Chloe

fonte : Rights of Women

Cosa si intende con “controllo coercitivo”?

Parliamo di “controllo coercitivo” quando una persona con la quale hai un legame personale si comporta ripetutamente in modo da farti sentire controllata, dipendente, isolata o spaventata.

A seguire alcuni esempi di controllo coercitivo:

  • ti isola da parenti e amici
  • controlla quanto denaro hai a disposizione e come lo spendi
  • monitora le tue attività e i tuoi spostamenti
  • ti denigra costantemente con epiteti infamanti o accusandoti di non valere niente
  • minaccia di farti del male o di ucciderti o minaccia i tuoi bambini
  • minaccia di rendere pubbliche informazioni su di te o di denunciarti alla polizia o alle autorità
  • danneggia le tue proprietà o quelle familiari
  • ti costringe a prendere parte ad azioni criminali o ad abusi sui bambini.

Alcuni dei comportamenti qui elencati possono costituire altre fattispecie di reato oltre al controllo coercitivo, motivo per cui il maltrattante può essere imputato di più reati per il medesimo comportamento. Ad esempio, se rompere il tuo telefono rientra fra le azioni che compie per controllarti, piò essere accusato di controllo coercitivo e danneggiamento.

Il maltrattante verrà ritenuto colpevole di controllo coercitivo se

  1. ha un legame personale con te
  2. il suo comportamento ha seri effetti su di te e
  3. se è consapevole o avrebbe dovuto sapere che il suo comportamento avrebbe avuto un grave effetto su di te.

Ultimamente mi sono dedicata al passatempo prediletto dai più in questo momento storico e ho scovato una serie TV che mi ha felicemente impressionato: Chloe.

ATTENZIONE: ABBONDERO’ CON GLI SPOILER.

Questa miniserie (credo si debba definire miniserie qualsiasi prodotto con solo una stagione, ma correggetemi se sbaglio) a mio avviso affronta magistralmente uno degli aspetti più controversi della violenza domestica, ovvero la sua invisibilità.

La violenza domestica -, in questo particolare caso quella declinazione della violenza domestica che prende il nome di “controllo coercitivo” (punito espressamente dalla legge in Inghilterra e Galles dal 2015) – è così invisibile che nessuna delle recensioni della serie la cita espressamente, nonostante il mistero della morte della giovane socialite Chloe Fairbourne, che la protagonista è determinata a svelare con ogni mezzo, non si risolva nel modo più ovvio: è stato il marito.

A voler essere più precisi e allo scopo di togliervi ogni gusto di arrivare allo svelamento del finale, non sappiamo per certo se la povera Chloe, trovandosi preclusa ogni via di fuga da una relazione soffocante oltre il limite della tollerabilità, abbia deciso di gettarsi dalla scogliera o se a spingerla sia stato il suo aguzzino, esasperato dalla sua ostinazione a lasciarlo, perché, nonostante fosse fisicamente presente al momento della morte, la madre della vittima a proposito delle dinamiche dichiara: “Non so che cosa ho visto”, regalandoci una straordinaria epitome del discorso sull’invisibilità della violenza di cui sopra.

Interessante il fatto che per alcuni spettatori l’unica violenza visibile e nominabile sia quella della protagonista:

Incontriamo la protagonista di questa serie, Becky Green, nel suo squallido appartamento di periferia, che divide con la madre affetta da demenza, mentre si prepara ad affrontare un nuovo lavoro interinale da segretaria. Ogni inquadratura trasuda solitudine e frustrazione. La osserviamo mentre scrolla i post sul suo smartphone e notiamo che è interessata ad un’unica utente, della quale segue ogni spostamento, ogni messaggio, ogni contatto, ma con la quale non interagisce mai direttamente. Becky Green è chiaramente ossessionata dalla vita di Chloe Fairbourne, che è bella, sorridente, elegante e circondata da amici altolocati con i quali conduce una vita mondana e festaiola, ma questo la rende una stalker?

L’utilizzo improprio di una definizione che descrive un comportamento criminale ci dà la misura di quanto radicalmente frainteso sia il fenomeno e di quanto il pregiudizio di genere vizi la nostra capacità di giudizio.

