Federico Barakat, nessun rispetto per il ricordo di un bimbo ucciso a 8 anni

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È dovuto intervenire Andrea Checchi, il sindaco di San Donato Milanese per spostare il bidone dei rifiuti che, da giorni, si trovava davanti a un pilastro esterno all’edificio della Asl del piccolo comune della città metropolitana di Milano. Un pilastro che non sostiene solo la struttura dell’Asl, ma anche il ricordo di Federico Barakat, ucciso dal padre (poi suicidatosi) il 25 febbraio del 2009, all’interno delle stanze del centro socio-sanitario durante una visita sorvegliata dagli assistenti sociali. Una morte per la quale non venne individuata nessuna responsabilità delle istituzioni e che attende giustizia dalla Corte europea dei Diritti umani alla quale si è rivolta Antonella Penati, la madre del piccolo Federico.

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Una ghirlanda di fiori e la foto di Federico sorridente, disegni e dediche dei bambini e bambine ricordano da tempo, sulla nuda parete, la morte di un bambino di otto anni che non può essere dimenticata…

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Tutte le sfumature della violenza

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Una traduzione da Fifty Shades Darker Isn’t Empowering, It’s Abuse, di Caitlin Roper

Alla fine è uscito il tanto atteso “Cinquanta sfumature di nero”, secondo capitolo della  trilogia cinematografica iniziata con “Cinquanta sfumature di grigio”. Ma non mi sento svenire, piuttosto rabbrividisco.

L’eroe ‘romantico’ è Christian Grey, un individuo profondamente disturbato che inizia subito a perseguitare l’ingenua e vergine Ana. Christian è geloso, è un maniaco del controllo, un manipolatore e ha un debole per la violenza sessuale (questo uomo ha scritto “prendimi” dappertutto addosso). Cerca anche di convincere Ana a firmare un contratto che gli garantisce il controllo su ogni aspetto della sua vita, dal fatto che lei debba essere a sua disposizione per il sesso ogni volta che lui lo richiede fino a dettare cosa e quando lei può mangiare.

Un grande amore, vero?

L’analisi del primo libro ha stabilito che la cosiddetta relazione romantica tra Christian e Ana non è altro che violenza domestica. Servendosi delle definizioni fornite dai Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie, i ricercatori hanno rilevato che l’abuso emotivo e la violenza sessuale pervadono il libro, notando che l’abuso emotivo è presente “in quasi ogni interazione” fra i due personaggi. E’ dimostrato dallo stalking, come ad esempio il monitoraggio dei movimenti di Ana per mezzo del telefono e della tecnologia informatica,  dalla volontà di limitare la vita sociale di Ana, dalle intimidazioni e dalle minacce.

I ricercatori hanno identificato diversi episodi di violenza sessuale, ad esempio quando Christian inizia approcci sessuali nel corso di una discussione, ignorando la reticenza di Ana e servendosi delle minacce e dell’alcol per estorcerle il consenso al rapporto.

“No per favore. Non posso farlo. Non adesso. Ho bisogno di un po ‘di tempo. Per favore.”
“Oh Ana, non pensarci troppo.”

“No,” protesto, cercando di allontanarlo con un calcio. Si ferma. “Se ti ribelli, ti lego anche i piedi. Se fai solo un fiato, Anastasia, ti imbavaglio.

Nonostante questo, Fifty Shades è diventato un fenomeno globale, ha ispirato una serie di gadget tra i quali biancheria, vino, giocattoli sessuali, pacchetti vacanze, i negozi di ferramenta vendono un pacco “Cinquanta sfumature” che comprende corda e nastro adesivo e si trovano persino body da bambino decorati con le manette e lo slogan “Faccio finta che Christian Grey sia il mio papà”.

Che cosa succede quando una serie di film di questa portata rappresenta la violenza domestica e la violenza maschile contro le donne come sexy e desiderabile? Quale messaggio si invia a donne e ragazze, ma anche agli uomini e ai ragazzi? Chi trae vantaggio da una diffusa accettazione dell’idea che le donne e le ragazze segretamente desiderano e godono della violenza sessuale?

Naturalmente, non tutti condividono queste preoccupazioni. Nel corso del mio impegno per la campagna Collective Shout: for a world free of sexploitation ho discusso con diversi fan dei libri che sostengono che Cinquanta Sfumature è semplicemente un racconto e, pertanto, non può avere alcuna influenza sulla vita reale. Abbiamo affrontato questa e altre obiezioni sul nostro sito web.

In modo allarmante, molte persone che hanno difeso Cinquanta sfumature sostenendo che non ha alcun impatto sui comportamenti nei confronti delle donne o sulla violenza degli uomini contro le donne, hanno continuato a ribadire i vari miti e a diffondere disinformazione sulla violenza domestica, dimostrando una profonda mancanza di comprensione di questi temi. Questi comportamenti esistono già e l’opinione diffusa in merito è fortemente rafforzata dalle Cinquanta sfumature.

Cinquanta sfumature non descrive un rapporto abusivo, mi è stato detto, perché Christian non la picchia (come se l’abuso domestico consistesse solo in aggressioni fisiche). Un’altra obiezione è che se a lei non piaceva lo avrebbe lasciato, un argomento che dimostra l’incapacità di comprendere la paura, i rapporti di potere e la complessità in gioco in situazioni di violenza domestica. Altri ancora hanno minimizzato o difeso i comportamenti abusanti di Christian Grey, sostenendo che il suo pedinarla e controllarla sono la prova di quanto l’ama, o sono da comprendere perché egli stesso era stato una vittima in passato, o sono irrilevanti perche lui ‘cambia alla fine’.

In netto contrasto con la storia di Cenerentola dove (spoiler alert) l’aggressore può cambiare se la sua vittima resiste e lo ama abbastanza, la realtà è che la violenza tende ad aumentare nel corso del tempo. Come ha dichiarato Gail Dines, “i rifugi per le donne maltrattate e i cimiteri sono pieni di donne che hanno avuto la sfortuna di incontrare un Christian Grey.”

Gruppi di donne in tutto il mondo si sono uniti nel boicottaggio dell’opera. A Collective Shout, London Abused Women’s Centre, Culture Reframed e al National Centre on Sexual Exploitation si sono aggiunte decine di gruppi in una campagna internazionale, Fifty Dollars Not Fifty Shades.

La campagna chiede al pubblico di boicottare il film e donare cinquanta dollari (o un altro importo) alle organizzazioni che operano contro la violenza domestica o ai rifugi per le donne maltrattate, perché, nel mondo reale, è in posti così che le donne come Ana finiscono. I sostenitori della campagna sono incoraggiati ad utilizzare l’hashtag #50DollarsNot50Shades e #FiftyShadesIsAbuse per promuovere la diffusione della campagna.

La nostra speranza è che la gente riesca a cogliere il legame che intercorre tra una cultura che sessualizza, giustifica, tollera e glorifica la violenza degli uomini contro le donne e la violenza contro le donne di cui siamo tutti testimoni nella vita reale.

Quante vite dipendono da questo?

 

Sullo stesso argomento:

50 Shades of Propaganda: How You Are Being Indoctrinated To Sexual Violence

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Diritto minorile?

E’ opinione diffusa che, se si parla di divorzio e separazione, in Italia la vittima è una e una soltanto: il povero papà.

Da anni ormai si legge sui giornali che gli uomini patiscono ingiustizie inenarrabili a causa di donne avide e senza scrupoli come questa.

Ne abbiamo parlato tante volte, ma a dispetto dell’evidenza fornita dai fatti, le conclusioni alle quali giunge l’italiano/l’italiana medio/a sono sempre le stesse: le ex mogli fanno la bella vita mentre quelli che una volta erano i loro mariti se la devono vedere con tribunali crudeli che li fanno a pezzi solo perché maschi.

