Colpevolizzazione della vittima e tribunali

Una traduzione da Lawyers use victim-blaming language in domestic violence cases, says report

blame-the-victimI giudici e gli avvocati che seguono casi di violenza domestica a volte minimizzano la responsabilità del perpetratore e usano termini che colpevolizzano la vittima, mettendo in evidenza la necessità di educare chi lavora nei Tribunali sull’importanza del linguaggio, afferma la relazione annuale del NSW Domestic Violence Death Review Team.

Il Team è stato costituito nel 2010 per esaminare i casi di decesso connessi alla violenza domestica, allo scopo di formulare raccomandazioni su come prevenire o ridurre la probabilità di tali decessi, migliorando il modo in cui vengono gestiti dal sistema giudiziario.

Nel rapporto si è riscontrato che, in alcuni dei casi giudiziari esaminati, gli operatori dell’amministrazione della giustizia avevano usato un “linguaggio volto a rendere reciproca la violenza, come ‘rapporto instabile’ o ‘rapporto burrascoso’, usati per descrivere i casi in cui il perpetratore di violenza domestica aveva alle spalle una lunga storia di utilizzo della violenza contro la vittima”.

“Variazioni di questa terminologia erano evidenti in parecchi casi e usati allo scopo di minimizzare la responsabilità del colpevole di comportamenti violenti” ha rilevato il rapporto.

In un esempio, uno stalker era descritto semplicemente come “uno seccante”, mentre le azioni di un uomo che aveva dato fuoco alla sua fidanzata erano giustificate dal suo versare in uno stato di “gelosia”.

In un altro caso, la vittima veniva descritta come affetta dal “complesso della mamma perfetta” a causa del modo in cui reagiva agli abusi psicologici del suo aggressore. In un altro caso ancora, un giudice suggeriva che l’aggressore sarebbe stato meno rischioso per future partner una volta diventato più vecchio.

“Questo rafforza lo stereotipo che mette in relazione la violenza domestica con la gioventù, e rafforza la percezione che la violenza domestica sia sinonimo di comportamenti fisicamente abusivi, in opposizione al concetto di coercizione e al controllo“, commenta il rapporto.

“L’idea del team è che, al fine di apprezzare al meglio le dinamiche della violenza domestica, è necessario riconoscere l’impatto del comportamento dell’abusante sulla vittima di violenza domestica. Il team ritiene anche che è importante riconoscere la perdita e il valore della loro vita“.

Il team raccomanda di utilizzare le dichiarazioni delle vittime e delle famiglie per dimostrare ai giudici l’effetto che un crimine ha avuto su una vittima o sulla famiglia di una vittima morta. I giudici e gli avvocati dovrebbero anche essere formati in merito alle frasi problematiche e alle descrizioni che forniscono di carnefici e vittime, raccomanda il rapporto.

Il team collabora anche con l’ufficio del Director of Public Prosecutions, la NSW Bar Association, la Law Society of NSW e il NSW Public Defenders Office per supportare meglio gli avvocati nel riconoscere e rispondere alla violenza domestica.

Nella sua prefazione alla relazione, il coordinatore della squadra, il magistrato Michael Barnes, ha sottolineato che ancora le donne continuano a rappresentare la maggioranza delle vittime di violenza domestica e patiscono violenza fisica, verbale, economica ed emotiva.

“In alcuni dei casi esaminati in questo rapporto, le donne sono state uccise in circostanze in cui non vi era alcun precedente di violenza fisica – ma il loro aggressore aveva esercitato un controllo quasi totale su tutti gli aspetti della loro vita”, ha scritto.

“Detto questo, mi sembra davvero troppo crudele che le vittime di violenza domestica siano spesso più a rischio proprio quando decidono di lasciare l’aggressore.”

L’amministratore delegato di Domestic Violence NSW, Moo Baulch, ha detto che storicamente la formazione del personale giudiziario sulla violenza in famiglia, le sue cause e il suo impatto, è carente.

“Stiamo iniziando a vedere cambiamenti nel sistema giudiziario e una spinta interna verso il miglioramento,” ha aggiunto.

“Ci sono stati molti cambiamenti positivi e uno slancio nel corso degli ultimi 12 o 18 mesi, in particolare grazie a sostenitori come Rosie Batty. Ma vediamo ancora orrendamente colpevolizzata la vittima a causa della mancanza di comprensione delle dinamiche della violenza domestica e delle relazioni violente.

“Per fortuna ora se ne discute e vengono presi provvedimenti per costringere la magistratura a cambiare.”

 

Per approfondire:

Perché lo fa?

Mother blaming e violenza domestica

Usare i bambini contro le madri: le strategie del violento

Come vengono distrutte le madri quando cercano di proteggere i loro figli

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Questa è la vera storia del viaggio di una donna musulmana alla scoperta del vero significato dell’Hijab

Una traduzione da My Hijab Story

hijarbie

Ho sempre saputo che questo sarebbe stato un percorso che avrei intrapreso. In un primo momento ero un po’ titubante, perché sapevo che le cose sarebbero cambiate, ma poi ho deciso che era la decisione giusta da prendere.

Così il 1 ° gennaio 2004 il mio viaggio è iniziato e finalmente ho deciso di mettere l’Hijab. Ogni ragazza che indossa l’hijab si trova ad affrontare ogni sorta di ostacoli. Per alcune è la famiglia che non vuole che lo indossino, ad altre crea problemi di autostima, altre ancora hanno dubbi in proposito. La sfida che io ho affrontato è la stessa che molte altre hanno dovuto affrontare.

