Tema numero 2

Vorrei che le donne avessero potere non sugli uomini, ma su loro stesse“, scriveva Mary Wollstonecraft nella Rivendicazione dei diritti della donna più di due secoli fa, ponendo le basi di molte delle riflessioni sulla condizione femminile che facciamo ancora.

Autodeterminazione, empowerment, libertà di sceltà, sono fra le parole chiave attorno alle quali le femministe dibattono affrontando i temi più disparati.

Ad esempio, recentemente ho pubblicato sulla mia pagina facebook un articolo a proposito delle donne coreane che, “per rigettare le rigide norme patriarcali”, hanno deciso non solo di rifiutare la maternità e il matrimonio, ma anche semplicemente di frequentare un uomo. “Ho sempre sentito che, in quanto donna, il matrimonio mi offriva più svantaggi che vantaggi”, dichiara una delle intervistate, “Ho capito che questa società è un sistema che non posso accettare come donna, e da allora ogni incontro con gli uomini – che si tratti di matrimonio o anche solo di un appuntamento – è diventato insignificante per me”.

Le sue ragioni non sono difficili da comprendere se si pensa che da una donna coreana ci si aspetta che lavori, si occupi dei bambini e pure degli anziani senza ricevere aiuto alcuno (è stato calcolato che mediamente una donna è impegnata nei lavori domestici per una quantità di tempo 4 volte superiorea quella che impegna un uomo per le medesime mansioni). Ma se solo 10 anni fa, racconta l’articolo, il 47% delle donne affermava di ritenere necessario il matrimonio, l‘anno scorso quest’opinione era condivisa solo dal 22%, mentre quelle che abbracciano il club dei 4 no (no dating, no sex, no marriage and no child-rearing) sono sempre di più, molte delle quali si dichiarano simpatizzanti anche del movimento Escape the corset, che si propone di liberare le donne dalla quotidiana “beauty routine” per denunciare quanto tempo e risorse rubano alle donne gli irrealistici standard di bellezza ai quali la società pretende si debbano conformare.

Alcune delle mie lettrici hanno argomentato che i 4 no delle donne coreane, seppure sia una scelta motivata da un contesto patriarcale e oppressivo, non corrisponde a ciò che predica il femminismo, visto ch esso e si propone di ottenere per le donne la libertà di fare qualsiasi scelta corrisponda ai propri desideri, piuttosto che una scelta meramente in contrapposizione ai diktat della società.

Liberazione e’ lottare perché le donne coreane (o no) possano avere tutte le relazioni (con chi gli pare, anche con gli uomini se piacciono), il sesso (come e con chi vogliono), il matrimonio ( se e come e con chi vogliono) e perfino i figli ( se e come e quanti ne vogliono) , non sostenere che “ se sono consapevoli “ (secondo chi?) devono rinunciare a fare tutto questo.

…non discuto che le donne che fanno questa scelta stiano ribellandosi al sistema patriarcale ma secondo me questa scelta non scuote affatto le “fondamenta” di questo sistema oppressivo, anzi le rinsalda: e’ il vecchio messaggio per cui se sei una donna solo rinunciando ad una parte di te, anzi a molte, a molti desideri possibili puoi essere libera.

Se interpreto correttamente quello che le mie lettrici hanno contestato, è che limitarsi a non fare quello che rientra nel ruolo di genere che il patriarcato ci assegna (non curarsi di trucco e parrucco ad esempio, o rinunciare a diventare madre per non rimanere invischiata in un ménage familiare che scarica sulla donna la quasi totalità del lavoro di cura) è pur sempre una scelta in qualche modo condizionata dal patriarcato, quindi non si configura come quella “libera scelta” che l’aver acquisito potere su se stesse dovrebbe garantirci.

Ma una libera scelta è possibile in una società patriarcale?

Scriveva Carol Hanish nel celebre articolo The personal is political:

I gruppi ai quali ho preso parte non si interessavano a “stili di vita alternativi” né interessava loro discutere su che significa essere una donna “emancipata”. Siamo arrivate presto alla conclusione che tutte le selte sono pessime nel contesto in cui viviamo. Vivere con un uomo o senza, vivere in una comune, in coppia o da sole, sposarsi o non sposarsi, vivere con altre donne, optare per l’amore libero, il celibato o il lesbismo o qualsiasi combinazione di tutte queste scelte, ci sono cose buone e cattive in ognuna di queste brutte situazioni. Non esiste un modo per essere “più emancipate”; ci sono solo pessime alternative.

Più avanti afferma in modo ancora più perentorio:

Le donne, in quanto persone oppresse, agiscono per necessità, non per scelta.

Spesso, la conversazione su questi temi degenera ad un certo punto attorno al tema dell’autenticità: se una donna adora le scarpe col tacco come la protagonista di Sex and the City, il piacere che ella prova nel collezionarle e sfoggiarle è un suo “desiderio autentico” o una scelta obbligata da una società maschilista che impone alle donne di concentrarsi costantemente sull’apparire sexy? Se una donna privilegia le scarpe basse, la sua è una scelta ideologica che sacrifica la libertà di esprimere il suo vero io sull’altare della guerra al patriarcato, oppure può classificarsi anch’essa come “desiderio autentico” di un paio di scarpe basse?

Ora, a meno di non rinchiudere un gruppo di donne dalla prima infanzia all’età matura in una grotta privandole di qualsiasi stimolo sensoriale e intellettuale proveniente dall’esterno, temo che una risposta a domande del genere non la avremo mai.

Non c’è proprio modo di sapere chi, al di fuori del contesto sociale in cui viviamo, si sentirebbe guidata dall’istinto verso un paio di sneaker o un paio di Manolo Blahnik, ma c’è qualcosa che possiamo sapere per certo: quello che la società attuale pretende siano i desideri delle donne.

Non so se ricordate il film per bambini “The Croods”, apprezzabile sotto molti punti di vista, soprattutto per la caratterizzazione della volitiva e forzuta protagonista, ben lontana dal cliché della fanciulla fragile e frivola deprecato da Wollestonecraft; tuttavia, con la simpatica scena delle scarpe, “The Croods” suggerisce ad un pubblico di bambini quello che qualsiasi  modellista vorrebbe fosse vero: la passione femminile per le calzature è insita nel loro DNA, al punto che precede persino l’abitudine di proteggergerci i piedi. La conseguenza nefasta di una simile falsa credenza inculcata in soggetti innocenti e privi di strumenti di difesa dall’aggressione degli stereotipi, come ci ricordava Scanzi qualche tempo fa, è che quelle donne che ostentano indifferenza nei confronti delle norme imposte da una società patriarcale (magari indossando delle infradito senza smalto alle unghie) vengono percepite come donne che rinnegano la loro femminilità, ovvero delle non-donne che meritano il biasimo feroce di chiunque si senta in vena di “fare dell’ironia”.

Il problema con il matrimonio di cui parlano le coreane ha poco a che fare con il desiderio o meno di condividere la vita con un uomo, ma molto con il sistema sociale nel quale necessariamente quella relazione andrà a collocarsi, comprensivo di un mondo del lavoro strutturato per uomini che non hanno oneri domestici, un welfare inesistente perché tanto ci sono le donne ad occuparsi di bambini e anziani e una comunità pronta a criticare spietatamente una mamma che arriva tardi all’uscita della scuola e ad applaudire entusiasta un papà soltanto perché occasionalmente riesce a mettere in tegame due polpette per cena.

Anche se la scelta di una donna fosse davvero il frutto di un suo “autentico desiderio”, essa andrebbe comunque a collocarsi all’interno dello stesso patriarcato nel quale si collocano tutte le scelte, obbligate o libere che siano, ma soprattutto, a prescindere da come sarà gestita dai singoli individui, potrebbe in qualunque momento rivelarsi una pessima scelta.

Andiamo a vedere che cosa significa, prendendo spunto da un’altra interessante conversazione che si è svolta sulla mia pagina facebook a proposito del fumetto “Bastava chiedere.

In merito al carico mentale, molte persone hanno risposto riducendo la problematica ad una difficoltà individuale: insomma, non si sta parlando di un problema che riguarda la maggioranza delle donne perché collegato alla rigida divisione del lavoro che da secoli e secoli è il fondamento di una società patriarcale, bensì è un problema di quelle donne che non sono in grado di mettere in pratica nella loro vita privata le strategie adatte a vivere bene:

ma se prima di fare figli considerassimo la convivenza come un periodo di prova e alla fine la smettessimo di amare uomini che ci relegano nel ruolo dettato dagli stereotipi?

Se uno dei due stila un insieme di adempimenti settimanali, l’altro/a lo esegue. Non credo ci sia nulla di svilente nell’adempiere a questi compiti, e credo che chi ha (per motivi vari) la capacità di gestire al meglio con una visione globale del ménage debba prendersi questa parte di carico. Nel caso della donna della vignetta, perché non assumere questo ruolo appieno e in modo proficuo?

se le donne sanno organizzare e delegare, che inizino a delegare il resto. Diciamoci la verità, molte volte le donne fanno tutto perché il ‘non me lo hai chiesto’ e’ solo una scusa.

Insomma, non è politico, è personale, quindi risolvibile dalla singola donna, tutta da sola, facendo quelle “cose giuste” che fino a quel momento non ha fatto.

Ecco, io credo che non sia compito del femminismo offrire consigli alle singole donne per affrontare nell’immediato i problemi che di volta in volta la vita le propone; non si tratta di compilare un manuale di self-help per “la donna veramente emancipata”. Se le singole donne avessero il potere di emanciparsi da sole, un movimento femminista non avrebbe forse neanche senso di esistere.

Il femminismo è un movimento che si propone di modificare il contesto (quel “sistema inaccettabile” di cui parla l’intervistata) nel quale tutte le donne vivono e in qualche modo patiscono, affinché possano, finalmente liberate dall’oppressione patriarcale, godersi il potere che hanno acquisito su se stesse.

Non ci sono soluzioni personali – scriveva Carol Hanish nel 1969 Esiste solo un’azione collettiva per una soluzione collettiva.

E questo non significa che ogni singola donna non abbia tutto il diritto di elaborare la sua personale strategia atta a gestire la sua vita privata in modo da essere felice, né che un’altra donna non debba offrirle un suggerimento se le aggrada, dico soltanto che non è questo ciò di cui il femminismo dovrebbe occuparsi.

Azioni collettive per una soluzione collettiva: vediamo di cosa tratta.

Hanish nel suo articolo parla della protesta contro Miss America.

Per quanto possa sembrare difficile da comprendere (anzi, di certo lo è, bisogna ammetterlo, soprattutto alla luce degli slogan con i quali le partecipanti hanno difeso quest’anno Miss Italia: “Né nude né mute”, “Libera di scegliere”, “Essere belle non è un reato”, “Lasciateci sognare in pace”, “Studio matematica e sono miss”, “Né sminuite né mercificate”), ma la protesta di allora non era una critica alla scelta individuale di cogliere una delle occasioni che questa società offre alle donne e alle donne principalmente (qualcuno di voi ha visto Mister Italia in TV? Lo mandano in TV?), ma un’azione politica volta a mettere in luce quanto sia ingiusta una società che pretende che solo le donne si concentrino sull’essere belle, perché essere attraenti agli occhi di un uomo sarà sempre e comunque il metro di misura del loro valore.

Una tesimonianza in proposito:

A quel tempo, stavamo discutendo dei programmi sessisti che avevano influenzato la nostra crescita e molte donne citarono il concorso di Miss America. Io non ero mai stata particolarmente appassionata di Miss America (…) ma chiaramente aveva avuto un impatto su quasi ogni singola donna nella stanza. (…) Era chiaramente un simbolo di sessismo (…) Insegnava alle ragazze che la cosa importante nella vita, anche se potevi pensare di possedere un talento, era trovarsi un uomo, essere sexy, essere superficiale.