“L’evidenza fornita dai fatti”, ho scritto. Quali fatti? Fatti come quello nel quale mi sono imbattuta grazie alla segnalazione di una mia lettrice.

Da una conversazione su facebook:

diritto_minorile

Qui abbiamo un uomo indagato per “pseudo maltrattamenti” (possiamo ipotizzare che si riferisca al reato di maltrattamenti contro familiari e conviventi). Come potete verificare scorrendo la conversazione, la causa penale è ancora in corso.

Ciononostante, ci dice Gianluca, il giudice chiamato a tutelare i figli della coppia, decide di collocarli presso di lui.

Questo ci riporta ad un tema trattato qualche tempo fa, ovvero le ragioni che rendono le donne restie a denunciare la violenza subita.

Se ricordate (e se non ricordate seguite il link qui sopra), sfogliando un opuscolo realizzato dall’assessorato Pari opportunità della Regione Emilia-Romagna e dal Tribunale per i minorenni di Bologna, avevamo scoperto che una delle paure delle donne vittime di violenza è quella di vedersi sottrarre i figli nel momento in cui chiedono aiuto per sfuggire al loro aguzzino.

Alla luce della vicenda condivisa da Gianluca, sembra una paura più che fondata.

La vicenda di Gianluca sembra anche confermare quello che sostengono diversi studi condotti all’estero, ovvero che sollevare accuse di violenza domestica spesso va a discapito di chi si proclama vittima o genitore protettivo, più di quanto non danneggi il presunto maltrattante.

Questo è quello che sostengono le madri che si sono date appuntamento alla Battered Mothers Custody Conference che si è svolta la scorsa primavera, nel corso della quale si è ribadito che le donne non sono considerate credibili in quanto donne.

La decisione di collocare dei bambini al genitore accusato di maltrattamenti, infatti, potrebbe derivare dalla convinzione che un uomo che usa violenza contro la madre dei suoi figli possa essere comunque un padre sufficientemente buono (una convinzione che nega il fenomeno della violenza assistita), ma potrebbe anche derivare da una presunzione di colpevolezza nei confronti di colei che ha mosso le accuse, giudicata bugiarda ancor prima della conclusione delle indagini.

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Intervento per l’assemblea NonUnadiMeno del 4-5 febbraio

Dalla nota di Rete femminista Contro il Sistema Prostituente:

In occasione dell’assemblea Non Una di Meno del 4-5 febbraio, come Collettivo Resistenza Femminista e gruppo Rete Femminista contro il sistema prostituente abbiamo proposto alcune nostre riflessioni a proposito di donne migranti e prostituzione, a partire da un punto del report relativo ai tavoli del 27 novembre: “La necessità di distinguere (senza contrapporre) tra il lavoro di sostegno e fuoriuscita dalla violenza e dai circuiti criminali con le donne vittime di tratta, e quello con le donne migranti che per scelta decidono di fare sex work e le loro richieste di diritti”.

Per ragioni di tempo abbiamo sintetizzato i contenuti del nostro documento che adesso vi proponiamo nella sua versione integrale:

Care Femministe, crediamo che le domande che avete posto nella discussione collettiva siano fondamentali e debbano essere affrontate ancora insieme: ”come intendiamo noi occidentali il femminismo in relazione alle donne immigrate nel nostro paese e in Europa? Le lotte per l’autodeterminazione che le donne immigrate portano avanti sono già in sé lotte femministe? Che uso facciamo dei termini a partire dal nostro posizionamento privilegiato?

Condividiamo la vostra prospettiva. Crediamo infatti che come femministe bianche occidentali non possiamo non mettere da parte la nostra angolazione privilegiata, e questa consapevolezza deve anzi farci riflettere sulla necessità di dialogare con, mettersi in ascolto di, e non parlare per conto o al posto di. In un caso significa riconoscere soggettività politica alle donne migranti, affiancarle nelle loro lotte e arricchire contemporaneamente la lotta femminista, che significa essere unite nel riconoscimento della specificità politica dell’altra; nell’altro caso significa invece coprire la loro voce, imporre una visione e un linguaggio che sono caratteristici dell’occidente capitalista di cui facciamo nostro malgrado parte sebbene in una posizione di aperta critica e di lotta antipatriarcale. Proprio per questo motivo riteniamo fondamentale ascoltare prima di tutto le voci delle attiviste ex-vittime di tratta e tutte le sopravvissute all’industria del sesso che da tempo prendono parola in tutto il mondo contro lo sfruttamento sessuale di donne e bambine. In Italia Isoke Aikpitanyi, attivista, ex-vittima di tratta, autrice del libro ‘Le ragazze di Benin City” è da anni impegnata in prima linea nella lotta contro la tratta. Un impegno condiviso da Adelina, ex vittima di tratta trafficata in Italia dall’Albania, che negli anni ha aiutato molte donne ad uscire dal racket e adesso gestisce una rubrica “Libera la vita” presso un’emittente radio, proprio sul tema della lotta contro la tratta.

Una formula su cui bisogna tornare a riflettere insieme è quella di ‘sex work’ e il concetto relativo di “prostituzione volontaria”. Ritornare a parlare di quella ‘libera scelta’ che noi tutte femministe vogliamo assolutamente tutelare, ma il cui significato personale-politico deve essere ridiscusso aggiornando il dibattito alla situazione storica in cui ci troviamo a vivere. Nella complessità del panorama socio-politico attuale, ovvero quello del capitalismo globalizzato, nuovi scenari di oppressione, sfruttamento e discriminazione contro le donne si sono fatti strada. Questa violenza (sessuale, politico-economica e simbolica) colpisce in particolar modo le donne migranti. La vulnerabilità economica estrema, unita ai traumi molteplici che le donne migranti si trovano a vivere quando tentano di abbandonare la realtà durissima dei propri paesi di origine alla ricerca di un futuro dignitoso, cambiano radicalmente la prospettiva: il nostro occidentale concetto di ‘libertà individuale’ e possibilità di scegliere per il proprio destino deve essere profondamente rivisto. È urgente ridiscutere il concetto di ‘libera scelta’ che usiamo come femministe occidentali per le donne migranti, se si considerano le molteplici occasioni di sfruttamento, violenza e rischi altissimi per la propria salute psicofisica che queste donne sono costrette a vivere nel mondo della prostituzione. Come dice Neco’le Moore, sopravvissuta all’industria del sesso e attivista afro-americana, membro di SPACE international, “una scelta non è una scelta se non hai la possibilità di scegliere”. Non solo le vittime di tratta, ma anche tutte quelle donne che si sono trovate a “scegliere” la prostituzione in assenza di altre alternative e che vogliono essere chiamate “sopravvissute” (proprio perché alla prostituzione si sopravvive come si sopravvive alla violenza maschile di cui la prostituzione rappresenta la manifestazione più emblematica) rifiutano con forza il termine “sex work”:

(http://www.catwinternational.org/Home/Article/587-over-300-human-rights-groups-and-antitrafficking-advocates-worldwide-weigh-in-on-sex-work-terminology-in-media).

Come avete fatto notare nel vostro report, la scarsa presenza di donne migranti al tavolo rende la nostra prassi femminista ancora più difficile e se vogliamo molto pericolosa, ancora di più se si sceglie di affrontare senza la presenza diretta di questi soggetti politici una questione fondamentale e complessa come la prostituzione. Come possiamo noi stabilire i confini tra tratta e prostituzione volontaria? Abbiamo il diritto di usare una formula come ‘sex work’, che implica che la prostituzione sia un lavoro, e non una scelta per assenza di lavoro, di vere alternative all’indigenza o addirittura uno stile di vita imposto da un compagno/fidanzato/marito pappone, come sappiamo da molte testimonianze di donne sopravvissute allo sfruttamento sessuale?