Il reato di stalking nel nostro ordinamento è definito “atti persecutori”: lo stalker non osserva, lo stalker agisce, mette in atto una serie di comportamenti, ripetuti nel tempo, tali da provocare nella vittima un perdurante stato di ansia e paura, un fondato timore per la propria incolumità e quella dei propri cari, e la costringe a cambiare radicalmente le sue abitudini.

Prima della morte di Chloe non c’è nulla nel comportamento di Becky Green che configuri il reato di stalking; finché non scopriamo che poco prima di morire Chloe ha tentato di contattare proprio Becky, per quello che ne sappiamo le due potrebbero non essersi mai incontrate e l’ossessione di Becky potrebbe essere nata dal fatto che Chloe, in quanto graziosa moglie di un promettente politico locale, è più visibile sui social di altre ragazze del bel mondo.

Certo, Becky Green non è un’incolore ragazzetta dai bassi natali che si limita a sognare un’esistenza fatta di serate di beneficenza, feste private, sfilate di moda, raccolte fondi, festival e altri eventi esclusivi mentre ingoia cereali e sospira seduta in cucina; come l’antieroina di Thackeray di cui porta il nome, non esita a manipolare frammenti di informazioni e conversazioni ascoltate, date, nomi su inviti, persino a rubare per intrufolarsi in quella fiera delle vanità che la sua sfortunata condizione le precluderebbe, e questo la rende una protagonista più intensa, sfaccettata e interessante di quanto lo siano mai state le giovinette tutta virtù alla Samuel Richardson, per restare nell’ambito delle similitudini letterarie.

Per quanto eticamente discutibili siano le scelte che compie prima e dopo la morte di Chloe, il viaggio sotto mentite spoglie che Becky intraprende per riappropriarsi dell’amica perduta a me ha fatto pensare ad vecchio film degli anni ’80 – di cui c’è anche un discutibile remake americano – Il mistero della donna scomparsa; nel film l’unico modo in cui il protagonista può riappacificarsi con l’improvvisa e inspiegabile scomparsa della sua amata in una stazione di servizio è accettando di vivere sulla sua pelle quello che le è accaduto dal momento in cui ha incontrato il suo aguzzino.

C’è sicuramente una critica feroce al classismo della società britannica nella serie, alla vacuità e all’ipocrisia di una classe dirigente fatua ed egoista, e si accenna anche a quanto i social network alimentino l’insoddisfazione di chi si misura ossessivamente con i siparietti degli influencer del momento, ma l’aspetto che io ho apprezzato di più è che, insieme a Becky, grazie alla sua folle determinazione nel rispondere, seppure troppo tardi, all’ultimo grido d’aiuto della sua vecchia amica, scopriamo quanto sia subdola e strisciante la violenza domestica, come riesca ad intrufolarsi nella vita di una donna senza che le persone più care si rendano conto di ciò che realmente sta accadendo, senza che la stessa vittima se ne renda conto se non troppo tardi, quando ogni sua richiesta di comprensione e supporto assume la forma sinistra delle farneticazioni di un’ingrata bisognosa di sedativi e tanta terapia.

Pubblicato in attualità, recensioni scadute, riflessioni, società | Contrassegnato , , , , | 1 commento

Il processo Depp-Heard e la violenza domestica

Quanto sta avvenendo in Virginia fra l’attore Johnny Depp e l’ex moglie Amber Heard è impossibile da ignorare, se sei munito di smartphone ed iscritto ad uno o più social network. Il web è letteralmente infestato da materiale inerente alla causa giudiziaria, la maggior parte del quale è materiale veramente, veramente inquietante.

Un esempio per chiarire cosa intendo con inquietante: nel corso di una testimonianza, Amber Heard si è interrotta per un momento brevissimo a causa uno spasmo involontario del volto e quei pochi secondi di video hanno ispirato centinaia di “creativi” che si sono spesi in brevi “parodie” di quello spasmo.

