I Tribunali mettono in pericolo i bambini – terza parte

Lo scorso autunno ho pubblicato a puntate un’inchiesta giornalistica australiana che denunciava il fallimento dei tribunali nel riscontrare e comprendere in modo affidabile la violenza domestica e gli abusi sui bambini.

Quello che segue è un articolo di Laurie Udesky sulla situazione negli USA, dove il movimento delle Battered Mothers da anni manifesta contro un sistema pesantemente viziato dal pregiudizio di genere, a causa del quale sempre più bambini vengono sottratti al cosiddetto “protective parent” per venire affidati in via esclusiva a genitori sui quali gravano prove di abusi e violenze.

L’originale è consultabile qui: Custody in Crisis: How Family Courts Nationwide Put Children in Danger.

Qui la prima parte.

Qui la seconda parte.

La sindrome di alienazione genitoriale si è fatta strada anche a Cleveland, Ohio, in un caso che riguarda abusi fisici. Il giudice del tribunale della famiglia Judith Nicely ha affidato a Leonard Doyle i suoi due figli nel 2012. Nelle motivazioni, il giudice Nicely ha citato la relazione di un consulente: “si è rilevato che la madre ha messo in atto una serie di comportamenti atti ad alienare i bambini dal padre, eliminare il padre dalla loro vita e convincere i bambini che solo lei ha il loro benessere e la loro sicurezza a cuore “.

Poco dopo la decisione del tribunale, il figlio di 11 anni di Doyle e sua sorella minore si sono barricati all’interno della casa dei nonni e hanno chiamato il 911. Ognuno di loro si puntava un coltello al collo.

“Se mi fai andare con mio padre,” ha detto il ragazzo al telefono, secondo una trascrizione del 911 della chiamata, “io mi uccido.” La madre aveva appena informato il ragazzo e sua sorella che il padre – che li aveva feriti fisicamente, causando lesioni che richiedevano cure mediche di emergenza – aveva ottenuto l’affido e il pieno controllo delle visite della madre.

Doyle era un uomo già noto al sistema giudiziario come soggetto violento, che aveva scaricato pedopornografia ed era finito in carcere per atti osceni. Un promemoria del 2008 della procura federale contro Doyle affermava che un’analisi del suo computer da parte dell’FBI aveva scoperto che aveva scaricato “numerose storie che glorificano e mostrano  sesso tra adulti e bambini”. Ciò che rendeva il materiale particolarmente inquietante per l’ufficio del procuratore, secondo la nota, era “il fatto che fosse il genitore affidatario dei bambini piccoli all’epoca”, un fatto grave tanto che, scriveva il procuratore, “richiede un ordine di cinque anni di reclusione”.

Il promemoria cita numerosi incontri tra Doyle e la polizia, inclusa una condanna per disturbo della quiete pubblica del 2003 per aver trascinato “per i piedi una vittima sanguinante lungo la strada”. Nel 2008 è stato condannato a 13 mesi di carcere.

Leonard Doyle si è rifiutato di rispondere a domande su questa storia, ma ha minacciato con un messaggio scritto di fare causa nel caso “vengano pubblicate dichiarazioni false o  fuorvianti” sul suo caso.

Alla fine di settembre, nel 2008, poco prima che Doyle iniziasse a scontare la pena, il figlio chiamò sua madre, pregandola di andarli a prendere. Secondo i documenti del tribunale, il ragazzo aveva raccontato che il padre l’aveva inseguito sul prato con la sua auto. Spaventata per la loro sicurezza, Robin Doyle aveva preso i bambini e li aveva portati in un rifugio per vittime di violenza domestica, dove avevano ricevuto aiuto.

Un medico, che aveva diagnosticato al figlio una live commozione cerebrale causata da un altro evento nel 2010, ha testimoniato nel 2012 che credeva al ragazzo quando raccontava che suo padre l’aveva colpito in testa. All’evento era anche seguita un’indagine che aveva riscontrato l’abuso, come conferma una lettera del collegio dei commissari della contea di Geauga nel marzo 2010.

La juvenile and family court judge’s guidebook mette in guardia i giudici chiamati a decidere per l’affido che “le accuse di abuso presentate dal genitore a rischio o dal figlio devono essere prese sul serio”. Ma il giudice Nicely ha ignorato le affermazioni del bambino nonostante la conferma del medico che si era davvero fatto male. La sua decisione si è basata invece sulla testimonianza del supervisore nominato dalla Corte, che disse che non aveva mai visto Doyle colpire suo figlio e non pensava che l’incidente fosse realmente avvenuto.

Nonostante le prove concrete a supporto degli avvenuti abusi, il giudice ha scritto che il padre era stato “estremamente paziente durante questo processo” e che “sembrava essere maturato”. Al contrario, ha dichiarato, “la madre non ha fatto nulla per incoraggiare i bambini a costruire un rapporto positivo con il padre dopo la sua scarcerazione e ha cercato attivamente di tenere il padre fuori dalla loro vita”.

Per quanto riguarda gli abusi sui bambini, il giudice si è avvalso di una relazione della tutrice legale per il caso, Sandra McPherson. Nella sua relazione, McPherson ha espressamente dichiarato di “aver lavorato a partire dalla premessa che gli atti di violenza del padre contro i bambini non erano mai accaduti”.

Come è prassi in questi casi, il tribunale ha sigillato tutti i documenti medici e psicologici relativi ai bambini.

Robin Doyle non vede i suoi figli dall’ottobre del 2015; in quell’occasione rimasero con lei per due settimane, perché “l’ospedale locale non ha voluto che i bambini rimanessero affdati al padre “, ha dichiarato Doyle. All’epoca, il suo ex marito era stato accusato dai figli di aver spinto il ragazzo di 14 anni così forte che la sua mano aveva attraversato una finestra e le lesioni avevano richiesto un intervento chirurgico d’emergenza, così risulta dalla dichiarazioni registrate dalla polizia locale.

Alcuni mesi più tardi, i bambini erano fuggiti da casa verso i boschi vicini con solo qualche snack in tasca. Trovati dalla polizia, i bambini erano stati interrogati. In una dichiarazione alla polizia, la figlia aveva parlato delle ferite del fratello, aveva pianto e raccontato che erano terrorizzati dal padre e avevano paura di tornare a casa.

Robin Doyle aveva richiesto un ordine di protezione per i suoi figli. Non lo sapeva, ma nello stesso momento il suo ex marito presentava un ordine simile contro di lei. Dopo due settimane i bambini vennero riaffidati al padre.

“Non prendono sul serio le richieste d’aiuto dei bambini”, ha detto Robin Doyle, parlando della corte. “Li ignorano.”

Joan Meier, che dirige anche il Domestic Violence Legal Empowerment and Appeals Project e ha collaborato al caso Doyle, sostiene che le azioni del tribunale si possono spiegare solo con l’alienazione genitoriale.

“Una volta che sei etichettato come un alienatore, indossi una lettera scarlatta che non ti permetterà mai di avere affidati i tuoi figli, anche quando diventa evidente che i bambini subiscono abusi dall’altro genitore, che era poi ciò che avevi denunciato.”

In una recente intervista, Doyle ha detto che prega ogni giorno per la salvezza dei suoi figli. “Amo i miei figli più della vita stessa”, ha detto a un giornalista. “Mi mancano terribilmente.” Riporta quanto le venne detto dan un avvocato, che un giorno potrà far loro vedere tutte le carte che testimoniano le sue battaglie in tribunale “e mostrare loro che non ho mai rinunciato”. Doyle sta sta cercando di capire quale potrà essere la sua prossima mossa.

L’indignazione per queste decisioni dei tribunali di famiglia aumenta tra i sostenitori dei diritti dei bambini: “Una parte del sistema non può essere ritenuta responsabile di ciò che fa ai cittadini che dovrebbe tutelare”, ha dichiarato Kathleen Russell del CJE. “Non puoi perseguire mediatori, consulenti tecnici, giudici, cosicché queste persone operano al di sopra della legge e finché non potranno essere giudicate per questi crimini contro i bambini, continueremo a vedere cose del genere.”.

Una soluzione è quella di convincere il Congresso a intraprendere azioni per riformare il tormentato tribunale della famiglia. Un certo numero di associazioni che combattono gli abusi sui minori e la violenza domestica, inclusa quella di Russell, hanno fatto qualche proposta.

Una risoluzione che chiede al Congresso di riconoscere che “la sicurezza dei bambini deve essere il primo criterio sulla base del quale decidere le modalità di affido” è stata presentata dal repubblicano Ted Poe del Texas e dalla democratica Carolyn Maloney di New York. La risoluzione chiede al Congresso di riconoscere che più di 15 milioni di bambini ogni anno sono esposti alla violenza domestica e/o all’abuso sui minori; che l’abuso sessuale dei minori “è un fenomeno poco denunciato e sottostimato dal sistema giuridico”; che la ricerca dimostra che le accuse di abuso fisico e sessuale dei bambini “vengono spesso ignorate” se sollevate nel corso di cause per l’affido e che “teorie prive di supporto scientifico come la Sindrome di alienazione genitoriale” sono spesso usate per screditare le denuncie di abusi.

Nel frattempo, nel Tennessee, Karen Gill e suo figlio, Daniel, sperano nella giustizia. Il ragazzo è tornato con sua madre, e il loro caso contro Darryl Sawyer è in attesa di essere discusso in un tribunale penale.

Gill, una donna alta con un grande sorriso e cerchi scuri sotto gli occhi, ricorda gli anni in cui poteva vedere Daniel solo saltuariamente. Era diverso, più riservato del felice ragazzino che aveva conosciuto. Ma lei aveva paura di riferire di nuovo le sue preoccupazioni perché avrebbe perso ogni possibilità di vederlo. Finché nel 2011 – tre anni dopo che Gill aveva perso l’affido di suo figlio – Daniel, che aveva otto anni, nel corso di una visita con lei raccontò che suo padre lo abusava sessualmente.

Terrorizzata all’idea di tornare in un tribunale della famiglia, Gill ha contattato l’FBI. L’indagine, che ricomprendeva dei colloqui con Daniel, ha portato ad un’atto di accusa del Gran Giurì contro Sawyer per violenza sessuale su minore.

Secondo la relazione dell’FBI, Daniel ha raccontato che Sawyer lo aveva violentato un sabato pomeriggio nella camera da letto principale e poi lo aveva costretto anche a guardare “spettacoli sessuali” su un computer portatile nel seminterrato mentre veniva abusato.

Il rapporto ha anche affermato che Sawyer, un veterinario, aveva messo Daniel in una “gabbia per cani” e lo aveva torturato con uno strumento “perché aveva parlato con sua madre”.

L’udienza nel tribunale penale è stata rinviata più volte. Ogni rinvio ha intensificato l’ansia che la opprime, ha raccontato Gill. Finché Sawyer rimane libero e non è ritenuto colpevole, dice, si sentirà sempre vulnerabile. “Mi sento cacciata, siamo come delle prede.”

Alla richiesta di commentare per conto del suo cliente, l’avvocato difensore di Sawyer, Ed Yarbrough, ha dichiarato: “Non intendiamo discutere questo caso sui giornali. Ci difenderemo in tribunale. ”

Per quanto riguarda il tredicenne Daniel, ha aspettato quattro anni per testimoniare contro il padre. Spera che se e quando verrà il suo momento, questa volta sarà creduto.

 

Questa storia è stata prodotta in collaborazione con il G.W. Williams Center for Independent Journalism e sovvenzionata dal Fund for Investigative Journalism.
Laurie Udesky è una giornalista di San Francisco. Un articolo da lei precedente scritto per Salon, “No School Nurses Left Behind”, ha vinto un premio dell’Association of Health Care Journalists.