Non è in discussione che una donna possa “scegliere” quello che Rachel Moran, attivista e sopravvissuta, definisce “la commercializzazione dell’abuso sessuale”. Né soprattutto è in discussione che come femministe ci posizioniamo con le donne sempre, qualsiasi siano le loro scelte. Ma quello che invece i soggetti politici migranti ci chiedono di fare è prima di tutto di dare spazio alle loro voci, e successivamente, partendo da questo ascolto, interrogarci se le categorie che usiamo per classificarle e dividerle in compartimenti stagni siano valide: dove inizia la tratta e dove finisce per dare spazio alla scelta? Come possiamo stabilire che sia libertà, quella di una donna che “sceglie” di prostituirsi perché costretta dal razzismo e dalla discriminazione etnica che le impediscono di trovare un lavoro per sopravvivere? La prostituzione per motivi di sopravvivenza è libera? Rispettare quella “scelta” in quel momento non è la stessa cosa di chiamarla “lavoro”, perché siamo noi a normalizzare una situazione che molte donne migranti vivono come violenza economica, razziale e di classe. Sono le loro parole che noi pensiamo dobbiamo ascoltare, e per questo motivo proponiamo una sintesi di alcune riflessioni di Anna Zobnina, immigrata in Europa dalla Russia e membro dell’European network of Migrant Women, impegnata da anni nell’assistenza e aiuto alle donne migranti e alle vittime di tratta:

Le donne migranti sono sorprese dell’uso del termine ‘sex work’, una descrizione Occidentale e neo liberista di quello che fanno. Questo perché la maggior parte delle donne migranti sopravvivono alla prostituzione così come si sopravvive ai disastri naturali, alle carestie o alla guerra. Non lavorano nella prostituzione. Molte di queste donne hanno titoli di studio e capacità che vorrebbero usare in quella che l’Unione Europa definisce la “skill economies “(l’economia basata sulle capacità), ma le restrittive leggi europee sul lavoro e le discriminazioni etniche e sessuali contro le donne impediscono loro di ottenere questi lavori. Il mercato del sesso invece non è un posto insolito dove trovare le donne migranti in Europa. Mentre alcune di loro sono identificate come vittime di tratta o sfruttamento sessuale, molte non lo sono. Sulle strade, nei centri massaggi, negli hotel, negli appartamenti privati, negli strip-club ci sono donne migranti che non soddisfano i criteri ufficiali per poter essere considerate vittime di tratta e quindi non hanno diritto a nessun tipo di aiuto. Chi difende l’industria della prostituzione ci rassicura dicendo che la prostituzione è una scelta. Sicuramente non la prima scelta, per quelle che hanno varie possibilità; eppure per i gruppi di donne più emarginati e svantaggiati, solo per loro viene proposta come una valida via d’uscita dalla povertà. In linea con questo principio è la dichiarazione di Kenneth Roth, il direttore di Human Rights Watch che nel 2015 ha dichiarato: “Tutti vogliamo mettere fine alla povertà, ma nel frattempo perché negare alle donne povere l’opzione del sex work volontario?” Le donne emigrano in Europa a causa della loro condizione di grande difficoltà economica e sempre in maggior numero perché temono per la loro vita. Se lasciate le vostre scrivanie dove fate ricerca e parliamo con le donne migranti – donne arabe, africane, indiane; donne dalle Filippine, dalla Cina e dalla Russia come me – la possibilità di trovare una donna che descriva la prostituzione come “lavoro” è estremamente bassa. Questo perché il concetto di “sex work” non esiste nelle culture da cui provengono. Esattamente come altri esempi di vocabolario neo-liberista, è stato importato dal resto del mondo delle ricche economie capitaliste occidentali, spesso attraverso i canali della politica della “riduzione del danno” e dei programmi di prevenzione dell’AIDS. L’esempio perfetto di un’economia capitalista in Europa che sfrutta donne migranti è la Germania. Nel libero mercato dell’industria della prostituzione tedesca, dove i compratori e i papponi non sono riconosciuti come sfruttatori ma come onesti imprenditori. Nel 2015 la Commissione Europea ha calcolato più di 30.000 vittime di tratta registrate in Europa solo in 3 anni, dal 2010 al 2012. Quasi il 70% sono vittime di tratta a scopo sessuale, con le donne e le ragazze minorenni che sono il 95% di questo gruppo. Più del 60% delle vittime sono trafficate da paesi come la Romania, la Bulgaria e la Polonia. Le vittime extra europee di solito provengono dalla Nigeria, Brasile, Cina, Vietnam, Russia. Depenalizzare il reato di induzione e sfruttamento come in Germania normalizza l’intreccio di discriminazioni sessuali, etniche e di classe presenti nella società europea a cui le donne migranti sono sottoposte già in modo sproporzionato. Incrementa le barriere legali per l’accesso al lavoro che le donne migranti già affrontano, privandole delle loro capacità e derubandole di opportunità economiche. Quello che è peggio spazzano via quello in cui le donne migranti più povere e svantaggiate che sostengono viaggi pericolosi per arrivare in Europa credono: che una vita libera dalla violenza sia possibile così come la nostra lotta per ottenerla.

Ed è proprio dalla riflessione di questo “intreccio di discriminazioni sessuali, etniche e di classe” che noi femministe della rete, poniamo la questione del cliente, sul ruolo che questo assume all’interno del sistema prostituente nell’alimentare il fenomeno della tratta. Il cliente infatti nella stragrande maggioranza dei casi è rappresentato da un uomo occidentale bianco, etero, benestante, la cui condizione di privilegio socioeconomico rispetto alle donne più svantaggiate, rende possibile l’espansione criminale dell’industria del sesso, attraverso la domanda di corpi di cui disporre liberamente Anche la tratta classicamente intesa come “pistola puntata alla testa” non sarebbe possibile senza il cliente. Il cliente è il grande assente dai programmi di prevenzione, dai dibattiti, dai procedimenti penali. Nel neoliberismo razzista e patriarcale ci si concentra invece sugli stranieri, vittime o sfruttatori che siano.

Fonti e riferimenti

 

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L’uomo

Una mia lettrice mi segnala una campagna stampa (cartellonistica) apparsa a Milano da qualche settimana.

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Al di là dell’uso del cosiddetto “maschile neutro inclusivo” (scrivono “uomo”, ma evidentemente vogliono intendere l’essere umano, visto che due su tre delle persone fotografate sono donne), sono altre le osservazioni che ho trovato interessanti, che riporto e provo ad integrare.

L’uomo, un uomo che sfoggia un bel corredo di rughe d’espressione piuttosto marcate e un accenno di borse sotto gli occhi e un look casual raffinato, dietro di sé ha un mappamondo e suggerisce successo lavorativo, personale ed economico.

La donna matura, che invece dietro di sé ha la doppia catena del DNA e abbraccia un cucciolo di cane, fa pensare ad un’assenza di maternità che la donna in carriera compensa sfogando sulla bestiola quel tratto distintivo della femminilità che è l’attitudine alla cura.

La ragazza guarda languidamente in camera con le labbra semi aperte, il viso inclinato, la mano che lo sfiora e i capelli fluenti, mentre dietro di lei compare l’immagine stilizzata di un corpo maschile. Guardando quest’ultima foto, con accanto la scritta “investiamo sulla tecnologia più evoluta che esista: l’uomo”, è veramente difficile convincersi che la banca intenda investire nella giovane sognante in primo piano, ma piutto che entrambi, la banca e la ragazza, aspettino l’arrivo dell’uomo evoluto.