Frequentare una scuola superiore nella quale ci sono pochissimi musulmani e dove siete le prime persone musulmane che la maggior parte degli studenti ha mai incontrato, non è stato facile. Per un adolescente integrarsi è la cosa più importante della scuola superiore. Non avere amici al liceo è un’esperienza che ogni adolescente cerca di evitare. Così, ho cercato di essere come loro. Qualunque fosse l’ultima tendenza, io l’ho seguita. Non solo, avevo bisogno di tenere il passo con i sempre nuovi standard di bellezza.

Guardarmi allo specchio significava cercare di individuare tutte le cose sbagliate in me che dovevo cambiare. La mia autostima dipendeva dal make-up che indossavo. Ma soprattutto, non avevo modo di nascondere il fatto che non ero come gli altri a scuola. Ero imbarazzata e mi capitava spesso di chiedermi perché dovessi essere così diversa. Così, ho trascorso quel periodo a scuola alle prese con la mia identità, cercando di rispondere alla domanda “chi sono veramente?”. La verità è che mi sentivo estremamente sola.

Se ora mi guardo indietro, comprendo che ero così imbarazzata in merito a chi ero solo perché non avevo ancora compreso del tutto l’Hijab. Pensavo che l’Hijab riguardasse unicamente la modestia. Pensavo che l’Hijab servisse solo proteggere le donne dallo sguardo degli uomini. Ma, purtroppo, la mia era una conoscenza molto superficiale e bidimensionale dell’Hijab. Quando ho iniziato l’Università e a studiare seriamente la mia religione, qualcosa è accaduto.

Mi sono innamorata.

Mi sono innamorato dell’Hijab, perché ho capito che non era semplicemente un pezzo di tessuto drappeggiato sul mio corpo per nascondere la mia bellezza e conservare la mia modestia. E’ una manifestazione fisica della mia sottomissione e del legame con il mio Signore. Una rappresentazione esteriore della mia spiritualità interiore.

Quando ho imparato il fondamento dell’Hijab nel Corano, sono rimasta a bocca aperta. Non solo ha frantumato la mia poco profonda comprensione dell’Hijab. Mi ha dimostrato che Dio aveva convalidato la mia bellezza. Quindi, avevo bisogno di sfruttare al meglio le opportunità e le benedizioni che mi venivano donate. Sapere questo mi ha davvero spinto a migliorarmi costantemente e ha fare fare in modo che le mie azioni e il mio carattere fossero in linea con gli insegnamenti dell’Islam.

Ma abbiamo bisogno di capire che, indossando l’hijab, non sto dichiarando: “Io sono l’Islam”. Piuttosto “Sono una musulmana”. Che significa: sono una persona che sta cercando di seguire questa religione, perché la accetta come verità, vede la bellezza in essa e spera di diventare bella grazie a lei.

In definitiva, nessuno è perfetto. In quanto esseri umani, siamo creature fallibili. L’hijab non ti rende un essere umano più perfetto o più giusto. Piuttosto, si tratta di un richiamo costante al continuare nello sforzo di eccellere nel vostro sviluppo personale e spirituale.

Ricordate, non importa quanto oscuro il mondo possa diventare, siate come quella stella che brilla e illumina la strada affinché anche gli altri la vedano.

 

Molte persone non capiscono il significato o lo scopo del Hijab. Questo può essere un grande ostacolo da superare, soprattutto per le donne musulmane.

Questa è la vera storia del viaggio di una donna musulmana alla scoperta del vero significato dell’Hijab.

mirrorIn questi giorni l’appello di molti riguarda il rispetto della volontà delle donne.

La “libera scelta” è l’argomento prediletto di chi non vuole affrontare un argomento assumendo una prospettiva di genere. A sentire questi paladini dell’autodeterminazione, sembrerebbe quasi che il mondo giri grazie alla volontà delle donne.

La prostituzione? Le prostitute “la scelgono”, quindi non c’è altro da dire in proposito. La surrogacy? Le donne “scelgono” di partorire figli per altri ed ogni altra considerazione sull’argomento è un’attacco alla loro libertà di scelta. La violenza domestica? Non è forse vero che quel partner te lo sei “scelto”, che hai “scelto” di tenertelo? Che cosa si può commentare se non che sei corresponsabile del dolore che quella tua sciagurata scelta ha comportato?

“La scelta” non ammette discussioni, vuole il silenzio, perché il silenzio è rispetto, e noi non vogliamo sembrare irrispettosi, giusto?

Dietro ogni scelta c’è una storia, questa è la storia di una donna e non pretende di essere la storia di tutte le donne che indossano l’Hijab.

E’ la storia di una grande sofferenza che si accoccola dentro il suo Hijab come Linus nella sua coperta. La storia di una donna che non riesce ad amare se stessa, ma può amare la stoffa che la avvolge.

Abbiamo il diritto di impedire a questa donna, magari con una bella legge, di vivere nel modo che ha scelto, strappandole quel pezzo di stoffa?

Ovvio che no. Sarebbe crudele.

Ma come lei ha preso la parola e ha raccontato la sua storia per illuminare la strada di altre donne titubanti (sono soprattutto le donne, quelle titubanti… forse perché gli uomini non devono indossare l’Hijab?) e condurle verso il “suo signore”, credo che ognuno di noi, musulmano o non musulmano, possa prendere la parola per illuminare altre strade, altre scelte possibili.

