allegato. La nostra ricerca ed esperienza nei tribunali  ha dimostrato che l’alienazione genitoriale, a cui manca credibilità, viene spesso impiegata per distogliere l’attenzione dalla violenza domestica e dagli abusi e da altre prove pertinenti all’interesse superiore del minore“.

Sebbene secondo alcuni (ad esempio il sito psicologiagiuridica.eu) annuncino come certo e definitivo l’inserimento dell’espressione “alienazione genitoriale” nell ICD (dall’inglese “International Classification of Diseases“), l’undicesima edizione è a tutt’oggi in attesa di essere approvata, tanto che altrove la notizia è diffusa con più prudenza:

Come possiamo leggere qui, lo scorso 18 giugno è stata diffusa una versione aggiornata e rinnovata dell’ICD, ma solo nel maggio di quest’anno sarà presentata in assemblea per essere accettata dagli stati membri.

Quello che emerge prepotentemente dalla lettura della missiva di William Bernet (Presidente del Parental Alienation Study Group e reduce del fallimento del suo proposito di veder inserita l’alienazione genitoriale nel DSM 5) diffusa dal sito psicologiagiuridica.eu

è che, con una tenacia ed una abnegazione davvero ammirabili, i membri del “gruppo di studio sull’alienazione genitoriale” (un’organizzazione non a scopo di lucro che ricomprende 500 membri da 52 paesi fra professionisti della salute mentale e della giustizia) da oltre due anni lavorano incessantemente nel sito dell’OMS allo scopo di ottenere un qualsivoglia riferimento al termine “alienazione genitoriale”, riuscendo ad ottenere che “alienation”, insieme ad “estrangement” (il medesimo termine che ha dato adito, in passato, alla diffusione della notizia che l’alienazione genitoriale – così come la intendono i suoi instancabili promotori –  avesse trovato un qualche collocamento nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), siano considerati “index terms” del “problema relazionale caregiver-bambino”, non riuscendo – almeno così sembra – ad ottenere la codificazione dell’alienazione genitoriale che avevano sperato.

Problema relazionale (problema, e non disturbo) che, ci ricorda in un recente articolo la Dottoressa Maria Serenella Pignotti, autrice di un volume sul tema, non è in nessun caso da considerarsi una patologia.

Tuttavia, trattandosi di persone che in passato hanno esultato per la presunta presenza dello spirito dell’alienazione genitoriale nel DSM, possiamo tranquillamente ammettere che in questo momento hanno qualcosa di più concreto per cui gioire.

Così concreto da mettere in allarme i firmatari della missiva all’OMS.

Ma andiamo a vedere nel dettaglio cosa preoccupa i firmatari del memo inviato all’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Il primo punto è quello che si solleva da anni sulla questione, ovvero il fatto che, a dispetto della considerevole mole di libri pubblicati sull’argomento, (e giova ricordare che l’esistenza di uno, cento o migliaia di libri di per sé non costituisce un argomento a supporto di nulla),

the parental alienation concept is not supported by credible scientific research on children (pag.2):

il concetto “alienazione genitoriale” non è sostenuto da una ricerca scientifica credibile condotta sui bambini.

A mettere in dubbio la credibilità della ricerca fornita a supporto della pseudoteoria dell’alienazione genitoriale non è solo il fatto che a condurre le ricerche sono i medesimi soggetti che offrono al pubblico – a pagamento – controversi trattamenti mirati alla “cura” dell’alienazione, quanto piuttosto

limited evidence of representativeness of study samples, small sample sizes, absence of longitudinal research, and most importantly, lack of research controls to assess for and rule out alternative explanations for child resistance to contact and child harm that are known to have a negative impact on children’s relationships with parents and that have been documented repeatedly in research on child well-being for decades, i.e., parental conflict, intimate partner and family violence, child abuse, weak parent-child attachment, parental neglect, parental substance misuse and/or negative or hostile parenting.

Non mi permetto di entrare nel merito delle critiche alla qualità della ricerca fornita, anche se persino un profano credo possa intuire le problematiche correlate all’esiguità e alla non rappresentatività dei soggetti studiati; mi limito a sottolineare che il peggiore degli aspetti del lavoro di ricerca fin’ora svolto sul presunto fenomeno dell’alienazione genitoriale è ciò di cui qui andiamo parlando da anni: i bambini possono rifiutare attivamente un genitore per una moltitudine di ragioni, ragioni che gli “esperti” di alienazione liquidano con troppa disinvoltura, come hanno dimostrato negli anni svariati disastrosi esiti di diagnosi a proposito di madri vendicative o iperprotettive.

Ci dicono i firmatari, a pag.5, che

Child resistance to contact and child harm are better explained by factors other than those proposed by parental alienation theory.

Sono altri i fattori che possono provocare la resistenza di un bambino al contatto con i genitori – la violenza familiare, un legame di attaccamento debole, scarse competenze genitoriali – fattori in grado di restiruire la complessità delle relazioni genitori-figli, al contrario dell’alienazione genitoriale che ci chiede di ignorare tutte le spiegazioni plausibili sceintificamente verificate “a favore dell’adozione di una visione semplicistica, unidimensionale e speculativa delle relazioni genitore-figlio” che si concentra sulle presunte colpe del genitore preferito. E questo, a dispetto del fatto che la ricerca invece confermi che “Denigration alone seldom resulted in the successful manipulation of a child against the other parent. Instead, denigration usually had the opposite effect of impairing the child’s relationship with the parent engaging in denigration”: denigrare un genitore non produce, in assenza di altri fattori, il rifiuto nel bambino, anzi, spesso produce l’effetto opposto.