 

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I Tribunali mettono in pericolo i bambini – seconda parte

Lo scorso autunno ho pubblicato a puntate un’inchiesta giornalistica australiana che denunciava il fallimento dei tribunali nel riscontrare e comprendere in modo affidabile la violenza domestica e gli abusi sui bambini.

Quello che segue è un articolo di Laurie Udesky sulla situazione negli USA, dove il movimento delle Battered Mothers da anni manifesta contro un sistema pesantemente viziato dal pregiudizio di genere, a causa del quale sempre più bambini vengono sottratti al cosiddetto “protective parent” per venire affidati in via esclusiva a genitori sui quali gravano prove di abusi e violenze.

L’originale è consultabile qui: Custody in Crisis: How Family Courts Nationwide Put Children in Danger.

Qui la prima parte.

“C’è questo mito là fuori, che vengano fatte più segnalazioni di abusi di quanti abusi siano realmente perpetrati, ma in realtà le statistiche dimostrano che il fenomeno è sottovalutato”, ha detto il giudice in pensione Jerry Bowles, co-autore della guida [N.d.T.: le linee guida Child Safety in Custody Evaluations]

Il giudice Bowles, che forma i suoi colleghi in materia di violenza domestica e intrafamiliare, ha detto che è comune nei tribunali la convinzione che le madri cerchino di ottenere restrizioni per i loro ex coniugi mosse da ragioni diverse dalla sicurezza dei propri figli. Egli collega questa convinzione alla mancanza di formazione e quindi all’incapacità di comprendere le dinamiche della violenza domestica.

Uno studio pilota di Joan Meier, docente di clinical law presso la George Washington University Law School, supporta le osservazioni di Bowles. Dall’analisi di 240 sentenze selezionate mediante ricerca elettronica e riguardanti casi di affido e di alienazione, ha rilevato che accade spesso che le accuse di abuso non limitino l’accesso ai bambini nei tribunali della famiglia. Su circa 36 casi in cui una madre aveva accusato il padre di abusare i propri figli, il tribunale ha comunque deliberato a favore del padre nel 69 per cento dei casi. La tendenza a non tenere in considerazione le accuse della madre è ancora più evidente nei casi in cui era contestato l’abuso sessuale: nei 32 casi identificati da Meier, la tesi del padre ha prevalso l’81 per cento delle volte. Ora sta lavorando ad uno studio più vasto che prenda in esame le stesse problematiche – inclusa la violenza contro il partner – su 5.000 casi grazie ad una sovvenzione dell’Istituto Nazionale di Giustizia.

La caratterizzazione di Sawyer come il genitore buono e di Gill come soggetto mentalmente disturbato fornita da Bernet è coerente con un modello inquietante che le organizzazioni che combattono per riformare i tribunali della famiglia riscontrano in questi casi. Esse comprendono il Center for Judicial Excellence, il Domestic Violence Legal Empowerment and Appeals Project e The Leadership Council on Child Abuse and Interpersonal Violence.
La ricerca mostra che i tribunali di famiglia sono il luogo perfetto per i maltrattanti, i quali riescono ad ottenere l’affido dei propri figli.

Ha detto l’ex consigliere della Casa Bianca Rosenthal: “Sanno come manipolare il consulente tecnico; sanno come manipolare il tutore [nominato dal tribunale]; sanno come manipolare il giudice. Sanno presentarsi bene e fanno apparire la madre come una matta.”

Cynthia Cheatham, un’avvocata di Nashville che ha rappresentato Gill in appello e e si occupa di aiutare i genitori protettivi a lottare per recuperare la custodia, concorda.

“Hanno una mamma, che sembra una che ha appena infilato il dito in una presa, e l’abusante, che potrebbe aver infilato il suo dito nella vagina della sua bambina, ma appare un ragazzo perfettamente normale”.

Alcuni consulenti si spingono molto lontano nel loro sforzo di normalizzare i comportamenti dei perpetratori. Thomas Hanaway, PhD, sempre in Tennessee, ha scritto a proposito di un padre i cui abusi sessuali erano già stati dimostrati dai servizi sociali:  “sembra essere molto affezionato ai suoi figli e anche se ha avuto comportamenti sessualmente inadeguati con loro, è mia opinione che lo ha fatto in un certo modo“. Hanaway non ha risposto alla richiesta di rilasciare un’intervista.

Alina Feldman, 16 anni, Dallas, Texas, vorrebbe che le denunce di abuso che per la prima volta ha mosso quando aveva quattro anni fossero state prese sul serio dal terapeuta e dal consulente della corte. Se lo avessero fatto, avrebbero potuto risparmiarle ciò che descrive come anni di abusi e sofferenza patiti con suo padre e separata dalla madre che amava.

“Mi puntò un coltello fino al collo e minacciò di uccidermi”, ricorda Alina. “Ha preso un coltello e mi ha tagliato il braccio. A volte mi ha soffocato fino a farmi perdere i sensi. Mi ha spezzato i polsi. ”

Invece di portarla a un medico, racconta, suo padre avrebbe messo il polso in un tutore finché non guarì. Le ha anche torto le braccia in direzioni diverse, afferma. Quando entrò nell’adolescenza, iniziò a sedersi sul gabinetto per guardarla mentre si faceva la doccia. Se piangeva perché le mancava la madre, la puniva negandole il cibo.

Suo padre, inoltre, la teneva isolata: “Se controllava la posta, io ero con lui ogni volta. Non ero mai sola. Non sapevo il mio indirizzo. Non mi era permesso di conoscerlo.”Alina ha detto di aver provato a uccidersi diverse volte. “Ho preso un sacco di pillole, ma mi sono sempre svegliata.”

Rachel Feldman, la madre di Alina, aveva chiesto al tribunale della famiglia, anni prima, di modificare le disposizioni di custodia congiunta che aveva con il suo ex marito Jack. Nel gennaio 2005, a quattro anni, Alina era tornata a casa da una visita con lui e aveva raccontato come suo padre le avesse mostrato le “chiappe”, invitandola ad odorare.

Nelle registrazioni dettagliate delle visite tra Alina e la terapeuta designata dalla Corte, Gail Inman, si sente la bambina che afferma che il “padre le fa mettere la mano sul pene” e che “le sue parti intime sono appiccicose”.

Inman, però, ha [successivamente] testimoniato in tribunale che non aveva riportato le informazioni alle autorità perché non era chiaro se gli incidenti erano “intenzionali o accidentali” e che sembravano avvenuti “molto tempo prima”.

Il consulente assegnato al caso, John Zervopolous, disse al giudice che vivere con il padre era “la soluzione migliore per Alina in termini di accudimento”. Le sue ragioni? Il padre si mostrava più capace della madre, nel corso delle visite al suo studio, di controllare la bambina.

Durante una delle visite programmate per osservare l’interazione tra madre e figlia, Zervopolous osservò che la bambina era restia ad entrare nel suo ufficio e appena la madre cercò di coccolarla per convincerla ad entrare addirittura corse nel corridoio, riportano le carte processuali. Zervopolous ammetteva che avrebbe potuto aver sconvolto la bambina chiedendole delle accuse di abusi sessuali in un momento in cui era solo con lei immediatamente prima del colloquio con la famiglia. Che la bambina fosse rimasta da sola con lui prima che tutti entrassero era stato il risultato di un malinteso, e poteva essere una causa del comportamento della bambina.

Ma qualunque cosa si fosse verificata nel corso di quella visita, Zervopolus lo ha interpretato come un problema con la genitorialità di Rachel Feldman. Aveva permesso ad Alina di esprimere la rabbia e le aveva lasciato una scelta “invece di imporle di fare una cosa”.

Zervopolous disse al giudice che i punteggi dei test psicologici di Jack Feldman erano “entro la norma”. Al contrario, ha descritto i punteggi di Rachel Feldman come indicativi di una persona “immatura … priva di consapevolezza, che fornisce risposte semplicistiche ai problemi e spesso è in conflitto con gli altri.”

Zervopolous ha scritto in una risposta via e-mail alla richiesta di concederci un’intervista che “sarebbe inadeguato commentare un caso in cui sono stato coinvolto professionalmente. Inoltre, non voglio discutere di qualsiasi altra questione che riguardi il tribunale della famiglia”.

Nel 2006 il giudice Susan Rankin ha affidato Alina al padre. Nella sua sentenza Rankin ha affermato che la madre di Alina “avrebbe messo in pericolo il benessere fisico o emotivo della bambina se avesse trascorso un po’ di tempo con lei”. Rankin ha dichiarato che Rachel Feldman “non ha alcuna consapevolezza del modo in cui il suo comportamento abbia influenza sulla figlia … spinge la bambina a dire certe cose … aliena la figlia dal padre … crea nella bambina i problemi dei quali si lamenta … “. Rankin ha anche ordinato alla madre di tenersi alla distanza di almeno 1000 piedi dalla figlia. Se voleva ottenere visite protette con lei, ha scritto il giudice, prima doveva versare 50.000 dollari di cauzione. Perché termini tanto duri? Il giudice riteneva Rachel Feldman pericolosa “a causa della sua instabilità emotiva e della convinzione che il padre stia danneggiando la bambina”.

Poi, nell’aprile del 2012, Alina ha riferito ad un insegnante che la notte prima il padre l’aveva bloccata sul suo letto e che lei aveva lottato, riuscendo a fuggire nella sua stanza e a chiudersi a chiave. “Pensavo: in entrambi i casi ho intenzione di uccidermi. Se lo racconto, lui mi ucciderà. Se non lo racconto, mi ucciderà comunque. Non ce la facevo più”, racconta Alina.

Un dichiarazione giurata firmata dalla terapeuta allora nominata dalla Corte, Donna Milburn, ha confermato la sua versione. Alina ha descritto come suo padre insisteva “per farla dormire nel suo letto quella notte” e quanto era spaventata. Entro un mese dalla sua confessione a scuola, seguita dalla relazione della terapeuta alle autorità, Rachel Feldman ha presentato una domanda per ottenere l’affido della figlia. Undici giorni dopo, il padre di Alina ha firmato un accordo nel quale rinunciava ai suoi diritti di genitore.

Joyanna Silberg, PhD e senior consultant for child and adolescent trauma presso lo Sheppard Pratt Health System di Baltimora, ha identificato 55 casi simili nei quali i tribunali hanno prima concesso l’affido ai presunti abusanti per poi mettere in bambini in sicurezza dopo un secondo intervento.

Se alcuni di questi bambini stanno reagendo bene, ha detto, “tutti riportano traumi che avranno conseguenze permanenti sulla loro salute metale – la consapevolezza del tradimento del sistema, delle persone che avrebbero dovuto proteggerli e invece hanno fatto loro del male, il fatto che non sono stati creduti.” Questi bambini soffrono anche della consapevolezza “che per la persona che amavano più del mondo, più spesso la madre, era impossibile proteggerli “, ha detto Silberg, la cui ricerca è stata finanziata dal Dipartimento di Giustizia. Poi c’è il “ricordo costante degli abusi che hanno subito e il danno prodotto sui loro corpi e le loro anime.”

 

Per approfondire:

 

I Giudici si servono di una teoria controversa per punire le madri che denunciano gli abusi?

Traumi infantili, salute e violenza domestica

Donne instabili

Violenza e affidamento

Le competenze genitoriali dell’uomo violento

Usare i bambini contro le madri: le strategie del violento

 

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I Tribunali mettono in pericolo i bambini – prima parte

Lo scorso autunno ho pubblicato a puntate un’inchiesta giornalistica australiana che denunciava il fallimento dei tribunali nel riscontrare e comprendere in modo affidabile la violenza domestica e gli abusi sui bambini.