Gli stereotipi di genere sono duri a morire ed anche quando un marchio probabilmente è convinto di produrre una comunicazione non sessista, finisce col ricadere nei vecchi modelli di mascolinità e femminilità, ribadendo ad esempio – a dispetto della comunque crescente sessualizzazione dell’immagine maschile nella pubblicità – che la bellezza e la giovinezza sono ancora caratteristiche necessarie soprattutto alle donne.

A proposito del “tracimante istinto materno” delle donne di una certa età che hanno un rapporto molto stretto con gli animali, voglio suggerirvi oggi un vecchio articolo pubblicato su Resistenza femminista che analizza uno degli stereotipi negativi dell’immaginario patriarcale: la gattara.

Buona lettura!

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Rivendicazionismo

Rivendicazionismo: tendenza a rivendicare diritti, soprattutto sociali, economici e politici.

suffragette

Qualche tempo fa Massimo Lizzi ha scritto una lettera aperta alle “care amiche  femministe, rivendicazioniste e paritarie“, nella quale invita tutte quelle donne che denunciano “le ingiustizie, le violenze e le discriminazioni di cui le donne sono vittime” ad abbandonare “le forme maschili della politica”.

Sebbene Massimo riconosca, nella sua lettera, che gli uomini, pur costituendo la “metà del genere umano”, si comportino come se fossero “tutto il genere umano”, e questo perché occupano “ancora la gran parte delle posizioni di potere”, motivo per il quale possono essere “violenti, influenti”, e riconosca che le donne non hanno il potere di rimuoverli da quelle posizioni di potere che concedono loro il privilegio di vivere come se fossero l’intero genere umano, usando la loro violenza e la loro influenza per relegare la donna al ruolo di essere meno-che-umano (“certo, non potete rimuoverci“, scrive), ritiene che le donne non debbano chiedere agli uomini “parità, diritti, rispetto”.

“Non credete, in questo modo, di conferire troppo potere agli uomini?”, chiede.

E poi fa la sua proposta: invece di “chiedere” di non essere oppresse, le donne dovrebbero scegliere un’altra strada.

Quello che credo di aver capito – ci dice – è che le donne possono praticare la libertà e l’indipendenza dagli uomini, dandosi forza e autorità in autonomia, tra loro, mostrare la propria grandezza, e togliere l’uomo, in positivo o in negativo, da dove lui ha preteso di mettersi, dal centro dell’Universo.

Le donne dovrebbero vivere “in autonomia, tra loro”, e “mostrare la loro grandezza”.

Veniamo alla prima proposta, “vivere in autonomia”. Ma che significa?

Viviamo in un mondo di relazioni che, ci piaccia o meno, ricomprende anche degli uomini: il ginecologo, il padre, il nonno, lo zio, il fratello, il cugino, il pediatra, il compagnuccio dell’asilo, il patrigno, il maestro, il professore, ognuna di noi ha avuto almeno un uomo intorno sin dal momento della nascita, a meno di non essere nata in un mitologico “villaggio delle donne” ispirato alle comunità femminili nascoste lungo le rive del fiume Scamandro descritte da Christa Wolf in “Cassandra”.

Giriamo per la strada, mano nella mano con la nostra mamma, e siamo circondate da manifesti come questo:

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Entriamo in un negozio, e vediamo sugli scaffali articoli come questo descritto da Repubblica, posizionato sugli scaffali rosa che sono separati da quelli dedicati ai maschietti, di modo da ricordarci costantemente qual è il nostro posto nel mondo.

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Cresciamo tra vestitini sexy, trousse per il trucco, bambole ammiccanti, mini lavatrici e ferri da stiro giocattolo, finché non proviamo ad entrare nel mondo del lavoro, dove il più delle volte ci sentiamo dire, a prescindere dallo sforzo che mettiamo nell’accumulare competenze, che dovremmo smettere di provarci.

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Quando ci va bene.

Perché quando va male qualcuno degli uomini che lavora con noi ci mette le mani addosso, e, se proviamo a protestare che la molestia sessuale sul luogo di lavoro è un reato, ci viene rispoto che no, non è vero, è solo “un immaturo e inopportuno atteggiamento di scherzo“.

Ci viene detto che dobbiamo imparare a stare agli scherzi.

Perché è il nostro atteggiamento quello che genera problemi, la nostra tendenza a prendere tutto troppo sul serio, quell’insopportabile mettersi a piagnucolare che è una caratteristica tutta femminile… non il maschilismo dei nostri colleghi.

Che palle le donne che piangono! Sono insopportabili, fin da piccole: le spedisci in ospedale, con una costola incrinata, e loro a lamentarsi che sono vittime di violenza, quando invece erano solo “normali dinamiche da scuola elementare”.

In questo contesto (e ne ho descritta solo una piccola parte) quale dovrebbe essere lo spazio nel quale “vivere in autonomia?

Non dobbiamo leggere i giornali, non dobbiamo accendere il computer per collegarci alla rete, non dobbiamo andare a scuola o al lavoro, non dobbiamo fare sport, non dobbiamo entrare nei grandi magazzini,  non dobbiamo farci fotografare?

Oppure basta far finta che tutto quello che ci circonda semplicemente non esista o non abbia alcuna influenza nella nostra vita?

Mi chiedo se Massimo Lizzi direbbe ad uno straniero la stessa cosa.

Se direbbe ad un immigrato “non badare ai razzisti che non ti affitano uno straccio di appartamento perché sei nero“, vivi in autonomia, “mostra la tua grandezza”. Fagliela vedere a quei razzisti, “relativizzali” dormendo su un cartone per strada. Vedrai come cambiano le cose! E se muori congelato prima che siano cambiate, beh…

Ci sono un sacco di donne che possono permettersi di vivere in un mondo immaginario nel quale il patriarcato è già morto, creando dei luoghi protetti nei quali stare “tra loro”, spazi nei quali si raccontano quanto sono grandi e forti, così grandi e forti che non hanno nulla da chiedere agli uomini di potere.

Poi ci sono quelle donne che subiscono uno stupro e non solo non ottengono giustizia, ma subiscono ulteriore violenza da tutti quelli che le accusano di essere delle bugiarde mignotte che la danno via al primo che passa e poi si lamentano, quelle che soffrono di sindrome post traumatica da stress a causa delle violenze, quelle che perdono il lavoro perché hanno denunciato il collega stalker o il capo che toccava loro il culo e non sanno come arrivare a fine mese, quelle che si vedono portare via i figli perché denunciano un padre per pedofilia, quelle picchiate dal marito che si sentono dire che hanno reagito troppo o non hanno reagito abbastanza e quindi è anche un po’ colpa loro, quelle che non hanno un tetto sopra la testa, ma sono gli uomini quelli poveri e tutte le separate sono delle avide stronze, tutte quelle donne che a causa del potere degli uomini patiscono, stanno male e non ce la fanno più.

Non basta fingere che una cosa non esiste per farla scomparire, non funziona così.

Le donne non “chiedono”, le donne “pretendono”, che è una cosa completamente diversa. Perché noi donne siamo esseri umani e questo dato di fatto deve essere riconosciuto da tutto il genere umano, anche da quella porzione che si ostina a porsi al centro dell’universo relegandoci a satelliti a servizio dei suoi desideri, se vogliamo che quelle donne che soffrono a causa del disequilibro di potere che caratterizza questa società maschilista smettano di soffrire.

E questo avverrà non per gentile concessione degli uomini, ma perché ce lo stiamo faticosamente guadagnando, una battaglia alla volta.