Gli aspetti di questa storia che vorrei sottolineare sono cinque:

  1. la modestia: l’Hijab non riguarda unicamente la modestia, quindi ha anche a che fare con la modestia;
  2. lo sguardo degli uomini: l’Hijab non esiste solo per proteggere le donne dagli sguardi degli uomini, ma è lì anche per proteggere le donne dagli sguardi degli uomini, perché gli uomini, “che lo confessino o no, sono schiavi della lussuria e del desiderio“.
  3. la sottomissione: l’Hijab è un atto di “sottomissione” a dio, un atto che compiono solo le donne;
  4. la bellezza: il filo rosso che sottende il viaggio di questa donna verso l’Hijab è la bellezza, intesa come fine ultimo da raggiungere, in un modo o nell’altro;
  5. la solitudine: causata dal non essere come gli altri in un modo impossibile da nascondere, la solitudine si risolve nel legame con Dio.
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Sentenze incredibili

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La notizia è di quasi un mese fa: dopo aver ammesso “di aver toccato la figlia nelle parti intime” un uomo viene assolto con formula piena dall’accusa di violenza sessuale.

I fatti, in ordine cronologico, così come vengono raccontati dal Corriere Fiorentino:

  • I genitori della bambina (una bimba che oggi ha 5 anni) sono separati, ma “in buoni rapporti“;
  • nel 2012 la madre “nota alcuni comportamenti strani nella figlia dopo i fine settimana trascorsi col padre“;
  • la donna chiede spiegazioni all’ex marito, che le confessa di averla toccata nelle parti intime; a questo punto, ricevuta la confessione dell’uomo, la donna ancora non procede con una denuncia; ci viene detto, invece, che viene coinvolta una psicologa;
  • nel corso di un incontro con questa psicologa (che registra in un video la conversazione) l’uomo dichiara: «L’avevo in braccio e ho avuto questa cosa malsana [toccare la bambina nelle parti intime], l’ho fatto per fare un dispetto a lei. Me ne sono accorto subito, infatti gli ho dato un bacino nella fronte»; contestualmente l’uomo racconta anche che “quando aveva 6 anni aveva subito abusi da un ragazzo più grande“;
  • solo due giorni dopo queste ribatite e sconvolgenti ammissioni, la madre della bambina sporge formale denuncia contro il padre di sua figlia;
  • interrogato dal pubblico ministero l’uomo dichiara che tutto ciò che aveva precedentemente affermato è falso;
  • col processo ancora in corso, prima che venga emesso un verdetto di colpevolezza o di innocenza, all’uomo viene concesso di riprendere a vedere la figlia senza incontri protetti;
  • l’uomo viene assolto con formula piena;
  • due giorni dopo l’assoluzione, senza aspettare di leggere le motivazioni, il giudice civile decide di incrementare la frequenza degli incontri tra padre e figlia, fine settimana compresi;
  • la madre della bambina ricorre in Appello.

Veniamo alle motivazioni della sentenza di assoluzione:

I giudici ritengono che non sia stata raggiunta la prova oltre ogni ragionevole dubbio della colpevolezza dell’uomo.

Il “ragionevole dubbio” sarebbe stato instillato nella mente dei giudici dalla versione dei fatti fornita dall’uomo dopo aver ritrattato le due precedenti confessioni, ovvero che egli avrebbe deciso di raccontare alla ex moglie la storia dell’abuso sulla bambina “per sbloccare una situazione che ai suoi occhi sembrava senza uscita, facendola pagare alla moglie che col suo fare asfissiante lo pressava di continuo per il timore della di lui inadeguatezza”.

“È possibile — dicono i giudici — che l’uomo «sentendosi ormai irrevocabilmente condannato dalla moglie, per la terribile accusa di aver molestato la figlia, alla pena perpetua di non poter avere con lei alcun tipo di rapporto, abbia pensato di poter superare l’impasse facendo qualche timida ammissione, e cercando di svilire la portata del gesto inquadrandolo non già al soddisfacimento di un proprio istinto libidinoso ma quale ripicca per il fare asfissiante di lei che lo tormentava, manifestandogli la più assoluta mancanza di fiducia. Possibile — concludono i giudici — l’uomo sia arrivato ad autoaccusarsi falsamente pur di cercare di recuperare i rapporti con la figlia.”

Leggiamo ancora sul Corriere di Arezzo:

“Si sarebbe inventato tutto, dicono i giudici, per una specie di ripicca contro la moglie separata. Per farla soffrire e sperare in un ricongiungimento.”

In nessuno degli articoli che trattano di questa sentenza si approfondisce la questione dei “comportamenti strani” della bambina, la quale se oggi, nel 2016, ha cinque anni, nel 2012 doveva averne appena uno. Come sta questa bambina? Non una parola sul suo stato di salute, né fisico né psicologico, come se non fosse rilevante, come se gli unici elementi degni di nota fossero le parole dei due adulti.

I bambini, anche quando sono piccoli, hanno una voce, che però non riesce a trovare spazio nella narrazione di questi casi.