Quello che segue è un articolo di Laurie Udesky sulla situazione negli USA, dove il movimento delle Battered Mothers da anni manifesta contro un sistema pesantemente viziato dal pregiudizio di genere, a causa del quale sempre più bambini vengono sottratti al cosiddetto “protective parent” per venire affidati in via esclusiva a genitori sui quali gravano prove di abusi e violenze.

L’originale è consultabile qui: Custody in Crisis: How Family Courts Nationwide Put Children in Danger.

Sei anni fa, nel 2010, una corte d’appello nel Tennessee ha confermato una sentenza del tribunale della famiglia che aveva concesso a Darryl Sawyer l’affido esclusivo del figlio di sei e mezzo, Daniel. (Tutti i nomi dei familiari coinvolti nei casi menzionati in questo articolo sono stati modificati per proteggere la privacy dei bambini.)

Il giudice ha deciso a favore di Sawyer nonostante le prove che aveva perpetrato abusi sessuali presentate dalla sua ex moglie.

Tre anni prima, Daniel era tornato da una visita dal padre con dei lividi sospetti. La madre, Karen Gill, aveva immediatamente portato il bambino di tre anni dal suo pediatra. “La tua prima reazione istante è negare che sia quello che sembra essere”, ha raccontato Gill, soffocando le lacrime che premevano per uscire al ricordo “Speri davvero che ci sia un altro motivo a giustificazione di quei segni su di lui”.

Ma il dottore, Victoria Rundus, confermò le peggiori paure di Gill. La dottoressa Rundus riferì al Dipartimento dei Servizi sociali del Tennessee che aveva riscontrato delle contusioni blu-rossastre sui glutei del bambino, compatibili con l’azione di un adulto che “aveva tenuto forzatamente aperte le natiche”. Gill ha così avviato una lunga e dura battaglia – che continua ancora oggi – per proteggere il figlio.

Gill aveva previsto la reazione del suo ex marito, ma rimase sorpresa e scioccata quando si trovò a dover affrontare un ben più arduo ostacolo alla sicurezza del figlio in tribunale.

Dal momento in cui il caso è stato portato davanti ad un giudice del tribunale della famiglia del Tennessee nel 2008, anche il Dipartimento dei Servizi Sociali ha svolto le sue  indagini stabilendo che Sawyer era colpevole di abusi sessuali sul figlio.

Tuttavia, il giudice ha concesso l’affido esclusivo a Sawyer, avvertendo Gill che, se avesse voluto ottenere il diritto di visita senza restrizioni con suo figlio, avrebbe dovuto smettere di parlare con il bambino dei presunti abusi perpetrati dal padre. Inoltre, avrebbe dovuto smettere di portare il figlio dal medico per far esaminare i segni di abusi.

Perché la corte ha affidato il bambino al padre nonostante le prove concrete di abusi? Abbiamo scoperto che il tribunale si è affidato alle raccomandazioni di William Bernet, psichiatra e consulente tecnico del Tribunale. [Bernet] Ha convinto la corte a ignorare la documentazione medica, affermando che Sawyer non era un pedofilo o un molestatore e Daniel doveva essere affidato a lui.

Altri fattori hanno avuto il loro peso nella decisione del tribunale. Gill aveva già cercato di limitare l’accesso di Sawyer al ragazzo sulla base di accuse che il giudice riteneva infondate. I sospetti di Gill furono suscitati, disse, perché Sawyer le aveva raccontato di una storia familiare di incesto. Temeva che Sawyer a sua volta avrebbe abusato dei propri figli. Altre accuse comprendevano commenti del suo ex marito a proposito di “Satana che gli parlava”, abusi fisici e verbali contro di lei e minacce di suicidio. Nessuna di queste accuse, ha detto il giudice, si poteva provare.

Il dottor Bernet ha rifiutato di commentare il caso.

Il caso di Daniel non è unico.

Nei tribunali della famiglia in tutto il paese, la prova che uno dei genitori ha sessualmente o fisicamente abusato di un bambino viene regolarmente respinta. Invece, ai responsabili degli abusi sono spesso concesse visite non supervisionate o l’affido congiunto o esclusivo dei bambini che hanno abusato, una situazione che mette in grave pericolo i bambini, sostengono gli avvocati che li difendono.

La nostra indagine, durata due anni, che comprende interviste con più di 30 genitori e sopravvissuti in California, Ohio, North Carolina, New York, Georgia, Texas, Tennessee, Maryland e New Jersey, ha svelato storie di bambini spediti a soffrire anni di abusi nella paura e nel silenzio, mentre i genitori che hanno cercato di proteggerli venivano spinti sull’orlo della rovina, finanziariamente e psicologicamente. Questi genitori vengono sempre più stigmatizzati da un sistema giudiziario che non solo non tiene in considerazione le prove degli abusi, ma accetta dubbie teorie che minano la credibilità dei genitori protettivi.

“I genitori protettivi chiedono alle autorità di intervenire e proteggere i loro figli e queste non lo fanno”, ha affermato Kathleen Russell, direttore esecutivo del Centro per l’Eccellenza Giudiziaria (CJE) della California, un comitato di controllo che si concentra sui tribunali della famiglia.

In molti casi, le conseguenze sono state letali. I dati da soli, seppure incompleti, dipingono un quadro allarmante. Dal 2008 al 2016, 58 bambini sono stati uccisi dai genitori affidatari dopo che i tribunali di famiglia dello stato hanno ignorato le accuse di abuso da parte dell’altro genitore, secondo un’analisi delle notizie condotta dal CJE. In tutti i casi tranne sei, i genitori protettivi erano madri che avevano avvertito i tribunali che i loro figli erano in pericolo a causa dei padri maltrattanti, i quali poi li hanno uccisi.

“Le autorità accusano i genitori protettivi e li patologizzano, e i loro figli finiscono per morire”, ha detto Russell.

Come i tribunali della famiglia arrivano a prendere simili decisioni?

“Con la stessa quantità di prove, un tribunale penale una giuria giungerebbe ad una condanna oltre ogni ragionevole dubbio”, ha detto l’avvocato Richard Ducote, che rappresenta i genitori protettivi che cercano di ottenere la custodia dei loro figli. “E il tribunale di appello sosterrebbe la condanna e la sentenza.”

Ma i tribunali di famiglia lavorano in modo diverso, ha spiegato Ducote, che ha lavorato anche come Sostituto procuratore distrettuale in Louisiana per i casi di revoca dei diritti di tutela dei minori. In teoria dovrebbero considerare in primo luogo il migliore interesse del bambino. Ma in pratica, spiega Ducote: “Sono preoccupati della riduzione del conflitto [all’interno della famiglia] e passare oltre, il che può andar bene, a meno che non ci sia qualcuno dal quale il bambino dovrebbe essere protetto”.

I documenti giudiziari sono spesso sigillati, una pratica intesa a proteggere la privacy dei bambini. Tuttavia, come dimostra questa indagine, è una pratica che può mettere i bambini maggiormente in pericolo, impedendo una sorveglianza esterna.

Inoltre, l’elevato costo delle controversie pone un enorme ostacolo per la maggior parte dei genitori che combattono per proteggere i loro figli. Ci sono poche ricerche sui costi giudiziari, ma un’analisi preliminare di un’indagine nazionale su 399 genitori protettivi di Geraldine Stahly, professoressa emerita di psicologia presso la California State University di San Bernardino, ha dimostrato che per circa il 27 per cento di questi genitori che hanno infine dichiarato fallimento, i costi ammontavano a circa $ 100.000.

Nessuna agenzia governativa a livello nazionale tiene traccia del numero dei bambini che i tribunali di famiglia affidano ai loro maltrattatori e la ricerca accademica esistente è in gran parte regionale. Gli avvocati hanno cercato di quantificare il fenomeno raccogliendo dati da diverse fonti. Si stima che per almeno 58.000 bambini all’anno si stabiliscano visite non protette con genitori maltrattanti. Un’analisi del 2013 del Journal of Family Psychology ha citato studi che dimostrano che, ovunque, tra il 10 e il 39 per cento degli abusanti ha ottenuto l’affido esclusivo o condiviso dei figli.

Per quanto difficile sia ottenere dati certi sul fenomeno, i funzionari governativi di alto livello riconoscono la vastità del fallimento del sistema. “È una situazione terribile”, ha dichiarato Lynn Rosenthal, che è stata Advisor on Violence Against Women presso la Casa Bianca dal 2009 al 2015. Prima di lavorare alla Casa Bianca, Rosenthal si è personalmente resa conto della portata del problema lavorando per diverse organizzazioni dedicate alla tutela di donne e bambini. “Lo abbiamo visto in tutto il paese”, ha dichiarato.

Nel denunciare il sospetto abuso da parte del suo ex marito, Gill incorse in un ostacolo inaspettato. Bernet e il suo collega, James Walker, dichiararono in una relazione comune di aver valutato Sawyer per mezzo di una serie di test. Hanno sostenuto che Sawyer era risultato come “basso rischio” per i reati sessuali e che non era un pedofilo. Questi test includevano un sex offender risk test conosciuto come Static-99, il Minnesota Sex Offender Screening Tool, la Sex Offender Risk Scale e l’Abel Exam for Sexual Interest.

Ma secondo Anna Salter, PhD, che ha condotto ricerche sui reati sessuali per due decenni, usare questi strumenti in un tribunale della famiglia non ha senso. “Non possono essere usati per determinare se qualcuno è un molestatore di bambini”, ha spiegato Salter, autrice di “Predators: Pedophiles, Rapists and Other Sex Offenders” e consulente presso il Wisconsin Department of Corrections. Invece, ha detto, i test sono stati creati per valutare le persone già condannate per molestie sui bambini allo scopo di determinare la probabilità di recidiva del reato. L’esame Abel, che esamina l’interesse sessuale nei confronti dei bambini, non produce risultati significativi, ha aggiunto: “Si basa su quanto tempo ti soffermi sulle immagini dei bambini. Ormai ci sono siti che spiegano come imbrogliare, basta guardare altrove”.

Al di là delle prove, Bernet ha anche scritto che Gill, non Sawyer, stava causando danni al figlio. “Dal 2003 [Gill] presenta tratti della personalità tipici di genitori che producono false accuse di abuso sessuale”, come “essere fortemente critica” nei confronti di Sawyer. Bernet attribuì anche a Gill “tendenze narcisistiche”, affermando che “sembra non comprendere i forti sentimenti e le motivazioni che sono alla radice della sua determinazione nell’accusare [Sawyer] di essere un molestatore di bambini”.

Tra le sue più grandi preoccupazioni, ha scritto Bernet, c’era il fatto che se a Gill fosse permesso di continuare a interrogare suo figlio sulle azioni del padre, avrebbe “indotto [Daniel] a condividere le sue false credenze”.

Bernet ha respinto l’affermazione di Daniel che suo padre aveva “messo un bastone nel mio sedere”, scrivendo che il bambino aveva costruito una storia fantastica su richiesta di sua madre. Inoltre, ha sostenuto che i colloqui con i Servizi Sociali non hanno dimostrato che Daniel fosse “in grado di dare una descrizione semplice e coerente di un evento passato”. Dei lividi sui glutei del bambino, Bernet ha scritto che Sawyer ha dichiarato di ritenere che se li era procurati sugli scivoli d’acqua dei due parchi acquatici che lui e Daniel avevano visitato per due giorni di fila. La sua accettazione della spiegazione di Sawyer come vera sembra ignorare la descrizione del medico che nelle carte processuali parla di contusioni “a forma di impronte” che erano “all’interno delle natiche di Daniel”.

Nel 1996, una task force presidenziale ha rilevato una “mancanza di dati a supporto” della diagnosi della sindrome di alienazione genitoriale. Citando questa relazione, l’American Psychological Association nel 2008 ha rifiutato di prendere posizione sulla “presunta sindrome”.

