Quella volta che

Tanto tempo fa – avevo una ventina d’anni – ero a cena fuori con un ragazzo che mi piaceva molto. Ci frequentavamo da un po’ e mi venne in mente di porgli un dilemma etico.

Gli raccontai dell’esperienza di una mia conoscente, che stava frequentando un corso tenuto da un noto e influente professionista del settore.

Lei mi aveva confidato che costui aveva fatto capire alle ragazze frequentanti il corso che c’era per una di loro la possibilità di ottenere un posto, un gran bel posto, praticamente il coronamento dei sogni di ogni partecipante a quel corso dal punto di vista professionale ed economico. Un posto alle sue dipendenze.

Ma.

C’era un “ma”. C’era un prezzo da pagare, il cui “ammontare” era sottinteso ma comunque chiarissimo per le ragazze, perché se si vuole ottenere qualcosa si devono fare dei sacrifici, perché i posti a disposizione sono pochi e i candidati sono sempre troppi, perché è così che va il mondo, le donne che vogliono fare carriera “la devono da via”.

Chiesi a quel ragazzo che cosa pensava di quella situazione.

Lui era scandalizzato, scandalizzato dal fatto che gli ponessi quella domanda.

“Perché tu che faresti? Valuteresti la proposta?” mi chiese, con gli occhi fuori dalle orbite per l’indignazione.

Mi accorsi subito che ce l’aveva con me e la cosa mi fece arrabbiare.

Mi fece arrabbiare il fatto che lui non comprendesse come potevano essersi sentite quelle ragazze che inseguivano un sogno, studiavano, si impegnavano – proprio come faceva lui – ma che a differenza di lui si ritrovavano a fare i conti con la prospettiva di non veder mai riconosciuto il loro impegno, perché qualcuno di molto autorevole le informava che l’unica strada era quella di vendersi come un pezzo di carne al primo estimatore che le avesse trovate succulente.

A quel punto si scatenò l’inferno, un inferno nel quale io avrei dovuto essere rinchiusa immediatamente, secondo lui. Era lapalissiano che io non fossi altro che una lurida troia, soltanto per il fatto di aver posto la questione come discutibile serenamente a cena, che lo avevo pugnalato al cuore, lì, nel bel mezzo di una serata romantica, avevo rovinato tutto parlando di sordide donnette incapaci di trovarsi un lavoro decente senza aprire le gambe al primo che sventola qualche banconota.

Provai a fargli capire perché mi sentivo solidale con la mia conoscente, che continuava a frequentare il corso sopportando pazientemente le allusioni al fatto che lei fosse abbastanza appetitosa da concorrere a quel posto disponibile, ma la sua risposta continuava a consistere in un’unica parola, ripetuta ossessivamente:

puttana, puttana, puttana, puttana, puttana, puttana, puttana, puttana…

Ero una puttana non perché avevo affermato con sicumera che una simile proposta l’avrei accettata senza indugio, ma perché non avevo accusato quelle ragazze di essere sotto sotto complici del loro docente, perché non mi ero affannata a dire “ah io mai e poi mai cederei ad un ricatto del genere, mi sarei voltata e avrei abbandonato il corso!”, perché osavo discuterne a cena e con lui, per giunta, senza neanche preoccuparmi di rassicurarlo sulle mie condotte passate, presenti e future!

Dura e pura, doveva essere la sua ragazza. Io non lo ero e potevo anche andarmene a quel paese.

Grazie al cielo ci sono andata, anche se devo ammettere che non è avvenuto proprio quella sera.

Quello che lui non voleva ascoltare e che probabilmente io non ero in grado di spiegargli, è che il maschile di “puttana” non esiste.

“Puttano” non esiste.

Non sentirete mai nessuno pronunciare una parola del genere.

Non per nulla qualche tempo fa Franco Battiato, per riferirsi “al malcostume politico” (ci tenne a precisare che parlava di maschi e di femmine) usò il termine “troie”, al femminile, perché la prostituzione è femmina, non importa di chi stai parlando.

Per alcune parole è così: si portano addosso il peso di un genere soltanto.

Come il ministro che non può essere ministra.

La lingua, sebbene si dimostri disponibile ad accogliere i più improbabili neologismi, su questa faccenda è inflessibile: puttana sì, ministra no, ministro sì, puttano no.

Quello che faceva infuriare il mio partner di quella sera è che gli uomini devono “sgobbare” per ottenere un posto, nessuno propone loro simili allettanti “scorciatoie”.

Mi ha sempre sconcertato, questa cosa della “scorciatoia”: sono davvero convinte, le persone che ne parlano, che sia una cosa da niente, una bazzecola, sottostare ad un rapporto sessuale con una persona che ti fa profondamente schifo solo per il fatto di avertelo proposto.

Sono convinte che qualunque donna non possa che tirare un sospiro di sollievo o magari addirittura saltellare dalla gioia quando un uomo, dal quale si aspettano di essere valutate in base alla loro professionalità, propone loro di inginocchiarsi di fronte ai suoi pantaloni slacciati per dimostrare a lui, ma soprattutto a loro, che l’unico modo per raggiungere un obiettivo sia accettare di farsi trattare come un oggetto sessuale.

Wow! Un pompino! Evviva! Nessuno leggerà la mia ricerca, nessuno ascolterà il mio monologo, nessuno visionerà i miei disegni, esaminerà i miei progetti o darà un’occhiata alle mie credenziali! Erano anni che aspettavo questo momento!

Si può pensare ad una situazione del genere come una “scorciatoia” soltanto partendo dal presupposto che non ci sia nulla di profondamente ripugnante in un uomo che fa una proposta del genere.

Asia Argento, in un’intervista, ha dichiarato di essere stata “mangiata”, una scelta lessicale interessante, perché mi ha fatto pensare alle tecniche di caccia che vediamo nei documentari sugli animali.

Avete presente quando la fiera si avvicina silenziosamente al branco, in cerca del membro più vulnerabile e isolato? Di solito si tratta dei più giovani e inesperti, quelli che ancora non hanno imparato a riconoscere i pericoli e ad attuare strategie di difesa.

Sarebbe sciocco definire vile un animale, ma se un uomo, che non ha certo bisogno di strisciare nella savana per evitare di morire di fame, si appropria di simili tecniche per cogliere di sorpresa una donna che ha mille cose in mente nel momento in cui si presenta a discutere un progetto di lavoro, tranne l’idea di doversi comportare come una gazzella, “vigliacco” è la prima parola che mi viene in mente.

Squallido, abietto, ignobile, infame, spregevole, turpe, vergognoso, nauseabondo, crudele, perfido, nefando, obbrobrioso, bieco, laido, empio, meschino, esecrabile e disonesto sono tutte quelle che mi vengono in mente subito dopo.

Avere a che fare con un essere che racchiude in sé tutte queste qualità non può certo definirsi una passeggiata. Somiglia più ad una di quelle crudeli prove di coraggio, quelle che a volte fanno i bambini: “Ti sfido ad ingoiare una lumaca viva, ad entrare in quella casa diroccata quando viene la sera, a toccare quel gatto morto!” E sai già che se non lo fai dovrai pagarla cara, in qualche modo.

La seconda cosa che danno per scontata coloro che in questi giorni commentano rabbiosi contro le donne “che prima la danno poi frignano e fingono di pentirsi“, è che ogni singola donna che intenda intraprendere una carriera debba tenere da conto che si sta inoltrando in un territorio popolato di predatori ben consapevole di essere chiamata ad interpretare il ruolo dell’erbivoro.

Hai presentato domanda d’assunzione e un uomo ti invita a bere un caffé per discuterne a quattr’occhi?

Sappi che potrebbe non essere il tuo curriculum che gli interessa, bensì infilarti una mano nelle mutande.

Lo devi tenere sempre a mente che gli uomini sono fatti così, un po’ umani e un po’ mostri, non è colpa loro, sono vittime di un istinto primoridiale più virulento della rabbia, che li costringe a sbavare e ad attaccare quando si trovano di fronte una gonna indossata con troppa disinvoltura.

Nessuno ti crederà se sosterrai che sei stata colta di sopresa, che non sapevi cosa fare, che avevi paura. Cosa c’è da avere paura? E’ solo un uomo!

Vigliacco, squallido, abietto, ignobile, infame, spregevole, turpe, vergognoso, nauseabondo, crudele, perfido, nefando, obbrobrioso, bieco, laido, empio, meschino, esecrabile e disonesto, ma vogliamo sostenere che una persona del genere possa fare paura?

Uno degli articoli più deprimenti che ho letto in questi giorni (e dire che l’intento era  strapparci una risata), riguarda proprio questo tema: il problema dei maschi di fronte all’esistenza di una fattispecie penale nota come “molestie sessuale”.

Poveri uomini di oggi! Sono finiti i tempi in cui potevano assaltare un villaggio e liberarsi dello sperma in eccesso stuprando a destra e a manca senza nessuna preoccupazione! Adesso, solo perché sei “ricco ed influente” e ti azzardi a chiedere un massaggio rilassante ad una ragazza carina, rischi addirittura di perdere il lavoro. Che fare?

Prevengo subito le vostre obiezioni: io so che chi lo ha scritto vuole fare dell’umorismo.

Il dramma è che ci sono persone che ci credono davvero, alla storiella del maschio che perde il controllo di fronte all’incauta che si presenta al lavoro senza mascherarsi da Agatha Trinciabue… e molti commentano spesso qui da me.