La nostra è al di là di ogni ragionevole dubbio una società che sessualizza e oggettifica le donne. Un concorso di bellezza non è certo l’unico responsabile di questo stato delle cose, ma ne è un simbolo piuttosto evidente.

Possiamo discutere su quanto efficace possa essere una azione politica del genere, ma alla luce dei risultati che produce, non certo sulla base dell’errata attribuzione dell’obiettivo di mortificare le partecipanti accusandole del reato di bellezza.

Allo stesso modo, ritengo che la forma di protesta scelta dalle donne coreane non voglia suggerire alle donne di tutto il mondo che una società migliore è una società nella quale le donne smettono di fare sesso con gli uomini e rinunciano ad avere bambini. E lo ritengo perché non parlano di estinzione del genere umano nelle interviste.

Sono azioni politiche volte a distruggere quel sistema oppressivo che rende l’esito di ogni scelta viziato dalla discriminazione di genere.

Perché ho intitolato questo post “tema numero 2”, vi starete chiedendo. La mia risposta è perché credo che il femminismo dovrebbe cominciare ad affrontare i temi che dividono il movimento in fazioni anche piuttosto agguerrite l’una contro l’altra smettendo di aggrovigliarsi attorno all’irrisolvibile nodo delle “libere scelte delle donne”.

Ammettere che non godiamo di tutta la libertà che ci spetta non significa che siamo troppo deboli, incapaci, sciocche, inadeguate o in qualche modo manchevoli, ma solo che viviamo ancora in una società patriarcale.

Che è poi il motivo per cui siamo femministe.

Pubblicato in politica, riflessioni, società | Contrassegnato , , , , , , , | 98 commenti

Tema numero 1

Una lettrice mi ha chiesto recentemente quali sono, secondo me, le principali questioni delle quali il femminismo dovrebbe interessarsi in questo momento.

Sono fermamente convinta che la prima, in ordine di importanza, dovrebbe essere la questione citata dall’Avvocata Giovanna Fava in una recente intervista:

«Quello dei figli è l’ambito su cui oggi si sta giocando la vera partita della violenza maschile sulle donne. La legge n.54 del 2006, che ha introdotto l’affidamento condiviso dei figli come regola, non ha tenuto conto della violenza agita in famiglia né della ricaduta che ha nella formazione e nel benessere dei figli che la subiscono, spesso come impotenti spettatori. La Convenzione di Istanbul, che l’Italia ha sottoscritto, impone agli Stati di adottare le misure necessarie per garantire che, al momento di determinare i diritti di custodia e di visita dei figli, siano presi in considerazione gli episodi di violenza che rientrano nel campo di applicazione della Convenzione oltre a garantire che l’esercizio dei diritti di visita o di custodia dei figli non comprometta i diritti e la sicurezza della vittima o dei bambini. Eppure Federico Mbarak è stato ucciso dal padre nel corso di un incontro protetto, la piccola Gloria uccisa a coltellate dopo che il padre l’aveva prelevata, mentre viveva in protezione con la madre.
La legge 119/2013 ha introdotto nel nostro ordinamento l’obbligo per il Pubblico Ministero, quando si procede  per i reati di violenza sessuale, maltrattamenti in famiglia o atti persecutori, commessi a danno di un minorenne o da un genitore a danno dell’altro di darne comunicazione al Tribunale per i Minorenni, anche ai fini dell’adozione dei provvedimenti relativi all’affidamento e alle limitazioni della responsabilità genitoriale. Tuttavia nei Tribunali ordinari la violenza intrafamiliare, ove non sia sfociata in una condanna definitiva,  non viene presa in esame ai fini dell’affido in quanto si dà prevalenza alla bigenitorialità e all’interesse del minore a “beneficiare” di entrambi i genitori. Questa “postura” è stata fatta propria da Ctu, psicologi, assistenti sociali e Giudici e sta portando a conseguenze aberranti: donne che per sottrarsi alla violenza fisica ed economica agita dal partner si sono trasferite dai propri genitori in altra città con il figlio piccolissimo si sono viste giudicate male “per avere allontanato il bambino dal padre” e, indipendentemente dalle ragioni che lo hanno motivato, costrette a ritornare con il bambino nella città dove abita il padre o, in caso negativo, subire la modifica della collocazione ovvero il bambino di pochi anni collocato presso il padre. La “cultura” dell’alienazione parentale, che ritiene che quando le donne o gli stessi bambini si oppongono ai rapporti con il genitore violento, sia sempre dovuto ad un lavaggio del cervello fatto dalle madri e che, in quanto tale vada “curata” con il cambio di collocazione sta mietendo numerose vittime innocenti».

La cultura della bigenitorialità e dell’alienazione genitoriale: due temi sui quali il femminismo dovrebbe interrogarsi con ancora maggiore attenzione di quella dedicata al disegno di legge 735 (cosiddetto Pillon), soprattutto alla luce del fatto che sempre più vittime della violenza maschile prima e delle istituzioni in seconda battuta si sta facendo avanti, mettendosi al servizio non soltanto dei benessere dei propri figli, ma di tutte quelle madri che trovano il coraggio di allontarsi coi propri figli da un partner e padre maltrattante e che, invece di trovare negli organi preposti alla tutela dei loro diritti risposte adeguate, si trovano a subire una crudele rivittimizzazione.

La storia del diritto alla bigenitorialità e dell’alienazione genitoriale potremmo farla iniziare circa trenta anni fa, sebbene – naturalmente – essa affondi le radici nella storia del patriarcato e quanto andrò a scrivere non può che risultare come un’estrema semplificazione di una questione molto più complessa e articolata.

Nel 1985 Richard Alan Gardner pubblicava “Isteria collettiva dell’abuso sessuale. Una rivisitazione dei processi alle streghe di Salem”, descrivendo per la prima volta la sindrome di alienazione genitoriale, che poi evolverà (almeno nominalmente) nell’attuale alienazione genitoriale.

Nel 1993 Warren Farrell pubblicava “Il mito del potere maschile”, abbandonando la posizione filo-femminista grazie alla quale era diventato membro della NOW (National Organization for Women) per diventare il principale punto di riferimento del nascente movimento per i diritti degli uomini; nel libro Farrell afferma che le donne sono le vere detentrici del potere nella società, mentre gli uomini sono il “sesso usa e getta” (the disposable sex), i cui privilegi denunciati dal femminismo sarebbero solo un’illusione. Si scaglia contro le leggi contro le molestie sessuali e la violenza domestica (se vediamo solo donne picchiate e non uomini picchiati, concludiamo che le donne sono maltrattate dagli uomini come risultato del privilegio e del potere maschili e non vediamo che la persona che maltratta in realtà sta mettendo in atto un’esperienza di esercizio di potere che è momentanea e funzionale a compensare l’impotenza che vive ogni giorno, dichiarerà in una intervista), ma soprattutto racconta che il suo allontanamento dal movimento femminista è iniziato nel momento in cui si è affrontato l’argomento della presunzione a favore dell’affido condiviso, per lui fondamentale nel garantire un riequilibrio dei ruoli di genere.

Che cosa hanno in comune Farrell e Gardner? Entrambi si collocano in un momento storico ben preciso, successivo alla seconda ondata femminista degli anni Settanta, ed entrambi elaborano le loro teorie a partire dalla medesima premessa: l’esistenza di uno squilibrio di potere a favore delle donne e a discapito degli uomini all’interno della famiglia (mai riconosciuto nell’analisi femminista delle società patriarcali), un potere che le donne eserciterebbero per mezzo del loro storico ruolo di caregiver principale nella cura dei bambini allo scopo di ottenere risorse economiche senza sforzo (o comunque con un sacrificio infinitamente inferiore di quello del padre-breadwinner) nonché il pieno controllo della vita di uomini e bambini.

Il ritratto del papà discriminato in quanto maschio, però, di fatto nega l’oggettiva distribuzione differenziata del potere politico ed economico che a tutt’oggi pone le donne in posizione subordinata rispetto agli uomini. Ce lo conferma, ad esempio, il recente Rapporto Auditel-Censis su Convivenze, relazioni e stili di vita (2018), quando afferma che “è prevalente il potere decisionale maschile su settori vitali della vita familiare nelle coppie con o senza figli. Le donne prevalgono nelle scelte solo negli acquisti quotidiani e di elettrodomestici, il resto è tutto in mano ai maschi, che nella gran parte dei casi sono i capofamiglia”.

Ma che cosa ci dice Warren Farrell a proposito dell’affidamento dei bambini in caso di divorzio?

Da un’intervista: La situazione migliore per i bambini è, ovviamente, non dopo il divorzio, ma in una famiglia intatta. Se deve esserci un divorzio, la classifica è:
1. custodia fisica congiunta con circa il 50% del tempo con ciascun genitore;
2. affidamento esclusivo al padre
3. affidamento esclusivo alla madre;
interrogato sul perché un affidamento esclusivo al padre sia migliore di un affidamento alla madre, risponde: ci sono molte ragioni per cui i bambini stanno meglio con i papà e non hanno nulla a che fare con le competenze del padre. Per esempio… i papà erano generalmente più anziani, hanno più soldi, più istruzione e, forse la cosa più importante, sono più selezionati. I papà single del XXI secolo sono come le donne degli anni ’50 che sceglievano di diventare dottori. Le persone che superano delle barriere sono solitamente molto motivate.

Se non fosse per le nefaste conseguenze dell’indefesso lavoro di quest’uomo, non suonerebbe quasi divertente?

Quale “barriera” avrebbe superato un uomo che dopo il divorzio si ritrova più ricco della sua ex partner? La sua maggiore ricchezza non è piuttosto la diretta conseguenza della rigida divisione dei ruoli che da secoli relega le donne al lavoro domestico e alla cura della prole?

Sorvoliamo sulla disparità di istruzione fra uomini e donne (le statistiche più recenti a proposito degli USA ci dicono che nel 2017 la percentuale di uomini sposati con donne con un livello di istruzione più alto del loro ha raggiunto la cifra record del 25% ed è destinata ad aumentare, se si pensa che il 56% degli studenti del college è di sesso femminile) e soffermiamoci un attimo sul suo discorso sulla ricchezza: nella coppia sposata chi guadagna di più è sempre l’uomo e il motivo è che, in costanza di matrimonio, chi sacrifica il lavoro retribuito per farsi carico del lavoro domestico e di cura della bambini sono le donne.

In Italia, ad esempio, in occasione della festa della mamma di quest’anno è stata pubblicata un’elaborazione di Uecoop, l’Unione europea delle cooperative, su dati dell’Ispettorato del lavoro: in Italia più di 80 mamme al giorno in media sono costrette a licenziarsi perché non ce la fanno a conciliare lavoro e vita familiare con la cura dei figli.

Quanti padri lasciano il lavoro per lo stesso motivo?

A dispetto del tentativo della stampa mainstream di rappresentare il problema come neutro rispetto al genere

sappiamo che il fenomeno riguarda principalmente le madri e le ragioni hanno poco a che fare con i presunti vantaggi che le donne ricaverebbero dalla situazione, quanto piuttosto con gli ancora radicatissimi stereotipi di genere (ad esempio quello che dice che in condizioni di scarsità di lavoro i datori di lavoro dovrebbero dare la precedenza agli uomini, oppure che gli uomini sono meno adatti ad occuparsi delle faccende domestiche).