Molte delle persone che si dilettano in questi imbarazzanti siparietti sono persone adulte, dalle quali ci si aspetterebbe un comportamento più maturo e rispettoso della delicatezza del tema, soprattutto alla luce dei dati sulla violenza maschile contro le donne, che nel mondo colpisce una donna su 4; in Italia ogni giorno sono 89 le donne vittime di violenza di genere e nel 62% di casi si tratta di maltrattamenti in famiglia.

C’è molto poco di cui ridere, sia che si ritenga l’attore colpevole delle aggressioni che gli vengono contestate (e che secondo il verdetto che assolse il tabloid The Sun dall’accusa di diffamazione “sono sono state provate secondo gli standard civili” nel corso del processo svoltosi in Inghilterra poco tempo fa), sia che si abbia maturato la convinzione che Amber Heard sia l’incarnazione della psicopatica Amy di Gone Girl e abbia trascorso gli anni del matrimonio con l’attore elaborando un “astuto” piano per costruire false accuse contro un uomo colpevole soltanto di essere troppo buono e troppo sbronzo per accorgersene.

Purtroppo, se c’è una cosa che questo processo ha messo in luce è che, a dispetto della risonanza che negli USA e nel mondo ha avuto il movimento #metoo – spesso e volentieri citato a sproposito, in questi giorni – siamo ancora molto, molto lontani da una diffusa consapevolezza dell’entità e della natura del fenomeno della violenza sulle donne.

Solo una profonda e radicata ignoranza può spiegare il fatto che il pubblico accetti di buon grado che, messo di fronte al video come quello in cui dà in escandescenze in cucina, Johnny Depp si giustifichi chiedendo:

“Non cercavo di intimidire Miss Heard. Se lei si fosse spaventata perché filmava? Se fosse stata terrorizzata a morte, perché non è scappata?

Se dopo anni di campagne sulla violenza domestica siamo ancora bloccati a “perché non se ne è andata“, significa che tutto ciò che viene detto e ripetuto ad nauseam sulle dinamiche che si instaurano fra vittima e perpetratore ci entra da un orecchio per uscire immediatamente dall’altro senza lasciare all’interno delle teste la più piccola traccia di sé.

A rendere particolarmente irritante la domanda, inoltre, è che a porla senza alcun timore di suscitare reazioni stizzite è un uomo che si proclama lui stesso vittima di violenza domestica, un uomo che racconta di essere rimasto accanto ad una donna che lo umiliava, lo vessava, lo picchiava, nonostante quella donna lo umiliasse, lo vessasse e lo picchiasse.

Tu quoque, Johnny Depp?

Ma lui, diranno i fan, lui aveva ottime ragioni per restare.

La triste realtà della violenza domestica, il motivo per cui la violenza domestica ha di fatto un genere e un sesso ben precisi è che, quando si tratta di darsi ragione di un comportamento di lui e di un comportamento analogo di lei, gli argomenti di lui sono plausibili mentre lei, ovviamente, sta mentendo.

Perché lui è un uomo e lei è una donna.

Ecco perché quando spunta qualcuno che fa notare la somiglianza fra i tailleur di lei e il doppiopetto di lui (come se i vestiti a giacca potessero avere fogge diversissime da quelle che ha ogni vestito a giacca dal giorno in cui abbiamo deciso che la giacca ci conferisce un’aura di serietà) è per forza lei che sta copiando lui – non lui che sta copiando lei – e subito compare qualche articolo che cita la psicologa de noantri a spiegarci che la giacca scura di lei è un evidente sintomo del suo stato mentale da psicopatica Amy.

Molti di quelli che si appassionano a queste balzane teorie fondate solo ed esclusivamente su contenuti farlocchi resi virali dal tam tam social – pensate ad esempio alla frase incriminata della dichiarazione d’apertura di Amber Heard, che sarebbe rivelatrice del suo essere una bugiarda cronica e che non è mai stata pronunciata – dimenticano che questo non è un processo per violenza domestica, bensì un processo per diffamazione.

Il motivo per cui Amber Heard è stata nuovamente trascinata in tribunale è un articoletto pubblicato nel 2018: I spoke up against sexual violence — and faced our culture’s wrath. That has to change.