In questi giorni una marea di donne sta raccontando senza remore #quellavoltache hanno superato con coraggio una prova per guadagnarsi un posto in una società che si ostina a non voler ragionare sul perché non si possano insultare gli uomini usando la parola “puttano”: donne che hanno ingoiato la loro lumaca in silenzio, hanno finito il loro corso e si sono portate a casa l’attestato con la testa china, che sono entrate, al buio e da sole, in un posto spaventoso, ne sono uscite vive e poi, sempre da sole, hanno continuato a tormentarsi per anni ed anni su quale sarebbe stata la cosa giusta da fare.

E’ un flusso poderoso, incontenibile, che porta con sé una gran quantità di dolore, di esasperazione, di vergogna, di rabbia e di frustrazione.

Mi auguro che continui a scorrere finché l’ultima voce che protesta contro quelle che “prima ne approfittano e poi piagnucolano” non si sia chetata.

 

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Scusate ma non ne posso più

Giulia non è più a casa, dove voleva restare, è in comunità.

Quello che sta vivendo ora è la cosiddetta reunification therapy, che consiste nel confinare il minore in un luogo lontano da casa, isolarlo dal genitore a cui è più attaccato al fine di “incoraggiarlo” con sessioni intensive ad accettare nuovamente il genitore rifiutato.

“Questa cosiddetta ‘terapia’ ricorda il tipo di tecniche di lavaggio del cervello usate nei campi di prigionia, dove la privazione e l’isolamento sono utilizzati per estorcere false confessioni e per forzare cambiamenti ideologici nei prigionieri. Sebbene queste tecniche siano in grado produrre cambiamenti nelle convinzioni e nel comportamento, siamo preoccupati che possano essere dannose per la salute mentale dei bambini.” hanno denunciato gli specialisti in terapia dei traumi infantili del Leadership Council.

Per farvi comprendere appieno le modalità con cui è somministrata questa “terapia”, tempo fa vi avevo proposto la testimonianza di uno dei ragazzi che l’ha subita. Ve ne consiglio caldamente le lettura.

Damon Moelter, proprio come Giulia, aveva affidato a you tube il suo dolore per il fatto di non essere ascoltato e creduto: “Succede a decine di migliaia di altri ragazzi come me. Come è possibile? Io credo che le cose vadano così perché l’opinione pubblica non ne sa niente. Uso i social media per spargere la voce e far sapere a tutti quello che sta succedendo.”

A dispetto del lungo periodo di terapia, che è culminato nel confinamento in un camp nel quale avrebbe dovuto essere “deprogrammato”, Damon non ha mai ritrattato la sua versione e dopo essere riuscito a sfuggire alla giustizia sposandosi a 16 anni per ottenere l’emacipazione, è diventato un attivista per la tutela dei diritti dei bambini.

Se il fatto che simili “terapie” possano essere somministrate dipende anche dal fatto che la stragrande maggioranza dei cittadini ignora quello che accade – come riteneva Damon – allora vi informo che accade anche in Italia.

Qui la pagina facebook “Libertà per Giulia”.

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Il potere generativo

«La potenza designa qualsiasi possibilità di far valere entro una relazione sociale, anche di fronte ad un’opposizione, la propria volontà, quale che sia la base di questa possibilità.

Per potere si deve intendere la possibilità di trovare obbedienza, presso certe persone, ad un comando che abbia un determinato contenuto; e per disciplina si deve intendere la possibilità di trovare, in virtù di una disposizione acquisita, un’obbedienza pronta, automatica e schematica ad un certo comando da parte di una pluralità di uomini.»

Max Weber

“Potere” è una parola solo apparentemente semplice da decifrare.

Quando scrivo “io posso”, non necessariamente mi sto muovendo nell’ambito di una relazione con un altro individuo; ad esempio, se scrivo “io posso camminare” è di una caratteristica intrinseca alla mia persona che sto parlando. Il “poter camminare” è un qualcosa che dipende dal collegamento del mio midollo spinale con il cervello e dall’assenza di qualsivoglia patologia che impedisca l’alzarsi in piedi, sostenere senza difficoltà il peso del corpo e muovere le gambe nella direzione che scelgo di prendere.

Questo particolare significato di “potere” riguarda la mia capacità di fare qualcosa, e non ha nulla a che fare con l’imporre la mia volontà ad altri o influenzarne in qualche modo il comportamento, nulla a che fare con concetti come autorità o autorevolezza.

Possedere una capacità che altri non possiedono determina necessariamente uno squilibrio: se io posso camminare, la mia relazione con chi non può camminare è indubbiamente influenzata da questa differenza e il poter camminare è in grado di pormi in una posizione di vantaggio rispetto a chi non è dotato della medesima autonomia di movimento.

Tuttavia non è detto che il possedere delle capacità che altri non posseggono mi ponga necessariamente in una posizione di vantaggio.

Oltre alle capacità dell’individuo, ci sono tante altre circostanze che contribuiscono a determinare lo status sociale di una persona all’interno di una comunità organizzata.

(Qui un’immagine di Franklin Delano Roosevelt, trentaduesimo presidente degli Stati Uniti d’America, nonché disabile.)

Nella società umana così come la conosciamo ora, essere una donna dotata della capacità di portare a compimento una gravidanza non può essere considerata, a mio avviso, una condizione intrinseca che conferisca vantaggi tali da conferire uno status “privilegiato” rispetto a quelle persone non dotate di questa capacità.

Se faccio questa affermazione, la faccio alla luce di notizie come questa:

“Preoccupano, ancor più in un paese con forte denatalità come il nostro, i dati che mergono dalla fotografia scattata dalla prima indagine nazionale sul tema: “Le donne e il parto”, realizzata per indagare il fenomeno, sommerso e ancora poco conosciuto, della cosiddetta “violenza ostetrica”, l’appropriazione dei processi riproduttivi della donna da parte del personale medico

come, ad esempio, costringerla a subire un cesareo o una episiotomia non necessari, o  a partorire sdraiata  con le gambe sulle staffe, a esporre il corpo nudo di fronte a molte persone, separare la madre dal bambino senza una ragione medica. Fra i danni che una paziente può affrontare c’è anche quello di non essere coinvolta nei processi decisionali o di essere umiliata verbalmente. Sulla base di queste informazioni, è emerso che un 21% del totale delle madri ritiene di aver subito una qualche forma di violenza ostetrica fisica o verbale alla loro prima esperienza di maternità.”

Oppure questa:

… il fatto che l’Ocse, in un rapporto sulle competenze dei lavoratori italiani presentato a Roma, certifichi che la condizione della popolazione femminile italiana sia grave è in un certo senso consolante, dal momento che almeno qualche organismo internazionale ricorda a chi ci governa, e non solo, la sofferenza delle donne italiane. Sofferenza che, anzitutto, è dovuta all’assenza di lavoro: siamo al quartultimo posto tra i 35 paesi sviluppati – sì, quartultimo – per percentuale di donne occupate. A farne le spese sono non solo le giovanissime, che almeno hanno ancora qualche chance di scegliere la formazione giusta, o di ri-orientarsi verso dove maggiore è la richiesta, ma soprattutto le donne sotto i cinquanta, quelle alle prese, appunto, con l’ormai impossibile conciliazione tra lavoro e maternità.”

O ancora questa:

(Checché ne scrivano i nostri giornali, il caso di Rebecca Kiessling è tutt’altro che un caso eccezionale.)

Alla luce di notizie come queste, ma non solo.

 

Qualche tempo fa Chiara Lalli, bioeticista, proponeva su Internazionale una tesi (l’utero artificiale potrebbe liberare finalmente le donne dal triste destino – la maternità – cui l’essere portatrici di un apparato riproduttore funzionante le condanna) partendo dalla premessa che quella differenza biologica che rende le donne capaci di portare avanti la gravidanza non sia altro che “un peso fisico, sociale e finanziario“.

Scrive Lalli:

“I rischi per la salute possono essere anche gravi. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità almeno il 15 per cento delle donne incinte affronta una qualche condizione potenzialmente mortale. Anche in paesi come l’Australia, in cui la mortalità materna è molto bassa, muoiono sette donne su centomila nati vivi. Ovviamente le morti e le complicazioni si moltiplicano in luoghi tecnologicamente meno avanzati, e per le donne che soffrono di patologie come diabete, ipertensione, sindromi autoimmuni o altre patologie croniche. (…) Il rischio può essere abbassato ma non eliminato e sembra essere percepito come ovvio, scontato, nulla di cui lamentarsi perché le donne lo hanno sempre affrontato e così deve essere. E se questo è l’atteggiamento per i rischi seri, figuriamoci come sono giudicate l’insofferenza o le proteste per le conseguenze meno gravi. Sono capricci, lamentele di donne viziate o infantili. Che vuoi che siano le nausee, le scomodità, le restrizioni alimentari, la richiesta di un comportamento “adatto”, il divieto di fumare e bere, l’incontinenza e tutti gli altri fastidi della gestazione. Sono naturali! E poi ti lamenti per le smagliature! Madre snaturata. (…) Il peso sociale della gestazione e della riproduzione ha effetti anche sul lavoro (alle donne è richiesto di scegliere tra carriera e famiglia molto più che agli uomini) e sul paternalismo medico. O sulla privacy: ognuno si sente in diritto di piazzarti una mano sulla pancia e di darti consigli non richiesti – è un’ossessione già diffusa e che appena sbuca un po’ di pancia diventa ineludibile. (…) Quanto agli svantaggi lavorativi, in parte possono essere connessi alla disparità biologica. Rafforzata dagli stereotipi, il risultato è che lavoro e donna incinta non vanno molto d’accordo. Lavori fino all’ottavo mese?!? Torni dopo pochi giorni? Niente va mai bene. Se poi devi allattare, è normale considerarti il genitore principale. Quello che deve sacrificare tutto per il bene della creatura, quello che sta a casa (si pensi alla sproporzione dei congedi parentali e ai ruoli predefiniti e ancora troppo rigidi, o alla disparità di salario che rende la scelta “inevitabile”: starà a casa chi guadagna di meno, razionale no?).”