Per ciò che riguarda il discorso sulla “famiglia intatta”, fino a poco tempo fa, diciamo fino agli anni ’90, la psicologia non aveva ancora del tutto assimilato le idee di Farrell sul divorzio come peggiore dei mali possibili; la parola bigenitorialità non esisteva ancora ed era diffusa l’idea che è più deleterio per la salute psichica del minore vivere in una famiglia legalmente intatta, ma conflittuale, rispetto ad una famiglia separata ma sufficientemente stabile e serena. In uno studio del 1994 svolto in Italia, (Funzionamento psicologico dei figli di famiglie unite e separate, Anna Paola Ercolani, Donata Francescato in Età Evolutiva, No. 48, pp. 5-13), ad esempio, le autrici giungono alla conclusione che il conflitto con i genitori o tra i genitori è un importante predittore di alcune caratteristiche dei ragazzi, quasi sempre indipendentemente dal fatto che i genitori siano o meno separati. I figli di separati e di famiglie unite non si differenziano in nessuno dei vari aspetti del concetto di sé; la propensione ad avere buoni rapporti interpersonali appare non dissimile fra i due gruppi di soggetti. Anche la valutazione del proprio rendimento scolastico non presenta differenze significative. Le autrici della ricerca sostengono che, sulla base dei risultati ottenuti, non è tanto la separazione in sé, ma piuttosto il conflitto fra genitori e le eventuali difficoltà relazionali dei figli con uno o con entrambi i genitori, ad apparire correlati con problemi emotivi e di comportamento.

Ad attribuirsi la paternità del termine “bigenitorialità”, in Italia, è Vincenzo Spavone, presidente dell’associazione Gesef, (genitori separati dai figli), autore del volume “Quando eravamo genitori fantasma”, nonché uno dei protagonisti della puntata di Presa Diretta “Dio Patria Famiglia” sul disegno di legge 735, cosiddetto Pillon. Spavone è quello che ha pronunciato la frase : “la violenza domestica ha i tacchi a spillo” nel corso della puntata Dio Patria e Famiglia di Presa Diretta, sposando appieno la teoria di Farrell che vuole le donne le vere arpie del ménage familiare, a dispetto del fatto che siano quelle che ne escono più spesso con le ossa rotte.

Secondo Spavone, la data di nascita del termine è il 1997, un anno dopo l’uscita del report dell’APA sulla violenza domestica e la necessità di proteggere i bambini dal padre maltrattante.

La bigenitorialità non si configura quindi come il risultato della ricerca accademica sull’effettivo benessere dei bambini coinvolti in separazioni o divorzi, quanto piuttosto un termine coniato all’interno dei sempre più attivi movimenti per i diritti degli uomini-padri, intesi come i soggetti maggiormente lesi da un sistema sociale fondato su una famiglia dominata dalla donna-madre, diventando solo successivamente una tesi che alcuni accademici si sono sforzati in tutti i modi di dimostrare.

Una di queste è Linda Nielsen (della quale abbiamo già parlato), docente Scienze dell’Educazione alla Wake Forest University, North Carolina; il Senatore Pillon si è recentemente riferito a lei come una “guru” della psicologia, mentre in un documento dell’associazione Figli per sempre è definita “leader mondiale nel campo della ricerca empirica e meta analitica in tema di affidamento dei minori” e che il suo pensiero sarebbe “NOTO A TUTTI GLI STUDIOSI INTERNAZIONALI”; non risulta dal suo curriculum che abbia lavorato a contatto coi bambini, tuttavia è autrice di un lavoro disamina dei lavori esistenti sulla residenza alternata; dalla sua disamina, ovviamente, esclude qugli studi che sono in contrasto con la sua teoria.

Fra le conclusioni espresse da Nielsen, ce ne è una particolarmente interessante: E’ un errore ritenere che l’affido condiviso sarebbe più dannoso dell’affido esclusivo per i bambini i cui genitori siano stati “fisicamente abusanti” uno verso l’altro.

In parole povere il lavoro della Nielsen nega gli effetti della violenza assistita sui bambini.

Il 26 marzo 2012 un discreto numero di associazioni italiane, insieme alcuni esponenti di partiti politici e del Movimento per la Vita, ha firmato il manifesto del Movimento Maschile Italiano (MoMas); fra le più conosciute possiamo citare “Uomini3000” e “Maschi Selvatici”, che si occupano di diritti degli uomini, ma anche associazioni più specificamente dedicate alla paternità, come l’”Associazione papà separati”, l’”Associazione papà separati dai figli”, la GESEF (Genitori separati dai figli), il Ge.Fi.S (Comitato Genitori di Figli Sequestrati) o l’Armata dei Padri (Dads’ Army è la scritta che compare ai lati dello striscione “Smantelliamo il divorzificio” postato dal senatore Simone Pillon martedì 25 settembre 2018 su facebook, a testimonianza del 2° Festival della Bigenitorialità a San Damiano di Brugherio, mentre Vincenzo Spavone, figura nel programma dell’evento). La prima iniziativa ufficiale del MoMas è stata la campagna permanente del fiocco blu, con la quale si intendeva dare “spazio e visibilità a tutti coloro che – a livello individuale, associativo e istituzionale – vogliono adoperarsi per contrastare la violenza che permea le relazioni donna/uomo… Una guerra culturale e sociale che ha come bersaglio esclusivo la figura maschile”.

Un Movimento per i diritti degli uomini è oggettivamente imbarazzante in un contesto sociale nel quale – ci dice l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) – la violenza sulle donne è un’emergenza sanitaria mondiale e il 35% delle donne è vittima di violenza fisica e/o sessuale da parte del partner o di sconosciuti, mentre il 38% dei femminicidi avviene per mano del compagni.

Per questo motivo il principale cavallo di battaglia delle loro campagne contro le donne è diventato presto la paternità: i bambini e le bambine sono un pretesto per suscitare un sentimento generale di compassione ed imporre l’idea che in realtà siano le donne ad esercitare il potere sugli uomini.

Giocando sulle nozioni di “bisogni dei bambini”, di “consensualità” e di “parità”, la lobby dei papà separati è comunque riuscita a ridefinire il criterio dell’interesse del minore: la nozione giuridica di affidamento dei figli, nella quale svolgevano un ruolo centrale le cure prodigate e la stabilità, è stata progressivamente rimpiazzata da termini come “bigenitorialità” o “condivisione delle responsabilità genitoriali”; prioritario nei discorsi a proposito della tutela dell’infanzia è diventato il principio di uguaglianza fra i genitori, un principio funzionale ad occultare le concrete esigenze e il benessere di bambine e bambini coinvolti. La crescente confusione tra “interesse del minore” e “parità genitoriale” ha reso ogni iniziativa legislativa miope nei confronti degli ostacoli concreti ad una matematica suddivisione del minore fra le figure genitoriali. Il potenziale progressista contenuto nell’idea di ripartizione delle responsabilità genitoriali, dopo essere stato un ideale del movimento femminista, è stato manipolato da un movimento che ha fatto del concetto di bigenitorialità un cavallo di Troia funzionale ad invisibilizzare tutta quella mole di lavoro domestico e di cura che le donne si sobbarcano prima e dopo la separazione e che tanto peso ha su quel divario di genere che colloca l’Italia tra i paesi messi peggio in Europa.

Se si perde un po’ di tempo navigando i siti dedicati alle associazioni citate, è facile scoprire che i discorsi ruotano ossessivamente sempre attorno agli stessi argomenti: l’assegno di mantenimento, il rapporto negato con i figli, ea false accuse di violenza o abuso sui minori, l’alienazione genitoriale, la discriminazione degli uomini nei Tribunali e il fatto che la violenza di genere non esiste, perché le donne sono tanto violente quanto gli uomini.

In questo contesto, in seno al movimento per i diritti degli uomini e dei padri, si colloca il successo di una pseudo-teoria come l’alienazione genitoriale.

La storia che ci raccontano i media, in proposito, è una storia che parla di bambini manipolati da donne perverse (perché sarebbe sciocco negare che il genitore manipolatore ha un sesso preciso nella letteratura sul tema), ma soprattutto di accuse inventate ad arte allo scopo di rovinare uomini innocenti, storie a proposito delle quali si snocciolano percentuali che non trovano alcun fondamento se non nelle affermazioni di chi se ne riempie la bocca.

Tutte le ricerche che sono andate ad indagare l’esistenza di massicce quantità di false accuse depositate ai danni di poveri genitori (ma dovremmo dire padri) alienati hanno sconfermato le teorie di Gardner e dei suoi epigoni sull’esistenza sia della tendenza delle donne a mentire in Tribunale, sia della tendenza dei Tribunali a dare credito alle loro “menzogne”. Gli studi ci dicono invece che proprio il fatto di parlare apertamente della violenza pone le donne in una posizione sfavorevole rispetto al partner e che un uomo maltrattante non solo è più propenso a lottare per la custodia dei suoi figli, ma molto più spesso di quanto siamo disposti ad ammettere la ottiene.

 

Non a caso, non troverete quasi mai un esplicito riferimento alla violenza domestica o agli abusi sui bambini, negli articoli degli “esperti” di alienazione genitoriale.

Quando si tratta di distinguere un genitore alienato da un genitore effettivamente maltrattante, i criteri di valutazione proposti si dimostrano estremamente poco attendibili. Ad esempio, da un articolo del Dottor Mario Andrea Salluzzo: Solitamente, i genitori alienanti sono poco collaborativi nel sottoporsi a valutazioni, poco attendibili nei loro resoconti, bisognosi di fare continue iniezioni di richiamo per ricordare ai figli i maltrattamenti subiti, premurosi nel proteggere i figli dai pericoli del genitore bersaglio, anche quando si tratti di contesti protetti, e denunciano i presunti abusi solo dopo la separazione. I genitori di figli realmente abusati dal genitore respinto, invece, tendenzialmente, lasciano che i figli ricordino spontaneamente gli abusi subiti, riconoscono il rischio dell’indebolimento del rapporto tra il genitore abusante ed i figli, che fanno di tutto per ripristinare in condizioni protette; infine, la denuncia degli abusi risale ad un periodo di molto precedente alla separazione.

Secondo Salluzzo, sono da considerarsi probabilmente false e tendenziose tutte le denunce presentate dopo la separazione. Inoltre, un genitore davvero vittima di abusi o testimone degli abusi sui figli, dovrebbe mostrarsi preoccupato che il proprio figlio possa subire terribili conseguenze dalla perdita del rapporto con il soggetto maltrattante, anzi, dovrebbero adoperarsi spontaneamente per tutelarlo, quel rapporto. Vi basta mettere a confronto queste affermazioni con il report dell’APA sulla violenza domestica, per rendervi conto di quanto simili criteri possano mettere a rischio l’incolumità e il benessere di donne e bambini. Ricordo che, secondo l’APA, la donna maltrattata può apparire ostile, poco collaborativa o addirittura mentalmente instabile. Per esempio, potrebbe rifiutarsi di comunicare il proprio indirizzo, o opporsi alle visite del padre senza una supervisione, soprattutto se teme per la sicurezza dei propri figli. Esattamente quello che, nell’articolo, farebbe una donna cosiddetta alienante.

Un maggiore coinvolgimento dei padri nel lavoro di cura dei figli è un tema importante per una gran quantità di ragioni; ne gioverebbero i bambini, e si appianerebbero quegli ostacoli che continuano a impedire l’accesso delle donne al mercato del lavoro in condizioni di parità con gli uomini, scardinando il modello sociale per cui la madre è il genitore che principalmente si dedica alla cura,mentre il padre è il genitore che aiuta quando i suoi altri e principali impegni lo permettono, e sovvertendo lo stereotipo che vuole il lavoro di cura in generale un qualcosa di squisitamente, biologicamente femminile.

«Oggi il carico familiare è principalmente sulle spalle delle donne e riduce la loro presenza nel mercato del lavoro. Eppure se cresce il tasso di occupazione femminile, non solo migliora la qualità della vita, ma aumenta il Pil (Prodotto interno lordo)» ha dichiarato una delle autrici del report State of the World’s Fathers (Stato della paternità nel mondo).