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Non volevamo restare in una casa nella quale non ci sentivamo amate e protette

 

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Una traduzione da “We were sent to juvenile detention for refusing to live with our father” di Hope ed .

Avevamo 14 anni quando un agente di polizia ci ha portate fuori dalla nostra scuola in manette. Non avevamo commesso nessun reato, eravamo studentesse zelanti, mai sottoposte a procedimenti disciplinari. Ma non potevamo più rispettare l’accordo di affido condiviso che i nostri genitori avevano firmato dopo il loro divorzio nove anni prima. L’accordo stabiliva che avremmo dovuto passare metà del nostro tempo con nostro padre, un uomo col quale non avevamo alcun rapporto e che per lo più ci ha ignorate, tranne quando voleva qualcosa da noi. Quando vivere lui è diventato insopportabile, abbiamo preso la terribile decisione di servirci della disobbedienza civile e ci siamo rifiutate di andare con lui.

Un giudice in Michigan ha imposto la stessa sorte a tre fratelli il mese scorso. La giudice Lisa Gorcyca ha condannato i bambini Tsimhoni – di 9, 10 e 14 anni – alla detenzione in un carcere minorile perché si rifiutavano di incontrare il padre, attirando l’attenzione internazionale. Gorcyca ha respinto le denunce di abuso dei bambini, insistendo che il padre, Omer Tsimhoni, è “un uomo buono.” Li ha inviati al Children’s Village prima, poi, a seguito della pubblica indignazione, li ha trasferiti in un campo estivo, dopo più di due settimane.

Nel corso di troppe dispute fra genitori per l’affido dei minori, gli adulti sminuiscono i tentativi dei bambini di fuggire da case nelle quali si sentono maltrattati. Nostro padre sembrava trarre piacere dall’esercitare il controllo su di noi e annientare il nostro spirito. Ma come Gorcyca, il dirigente scolastico replicò che nostro padre era “amorevole” e insistette che tagliarlo fuori avrebbe significato a gettare via le nostre vite. I genitori dei nostri amici erano comprensivi, ma ritenevano che quello che accade in casa deve rimanere un affare di famiglia. Invece di permetterci di vivere con nostra madre a tempo pieno, la polizia ci inviò al riformatorio perché eravamo ragazze “incorreggibili”.

La Giudice Gorcyca ha giustificato il suo operato dicendo che la madre dei tre fratelli aveva fatto loro il lavaggio del cervello per convincerli ad odiare il padre. Ha detto ai bambini, “il giorno che comprenderete quello che sta succedendo e chiederete scusa a vostro padre.” Ma oggi, a 22 anni di età, noi che abbiamo vissuto quello che hanno vissuto i ragazzi Tsimhoni, non abbiamo nessuna intenzione di scusarci.

Abbiamo implorato nostro padre di lasciarci vivere con nostra madre in diverse occasioni, ma ha sempre ignorato le nostre suppliche. La nostra mamma non poteva permettersi una battaglia legale per modificare l’accordo di custodia, e comunque credevamo che ogni sforzo in tal senso sarebbe stato inutile. Dal momento che il dolore che nostro padre ci causava non lasciava segni sul nostro corpo, era difficile da dimostrare.

Per anni, ci siamo sentiti stressate e impaurite, abbiamo sofferto di mal di testa, mal di stomaco, ed occasionalmente di attacchi di panico. Abbiamo cominciato a desiderare che il nostro padre ci colpisse in modo che qualcuno avrebbe finalmente creduto che vivevamo nella sofferenza. Hope una volta sognò che la colpiva in faccia, facendole colare il sangue  giù per la mascella. Nel sogno, pianse lacrime di gioia e disse in un sussurro sollevato, “grazie”.

Quando siamo entrate al liceo, abbiamo sperato che la corte ci avrebbe ritenute abbastanza grandi da decidere di vivere con nostra madre. Così un giorno, quando nostro padre è arrivato a prenderci a scuola, ci siamo rifiutate di andare. Abbiamo chiamato l’ufficiale di polizia della scuola, stupidamente credendo che lui e un responsabile scolastico ci avrebbero protetto. Niente di più sbagliato. Ci hanno disprezzate per il modo in cui stavamo trattando un “padre amorevole” che “voleva solo che le cose andassero meglio”. Invece di permetterci di partire con nostra madre, l’ufficiale di polizia ci ha dato due alternative: andare con nostro padre o essere arrestate. Abbiamo scelto quest’ultima.

Siamo stati perquisite, ammanettate, e guidate attraverso le sale del nostro liceo verso una macchina della polizia.

Come nel caso dei ragazzi Tsimhoni, gli assistenti sociali hanno agito come se nostra madre ci avesse fatto il lavaggio del cervello. Ci hanno accusato di voler provocare una guerra tra i nostri genitori e ci hanno trattato come criminali. Al centro di detenzione siamo stati costrette a toglierci i nostri abiti e sostituirli con le uniformi colorate. Ci hanno separate e interrogate. Quando abbiamo cercato di spiegare che ci sentivamo maltrattate e depresse in casa di nostro padre, l’uomo che ci interrogava disse “Smettetela con queste risposte evasive! Vi ha lasciato o no dei segni? ”

Presso la struttura dove siamo state portate, abbiamo subito il medesimo bullismo che la Giudice Gorcyca ha inflitto ai bambini Tsimhoni. Eravamo trattenute come “internate volontariamente”, ma fino ai 18 anni saremmo state libere di uscire solo con nostro padre fino, o se un giudice avesse ordinato altrimenti.

Il personale della struttura di detenzione fece tutto il possibile per spezzarci, aggiungendo altri traumi a quelli che avevamo sperimentato da nostro padre. Non ci era permesso di toccarci l’una con l’altra, neanche di tenerci per mano durante la preghiera. Se parlavamo a voce troppo alta, il personale ci sgridava; se parlavamo a voce troppo bassa, ci proibivano di parlare del tutto.

E ‘stata un’esperienza disumanizzante, ma sempre meno spaventosa dell’idea di tornare da nostro padre. Così abbiamo cercato di accettare quella nuova realtà.

All’ora di cena del nostro terzo giorno di detenzione, nostra mamma è arrivata con un ordine del tribunale che ci scarcerava. Il giudice ci aveva temporaneamente affidato a lei e aveva richiesto una valutazione psicologica. La valutazione stabilì che era meglio per noi vivere con la nostra mamma piuttosto che in un carcere minorile.

Abbiamo parlato con nostro padre solo una volta negli otto anni successivi. Abbiamo la sfortuna di dover considerare il costo della terapia per superare il trauma nei nostri bilanci per la scuola di specializzazione, ma siamo fortunate rispetto a molti adolescenti incarcerati. A causa della formazione inadeguata del personale nelle strutture di detenzione minorile, molti abbandonano la scuola e finiscono per tornare in carcere o prigione. Ancora oggi celebriamo il nostro Giorno dell’Indipendenza, nel quale festeggiamo la nostra liberazione dal centro di detenzione minorile e dal controllo di nostro padre.

Siamo risentite del fatto che il sistema giudiziario ci ha costrette a vivere in una casa nella quale non ci sentivamo amate e protette. Nel corso del tempo, la legge ha deciso che le persone non possono essere possedute, ma questo non è vero quando le persone sono bambini. Un adulto non può incarcerare i suoi dipendenti, i suoi genitori o il suo partner perché “ribelli”, ma può pretendere che siano incarcerati i suoi figli. Se il giudice ci avesse protetto quanto protegge gli adulti, avremmo avuto un’infanzia molto più sana e più felice.