A quanto pare, prima dello strano comportamento della figlia, la separazione era consensuale e il padre non aveva alcuna difficoltà a trascorrere da solo del tempo con la bambina. Il fatto che i due ex coniugi fossero in buoni rapporti, a mio avviso, si evince anche dal fatto che, prima di riccorrere alle vie legali, la donna abbia prima cercato un dialogo con l’ex marito e successivamente abbia cercato un’ulteriore conferma di quanto egli le andava raccontando, rivolgendosi ad una figura professionale.

Per quale altro motivo non procedere immediatamente ad una denunicia, se non perché ella per prima non riusciva (o non voleva) credere a quanto aveva sentito? Perché rivolgersi ad una psicologa invece che alla Polizia?

La progressione cronologica degli eventi – lui confessa alla moglie, la moglie, sgomenta, invita lui ad un colloquio con una psicologa – a me non dà l’idea di una donna che manifesti “la più assoluta mancanza di fiducia“.

Una donna certa oltre ogni ragionevole dubbio di avere di fronte un padre che molesta sessualmente una bambina di un anno fugge inorridita dalla polizia pregandola di arrestarlo, oppure reagisce violentemente contro di lui (magari facendolo precipitare in un pozzo nel quale possa trovare una morte orrenda…)

dolores claiborneUna donna che si rivolge ad una psicologa affinché indaghi su cosa si accavalla nella mente dell’uomo che ha sposato, col quale ha avuto una figlia e che confessa di toccare una bambina di un anno appena, non è una donna che sta pronunciando una “irrevocabile condanna”; a me sembra più una donna che cerca affannosamente di capire, di trovare un senso a qualcosa che suona troppo terrificante per essere vero, una donna che si aggrappa alla speranza.

Lei lo tormentava” – dicono i giudici di questa donna –  metteva in dubbio la sua adeguatezza di genitore, sottintentendo così che questo è un comportamento pericoloso, che può scatenare in un uomo comportamenti folli (folli, ma non al punto da essere rilevanti, come il dichiarare di essere un molestatore di bambini), facendoci capire che una madre non deve permettersi di far sentire un padre inadeguato. Neanche quando è inadeguato.

Perché questo è, al di là di ogni ragionevole dubbio, un uomo “inadeguato”. Forse possono esserci dei dubbi sul fatto che sia un pedofilo, ma che sia “inadeguato” è una certezza.

Quale padre affettuoso, quale uomo preoccupato della salute della sua bambina, nel momento in cui si sente assillato dalla ex moglie (perché le ex mogli sono stronze e bugiarde, lo sanno tutti), decide di risolvere la questione accusandosi di molestie sessuali su un minore? Chi mai riterrebbe che il modo migliore per cercare un “ricongiungimento” è “fare soffrire” la persona con la quale si desidera ricongiungersi raccontandole che molesta sessualmente sua figlia?

Onestamente, non leggevo una linea di difesa tanto surreale da quando Oscar Pistorius ci ha deliziati con la ricostruzione dell’omicidio di Reeva Steenkamp.

Ammettiamo per un attimo – accantonando la questione irrisolta dei “comportamenti strani” di una bimba piccolissima, dei quali, d’altronde, non sappiamo nulla – che davvero questa donna troppo ansiosa, o magari anche malvagia, abbia ingiustamente accusato l’ex marito di comportarsi in modo inappropriato con la figlia davanti ad una psicologa; la reazione di uomo equilibrato, in possesso di un minimo di competenza genitoriale, quale dovrebbe essere? Dichiarare, per infliggere sofferenza alla ex moglie, che tocca sua figlia nelle parti intime e che da bambino è stato molestato sessualmente, oppure appellarsi alla suddetta psicologa perché prenda in carico una madre evidentemente disturbata?

Sulla base di quali elementi un giudice, di fronte ad un video del genere, di fronte ad una simile linea difensiva, decide che la cosa più opportuna da fare è incrementare gli incontri fra cotanto padre e una bambina?

 

Altre sentenze incredibili:

Violenza e affidamento: il Tribunale di Roma

La madre nevrotica

Il padre divorziato che molestò la figlia minore

 

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Il contesto – parte II (perché repetita iuvant, gutta cavat lapidem e, diceva mia nonna, “un bel gioco dura poco”)

Contesto: può essere definito in generale come l’insieme di circostanze in cui si verifica un atto comunicativo. Tali circostanze possono essere linguistiche o extra-linguistiche. Non è possibile interpretare un atto comunicativo se non si conosce il contesto entro cui esso si produce: non solo non è possibile determinare i motivi e gli effetti della sua produzione, ma neppure cogliere il suo significato esplicito e suoi eventuali significati impliciti. Il contesto d’uso linguistico (d’ora in poi ‘contesto’ tout court) comprende la situazione fisica spaziale e temporale in cui avviene l’atto comunicativo, il suo co-testo (qui come sopra definito), la situazione socio-culturale entro la quale esso si definisce (status e ruolo degli interlocutori, formalità o informalità della comunicazione, ecc.), la situazione cognitiva degli interlocutori (le loro conoscenze circa l’argomento della comunicazione e altre situazioni comunicative pertinenti per quella in corso, l’immagine che ognuno ha dell’altro e delle sue conoscenze, ecc.), così come la loro situazione psico-affettiva.

boschiEravamo nel marzo 2014 e Maria Elena Boschi veniva ritratta mentre si chinava per firmare il giuramento al Governo. Qualche burlone colse la palla al balzo e pensò bene di ritoccare la foto inserendoci un perizoma malandrino: la foto diventò immediatamente virale e arrivò fino in Germania, dove la testata Bild, nel chiarire ai propri lettori che si trattava di un falso, commentò «Ci sono belle donne in Italia, quest’anno c’è anche una ministra sexy, Maria Elena Boschi. È chiaro che gli uomini vogliano vedere un po’ di più

Si sa, l’uomo non riesce a controllarsi, vede una bella donna e non ha importanza se questa bella donna sta firmando il giuramento del Consiglio dei Ministri o è una modella che cura la sua pagina facebook, l’invocazione è sempre la stessa: più carne in vista!