Ma a mio avviso ne beneficerebbero anche gli uomini.

Secondo i risultati di una ricerca dell’Università di Barcellona, infatti, le famiglie che hanno aderito al congedo di paternità, in seguito, hanno avuto meno figli. Le ragioni di questo effetto possono: o i genitori hanno giudicato di dover dedicare più tempo ai figli già nati, piuttosto che concepirne altri, oppure – si legge – «i papà hanno imparato quanto sia difficile prendersi cura di un bambino e queste nuove informazioni hanno influenzato le loro scelte in merito a quanti figli mettere al mondo».

Crddo che una simile consapevolezza – che prendersi cura di un bambino è un lavoro gravoso e difficile – potrebbe giovare parecchio al rapporto fra uomini e donne, soprattutto per ciò che concerne la disistima che molti di essi oggi manifestano nei confronti di quelle che hanno dedicato buona parte della loro vita al lavoro di cura.

Ma questo maggiore, reale e concreto coinvolgimento dei padri nella vita dei figli non può si può attraverso concetti come quelli che stanno influenzando le infauste decisioni dei tribunali delle quali leggiamo impotenti sui giornali, decisioni che si ostinano a trattare la violenza coniugale come una semplice disputa tra coniugi in cui i torti sono equamente condivisi.

Fino a quando gli uomini si convincono di poter colpire la madre dei loro figli senza essere cattivi padri, è lecito temere che continueranno a farlo. Finché le donne si convincono che i loro coniugi possono colpirli senza essere cattivi padri, è lecito purtroppo temere che rimarranno con loro – ha affermato il primo ministro francese Édouard Charles Philippe in un discorso pronunciato quest’annopreservare a tutti i costi il rapporto tra un bambino e suo padre, che rischia di usarlo come strumento per fare pressioni, non è ragionevole né per il bambino né per la madre che viene messa in pericolo non appena questi esercita il suo diritto di visita. È quindi tempo di allineare la  legge con questa realtà: non possiamo scindere tra il coniuge e il padre, quando è lo stesso uomo. In oltre l’80% dei casi, la violenza domestica e la violenza contro i bambini sono collegate. Il nostro dovere è quello di proteggere i bambini vittime di queste situazioni insopportabili. Oggi, quando un uomo finisce in tribunale per violenza contro sua moglie, l’unica cosa che il giudice può fare è negargli la potestà genitoriale. Vale a dire, i suoi diritti e doveri di padre.

Ecco, questa credo sia la prima delle battaglie che il femminismo debba ingaggiare nel nostro paese, al fine di giungere ad una presa di coscienza collettiva: un uomo violento è un cattivo padre, e in quanto tale merita l’esclusione da qualsiasi discorso sul coinvolgimento degli uomini nella vita dei loro figli.

 

Chicche natalizie sul tema del coinvolgimento paterno:

Chi fa l’uomo

Pubblicato in affido e alienazione genitoriale, attualità, giustizia, riflessioni, società | Contrassegnato , , , , , , , , , , , | 15 commenti

Male tears

Qualche giorno fa commentavamo su facebook la nomina di Marta Carbia alla presidenza della Corte Costizionale a partire da un articolo di Marta Capesciotti pubblicato sul sito inGenere.

La questione, che avevamo affrontato in passato anche in questo blog a partire proprio dai dati sulle donne giuriste, è interessante, perché – se tentenzialmente alla notizia di una donna che conquista per la prima volta una posizione preclusa al suo genere siamo pronte ad investire in fuochi d’artificio e bollicine per celebrare l’evento – una riflessione più approfondita smorza di molto gli iniziali entusiasmi.

E’ vero, e lo abbiamo toccato con mano, che l’improvvisa presenza di donne in un’istituzione non basta da sola a stravolgere un sistema valoriale, soprattutto se impone una gerarchia fra i generi da così tanto tempo che buona parte delle oppresse ha perso la capacità di riconoscere gli strumenti per mezzo dei quali è relegata sui gradini più bassi della scala sociale e condivide quegli stereotipi legati alla violenza o anche solo al ruolo sociale subalterno della donna come fossero immutabili leggi della natura che si possono soltanto constatare.

Ma, sebbene sia importante rimanere realiste e combattive, permettetemi di prendermi un momentino di pausa per godere di uno degli effetti positivi generati da eventi come la nomina di Marta Cartabia, perché – il più delle volte non sembra, lo so – sono una persona che, fra le altre cose, ama anche farsi una risata.

Ebbene, quando ho letto l’articolo che Camillo Langone ha scritto a proposito di Marta Cartabia, io non ho potuto fare a meno di ridere, perché la sua sofferenza è così sincera, così spontanea e senza filtri, che per un attimo ho desiderato acquistare una di quelle tazze che tanto fanno orrore a chi ritiene che non possa esistere un umorismo femminista.

Ma andiamo a leggere cosa scrive uno dei più noti misogini del nostro Belpaese.

Camillo Langone è così cristallino nel suo maschilismo che si fa fatica a credere che esista davvero e non sia piuttosto di uno di quei comici che esaspera uno o più aspetti deprecabili della società contemporanea per farne un personaggio che risulti così ridicolo da esporre al pubblico ludibrio tutto quello che – quando si presesenta con colori più tenui – siamo abituati a tollerare.

Chissà – fantastico a volte – forse Camillo Langone è davvero una Martina Dell’Ombra che la sera sveste i panni da Paul Elam de’ noantri e commenta con le sue amiche l’ultimo libro di Roxane Gay, covando nel suo cuore la speranza che le sue preghierine risveglino nelle donne contemporanee la rabbia necessaria a portare avanti la lotta contro il patriarcato con più determinazione.

Purtroppo – e lo dico perché di persone come Langone ne ho conosciute parecchie e di un altro che pubblica cose analoghe avevamo parlato qui – è più probabile che Langone sia proprio il Langone che leggiamo e nulla più.

Quindi, diciamoci la verità: l’idea dei vetri del simbolico soffitto che gli si conficcano nelle carni colmandolo di tristezza, non vi allarga il sorriso sul volto? Non vi viene voglia di riempire il bicchiere delle sue lacrime versate sulla copertina del Time e brindare con me?

Forse la nomina di Cartabia non merita i fuochi d’artificio e neanche lo spumante, ma magari una tazza celebrativa ce la possiamo comprare.

 

Per approfondire:

Il sorpasso

Pubblicato in attualità, politica, riflessioni, società | Contrassegnato , , , | 22 commenti

#Familytoo

In una intervista sul sito della George Washington University (GW) dal titolo #FamiliesToo: Family Courts Discredit Women’s Abuse AllegationsJoan S. Meier, docente presso la GW e avvocata che ha difeso per anni adulti e bambini vittime di abusi presso la Corte suprema degli Stati Uniti e nei tribunali statali, parla di un recente studio al quale ha lavorato: Child Custody Outcomes in Cases Involving Parental Alienation and Abuse Allegations.

Il primo obiettivo di questo progetto – leggiamo nell’abstract – era accertare se l’evidenza empirica conferma l’ipotesi che l’alienazione genitoriale (definita una teoria pseudo-scientifica) è viziata da un pregiudizio di genere nella pratica e nei risultati. In secondo luogo, lo studio ha cercato di analizzare i risultati nelle controversie legali in materia di affido/maltrattamenti in base al genere e per diversi tipi di maltrattamento.

L’analisi di oltre 2000 pareri del tribunale ha confermato che i tribunali sono scettici nei confronti delle denunce di abuso presentate dalle madri contro i padri; questo scetticismo è maggiore quando le madri denunciano maltrattamenti sui minori. I risultati confermano che quando i padri rispondono alle accuse chiamando in causa l’alienazione genitoriale, aumenta (praticamente raddoppia) il rigetto da parte dei tribunali delle denunce materne e raddoppiano le decisioni di negare l’affido alle madri in favore dei padri denunciati.

Confrontando questi dati con le risposte dei tribunali quando sono i padri ad accusare le madri di maltrattamenti o violenza, si rileva una differenza di genere significativa.

Infine, i risultati indicano che laddove vengono nominati tutori legali o consulenti, i risultati sfavorevoli per le madri e le differenze di genere aumentano.

“Questa ricerca è maturata in anni di patrocinio, contenziosi, borse di studio e corsi di formazione giudiziaria che ho fatto insieme ai miei colleghi in tutto il paese. Abbiamo notato una tendenza preoccupante nei tribunali familiari della nazione: quando le madri denunciano di aver subito violenza o che i loro figli hanno subito violenza da parte dei padri, le denunce non vengono prese sul serio” ha raccontato Meier nel corso dell’intervista, aggiungendo che “una ricerca sui bambini che sono stati assassinati da un genitore separato o divorziatom ha identificato quasi 100 bambini che i tribunali della famiglia si erano  rifiutati di proteggere dopo che il genitore protettivo aveva denunciato la pericolosità dell’ex partner.”

“I precedenti studi sulla custodia e la violenza domestica indicavano già che i tribunali statali esaminati non tenevano sempre conto della violenza domestica in modo sufficiente o non ne tenevano conto affatto nel prendere decisioni sull’affido e il diritto di visita. In altre parole, la ricerca esistente aveva confermato l’esistenza di un problema senza riuscire ad attirare l’attenzione nazionale né avere un concreto impatto sulle pratiche giudiziarie o sui responsabili politici”; questo è il motivo per cui Maier ritiene che fossero necessari dati empirici, oggettivi, in grado di rendere visibili gli effetti della teoria dell’alienazione genitoriale su donne e bambini.

“I giudici non sono adeguatamente formati sulla violenza domestica e sono ancora meno formati sulle violenze e l’abuso sessuale di minori – ha dichiarato Meier – Inoltre, i consulenti nominati dai tribunali , così come molti giudici, tendono ad affidarsi all’alienazione genitoriale e sono molto scettici nei confronti delle denunce di abuso quando sono mosse dalle donne.”

Meier spiega anche perché ha deciso di chiamare il suo lavoro #Familytoo, sulla scia del movimento #Metto: se il #Metoo ha portato alla ribalta le enormi difficoltà che affrontano le vittime di violenza sessuale in ambito lavorativo, difficoltà dovute al fatto che le loro denunce vengono respinte, banalizzate e demonizzate, #Familytoo si propone di evidenziare come la mancanza di credibilità che lamentano le donne nel corso delle controversie legali per l’affido dei loro figli è un fenomeno analogo ed egualmente diffuso, del quale il grande pubblico ancora ignora la portata e le drammatiche conseguenze.

Solo la consapevolezza e la preoccupazione del pubblico – conclude Meier – ha il potere di cambiare i cuori e le menti di coloro che hanno il potere di proteggere i bambini.

 

Pubblicato in attualità, giustizia, notizie, riflessioni, scienza, società | Contrassegnato , , , , , , , | 2 commenti

Accadde il 25 novembre

Il 25 novembre, per ricordarci tutte le ragioni per cui è importante celebrare la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne, il programma televisivo La Prova del cuoco ha mandato in onda l’esempio perfetto di ciò che si intende per famiglia di stampo patriarcale: una concorrente poco più che trentenne, interpellata sulla sua vita privata dalla conduttrice, ha colto l’occasione per ringraziare pubblicamente il suo novello sposo, poiché egli, mostrando estrema magnanimità e tenendo a bada un’indole “gelosina”, le aveva concesso di prendere parte al programma televisivo tutta da sola.