Bernet, però, rientra in quel gruppo di professionisti del tribunale della famiglia che cerca di ottenere che la PAS venga accettata come un disturbo riconosciuto nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM), la bibbia dei professionisti della salute mentale. Finora, lui e gli altri sostenitori della PAS non hanno ottenuto questo risultato. Bernet ha dichiarato in un’intervista che “non ci sono le parole nel DSM-V [l’ultima versione], ma il concetto c’è”, indicando quelle che descrive come tre nuove diagnosi che presentano le caratteristiche della PAS.

Dott. Darrel Regier, vice presidente della task force DSM-V, ha affermato che il DSM riconosce che l’alienazione può figurare nelle dinamiche di relazione. Ma “siamo stati molto attenti a non includere una diagnosi di PAS“, ha dichiarato, aggiungendo che “anche la comunità internazionale non accetta la PAS come diagnosi”. Per quanto riguarda la sua utilizzazione nel tribunale della famiglia per contestare gli abusi, ha detto: “Se c’è prova di abuso, allora è quello che dovrebbe guidare i tribunali”.

Il National Council of Juvenile and Family Court Judges avverte “di non accettare testimonianze relative alla sindrome di alienazione genitoriale o PAS” nelle controversie per l’affido, in accordo con le linee guida Child Safety in Custody Evaluations. Aggiunge: “La teoria che ipotizza l’esistenza della PAS è stata screditata dalla comunità scientifica”.

Molti tribunali hanno tuttavia prestato poca attenzione a queste raccomandazioni.

 

Per approfondire:

I miti sul divorzio che mettono a rischio i bambini – mito 1

I miti sul divorzio che mettono a rischio i bambini – mito 2

I miti sul divorzio che mettono a rischio i bambini – mito 3

I miti sul divorzio che mettono a rischio i bambini – mito 4

I miti sul divorzio che mettono a rischio i bambini – mito 5

Alienazione genitoriale e DSM 5

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Abusologhe e calunniatrici

 

Dalla pagina facebook di Non una di meno – Brindisi:

Con un comunicato ufficiale, Non una di meno – Brindisi si è recentemente espressa in merito alla decisione della presidente della Sezione Civile del Tribunale di Brindisi di stilare delle “linee guida” volte a stabilire “eque condizioni” in ambito di affidamenti della prole, scatenando l’ira funesta dei “papà separati” che hanno sostenuto e festeggiato il provvedimento.

Rimarca il comunicato delle “abusologhe e calunniatrici” che le linee guida, stabilendo “la bontà e superiorità del modello realmente (e non solo nominalmente) bigenitoriale”  inteso “come quella forma di affidamento in cui i figli dopo la separazione della coppia genitoriale trascorrono tempi più o meno uguali presso il padre e la madre” [cito qui dal preambolo alle linee guida], commettono l’errore di dare

per scontato che in precedenza la relazione coniugale, il rapporto genitore/figlio e la gestione familiare siano state improntate al preciso e misurato criterio della parità, per esempio in relazione al lavoro domestico,  di cura, responsabilità educative e  familiari, ecc. Ma in Italia la gran parte di tale lavoro non retribuito, a favore dei membri della famiglia, uomini adulti inclusi,  è svolto dalle donne“.

Una questione che anche su questo blog abbiamo più volte sottolineato.

Un passo delle linee guida brindisine parla espressamente della necessità di superare “l’obsoleta distinzione tra genitore accudente e genitore ludico“; come si evince dalla scelta dell’aggettivo “obsoleto”, secondo chi scrive tale distinzione esisterebbe ormai soltanto nella mente di chi applica (ovvero applica male) la normativa sull’affidamento condiviso riformata nel 2006.

Peccato che se andiamo a guardare l’indagine sull’uso del tempo, a proposito delle famiglie non separate, leggiamo che fra uomo e donna non sussistono solo delle differenze quantitative (l’impegno dei padri è minore), ma anche che:

“Le madri sono più impegnate nelle cure fisiche e nella sorveglianza (dar da mangiare, vestire, far addormentare i bambini o semplicemente tenerli sotto controllo): in un giorno medio settimanale vi dedicano 57 minuti, contro i 20 minuti dei padri. (…) L’attività che, invece, impegna i padri più delle madri è quella di giocare con i bambini: è a carico dei padri il 61,7% delle attività svolte dalla coppia, che vi dedicano in media 26 minuti al giorno, contro i 22 minuti delle madri, più di quanto i padri dedicano al custodirli.”

Il “genitore ludico”, più che una reliquia dei tempi che furono, sembra piuttosto un tipico componente della famiglia italiana.

La famiglia fondata sulla divisione del lavoro in base al sesso sta mutando (le indagini ci mostrano infatti un lento ma inesorabile aumento del coinvolgimento paterno), nessuno lo nega, ma la famiglia italiana è comunque ancora lontana dall’offrire alla grande maggioranza dei bambini una frequentazione equilibrata con entrambe le figure genitoriali.

Una frequentazione equilibrata andrebbe invece garantita a tutti i costi dopo la separazione, per evitare una serie di terribili conseguenze per i bambini; nessuno ci spiega, però, perché tutte queste terribili conseguenze non affliggano anche quel bambino il quale, sebbene i genitori non siano separati, è prevalentemente accudito da uno di essi, mentre l’altro si riserva di giocarci ogni tanto.

Non voglio certo sostenere qui che i mutamenti in atto non siano da considerarsi un segnale positivo, soprattutto in termini di benessere dei bambini, e neanche che non sia auspicabile un futuro nel quale l’Italia si avvicini alle percentuali di paesi più virtuosi in termini di parità.

Tuttavia è lecito sostenere che, se sussistono differenze nella distribuzione del lavoro di cura dopo la separazione, esse rispecchiano il rapporto genitori/figli antecedente alla stessa e non possono quindi considerarsi la conseguenza di un’interpretazione scellerata delle norme da parte di magistrati nostalgici.

Come scrive Michael Flood, sociologo australiano, (e io concordo): il principale ostacolo al coinvolgimento dei padri con i figli dopo la separazione” è “la loro mancanza di coinvolgimento prima della separazione”.

A tale proposito vi segnalo un commento di Elvira Reale (che vi consiglio di leggere per intero):

“La Risoluzione europea in questione sulla separazione con residenza alternata, che rafforza dal punto di vista genitoriale il legame di ciascuno con il figlio, non nasce in un deserto, ma nasce da tutte le altre risoluzioni sulla equità di genere volte a superare i gap a svantaggio delle donne. Essa quindi quando parla di separazione parla implicitamente anche di doveri precedenti della coppia che si considerano assunti e soddisfatti da entrambi i genitori. In sintesi questa Risoluzione europea nasce dall’idea che la parità di genere e la equa distribuzione dei compiti di cura possa essere attuata, oltre che nella convivenza anche nella fase della separazione; ma se parla di parità nella gestione dei figli nella separazione è ovvio che dà per scontato che la parità e la condivisione sia stata attuata in precedenza, in modo che i membri della coppia possano godere anche nella separazione del diritto/dovere di vedersi attribuita la cura paritaria dei figli, anche attraverso metodi rafforzativi come la residenza alternata.

Ma anche questa proposta, come abbiamo già detto, mette paletti e limiti alla misura della residenza alternata; un paletto forte che indica i casi in cui non è praticabile perché arreca un grave pregiudizio ai minori: la violenza domestica. Paletto che nel nostro ordinamento è oggi costituito, rispetto all’affido condiviso dall’art. 337 quater cc. Questo paletto misura una controindicazione che vale, stante le cifre che abbiamo indicato dell’OMS, per il 30% della popolazione femminile e per i corrispondenti partner maschili, non quindi un numero risibile di casi. Percentuale che diviene molto più alta nell’ambito dei contenziosi per l’affido, là dove ovviamente si trovano tutti i casi di separazione intentati da donne e motivati dalla violenza domestica. Rimane la necessità poi per i tribunali civili di munirsi di mezzi di accertamento della presenza della violenza domestica al di là di un percorso penale che può durare anni ed anni.”

L’interpretazione di Reale della risoluzione europea è perfettamente in linea con la normativa italiana, che a proposito del diritto alla bigenitorialità dei bambini dopo la separazione parla del “diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori”: mantenere, non creare ex novo.

A proposito di quei “paletti” a tutela delle vittime di violenza domestica (che, secondo la Convenzione di Istanbul, sono le donne e i bambini, anche quando non direttamente coinvolti) parla anche il comunicato di Non una di meno – Brindisi:

“Inoltre, fatto molto grave, le linee guida non fanno alcun riferimento alle circostanze nelle quali si esclude il ricorso all’affido condiviso, benché nella risoluzione 2079 al punto 5.4 siano specificati i casi di esclusione, ovvero i casi di abuso o di negligenza verso un minore e di violenza domestica.”

Non c’è nulla di “grave” nell’assenza dell’argomento “violenza”, replica Adiantum, sostenendo inoltre che l’argomento violenza domestica è il segnale di un approccio “adultocentrico” di Non una di mano – Brindisi ai “diritti dell’infanzia”:

Garantire la sicurezza di donne e bambini vittime di violenza sarebbe in qualche modo in contrasto con i diritti dei bambini, secondo Adiantum, in particolare col diritto sancito dall’articolo 337-ter del codice civile, quello che appunto recita “Il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori”.

Adiantum forse dimentica che l’articolo successivo, il 337-quater, stabilisce che “Il giudice può disporre l’affidamento dei figli ad uno solo dei genitori qualora ritenga con provvedimento motivato che l’affidamento all’altro sia contrario all’interesse del minore.

O forse ritiene, come purtroppo ritengono anche alcuni magistrati, che la violenza non sia un comportamento contrario all’interesse del minore e che non dovrebbe influenzare le modalità di affido in modo da allontanare un genitore maltrattante dai suoi figli.

A mostrarsi scettici nei confronti dell’iniziativa del Tribunale di Brindisi sono stati in molti, fra i quali citiamo l’Unione Nazionale Camere Minorili e l’ Associazione Italiana degli Avvocati per la Famiglia e per i Minori, che parla espressamente di “adesione al pensiero di associazioni ideologizzate e partigiane” profondamente lesiva dei diritti dei minori.

Le linee guida, infatti, sono state redatte in collaborazione con l’associazione Crescere Insieme,

associazione il cui presidente è quel Marino Maglietta che abbiamo recentemente citato a proposito della proposta di legge 4377 e che si colloca in un più vasto movimento  conosciuto come “Fathers’rights activism” (i cosiddetti “padri separati”) il quale ricomprende un gran numero di associazioni accomunate da una serie di obiettivi comuni: ottenere una legge che garantisca un “vero affido condiviso”, ovvero elimini il famigerato assegno di mantenimento per i figli come pure l’assegnazione della casa coniugale al genitore con essi convivente, e il riconoscimento da parte dei professionisti della giustizia (più che di quelli della salute) della fantomatica alienazione genitoriale.

A proposito del coinvolgimento dei “papà separati” nell’iniziativa del Tribunale di Brindisi, ho letto un interessante articolo pubblicato sulla rivista Foro Italiano: “L’editto messapico: il «vero» affidamento condiviso dei minori nella crisi della famiglia secondo il Tribunale di Brindisi“.