Ci dice sempre Chiara Lalli che, seppure la condizione di donna gravida è potenzialmente pericolosa, fisicamente invalidante e contribuisce notevolmente a limitare le aspirazioni professionali di chi la affronta, per non parlare del fatto che influenza negativamente la qualità della vita, molte donne comunque continuano imperterrite a rimanere incinte, a dispetto della concreta attuale possibilità di evitarlo.

A contribuire a questa scelta occupano un ruolo non poco influente le aspettative di genere:

Non è più il tempo in cui una donna senza figli era considerata matta, ma non è nemmeno il tempo in cui le scelte sono personali ed equivalenti. Essere madre è la Scelta. E se osi dire “che palle” preparati all’ondata di scandalo. Se scegli la carriera, sei egoista e un po’ squilibrata. Sei fai un solo figlio, non gli fai il fratellino? Poi forse il cuore della questione sta nel rompere comunque le palle. Per esempio, Angelina Jolie ha troppi figli, è una madre bulimica. Gli affari vostri mai.

Poi forse il cuore della questione sta nel rompere comunque le palle, ammette Lalli.

Perché se le donne che fanno la scelta scellerata di non avere figli non se la passano bene (sullo stigma sociale che grava sulle donne non-madri vi segnalo l’interessante progetto “Lunadigas”), anche le madri hanno poco di cui gioire.

Dell’ossessione dei professionisti della salute mentale per il ruolo predominante della madre nello sviluppo psicofisico di chiunque presenti un problema è stato argomento di un mio post, in passato, nel quale si citava l’autrice di “The Myths of Motherhood“:

“l’atto d’accusa verso i genitori (di solito le madri) nella letteratura psicologica è così automatico, così brutale, così massiccio, così indifferenziato e così incurante dei limiti del potere di una madre, che preclude ogni ragionevole valutazione delle diverse situazioni cliniche.”

Vi ricordate del caso della donna condannata a risarcire l’ex marito con ben 30.000 Euro per aver “indirettamente indotto [il figlio] a disattendere gli incontri con il padre?

Se non fossimo tutti così assuefatti a considerare sconfinato il potere di una madre sulla prole (un potere che è “buono” – ovvero conduce a risultati considerati positivi dalla società – solo quando si tratta di mamme immaginarie – come le protagoniste del video “Strong” di Procter & Gamble), saremmo insorti in massa di fronte ad una condanna del genere, nella quale la stessa sentenza ammette che, se fra quel padre e quel figlio che non lo vuole incontrare ci sono dei problemi, “l’anomalia comportamentale [il rifiuto del figlio nei confronti del padre] investe direttamente il rapporto padre-figlio, senza che su ciò possa aver avuto incidenza determinante la condotta materna“.

Invece l’abbiamo salutata al grido di “giustizia è stata fatta”, perché “costei, quand’anche non direttamente responsabile delle origini del processo di triangolazione, [avrebbe dovuto] attivarsi al fine di consentire il giusto recupero del ruolo paterno“, perché la madre tutto può e se non ce la fa, se non è all’altezza del suo ruolo di onnipotente artefice della felicità dei suoi figli (un potere di fronte al quale qualunque altro comportamento diventa irrilevante), allora è una cattiva madre.

Le cattive madri esistono, ovviamente, come esistono i cattivi padri, i cattivi nonni, i cattivi fratelli, i cattivi cugini, i cattivi figli, e così via.

Ma se la madre da ringraziare è quella di Procter & Gamble, affettuosa quando ce n’è bisogno ed autorevole quanto basta per spronarti al successo, in grado di difenderti, sempre, che si tratti del bullo come di un tornado, una madre per la quale non c’è nulla che venga prima del suo essere madre, mai, che non ha bisogno di nessuno ma a cui puoi sempre rivolgerti quando hai bisogno, perché è solida come una roccia, instancabile e incrollabile, e tutto andrà bene finché c’è lei, allora nessun essere umano, per quanto dotato del potere di procreare e deciso a spendere ogni goccia del suo essere allo scopo di svolgere al meglio “il mestiere più bello del mondo” (altro titolo della campagna di Procter & Gamble), potrà mai dirsi una madre sufficientemente buona.

Una donna, una volta divenuta madre, può illudersi di aver acquisito il diritto di fregiarsi della retorica che descrive la maternità come uno stato di grazia, di essersi conquistata il suo spazio al centro dell’universo in quanto pseudo-divinità che dona la vita e se ne prende cura, partecipe del mistero della creazione di tutte le cose, può persino arrivare a compiacersene, assumendo quel fastidioso attegiamento di superiorità che è fonte di sofferenza per tutte quelle donne che – perché non possono o perché non vogliono – non hanno fatto la Scelta.

Ma questo, come bene spiegò una delle mie commentatrici in un vecchio post sul medesimo argomento, forse ha più a che fare con lo status della donna in quanto donna  che con la sua oggettiva capacità di generare:

“Ma se anche esistesse un altare della Dea Madre, e le donne desiderassero salirci, che c’è da meravigliarsi? In un Paese dove le loro vite non valgono niente, dove tutte le altre loro competenze sono sminuite o ignorate, dove sono trattate come corpi estranei in qualunque posto non sia il focolare domestico, non mi pare così strano né così deplorevole che alcune donne cerchino rifugio nell’illusione di una superiorità derivata dal ruolo di madre (pura illusione, come hai fatto notare). Scrive Lipperini: “Per molte donne, “in quanto madri” si dovrebbe avere diritto di parola su tutto: come se partorire rendesse, di per sé, atte alla comprensione delle leggi dell’universo”. Faccio notare che gli uomini non hanno alcun bisogno di diventare padri per sentirsi in diritto di mettere bocca su tutto. Date un’occhiata a una manifestazione anti-aborto e state a sentire i loro ‘argomenti’. La verità è che la saccenza maschile è tollerata e pure ammirata, quella femminile no. Forse per alcune donne la maternità è la prima occasione che hanno in vita loro per sentirsi autorevoli.”

La sensazione che ho io è che quelle le narrazioni che pongono al centro la meraviglia per il “potere generativo” della donna (del tipo Procter & Gamble, per intenderci) finiscano per rinchiuderla, come un triste imperatore, all’interno di una piccola città circondata da mura all’interno della quale si presume sia a sua disposizione tutto ciò che c’è di desiderabile a questo mondo, a condurre una vita che può rivelarsi tanto miserabile quanto quella di coloro cui non è concesso varcare quelle mura, sebbene per ragioni diverse.

A questo punto potrei avervi dato l’impressione di appoggiare la tesi esposta da Chiara Lalli: se la maternità non ci rende delle dee in terra, allora tanto vale rinunciare e delegare alle macchine, alla scienza.

Vi assicuro che non è così.

Un romanzo dei più citati quando si parla del rapporto conflittuale fra “natura” e “scienza”, è “Frankenstein”, di Mary Shelley.

Un romanzo che, vi confesso, mi tormenta sin da quando ero un’adolescente, il cui fascino è immune allo scorrere del tempo, proprio perché è impossibile fornirne un’inequivocabile interpretazione: il Dottor Frankenstein è lo scienziato immaturo, egoista e incapace di assumersi la piena responsabilità del suo lavoro che si spinge oltre ogni limite etico senza porsi troppi problemi, trasformando la scienza in un uno strumento atto a realizzare i suoi desideri di gloria, invece di metterla al servizio dell’umanità intera? Ma di cosa ha bisogno, l’intera umanità, chi lo stabilisce? La narrazione altro non è che una metafora del travaglio di mettere al mondo una “creatura”, un travaglio che per la Mary Shelley-madre si risolverà in grandi sofferenze? Il mostro che sfugge al controllo del suo creatore seminando orrori per tutta Europa altro non è che il simbolo del romanzo stesso e della “mostruosità” della creazione letteraria, oppure la sua evoluzione da creatura innocente a essere dominato dal desiderio di vendetta denuncia l’esclusione sociale e la paura del diverso come cause primarie della malvagità che funesta la nostra società?

Forse quelli che oggi  parlano di “materialismo tecnocratico”, è proprio a Frankenstein e al suo mostro che stanno pensando.

Probabilmente il romanzo è tutte queste cose e molte altre ancora. Se il mostro di Frankenstein ha ispirato una quantità incredibile di opere derivate è perché ci pone domande alle quali ancora fatichiamo a trovare la risposta definitiva.

Ma esiste una risposta definitiva?