Come il giudice nel caso di Omer Tsimhoni, nostro padre ha tirato in ballo il concetto di “Sindrome di Alienazione Genitoriale” per screditare le nostre accuse di maltrattamento. E’ un’accusa che molti genitori muovono nel corso di battaglie per la custodia, per accusare i loro ex coniugi di aver fatto il lavaggio del cervello ai loro figli, convincendo i mediatori che i bambini sono stati allenati a mentire. La conseguenza è che non vengono fatte indagini sui cattivi genitori e sugli abusi e i bambini vengono restituiti a famiglie violente ed emotivamente dannose. In casi estremi, il bambino o il genitore protettivo finisce in carcere per essersi rifiutato di obbedire agli accordi di custodia o di visita stabiliti dal tribunale.

I bambini non dovrebbero mai essere incarcerati se non hanno commesso un crimine. Accuse pretestuose come l’ “incorreggibilità”, per cui solo i bambini sono perseguiti, sono intrinsecamente discriminatorie e dovrebbero essere abolite. I bambini devono essere rappresentate da un avvocato nei casi di custodia, a spese dello stato. Attualmente, hanno diritto ad un tutore legale, spesso un volontario con una formazione di pochi giorni.

Inoltre, i giudici non dovrebbero mai trascurare le denunce di abuso o maltrattamento mosse dai bambini. Siano abusi di tipo emotivo o fisico, devono essere accuratamente investigati prima di emettere provvedimenti che stabiliscono le modalità di affido o di visita. I Tribunali esistono per proteggere i diritti dei cittadini, compresi i bambini – e i bambini dovrebbero avere il diritto di vivere in case sane.

Nel caso Tsimhoni non c’è ambiguità. Per esperienza, sappiamo che la decisione di utilizzare la disobbedienza civile per sfuggire ad un genitore non è un capriccio infantile, ma il frutto di vera disperazione. Quello che noi, come gli Tsimhoni, abbiamo cercato di dire era: “Stare con nostro padre è così insopportabile che preferiamo la reclusione al rischio di rimanere con lui. Lasciateci vivere con la nostra mamma.”

E’ un messaggio che il nostro sistema giudiziario non dovrebbe ignorare.

 

Per approfondire:

The Strange Advocacy for “Parental Alienation Syndrome”

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Due genitori ad ogni costo

A gennaio dello scorso anno Women’s Aid ha pubblicato, nell’ambito della campagna Child First, un rapporto dal titolo “Nineteen Child Homicides: What must change so children are put first in child contact arrangements and the family courts” (19 omicidi di bambini: cosa deve cambiare affinché la tutela dei bambini sia la priorità nei tribunali che decidono gli accordi per l’affido). Alla pubblicazione del rapporto è seguita una audizione parlamentare convocata dal gruppo misto (APPG) sulla violenza domestica, il quale a sua volta ha prodotto un documento informativo. Entrambi i rapporti contengono una serie di raccomandazioni al Ministro della Giustizia, ai magistrati dei tribunali della famiglia e ai servizi coinvolti nei procedimenti giudiziari che debbono stabilire gli accordi per l’affido in caso di violenza domestica.

Dal rapporto di Women’s Aid (pag.3):

This report shows, that whatever the stated requirements on the family courts, there is a deeply embedded culture that pushes for contact with fathers at all costs. This is supported by the testimony to Women’s Aid of mothers who have survived domestic abuse and the specialist services that support them. The knowledge that severe abuse has taken place does not stop this relentless push to maintain as close a bond between father and child as possible. A father who has abused his child(ren)’s mother is routinely seen as a “good enough” dad. The impact of abuse on the whole family, particularly persistent, coercive and controlling behaviour which continues after the relationship has officially ended, is routinely misunderstood.

Alla radice del problema che ha portato alla morte quei 19 bambini (e due madri), tutti uccisi da un genitore maltrattante dopo la separazione e dopo che il Tribunale aveva garantito regolari contatti fra l’assassino e le sue vittime, ci sarebbe una “cultura radicata che preme per garantire contatti con il padre ad ogni costo”, anche quando all’interno della famiglia si sono consumati gravi abusi. Denuncia Women’s Aid che un padre che ha usato violenza sulla madre dei suoi figli è considerato comunque un buon padre.

Proprio come accade in Italia.

diritto

In un rapporto scritto al Presidente della Family Division, (qui il rapporto in lingua originale) il Giudice Cobb, affronta il problema sollevato da Women’s Aid in merito ad principio generale che porterebbe a privilegiare il contatto genitore-bambino in ogni circostanza, a prescindere dal contesto.

Questo il paragrafo “incriminato”:

The Family Court presumes that the involvement of a parent in a child’s life will further the child’s welfare, so long as the parent can be involved in a way that does not put the child or other parent at risk of suffering harm.

e questa la correzione proposta nel rapporto del Giudice Cobb:

Where the involvement of a parent in a child’s life would put the child or other parent at risk of suffering harm arising from domestic violence or abuse, the presumption in section 1(2A) of the Children Act 1989 shall not apply.

Il contenuto del Children Act 1989 menzionato lo trovate qui, ed è questo:

A court, in the circumstances mentioned in subsection (4)(a) or (7), is as respects each parent within subsection (6)(a) to presume, unless the contrary is shown, that involvement of that parent in the life of the child concerned will further the child’s welfare.

Il principio del quale si discute è quello che sancisce che “il coinvolgimento del genitore della vita di un bambino favorisce il benessere del bambino”.

Sulla base di questo principio, il paragrafo originale sanciva che “Il Tribunale dalla Famiglia ritiene che il contatto col genitore favorisca il benessere del bambino, purché esso sia garantito in modo che non metta a rischio il bambino stesso o l’altro genitore”.

Quella che viene proposta è l’abolizione della presunzione che il contatto con il genitore favorisca il benessere del bambino, a favore di una frase che pone come priorità la tutela dell’incolumità e del benessere dei bambini e delle donne nel contesto della violenza domestica.

Ovviamente, eliminare una frase non sarebbe di per sé un provvedimento risolutivo, se non fosse accompagnato dalla raccomandazione di una specifica formazione

for all judges sitting in the Family Court on all aspects of domestic abuse, particularly to raise understanding of the dynamics of domestic abuse, coercive and controlling behaviour (in light of the new criminal offence), the frequency and nature of post-separation abuse, and the impact of domestic abuse on children on parenting and on the mother-child relationship“.

Colgo l’occasione per ricordare le vittime italiane di una giustizia incapace di comprendere le dinamiche della violenza domestica, ignorante rispetto all’entità e alla natura degli abusi che spesso continuano o addirittura aumentano dopo una separazione e rispetto all’impatto che la violenza domestica ha sui bambini e sulle loro madri: Federico Barakat, Andrea e Davide Iacovone.

Magari quando arriviamo a 19 comincerà a muoversi qualcosa anche da noi…

 

Per approfondire:

Usare i bambini contro le madri: le strategie del violento

MPs call for end to abusive men using courts against families

Murdered boys’ mother speaks out after Ellie Butler case

Family courts chief backs end to abusers cross-examining their victims

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Chat maschili e il “sessismo latente”

Latente, da dizionario: che rimane nascosto, che non appare esternamente (contrario di manifesto).

viva_la_vitaIeri stavo guidando, quando ho visto questo gigantesco cartellone al lato della strada, così mi sono fermata per fotografarlo.

Sulla destra potete osservare una ragazza con addosso un ridottossimo bikini, della quale non si vede il volto, ma solo la bocca semiaperta.

Il testo ci racconta che, per soli 10 euro, in questo locale si può avere “un drink CON ragazza”, mentre l’immagine stilizzata sopra, che rimanda ad una performance nota agli appassionati del burlesque – quella della ragazza che si contorce in un enorme bicchiere di champagne – rafforza il messaggio che sia il drink che la ragazza siano in super offerta a 10 euro tutte le sere.