Nell’articolo il Dott. Geremia Casaburi (il quale non è una nazifemminista, ne sono quasi certa), oltre a spiegare perché le suddette linee guida sono in contrasto con le norme vigenti in materia, ci dice che:

E’ però meno nota, in una prospettiva più strettamente giuridico-dottrinale, la presenza di una galassia di svariate associazioni di settore; per quanto qui interessa, è da anni attiva, per così dire nei sotterranei (talora nei bassifondi) della materia, una chiassosa pletora di associazioni di coniugi o ex tali, e soprattutto di genitori, specie padri, separati o divorziati che siano; i campi di interesse e di attività sono svariati, talora anche lodevoli (…); talora presentano la veste “scientifica” [il virgolettato è sempre dell’autore] di associazioni di “esperti” nei diversi ambiti relativi alla famiglia e alla filiazione. Il tratto comune però è sovente un atteggiamento di sospetto, quando non di rancore, nei confronti della magistratura (ma anche dell’avvocatura) “colpevole” di aver tradito lo spirito della l.54/2006 sull’affido condiviso, e quindi di aver decretato la rovina, morale ed economica, di non pochi sventurati genitori, allontanati dai figli e privati ampiamente delle sostanze (e abitazioni). Si tratta di associazioni spesso molto attive, prive di spessore giuridico o scientifico (es. in ambito psicologico), ma non di influenza lobbistica anche a livello parlamentare (…) Talora (e sulla rete ve ne è ampio riscontro) i toni utilizzati sono molto pesanti, non senza profili settari – gli “altri” sono il nemico, che ha torto per definizione – e inquietantemente misogini [il grassetto è inserito da me]. (…) Il contenuto delle l.g., nelle premesse programmatiche e nelle concrete indicazioni paranormative, riflette puntualmente – purtroppo senza un sufficiente filtraggio critico e soprattutto giuridico – le posizioni di quell’associazionismo (…) con buona pace dello stesso principio costituzionale di imparzialità del giudice.

Conclude Casaburi, con grande amarezza:

L’interesse del minore, di “quel” minore di cui concretamente tratta: è questo il grande assente delle l.g., qui se ne annida la maggiore criticità. (…) Adeguandosi, se non piegandosi – alle istanze associative più volte richiamate (che hanno ottenuto anche più di ciò che osavano chiedere), le l.g. hanno infatti fatto propria una visione desolatamente adultocentrica che – in ultima analisi – vede il minore come un bene da ripartire; a prevalere sono le ragioni della proprietà, della “roba” intesa in senso verghiano.

Emblematica in tal senso è la decisione di un padre di richiedere il “pignoramento” della figlia di 3 anni; per far valere i suoi diritti su di un essere umano quest’uomo ha scelto di servirsi di un atto di precetto, un istituto processuale per mezzo del quale un creditore può rivalersi sul proprio debitore. Si pignorano beni mobili o immobili, si pignora il conto in banca o lo stipendio, ma non si era mai sentito che qualcuno pretendesse di pignorare una bambina.

Di fronte ad atti del genere, risulta molto più chiaro come il diritto del bambino alla bigenitorialità possa diventare un’arma impropria nelle mani di genitori ancorati ad una visione arcaica della genitorialità, intesa più come patria potestà che come la recentemente introdotta responsabilità genitoriale, e nelle mani delle associazioni di cui sopra, dalle quali è imbracciata allo scopo di neutralizzare in un colpo solo le riforme mirate a rendere il minore non più solo il destinatario di politiche di assistenza, ma a tutti gli effetti un cittadino a cui vengono riconosciuti i diritti fondamentali, e quelle volte a recepire la Convenzione di Istanbul.

Una Convenzione che, secondo i “padri separati”, l’Italia non avrebbe dovuto firmare.

Credo sia urgente che tutti prendano coscienza del fatto che la prima preoccupazione di chi è chiamato a decidere del destino di un minore coinvolto in una separazione debba essere la sicurezza e il benessere di quel minore, piuttosto che il diritto dei genitori a pretendere un equa divisione del tempo fra le due figure genitoriali, soprattutto nel contesto di un paese nel quale l’equità è ancora solo un’enunciazione di principio, tenendo sempre bene a mente che un’eccessiva enfasi sul concetto di bigenitorialità costituisce un concreto pericoloso per quelle donne e quei bambini vittime di violenza domestica.

 

A proposito di Fathers’Rights Movement:

Chi sono i “papà separati”

Le politiche dei papà separati in Australia… e in Italia. Strategie a confronto.

I poveri papà separati

Dalla Francia: i papà separati, un movimento internazionale, di Patric Jean

Mascolinismo: i nuovi machos

Dall’Australia: i papà separati e la violenza contro le donne, di Michael Flood

Chi ha paurla di Paul Elam? Ovvero i papà separati degli USA di Arthur Goldwag

Dalla Gran Bretagna: fathers 4 justice, i super papà separati

Il movimento mascolinista del Quebec

Québec, Italia… una faccia e una razza

C’è del sessismo in Danimarca

Il diritto di visita del genitore abusante

La malafede delle associazioni di “difesa dei diritti dei padri”

Parità di genere?

Misoginia nel web: la vacca

Misoginia nel web: il meme

Come vengono distrutte le madri quando cercano di proteggere i loro figli

Trouble in the family court

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Wonder Woman

 

E’ al cinema in questi giorni l’attesissimo film di Patty Jenkins, che negli USA ha sbancato i botteghini.

Sebbene Repubblica, uno dei quotidiani più venduti in Italia, abbia deciso di attribuire il successo della principessa amazzone alla pervicacia di interpreti e regista nel negare ogni attinenza della pellicola col femminismo (dimostrando che la stampa mainstream, quando si tratta di scrivere di questioni di genere, si rivolge a women against feminism convinte che se pronunci “femminismo” per tre volte davanti allo specchio sarai perseguitata/o fino alla morte dallo spettro infuriato di una suffragetta brutta e grassa uccisa dall’astinenza sessuale), Gal Gadot, che interpreta la protagonista, ha dichiarato:

“Wonder Woman is a feminist, of course,”

una frase che a mio avviso non denota reticenza.

Nonostante le esplicite dichiarazioni di intenti, il dibattito è accesissimo: Wonder Woman è femminista? Non è femminista?

Così, senza nessunissimo spoiler, provo a dire la mia.

Negli ultimi 10 anni Hollywood ha prodotto ben 55 film tratti dai fumetti. Escluso Wonder Woman, sapete quanti hanno avuto come protagonista una donna?

Zero.

L’ultimo film dedicato ad un’eroina risale infatti al 2005; la protagonista era Elektra e fu un terribile fiasco, ma, considerato che si trattava dello spin off di Daredavil, non possiamo non chiederci a chi sia venuto in mente di proseguire sulla scia di un’opera universalmente considerata il punto più basso della carriera di Ben Affleck.

Molti sostengono che questo genere di cinema non sia “roba da femmine”, citando i disastrosi incassi di Elektra e Catwoman, ma, come dimostra proprio Daredevil, non basta che il protagonista di un film indossi una calzamaglia e combatta contro il male per ottenere un successo. A tale proposito potremmo citare l’Hulk di Ang Lee del 2003, che, costato 137 milioni di dollari, ne incassò solo 132, o Superman Returns, che fece perdere alla produzione 70 milioni di dollari, o Green Lantern, che invece ne fece perdere ben 84.

Per farla breve: è opinione comune che se un supereroe non è bene accolto dal grande pubblico si è trattato solo di un brutto film, ma se una supereroina non incassa è perché l’idea di una donna che salva il mondo è semplicemente ridicola, più ridicola di un alieno che indossa delle mutande rosse sopra una tutina attillata.

Per questo motivo, e solo per questo motivo, Wonder Woman è un film femminista; non perché si occupa di denunciare il maschilismo nei suoi aspetti più abietti o perché affronta i temi più cari a chi lotta per l’emancipazione femminile – aborto, stupro, violenze coniugali, maternità, diritti civili – ma semplicemente perché ci offre un immaginario più vario di quello che il patriarcato ha sempre dipinto, un mondo nel quale anche una donna può indossare un ridicolo costume, respingere le pallottole a mani nude, scagliare in aria energumeni, sollevare carri armati, insomma fare quello fanno tutti i supereroi: incarnare la nostra frustrazione di fronte ad un mondo che con i suoi orrori ci fa sentire piccoli e vulnerabili e trasformarla in due ore di spettacolo di fronte al quale possiamo tornare bambini e immaginarci incredibilmente potenti.

Perché questo tipo di divertimento non ha sesso. Al massimo, è una questione di gusti personali.

Mi piace pensare che un domani, sull’onda del successo di questo film e dei sequel che di certo non mancheranno, come tanti anni fa io chiesi per regalo il pupazzo del grande Mazinga Z anche se a guidarlo era un uomo, un bambino possa infilare nella sua lista dei desideri una bambola Wonder Woman, senza nessun timore di essere redarguito o preso in giro.

Quel giorno nessuno sentirà il bisogno di dire, nel momento in cui dovrà recensire un film diretto da una donna che ha per protagonista una donna: “non vi preoccupate, non è un film femminista”.

E sarà un gran bel giorno.

 

A proposito di eroine:

Dov’è Rey?

 

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E’ impossibile considerare la gestazione alla stregua di un lavoro o di un servizio

E’ impossibile considerare la gestazione alla stregua di un lavoro o di un servizio, come il servizio militare. Si aggredisce più in profondità la vita di una donna imponendole il parto, che subordinando a ferrei regolamenti le normali occupazioni dei cittadini: nessuno Stato ha mai osato istituire il coito obbligatorio. (…) Non si possono costringere le donne a partorire: tutto ciò che si può fare è imprigionarle entro situazioni in cui la maternità sia per lei l’unica via d’uscita: la legge o i costumi le impongono il matrimonio, si vietano le misure antifecondative e l’aborto, si proibisce il divorzio. (…) Non è possibile considerare la donna solo una forza di produzione (…) Il rapporto sessuale che unisce la donna all’uomo non è lo stesso ch’egli ha con lei; il legame che la unisce al figlio è irriducibile ad ogni altro. (…) Rivendicare per lei tutti i diritti, tutte le possibilità dell’essere umano in generale, non significa che non si debbano avere occhi per il suo problema speciale. E per conoscerlo, bisogna andare oltre il materialismo storico che vede nell’uomo e nella donna soltanto delle entità economiche.

Simone De Beauvoir, “Il secondo sesso” (pag. 76-77, Il Saggiatore, 2008)

In questi giorni su facebook impazza la polemica attorno ad un comunicato stampa di Arcilesbica Nazionale, accusato di “sostenere chi predica odio” (come si può leggere qui) e di aver scelto “la via più facile e mediaticamente più efficace, attraverso i social network, per inasprire la polemica e cercare visibilità“, screditando così “chi la pensa diversamente” ed “ergendosi a detentori e detentrici della verità o del vero femminismo” (scrivono Beatrice da Vela e Benedetta Pintus).

Quest’ultima accusa, a mio avviso, è ancora più pesante di chi associa Arcilesbica Nazionale a Mario Adinolfi e alle truppe del Family Day: quello che si sostiene è che l’interesse di Arcilebica non nasca – come affermato nel comunicato – dal sincero desiderio di sollecitare “un reale dibattito culturale, che tenendo presenti tutte le opinioni in campo,” chiarisca “i veri termini del conflitto” in materia di maternità surrogata, bensì dalla volontà di strumentalizzare “quello che potrebbe e dovrebbe essere un dibattito per affossare la fazione opposta“; è un gioco di potere”, leggiamo su Pasionaria.it, che Arcilesbica Nazionale, con grande cinismo, starebbe giocando sui corpi delle donne.

Quest’ultima accusa è molto comune nei dibattiti attorno a qualsiasi tema e svolge una funzione importantissima: sposta l’attenzione di chi legge dall’argomento oggetto del conflitto – in questo caso la maternità surrogata – ad uno dei soggetti che si esprime nel dibattito e alle sue recondite motivazioni.

Inoltre, è un’accusa alla quale non si può ribattere in alcun modo: come diamine potrebbe un soggetto mostrare quali sono le “reali intenzioni” che muovono le sue azioni? Ciò che si può vedere sono solo le azioni, le motivazioni sono invisibili a chiunque non sia il soggetto che agisce.