Conclude il documento ricordandoci che c’è molta più ricerca che supporti l’inserimento della violenza intrafamiliare come termine che rimandi al problema relazionale genitore-bambino, piuttosto che un concetto come l’alienazione genitoriale. Anzi, l’inclusione di “alienazione genitoriale” in qualsiasi parte dell’ICD-11 probabilmente contribuirebbe a rafforzare quelle attuali distruttive tendenze dei tribunali che stanno causando danni ai bambini e ai loro genitori protettivi. Inoltre, le preoccupazioni empiricamente convalidate sulla mancanza di affidabilità di un simile concetto mettono in discussione la credibilità scientifica dell’Organizzazione mondiale della sanità e l’affidabilità della classificazione internazionale delle malattie.

Consiglio caldamente a tutti la lettura integrale del documento.

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Perché?

Una lettrice mi segnala che ieri una nota radio ha condiviso un vecchio articolo dell’Huffington Post (la data di pubblicazione è 01/02/2018, quindi più di un anno fa), generando una mole consistente di reazioni: più di 1200 commenti e ben 915 condivisioni; se dicessi soltanto che si tratta della recensione di un libro, saremmo ottimisticamente portati a pensare che questo è un paese più dedito alla lettura di quanto ci raccontino le statistiche.

Ma le cose, a mio avviso, non stanno proprio così.

Il libro di Mirko Spelta è uno di quei fenomeni a proposito dei quali molte delle mie amiche mi suggerirebbero: “non condividere quella roba, non dargli visibilità!”, una frase che ho sempre sospettato nasconda un sottotesto molto diverso: “ignoriamolo, perché accettare l’esistenza di una cosa del genere è una fonte di sofferenza che difficilmente si può lenire, nonché una triste realtà alla quale non c’è modo di opporsi”.

A dimostrazione del fatto che tengo in considerazione i suggerimenti delle mie amiche, io non ho letto il libro di Mirko Spelta perché, sebbene nelle interviste lui suggerisca che il suo è solo un libro divertente, che vuole far ridere le donne (ma solo quelle intelligenti, è chiaro), io sospetto di far parte di quella porzione di donne poco intelligenti e prive di ironia e autoironia che leggendolo incorrono in un ictus o un infarto.

La motivazione – parlo del motivo per cui penso che la lettura del libro potrebbe procurarmi un infarto – è la stessa che ha fatto inalberare molti dei follower della pagina di radio Deejay:

L’immagine del “maschio animale che non sa tenerselo nei pantaloni” non è solo una menzogna che la scienza ha confutato, ma è anche un argomento utilizzato da molti uomini per giustificare e legittimare il loro non voler prendere in considerazione il consenso della donna quando si tratta di sessualità, come dimostra questo scambio di battute:

“Le mani addosso è impossibile non metterle”: è la “natura”, non è colpa mia.

Questo è un mito sullo stupro e, in quanto tale, la sua principale funzione nella nostra società è quella di negare/giustificare le aggressioni maschili contro le donne.

“Ho cercato solo di spiegare come sono fatti gli uomini. Se ti vuoi far capire meglio e prima, è bene saperlo. Tutto qua”, dichiarava Spelta in occasione dello spettacolo teatrale ispirato al suo libro (uno spettacolo teatrale! Ma come, e tutto il nostro impegno per non dargli visibilità?), con buona pace di tutti quegli uomini che ieri su facebook si sono dissociati perché non sono soliti mettere le mani addosso alla gente.

Ribadisco, non ho letto il libro e forse sbaglio a presumere che se una recensione avesse titolato “Il maschio è un animale, le donne se ne facciano una ragione” ma questo concetto non ne rispecchiasse il contenuto, l’autore avrebbe prontamente chiesto una rettifica (quindi non considerate questo articolo un j’accuse contro Mirko Spelta, perché, se ho dei problemi, li ho con Radio Deejay), ma ciò che è certo è che fra le pericolose conseguenze del rimpolpare certi infondati stereotipi di genere c’è l’atteggiamento di questo commentatore: “Le mani addosso è impossibile non metterle”, è la “natura”, non è colpa mia.

Questo post si intitola “perché?” ed è la domanda che vorrei porre ai gestori della pagina Radio Deejay: perché condividere una recensione vecchia di più di un anno suggerendo che la pagina sposi la teoria che vuole la maggior parte degli uomini interessati solo all’involucro (tette grosse, culo giusto, tacchi dodici e labbra rosse e turgide) quando si tratta di relazionarsi con l’altro sesso?

Pensate anche voi che sia divertente?

Oppure pensate che sia questo il target dei vostri ascoltatori maschi, ovvero uomini che si crogiolano nell’idea di essere degli aggressivi scimmioni con una strana ossessione sessuale per la chirurgia estetica, i tacchi alti e il trucco esagerato? (A me sembra che non sia così, alla luce di molte delle reazioni dei lettori.)

Oppure lo scopo è ferire ulteriormente tutte quelle ragazze che già avvertono le pesanti pressioni di una società che  invia fin troppi messaggi alle bambine e alle giovani donne allo scopo di convincerle che l’unico modo per essere accettate dall’altra metà del genere umano sia sforzarsi di apparire il più sexy possibile?