Mi sento di affermare che no, una risposta definitiva che possa essere data una volta e mai più ridiscussa non esiste, ma quando si pone una problematica una risposta la dobbiamo comunque dare, perché esprimere un giudizio è l’unico modo che abbiamo per indirizzare le nostre azioni e prendere parte alla vita di relazione coi nostri simili.

L’utero artificiale, dicevamo: perché no? Se può garantirci una migliore qualità della vita eliminando sofferenze fisiche, se ci libera dalla paura della morte – meglio: se elimina una delle cause di morte prematura, perché prima o poi moriremo tutti – e da quelle forme di esclusione sociale che derivano dalla maternità, perché no?

Quando la tecnologia va a trasformare quello che siamo abituati a considerare sostanziale ed immutabile, il risultato deve essere per forza negativo?

Discuterne ora, che l’utero artificiale non è neanche all’orizzonte come soluzione e non ne possiamo conoscere nessun dettaglio tecnico o medico, è veramente arduo.

Tuttavia, che un simile quesito sia stato sollevato è molto interessante, forse è più interessante il fatto che il quesito si ponga che le sue possibili risposte, perché la sua esistenza – l’esistenza del quesito – mina alla radice il concetto di “potere generativo” come condizione intrinseca alla donna in grado di conferire, oggi come oggi, privilegi tali da rendere tanto difficile il farne a meno.

Di fatto il rinunciarvi non è affatto difficile, non lo è per moltissime donne. Non lo è proprio come non è difficile rinunciare ad una qualunque capacità che ti renda l’altro, il diverso, quello che mette in crisi un sistema che funziona perfettamente se tu te ne tieni fuori.

La donna incinta come la madre con i pargoli al seguito, al di fuori del focolare domestico, al di fuori della sua cittadella cinta da mura nella quale può dilettarsi a preparare pasti succulenti e a seguire amorevolmente quei bambini che saranno i campioni di domani, è un elemento di disturbo e nulla più: è inadeguata, è molesta, è ridicola nella sua dedizione.

Proprio come è ridicolo l’imperatore quando si mostra al pubblico bardato dei suoi paramenti.

E proprio come l’imperatore, quando è chiamato ad impersonare Dio in terra, non può che deludere al confronto con la divinità, anche la madre forse non può che essere una cattiva madre.

Non c’è altro posto nel quale l’imperatore possa vivere che non sia la sua città e il fatto che sia proibita a molti e, di quei molti, tanti soffrano dell’esclusione, non la rende più piacevole di una prigione.

Ho scritto tanto, seguendo il flusso dei miei pensieri.

Sentitevi liberi si pensare che ho scritto una marea di sciocchezze, anche se vi pregherei di non scrivermelo con troppa veemenza.

Ho scritto perché in questi giorni ha fatto molto discutere questa affermazione:

Una puntata, quella di Chakra del 7 ottobre sul tema della surrogacy, che ha scatenato un’orda di reazioni, che vanno dall’entusiatico al rabbiosamente indignato, con toni che spesso trascendono – da una parte e dall’altra, come accade spesso sui social – i limiti del civile confronto.

Se vi interessa, possiamo tornare sull’argomento surrogacy, del quale comunque ho già scritto molto, anche in relazione alle idee di Michela Murgia sull’argomento.

Questa frase, in particolare, estrapolata dal contesto, mi ha colpito, perché non affronta tanto il tema della concreta possibilità di immettere sul mercato la capacità di procreare come fosse un bene disponibile e del modo opportuno di farlo, quanto quello della maternità in sé e per sé.

L’immagine di queste donne asserragliate dentro un fortino – all’interno quindi di un luogo che le protegge dagli assalti di un ben più vasto mondo esterno – che lottano perché non vogliono arrendersi, è un’immagine molto potente.

Se costruisco un fortino, è perché mi trovo in una zona di guerra.

E’ in corso una guerra, dunque?

Se è in corso una guerra, è una guerra nella quale è molto difficile dire quali sono le parti in causa, chi sono i buoni e chi sono i cattivi.

Come accade per ogni guerra, peraltro.

Anche se, a guardare la trasmissione, l’impressione che Murgia abbia un’idea chiara su questo, io ce l’ho avuta: le cattive sono quelle all’interno del fortino, quelle egoisticamente abbarbicate ai loro uteri come l’imperatore al suo scettro, decise a non condividere “il potere” con nessun altro.

Una lettura piuttosto semplicistica, permettemelo.

Un apparato riproduttore non è del tutto assimilabile ad uno scettro, innanzitutto, se non altro perché non è un’attrezzo separabile dalla persona che lo rende funzionante. Non ancora.

Ma fingiamo che si possa parlare della maternità, intesa come la capacità di procreare, come di uno scettro: che tipo di potere ha conferito alle donne fino ad oggi il possederlo? E quali sono state le terribili conseguenze, invece, per chi ne era privo?

Davvero si può parlare di “regine da spodestare” quando si parla di “potere generativo” delle donne?

Oppure quel fortino, più che un luogo costruito per tenere lontani gli esclusi dal “potere”, è piuttosto un luogo – né troppo comodo o troppo piacevole – in grado di tenere al sicuro le donne da chi detiene davvero il potere di far valere la propria volontà su quella altrui, il potere di ottenere obbedienza, un luogo nel quale non corrono il rischio di diventare maltrattati animali da riproduzione, come di fatto è già avvenuto in altre zone di guerra?

 

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A nome di tutti gli uomini

“A nome di tutti gli uomini ti chiedo scusa. Finché tutto questo verrà considerato un problema delle donne, non c’è speranza. Scusateci tutte, è colpa nostra, è colpa degli uomini, non abbiamo ancora imparato che siamo noi uomini a dover evitare questo problema, a dover sempre rispettarvi, a dover sradicare quel diffuso sentire che vi costringe a stare attente a come vestite, a non poter tornare a casa da sole la sera. E’ un problema che parte dagli uomini e solo noi uomini possiamo porvi rimedio”.

fonte

Per vedere l’intera striscia, qui

Qualche giorno fa ho condiviso le parole che il presidenten Grasso ha pronunciato dopo l’efferato omicidio di Nicolina Pacini, uccisa dall’ex compagno della madre con un colpo di pistola al volto.

Secondo alcuni, Pietro Grasso non avrebbe dovuto parlare a nome di tutti gli uomini, soprattutto perché molti di loro ritengono di non avere proprio nulla di cui scusarsi, visto che non hanno mai fatto del male ad una mosca; se Grasso ha ragione a chiedere scusa, allora hanno ragione anche quelli che dagli extracomunitari, solo perché extracomunitari, di scusarsi per i crimini commessi da alcuni di loro, come se ci fosse qualcosa, nel loro non essere italiani, che li rendesse intrinsecamente pericolosi.

Secondo altri, l’affermazione di Grasso “siamo noi uomini a dover evitare questo problema” (il problema è la violenza contro le donne) è paternalista, ovvero rimanda al un modello sulla base del quale l’uomo deve intervenire in soccorso delle donne in virtù della sua intrinseca superiorità e quindi dell’incapacità delle donne a risolversi i problemi da sole.

Per altri ancora la violenza non ha nulla a che fare col genere: anche le donne sono violente, e parlare di violenza contro le donne ci impedirebbe di affrontare il vero problema, ovvero la violenza.

Poi c’è l’ultima categoria di indignati: quelli che sono disposti ad ammettere l’esistenza di fenomeni come la discriminazione di genere, la sistematica violenza sulle donne e la colpevolizzazione delle vittime di sesso femminile, ma ciononostante trovano deprecabile l’essere investiti di una qualsivoglia “colpa” solo a causa del loro sesso. Mi scrive su facebook un lettore:

Quello che è un po’ più difficile da comprendere è per quale ragione il semplice nascer maschi (biologia) ponga di per sè nella categoria della “colpa” (morale) per l’esistenza e la perpetuazione di un “diffuso sentire” (cultura) più di qualsiasi donna (biologia), al punto da rendere sensato un chiedere scusa a nome di tutti gli uomini a “tutte”, magari anche a quelle che, nel loro vissuto alimentano sistematicamente in famiglia quel “comune sentire” e praticano la colpevolizzazione della vittima.
Partendo dall’omicidio di Nicolina Pacini, tanto per essere pertinente, Grasso sta parlando di “quel diffuso sentire che vi costringe a stare attente a come vestite, a non poter tornare a casa da sole la sera”, ovvero quel “diffuso sentire” (cultura) che se mai fosse stato espresso anche da donne, comunque, gli uomini ne sarebbero più colpevoli, fossero pure i loro figli e nipoti: “Scusateci tutte, è colpa nostra, è colpa degli uomini, non abbiamo ancora imparato che siamo noi uomini a dover evitare questo problema” dato che “E’ un problema (culturale) che parte dagli uomini (biologia) e solo noi uomini possiamo porvi rimedio”. Mi pare chiarissimo.
Quello che è più difficile capire, posto che rifiutare un “diffuso sentire” (cultura) in una società riguardi e impegni tutti a partire dal proprio vissuto, è quale efficacia possa avere il discorso di Grasso ai fini di sensibilizzare non dico tutti (le donne “sanno già” e non alimentano il “diffuso sentire” giusto?), ma anche solo gli uomini nel contrastare quel “diffuso sentire” nelle proprie scelte e atteggiamenti quotidiani.