Di cartelloni come questi, che deumanizzano e ipersessualizzano il corpo femminile, lanciando il messaggio che esso sia una merce in vendita (e pure a buon mercato), il mondo è pieno, e se ne parla da tempo.

Accantonando per un attimo l’immagine, vorrei parlarvi ora di un articolo di Vice nel quale l’autore, parlando dell’argomento del momento, ammette candidamente che per lui, un maschio, non c’è nulla di nuovo o particolarmente sconvolgente nei gruppi che condividono immagini rubate ad amiche e fidanzate allo scopo di “divertirsi” in una “gara a chi propone o dice la cosa più volgare.”

Quando avevamo circa 14 anni anni io e i miei amici cominciammo a passare i pomeriggi nel baretto del nostro piccolo paese di provincia. Visto che il nostro sviluppo ghiandolare era abbastanza avanzato da permetterlo, entrammo finalmente anche in quel cursus honorum di iniziazione al sesso composto dai racconti scoperecci dei ragazzi più grandi. Che ci elargivano perle della loro esperienza, condite con dovizia di particolari e finta nonchalance, mentre qualcuno girava una canna.

Storie di coiti interrotti sul retro della segheria che si affacciava sul fiume, eiaculazioni facciali non richieste, e dissertazioni su chi ce l’avesse “più puzzolente”. Erano aneddoti che riguardavano quasi sempre ragazze che conoscevamo—e che dopo quei racconti spiavamo da lontano—e il tono, com’è facilmente intuibile, non era mai elegiaco.

Ho evidenziato l’espressione “non richieste” per ricordarvi un rapporto del quale avevo parlato tempo fa e dal quale emergeva prepotente il disagio delle giovanissime di fronte all’incapacità dei loro coetanei di comprendere che il consenso è un elemento indispensabile affinché il sesso sia soddisfacente per tutte le persone coinvolte.

In altri termini: quello che per un uomo è sesso (come le “eiaculazioni facciali non richieste”), per una donna è un abuso sessuale, per il semplice motivo che ciò accade, accade a prescindere dalla sua volontà.

A proposito della sua esperienza personale, ci dice Niccolò Carradori:

Ho sempre pensato che se a una ragazza etero dovesse capitare di assistere a uno di questi conciliaboli fra uomini sul sesso, sicuramente per il resto della vita opterebbe per il saffismo politico. Con lo stesso stato d’animo espresso dal personaggio di Kurtz alla fine di Cuore di Tenebra: “L’Orrore!”.

Eppure, proprio la testimonianza della sessuologa con la quale si conclude il suo articolo, dimostra che la realtà è completamente diversa.

La maggior parte delle donne non prova “orrore” di fronte agli uomini che manifestano la loro idea di sessualità, proprio come non lo manifesta la sessuologa, e proprio come la sessuologa tendono a minimizzare:

“Quello che bisogna comprendere quando si analizzano situazioni del genere, è che la componente più significativa riguarda il bisogno di conferma e condivisione, più che il bisogno di sfogare una vena di sessismo latente—che comunque esiste, ed è sempre esistita.”

Il “sessimo latente” comunque esiste, ed è sempre esistito.

Al di là del fatto che “sessismo”, usato in questo contesto, è un termine improprio (umiliare una donna per il semplice fatto che è una donna, più che sessimo, è misoginia), a rendere veramente comica l’affermazione è l’aggettivo “latente”, soprattutto se associato all’enorme manifesto che campeggiava lungo una statale molto frequentata e che ho fotografato ieri.

Viviamo in una società dominata da un’immagine del corpo femminile come mero strumento a disposizione della sessualità maschile, una sessualità aggressiva e irrispettosa dei diritti sessuali delle donne. In questa società sia gli uomini che le donne danno per scontato che l’abuso sessuale sia “un fatto della vita”, inevitabile come la morte o le tasse, esiste ed è sempre esistito, ergo “le cose più significative” sono altre.

Continua la sessuologa:

La condivisione di queste esperienze, con questi toni, è sempre esistita. E in una determinata misura durante l’adolescenza è positiva, perché ti aiuta a integrarti. Il punto è che prima non avveniva su internet, e rimaneva relegata al racconto dei coetanei. Non avevi accesso alle immagini, e non c’era il rischio di crearsi un’idea così irreale della sessualità.”

Parliamo di internet, piuttosto. E’ internet il “vero” problema, non una sessualità maschile che si sviluppa all’interno di un branco dal quale le donne sono escluse (non sia mai che persone che fanno sesso insieme possano anche discutere insieme della cosa!), e nel quale i ragazzi possono liberamente gareggiare a chi fa più schifo, rassicurati dal fatto che in fondo tutti i maschi fanno schifo allo stesso identico modo (cito dall’articolo: “È una situazione che probabilmente ogni ragazzo che abbia mai fatto parte di una comitiva o gruppo di pari conosce bene: il degrado volutamente ostentato come forma di omologazione. Il messaggio di fondo è “facciamo schifo, e lo sappiamo, ma siamo rassicurati perché facciamo schifo tutti insieme.” In questo tipo di contesto, chi non si espone su cose di questo genere, e rovina il senso di cameratismo, crea imbarazzo: è una specie di Fight Club disgustoso che deve rimanere confinato fra i partecipanti”).

Tutto questo è davvero inevitabile o addirittura “positivo”, come ci racconta la sessuologa?

O non è altro che un retaggio culturale di stampo patriarcale, al quale non sappiamo rinunciare perché impossibilitati a immaginare un modo diverso nel quale gli uomini e le donne possano relazionarsi?

Ma di questo, ovviamente, non si parla, non si può parlare.

Se pure la questione dei gruppi facebook finisce in televisione, a parlacene è Gramellini (seguite il link per vedere il video, al minuto 27:36), che esordisce così: “La prossima parola è censura“.

Censura: secondo Gramellini la parola chiave che sottende tutta la questione è “censura”.

Il cattivo è il social network, che ha “censurato” la povera Arianna Drago, un’eroina che si “è messa contro facebook”.

Un’eroina sconvolta dal fatto che siano proprio i mariti, i fidanzati, gli amici ad esporre al pubblico ludibrio le immagini delle donne che si fidano di loro.

Un eroina che non è in grado di mettere in relazione questo dato con un altro dato, quello che ci dice che

il 46,3% delle donne viene uccisa da un partner o da un ex-partner (erano il 54,1% nel 2009 e il 38,7% nel 2004), il 20% da un parente e il 10,6% da un amico o un’altra persona che conoscevano. Le persone uccise da un estraneo sono solo il 14,4% del totale delle vittime donna, mentre per gli uomini tale percentuale è pari al 33,4%. Gli uomini sono uccisi, inoltre, prevalentemente da autori non identificati (45,4% contro l’8,7% nel caso delle donne) e in minima parte da partner o ex-partner (2,2%).

C’è un filo rosso che collega l’immagine con la quale ho aperto questo post, i gruppi misogini sui social e i dati sul femicidio in Italia, e finché non si comincerà a riconoscere che tutti questi fenomeni sono connessi e vanno a formare un unico disegno, possiamo fare tutte le guerre che vogliamo a facebook, a whatsapp o internet in generale, senza ottenere un bel nulla di nulla.

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L’anticamera della violenza

Ricevo da una lettrice e condivido con voi:

“Cari Facebook e chiunque stia leggendo,

Sono una studentessa italiana a scrivo per esprimere disappunto e senso di impotenza in relazione ad alcuni eventi recenti che vi hanno coinvolti.