Andiamo a vedere cosa scriveva la nostra psicopatica Amber:

Ho subito abusi in tenera età. Ci sono verità che ho sempre saputo, senza che me le dicessero mai. Sapevo che gli uomini detengono il potere – fisicamente, socialmente e finanziariamente – e che molte istituzioni supportano questo stato delle cose. Lo sapevo molto prima di avere le parole per dirlo, e scommetto che l’hai imparato anche tu quando eri molto giovane giovane.

Come molte donne, sono stata molestata e aggredita sessualmente quando avevo l’età per il college. Ma non ho mai denunciato: non ho mai creduto che sporgere denuncia mi avrebbe reso giustizia. E non mi vedevo come una vittima.

Poi, due anni fa, sono diventata una figura pubblica che rappresentava gli abusi domestici e ho sentito tutta la forza dell’ira della nostra cultura per le donne che denunciano.

Amici e consulenti mi dicevano che non avrei mai più lavorato come attrice, che sarei stata inserita nella lista nera. Avrei dovuto prendere parte ad un film ma il mio ruolo è stato riassegnato. Avevo appena firmato per una campagna di due anni come volto di un marchio di moda ma l’azienda mi ha abbandonato. Si è discusso sull’opportunità che mantenessi il mio ruolo di Mera nei film “Justice League” e “Aquaman”.

Ho avuto il raro vantaggio di vedere con i miei stessi occhi come le istituzioni proteggono gli uomini accusati di abusi.

Immagina un uomo potente come fosse una nave, come il Titanic. Quella nave è una grande impresa. Quando colpisce un iceberg, ci sono molte persone a bordo che cercano disperatamente di riparare i buchi, non perché ripongono la loro fiducia nella nave o si tengano ad essa, ma perché il loro destino dipende dall’impresa.

Negli ultimi anni, il movimento #MeToo ci ha insegnato come funziona un potere come questo, non solo a Hollywood ma in tutti i tipi di istituzioni: luoghi di lavoro, luoghi di culto o semplicemente in comunità particolari. Le donne di ogni ceto sociale si confrontano con questi uomini che sono sostenuti dalla loro autorevolezza, dal potere economico e culturale. E queste istituzioni stanno cominciando a cambiare.

Siamo in un momento di grandi cambiamenti. Il presidente del nostro Paese è stato accusato da più di una dozzina di donne di cattiva condotta sessuale, comprese aggressioni e molestie. L’indignazione per le sue dichiarazioni e il suo comportamento ha stimolato un’opposizione guidata dalle donne. Il #MeToo ha avviato un dibattito su quanto profondamente la violenza sessuale permei ogni aspetto della vita delle donne E il mese scorso, sono state elette al Congresso più donne che mai nella nostra storia, con il mandato di prendere sul serio i problemi di noi tutte. La rabbia e la determinazione a porre fine alla violenza sessuale si stanno trasformando in una forza politica.

Ora abbiamo la possibilità di rafforzare e costruire istituzioni che proteggano le donne. Per cominciare, il Congresso può rifinanziare e rafforzare la legge sulla violenza di genere. Approvato per la prima volta nel 1994, l’atto è uno dei più efficaci emanati per combattere la violenza domestica e le aggressioni sessuali. Crea sistemi di supporto per le persone che denunciano abusi e fornisce finanziamenti per i centri antiviolenza, programmi di assistenza legale e altri servizi importanti. Migliora le risposte delle forze dell’ordine e proibisce la discriminazione contro le vittime LGBTQ. Il finanziamento è scaduto a settembre ed è stato solo temporaneamente prorogato.

Dovremmo continuare a combattere le aggressioni sessuali nei campus universitari, insistendo contemporaneamente su processi equi per la valutazione delle denunce. Il mese scorso, la segretaria all’Istruzione Betsy DeVos ha proposto modifiche alle regole del Titolo IX che disciplinano il trattamento delle molestie sessuali e delle aggressioni nei campus. Mentre alcuni cambiamenti renderebbero più equo il processo di gestione delle denunce, altri indebolirebbero la protezione delle sopravvissute. Ad esempio, le nuove regole pretendono si indaghino solo le denunce più gravi e solo quando vengono presentate ai funzionari designati. Le donne nei campus hanno già problemi a farsi avanti: perché dovremmo consentire alle istituzioni di ridurre il supporto loro fornito?