In altri termini: se è vero che viviamo immersi in una cultura maschilista e misogina, un discorso del genere è più dannoso che altro, intanto perché generalizza e quindi offende quegli uomini che con il maschilismo hanno poco o niente a che fare (come se esistessero persone, a questo mondo, immuni al clima culturale nel quale siamo tutti immersi), poi dimentica di raccontare che esistono anche donne maschiliste e misogine, le quali contribuiscono attivamente al perpetuarsi del patriarcato. Parlare di uomini e donne quando si parla di responsabilità, riporterebbe alla biologia quello che invece pertiene alla cultura.

Perché chiedere scusa se non ho fatto niente? Ad uccidere Nicolina Pacini è stato un uomo, uno soltanto, e non si possono accusare gli uomini solo per il fatto di possedere un pene.

Tempo fa, in un articolo che distingueva tra colpa e responsabilità, Lorenzo Gasparrini cercava di spiegare cosa intende che chiama in causa “gli uomini” intesi come “popolazione di sesso maschile”:

“La colpa è di chi ammazza, di chi stupra. Per la stragrande maggioranza dei casi, uomini eterosessuali. E anche di questo numero preponderante ci si deve assumere la responsabilità, in quanto uomini eterosessuali, affinché diminuisca – non dei reati, non degli atti. La responsabilità del fatto che siano commessi principalmente da “comuni” uomini eterosessuali, né criminali incalliti né pazzi; la responsabilità di non poter accettare l’immagine di una società composta da “normali” uomini eterosessuali che girano come killer silenziosi pronti a uccidere o stuprare.
E la stessa responsabilità vale anche per quegli atti che certo non sono reati, ma che solo chi non li subisce considera inezie: molestie, insulti e battute sessiste, soprusi e abusi di potere suoi luoghi di lavoro, giudizi sprezzanti, tutti comportamenti dettati da pregiudizi sessisti, tutti comportamenti che contraddistinguono quell’iceberg di merda chiamato sessismo e di cui i femminicidi non sono che una piccola parte molto visibile.”

Non è dell’atto criminoso in sé, del singolo episodio, che la popolazione maschile è chiamata ad assumersi la responsabilità, ma del fatto che questo tipo di atti criminosi è compiuto prevalentemente da uomini.

Solo una presa di coscienza collettiva può contribuire al cambiamento culturale necessario.

A dispetto di chi continua a negarlo, la preponderanza di perpetratori di sesso maschile è un fatto inconfutabile.

Come pure è un fatto (e non un’opinione) che tale preponderanza non si possa spiegare per mezzo della biologia.

Non solo: la stragrande maggioranza di atti violenti – anche quelli compiuti ai danni di altri uomini – è compiuta da uomini.

fonte

Eppure c’è una gran quantità di irriducibili che continua imperterrita a sostenere che non è vero, che la violenza “non ha genere”, che le donne sono violente tanto quanto gli uomini, e per dimostrarlo ci propongono periodicamente pseudo-argomenti a supporto di questa tesi:

Oltre 5 milioni, 4 milioni, 3,8 milioni, quando si tratta di dare i numeri i giornali non esitano a spararle grosse.

Se noi non riusciamo a vederli, questi milioni e milioni di uomini abusati, è solo perché la violenza che subiscono è “invisibile”, un po’ come gli alieni: nessuno può dimostrare che siano mai atterrati sulla terra, non ci sono tracce inequivocabili della loro presenza, eppure c’è una marea di gente pronta a giurare che sono qui, in mezzo a noi.

Tempo fa ho pubblicato un intervista a Jason Katz sull’argomento, nella quale viene affrontato un argomento tristemente attuale: gli omicidi di massa.

Ci dice Katz:

La conversazione che si svolge nei media sulle cause delle sparatorie nelle scuole e degli omicidi di massa tende a concentrarsi su due questioni principali: la disponibilità delle armi e la malattia mentale. Ciò che viene lasciato fuori è il fattore più importante: il sesso degli autori. E ‘come se nessuno volesse parlare di un gorilla di 800 chili nella stanza – il fatto sorprendente che il 99 % delle sparatorie nelle scuole, e almeno 67 delle ultime 68 aggressioni di massa a mano armata, sono state commesse da uomini e ragazzi. Invece c’è questo infinito discorso asessuato intorno a psicopatici, tiratori, killer, sospetti, responsabili e ragazzi problematici. Il risultato è che non ci poniamo mai la domanda fondamentale: come è possibile che quasi sempre sono gli uomini e i ragazzi gli autori più comuni di questo tipo di violenza.

(Qui alcuni dati: su 134 autori di stragi negli USA, solo 3 fra i perpetratori erano donne, pari al 2,3% del totale.)

Cosa accadrebbe, si chiede Katz, se se fossero ragazze o donne le principali colpevoli di queste sparatorie?

Risponde:

E ‘ ovvio che ci tutti parlerebbero di cosa sta succedendo alle ragazze, in quanto persone di sesso femminile. Ma quando si tratta di ragazzi, il riferimento al genere rimane nascosto e si parla di tutti questi altri aspetti che sono ugualmente importanti – ma a mio avviso secondari. E il risultato è che non esaminiamo gli stereotipi culturali, la narrazione della virilità e il ruolo che hanno in queste stragi efferate e in altre manifestazioni di violenza.

La narrazione della virilità: ecco, anche di questo abbiamo parlato, più volte, citando  quelle donne che contribuiscono attivamente a quel processo sociale che finisce col generare un uomo violento, raccontandosi e raccontandoci che i maschi sono diversi, per loro è “naturale” sparare, picchiare, fare la guerra, farsi e fare del male.

Se ci avete fatto caso, ho citato tre articoli non miei in questo post, e in tutti e tre scritti sono uomini a parlare: Lorenzo Gasparrini, Jason Katz e Lundy Bancroft (è l’ultimo link, quello che rimanda alla traduzione di un passo da “Why does he do that? Inside the Minds of Angry and Controlling Men”).

Nel mio post più recente vi ho suggerito un TED-talk che denunciava proprio la preponderanza di voci maschili, qualcunque sia l’argomento; ci dice, al quattordicesimo minuto circa, Soraya Chemaly: “we have all of these venerable men and for a thousand or more years, they’ve been making philosophical decisions, for all of us, cultural decisions and religious decisions…“, sottolineando con una moltitudine di immagini che il mondo in cui viviamo è un mondo in cui gli uomini – intesi come esseri umani di sesso maschile – si sono da sempre riservati il diritto di parlare per tutta l’umanità, producendo di fatto una società radicalmente ingiusta.

Proprio ieri mattina una mia cara amica mi ha telefonato dopo aver ascoltato alla radio “Pagina 3“, un programma condotto da Edoardo Camurri. La domanda che veniva posta agli ascoltatori era “A quale cervello vorresti essere connesso?” Fra tutte le risposte, ha notato la mia amica, non ce n’è stata una che nominasse una donna. “I cervelli ce li hanno solo i maschi, noi non ce l’abbiamo il cervello, dobbiamo rassegnarci” ha concluso (perché, come dice Chemaly, non si può essere femminista e al contempo priva di senso dell’umorismo, è una regola).

Che ci piaccia o meno, in questo mondo una voce maschile gode automaticamente di maggiore credibilità e visibilità soltanto perché è una voce maschile, e non perché dica cose più interessanti o più intelligenti di una voce femminile.

Alla luce di questo altro fatto – che è incontestabile (anche se viene costantemente contestato) – posso comprendere che qualcuna percepisca dichiarazioni come quella di Grasso (o il lavoro di uomini come quelli che io ho citato) come atteggiamenti “paternalistici”, ovvero come espressioni di una autorità che dall’alto della sua autorevolezza pretende di dare la risposta definitiva, incurante del fatto che anche le donne hanno un cervello (sebbene sia difficile notarlo) e sono perfettamente in grado di elaborare risposte in piena autonomia.

Ma non credo sia così.

Siamo abituate a pensare che la violenza sulle donne sia una questione che riguarda le donne, un problema del quale le donne devono farsi carico allo scopo di liberarsene per sempre. Ma come liberarsi della violenza degli uomini se gli uomini non smettono di essere violenti?

Come liberarsi della violenza degli uomini senza liberarci degli uomini?

Non siamo noi donne ad agire con violenza. Non sono le donne o le ragazze che affollano le statistiche di ogni genere di reato. Non sono le donne “a scegliere male”, e lo sapete benissimo, visto che non mancate mai di ricordarci che bravi ragazzi, che bravi padri di famiglia fossero quelli che massacrano mogli, figli, fidanzate e compagne.

Il vero problema ce l’hanno gli uomini, e non è un problema “con le donne”, è un problema che hanno con loro stessi, un problema che riguarda la loro percezione di se stessi in quanto maschi.

Un problema del quale sono loro che devono farsi carico.

Che sia un problema piuttosto serio, lo dimostra il fatto che, messi di fronte ad un giocattolo a forma di donna con il quale si presumeva avrebbero desiderato fare del sesso, gli uomini non hanno trovato niente di meglio da farci che provare a farlo a pezzi: “l’hanno trattata come dei barbari“, si è lamentato il suo creatore, sostenendo poi che il nocciolo della questione risiede nel fatto che “la gente non capisce la tecnologia“.

Non è la tecnologia, il nocciolo della questione.