E’ altrettanto chiaro che se una donna non è gradita allo sguardo maschile, il contesto è ugualmente indifferente: che si tratti di una missione nello spazio o la nomina al Cern (Organizzazione europea per la ricerca nucleare, il più grande laboratorio al mondo di fisica delle particelle ) di un nuovo direttore, l’uomo deve esternare il suo giudizio sullo stato del corpo femminile in questione, e allora Samantha Cristoforetti “sembra un uomo” ed “è cessa”, mentre Fabiola Gianotti “è brutta forte”.

donne_scienza_bamboledonna_spazio6Come ci ricorda il nostro Cesare, qui sopra, è importante rimarcare quale donna di potere è “inchiavabile” e quale invece è “sexy”, perché così si possono separare quelle che per fare “cose da uomini” (la scienza, la politica) hanno pagato e quelle che invece si sono dedicate ai pompini.

Cari i miei commentatori che vi lamentate di questa “moda” di gridare al sessismo come il pastore della favola di Esopo gridava “al lupo!”, questo è il mondo in cui viviamo: un mondo nel quale non ha importanza se sfili in bikini per vivere oppure ti occupi di fisica sub-nucleare, ovunque andrai, che sia un convegno sul bosone di Higgs o il Comic-Con, ci sarà sempre qualcuno pronto a commentare il tuo outfit o lo stato delle tue cosce o la tua scollatura o la tua pettinatura o il tuo essere più o meno sensuale, più o meno femminile, e magari a scriverci un intervento.

In questo mondo la candidatura di Hillary Clinton diventa una buona occasione per scrivere un intero articolo su quanto è brutta sua figlia e quanto fosse “sfigato” il suo stile ai tempi in cui il suo babbo era Presidente, non mancando di ricordarci che sua mamma, la candidata alla presidenza degli Stati Uniti, “ha lo stesso caschetto da quasi 50 anni“, come se fosse questa la cosa di cui preoccuparsi; in questo mondo, quando muore una scrittrice, chi ce lo comunica non può non ricordarci, prima ancora di nominare il titolo di qualche sua opera, che era sovrappeso, e tutto questo affinché ogni donna che legge tenga bene a mente che ciò di cui si deve occupare innanzi tutto è di come appare: ok, sei una scrittrice, ma sei una cicciona; è vero, sei la Cancelliera della Germania, ma tanto non ti scopa nessuno.

gne

Questo martellamento costante e pervasivo, per quanto possa apparire puerile, ha delle conseguenze:

“E’ difficile, per una bambina che cresce in un simile contesto, riconoscersi altro valore che non sia l’essere sessualmente attraente.”

Lo dice l’Apa (la American Psychological Association), non lo dico io, e non lo dice perché un gruppo di cozze sessualmente frustrate si è svegliato una mattina con questa brillante intuizione, ma perché ci sono professionisti che le studiano queste cose e c’è una bibliografia sterminata sull’argomento della quale chi prende la parola su simili argomenti non ha mai letto una sola riga.

Un’altra conseguenza, sulla quale non si riflette abbastanza, è l’esasperazione delle donne che ogni giorno si devono sorbettare questo stato delle cose.

E un giorno è la ciccia delle arciere, un altro ancora la Boldrini/bambola gonfiabile, poi  una va al lavoro e un collega le fa notare ammiccado che in certi luoghi (un laboratorio scientifico, ad esempio) le donne non ci dovrebbero stare perché “gli uomini si innamorano” troppo facilmente (e quando un uomo si innamora sono cazzi…) mentre nella posta elettronica dell’ufficio si ritrova un articolo sulla romantica bellezza delle avvocatesse, finché  arriva il giorno che la misura è colma e bastano le cosce di una Ministra per scatenare un putiferio… un po’ come accadde con la famigerata camicia di Matt Taylor.

Non è la camicia, una camicia, in sé e per sé, è innocua; come sarebbe innocuo il ritratto di Boschi pubblicato da Mannelli, se non fosse che c’è un gran numero di persone che ormai ha i nervi scoperti – perché è da un pezzo che va avanti questa storia (come racconta Filippo Maria Battaglia) – e c’è chi comincia a pretendere una presa di coscienza collettiva dell’esistenza di un problema: la discriminazione di genere.

Come commentò Connie St Louis, direttrice della Science Journalism MA presso la London City University a proposito dell’accusa di sessismo al Professor Tim Hunt:

Penso che la gente ne abbia abbastanza. (…) Si tratta delle frasi che devono ascoltare tutti i giorni, i piccoli rifiuti, le offese che ricevono, che alla fine pensano, no, basta, è troppo.

Non è la vignetta: sono le frasi che dobbiamo ascoltare tutti i giorni, le offese, i rifiuti causati da una “colpevole” assenza di pene.