Oppure non pensate proprio alle possibili conseguenze della diffusione di questi contenuti, mentre l’unica cosa che vi interessa è il traffico che queste “provocazioni” generano nella pagina? Non ritenete di avere una qualche responsabilità, considerata la popolarità della stazione radio?

Vorrei concludere con una osservazione riguardo questo commento:

Se c’è una cosa che il femminismo nega con forza è che gli uomini siano degli animali che non sanno tenerselo nelle mutande a causa della biologia, del patrimonio genetico o di improvvise “tempeste ormonali”.

Mi rivolgo, come Gail Dines, principalmente agli uomini:

le femministe probabilmente sono le vostre migliori amiche, anche se lo ignorate. Siamo l’unico gruppo che crede fermamente nel fatto che non nasciate stupratori, papponi o maltrattanti. Al contrario, siamo convinte che siete venuti al mondo con le medesime capacità che hanno alla nascita le donne. Noi crediamo fermamente che non siate soltanto dei supporti viventi per l’erezione, ma esseri umani potenzialmente in grado di entrare in relazione con una donna, senza che questo comporti necessariamente infilare il vostro pene in un voluttuoso involucro.

 

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After: cerco di capire

E’ uscito nelle sale in questi giorni “After”, l’adattamento cinematografico del bestseller dell’americana Anna Todd.

Ero del tutto ignara di questo successo editoriale e sarei rimasta anche all’oscuro del fatto che il film è primo in classifica per gli incassi, se non mi fossi offerta di dare un passaggio a mio figlio e ai suoi amici. Transitando con l’auto davanti ai poster della multisala ho scoperto che il libro era una delle letture preferite delle ragazze alla scuola media e che oggi, che frequentano le superiori, sono tutte entusiaste all’idea del film.

“E’ una storia d’amore” mi ha spiegato una di loro e ho deciso di approfondire.

Il sito Amazon ci racconta “After” così:

Incuriosita, ho fatto ulteriori ricerche e questo è il sunto di ciò che ho trovato più o meno ovunque:

Dopo la saga di Twilight e le sfumature di svariati colori, la serie “After” sembra qualificarsi come l’ennesimo tremendo nemico della salute fisica e psicologica delle giovani donne, visto che (traduco) celebra l’abuso come se fosse amore e chiede al suo pubblico, composto prevalentemente da giovanissime, di accettare che è ok per un uomo manipolarle e abusare emotivamente di loro se può giustificarsi con un’infanzia traumatica. Considerato che la storia di Tessa è descritta come il manuale della perfetta crocerossina – ovvero una donna disposta a pagare un prezzo altissimo pur di salvare il suo amato da se stesso e dal suo oscuro passato – che quasi tutte le recensioni del film sottolineano che la sceneggiatura ha tentato di ridimensionare la crudeltà del protagonista maschile e ha scelto di eliminare le scene di sesso, ho rinunciato ad andare al cinema e ho optato per l’acquisto del libro.

L’ho letto e l’ho letto tutto, cercando – come suggerito da Maria Laura Ramello di Wired – di comprendere prima di giudicare le ragioni del suo successo planetario.

E’ stata dura arrivare all’ultima pagina, soprattutto perché lo stile in cui è scritto è più o meno quello dei pensierini delle scuole elementari, il che lo rende una lettura un po’ perturbante, visto che la maggior parte di quei pensierini riguarda il sesso orale.

Ma andiamo con ordine, e cominciamo proprio col sesso.

Non sono una grande appassionata di letteratura erotica, anzi, proprio non è un genere nelle mie corde, ma di tutto il sesso descritto in questo libro mi ha colpito un aspetto che sembra sfuggito a gran parte dei recensori: Hardin Scott è uno degli amanti più altruisti dei quali abbia mai letto, sentito raccontare o che abbia mai incontrato.

Questo tizio la mattina – quasi tutte le mattine, a dire il vero – si desta ansioso di procurare alla protagonista del romanzo uno o più orgasmi e il più delle volte lo fa senza neanche accennare al suo pene, che rimane sullo sfondo della scena come un decorativo rigonfiamento delle mutande, che lei ogni tanto occhieggia pensando “oh guarda, si sta divertendo anche lui”; ma soprattutto, quando Tessa gli propone “vuoi venire anche tu, tesoro?”, lui generalmente risponde “no, non ti preoccupare, facciamo la prossima volta, altrimenti fai tardi; vado a farmi una doccia fredda e metto su il caffé”.

Il che mi ha fatto tornare in mente una scena di un vecchio film con Cameron Diaz…

[Trigger Warning: i contenuti del video che segue sono segnalati da youtube come “inappropriati per alcuni utenti”]

Ribadisco, non sono un’esperta del genere, quindi lo chiedo a voi: è tutta così la contemporanea letteratura pornografica per ragazze eterosessuali? Maschi ossessionati dal cunnilingus che si dilettano ad osservare con devozione il godimento femminile?

Perché io questo lo comprendo. Ha tutta la mia comprensione. Se non ci fosse il resto del romanzo, sarei persino disposta a soprassedere sull’uso quasi esclusivo della paratassi e la povertà lessicale per trasformarmi in una fan sfegatata di Anna Todd, anche se il farlo comporterebbe per alcuni una tacita ammissione del mio essere la peggiore nazifemminista-odiatrice di uomini che ha mai scritto su wordpress.