Il nocciolo della questione è che quelli che hanno ditrutto il robot sono uomini, sono barbari in quanto uomini, ma soprattutto che nessuno è disposto ad ammetterlo.

Il punto non è che “solo gli uomini” debbono impegnarsi “nel contrastare quel diffuso sentire nelle proprie scelte e atteggiamenti quotidiani”, il punto è che gli uomini, la maggior parte degli uomini, non si vuole impegnare affatto.

Nulla potrà veramente cambiare finché gli uomini non rinunceranno a spostare l’attenzione da ogni discorso che riguarda il loro modo di concepirsi in quanto maschi e il ruolo che questo aspetto della questione ha nel renderli i protagonisti assoluti della violenza agita in questo mondo.

Se la vostra reazione di fronte ad un discorso che chiede anche a voi (dopo secoli e secoli di storia dell’umanità nella quale ci avete raccontato che era solo un nostro problema) di assumervi la responsabilità  è “la responsabilità è diffusa, riguarda tutti, anche le donne, non solo gli uomini“, la sensazione che provo io è di trovarmi di fronte all’ennesimo tentativo di spostare l’attenzione, di allontanare da sé un problema che non si vuole affrontare, di tirarsene fuori.

Ma potrei sbagliarmi. In fondo sono solo una donna.

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Credibility Gap: in che modo il sessismo influenza la conoscenza

Ringrazio il blog Komorebi per la citazione pubblicata sabato 24 settembre:

“Chi è questa gente?” chiedo.

“Il club è solo per gli ufficiali di tutti i settori e per gli alti funzinari. Anche per le delegazioni commerciali, naturalmente. Il commercio ne è favorito, qui si incontra moltissima gente. Non si può, in pratica, avere rapporti di affari senza il club. Cerchiamo di offrire lo stesso livello di scambio che si ottiene altrove. Si discute, si ascolta, si hanno informazioni. Spesso un uomo dice a una donna quello che a un altro uomo non direbbe mai”.

“Ma io volevo sapere chi sono le donne”.

Margaret Atwood
“Il racconto dell’ancella”

 

 

In questo Ted Talk, Soraya Chemaly, attivista e scrittrice, a partire da un’osservazione sugli spazi pubblici e il modo in cui sono organizzati, affronta un tema scottante: la prospettiva di genere.

Che cosa intende un’attivista femminista quando afferma “this is a men’s world?”

Perché, se siamo tutti esseri umani, e l’obiettivo del femminismo è proprio il riconoscimento della donna come essere umano (nulla di più),

è importante provare a guardare il mondo e a raccontarlo assumendo un punto di vista consapevole dell’asimmetria che caratterizza i rapporti di genere?

Chemaly si serve dell’espressione “male centeredness of life” per descrivere come la società ha assunto l’aspetto attuale assumendo a modello dell’essere umano un individuo di sesso maschile: tutto ciò che non corrisponde a quel modello è altro, quindi non è umano, e vive in questa società in un perenne stato di disagio, del quale è difficile rendersi conto, perché “we don’t pay attention to this. It’s part of the air we breathe.

Mi spiace non avere tempo di trascrivere e tradurre l’intero discorso, ma spero che i sottotitoli vi aiutino a seguire.

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Mi connetto solo ora dopo ore e comunque mi scuso

Visto che il mio post, che era un post molto personale (e riguardava me, raccontava un evento molto personale a partire da un’immagine che aveva sollecitato le mia personale memoria emotiva) ha offeso delle persone, mi scuso.

Visto che i diretti interessati ne richiedono la rimozione, lo cancello, senza neanche andare a leggere il perché o il percome, nella consapevolezza di aver scritto di getto sulla base di un’immagine comparsa in bacheca.

Al momento non ho idea di cosa sia avvenuto online, perché non ero online da ore e non mi sono connessa che pochi secondi fa.

In ogni caso, prima di rendermi conto di cosa possa aver combinato, come richiesto rimuovo.

Sono molti gli spunti di riflessione che mi arrivano dai commenti che mi arrivano dai vostri commenti.

Il primo è questo:

Forse è una questione di “stile”, forse una questione di esperienze personali.

Io mi sarei offesa.

E credo che il mio post abbia risuonato in tutte quelle persone che soffrono per il mio stesso motivo, che merita maggiore attenzione.

Ma probabilmente non sono la persona più indicata per parlarne, ora.

E magari mai più.

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Il miti sullo stupro e il senatore D’Anna

Mito: lo stupro è sesso.

Se l’attrazione sessuale può avere un ruolo nello stupro, l’esercizio di potere e controllo, la rabbia ne sono le principali motivazioni. La maggior parte dei rapitori ha accesso ad un partner sessuale. La gratificazione proviene dal potere e dal controllo, dallo scaricare la rabbia, che non hanno nulla a che vedere con il sesso.

Si, la maggioranza degli uomini prova desiderio sessuale e molti lo provano nei confronti delle donne; anche la maggior parte delle donne prova desiderio sessuale, e molte lo provano nei confrotni degli uomini; non c’è nulla nel desiderio sessuale che trasformi le persone in “cacciatori” e “prede”.

Mito: le donne sono corresponsabili dello stupro che subiscono.

La maggior parte degli stupri, ci dicono gli studi sull’argomento, sono pianificati, e non il frutto della natura incontrollabile del desiderio maschile suscitato dalle donne, anche perché vengono stuprate non solo donne di ogni età e aspetto, ma anche uomini e bambini. Gli stupri degli uomini non avvengono necessariamente ad opera di uomini omosessuali: non si tratta di sesso, ma di potere e controllo.

Le donne dovrebbero essere “più accorte”, afferma il senatore, “devono usare più precauzioni”.

Nonostante una donna abbia il diritto di non essere struprata, dovrebbe “dare quattro mandate alla porta”. Cosa intende? Intende che le donne, in quanto donne, “non possono fare tutto”.

Ciò che intende è che le donne non possono fare tutto quello che fanno gli uomini.

Questo, ci dice il senatore.

E’ un mondo violento, pieno di uomini resi violenti dal loro desiderio e non ci sono abbastanza carabinieri per difendere le donne. Soprattutto perché alcuni di loro potrebbero cedere al medesimo desiderio, che è un istinto primordiale di tutti.

Uomini, siete tutti potenziali stupratori.

Mito: vengono stuprate solo le donne molto attraenti.

L’unico aspetto che hanno in comune le vittime di stupro è che lo stupratore le ha percepite come vulnerabili nel momento in cui ha deciso di perpetrare lo stupro.

La donna esiste in quanto donna se è bella, desiderabile e appetibile. Forse le donne con un naso più corto di quello di Cleopatra non sono neanche donne…

Mito: gli stupratori sono sconosciuti alle vittime

La maggior parte delle donne viene stuprata da persone che conoscono: familiari, amici, colleghi… E’ piùttosto inutile chiudere la nostra casa con quattro mandate alla porta se il rapinatore è in possesso delle chiavi per entrare.

Il senatore non ha voluto offendere nessuno parlando di cingalesi, e chi si offende o è femminista o è omosessuale oppure è un ambientalista.

 

Questo è un posto interattivo.

Qui potete trovare un elenco di miti sullo stupro.

Qui le dichiarazioni del Senatore Vincenzo D’Anna.

Buon divertimento.

 

p.s. Ho condiviso quest’immagine su facebook, un paio di giorni fa:

Qualcuno mi ha risposto che non è vero che se non tutti gli uomini sono degli stupratori, tutti gli uomini traggono vantaggio dal fatto che le donne vivano sotto la costante minaccia dello stupro e della morte per mano di un uomo.

Ma il senatore D’anna ci ha spiegato che “le donne non possono fare tutto”, non tutto  quello che gli uomini possono fare (in quanto potenziali stupratori). E se questo non è un vantaggio per gli uomini, per tutti gli uomini, non so cosa altro lo sia.

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Possiamo fare meglio

In un articolo del 12 settembre del Guardian, la scrittrice Tauriq Moosa affronta un’argomento che abbiamo trattato diverse volte qui: la responsabilità del media nei confronti del cosiddetto “male entitlement”.

Per giungere alla conclusione che la cultura nella quale siamo immersi ci insegna a considerare le donne come proprietà e i limiti che pongono ad una relazione sentimantale come ostacoli da superare, parte da una notizia: un uomo si è messo a suonare il pianoforte in pubblico, dichiarando alla stampa che non avrebbe smesso finché “il suo amore non fosse tornato da lui”.

Il Bristol Post lo definisce “un uomo dal cuore spezzato” e la sua decisione di spettacolarizzare la fine della sua relazione, coinvolgendo il pubblico, è descritta come un gesto romantico.

Questo è vergognoso, afferma Tauriq Moosa.

Il rifiuto è doloroso, ma quel dolore non dà a nessuno il diritto di ignorare i confini posti da un altro individuo – quale è il rifiuto: una linea che ci esclude. Le persone sono autorizzate a definire i confini che desiderano quando si tratta di stabilire con chi desiderano trascorrere del tempo o avere un appuntamento. Da adulti dovremmo imparare ad accettarlo e andare avanti. Ma agli uomini è stato a lungo insegnato a ignorare i confini, come dimostra ogni sguardo alle statistiche sulle molestie in strada.

La gente, nel corso della crescita, apprende in molti modi, e non sono solo i genitori, ma la società e la cultura pop che ci insegnano ciò che è accettabile. E queste cose ci insegnano che un tale comportamento non è solo ben accolto, ma parte integrante di normali relazioni.