A quelli che si stanno ancora chiedendo se l’evento sia stato causato da un warmhole che ha fatto precipitare fra noi da una donna appartenente ad un lontano passato, vorrei rispondere che stupirsi della naturalezza con cui è stato pronunciato l’omaggio al marito-padrone è insensato tanto quanto lo è dichiararsi scioccati dall’ennesimo sondaggio ISTAT che conferma la significativa percentuale di italiani che indulgono nella colpevolizzazione della vittima.

Invece di far finta di cadere dal pero ogni volta, ammettete piuttosto che non ve ne importa un piffero, perché sono anni che sento ripetere la frase il problema della violenza sulle donne è strutturale“, al punto che ormai all’idea di spiegarvela di nuovo mi viene la nausea.

Per ulteriori delucidazioni sulla questione, potete rivolgervi alla giunta del comune di Forlì.

Sempre il 25 novembre, il consigliere leghista Umberto La Morgia, in rappresentanza di tutti gli italici Men’s Rights, Fathers’ Rights, Incel e compagnia briscola, ci ha ricordato in modo sintetico a particolarmente efficace gli argomenti di chi la Giornata contro la violenza sulle donne proprio non riesce a digerirla:

  • la confusione fra pari opportunità e pari probabilità di venire ucciso dal/dalla proprio/a partner/ex/collega/amante ecc.
  • l’alienazione genitoriale
  • le migliaia e migliaia di false accuse mosse dalle donne che sono il 90% delle accuse, no scusate, me l’ha detto qualcuno ed era un uomo quindi perché non credergli sulla parola? Mi sono sbagliato, sono stato frainteso, non ero io, quel giorno non c’ero, abbasso le ideologie e viva il Codice Rosso.

 

Ancora il 25 novembre, la ditta di pompe funebri Taffo che tutto il web (compresa me) adora(va) incondizionatamente per le campagne caratterizzate da uno straordinario black humor (ho amato e cantato la loro hit dell’estate), ha deciso di intervenire sul tema violenza sulle donne con un’immagine potente: sotto la scritta “Ci sono due tipi di donne”,  l’immagine di una bara affiancata ad un’altra scritta, “quelle che denunciano”.

Così, in barba a Marianna Manduca, uccisa dopo ben 12 denunce, e a tutte quelle donne che come lei debbono combattere non solo contro la violenza dei singoli maltrattanti, ma anche contro l’inerzia di un’intera società che – grazie alle teorie prima esposte e poi ritrattate da La Morgia – di fronte alle loro richieste d’aiuto fa troppo spesso orecchie da mercante, Taffo per una volta rinuncia a puntare sull’originalità per accodarsi alla più rassicurante delle narrazioni sul femminicidio, perdendo un po’ della stima di quella fetta di pubblico (me compresa) che aveva apprezzato il suo coraggio di osare.

Peccato.

Questo non è che un assaggio dell’impegno che ogni anno il popolo italiano ci mette per ricordarci quanto è importante che ognuna di noi continui a lottare.

Sentitevi libere di contribuire e allungare la lista di tutti gli “inspirational moments” del 25 novembre, quelli che rafforzano in ogni femminista la consapevolezza che

 

Pubblicato in attualità, riflessioni, società | Contrassegnato , , , , , | 5 commenti

Non è tanto dell’aiuto degli Amici che noi abbiamo bisogno

“Essere bigotti non è una novità. – ha dichiarato – Se non viene capita una canzone il problema è il loro, probabilmente siamo solo di generazioni diverse. Quando fai tante cose belle, le persone se le dimenticano. Quando arrivi a fare una sola cosa, magari apparentemente sbagliata, le persone se la ricordano a vita. Funziona così”.

Skioffi, da Il Fatto Quotidiano, 23/11/2019

“Siete ‘na massa di mongoloidi, porca troia. Femministe care, siete una massa di idiote, una massa di imbecilli. Di handicappate (unico termine per il quale si è scusato alla fine dello sfogo delirante). Vi piscio in testa. Dovete scopare di più, andate a lavorare e scopate di più. Fatevi una vita, scopate e badate ai vostri figli. Teste di cazzo! Coglione! Siete malate di mente. Se questa storia va avanti vi faccio passare i guai, vi tappo la bocca.”

Sempre Skioffi, da Lettera Donna, 29/10/2018

A un anno dalla querelle che ha fatto conoscere al grande pubblico il lavoro del giovane talento di Casalvieri Giorgo Iacobelli, meglio noto come Skioffi (alla quale aveva preso parte anche questo blog), il pezzo incriminato “Yolandi” torna alla ribalta grazie al talent show Amici di Maria De Filippi, che offre al cantautore l’opportunità di voltare pagina e abbandonare per sempre la vecchia immagine di rapper incline al turpiloquio.

Una parte del pubblico, però, non ci sta:

A dispetto di quello che potreste pensare – visto che in passato mi sono espressa in modo critico rispetto alle canzoni di Skioffi e dell’atteggiamento di molti giovani cantanti nei confronti delle rimostranze delle colleghe e di quella parte del pubblico femminile sensibile alla tematica della violenza contro le donne – concordo con chi dice che l’ammissione di Skioffi dovrebbe prendere in considerazione l’attuale posizione dell’autore prima che la sua passata produzione.

Peccato che il “nuovo” Skioffi sia poco diverso dal vecchio, visto che, anche se non ci propone più “Yolandi” né chiama più teste di cazzo chi non ha apprezzato il brano, continua a propinarci la medesima difesa di allora: chi ha criticato Yolandi non ne ha compreso il senso.

“Volevo far apparire altro rispetto a quello che si dice, fare una cosa contro la violenza. Comunque sia, è tranquillamente fraintendibile. L’ho spiegato per tre anni, ma nessuno l’ha capito” ha infatti dichiarato, concedendo a chi insiste nel condannare il suo testo l’attenuante della facile “fraintendibilità”.

In altri termini, il radicale cambiamento di Skioffi sta nel fatto che nel corso di questo ultimo anno è diventato più comprensivo: non azzanna più quelle sfigate che hanno sfogato la loro frustrazione sessuale contestando il suo lavoro, perché ha raggiunto la consapevolezza che il problema sta nel fatto che non riescono a capirlo, nonostante la buona volontà che ci ha messo lui per spiegarlo, e che non lo capiranno mai.

D’altra parte, è un brutto vizio di noi idiote femministe, quello di non voler capire quando gli uomini ci spiegano le cose.

Prima di lasciare che la polemica finisca nel dimenticatoio, vorrei però chiarire – di nuovo – un paio di cosette rispetto alla versione di Skioffi e dei suoi fan:

Più volte Skioffi ha rimarcato che la sia intenzione era produrre qualcosa di strano e folle (Mi piace scrivere cose strane, raccontare storie folli. L’ho sempre fatto. Quella volta l’ho fatto e ho esagerato un po’ troppo. Non sono un maschilista…), e a nulla sono valsi i tentativi di molti amanti della musica di convincerlo con tanto di elenchi esaustivi di autori e liriche che il suo testo non ci scandalizza perché è “diverso” dai testi che siamo soliti ascoltare, ma ci ha esasperate perché più di ogni altra cosa vorremmo sentire dai giovani talenti qualcosa di veramente, radicalmente nuovo sul tema della violenza contro le donne.

A chi, per contro, si appella agli esempi del passato per giustificare l’esistenza dei pezzi di Skioffi, vorrei dire che evidentemente la sensibilità di un certo pubblico femminile sta cambiando e l’incapacità di troppo artisti uomini di recepire i contenuti sul tema prodotti dalle donne in anni e anni di lotte, di proclami, di campagne, di manifestazioni, di libri, di cortei e di convegni, la loro pervicacia nel riproporci l’ennesima storiella del delitto compiuto dall’innamorato in un raptus di follia, assomiglia tanto alla supponenza.

E’ vero, il pezzo di Skioffi si colloca sulla scia di un ricchissimo filone narrativo, che vanta pregevoli interpreti, ma che comunque ci ha stufato; continuare a ripeterci che siamo insofferenti perché “non capiamo”, ci convince sempre di più che dietro tanta ostinazione non c’è altro che la maschilista convinzione di saperne comunque di più, su ogni argomento, violenza sulle donne compresa, in quanto maschi.

Concludendo: Skioffi è stato ammesso ad Amici, e mi dispiace che questo non si sia tradotto nell’occasione, per questo giovane cantautore, di capire che nessuna delle persone che ha reagito con veemenza di fronte alla sua produzione del passato lo ha fatto perché lo giudica un criminale, uno psicopatico, un violento, un soggetto pericoloso e/o disturbato; piuttosto, chi si è indispettito lo ha fatto perché ha riconosciuto in lui il normale, normalissimo uomo medio italiano, quello fermo nella convinzione di essere perfettamente in grado di fare una cosa contro la violenza senza alcuna preparazione a riguardo.

Gli uomini pensano di sapere cose che le donne non sanno e, senza farsi domande, iniziano a spiegarle; sembra impossibile abbattere quel muro di tracotanza che impedisce ad alcuni di loro di arrendersi all’idea che è possibile se non molto probabile che non sappiano di cosa stanno parlando. La mia impressione è che Skioffi sia ancora trincerato dietro quel muro.

Per fortuna, questa querelle ha mostrato anche qualcos’altro: sempre più giovani donne si dimostrano fermamente decise a cambiare lo stato delle cose.

 

Per approfondire:

La dimostrazione che i fan di Skioffi sono violenti come suoi testi

Pubblicato in attualità, notizie, riflessioni, società | Contrassegnato , , , | 33 commenti

Alienazione genitoriale: un’interrogazione parlamentare

Fonte

Premesso che:

già nel 2012, rispondendo all’interpellanza urgente 2/01706, presentata alla Camera dei deputati sul riconoscimento scientifico della Sindrome di alienazione genitoriale (PAS), il Ministro della salute pro tempore, tramite il Sottosegretario professor Cardinale, dichiarò che “sebbene la PAS sia stata denominata arbitrariamente dai suoi proponenti con il termine « disturbo », in linea con la comunità scientifica internazionale, l’Istituto superiore di sanità non ritiene che tale costrutto abbia né sufficiente sostegno empirico da dati di ricerca, né rilevanza clinica, tali da poter essere considerata una patologia e, dunque, essere inclusa tra i disturbi mentali nei manuali diagnostici”;

da quella data, nonostante altri numerosi tentativi in ambito forense per il riconoscimento scientifico di tale costrutto, nulla di rilevante è mutato e ad oggi la PAS come disturbo continua a sollevare pesanti dubbi nella comunità scientifica, venendo essa anche esclusa dalla nuova stesura del DSM-5, dove compare alla stregua di un problema relazionale, non assurto al livello di sindrome, né disturbo;

la Corte di Cassazione, intervenendo sul tema, ha più volte ritenuto la PAS priva di riconoscimento scientifico e ancora nel 2019, con sentenza n. 13274 della prima Sez. Civile depositata il 18 maggio 2019, ha riconosciuto che la PAS non è sufficiente di per sé sola, e cioè in mancanza di ulteriori e approfondite indagini, ad allontanare il figlio dal genitore;

nonostante dunque le pronunce a livello scientifico e giurisprudenziale, nei tribunali italiani continuano a verificarsi episodi, come testimoniato anche di recente dalle cronache di stampa, nei quali PAS o alienazione parentale o genitoriale sono utilizzate per giustificare il rifiuto del bambino a frequentare un padre dopo la separazione, come se il comportamento in questione fosse un disturbo da curare o su cui intervenire con apposito trattamento sanitario;

di conseguenza, questa diagnostica non può giustificare trattamenti sanitari, medici e/o psicologici che per altro devono far parte di una procedura sanitaria che, a partire dalla diagnosi appropriata di malattia, consiglia (e non impone) il trattamento più adeguato alla luce delle linee guida validate da organismi scientifici nazionali ed internazionali;

inoltre, le prassi diagnostico-terapeutiche vanno poi eseguite nei luoghi opportuni (ospedali, servizi territoriali o studi professionali accreditati e riconosciuti) rispettando, oltre che le procedure scientifiche, anche le norme dei codici deontologici, che prevedono la salvaguardia della libertà del paziente di accettare o meno la terapia proposta, come ricordato dalla sentenza n. 13506 del 2015 della Corte di cassazione;

di contro, alle procedure corrette in campo sanitario, nei casi di diagnosi di PAS/AP (ne è conferma quello di Laura Massaro salito alle cronache recenti) il consulente diagnostica (implicitamente come malattia) un disturbo relazionale inesistente, perché escluso da documenti normativi dell’OMS e nel DSM-5, indicando per di più il trattamento sanitario conseguente, dalle caratteristiche fortemente traumatiche, non approvato né sancito dalla comunità scientifica nella sua impostazione, nonché contrario alla deontologia professionale;

nella quasi maggioranza di questi casi, l’intervento proposto ed attuato dai tribunali è rappresentato da un trattamento sanitario imposto, forzoso, contro la volontà del minore, in presenza di un suo manifesto disagio, in assenza di altro valido consenso scritto, tale da farne un trattamento simil-volontario, ma soprattutto che si configura come un trattamento sanitario obbligatorio, non compreso nelle prerogative della magistratura ma disciplinato dagli articoli 33 e 35 della legge 23 dicembre 1978, n. 833;