Scrivo questo come una donna che ha dovuto cambiare il mio numero di telefono settimanalmente perché ricevevo minacce di morte. Per mesi ho lasciato raramente il mio appartamento e quando l’ho fatto, sono stato inseguita da droni e fotografi a piedi, in moto e in auto. I tabloid che hanno pubblicato foto di me le hanno presentate in una luce negativa. Mi sentivo come se fossi sotto processo davanti al tribunale dell’opinione pubblica – e la mia vita e il mio sostentamento dipendevano da una miriade di giudizi ben al di fuori del mio controllo.

Voglio la garanzia che le donne che si fanno avanti per parlare di violenza ricevano maggiore sostegno. Stiamo eleggendo rappresentanti che sanno quanto profondamente teniamo a questa questione. Possiamo lavorare insieme per chiedere modifiche alle leggi, alle regole e alle norme sociali e per correggere gli squilibri che hanno plasmato le nostre vite.

Dove si parla di Johnny Depp? In che passo si denunciano le tremende violenze subite nel corso del matrimonio con l’attore?

Then two years ago, I became a public figure representing domestic abuse, and I felt the full force of our culture’s wrath for women who speak out.

Vorrei che confrontaste questa diffamante affermazione con i contenuti presenti al momento nel web, nei quali, sulla base di un fazzoletto strofinato brevemente sotto al naso, pseudogiornalisti insinuano che l’attrice sniffasse cocaina in aula.

Questo non è un articolo contro Johnny Depp: questo è un articolo contro il pubblico e le sue reazioni sguaiate alla sua causa di divorzio, che, iniziando con un ordine restrittivo emesso contro Depp, ci costrinse a scendere a patti con la possibilità che il tenero Jack Sparrow che visita i bambini negli ospedali, il sogno erotico di ogni donna che entrava nella pubertà ai tempi di Don Juan De Marco Maestro D’amore, quando si chiude alle spalle la porta di casa e poggia il copione, si trasforma in uno squallido maltrattante qualunque.

La desolante gogna virtuale imbastita oggi per Amber Heard non fa altro che confermarne la veridicità: quando una donna è pubblicamente coinvolta in un caso di violenza domestica la nostra società diventa intollerabilmente feroce nei suoi confronti, rendendo impossibile un equo processo.

Sullo stesso argomento:

A trial by TikTok and the death knell for MeToo. Who won Depp v Heard?

Pubblicato in presentazione | 23 commenti

Acquiescenza

Ipotesi: l’appartenenza a un gruppo porta l’individuo a modificare il proprio comportamento, i propri giudizi e, in una certa misura, le proprie percezioni per conformarsi alle aspettative del gruppo.

(fonte: La pressione dei pari)

Lo abbiamo letto tutti: Ospite di Accordi&Disaccordi sul Nove, il professor Alessandro Orsini avrebbe incautamente affermato:

La Seconda Guerra Mondiale non è scoppiata, come molti pensano, perché a un certo punto Hitler ha deciso di attaccare l’Inghilterra, la Francia, la Polonia e la Russia. Hitler non aveva nessuna intenzione di far scoppiare un conflitto mondiale. Quello che è successo è che i Paesi europei hanno creato delle alleanze militari, ognuna delle quali conteneva un articolo 5 della Nato, cioè un articolo che prevedeva nel caso di attacco di un Paese straniero che tutti i membri della coalizione sarebbero entrati in guerra”. Per questo motivo “quello che successe è che il 1 settembre del ’39 la Germania invase la Polonia. Inghilterra e Francia si erano alleati con la Polonia e si creò un effetto domino, a cui Hitler non aveva interesse e che Hitler non si aspettava nemmeno che scattasse. (fonte)

Apriti cielo.