Purtroppo il resto del romanzo c’è, e somiglia ad una parafrasi molto, molto prolissa della celeberrima strofa della canzone “Teorema” di Marco Ferradini:

Prendi una donna, trattala male,
lascia che ti aspetti per ore.
Non farti vivo e quando la chiami
fallo come fosse un favore.
Fa sentire che é poco importante,
dosa bene amore e crudeltà.
Cerca di essere un tenero amante
ma fuori del letto nessuna pietà.

Un comportamento verso il quale lo stesso Ferradini si dichiarava in disaccordo nella strofa successiva.

L’aspetto più perverso della storia di Tessa Young è che i maltrattamenti e i comportamenti controllanti e coercitivi del bello e dannato Hardin Scott, che piagnucolando lei sopporta per centinaia di pagine, sono presentati dall’autrice come l’esorbitante prezzo che la ragazza (cresciuta in un ambiente nel quale essere “brava” equivale a non masturbarsi mai) si costringe a pagare per avere una vita sessuale appagante, dato che il fidanzato perfetto che ci viene proposto come antagonista – l’affidabile, gentile e comunque bello Noah – non intende toccarla neanche con un dito o, per essere più espliciti, non la toccherebbe mai con il dito.

Quindi, per rispondere a Maria Laura Ramello, chi in qualche modo conduce una sordida battaglia moralizzatrice contro l’orgasmo femminile è proprio Anna Todd, suggerendo con il suo “After” che l’unico uomo disposto ad infilare la testa fra cosce di una ragazza sia per forza di cose il peggior sadico fra quelli in circolazione, il quale pretende come contropartita che lei accetti di sottostare ad una serie infinita di umiliazioni pubbliche ed abusi verbali, repentini cambi d’umore ed accessi violenti di collera, trascorrendo terrorizzata o in lacrime tutto il tempo che non passa a mugolare di piacere.

Che sia davvero questo l’amore?

Santo cielo, no! Certo che no.

Questa è violenza. E di solito, ad un certo punto, lei le prende di santa ragione o finisce ammazzata, un aspetto di queste dinamiche di coppia che romanzi come “After” e le 50 sfumature omettono sempre di raccontare, perché è un prezzo che anche la più devota delle crocerossine si rifiuterebbe di pagare, a dispetto del numero di orgasmi quotidiani che le sarebbero garantiti.

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Il pensiero unico

La prima legge da abolire “è quella sul divorzio, perché l’indissolubilità del matrimonio, della cellula della società cioè la famiglia, serve allo Stato. Lo Stato laico ha bisogno che la struttura sociale sia garantita. La liquidità della cellula porta alla liquidità della società, quindi all’autodistruzione dello Stato”. Lo sostiene l’avvocato Gianfranco Amato.

“Poi va abolita certamente la legge sull’aborto, perché il riconoscimento per legge della possibilità di uccidere un essere innocente e indifeso anche dal punto di vista pedagogico è aberrante”. Anche “la norma sull’eutanasia, e questa legge sul testamento biologico è certamente il primo passo che porta verso una scelta di morte”. Poi “la fecondazione artificiale, questa idea che comunque l’uomo si possa creare in provetta”.

E infine “l’ultima legge da abolire è quella sulle unioni civili, anche perché è fatta proprio male. Nel senso che questa legge ha dei punti di ambiguità che contraddicono la stessa sentenza del 2010 della Corte costituzionale. Parla di famiglia dentro le unioni civili, quindi attacca il concetto di famiglia previsto dall’articolo 29 della Costituzione: società naturale fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna”.

Cedere alla disperazione, alla stanchezza: di fronte a simili dichiarazioni, la tentazione di scavare una buca nel terreno per infilarci la testa come uno struzzo, è forte.

Peccato che lo struzzo non abbia mai fatto nulla del genere e che ogni tentativo di fingerci cespugli non impedirà alle persone che si sono riunite a Verona di perseguire con tenacia e determinazione i loro obiettivi.

Così, per trovare dentro di me l’energia necessaria per tornare a rispondere a queste persone, cerco di ricordare a me stessa cosa si nasconde dietro ai mielosi spot dell’evento che cianciano dell’ “energia primordiale dell’amore”.

E penso a quella bambina (dicono di volerli proteggere, i bambini!) costretta a soli 11 anni a portare avanti contro la sua volontà una gravidanza dopo essere stata violentata, solo per fare la dolorosa esperienza, dopo mesi di ciò che in molti chiamano tortura e un difficile parto cesareo, della morte della bambina nata prematura.

Una serie di inenarrabili crudeltà inflitte senza ragione alcuna, se non quella di ribadire un principio che con l’amore o la tutela della vita umana non ha nulla a che fare.

Non dimentichiamoci mai chi è davvero questa gente e ciò che è capace di fare se non ci frapponiamo fra il loro fanatismo e chi è troppo fragile e vulnerabile per difendersi dalla loro ferocia.

 

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Una sentenza inimmaginabile

Ho già presentato numerose denunce e querele ma nulla è cambiato. Il suo  atteggiamento violento e prevaricatore non si ferma davanti a niente. Non so più cosa fare, temo per la mia incolumità. Non mi rimane altro che continuare a denunciare nella speranza che qualcuno mi ascolti.

Marianna Manduca

Per lo Stato, la vita di Marianna Manduca non poteva essere salvata, nonostante le 12 denunce fatte dalla donna contro il marito. La spiegazione di questa sentenza è puramente corporativa. I magistrati non si discutono e non sbagliano mai.