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo ritenga utile predisporre una specifica forma di monitoraggio da parte dell’Autorità sanitaria affinché tale costrutto ascientifico (PAS o AP) non venga utilizzato dagli operatori sanitari, né dai consulenti forensi con la qualifica di medici e psicologi;

se intenda promuovere iniziative volte a monitorare l’applicazione di trattamenti sanitari giustificati, esplicitamente o meno, da PAS/AP, nonché a valutare quanto casi di questo genere confliggano con la corretta applicazione della legge n. 833 del 1978 sul trattamento sanitario obbligatorio;

se consideri opportuna l’istituzione presso il Ministero di una commissione ad hoc che si faccia carico, oltre che delle azioni indicate, anche di valutare sia gli esiti di provvedimenti basati su diagnosi e trattamenti sanitari inappropriati, sia l’impatto sulla salute dei bambini coinvolti nelle misure già attuate, valutando anche caso per caso, là dove ve ne sia necessità, tale impatto;

se intenda predisporre, in accordo con il Ministro della giustizia, misure che regolino la gestione dell’intervento sanitario in ambito forense.

Poco più di un mese fa, mi rammaricavo del fatto che il dibattito pubblico sugli affidi in Val d’Enza non si fosse ampliato fino a ricomprendere altri casi di allontanamenti di minori dal nucleo familiare, in particolare quelli che coinvolgono madri che hanno denunciato abusi e violenze da parte del padre-marito-compagno.

Oggi, invece, sono qui a rallegrarmi con voi del fatto che piano piano la questione sta venendo a galla: sempre più testate, sempre più giornalisti offrono a donne come Ginevra Amerighi o Laura Massaro la possibilità di raccontare la loro versione dei fatti, mentre sempre più donne si fanno avanti per rendere di dominio pubblico i loro travagli.

Le storie sono tutte simili.

Ad esempio in questo caso, una testimonianza raccolta di recente dall’Agenzia Dire, una donna può vedere i suoi figli una volta a settimana, e soltanto in modalità protetta; l’allontanamento sarebbe avvenuto a seguito di una perizia disposta in occasione della separazione dal marito, una perizia che parla ‘una triangolazione dei figli nel conflitto tra i genitori che puo’ indurre a un rischio di alienazione parentale; come in molte altre vicende analoghe, la donna parla di una separazione decisa dopo anni di violenza psicologica ed economica perpetrata ai suoi danni dal padre dei suoi figli, culminata in un episodio di violenza fisica tanto cruento dal convincere la donna ad interrompere la relazione.

Invece di accogliere l’ipotesi che il rifiuto dei ragazzi nei confronti della figura paterna fosse causato dalla violenza assistita, si è deciso di classificare la situazione come una “separazione conflittuale“, una descrizione la cui immediata conseguenza è stata definire la madre – verso la quale i bambini non manifestavano alcune ostilità – il soggetto maldisposto, astioso, avverso alla relazione dei figli col padre, e quindi pericoloso per un sano sviluppo della prole.

Di queste storie, ne abbiamo collezionate tante, ma davvero tante negli anni.

Abbiamo dibattuto a lungo, sull’opportunità di affidarsi in questi casi alla letteratura che parla di alienazione genitoriale, legami simbiotici, triangolazioni, alleanze genitori-figli e manipolazioni mentali.

A proposito di alienazione genitoriale ne abbiamo sentite di tutti i colori;

è stata inclusa nel DSM 5 o nell’ICD:

e poi non c’è alcuna ragione per cui dovrebbe esservi inclusa:

si concretizza nel comportamento lesivo di uno dei genitori, che pone in essere un vero e proprio attentato alla relazione dell’altro genitore con i figli:

e poi è un condizionamento psicologico che si verifica con il contributo di entrambi i genitori:

Tutte questioni sicuramente importanti, a proposito delle quali soltanto gli autori di tali contraddizioni potranno dare spiegazioni.

Ma più importante ancora, e meno sviscerata, è quella che riguarda la violenza contro le donne e gli abusi sui bambini, fra i quali è doveroso ricordare la violenza assistita, visto che spesso non è tenuta nella debita considerazione.

E’ questo il principale terreno di scontro fra chi in questi anni si è battutto affinché l’alienazione genitoriale non entrasse nel nostro ordinamento per mezzo delle proposte di riforma delle norme in materia di affido, e chi invece difende a spada tratta la necessità di potersi avvalere del costrutto, o almeno di una versioni proposte.

Come si evince facilmente dal confronto fra le affermazioni dello psicologo e psicoterapeuta Marco Pingitore in merito alla violenza perpetrata in ambito familiare e quanto narrato da Veronica, la donna di cui abbiamo raccontato per sommi capi le vicende giudiziarie facendo riferimento all’Agenzia Dire, fra le due posizioni c’è un abisso incolmabile.

Ci dice Veronica: “Non l’ho mai denunciato”. Ma non solo, a questo aggiunge: “ho accettato perfino in extremis un percorso di terapia di coppia che lui propose per evitare la separazione.”

Andiamo a leggere cosa scrive in proposito Pingitore:

Non si può parlare di alienazione di fronte ad abusi e maltrattamenti, ma quegli abusi e maltrattamenti debbono essere accertati.

E se non basta una denuncia, a farci considerare la possibilità che i maltrattamenti siano realmente accaduti, figuriamoci un caso come quello di Veronica, che la denuncia non si è neanche disturbata a presentarla.

Per persone come gli esperti di alienazione genitoriale, poi, che da anni ci raccontano di percentuali astronomiche di “false accuse” il pregiudizio nei confronti di una donna come Veronica potrebbe risultare determinante.

Leggete la bibliografia di questo articolo recente (19/09/2019) corredato dalla simpatica immagine di un naso da Pinocchio, che racconta:

Non sappiamo quale “letteratura recente” dimostri che tra l’85 e il 90% dei casi sono le madri ad avanzare un’accusa nei confronti dell’ex marito, accusa che in 2 casi su 10 circa si rivela falsa (falso positivo).

Nella bibliografia l’unico studio recente sul tema è del 2015 e si intitola “Fraintendimento, psicopatologia e false accuse: analisi di un caso”.

Un caso.

A questo punto dobbiamo citare una ricerca, sempre del 2015, dal titolo Between Scylla and Charybdis: A Literature Review of Sexual Abuse Allegations in Divorce Proceedings.

La letteratura sull’argomento è scarsa e per lo più obsoleta, ci dicono i ricercatori, al punto da non poter fornire risposta certa in merito alla questione degli abusi sui bambini, men che meno sulla dondatezza delle accuse mosse in corso di separazione; i dati a disposizione, tuttavia, suggeriscono che le accuse di violenza sui bambini sono molto rare nei casi di divorzio e solo una piccola percentuale delle accuse risulta infondata e/o mossa nella consapevolezza della loro falsità.

Per ciò che riguarda le accuse di violenza sulle donne, invece, ricordiamo quanto dichiarato da Keir Starmer in veste di quattordicesimo Director of Public Prosecutions (DPP), a capo del Crown Prosecution Service del Governo della Gran Bretagna, dopo 17 mesi di osservazione sui casi di stupro e violenza domestica in Inghilterra e Galles: su  5.651 casi di stupro e 111.891 casi di violenza domestica, le false accuse di stupro risultano essere 35, mentre sono solo 6 i casi di false accuse di violenza domestica e 3 i casi in cui le false accuse erano di stupro e violenza domestica insieme.

Forse è azzardato sostenere che dietro una difesa che si basa sul concetto di alienazione genitoriale si celano sempre abusi e violenze, ma di certo non è difficile immaginare che se chi è chiamato a valutare una “separazione conflittuale” si è formato su una “letteratura” che parla dell’85%-90% di false accuse mosse dalle donne, per gente come Veronica e i suoi figli, seppure raccontassero la verità, ci sarebbe poca speranza di ottenere un provvedimento che tenga in seria considerazione la loro versione dei fatti.

Ciò che occorre ribadire, a proposito dell’alienazione genitoriale e i suoi discepoli, è che, a monte delle disquisizioni sulla probabilità o meno che un bambino possa essere manipolato al punto da detestare un genitore amorevole, c’è una premessa sicuramente falsa: quella che racconta di una acclarata tendenza femminile ad imbastire storie di maltrattamenti e violenze del tutto infondate.

Qualunque concetto si voglia costruire a partire da questa pietra d’angolo, non può che essere un castello di ingannevoli certezze, sulla base del quale si rischia di compromettere l’incolumità, il benessere e la felicità di una moltitudine di donne e bambini.

Pubblicato in affido e alienazione genitoriale, attualità, dicono della Pas, giustizia, politica, riflessioni | Contrassegnato , , , , , | 5 commenti

Ironia, black humor, sessismo, il gioco Squillo e le parole usate a mentula canis

fonte dell’immagine

In occasione del primo maggio di quest’anno, il movimento No Tav ha distribuito il gioco  “per grandi e piccini” The Madamin’s Game, descritto dalla stampa come un’ironica forma di protesta. Alle carte delle “madamine” si TAV della Torino che conta e degli altri oppositori del movimento, il gioco contrappone la capretta della Valle di Susa, “supereroe della decrescita felice”.

The Madamin’s Game, ovviamente, non è un vero e proprio gioco da tavolo, bensì un tentativo di colpire gli avversari per mezzo della satira.

Perché ne parlo, vi starete chiedendo.

Perché in questi giorni – come avviene di tanto in tanto in concomitanza del Lucca Comics – si è riaperto l’annoso dibattito su Squillo, un gioco di carte vietato ai minori di 18 anni in cui i giocatori interpretano degli sfruttatori di prostitute (“papponi”) in lotta fra loro per ottenere il predominio sugli altri. Ogni giocatore-pappone dovrà sfruttare al massimo le sue carte-squillo per guadagnare il più possibile, ad esempio mandandole a battere, oppure uccidendole e vendendone gli organi (si incassa di più, ma non si può riutilizzare la carta) oppure usando le speciali carte-evento per danneggiare le carte-squillo altrui ( “il taglia gole”, per esempio, “consente di levare di torno una troia nemica”; la carta “inculata da un rottweiler” può “rendere malata la troia che colpisce. La vittima di questa carta si ritrova in punto di morte e, all’inizio del turno del pappone che la possiede, si può scegliere se curarla o lasciarla morire”).