In conclusione, cari difensori della libertà d’espressione e della libertà di satira, cari “what about the men” preoccupati della pericolosa tendenza delle donne di oggi a non indignarsi prima di tutto per i problemi dei maschi, cari benaltristi: potete continuare ad etichettare le donne che ad un certo punto sbottano come benpensanti affamate di censura, bigotte sessuofobe prive di senso dell’uomorismo, superficiali decerebrate che seguono il tormentone del momento e chi più ne ha più ne metta, ma non mi sembra un buon metodo per sedare gli animi.

E può darsi che sia meglio così.

Le donne in questione sono arrabbiate, si organizzano, si riuniscono, e non certo per discutere di cosce, di camicie o di vignette, ma dell’iceberg nascosto sotto la superficie, del quale queste polemiche non sono che la parte forse più frivola (forse no) ma di certo l’unica visibile a chi ha tutto l’interesse ad ignorare le ragioni profonde di tanta tensione.

Sono fermamente convinta che la rabbia sia

“potenzialmente utile contro quelle oppressioni, personali e istituzionali, che portano quella rabbia alla luce. Se indirizzata con precisione può diventare una potente fonte di energia al servizio del progresso e del cambiamento.”

Mi auguro di tutto cuore che questi siano i prodromi di una nuova, vitale e rabbiosa spinta al cambiamento.

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La bellezza delle donne

Mentre impazza il dibattito sulle arciere “cicciottelle”,  qualcuno si diverte a definire l’atleta Alexa Moreno “grassa come una maiala” e qualcun altro si diletta a disegnare le cosce della Ministra Boschi, io ho deciso di riaprire il blog con una chicca a tema, tratta da un sito che pubblica (cito testualmente) “notizie giuridiche e guide legali“:

avvcati

Fra un parere sulla riforma della Scia e utili consigli su come aprire un e-commerce, il sito propone un bell’articolo di intrattenimento che ci comunica (non è chiaro sulla base di quali dati concreti) che “le avvocatesse italiane sono tra le più belle d’Europa” (link al testo integrale).

Scopriamo così che nelle aule dei Tribunali nostrani le italiche giuriste sfoggiano “quella classe e quell’eleganza che molti stranieri invidiano ai cittadini del Bel Paese”, che “la dieta mediterranea contribuisce a mantenerle giovani e belle(chi mai si affiderebbe ad una professionista attempata, magari con anni di esperienza alle spalle, ma sprovvista della borsetta all’ultima moda e con le tette cadenti?); scopriamo che esse non mancano mai di sorridervi solari, che non avrete bisogno di apostrofarle col classico “e fattela una risata!”, poiché sono dotate di senso dell’umorismo e ironia (non come quelle acide femministe tipo la sottoscritta, che non sanno stare allo scherzo); inoltre il respirare l’ “aria buona” della nostra amata penisola le rende “più intelligenti ed erudite” (più intelligenti ed erudite di chi?) e non solo, anche romantiche e passionali, due caratteristiche fondamentali per costruire un bel rapporto avvocato-cliente (chi non discute di John Keats o William Blake col proprio legale?).

Io non mi sento di aggiungere nulla a questa straordinaria “notizia giuridica”.

Aspetto con ansia i vostri commenti.

 

Sullo stesso argomento:

Ipersessualizzazione e auto-oggettificazione

Guardare o essere guardate: la bellezza delle donne

Belle da offrire

La pelle delle donne

Will you still love me?

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Pausa estiva

Pensavo di cavarmela in una settimana, e invece…

trasloco

Il trasloco è stato più traumatico di quello che pensavo. Il termometro che non scende mai al di sotto dei trenta gradi di certo non è stato d’aiuto.

Non sono ancora del tutto “sistemata”, ma soprattutto sono piuttosto provata, motivo per il quale ho deciso che la cosa migliore al momento è mettere in pausa il blog e la pagina facebook, in attesa di riavere un angolino tranquillo dove poter piazzare il pc e scrivere in santa pace.

Penso che una volta finito di svuotare gli scatoloni mi prenderò anche qualche giorno di vacanza al mare con la mia famiglia…

Quindi un abbraccio a tutti i miei sempre attivissimi commentatori e a presto!

 

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La responsabilità dei genitori

Qualche giorno fa ho pubblicatosu facebook  questo post, che commentava lo stupro di gruppo ad opera di tre minorenni a Savona.

Scrive Maria Di Rienzo:

In Italia, la dimensione sociale/culturale della violenza è in pratica assente da ogni riflessione…

e infatti, a conferma di quanto avete appena letto, in calce ho ricevuto questo commento:

commentoPubblico questo, perché Paolo è un mio affezionato lettore, ma commenti di questo genere ne leggo in continuazione e non solo sulla mia pagina.

Ogni volta che qualcuno prova ad attirare l’attenzione sul ruolo del contesto culturale in relazione ad atti come quello consumato a Savona o a Salerno, arriva sempre qualcuno pronto ad assolvere il maschilismo, la misoginia, la violenza veicolata da immagini come questa:

D&G

Non è mia intenzione difendere i genitori di questi ragazzi, che tra l’altro si sono macchiati della colpa grave di aver difeso a spada tratta i loro figli colpevolizzando la vittima.

Lo dico ancora, perché sia chiaro: non sto difendendo questi genitori.