Questo genere di accuse è perciò estremamente frustrante per chi le riceve.

Lo so perché io le ricevo piuttosto spesso.

Andiamo a vedere nel dettaglio cosa scriveva su facebook Arcilesbica Nazionale il 24 maggio:

“COMUNICATO STAMPA

UTERO IN AFFITTO/AI PRIDE SI EVITI LA PROPAGANDA E SI PROMUOVA UN VERO CONFRONTO

Inizia la straordinaria stagione dei Pride 2017 che in Italia porterà i colori del Rainbow a sfilare o essere presenti in oltre 20 città. Grandi e piccoli capoluoghi del nostro paese saranno attraversati dalla festa dell’Orgoglio lgbtiqa, che racconta quanti passi in avanti si siano fatti lungo gli ultimi decenni, soprattutto con l’emersione dalla clandestinità sociale di milioni di persone.

I Pride sono per chi vi partecipa anche percorsi di riflessione e elaborazione prima della sfilata finale. Da sempre la comunità lgbtiqa produce obiettivi che ci accomunano, come pure differenze di opinione, in particolar modo su temi di conflitto politico e culturale.

Abbiamo letto che sulla Gestazione per Altri in alcuni documenti approvati dai Comitati organizzatori dei Pride si esprime una forte critica nei confronti di chi è contrario/a all’utero in affitto, mettendo in dubbio la coerenza di chi ha difeso negli anni passati la autodeterminazione delle donne.

Si tratta di giudizi e soprattutto di pregiudizi che suscitano stupore, soprattutto perché non è stato finora mai possibile un reale dibattito culturale, che tenendo presenti tutte le opinioni in campo, chiarisse i veri termini del conflitto.

Liquidare in poche battute una questione che trasversalmente sta provocando confronti appassionati, preclude la possibilità che il libero pensiero continui ad essere una delle caratteristiche fondanti del movimento e della comunità lgbtiqa italiana.

Nel dichiararci parte integrante della comunità lgbtiqa e/o del movimento delle donne e coerentemente avversari/e dell’assoggettamento, sia tradizionale sia neoliberale, della vita umana, ribadiamo che la maternità non può essere mercificata, né un figlio può essere donato, se non ledendo il diritto preminente delle bambine e dei bambini di mantenere, là dove c’è, una relazione stabile con la madre.

Siamo come sempre disponibili a confronti pubblici aperti e approfonditi sul tema.”

Una critica che ho letto riguarda proprio il titolo, che principia con “Utero in affitto”.

Prima ancora del contenuto è la scelta lessicale, ha replicato Rossana Praitano,  a sancire il “suicidio politico fulminante” di Arcilesbica Nazionale; aggiunge Praitano:

“Usare in questo caso, con puntualità e senza remore, ‘le parole del nemico’ significa appropriarsene, condividerne lo spirito, contribuire alla strategia della confusione e dello scandalo, allearsi con esso.”

La tesi è questa: siccome l’espressione viene utilizzata dai nemici della comunità LGBT (parliamo di Adinolfi & Co, immagino) ed accuratamente evitata da chi è favorevole ad una regolamentazione della GPA commerciale, sceglierla significa “allearsi con il nemico”.

“Utero in affitto” è considerata un’espressione dispregiativa, secondo me, perché pone l’accento sull’aspetto “economico” del fenomeno. La parola “affitto”, infatti, rimanda immediatamente al pagamento, al denaro, un aspetto che chi usufruisce della surrogacy descrive come del tutto marginale.

A prescindere da fatto che la GPA venga formalmente retribuita o no, si preferisce usare la parola “dono”, un termine, a mio avviso, estremamente inappropriato; come ci dicono gli studi da Marcel Mauss in avanti, sebbene il dono presupponga l’obbligo della reciprocità, questa è una cosa molto diversa dallo scambio mercantile. Il dono neccessita della gratuità del dare per svolgere la sua funzione di rafforzamento dei legami sociali fra chi dona e chi riceve, una funzione che non è svolta dalla gestazione per altri, visto che – ce lo dicono i suoi stessi sostenitori – essa serve a “fare le famiglie” (famiglie dalle quali la gestante è esclusa; non per nulla le surroganti sono associate alle supereroine, personaggi che sacrificano la loro felicità personale allo scopo di salvare l’umanità, per poi rintanarsi nell’oblio dell’identità segreta).

Mi domando: il fatto che io sia critica nei confronti dell’utilizzo della parola “dono” o nei confronti di espressioni come “il dono della vita” (“donare un bambino” non viene mai detto, fateci caso; secondo me perché implicherebbe una deumanizzazione dello stesso, piuttosto che una lesione del “diritto ad avere una madre”, come denuncia invece Arcilesbica Nazionale), e ritenga molto meno ipocrita l’espressione “utero in affitto”, mi rende automaticamente un’alleata degli estremisti del Family Day?

Come ho scritto qui, tutta la retorica del dono associata alle donne e al loro “potere” di farsi strumento della vita e quindi portatrici di felicità, un potere associato alla “naturale” cacità di farlo mosse esclusivamente dall’altruismo, è presente in chi promuove la gestazione per altri negli stessi termini in cui è presente fra i cattolici che la contestano: “noi siamo quelle che danno la vita, biologica e non. Noi siamo quelle che aiutano la vita quando è più debole” tuona dal suo blog Costanza Miriano, riferendosi al ruolo delle donne nel mondo.

Questa coincidenza nelle scelte lessicali rende i favorevoli ad una depenalizzazione della maternità surrogata in qualche modo “alleati” di Costanza Miriano?

Direi proprio di no. La questione è molto più complessa di così.

Ma andiamo avanti nella lettura del comunicato.

Se Pasionaria.it accusa Arcilesbica Nazionale di aver voluto “rinfocolare una polemica” allo scopo di guadagnare in visibilità e quindi ottenere un qualche potere, le motivazioni addotte da Arcilesbica sono diverse:

“Abbiamo letto che sulla Gestazione per Altri in alcuni documenti approvati dai Comitati organizzatori dei Pride si esprime una forte critica nei confronti di chi è contrario/a all’utero in affitto, mettendo in dubbio la coerenza di chi ha difeso negli anni passati la autodeterminazione delle donne.”

Il comunicato stampa sarebbe dunque una risposta pubblica ad alcuni documenti “approvati dai Comitati organizzatori dei Pride” nel quali è sancita l’incompatibilità di una posizione ostile alla regolamentazione della maternità surrogata con la difesa dell’autodeterminazione delle donne; uno di questi documenti (se ne parla in un post successivo al comunicato) denuncia

una indegna alleanza tra le forze reazionarie e alcuni esponenti del mondo politico-culturale che rivendicano per sé anni di impegno sul fronte dell’emancipazione delle donne. È quanto accaduto, in particolare, con le polemiche riguardanti la gestazione per altri, alimentate da persone che se in passato hanno combattuto in difesa della libertà di autodeterminazione delle donne, al contrario oggi pretendono di limitarla, finendo con il tendere pericolosamente la mano a quello stesso patriarcato per anni avversato“.

Il documento politico cui Arcilesbica Nazionale fa riferimento si può leggere qui; questo documento, stilato prima del comunicato stampa di Arcilesbica Nazionale e altrettanto pubblico, parlando di gestazione per altri si arroga il diritto di stabilire cosa sia “vero femminismo“, puntando il dito contro “inaspettati alleati” del patriarcato che mirano a limitare la libertà della donna.

Inaspettati davvero, visto che fra essi troviamo anche Simone De Beauvoir.

Di fronte a giudizi tanto perentori, Arcilesbica Nazionale ha sentito il bisogno di replicare invitando pubblicamente tutti i partecipanti al Pride ad un confronto più rispettoso del libero pensiero:

Liquidare in poche battute una questione che trasversalmente sta provocando confronti appassionati, preclude la possibilità che il libero pensiero continui ad essere una delle caratteristiche fondanti del movimento e della comunità lgbtiqa italiana.

Alla luce della successione cronologica degli eventi, trovo ingiusto – a prescindere dalla mia personale posizione sulla maternità surrogata – accusare Arcilesbica Nazionale di aver voluto “rinfocolare” o “inasprire il dibattito”, perché il dibattito era già piuttosto aspro.

E’ altrettanto ingiusto accusarla, essendosi definita “parte integrante della comunità lgbtiqa e/o del movimento delle donne”, di voler parlare “a nome di tutta la comunità lgbti e di tutti i movimenti femministi, rappresentati falsamente come blocchi monolitici“.

Quella di Arcilesbica Nazionale mi sembra a tutti gli effetti una risposta a chi, nello stilare un documento ufficiale e pubblico, ha voluto escludere dalla comunità lgbti e dai movimenti femministi tutti coloro che assumono una posizione critica nei confronti della riduzione della gestazione ad un lavoro o un servizio.

Ringrazio pertanto Arcilesbica Nazionale per il comunicato stampa, al quale mi associo ribadendo che la maternità non dovrebbe essere mercificata.

 

Il perché l’ho scritto qui:

Il corpo della madre surrogata

Perché essere critici nei confronti della surrogacy non significa essere omofobi

Surrogacy e povertà

Di surrogacy, amore e sacrificio

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Femminismo punitivo

Recentemente ho scoperto una nuova corrente di pensiero, che, a quanto leggo in giro, riscuote un certo successo e che sostiene l’esistenza di un “femminismo punitivo”, tutto proteso alla creazione di “centinaia e centinaia di divieti nel fare qualcosa, nel produrre qualcosa, nell’usare qualcosa al fine di proteggere il genere femminile” (cito un commentatore intervenuto in un dibattito sulla mia pagina facebook).

A proposito di “femminismo punitivo” circola in rete un articolo di Tamar Pitch, il quale non mi ha granché chiarito le idee in proposito.

L’autrice apre la discussione introducendo il concetto di “populismo penale”, un’espressione usata da penalisti e criminologi per indicare l’idea di un diritto penale finalizzato al (o comunque condizionato dal) perseguimento di obiettivi politici a carattere populistico.

Quando si allude al fenomeno, generalmente ci si riferisce a esponenti politici (nel ruolo di parlamentari, sindaci, governatori regionali ecc.) che pongono al centro del loro impegno o del loro programma di governo, innanzitutto sul piano simbolico e della comunicazione pubblica, la lotta alla criminalità o la difesa della legalità, con discorsi volti ad alimentare i timori più irrazionali, eventualmente occultando le statistiche che documentano cali della criminalità, al solo fine di riscuotere consensi a buon mercato.

Tamar Pitch, però nel suo articolo non si dilunga troppo nelle spiegazioni, limitandosi ad informarci che “il richiamo alla sicurezza e le relative politiche sono da anni al centro dei dibattiti e delle analisi scientifiche” e che “le conseguenze drammatiche sia sul piano culturale e simbolico che su quello pratico di questo cosiddetto punitive turn sono state ampiamente illustrate e dimostrate“.

A questo punto introduce il “femminismo punitivo”, ovvero il moltiplicarsi di richieste, da parte di movimenti di donne che al femminismo esplicitamente si richiamano, di introduzione di nuovi reati, in nome della tutela dell’incolumità e della dignità delle donne”, a tale proposito citando come esempio “la riforma della legge contro la violenza sessuale” e denunciando “la legittimazione che queste richieste forniscono alle politiche sicuritarie”.

Quali sarebbero le “politiche securitarie” scaturite dalla legge 15 febbraio 1996, quella che ha riformato il reato di violenza sessuale, spostandolo dal titolo IX del codice penale intitolato “Dei delitti contro la moralità pubblica e contro il buon costume” e trasformandolo in un delitto contro la libertà personale?