La condanna è pressoché unanime: Orsini sta male, è disturbato, è vittima del suo patologico bisogno di attenzione; non si spiega come un soggetto del genere possa circolare liberamente, ma perché infilarlo in TV a disquisire di conflitti mondiali?

Eppure questa tesi io ricordo di averla già sentita, e non da Orsini. Così faccio mente locale e in breve recupero un video datato 2020, due anni fa:

A parlare è Alessandro Barbero, anche lui emerito professore.

Seguite il suo discorso fino al sesto minuto, quando affronta la Seconda Guerra Mondiale.

“La guerra” dice Barbero “non la voleva neanche Hitler“.

Un minuto dopo circa (7:30): “Hitler non ha nessuna intenzione di scatenare una guerra mondiale“.

Ed ora passiamo al tenore dei commenti sotto al video:

Fenomenale, straordinario, date una medaglia a quest’uomo!

Se si scorrono i commenti, qualche dubbioso lo si trova (Ma, insomma… Hitler non voleva la guerra? .. Strano visto che iniziava già nel 33 ad armarsi fino ai denti contravvenendo ai trattati … Se la Germania nazista avesse avuto il peso militare dell’Albania o dell’Abissinia probabilmente non avrebbe annesso nemmeno un sassolino da nessuna parte…. quindi Se l’Europa intera ha lasciato mano libera a Hitler è perché tutti sapevano dell’enorme forza militare di cui disponeva la Germania e nessuno in Europa in quegli anni era in grado di contrastarla… L’Europa in altre parole ha dovuto fare forzatamente buon viso a cattivo gioco… ma Hitler in cuore suo sapeva benissimo che quelle concessioni non sarebbero durate in eterno e che prima o poi avrebbe dovuto dare la parola ai panzer… E così è stato di lì a pochissimo – scrive rispettosamente uno spettatore), ma nessuno invoca un TSO per il professor Barbero.

Ora, non entro nel merito delle intenzioni di Adolf Hitler perché non è questo il tema del post e perché trovo poco interessante qualsivoglia processo alle intenzioni (spero non lo faccia neanche chi ha la sventura di passare di qua), ma mi viene spontaneo chiedermi il perché di reazioni così diverse a fronte di un messaggio che a mio avviso è sostanzialmente identico, seppure nel caso di Orsini venga poi utilizzato per una analisi della situazione attuale.

E credo che tutti dovremmo porci una domanda del genere.

Ho esordito suggerendo di approfondire uno studio sul comportamento umano mirato ad indagare le ragioni che spingono le masse ad adeguarsi acriticamente alla voce predominante.

Mi piacerebbe riflettessimo sul fatto che siamo creature fragili, noi esseri umani, dominate da un lato dal bisogno di conformarci alla maggioranza e dall’altro dal terrore di ammetterlo con noi stessi.

Pubblicato in attualità, politica, riflessioni, scienza, società | Contrassegnato , , , | 89 commenti

I maschilisti e la guerra

Dionisia Calderon vende frutta e patate nel suo villaggio natale di Morochucos, Ayacucho, Perù. la 54enne ha subito numerose perdite durante il conflitto interno che ha portato violenza e sofferenza nella regione. Il suo primo marito è scomparso senza lasciare traccia. Anche il suo secondo marito è stato preso e torturato duramente. In seguito è morto per le ferite riportate. Rifiutandosi di vivere silenziosamente dopo le ingiustizie inflitte a lei e alla sua famiglia, è diventata una rappresentante delle donne che hanno subito abusi sessuali durante il conflitto. “Mi dicevo: ‘Perché sono nata donna? Perché non sono nata uomo?’ Noi donne ne abbiamo passate tante, con i soldati e il Shining Path. È stato difficile. È stato difficile sopportare tutta quella violenza. Siamo state tutte emarginate, criticate per quello che abbiamo passato. Mi sono sentita male. Devo la mia vita a quelle donne che mi hanno detto: “Non sei quello che pensi di essere. Non sei quello che la gente dice di essere, perché quelle persone non lo sanno. Sei una donna e una combattente. Devi continuare a combattere . Devi affrontare queste cose.’ Sono stata una vittima del conflitto armato interno e poi sono diventata una donna che combatte per la giustizia e la verità”.

da Women and war

La home page del sito della linea “war paint”, il nécessaire da trucco per i veri uomini, quelli che vogliono essere belli belli in modo assurdo ma al contempo vogliono prendere le distanze da quei gender non-conforming che entrano con nonchalance nelle profumerie da donna. War paint significa letteralmente “vernice da guerra“.