Licia D’Amico

Nella ricerca comportamentale che ho condotto negli ultimi 20 anni, ho scoperto uno schema disturbante: se le persone di solito acquisiscono potere attraverso tratti e azioni che promuovono gli interessi degli altri, come l’empatia, la collaborazione, l’apertura, l’equità e la condivisione, quando cominciano a sentirsi potenti o godono di una posizione di privilegio, quelle qualità cominciano a svanire. I potenti sono più propensi di altre persone a comportarsi modo maleducato, egoista e non etico. Lord Acton, storico e politico del XIX secolo, lo aveva capito: il potere tende a corrompere.
Io chiamo questo fenomeno “il paradosso del potere”, e l’ho studiato in numerosi contesti: colleges, il senato degli Stati Uniti, squadre sportive, e una varietà di altri luoghi di lavoro. In ognuno di essi ho osservato che le persone si innalzano sulla base delle loro buone qualità, ma il loro comportamento peggiora mano a mano che progredisce la loro scalata al potere.

Dacher Keltner

 

Nel mio ultimo post commentavo una serie inquietante di pronunce degli organi giurisdizionali.

A distanza di pochissimo tempo da quel post, si conquista la prime pagine una sentenza della Corte d’appello di Messina, che ha ribaltato la decisione dei giudici di primo grado non riconoscendo alcun nesso di causa ed effetto tra la “colpevole inerzia” dei magistrati della Procura in relazione ai fatti denunciati da Marianna Manduca e la sua uccisione.

Quello che i giudici ci dicono è che, se è vero che azioni come una perquisizione e il sequestro del coltello con il quale Saverio Nolfo aveva minacciato la donna erano azioni necessarie e doverose, esse non avrebbero potuto comunque impedire l’omicidio. A nulla sarebbe servito interrogare Nolfo, che era deciso nel portare a termine il suo piano criminale al punto che nessun tentativo da parte delle autorità di farlo sentire controllato avrebbe potuto distoglierlo dal metterlo in atto.

In parole povere, ci rendono noto, questi magistrati, che tra le loro competenze rientra anche la capacità di predire tutti i futuri possibili: essi sanno con certezza che nessun intervento fra quelli previsti dalla legge in questi casi avrebbe potuto salvare la vita di Marianna Manduca.

Marianna Manduca era destinata alla morte.

Alla luce di questa certezza, a chi si è espresso appare ingiusto condannare coloro che non si sono presi il disturbo di tentare di impedirlo.

 

Non è neanche la prima volta che una condotta omissiva delle istituzioni viene considerata irrilevante al fine di attribuire ai soggetti che non hanno agito la responsabilità della morte di chi che da tempo denunciava di essere vittima di violenza; a tale proposito consiglio a tutti la rilettura della sentenza di Cassazione nel caso Federico Barakat, nella quale una frase sembra ricalcare questa di cui si parla oggi: “di fronte alla accurata premeditazione dell’omicidio non vi era alcuna concreta possibilità di evitare l’evento”. E’ vero che quel giorno Federico Barakat non avrebbe dovuto rimanere solo con il suo assassino, ma anche non fosse stato solo, sarebbe ugualmente morto.

Deve essere meraviglioso, potersi svegliare alla mattina con la coscienza libera da ogni rimorso, da ogni rimpianto, sostenuti dalla consapevolezza di sapere con certezza cosa sarebbe accaduto se qualcuno, in un preciso momento, avesse preso una decisione diversa da quella che ha determinato gli eventi, ignari di quell’angoscia che attanaglia noi comuni mortali quando la vita ci pone davanti ad un bivio.

Non so se quello di cui siamo testimoni sia il delirio di gente davvero convinta di possedere poteri sovrannaturali o piuttosto mero esercizio del potere da parte di persone che ritengono di meritarsi l’impunità a fronte delle gravi responsabilità che il ruolo che si sono guadagnati assegna loro; e se la concedono, l’impunità, senza neanche consultarci in proposito.

Di certo so soltanto che a noi, che siamo sotto la tutela di questi individui, una simile condotta non può che terrorizzare.

La forza legale non proteggeva in alcun conto l’uomo tranquillo, inoffensivo e che non avesse altri mezzi di far paura altruiscriveva Manzoni di un Italia di tanto tempo fa –  l’impunità era organizzata, e aveva radici che le grida non toccavano o non potevano raggiungere.

Così va spesso il mondo… voglio dire, così andava nel secolo decimo settimo.

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Il sorpasso

Leggevo, in occasione dell’8 marzo, quella che potrebbe sembrare una notizia confortante:

oggi, secondo i dati pubblicati dal Csm, è scattato il sorpasso: su 9401 magistrati ordinari, 5103 sono donne, ossia il 53% del totale. Se si guarda poi ai giovani magistrati in tirocinio, la percentuale di donne sale al 66%, 231 su un totale di 351 giovani toghe.

Sebbene lo stesso articolo pubblicato da Studio Cataldi si premuri di smorzare i troppo facili entusiasmi (aggiunge infatti:

Tuttavia, ciò non significa che un vero equilibrio è stato raggiunto. Spostando l’attenzione sugli incarichi apicali infatti, il dislivello rimane: su 447 posizioni direttive il il 72% è ancora ricoperto da uomini e solo il 28% degli incarichi di vertice da donne, quindi 1 donna su 4 maschi.),

non si può che rimanere impressionati da questi numeri, alla luce del fatto che fino al 1963 era espressamente vietato alle donne di entrare in magistratura, perché, come possiamo leggere in un saggio di un “illustre giurista” datato 1957:

la funzione del giudicare …

richiede intelligenza, serietà, serenità, equilibrio; … va intesa come “missione”, non come “professione”; e vuole fermezza di carattere, alta coscienza, capace di resistere ad ogni influenza e pressione, da qualunque parte essa venga, dall’alto o dal basso; approfondito esame dei fatti, senso del diritto, conoscenza della legge e della ragione di essa, cioè del rapporto – nel campo penale – fra il diritto e la sicurezza sociale; ed, ancora, animo aperto ai sentimenti di umanità e di umana comprensione, ed equa valutazione delle circostanze e delle ragioni che hanno spinto al delitto, e della psiche dell’autore di esso; coscienza della gravità del giudizio, e della gravissima responsabilita del “giudicare”.