Ma ho una domanda da porvi: se il problema è la devianza di qualche singola mela marcia, se tutta la responsabilità è da attribuire solo alle scarse competenze genitoriali di un numero limitato di coppie sparse qua e là per l’Italia – o al massimo di qualche “bigotto” che imbecca questi famigerati educatori di mostri (come se la mancanza di rispetto per l’integrità e la dignità altrui fosse una prerogrativa dei religiosi e di nessun altro) – non è una strana coincidenza che queste famiglie deviate concepiscano tutte dei figli maschi?

Perché, se il problema è solo il genitore che insegna al figlio “che tutto gli è dovuto”, non incappiamo mai in un genitore che insegni la medesima cosa ad una figlia femmina?

Perché non abbiamo branchi di ragazzine stupratrici?

Ora lo so che qualcuno pensa che una donna non riuscirebbe mai stuprare un uomo. Beh, una forse potrebbe incontrare delle difficoltà, ma cinque probabilmente ci riuscirebbero senza troppi problemi.

Non c’è nulla nella coppia di cromosomi XX che impedisca ad una donna di essere crudele e violenta, non c’è nulla di biologico che impedisca ad una donna di decidere di umiliare e svilire il corpo di un uomo attraverso degli atti sessuali senza curarsi del suo consenso.

Allora perché il frutto bacato di questi genitori incompetenti è, nella stragrande maggioranza dei casi, di sesso maschile?

Alla luce delle loro dichiarazioni, è chiaro che i genitori di questi ragazzi sono portatori di una serie di valori e principi che hanno contribuito a formare la personalità degli aggressori.  Ma quei valori non germinano dal nulla all’interno di qualche nucleo familiare, solo perché quel nucleo è anomalo o malato. Altrimenti avremmo altrettante famiglie anomale in grado di generare e crescere figlie stupratrici, a prescindere dal contesto sociale nel quale sono immerse.

Se guardiamo bene, quei valori sono ovunque, tutto intorno a noi: è la cultura dello stupro.

 

Per approfondire:

La fabbricazione dell’uomo abusante

Un altro uomo

Riflessioni sullo stupro

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Tesine e stereotipi

Come ogni primavera, i maturandi italiani hanno dovuto impegnarsi nella stesura delle famigerate tesine. Siccome sono una donna curiosa che patisce saltuarialmente l’insonnia, ho navigato i siti dedicati agli studenti, quelli che offrono spunti e idee originali.

E ho trovato questo:

stereotipi di genere

A proposito di questi beceri stereotipi di genere, vorrei consigliarvi alcuni approfondimenti:

uno sull’ associazione donne-perfezione

e uno sull’immagine della donna nelle pubblicità di automobili.

A proposito di danza:

 

 

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Dov’è Rey?

All’ora di pranzo giravo tra gli scaffali del discount, e ho notato un cesto pieno di orologi per bambini: c’era l’orologio di Hello Kitty, di Minnie, dei supereroi della Marvel e un paio di modelli dedicati a Star Wars:

star_warsCome potete notare, in quello a sinistra è raffigurato Kylo Ren, uno dei principali antagonisti del primo film della trilogia sequel Il risveglio della Forza, mentre in quello al centro c’è il casco della divisa da Stormtrooper, gli Assaltatori del Primo Ordine.

Mi sono chiesta: e i buoni dove sono?

Ho fatto una piccola ricerca sui prodotti per la scuola dedicati all’ultimo episodio della saga, e ho trovato prodotti dominati dalla figura del giovane epigono di Darth Vader, Astuccio-star-wars-3-cerniere

star-wars-kylo-ren

qualche cosa dedicato a navicelle e robot

robotzaino navicellama degli eroi della nuova serie, Rey e Finn, nessuna traccia, né al centro commerciale, né su Amazon o ebay.

Star-Wars-ReyFinn

I bambini, lo sappiamo, difficilmente simpatizzano per il malvagio. E’ raro che i figli vi chiedano, per Carnevale, il costume da Trix (le antagoniste dell Winx, per chi fosse digiuno di cartoni animati) o da Otto Octavius (una delle nemesi di Spiderman, per chi fosse digiuno di supereroi).

Quindi, che strategia di marketing è questa?

Mi sono ricordata che avevo letto qualcosa in proposito, sulla stampa straniera, così ho fatto qualche ricerca, e ho scoperto che la Disney

“put a huge investment into marketing and merchandising the Kylo Ren character. They presumed he would be the big breakout role from the film. They were completely surprised when it was Rey everyone identified with and wanted to see more of.

In un altro articolo, leggo che la scelta di concentrarsi sull’antagonista maschile è stata giustificata così:

“We know what sells,” the industry insider was told. “No boy wants to be given a product with a female character on it.”

Nonostante le analisi di questi “esperti” siano state ampiamente confutate dalla campagna di protesta #wheresrey, i prodotti per l’anno scolastico 2016-2017 e la relativa campagna pubblicitaria televisiva sono dedicati interamente a Kylo Ren… almeno per ciò che riguarda il pubblico italiano.

Per chi sentisse la mancanza di Rey, sul sito Disneystore è acquistabile il diario scolastico con l’eroina in copertina.

Per chi cercasse Finn, io non sono riuscita a trovare niente.