Rendere pubblica per mezzo dei media una relazione – o la fine di una relazione – senza il consenso di una delle parti non è “un gesto romantico”, bensì un tentativo di forzare i confini posti dalla persona che ha detto basta per mezzo della pressione esercitata dalla collettività.

Uno studio recente condotto dall’Università del Michigan suggerisce che

le donne che guardano film che mostrano comportamenti maschili aggressivi e insistenti – stalking, in altre parole – sono più disponibili ad accettare simili comportamenti nella vita reale. In altri termini, per motivi di tensione drammatica, il cinema finisce col normalizzare l’abuso, trasformandolo in romanticismo. I fruitori lo considerano una grande storia d’amore, ma è anche la storia di un uomo che manipola una donna deprivandola della possibilità di agire liberamente.

Leggiamo in un altro articolo:

I miti sullo stalking sono credenze del tutto o parazialmente false che riducono al minimo la serietà del fenomeno, e comportano che più una persona li condivide, più tende a prendere lo stalking meno seriamente.

“[Questo genere di film] incoraggia le donne a non tenere conto del loro istinto. E questo è un problema, perché la ricerca mostra come proprio quell’istinto potrebbe aiutarle a tenere in maggior conto la loro sicurezza personale .

“L’amore vince sempre” è uno dei miti veicolati da questo di prodotti, ma se l’amore è una gran cosa – ci dice chi ha condotto la ricerca – anche il rispetto lo è.

In questi giorni un noto personaggio televisivo si è premurato di informarci che uno dei recenti femminicidi che impegna i media in questo momento, altro non è che un suicidio per amore.

Secondo l’analisi di questo signore, lei, la giovanissima vittima, non era in grado di resistere alla potenza passione: non c’è nessun colpevole, c’è solo l’ineluttabilità del romanticismo assoluto.

Lei, accettando di morire per mano del suo tragico amante, si è immolata sull’altare del sentimento, che non può che sconfiggere la ragione.

Possiamo fare meglio di così, ci dice Tauriq Moosa.

Dobbiamo smettere di comportarci da “poisoned Cupid“, da cupidi che scagliano frecce avvelenate allo scopo di convincere le donne che l’abuso è romantico, che la violenza non solo è legittima quando c’è la passione, ma è esaltante per coloro che ne sono spettatori, che per far “vincere l’amore” occorre il sacrificio della propria libertà, della propria vita.

Non c’è niente di “ineluttabile” in ciò che accade quando un uomo usa violenza contro la donna che dice di amare, e se una donna non trova la forza di sottrarsi in tempo a quella violenza è perché è stata educata a confondere la coercizione con il corteggiamento, l’abuso con il grande amore, la mancanza di rispetto con l’ardere della passione.

L’uomo che usa mezzi coercitivi non è un eroe tragico dal cuore spezzato e la storia di un uomo che uccide una giovane donna che lo aveva amato non è una storia romantica.

Smettiamo di raccontare queste storie, smettiamo di raccontarle così.

Non sono contro “il romanticismo”, non ce l’ho coi sentimenti. E’ vero, l’amore è una gran cosa.

Ricordo che qualche tempo fa si sentiva spesso in radio una canzone sul cuore spezzato di un giovane devastato dal rimpianto di non aver saputo apprezzare ciò che stava vivendo mentre lo viveva:

Il mio orgoglio, il mio ego, i miei bisogni e i miei modi da egoista
Hanno fatto sì che una donna forte come te uscisse dalla mia vita
Ora non riuscirò mai e poi mai a sistemare il casino che ho fatto
E mi tormenta ogni volta che chiudo gli occhi

Una canzone che si concludeva così:

voglio soltanto che tu sappia che
spero che lui ti compri dei fiori, spero che lui ti tenga la mano
Ti dedichi tutto il suo tempo quando ne ha la possibilità
Ti porti ad ogni festa perchè mi ricordo quanto amavi ballare
Faccia tutte quelle cose che avrei dovuto fare io quando ero il tuo uomo
Faccia tutte quelle cose che avrei dovuto fare io quando ero il tuo uomo.

E’ romantico, nel senso che trabocca di sentimento a livelli in grado di causare il diabete, ma al contempo racconta la storia di una persona rispettosa del desiderio della donna che ama di trascorrere altrove la sua vita.

Possiamo fare meglio e raccontare la storia di Noemi Durimi in modo che non passi il messaggio che la sua morte era “ineluttabile”, ovvero un qualcosa contro cui non si può lottare, perché il destino di ogni giovane donna innamorata è soffrire, sentirsi in trappola e magari morire per amore.

Possiamo trovare un altro modo di essere “romantici” e smetterla di raccontarci che la violenza può anche avere un lieto fine.

Possiamo lottare.

Possiamo e lo dobbiamo fare.

 

 

Sullo stesso argomento:

Romantic Comedies: When Stalking Has a Happy Ending

Tutte le sfumature della violenza

La fabbricazione dell’uomo abusante

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Il “vero stupro”

Uomo: Vorrei denunciare una rapina.

Agente: Una rapina? Dove è accaduto?

Uomo: Stavo camminando tra la 21esima strada e Dundritch Street quando un uomo ha estratto una pistola e mi ha detto: “Dammi tutti i soldi”.

Agente: E lei l’ha fatto?

Uomo: Sì, ho fatto come mi chiedeva.

Agente: Quindi lei ha consegnato al rapinatore i suoi soldi volentieri, senza reagire, chiedere aiuto o provare a scappare?

Uomo: Sì, ma ero terrorizzato. Pensavo stesse per uccidermi!

Agente: Mmh sì, ma ha collaborato, in definitiva. E mi è giunta voce che lei sia anche un filantropo.

Uomo: Sì, faccio beneficenza.

Agente: Quindi lei dà via i propri soldi, è abituato a dar via il proprio denaro.

Uomo: Cosa c’entra con il fatto che sia stato derubato?

Agente: Lei stava consapevolmente attraversando Dundritch Street, nel suo abito elegante, quando tutti sanno che a lei piace dar via i propri soldi e non ha neppure reagito. Sembra quasi che lei abbia donato il proprio denaro e ora abbia dei rimorsi. Mi dica, vuole davvero rovinare la vita di quell’uomo per un suo errore?

Uomo: Ma questo è ridicolo.

Agente: Sto facendo un’analogia con lo stupro. Questo è ciò che le donne devono affrontare ogni giorno, quando tentano di trascinare i propri molestatori davanti alla giustizia.

Uomo: Fanculo il patriarcato.

Agente: Ben detto.

Navigando stamattina ho trovato un poema sullo stereotipo del “vero stupro” (real rape).

E’ veramente uno stupro se lei (la vittima) era ubriaca?  Se indossava un abitino provocante, se è una che la dà a tutti e tutti lo sanno, se lui (lo stupratore) è un bravo ragazzo e tutti lo confermano, se lei non ha gridato, non ha lottato, se nessuno ha visto o sentito niente?

Real rape takes place
In a poorly-lit lane
With a mask on the face
Of a man who’s insane
Real rape’s committed
By sick monsters with knives
And by psychos and rippers
Not by ordinary guys
Real rape victims are angels
They’re sober and chaste
They’re jumped on by strangers
They report it post haste
And they try to escape –
We’ll accept that’s real rape

I “veri stupri” avvengono in stradine poco illuminate e a commetterli sono pazzi mascherati, mostri malati armati di coltelli, psicopatici e assassini, non uomini normali e di certo non “bravi ragazzi”; le vittime di stupro sono creature angeliche, caste e morigerate, assalite da sconosciuti ai quali si ribellano con tenacia e poi denunciano immediatamente.

Lo stereotipo del “vero stupro”, quello commesso da soggetti con un passato criminale e consumati con estrema ferocia ai danni di leggiadre fanciulle che possono vantare un perfetto curriculum da “ragazza per bene”, ha una profonda influenza sul modo in cui vengono gestite le indagini nei casi di stupro.

Spesso e volentieri le indagini non vanno oltre il primo colloquio con la vittima, ci dicono gli studi in merito, proprio perché gli eventi non corrispondono al modello del “vero stupro”.

Una grande influenza su queste valutazioni viene dalla convinzione che una “vera vittima di stupro” dovrebbe sempre urlare a squarciagola e lottare con le unghie e con i denti, al fine di poter attirare qualche testimone o almeno mostrare segni evidenti, sebbene neanche questi spesso e volentieri siano sufficienti (tutti ricorderete, immagino, la difesa di Francesco Tuccia, il quale, a dispetto del fatto di aver lasciato la sua vittima svenuta in una pozza di sangue, aveva parlato di “sesso estremo” e consenziente).

Questo, il più delle volte non accade. Tempo fa avevo pubblicato un post sul tema, nel quale un esperto di neurobiologia del trauma spiegava chiaramente perché, a causa della paura, molte vittime di stupro si ritrovano del tutto incapaci di reagire e vivono stati come il congelamento, l’immobilità tonica, il collasso o la dissociazione, tutte reazioni perfettamente coerenti con un situazioni che scatenano una paura molto intensa, che non possono essere considerate prove a discarico dello stupratore.