Elementi tutti, che mancano – in generale – nella donna, che – in generale – “absit injuria verbis” – è fatua, è leggera, è superficiale, emotiva, passionale, impulsiva, testardetta anzichenò, approssimativa sempre, negata quasi sempre alla logica, dominata dal “pietismo”, che non è la “pietà”; e quindi inadatta a valutare obbiettivamente, serenamente, saggiamente, nella loro giusta portata, i delitti e i delinquenti.

Absit injuria verbis: sia detto senza offesa. Perché il maschilismo non vuole offendere nessuna, soltanto ricordarci che “Se i sessi sono diversi, diverse sono le funzioni ad essi demandate; e l’uno non può pretendere di esercitare le funzioni dell’altro.”

Non è colpa di nessuno se le donne sono superficiali ove gli uomini dimostrano grande profondità, emotive quando gli uomini rimangono razionali, impulsive a fronte di una maggiore predisposizione maschile alla ponderazione: è la natura.

Sono passati poco più di sessant’anni dal libello del presidente onorario della Corte di Cassazione Eutimio Ranelletti.

E’ doloroso dover confrontare queste riflessioni con la notizia della sentenza di assoluzione che vede protagoniste proprio tre giudici donne della Corte d’Appello di Ancona:

La ragazza viene indicata come «la scaltra peruviana» e si sostiene che assomigli troppo a un maschio per indurre in tentazione. Nelle conclusioni si legge che «non è possibile escludere che sia stata proprio» lei «a organizzare la nottata goliardica, trovando una scusa con la madre» e si afferma che al giovane «la ragazza neppure piaceva, tanto da averne registrato il numero sul telefonino con il nominativo di Nina Vikingo, con allusione a una personalità tutt’altro che femminile, quanto piuttosto mascolina, che la fotografia presente nel fascicolo processuale appare confermare». Le giudici prendono per buona la versione dei due giovani che avevano scaricato tutte le colpe sulla ragazza, dicendo che ci stava e che lei stessa aveva costretto Melendez ad avere un rapporto sessuale e a lui non piaceva nemmeno.

Peccato che lo stato della vittima al momento della denuncia – un’alta percentuale di benzodiapine nel sangue (farmaci che a dosi normali spesso vengono usati per l’insonnia o contro l’ansia, che non erano mai stati prescritti alla donna, non sono stati rinvenuti nella sua abitazione e, pur non essendo la più classica delle “droghe da stupro“, sono stati ad esempio utilizzati in un altro caso di stupro a Milano) nonché una lacerazione alle parti intime che ha reso necessario un intervento chirurgico, riporta il Corriere Adriatico – renda poco credibile la versione di un rapporto sessuale consenziente.

La sentenza, come sappiamo, è stata annullata dalla Cassazione.

Nel 2016 le donne spagnole chiesero a gran voce al Consiglio nazionale dei giudici la sospensione e il licenziamento del magistrato Carmen Molina, che avrebbe offeso, degradato e umiliato la presunta vittima mostrando evidente incredulità e interrogandola senza permetterle di rispondere.

Neanche un mese fa, il pubblico italiano si scagliava contro un’altra giudice, oggi in pensione, per aver aggredito una vittima di stupro nella ricostruzione televisiva di un processo nel corso della trasmissione Forum.

Risulta dal processo che avevate bevuto, e quindi già… – ha detto nel corso della trasmissione a proposito della violenza sessuale – Anche lei aveva partecipato al bere eccessivo e si era recata in quel posto.

Come non citare, sempre a proposito di tribunali, la giudice di cui scrisse Michela Murgia a proposito dell’omicidio di Melania Rea?

Se dovessimo quindi vederla dal punto di vista letterario, la ricostruzione del caso Rea mostra una trama che lascia interdetti, perché l’omicida vi appare come una figura fragile e deviata, preda di incontrollabili istinti, ma sottomessa e vessata dalla personalità forte di una moglie che lo umiliava di continuo. Melania Rea viene descritta invece come un’Erinni che faceva vivere il marito «in una sorta di sudditanza morale e fisica, già peraltro esistente per il divario economico e culturale ravvisabile tra le rispettive famiglie d’origine»

(…)

Melania Rea non è morta perché Parolisi la odiava, la tradiva e non sopportava che i soldi in casa li avesse lei.

È morta invece perché ha rifiutato di soddisfare le «impellenti esigenze sessuali» di un uomo certamente bugiardo e avido, ma che lei umiliava ripetutamente e che aveva nei suoi confronti un rapporto di «sudditanza fisica e morale». È Melania Rea che è morta, ma nelle motivazioni della sentenza la vittima alla fine è Salvatore Parolisi. Che brutta storia ha scritto, signora giudice.