Sebbene ultimamente è più facile che un cammello passi attraverso la cruna di un ago che qui venga pubblicato qualcosa, non ho mai perso il mio fan club di affezionatissimi maschilisti: devo ammetterlo ragazzi, state dimostrando la tenacia di Hachikō e se non foste irritanti come le meduse sarei quasi commossa da tanta fedeltà.

Qualche tempo fa ho deciso di pubblicare qualche riga di Bertha von Suttner, la prima donna a ricevere il premio Nobel per la pace per il suo instancabile e fremente attivismo per l’abolizione della guerra. Puntuali come una colica dopo una cena piccante sono arrivate due vittime della discriminazione di genere contro i poveri maschi a lamentarsi del fatto che non avessi deciso, piuttosto, di pubblicare un accorato appello contro la coscrizione obbligatoria degli ucraini, costretti a morire in guerra mentre le donne fuggono dal paese:

Voglio sapere cosa ne pensi tu del fatto che in Ucraina non ci sono le Pari Opportunità a definire chi resta a combattere e chi invece se ne va.

E che nella guerra si riscoprono ruoli più che tradizionali, assolutamente patriarcali, nei quali tra uomo e donna ci sono nettissime differenze, e grazie ai quali sono solo gli uomini che combattono.

Non so se ricordate, ma un paio d’anni fa avevamo accennato a questo cavallo di battaglia della propaganda MRA (Men’s Rights Activists) a proposito di Den Hollander, un fanatico incel che uccise a colpi di arma da fuoco il figlio ventenne della giudice Esther Salas, colpevole di aver presieduto alla discussione della causa che Den Hollander aveva intentato contro il Selective Service System (un’agenzia indipendente del governo degli Stati Uniti che raccoglie informazioni su coloro che potenzialmente sono soggetti a coscrizione militare) per discriminazione: la registrazione, infatti, è riservata ai soli uomini. L’aspetto più tragico della vicenda è che la giudice Salas, seppur contestando alcuni degli argomenti, aveva giudicato fondato il reclamo di Hollander e decretato che vi fossero gli estremi per procedere in tribunale. La decisione di Salas non è bastata a placare l’odio di Hollander per le donne in quanto donne e a farne le spese è stato un ragazzo innocente: Daniel Anderl, studente universitario, freddato sulla porta di casa dopo aver aperto a quello che sembrava un fattorino della Fed Ex.

Allo stesso modo, ha poco senso rispondere a questi leoni da tastiera che sei una pacifista (come molte, anche se non tutte, le femministe) e quindi contraria alla coscrizione obbligatoria, non soltanto perché è una violazione del diritto del singolo di astenersi dall’uso delle armi, ma perché è parte integrante del processo di costruzione di un idea di uomo confacente al sistema patriarcale, un uomo che – come racconta il sito di make up per veri maschi “War Paint”, non si imbelletta come un queer qualunque, ma per piacersi e per piacere si tinge dei colori della guerra; a loro non importa nulla della coscrizione obbligatoria, degli ucraini costretti ad imbracciare un fucile volenti o nolenti dal 2014 (sul servizio militare in Russia e gli orrori che comporta consiglio a tutti/e la lettura de “La Russia di Putin”, di Anna Politkovskaja – che per inciso è una donna che ha perso la vita a causa della sua tenacia nel diffondere le ingiustizie perpetrate anche ai danni dei soldati in un esercito corrotto e spietato), né sono interessati a dare il via ad una campagna contro il servizio di leva accanto alle attiviste che scrivono ed operano sul campo contro tutte le guerre dai tempi di Bertha von Suttner.