In difesa di Squillo è sceso in campo un articolo di Esquire di Simone Alliva, che nel prendere di mira le dichiarazioni di Maria Elena Boschi (che su facebook ha dichiarato “Non c’è niente di divertente nella vita di una donna sfruttata e obbligata a vendere il proprio corpo. Non c’è niente di vincente in uomini che schiavizzano quelle donne e alimentano i traffici della criminalità organizzata”) sfodera tutto il repertorio del caso, risparmiandomi una rassegna stampa; si parla di ironia, sarcasmo, black humor, satira, cultura sessuofoba, la donna simulacro immacolato identificato con la maternità, e con un tono piuttosto seccato ci spiega:

Il caso scatenato da “Squillo” ha il pregio di fotografare una classe dirigente che invece di preoccuparsi seriamente dei problemi del paese, fa ricorso alla coercizione sessuale e al perbenismo spicciolo per distrarre, portarci lontani dai problemi. E ci riesce. È la politica dello sdegno, cioè una manifestazione di allarmismo priva di qualsiasi contenuto trasformativo. Se non capisci la battuta, figuriamoci la spiegazione.

Onde evitare di ritrovarmi il solito centinaio di commenti terrificati del tipo “aiuto la censura!”, non sono qui a richiedere il ritiro dal mercato del gioco Squillo.

Però ci tengo a manifestare pubblicamente tutto il mio sconcerto nei confronti di un’operazione commerciale che non riesco a catalogare né come satira né come umorismo nero, ma soprattutto mi piacerebbe che qualcuno mi spiegasse una volta per tutte la battuta o la provocazione, perché a me questo gioco rimane sullo stomaco come la maglietta con la svastica di Sid Vicious: più provano a spiegarmene il senso e meno mi risulta comprensibile.

Almeno del punk possiamo dire con certezza – perché a dirlo sono gli stessi che popolavano la scena musicale in quegli anni – che lo spirito che animava quelle provocazioni si poneva l’obiettivo di to piss off everybody and make people think: far girare i coglioni a tutti in modo da costringere la persone a pensare.

Invece in una recente intervista il creatore del gioco Immanuel Casto racconta che Squillo è nato come divertimento personale: “Ho un mio umorismo e Squillo era un prodotto pensato per giocare con gli amici. È stato il mio manager a suggerirmi di trasformarlo in un prodotto commerciale.” Un divertissement, insomma, non creato allo scopo di infastidire qualcuno, come Casto spiega più avanti: “Il gioco è nato appunto per gioco (…) Quando creo qualcosa non penso alle persone a cui darò fastidio, ma a quelle che farò sentire capite, anche solo facendogli fare una risata. A quelle persone che potranno dire: «Ecco, questo è il mio senso dell’umorismo».”

Pensando alla satira non mi verrebbe mai in mente di infilare fra i suoi scopi principali quello di far sentire capite le persone a cui si rivolge; concorderete con me che il gioco The Madamin’s Game non vuole consolare le caprette valsusine, piuttosto mira a sbeffeggiare Capitan Coniglio e questo è il motivo principale per cui citare la satira a proposito del gioco Squillo mi sembra del tutto fuori luogo.

Ma quali sono le persone che si divertono con Squillo e perché si sentono capite giocandoci?

[sono] Persone intelligenti che non ridono del tema, ma che sanno ridere dello stereotipo sul tema, spiega Casto.

Uno stereotipo è una credenza o a un insieme di credenze, non fondate su una conoscenza di tipo scientifico, in base alle quali vengono attribuite determinate caratteristiche a un gruppo di persone. Di stereotipi abbiamo parlato molto, in questo blog, ad esempio di quelli legati alle donne nella scienza; è a causa dell’incapacità di attribuire sufficiente rigore scientifico ad una ricercatrice solo perché donna (uno stereotipo) che l’esaminatore di una rivista consigliò tempo fa a due dottorande di trovare due biologi maschi con cui collaborare, paragonando la naturale inclinazione maschile per il lavoro di ricerca alla “naturale” capacità degli uomini di correre più velocemente delle donne (per la cronaca: il gap nella velocità della corsa sportiva pare si stia progressivamente riducendo).

Quale gruppo di persone e quale stereotipo sono in gioco in Squillo?

Abbiamo i giocatori-papponi e le prostitute-carte; a mio avviso, il fatto che nessun giocatore possa impersonare una prostituta, ma che le squillo siano solo meri strumenti sacrificabili in mano ai giocatori-papponi, suggerisce che uno dei temi fondanti del gioco sia la deumanizzazione del soggetto prostituito, che si fa letteralmente oggetto diventando carta da gioco.

Sarebbe questo lo stereotipo? Associare al pappone la reificazione delle donne che gestisce è un’indebita e arbitraria attribuzione di un comportamento ad un gruppo di persone che non trova fondamento nella realtà?

Oppure è la donna-oggetto sessuale lo stereotipo che il gioco mira a demolire?

Sono domande le mie, alla quali nell’intervista non trovo una risposta.

Alla luce di quello che sappiamo del mercato di esseri umani, soprattutto di quello che traffica donne per immetterle nella prostituzione, io non trovo quanto descritto dal gioco poco aderente alla realtà e neanche un’estremizzazione satirica della realtà: lo trovo semplicemente di cattivo gusto, come è di cattivo gusto gridare “storpio” a qualcuno che zoppica e poi riderci su.

E’ recentissima la condanna per omicidio dei parenti di Gloria Pompili, massacrata di botte dalla zia e dal compagno di questa, che da anni la costringevano a prostituirsi dopo averla attirata in casa loro con il miraggio di un lavoro in un negozio di frutta e verdura. Pare che per costringerla fossero arrivati ad appendere i suoi figli di 3 e 5 anni fuori dal balcone, rinchiusi in una cassetta di legno dalla quale giungevano alla madre le urla di terrore.

I racconti delle giovanissime vittime del mondo della prostituzione, come Gloria Pompili, trovano poco spazio nella narrazione del fenomeno. Spesso ci giungono le stime delle vittime della tratta, in costante aumento, molto più raramente qualcuno indulge nei dettagli dell’inferno che affrontano, perché è troppo crudo per essere messo nero su bianco.

Ogni eventuale rifiuto viene punito con la tortura: acqua bollente addosso o stupri di gruppo, leggiamo in un articolo sulle migliaia di donne trasportate ogni anno dalla Nigeria in Italia per essere vendute come carne da macelloGli ho detto che non volevo. Prima lo avevo fatto qualche volta per bisogno, ma non mi andava che diventasse una cosa quotidiana. Allora lui si è messo a fare il pazzo. Urlava. Mi diceva che mangiavo senza dare niente in cambio. Mi ha scaraventato lo stereo sulla schiena. Mi ha violentata, e frustata con una cinghia. Sono stata costretta a obbedirgli, racconta del suo ingresso nel mondo della prostituzione una ragazza rumena che aveva solo 12 anni quando è stata ceduta dalla madre al suo pappone.

Questa tipologia di donne prostituite sembra però sconosciuta a Immanuel Casto, che nella sua intervista parla di sex worker che andrebbero tassate dallo Stato, come se la maggior parte delle prostitute di questo paese fossero delle libere professioniste che truffano il fisco.

Vorrei leggerla con voi, la sua affermazione:

Sono favorevole alla prostituzione, purché venga tolta dalla strada, inserita in un ambiente controllato e i sex worker tassati. La logica morale per cui si possa fare un gioco sulla guerra e sulla mafia, ma non un board game satirico sulla prostituzione, è la stessa per cui un o una sex worker sta vendendo il suo corpo mentre un uomo che lavora in miniera o in fabbrica tra i fumi tossici non lo sta facendo. Questa per me non è morale, ma moralismo.

Mi chiedo quanti giocatori di giochi di guerra affermerebbero con leggerezza “sono favorevole alla guerra, purché si combatta in un ambiente controllato”, o se qualcuno abbia mai detto pubblicamente “sono favorevole alla mafia, purché paghino le tasse”.

A parte questo, vorrei farvi notare che Casto non parla di donne vendute, come le squillo ridotte a carte del suo gioco o come Gloria Pompili, bensì di sex worker che vendono il loro corpo: la prostituzione che descrive, quella che secondo lui è la prostituzione reale, è popolata di soggetti attivi; contempla l’esistenza di soggetti più sfortunati di altri, come i minatori (ma ci sono ancora miniere attive in Italia?) o gli operai costretti loro malgrado ad ambienti di lavoro poco salubri, ma l’esistenza delle schiave del sesso è del tutto ignorata e questo a dispetto del fatto che si calcola che il 56% delle vittime di traffico di esseri umani (due terzi delle quali sono donne o bambine, perché la prostituzione è sessista) sia destinata allo sfruttamento sessuale.

Insomma l’idea che mi sono fatta, leggendo l’articolo di Esquire e l’intervista a Casto, è che questi giovani universitari intelligenti che ridacchiano mentre impersonano dei papponi che torturano e uccidono le loro squillo e quelle degli avversari, siano persone un po’ fuori dal mondo oppure poco avvezze a volgere lo sgardo al di là del loro piccolo e privilegiato pezzetto di mondo, che si crogiolano nell’idea di irridere col loro gioco una cultura sessuofoba dove un populista di estrema destra spregiudicato come Salvini non a caso ripesca il culto di Maria, perché ignorano o preferiscono ignorare che  Salvini, come Casto, è favorevole alla riapertura delle case chiuse e quindi alla prostituzione, che solo quando si postula la necessità di una donna simulacro immacolato identificato con la maternità si rende necessario il suo alter ego – la troia – e che il gioco non si fa beffe di chi si scandalizza all’idea di baccanali nei quali scorrono a fiumi sperma e vino, bensì  di donne come Gloria Pompili.

Sono persone poco inclini alla riflessione, che trovano divertente il pene gigante del cavallo disegnato sulla carta da gioco o giungono all’affrettata conclusione che il problema di chi solleva periodicamente la questione sia il sesso, incapaci di comprendere che, se nel gioco non è previsto che qualche giocatore impersoni una squillo, probabilmente è perché per le strade le migliaia di donne prostituite non sono esseri umani ma solo strumenti – come le carte da gioco – per quelli che le vendono, le comprano e le uccidono quando non rendono abbastanza.

L’umorismo nero serve a ridere delle cose che fanno così male da risultare insostenibili, ma smette di essere divertente quando si trasforma in una scusa per raccontare alla gente che ciò che è orrendo e inaccettabile potrebbe diventare qualcosa di cui dichiararsi “a favore” purché si svolga in luoghi invisibili a chi è impegnato a giocare coi suoi amici.

Vorrei concludere in modo un po’ punk, perché mi è venuta voglia di fare qualcosa di sgradevole e irritante.

Il gioco Squillo mi fa cagare e se trovo qualcuno a giocarci gli piscio sulle carte. Non c’è niente di più patetico di un qualcuno che si dice “sono troppo intelligente” da solo, soprattutto quando presumibilmente si circonda di gente che ride soltanto perché ha letto “anale” o “succhiare il cazzo”. Certe analisi della scena politica sono argute come una gara di rutti, è imbarazzante l’evidente confusione fra la satira e la brutta copia di un film di Pierino e i disegnetti delle carte non farebbero una bella figura neanche sulla parete del cesso di un autogrill. Se penso a chi si ritrova a giocare a Squillo, mi sento improvvisamente in pace con l’idea dell’incombente disastro climatico: è opportuno estinguerci il più in fretta possibile.