E’ una donna anche la giudice oggetto degli insulti comparsi il 27 marzo 2017 sul muro di un gabbiotto in via Paolo Borsellino, a due passi dal Palazzo di Giustizia di Torino.

“Giudice Minucci protegge chi stupra”, recitava la scritta.

L’assoluzione dell’imputato, accusato di violenza sessuale da una collega, venne all’epoca così motivata:

La donna “non riferisce di sensazioni o condotte molto spesso riscontrabili in racconti di abuso sessuale, sensazioni di sporco, test di gravidanza, dolori in qualche parte del corpo”. Infine, quando le viene chiesto cosa ha provato su quelle barelle, risponde: “Disgusto”. “Ma – scrive la presidente di sezione – non sa spiegare in cosa consisteva questo malessere”. “Non grida, non urla, non piange – rimarca la corte – pare abbia continuato il turno dopo gli abusi”.

Non grida, non urla, non piange, ergo non è stata stuprata.

Ma la versione della vittima era un’altra:

Uno il dissenso lo dà, magari non metto la forza, la violenza come in realtà avrei dovuto fare, ma perché con le persone troppo forti io non… io mi blocco.

Un comportamento che la neurobiologia del trauma descrive come del tutto compatibile con una violenza sessuale: si chiama freezing, congelamento, ed è una delle possibili risposte del nostro cervello al cospetto di un predatore.

E’ ancora una donna la giudice al centro delle polemiche nelle ultime ore: si tratta di Silvia Carpanini, del tribunale di Genova, che avrebbe motivato la concessione delle attenuanti generiche ad un marito che ucciso la moglie con una pugnalata perché mosso

da un misto di rabbia e di disperazione, profonda delusione e risentimento, ha agito sotto la spinta di uno stato d’animo molto intenso, non pretestuoso, né umanamente del tutto incomprensibile.

Secondo la giudice, l’uomo

non ha agito sotto la spinta di un moto di gelosia fine a se stesso, per l’incapacità di accettare che la moglie potesse preferirgli un altro uomo, ma come reazione al comportamento della donna, del tutto contraddittorio che lo ha illuso e disilluso allo stesso tempo.

Intervistata dal Corriere, la giudice si difende con fermezza:

Guardi, non intendo giustificare quello che ho scritto. Basta leggere per capire che siamo dentro i confini del diritto, e per me è questo che conta.

Questo signore se n’era andato volontariamente in Ecuador proprio per lasciare spazio alle scelte della moglie. Lei lo fa tornare promettendogli un futuro e lui scopre invece che praticamente c’era l’amante in casa. Tutto nel giro di poche ore. Era un caso in cui non erano mai state contestate né la premeditazione né i futili motivi. Niente può giustificare un omicidio, è chiaro. Ma c’è omicidio e omicidio, c’è dolo e dolo.

Avrebbe dichiarato a La Stampa:

Ci sono omicidi e omicidi, anche un killer può in qualche modo fare pena.

Non c’è dubbio che ci siano omicidi ed omicidi.

Basta pensare al celebre caso della tuta da calcetto, che finì su tutti i giornali qualche anno fa, nonostante il fatto che la vittima fortunatamente si salvò: “Non la sopportavo più e non mi ha lavato la tuta del calcetto”, si era giustificato il marito, dopo aver atteso la consorte in garage, tentato di strangolarla, quindi di bruciarla viva dentro la sua auto inscenando un incidente.

Non aveva lavato la tuta la calcetto: anche questo è un comportamento della vittima che ha cagionato uno stato di rabbia e risentimento nel suo aguzzino, ma forse, direbbe la giudice, si tratta di una rabbia meno “umanamente comprensibile”.

Tuttavia, potremmo osservare – come spesso accade quando si parla di donne vittime di violenza domestica o di stupro – che quel marito che accettò di tornare dall’Ecuador per riunirsi alla moglie fedifraga, un po’ la delusione se l’è andata a cercare: non potrebbe essere stato il suo comportamento eccessivamente tollerante e disponibile a convincere la donna che le era concessa la libertà di continuare a tradirlo? In fondo, non è stato costretto a tornare, poteva benissimo decidere di non darle l’ennesima possibilità…

 

A proposito di dolo, grandi discussioni ha sollevato la più che mite pena (3 anni soltanto) inflitta lo scorso anno a Edith Scaravetti, che aveva ucciso il marito dopo 10 anni di violenze fisiche, psicologiche e sessuali.

Ad assolverla, in quel caso, contribuirono 5 donne.

Molti, nel commentare la vicenda, hanno messo in rapporto il caso Scaravetti agli 8 anni inflitti, sempre in Francia, a Bertrand Cantat, per il brutale omicidio di Marie Trintignant, massacrata di botte (la colpì più volte al viso e alla testa, diciannove pugni in totale, e poi non la soccorse, la lasciò agonizzare fino al giorno successivo: dall’autopsia risultò la frantumazione delle ossa del naso, un grande ematoma sull’occhio sinistro e sulle labbra, e diverse lesioni cerebrali), dei quali solo 4 il cantante ha trascorso in prigione.