Pitch non lo dice, ma io vi posso citare il volume di Anna Simone “I corpi del reato. Sessualità e sicurezza nella società del rischio Mimesis, Milano, 2010, nel quale l’autrice, parlando di violenza sulle donne, evidenzia il fatto che se le violenze vengono praticate per la maggior parte da familiari, affini o conoscenti, il dato viene occultato allo scopo di procedere ad un processo di “criminalizzazione indistinta degli uomini immigrati in relazione agli stupri” e alla “strumentalizzazione del corpo femminile usato per legittimare la recrudescenza delle politiche securitarie”. (p. 47)

Si può affermare che alla radice di questa tendenza a strumentalizzare il corpo della donna ci sono gli articoli di legge sulla violenza sessuale introdotti dalla riforma del ’96?

Francamente, io non credo.

Non lo si può affermare per il semplice motivo che il tema della violenza sessuale contro le donne ad opera di individui di un altra “razza” è un topos della propaganda razzista in ogni tempo e in ogni luogo e le ragioni non sono da ricercare nelle norme.

Questa è la copertina della rivista “La difesa della razza”, anno II, n. 11, del 5 aprile 1939: la riforma della legge contro la violenza sessuale arriverà quasi 60 anni dopo.

Considerare responsabili di legittimare “politiche securitarie” quelle femministe cha hanno fortemente voluto la riforma della legge contro la violenza sessuale mi sembra a tutti gli effetti una forzatura: come ha scritto anche Massimo Lizzi a proposito di questo articolo, qualunque norma, a prescindere dalle criticità intrinseche e dalla condotta sanzionata, può essere strumentalizzata.

Affinché ciò accada, a mio avviso, è sufficiente la volontà di chi è intenzionato a strumentalizzare.

Mi ha molto colpito l’accenno alla riforma della legge sulla violenza sessuale, come pure quello alle “guerre umanitarie per liberare le donne dal burka“, guerre condotte nel “nome della tutela delle donne e dei loro diritti umani”.

Chi non ricorda il discorso di Laura Bush, dopo l’11 settembre?

“We respect our mothers, our sisters and daughters. Fighting brutality against women and children is not the expression of a specific culture; it is the acceptance of our common humanity — a commitment shared by people of good will on every continent. Because of our recent military gains in much of Afghanistan, women are no longer imprisoned in their homes. They can listen to music and teach their daughters without fear of punishment. Yet the terrorists who helped rule that country now plot and plan in many countries. And they must be stopped. The fight against terrorism is also a fight for the rights and dignity of women.”

E chi le ha creduto? Chi, a dispetto di tutti i suoi sforzi di accreditarsi come femminista, ha davvero associato Laura Bush al femminismo?

Come scrisse Katharine Viner in un articolo del 2002, portando ad esempio Lord Cromer, console britannico in Egitto dal 1883 al 1907: they used the language of feminism to acquire the booty of the colonies.

Bush, come Cromer prima di lui – potremmo definirli populisti in cerca di facili consensi – hanno strumentalizzato il femminismo solo per acquisire colonie, dimostrando, in patria, di non avere alcun sincero interesse nell’emancipazione femminile.

Ma qual è il nesso fra tutto questo e il “femminismo punitivo”?

Io non riesco proprio a vedere l’analogia fra la guerra preventiva di Bush e gli esempi di “femminismo punitivo” che l’autrice ci porta, ovvero “la richiesta di introduzione, anche in Italia, del cosiddetto modello nordico di gestione della prostituzione (criminalizzazione dei clienti) e della richiesta di introduzione di un “reato universale” di maternità di sostituzione“.

Se Bush ha strumentalizzato il femminismo con intenti imperialistici, chi ha un approccio abolizionista al fenomeno della prostituzione chi o cosa vorrebbe conquistare?

Potete anche farmi un disegno, per chiarirmelo.

Inoltre la surrogacy, ovvero chiedere ad una donna di portare in grembo un figlio non suo, in Italia è già illegale e certo non grazie ad un “femminismo punitivo”.

Che cosa sia un “reato universale” non lo so, sono ignorante, illuminatemi.

L’unica pena che questo “femminismo punitivo” verrebbe a creare è quindi la punizione dell’acquisto di prestazioni sessuali (che, ad esempio in Francia, prevede una multa e l’obbligo di seguire lezioni in materia di prostituzione).

Descrivere questa posizione come una “riduzione di tutta la politica a politica criminale”, mi sembra nient’altro che un’iperbole o un discorso volto ad alimentare un timore del tutto irrazionale: che vi siano in circolazione branchi di femministe ansiose di ingaggiare una “guerra non dichiarata a parti consistenti della popolazione” a colpi di “carcerazioni massa“.

Senza entrare nel merito di entrambe le questioni (surrogacy e prostituzione) – perché l’ho già fatto altrove e perché il post diventerebbe troppo lungo – concludo dicendo che questo articolo mi ha molto, molto amareggiata.

Soprattutto per l’ultimo paragrafo, quello nel quale si attribuisce alla “guerra alla droga” la responsabilità del femminicidio:

“Ciò che forse è meno noto nei nostri paesi è quanto la cosiddetta guerra alla droga sia responsabile della intensificazione e generalizzazione della violenza, degli omicidi, delle sparizioni forzate, della repressione dei popoli indigeni e della distruzione delle loro risorse economiche sociali e culturali, della frammentazione e repressione delle lotte sociali, e, non da ultimo, del femminicidio, vera e propria guerra contro e sul corpo delle donne.

Pensavo di averle sentite tutte.

E invece mi mancava di sentire che la causa del femminicidio è la “guerra alla droga”.

 

Sullo stesso argomento:

Del femminismo-punitivo

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Annelise

 

(fonte dell’immagine)

Una traduzione da 19 YEAR-OLD SUES FOR DEPRIVATION OF CIVIL RIGHTS

Minnesota: una diciannovenne intenta una causa contro il padre, le contee Hennepin e Carver, gli assistenti sociali, i tutori legali e gli avvocati [coinvolti nel suo caso] chiedendo un risarcimento di $ 240 milioni per essere stata deprivata dei suoi diritti civili.

Annelise Rice, giocatrice di hockey alla UND e diplomata alla Minnetonka High School, ha sporto denunciaa il 17 marzo 2017 presso il tribunale federale del Minnesota, sostenendo che i suoi diritti civili sarebbero stati violati dal pedestre intervento delle istituzioni, le quali avrebbero abusato del proprio potere, nella relazione madre-figlia. (azione civile n. 17-cv-796 ADM / HB).

Il padre di Annelise, Brent Rice, direttore della filiale alla Merrill Lynch di Wayzata, è un imputato nella causa. I dipendenti della contea di Hennepin (Michael Borowiak, Jolene Lukanen, Michael Garelick, Richard Witucki, Judith Hoy, Jean Peterson) e Carver County (Nicole Mercil, Bethany Koch, Sarah Kulesa, Brenda K. Dehmer, Carole Cole) e l’avvocato di Brent Rice, Cory D. Gilmer, sono elencati tra i diciotto dei convenuti. Gli imputati comprendono anche i tutori legali appartenenti alla Corte, gli assistenti sociali e gli avvocati che sono stati coinvolti nella valutazione della causa per l’affido e nei procedimenti CHIPS (Child in Need of Protection or Services) per Annelise Rice. I procedimenti sono iniziati nella contea di Hennepin e sono stati trasferiti alla contea di Carver quando la famiglia si è trasferita.

I giudici, gli avvocati e gli assistenti sociali non godono più di un’immunità assoluta e possono essere ritenuti responsabili delle azioni che danneggiano i diritti costituzionali, anche se compiute nell’esercizio delle loro funzioni.

Questo caso è estremamente insolito a causa della grande quantità di imputati coinvolti. L’accusa è di aver cospirato per negare ad Annelise di essere ascoltata in tribunale e di averle deliberatamente inflitto un disturbo emotivo mentre era ancora minore; gli accusati avrebbero interferito con il diritto costituzionale di Annelise ad un rapporto con la madre e quattro fratelli, provocando enorme stress e difficoltà.

Annelise chiede al tribunale un importo sufficiente a dissuadere gli imputati e chiunque operi in posizioni analoghe dall’impegnarsi in futuro in questa violenta condotta. Molti casi di negligenza da parte dei servizi sociali hanno messo a rischio giovani vite. I servizi sociali, i tutori legali, gli avvocati e i giudici devono essere considerati responsabili per evitare ulteriori negligenze, abusi e morte dei bambini posti sotto la protezione delle istituzioni. Questa causa potrebbe trasformarsi in una class action, a causa della gran quantità di famiglie che sono state maltrattate in questo modo.

Dalla nota di The Women’s Coalition:

La mamma di Annelise, Caroline, è passata dall’essere una madre a tempo pieno a perdere la custodia dei suoi cinque figli. Quando il padre ha deciso di portare via i ragazzi alla sua ex, sono entrati in gioco i funzionari del Tribunale, guidati dal giudice Richard Perkins, che l’hanno reso possibile. Il padre ha ottenuto l’affido esclusivo, anche se i bambini avevano testimoniato di aver subito terribili abusi fisici da parte sua.

Ad un certo punto, Annelise è scappata da suo padre ed è fuggita in Canada con sua madre, ma sono state catturate e Caroline messa in prigione. Caroline è stata imprigionata tre volte nel corso dei suoi molti tentativi di proteggere i suoi figli ed è stata tormentata affinché desistesse.

Il giudice Perkins ha presieduto la causa di Caroline per “rapimento”, un chiaro conflitto di interessi, e lei, non sorprendentemente, è stato condannata. Ma il tribunale di appello ha annullato la sentenza, citando [nella motivazione] la manipolazione del caso da parte del giudice Perkins, inclusa l’esclusione delle prove degli abusi compiuti dal padre. Così c’è stato un giusto processo per Caroline a livello di appello, il che è inusuale.

Per approfondire:

la testimonianza di Lauren Elizabeth Rice, sorella di Annelise

l’appello di The Women’s Coalition all’Onu.

la Battered Mothers Custody Conference che ha avuto luogo ad Albany nel 2016

il caso Tsimhoni, per il quale la Giudice Lisa Gorcyca è stata giudicata colpevole di cattiva condotta professionale

 

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Andate a lavorare

Come avevo immaginato, la sentenza della Cassazione n. 11504 depositata il 10 maggio 2017, alla quale si è esultato al grido di “rivoluzione!”, ha scatenato il risentimento contro le donne.

Parassite, streghe, furbette… Delle donne è stato detto questo ed altro.

Tutto è andato secondo copione e non poteva andare diversamente, considerato che la notizia è stata diffusa così:

Addio al mantenimento per gran parte delle ex” è una frase che presuppone che tutte le ex mogli italiane usufruiscano di quel contributo economico atto a consentire loro “il medesimo tenore di vita goduto in costanza di matrimonio“, e il fatto che negli articoli sull’argomento sia stata citata la legge sul divorzio del 1970 (del tutto a sproposito, visto che quella rimane immutata e che il suddetto criterio si debba, da quel che ho capito, ad una sentenza di venti anni dopo) presuppone che tutte le ex mogli italiane godano di questo “privilegio” da quasi 50 anni.

A rafforzare quest’idea – del tutto infondata – c’è stata anche la frase della sentenza riportata da chiunque abbia voluto commentarla:

bisogna «superare la concezione patrimonialistica del matrimonio inteso come “sistemazione definitiva”».

Quelle che si vogliono “sistemare”, ovviamente, sono le donne – le parassite, le furbette – le quali, a leggere i giornali, negli ultimi 50 anni non avrebbero fatto altro che sposarsi con l’unico intento di scucire un cospicuo assegno divorzile al povero marito che lavora dalla mattina alla sera fino a consumarsi la salute.