Sempre a proposito di elementi che rendono difficili le indagini quando il reato è la violenza sessuale, merita una menzione il dato diffuso in questi giorni a mezzo stampa da numerose testate, ovvero la gran quantità di false denunce di stupro che renderebbero molto più plausibile, di fronte ad una denuncia che non corrisponde ai canoni del “vero stupro”, ritenere che la presunta vittima, dopo aver consumato un rapporto sessuale, sia stata colta da un tale senso di colpa da decidere di trascinare il malcapitato partner in tribunale.

Se la storia dell’assicurazione antistupro è una vera e propria bufala, quale sia la fonte attendibile da cui proviene il dato sulle false accuse è invece un segreto:

Lggiamo qui che le violenze sessuali denunciate nel 2015 sono state appena 57, mentre nel 2016 sarebbero 51, almeno a quanto dichiarato dalla Questura, ma attendiamo fiduciosi che confluiscano i dati che dimostrerebbero una spiccata tendenza alla calunnia delle donne che risiedono nella provincia di Firenze.

Nel frattempo, ricordo a tutti che il dato 90% circola da parecchio tempo in certi ambienti:

sebbene le percentuali possano variare a seconda del sito che le propone:

Vi ricordo anche che se un processo si conclude con una archiviazione non è sempre perché chi ha denunciato ha mentito spudoratamente allo scopo di far incarcerare un’innocente: un’archiviazione non equivale ad una falsa accusa.

Per ciò che riguarda il consumo di alcol e/o sostanze stupefacenti, citato una frequentatrice della mia pagina facebook come elemento determinante nell’analisi di una denuncia per stupro

vorrei chiarire che quando una donna denuncia una violenza sessuale, non è nella stessa posizione di una persona indagata di un reato, pertanto non ha nessun senso discutere di circostanze aggravanti o attenuanti (le quali, tra l’altro, sono elementi accidentali, quindi non rilevanti ai fini dell’esistenza del reato).

Che si parli di una presunta vittima di violenza sessuale come se si stesse parlando di una persona responsabile di un atto criminoso la dice lunga su chi è il vero indagato in un processo per stupro:

questa è una prassi costante: il processo alla donna. La vera imputata è la donna. E scusatemi la franchezza, se si fa così, è solidarietà maschilista, perché solo se la donna viene trasformata in un’imputata, solo così si ottiene che non si facciano denunce per violenza carnale.  (Tina Lagostena Bassi)

 

Aggiornamento:

Firenze, le denunce sugli stupri e la verifica delle fonti – Il direttore Molinari risponde alle richieste di delucidazione da parte dei lettori

Caro Direttore, il 9 settembre in uno dei nostri articoli sugli stupri abbiamo scritto che a Firenze “su 150-200 denunce all’anno, il 90 per cento risulta falso”. Questa affermazione ha sollevato le proteste di alcuni lettori. Quale è la reazione del giornale?

«Cara Anna, la notizia in questione è stata pubblicata da La Stampa e da altri tre quotidiani il 9 settembre. La fonte che ce l’ha fornita l’ha più volte avvalorata, su richiesta dei lettori abbiamo svolto ulteriori verifiche senza trovarne le dovute conferme. Dunque l’abbiamo tolta dalla versione online dell’articolo in questione. Come è evidente tale processo di verifica delle fonti ha preso tempo, e di questo ci scusiamo con i lettori, ma ci ha portato a rispondere in maniera corretta alle richieste di delucidazione ricevute. Confermando il rispetto che questo giornale ha per le notizie ed i lettori».

 

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La partecipazione degli uomini

In questi giorni di feroce polemica sul “silenzio delle donne”, e soprattutto delle donne femministe

ho perso ogni stimolo a riaprire questo blog.

Più leggevo accorati appelli analoghi a quello di Mario Giordano, più perdevo la voglia di scrivere una sola parola.

A leggere questi accorati appelli “alle donne” mi è tornata in mente un’intervista di Enzo Biagi a Donatella Colasanti.

All’incirca al minuto 1:40, Donatella Colasanti dice: “Poi la cosa che mi ha scocciato molto è il fatto che per me dovevano intervenire tutti e non solo le donne.”

Ribadisce al minuto 4:30 circa: “è assurdo che nelle aule… io non lo trovavo giusto il fatto che c’erano solo donne e che se intervenivano uomini li cacciavano, perché era un caso che riguardava tutti [“quindi questi errori li hanno fatti le donne”, replica Biagi] non è che sono errori, ma non si doveva strumentalizzare solamente sul fatto… sull’uomo e sulla donna… il discorso va oltre, è chiaro che c’entra anche… che c’entra, però va oltre, non rimaneva come caso di stupro, non era solo quello, era ben oltre.”

Lo ribadisce ancora al minuto 6:30 circa: “E poi c’erano solo donne, poche, non ce n’erano molte, perché erano passati 5 anni quindi la cosa era diminuita.”

Al minuto 7:00 risponde Colasanti risponde a Biagi, che le attribuisce del risentimento nei confronti delle femministe: “No, io non ce l’ho con le femministe, io mi rammarico di tutto, non è che mi rammarico con le femministe, siccome era impostato che c’erano solo donne, era impostato così, non è che io ce l’ho con loro, si poteva fare ben di più, si è fatto però fin poco, che c’entra il fatto … con loro… [“mi attengo a quello che lei dice, credo di essere in grado in grado di capire pure le sfumature del suo discorso“, protesta Biagi per ribadire che le sue affermazioni contro le femministe] bisogna pure vederle bene le sfumature, perché non si può mica cambiare una sfumatura, poi si sa la stampa, la televisione come fa…”

Io, che non ho vissuto di persona quei momenti perché all’epoca del massacro del Circeo non ero neanche nata, ho sempre trovato molto interessante l’insistenza di Donatella Colasanti: per ben quattro volte ribadisce il concetto, per quattro volte insiste sul fatto che patì profondamente l’assenza degli uomini, che se le era chiaro che il genere fosse importante (“è chiaro che c’entra“, dice) le era anche altrettanto chiaro che il discorso doveva spingersi oltre e quell’oltre doveva coinvolgere anche gli uomini.

Il suo caso, ci dice Donatella Colasanti, avrebbe dovuto riguardare tutti.

Recita uno vecchio slogan femminista: “per ogni donna stuprata e offesa, siamo tutte parte lesa”.

Ho sempre pensato che quello che Donatella Colasanti intendesse, quando lamentava l’assenza degli uomini, era che avrebbe voluto che a sentirsi “parte lesa” fossero anche loro.

Avrebbe voluto che tutti, uomini e donne, si sentissero parte di lei, che fossero capaci di sentire quello che sentiva lei.

Molti uomini, in questi giorni, hanno mostrato la loro rabbia per i fatti avvenuti a Rimini.

Ma molti di loro non si sono sentiti “parte lesa”, non nel senso in cui quello slogan lo intende.

“Ma alla Boldrini e alle donne del PD, quando dovrà succedere?” si è chiesto con un post pubblico su Facebook Saverio Siorini, segretario cittadino di Noi Con Salvini di San Giovanni Rotondo, di fatto augurando ad altre donne il medesimo trattamento subito dalle vittime di Rimini.

Minacce di stupro sono arrivate anche ad una giornalista e a chissà quante altre donne, in questi giorni.

Non puoi davvero sentire quello che sente una vittima di stupro e al contempo augurare con leggerezza uno stupro a qualcun altro.

Non è questa, la partecipazione degli uomini che Donatella Colasanti avrebbe voluto vedere al suo processo per stupro, ne sono convinta.

Tempo fa parlammo qui dell’espressione usata dal sindaco di Pimonte in merito allo stupro di una sua concittadina, costretta ad abbandonare la sua città perché vittima: “una bambinata”, lo definì, invitandoci a dimenticare l’accaduto.

Non è neanche di questo tipo di partecipazione maschile, solidale con gli stupratori, che Donatella Colasanti richiedeva nella sua intervista.

Il viceministro polacco Patryk Jaki ha dichiarato, a proposito delle violenze di Rimini, che per i quattro stupratori si dovrebbe applicare “la pena di morte e torture”, mentre quella vittima dell’aggressione che è sua connazionale si dissocia: sono solo “le solite strumentalizzazioni politiche”, così definisce le parole del viceministro, e chiede soltanto giustizia.

Strumentalizzazioni: la stessa parola più volte ripetuta da Donatella Colasanti.

Nella sua intervista, Donatella Colasanti non invitava i suoi ascoltatori a rimproverare le femministe per la mancanza di quell’ “oltre” che lei tanto aveva desiderato.

Dubito pertanto che avrebbe gradito reprimende analoghe a quelle vergate da Mario Giordano, che si è lamentato, ma al contempo si è guardato bene dall’organizzare un sit in, un corteo o di scrivere un manifesto.

In questi giorni mi rammarico di tutto anche io.

Mi rammarico anche della mia personale incapacità di comprendere sia la facilità con cui si può empatizzare con chi compie un atto orrendo arrivando a sminuirlo per mezzo di parole come “bambinata”, che la facilità con cui del corpo stuprato e offeso delle donne si può fare campo di battaglia sul quale colpire con ferocia avversari politici, sobillare campagne di odio, fare sfoggio della più becera misoginia, mentre le vittime finiscono col sentirsi sempre abbandonate, strumentalizzate e vilipese.

E’ davvero impossibile fare qualcosa in più, è davvero impossibile andare oltre tutto questo?

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