Pubblicato in attualità, notizie, riflessioni, società | Contrassegnato , , , , , | 49 commenti

L’approccio dello spettatore – III

L’approccio dello spettatore ha come obiettivo dare strumenti alle persone per interrompere questo processo e creare un clima culturale tra pari in cui il comportamento abusivo sia visto come inaccettabile, non solo perché illegale, ma perché sbagliato e intollerabile nella cultura dei pari. E se siamo in grado di raggiungere il punto nel quale gli uomini che agiscono in modo sessista perderanno di status, otterremo che anche i ragazzi che agiscono in modo sessista e molesto verso le ragazze e le donne, così come verso altri ragazzi e uomini, perderanno status/posizione sociale. Vedremo così una diminuzione radicale della violenza. Perché il tipico autore della violenza maschile non è una persona malata o una mente contorta. È un ragazzo normale in ogni altro aspetto. Non è forse così?

da “Trasformare ogni uomo in un femminista”, di Jason Katz

(in Marea, n.3, settembre 2016, pag.41)

Fonte

Il video, registrato con un telefonino da un residente nella zona, è diventato virale qualche settimana fa.

Girato probabilmente allo scopo di fornire alle forze dell’ordine una prova del comportamento criminale dell’uomo – che prima di aggredire i poliziotti ha minacciato di morte la moglie gridando come un ossesso in via della Cella a Sampierdarena (un quartiere di Genova) poi ha aggredito un uomo intervenuto per calmarlo brandendo una bombola del gas – è rimbalzato di social in social fino ad attirare l’attenzione della stampa locale.

A me è arrivato tramite un contatto su facebook, e di lì sono risalità ad un post pubblico in calce al quale ho trovato centinaia di commenti.

Il video era introdotto da questo commento:

Che cosa si sono detti gli spettatori?

In molti lo hanno trovato divertente.

Questo perché, ad un certo punto del video, l’aggessore tira fuori il telefonino per chiamare Ciro, al quale intima di raggiungerlo, visto che sta per compiere una strage (vuole uccidere non solo la moglie, ma anche tutta la sua famiglia); questo dettaglio ha ricordato agli spettatori un triste momento della televisione italiana d’altri tempi: era il 1990, quando una telefonata raggiunse la conduttrice Sandra Milo nello studio della Rai “L’amore è una cosa meravigliosa” per annunciarle che il figlio è rimasto vittima di un incidente e le sue condizioni erano molto gravi; Milo corse via in lacrime gridando il nome del figlio, che, appunto, si chiama Ciro. Una volta scoperto che in realtà si era trattato soltanto di uno scherzo di pessimo gusto, programmi di satira come Striscia la notizia o Blob mandarono in onda lo spezzone più volte, rendendo quell’urlo angosciato un vero e proprio tormentone.

Alla domanda “Le dà ancora fastidio rivedere in tv la sequenza in cui urla il nome di suo figlio Ciro?”, in una recente intervista a Io Donna risponderà Sandra Milo: “È tremendo, è un dolore che torna a farsi sentire, incancellabile, c’è sempre. Non mi fa piacere neppure parlarne.”

Non c’è nulla di male nell’esorcizzare una tremenda prospettiva – che un figlio amato possa essere ricoverato in ospedale in fin di vita, ad esempio – cogliendo gli aspetti più ridicoli di una scena che la evoca per concedersi una risata liberatoria e stemperare il terrore che suscita. Subito dopo, però, bisognrebbe essere in grado di andare oltre la becera comicità, soprattutto di fronte ad un fenomeno come la violenza sulle donne perpetrata in ambito familiare, visto che in Italia 3 donne su 4 di quelle che vengono uccise, vengono uccise dal partner, e soprattutto se si vuole consegnare un messaggio al pubblico, perché si rischia di suggerire che una scena del genere possa trasformarsi in un simpatico intrattenimento. Il che farebbe indubbiamente del male a chi ne è il protagonista.

Molti altri spettatori si sono lamentati del fatto che all’aggressione dell’uomo non sia seguita da un’esecuzione sommaria da parte dei residenti che palesavano la loro preoccupazione gridando dalle finestre della via.

Quello che viene sollecitato da commenti analoghi a questo non è un intervento a tutela della donna minacciata, bensì un vero e proprio pestaggio ai danno dell’uomo: violenza che genera altra violenza, odio che genera altro odio, “una spirale discendente” che porta alla distruzione per tutti, diceva in proposito Martin Luther King.

Per un altro gruppo di commentatori il problema è la malattia mentale: l’uomo è un pazzo, uno fuori di testa, un malato grave.

Quanto sia sbagliato associare automenticamente la violenza al disturba di tipo psichiatrico, ne abbiamo già parlato in questo blog, citando anche pareri eccellenti.

Le possibilità sembrano qui ridursi a due: la pazzia oppure una accurata analisi del contesto ci fornirebbe le buone ragioni che hanno condotto l’uomo ad un simile comportamento.

Qualcosa non torna, ci dice invece quest’altro commento, spiegando che le ragioni sufficienti a rendere comprensibile il comportamento dell’uomo si possono desumere dal video stesso, senza bisogno di ulteriori indagini sul contesto.

Non è un pazzo, e neanche un uomo cattivo; si vede chiaramente che “lei lo istiga” e poi lui afferma di amare il figlio: come può non essere un uomo fondamentalmente buono?

Lei è una donna che minaccia un povero padre di allontanarlo per sempre dall’amato figlio, lei è una che ha usato violenza psicologica contro di lui, è una che cerca di “farsele dare”, insomma sarebbe lei l’occulta regista della sceneggiata pubblica: è questa la lettura più probabile delle immagini che scorrono sullo schermo, perché l’esperienza insegna che sono davvero tante le donne cattive d’animo che agiscono con crudeltà senza alcuna ragione.

La cattiveria, in buona sostanza, sarebbe una peculiarità delle donne: gli uomini che agiscono con violenza o sono malati o sono portati ad azioni disperate da un contesto che rende se non legittime almeno umanamente comprensibili le loro azioni oppure sono vittime del subdolo complotto di una di queste streghe animate da immotivata crudeltà delle quali il mondo sarebbe pieno.

D’altronde

ne abbiamo discusso fino alla nausea in questo blog: la donna coinvolta in una relazione con un uomo violento, per alcuni, non può non essere considerata corresponsabile della violenza che subisce.

La comprensione sembra sorgere più spontanea nei confronti di uno, che, in fondo, non l’ha neppure picchiata:

Avrebbe potuto ucciderla (davanti ad un mucchio di testimoni, fra i quali uno che sta ostentatamente filmando tutta la scena), invece si è fermato, dimostrando così tutto il suo buon cuore. Come fa a non farci pena?

Qualche giorno fa parlavamo dei fratelli Hart. A proposito dell’omicidio della madre e della sorella ad opera del padre, raccontano che ciò che li ferì delle reazioni di chi riportò i fatti, nell’immediato, fu che, in assenza della possibilità di conoscere il contesto in cui gli omicidi si collocavano, in molti scelsero di schierarsi dalla parte dell’assassino.

In Italia ogni due giorni viene uccisa una donna e nella stragrande maggioranza dei casi nell’ambito di una relazione sentimentale: la conclusione che una parte degli spettatori sembra trarre da questi dati è che la stragrande maggioranza delle donne sia così cattiva da meritarselo.

Certo, alcuni non sono d’accordo:

Ma siamo molto lontani da quel clima culturale intollerante nei contronti di comportamenti del genere che potrebbe contribuire a ridurre radicalmente la violenza contro le donne.

Pubblicato in attualità, in the spider's web, notizie, riflessioni, società | Contrassegnato , , , | 4 commenti

Adolescenti in terapia

Il National Health Service (NHS) britannico lancia l’allarme: il numero dei teenager che lamentano disfunzioni sessuali e chiedono aiuto è più che triplicato negli ultimini due anni. Sarebbero 4.600 i ragazzi al di sotto dei 19 anni che hanno richiesto un trattamento psico-sessuologico, a fronte dei 1.400 del biennio immediatamente precedente.

Per gli esperti il responsabile di questa impennata è soprattutto il porno.

fonte

Muriel O’Driscoll, una consulente e terapista che ha in cura gli adolescenti, ha dichiarato: “I giovani, nonostante la disponibilità dell’educazione sessuale, spesso non sanno cosa stanno facendo o si aspettano che il sesso sia perfetto ogni volta. Non sanno cosa stanno facendo perché il loro metro di giudizio sono i video pornografici su Facebook e su tutti gli altri media. Si aspettano che le persone abbiano orgasmi in un batter d’occhio. ”

O’Driscoll, che ha lavorato per il NHS, i Brook Advisory Centers e ora esercita privatamente, ha aggiunto che i ragazzi e le ragazze erano anche preoccupati che i loro genitali non assomigliassero o si adeguassero a quelli che avevano visto online.

I bambini inciampano sulla pornografia online a partire dai sette anni, afferma una ricerca pubblicata di recente. Secondo il British Board of Film Classification, la maggior parte dei giovani è incappata nella pornografia accidentalmente (il 62% dei ragazzi fra gli 11 e i 13 anni) e ha raccontato di essersi sentita “disgustata” e “confusa”, in particolare quelli per i quali la prima volta risale a quando avevano meno di 10 anni.

Inoltre, il 41% dei giovani che conoscevano la pornografia si è dichiarato d’accordo sul fatto che guardarla rende le persone meno rispettose del sesso opposto. Le ragazze, in particolare, hanno parlato della loro paura che le rappresentazioni aggressive del sesso sarebbero state considerate “normali” dai giovani spettatori di pornografia di sesso maschile, e di conseguenza copiate in incontri sessuali nella vita reale.

Alla luce dei sempre più freuqenti casi di strangolamenti denunciati dal Guardian nel luglio di quest’anno, la loro paura sembra tutt’altro che ingiustificata.

In un articolo dal titolo “The fatal, hateful rise of choking during sex”, Anna Moore and Coco Khan raccontano che negli ultimi 10 anni gli omicidi descritti come “giochi sessuali finiti male” sono aumentati del 90%, due terzi dei quali riguardano lo strangolamento.

Anche nell’articolo del Guardian, il dito è puntato contro la pornografia: “Schiaffegiare, soffocare e sputare è diventato l’alfa e l’omega di qualsiasi scena porno e non in un contesto BDSM”, ha spiegato Erika Lust, regista di film pornografici: “Sono presentati come modi standard di fare sesso quando, in realtà, sono di nicchia”.

Un giovane che ha parlato con il Guardian per questo articolo ha raccontato che soffoca la sua ragazza, e lo fa da diversi anni, “perché a lei piace”. Giorni dopo, ha ricontattato il giornale: “Ho pensato alla nostra conversazione e le ho parlato. Ha detto che in realtà non le piace; pensava che mi piacesse. Ma il fatto è che a me non piace: pensavo che fosse quello che voleva.”

Non risulta nessun caso in cui, a causa di un “gioco sessuale”, a morire sia stato un uomo.

Mary Sharpe, amministratrice delegata dell’associazione benefica The Reward Foundation, ha dichiarato: “L’uso eccessivo della tecnologia sta creando adolescenti ansiosi, depressi e con problemi psicosessuali. Dall’avvento della banda larga ad alta velocità nel 2006, la prevalenza di problemi di salute mentale è aumentata tra i giovani. Le industrie di Internet e della pornografia stanno facendo del loro meglio per negarlo, ma pensiamo che i due fenomeni siano collegati perché i sintomi spesso si risolvono una volta che le persone passano attraverso una disintossicazione digitale che consente ai loro cervelli di rimettersi ai piaceri quotidiani.”

Claire Murdoch, direttrice nazionale per la salute mentale del NHS inglese, ha dichiarato: “Ciò che sta diventando sempre più chiaro è la necessità che altre parti della società inizino ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni.”

Pubblicato in attualità, notizie, riflessioni, scienza, società | Contrassegnato , , , , | 95 commenti