[Per la cronaca: i vitalizi, quelli che permettevano ai Parlamentari di incassare fino a cinque volte quanto versato di contributi, sono stati aboliti alla fine del 2011.]

Mi piace questo commento: il matrimonio è per le donne quello che la politica è per gli uomini.

Alla fine, come direbbe Battiato, di troie stiamo parlando.

Che una donna italiana abbia potuto, negli ultimi 50 anni, mettere a segno un colpo alla Catherine Zeta-Jones, conquistandosi un patrimonio senza neanche consumare per poi goderselo con le amiche (mentre lo sventurato ex marito si strugge in mezzo ad una strada) è impossibile, tenendo conto di quello che davvero si intendeva con il citerio del quale tutti hanno festeggiato la dipartita.

Come potete leggere qui, “il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio” costituiva solo il tetto massimo che l’assegno avrebbe potuto raggiungere, una somma da ricalibrare (fino al punto di azzerarla del tutto, volendo) sulla base degli altri parametri stabiliti (questa volta si) dalla legge:

  • le condizioni dei coniugi
  • le ragioni della decisione
  • il contributo personale ed economico dato da ciascun coniuge alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio personale o comune durante il matrimonio
  • i redditi di entrambi
  • la durata del matrimonio

Di fatto, le donne alle quali viene assegnato un’assegno divorzile sono una minoranza: a pag.14, potete consultare le cifre ISTAT per l’anno 2015.

Sul totale delle separazioni, il 10% ha previsto un assegno divorzile al coniuge (solo al coniuge), mentre il 10,5% un contributo che cumula l’assegno divorzile e il mantenimento dei figli. Il 33,9% delle separazioni ha previsto solo il mantenimento per i figli. Quindi, sul totale delle separazioni, a ricevere un assegno divorzile in sede di separazione sono state il 20,5%  delle ex mogli (meno di quelle del 2009, che erano il 21,9% e che avevo citato nel mio precedente post).

Di questo un quinto delle donne separate che ha goduto dell’assegno, a quante è stato garantito quel tetto massimo corrispondente al “tenore di vita goduto in costanza di matrimonio”?

Le statistiche non ce lo dicono, ma che siano tutte non lo credo.

Quello che spero sia chiaro è che il numero delle “parassite” per le quali “è finita la pacchia” sono molte meno di quelle che la stampa ha voluto dare ad intendere.

Per chi cambieranno (forse) radicalmente le cose da adesso in poi?

Forse per le donne povere che si separano da uomini molto, molto ricchi. Quindi, immagino, per pochissime donne.

E per alcune delle donne che si troveranno ad affrontare una separazione dopo un matrimonio molto, molto lungo.

Tutte quelle donne che hanno effettivamente dato un sostanzioso “contributo personale” (anche se non economico in senso stretto, cioè portando una busta paga a casa) “alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio personale o comune” – magari lavorando senza retribuzione alcuna come segretarie nello studio del marito (io ne conosco diverse che lo fanno), o lavorando in nero nell’azienda familiare, o semplicemente in quanto casalinghe, sollevando i mariti della stragrande maggioranza degli oneri domestici e di cura – donne, insomma, che non hanno mai avuto e non hanno mai pensato di accumulare un patrimonio personale, si ritroveranno con un reddito minimo, appena in grado di garantire loro di “restare in piedi“.

Per queste donne, possiamo lottare affinché il loro concreto contributo alla famiglia e alla società tutta (vi ricordo che la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 28 del 1995, ha affermato l’equiparabilità del lavoro effettuato all’interno della famiglia alle altre forme di lavoro, sottolineandone “il suo valore sociale ed anche economicoe gli “indiscutibili vantaggi che ne trae l’intera collettività” – l’intera collettività, cioè tutti noi) venga riconosciuto e non vengano lasciate sole a rubare formaggio al supermercato.

Perché quel lavoro lo hanno già svolto e non possono tornare indietro.

Mentre, per ciò che riguarda chi ancora non è sposato, vorrei in tutta sincerità dare un consiglio a quelle giovani donne che guardano su Real Time tutti quegli agghiaccianti programmi sul matrimonio: non ci pensate neanche.

Se oggi vi chiama amore, è molto probabile che domani vi chiamerà parassite, streghette e furbette soltanto perché, a causa di una gravidanza (della quale, per inciso, è un po’ – ma solo un po’ – responsabile anche lui) , avete perso il lavoro.

La parità non la può certo garantire la Cassazione con questa sentenza, e se volete arrivare alla vecchiaia senza rubare al supermercato lo potete fare solo senza la zavorra di un uomo che vi inganna pubblicando su internet vignette contro le femministe che non sanno cos’è l’uguaglianza, e poi a casa si lamenta perché la camicia non è stirata e la mattina, nell’acquaio, ci sono i piatti sporchi della sera prima.

Non vi sposate, non vi fidanzate, non sognatevi neanche di programmare qualcosa di lontanamente simile alla famiglia.

Ci sono tante altre cose meravigliose ed interessanti che potete fare.

E’ solo un consiglio.

 

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La rivoluzione

La notizia è rimbalzata su tutte le principali testate.

“E’ rivoluzione”, tuona il Corriere,

La Cassazione ha cambiato il criterio per riconoscere l’assegno al coniuge economicamente più debole e ha ritenuto che non sia più possibile valutare come parametro il tenore di vita dei coniugi goduto in costanza di matrimonio (…) Viene spazzato via un principio sancito nel 1970 dalla legge 898 che ha introdotto il divorzio in Italia. Si tratta quindi di un terremoto giurisprudenziale“.

Anche Ansa ci informa che si tratta di una vera e propria “Rivoluzione copernicana della Cassazione sull’assegno di divorzio”:

 

Repubblica si allinea inserendo la parola “rivoluzione”:

In Italia le sentenze della Cassazione non hanno il potere di “spazzare via” le leggi dello Stato.

Ma soprattutto, la nominata legge 898 del 1970 non cita il principio che tutti questi articoli descrivono come “spazzato via”.

Se andiamo a leggere il testo della legge sul divorzio, infatti, “il tenore di vita dei coniugi goduto in costanza di matrimonio” non compare affatto:

“Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive.”

I criteri enunciati sono:

  • le condizioni dei coniugi
  • le ragioni della decisione
  • il contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune
  • il reddito di entrambi.

Inoltre, tutti questi criteri vanno valutati in rapporto alla durata del matrimonio.

Se andiamo a guardare le statistiche relativa all’assegno divorzile al coniuge, tra l’altro, scopriamo una tendenza interessante: le separazioni che si concludono con l’assegno di mantenimento al coniuge (di solito, il marito alla moglie) sono 1 su 5 (21,1% dei casi nel 2009). In 4 casi su 5 nessuno dei due coniugi si deve niente.

Cito testualmente dall’articolo de La ventisettesima ora del Corriere: “Da tempo i giudici sempre meno riconoscono un assegno di mantenimento alla moglie, neppure nel caso in cui sia casalinga. Se è in età da lavoro, in nome della parità, si dice che deve attivarsi.”

Tempo fa avevamo parlato di questa tendenza dei Tribunali a non tenere troppo da conto delle oggettive disparità di reddito dei separandi, a proposito di una sentenza che recitava

“l’assegnazione della casa coniugale a uno dei due coniugi viene effettuata dal giudice non come misura assistenziale per chi, dei due, è economicamente più debole, ma solo come tutela dei figli“.

La tutela dei figli: ecco la chiave.

Perché sapete dove compare l’espressione “tenore di vita”?

Nelle norme che regolano l’assegno di mantenimento per la prole.

Nell’ambito dei giudizi di separazione e divorzio, l’articolo 155 così dispone:

Salvo accordi diversi liberamente sottoscritti dalle parti, ciascuno dei genitori provvede al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito; il giudice stabilisce, ove necessario, la corresponsione di un assegno periodico al fine di realizzare il principio di proporzionalità, da determinare considerando:

  1. le attuali esigenze del figlio;
  2. il tenore di vita goduto dal figlio in costanza di convivenza con entrambi i genitori;
  3. i tempi di permanenza presso ciascun genitore;
  4. le risorse economiche di entrambi i genitori;
  5. la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore.

L’assegno è automaticamente adeguato agli indici ISTAT in difetto di altro parametro indicato dalle parti o dal giudice.

Si parla di “tenore di vita goduto dal figlio”, non della moglie.

In altri termini: la tanto strombazzata “rivoluzione” è una bufala.

Non c’è stata nessuna rivoluzione, nessun principio “spazzato via”, nessun “terremoto giurisprudenziale”, come si può leggere in questo articolo del 2015, dal quale cito testualmente:

Una recente sentenza della Cassazione [Cass. sent. n. 11870/2015] risulta particolarmente interessante perché segna uno spartiacque tra le situazioni in cui vi è effettiva situazione di bisogno della donna – situazioni in cui l’assegno di mantenimento assume una valida giustificazione – e altre invece in cui lo stato di bisogno è solo il frutto del capriccio e della pigrizia – nel cui caso, invece, il mantenimento va negato -. In particolare, l’inversione di rotta segnata dalla Suprema Corte (rispetto a un passato non troppo recente) consiste nell’affermare che la donna giovane, in grado di lavorare e, quindi, di reperire con la propria attività quel reddito necessario a mantenere lo stesso tenore di vita di cui godeva durante il matrimonio, non ha diritto ad alcun mantenimento. E ciò anche se, durante l’unione, svolgeva mansioni di casalinga.

Quella che era una mera interpretazione della norma fornita dalla Cassazione (non un principio sancito per legge), insomma, già da diversi anni è oggetto di discussione e rimaneggiamenti, tanto che le donne che ricevono un’assegno divorzile sono un’esigua minoranza.

Cosa c’è tanto da strombazzare? E perché?

La mia personale opinione – che conta come il due di bastoni quando la briscola è denari – è che l’intento sia rinforzare, nell’opinione pubblica, un’immagine negativa della donna divorziata, affinché tutti possano immaginarsela come una creatura “pigra”, “capricciosa”, che considera il “povero” ex marito alla stregua di “una sorta di assicurazione sulla vita”.

Un’immagine negativa che già gode di un discreto successo.

Allo stesso tempo, si cerca di propangandare un’immagine speculare di uomo vittima, da quasi 50 anni, di una legge ingiusta.

Una legge che non è mai stata scritta.

Significativo che l’Ansa, a corredo di un articolo che denuncia “situazioni di indebito arricchimento alle spalle dell’ex coniuge“, per rappresentare l’uomo raggirato dall’avida consorte sceglie il barone Ferdinando Cefalù, detto Fefè, interpretato da Marcello Mastroianni nel celebre film di Pietro Germi “Divorzio all’italiana”.

Se non lo avete mai visto, dovete guardarlo. Davvero, dovete.

Spoiler: Fefè alla fine l’ammazza, la moglie Rosalia.

Perché era una donna avida e calcolatrice?

No, ci confessa lo stesso barone, non era questo il problema:

“Io davvero, sai Rosalia, io t’ho anche amata, ma tu… tu eri troppo, come dire… tu mi chiedevi… “quanto mi vuoi bene?” Eri assetata d’amore, povera Rosalia, troppo assetata! Troppo!”

D’amore, non di soldi, era assetata Rosalia.

Che si tratti di un lapsus, questa scelta dell’Ansa?

Colgo l’occasione per ricordare la straordinaria Daniela Rocca, nata ad Acireale, che per il ruolo di Rosalia ottenne la candidatura come migliore attrice straniera al British Academy Film Awards.

Dopo essere stata abbandonata da Germi, del quale si era innamorata, trascorse diversi anni tra un ricovero e l’altro in case di cura per malattie mentali e morì povera, dimenticata da tutti.

 

Per approfondire:

Barbara D’urso non dovrà più pagare l’assegno all’ex marito

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