Per chi, come me, si sente amareggiato dall’ostinata cecità di chi insiste a ragionare in termini di stereotipi di genere e forse è pure razzista, un vecchio post sull’argomento:

Genderizzazione

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Nessun responsabile per la morte di Federico Barakat

Il vero giusto è colui che si sente sempre a metà colpevole dei misfatti di tutti.
(Khalil Gibran)

federico

Antonella Penati, mamma di Federico Barakat, ucciso dal padre presso gli uffici Asl di San Donato Milanese nel corso di un incontro “protetto”, aveva annunciato la sua decisione di portare la sua battaglia fino alla Corte europea di giustizia e di continuare il processo (che vedeva imputati tre operatori dei servizi sociali, assolti in Cassazione) per la parte civile: nuove testimonianze, mi aveva raccontato, rendevano evidente la necessità riaprire le indagini in merito alla responsabilità del comune di San Donato Milanese.

Ma ancora una volta Antonella Penati non è stata ascoltata.

Proprio come quando si rivolse alle autorità competenti per chiedere aiuto e protezione dalla violenza di Mohamed Barakat, quando implorò che quegli incontri “protetti”, che tanto terrorizzavano Federico, venissero interrotti, così anche la sua richiesta di giustizia è caduta nel vuoto.

“Sono distrutta” mi ha detto oggi al telefono, con un filo di voce “Prima, in sede penale, hanno detto che la colpa della morte di Federico era mia, perché non ero fuggita per metterlo in salvo, ora in sede civile mi dicono che quelle persone hanno agito nel pieno rispetto del loro mandato. Ma c’è la morte di Federico a testimonianza del fatto che questo non è vero. Non posso più credere in questo sistema giuridico, la giustizia non è uguale per tutti, non c’è giustizia per i bambini né per le loro madri.”

“Verità” è una parola che Antonella ha pronunciato più di una volta, oggi al telefono.

E’ vero che Federico è stato ucciso dal padre in “ambito protetto”.

E’ vero che la pericolosità di Barakat era stata resa nota più e più volte a chi di dovere, ed è vero che a corroborare le testimonianze c’era una precedente condanna penale per aggressione contro Antonella Penati: Antonella era stata picchiata, quasi strangolata.

E’ vero, ce lo insegna la letteratura sull’argomento, che la violenza contro il partner è un predittore significativo di abusi fisici sui bambini.

E’ vero che la violenza assistita – ovvero qualsiasi atto di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale ed economica compiuta su figura di riferimento o su altre figure significative, adulte o minori, della quale il bambino può fare esperienza direttamente (quando essa avviene nel suo campo percettivo) o indirettamente (quando è a conoscenza della violenza) e/o percependone gli effetti – è un abuso contro i bambini, motivo per il quale il genitore che agisce con violenza contro l’altro genitore è di fatto un genitore che maltratta i suoi figli.

E’ vero che Federico a quegli incontri non voleva prendere parte, perché aveva paura.

E’ vero che l’art 3 della Convenzione Europea sull’esercizio dei diritti dei fanciulli, siglata a Strasburgo il 25 gennaio 1996, stabilisce il diritto del fanciullo ad essere informato e il diritto di esprimere la propria opinione, che deve essere tenuta in debita considerazione, nelle procedure dinanzi ad un’autorità giudiziaria che lo riguardano, ivi comprese (art.1,§3) quelle in materia familiare, in particolare relative all’esercizio delle responsabilità del genitore, soprattutto per quantoriguarda la residenza ed il diritto di visita.

E’ vero che, quando si parla di “ambito protetto”, l’aggettivo “protetto” per gli operatori del settore assume un significato diverso a seconda della situazione che si trovano dover gestire:

  • in quelle che vengono definite “separazioni conflittuali”, quando si è stabilito che la relazione genitore-bambino è resa difficile dal conflitto esistente fra i genitori, ciò che si va a proteggere è la relazione, allo scopo di ricostruirla in un luogo lontano dal conflitto che l’ha minata;
  • nei casi in cui si è constatata incuria, trascuratezza, maltrattamento o abuso, a dover essere protetto è il bambino, al quale va garantito un incontro sicuro, nel quale quel genitore, che già ha messo in atto in passato comportamenti dannosi contro di lui, non possa lederlo ulteriormente; in altri termini la protezione si sostanzia nella messa in atto, da parte dei servizi, di interventi volti a prevenire e a contenere tali comportamenti.

E’ vero che la sentenza della Cassazione, sebbene la violenza di Barakat contro Antonella e Federico fosse ampiamente documentata, ometta di nominarla, e parli di “genitori inadeguati“, di “esasperata conflittualità della coppia genitoriale“, allo scopo di assolvere i responsabili della sicurezza di Federico Barakat collocando il loro operato all’interno del primo significato di “protezione”, la “protezione della relazione genitore-figlio”.

Ma è anche vero che non basta non nominare la violenza, il maltrattamento, l’abuso, non basta fingere che non siano mai stati denunciati a renderli meno veri per chi ne ha subito le tragiche conseguenze – per Federico, che è morto, per Antonella, che non ha più voce per gridare il suo dolore – e per tutti noi che non siamo disposti ad accettare che la morte di un bambino venga ricondotta ad un banale errore di attribuzione di significato del quale nessuno è chiamato a rispondere, perché quando un bambino muore una simile leggerezza è una colpa grave.

Antonella è stanca, Antonella è senza forze, riesce a malapena a sussurrare: le hanno portato via un figlio e ora le vogliono portare via definitivamente anche la verità.

Io credo che dovremmo cominciare noi a tirare fuori la voce e chiedere giustizia per lei.

 

 

Qui la pagina per raccogliere fondi per Antonella Penati.

 

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