Perché la uccise? Bertrand Cantat, intendo. Leggiamo in un articolo dell’epoca:

I due sono lì perché lei sta girando, con l’immancabile madre alla macchina da presa [le madri hanno sempre un ruolo nella sventura dei loro figli], un film sulla vita di Colette. Sabato sera, hanno festeggiato l’ultimo ciak, salgono in camera. Lei riceve un sms dall’ex marito, padre di due figli. Le annuncia che un loro progetto lavorativo sta andando bene. Termina con una frase affettuosa. Non solo molte relazioni, perfino qualche vita, sarebbe stata risparmiata senza l’invenzione degli sms (ma anche viceversa: il conto è probabilmente in pari). [Sembra quasi colpa dell’invenzione degli sms…] Qui accadono le prime due cose che i “fratelli dei Noir Desir” non si aspettano. La prima: Bertrand strappa dalle mani di Marie il telefono e legge il messaggio. La seconda: fa una scenata di gelosia. Bertrand è Robin Hood, il ribelle che sputa sui soldi e sul manifesto di Le Pen, come riconoscerlo in questa scena borghese e ridicola? Una domanda ingenua, come lo sono quelli che se la pongono. Certo, la scena è patetica. Ma ogni uomo, lontano dal palco, dalla cattedra, dalla rappresentazione di se stesso è, spesso, quasi sempre patetico. Il privato è la soglia della credibilità umana. Oltre, se non l’abisso, qualche pozzanghera. Nel privato, fieri anticapitalisti non parlano che di soldi e scrittori macisti si infilano i collant. Ridicolo, non stupefacente. Ed è, ancora, qualcosa che possiamo comprendere e compatire. Poi accade qualcosa d’altro. Bertrand chiede spiegazioni. Marie rifiuta o dice quel che le viene di dire. Non importa. Litigano, urlano. Va bene. E’ un diritto, per loro, un dovere. Hanno l’aria di due persone che debbono litigare con gli altri per non farlo con se stessi. Lei urla per fuggire dal proprio silenzio. Lui, sul palco, urla così tanto che ha dovuto, più volte, operarsi le corde vocali. Non hanno “l’arte del silenzio”. Sono inquieti, intelligenti. Insoddisfatti, va da sé. Niente li appagherà perché non sono abbastanza autodistruttivi, perché, a differenza di Kurt Cobain la sera in cui se ne andò a dormire con i suoi angeli, si stanno ancora divertendo. Ma Bertrand è geloso. Come può esserlo? La gelosia è quel concetto borghese e destrorso che tutte le generazioni dei suoi fratelli hanno coperto con la sovrastruttura dalle incerte fondamenta. Crolla, infatti. E Bertrand perde il controllo. Colpisce Marie. Attenzione: non una volta sola. Lo dice l’autopsia dei medici lituani: la colpisce più volte, ha il viso coperto di ecchimosi. Una volta è impeto, istinto, poco più di una parola, un vento che abbatte la sovrastruttura e lascia nuda l’anima. E’ una follia, una di quelle che, a essere uomini, capiamo. Più volte è un deliberato intento di violenza, una tempesta di cattivi sentimenti che smaschera Robin Hood e ci mostra un altro principe viziato. Non è “una follia” come Bertrand ora dice. E’ un crimine, che solo la legge penale degli uomini comprende e classifica.

Commentò la madre di Marie, al momento della scarcerazione del suo assassino:

Temo che la sua liberazione anticipata appaia come tristemente significativa per tutti quelli che lottano affinché le violenze fatte alle donne siano giustamente punite.

 

Per quanto concordi con la giudice Carpanini sul fatto che ci sono omicidi e omicidi e persino un (o una) killer può arrivare a farci pena, non concordo con lei sul fatto che l’aspetto più rilevante di una vicenda processuale sia che la sentenza si collochi “dentro i confini del diritto”.

Una sentenza può benissimo collocarsi all’interno dei confini del diritto, e comunque risultare a chi la legge mostruosamente ingiusta, soprattutto alla luce del contesto sociale in cui si colloca.

Penso ad esempio ad un’altra giudice donna (coadiuvata da una PM donna), protagonista in un caso di tentato omicidio con acido muriatico: più volte un marito aveva versato uno dei liquidi più corrosivi esistenti nelle bottigliette d’acqua destinate alla moglie, ma il caso venne archiviato.

L’uomo si giustificò così:

Volevo solo provocarle un malore, per convincerla a restare in casa. Lei, infatti, organizza spesso pellegrinaggi, ascolta Radio Maria per tutto il giorno, è molto attiva e c’è sempre gente in casa.

Questa è una pagina de I Quindici; l’edizione che ho in casa e che imparavo a memoria quando ero piccina, dalla quale è tratta l’immagine, è del 1977.

Questa filastrocca è  parte di quel contesto culturale in cui tutte queste sentenze si collocano, che siano emesse da uomini o da donne.

Un contesto in cui esiste una filastrocca che “rinserra” le mogli che “gironzolano” troppo, ma non esiste niente di simile per gli uomini che gironzolano.

Un contesto in cui si può pensare di giocare a stuprare le donne, solo le donne (penso al controverso videogioco “Rape Day” che ha scatenato indignate proteste), mentre nessuno si dà da fare per creare un gioco nel quale l’obiettivo sia umiliare, illudere o massacrare gli uomini e gli uomini soltanto.

E’ questo il contesto in cui i proclami di questi, ma soprattutto di queste giudici che si ammantano di neutralità rispetto al genere degli imputati (Come giudice ho sempre avuto un atteggiamento neutrale, non è che posso prendere le parti della ragazza, si difese la giudice Cavallo a proposito dell’episodio di Forum), risuonano false e odiose a chi ritiene che non prendere le parti delle donne sia umanamente incomprensibile, soprattutto se hai sperimentato sulla tua pelle che significa essere una donna in questo paese.

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