Come saprete, Facebook è stato recentemente invaso da gruppi ‘privati’ nei quali chiunque può pubblicare foto di donne – e spesso ragazze – senza il loro permesso. Si tratta frequentemente di fotografie che le ritraggono nude o addormentate, talvolta mentre camminano per strada, talvolta le foto sono prese dai loro profili social privati e a volte si tratta di casi di revenge porn. Un fattore è comune a tutti questi casi: le donne e ragazze raffigurate sono vittime di stupro virtuale. Nella gran parte dei casi non sanno nemmeno che sono state scattate loro queste foto ma ci sono uomini che si masturbano guardandole, le insultano, le chiamano ‘puttane’ e le umiliano. Nella maggior parte dei casi, gli amministratori di queste pagine dichiarano apertamente che il loro scopo è di umiliare le donne.

Ho segnalato molte di queste pagine Facebook – ce ne sono a decine soltanto nel mio paese, l’Italia – ma, fatta eccezione per due casi, ho ricevuto sempre la stessa risposta: “La pagina non viola i nostri standard della comunità”.

Ogni volta che leggo queste parole mi sento arrabbiata, umiliata e frustrata. Com’è possibile che una pagina ingiuriosa, il cui obiettivo dichiarato è umiliare delle persone pubblicando foto senza la loro autorizzazione (e QUESTO è un reato), non violino gli standard della vostra comunità? Insultare un’intera categoria con termini quali “troia”, “puttana”, “cagna” come sinonimi di “donna” è incredibilmente degradante e dovrebbe rappresentare un problema per voi.

In un primo momento ho pensato di rimuovere il mio profilo Facebook e di invitare quanti la pensano come me a fare lo stesso, provando a boicottare il network (anche se so che è impossibile, ma almeno avrebbe potuto essere un campanello d’allarme). Ma, sfortunatamente, Facebook è il mezzo più immediato per condividere le proprie opinioni, il che significa che dovrebbe essere un valido strumento per combattere il sessismo.

Quindi voglio dirvi: mi sento insultata, e non sono l’unica. Penso che sia un affronto alla mia dignità che qualcuno che nemmeno conosco possa fare ciò che vuole delle mie foto, possa insultarmi, definirmi una puttana e condividere i suoi sogni perversi di stuprarmi sul vostro social network senza subire alcuna conseguenza. E soprattutto, trovo un insulto che tutto ciò non violi gli standard della vostra comunità.

In quanto spazio virtuale, Facebook è anche spazio pubblico e dovrebbe essere sicuro per tutti. Oggi è chiaro che Facebook non è un luogo sicuro per le donne. Come cittadina di un paese in cui, nel 2016, 116 persone sono state vittime di femminicidi e lo stupro è illegale ma spesso giustificato mentre la vittima è spesso incolpata, penso che i vostri standard siano inaccettabili. Essi affermano che il mio seno, i miei capezzoli e il mio sangue mestruale sono offensivi se io decido di pubblicarli, ma qualcun altro può utilizzare le mie foto non autorizzate per segarsi, purché lo faccia in un gruppo privato.

Caro Facebook, se lo stupro virtuale non viola i tuoi standard comunitari, allora i tuoi standard comunitari violano le donne. Violano metà della popolazione mondiale, violano la dignità umana.

Cordiali saluti,

Una donna indignata”

Questa donna indignata mi prega di comunicarvi l’indirizzo email al quale inoltrare analoghe segnalazioni: abuse@facebook.com

Vi ricordo, a proposito di questi gruppi che danno in pasto ai loro membri foto di amiche, parenti, fidanzate o sconosciute affinché diventino materiale da intrattenimento sessuale, che nella maggior parte dei casi si tratta di immagini rubate, pertanto vi pregherei di non aggiungere a questo post commenti del genere “però se ti fai fotografare, un po’ te la stai cercando”, a meno che il vostro intento non sia suggerire una lotta senza quartiere alla fotografia ritrattistica mirata alla scomparsa nel mondo dell’abitudine diffusa e consolidata di “fissare l’eternità in un attimo”, come diceva Henri Cartier-Bresson per descrivere l’arte di fotografare.

Il revenge porn non è un qualcosa che nasce grazie ai social network, quindi sarebbero anche da evitare commenti sul modo in cui il world wide web ha corrotto le menti dei giovani d’oggi, soprattutto perché io ho vissuto molti anni della mia vita in una società priva di internet, e vi posso assicurare che esisteva comunque, solo in altre forme, la consuetudine di umiliare pubblicamente una donna esponendo il suo corpo e/o la sua sessualità.

Di tutte le iniziative che in questi giorni hanno preso il via contro il fenomeno denominato “stupro virtuale”, vi segnalo quella di un volenteroso gruppo di utenti che per puro spirito di solidarietà ha deciso di impegnare il suo tempo ad aiutare le vittime, avvisandole di essere diventate loro malgrado un punching ball per mezzo del quale illustri sconosciuti danno libero sfogo alla loro misoginia.

Scorrendo gli screenshot che vengono diffusi in questi giorni, che mostrano i commenti incriminati (“Che cosa le facciamo?” chiede un utente, e le risposte sono di una violenza inaudita: oltre allo stupro ci sono schiaffi, sputi, calci, il tutto condito dal desiderio sadico di vederla “piangere come una fontana”, fino alla conclusione che ricorda un drammatico caso di cronaca di qualche tempo fa: “la buttiamo in un cassonetto”; perché lei, la donna, è solo “un oggetto svuotapalle”), la prima immagine che mi è venuta in mente è proprio quella del punching ball, utilizzata qualche tempo fa da un grafico pubblicitario per rappresentare la donna.

deabyday_donne_maritoQuando pensiamo a questi uomini che con estrema disinvoltura espongono corpi femminili come fossero carne da macello e poi si crogiolano all’idea di devastare quei corpi per il puro piacere di farlo (la sfondo, le spacco gli orifizi…), non dobbiamo dimenticare che l’idea che la donna sia meno di una persona e qualcosa di più simile ad una cosa è un messaggio pervasivo nella nostra società, che passa attraverso i canali più disparati: donne-bicicletta da appendere al muro e affittare alla bisogna, donne-tee da decollare nel corso di una “innocua” partita a golf, sono tanti gli esempi che si potrebbero fare e che da tempo innumerevoli soggetti interessati a renderci consapevoli del legame che intercorre fra l’oggettificazione e la violenza propongono al pubblico nel disperato tentativo di spiegare che l’empatia svolge un ruolo fondamentale nel controllo delle condotte aggressive e che la deumanizzazione della donna operata da queste immagini, inibendo la capacità di provare empatia, è uno dei fattori – non certo, l’unico, ma di sicuro un fattore necessario – che determina la produzione di quelle atrocità definite “violenza di genere”.

Il linguaggio è la madre, non l’ancella del pensiero, scrissi in uno dei miei primi post, per raccontare come le parole che scegliamo di usare determinano ciò che pensiamo e quindi ciò che possiamo arrivare a fare.

Spero che questa vicenda, oltre a stimolare lodevoli iniziative contro l’hate speech veicolato dalla rete, serva a sollecitare una riflessione sul fatto che, per una porzione considerevole della popolazione maschile nella nostra società, un linguaggio crudele e deumanizzante (“ve la cedo”, scrivono molti utenti nel condividere immagini di amiche e compagne, come se stessero prestando un utensile usato del quale si sono stancati) è parte integrante della sua sessualità, e quindi percepito come “normale”, “naturale“, mentre sono sempre meno le persone capaci di rendersi conto di quanto esso possa essere lesivo per chi lo subisce, anche quando non si trasforma in atti concreti.

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