La critica alla coscrizione obbligatoria, nella mente del maschilista di nuova generazione, assolve la medesima funzione che assolveva l’esclusione dagli eserciti – e quindi dalla difesa della patria – delle donne: sancirne quella biologica inferiorità morale in grado di giustificare la sua insignificanza politica.

A fronte della crudeltà di uomini che prima creano un sistema, fondato sul primato della forza bruta sul raziocinio, a loro uso e consumo e poi accusano di egoismo e viltà le donne perché non si ribellano ai danni che quel sistema procura non a tutti gli esseri umani, ma soltanto agli uomini stessi (operando quel virtuoso ribaltamento della frittata in cui i maschilisti del nuovo millennio sono diventati tanto bravi), ci sono e ci sono state sempre una gran quantità di donne che si sono espresse non soltanto contro le atrocità che la guerra infligge loro – che hanno sempre dovuto affrontarla disarmate e prive di qualsivoglia addestramento – ma anche e soprattutto contro l’ingiusta morte degli uomini in essa coinvolti:

Sconfortata tu rivolgi lo sguardo all’ultima tua speranza, a tuo figlio che hai vestito della tua carne, hai nutrito del tuo sangue, hai cresciuto a spese del tuo digiuno, del tuo lavoro, del tuo riposo e che sarà il tuo orgoglio e il tuo sostegno. No, infelice, t’inganni ancora. Or che l’hai fatto e cresciuto, il re te lo prende per farne puntello al suo trono e lo assoggetta a fiera disciplina onde assicurarsi della sua ribellione. Chi non ha fatto nulla per tuo figlio può tutto su di lui, tu che hai fatto tutto non ci puoi nulla. Se tuo figlio è morto in guerra e il re ha vinto non ti è permesso di piangere, – saresti una cattiva patriota ed una vile femminuccia. Se il re fu sconfitto e tuo figlio ritorna a casa sano e salvo, tu non devi rallegrartene perché v’è al mondo una cosa che si chiama patria il cui bene è inseparabile da quello del re, alla quale tu devi tutto, anche il sangue dei tuoi figli …

La riflessione delle donne sulla guerra, ovviamente, non si è mai limitata ad una denuncia dei suoi orrori: la morte, la devastazione, l’imbarbarimento. Come stiamo sperimentando proprio in questi tempi, l’orrore da solo non è sufficiente e può addirittura diventare un arma potente nelle mani di chi la guerra la vuole vendere al pubblico come soluzione a tutti i problemi, riuscendo a rendere credibile il paradosso per cui ciò che crea l’orrore è l’unica strategia possibile per eliminarlo dalle nostre vite.

Opporsi alla guerra comporta per forza di cose una riflessione più ampia, che ricomprenda innanzi tutto l’humus che la nutre, tutti quegli “ideali” dei quali il guerrafondaio si riempie la bocca: patria, onore, sacrificio, senso del dovere e compagnia cantante.

Continua, Anna Maria Mozzoni in un testo, “Alle figlie del popolo”, scritto nel 1885:

La patria! Come spiegare a te con parole che tu possa capire e che tocchino a te e ai tuoi interessi, che cosa è questa terribile patria che incorona, strappando ti i figli, l’immane edificio dei tuoi dolori?
Per il re la patria è il trono, è il potere, è il fasto, è la lista civile, è il diritto di far piegare tutto quello che esiste nel regno ai suoi interessi – per il ricco la patria è la culla d’oro dove nacque, il palazzo dove alloggia senza lavorare, le ricchezze che possiede, le leggi che gli garantiscono le sue proprietà, il diritto di occupare i posti più alti, – per l’uomo di qualunque classe la patria è il paese nel quale egli può dare il suo voto per eleggere quelli che amministrano e che governano, è la legge che gli garantisce la padronanza della sua propria persona e della sua casa, che lo fa padrone dei tuoi figli e lo garantisce della tua stessa servitù ed assicura nelle sue mani la tua catena. Per te, o donna del popolo, che cosa è la patria? È il gendarme che viene a prendere tuo figlio per farlo soldato – è l’esattore che estorce la tassa del fuocatico dal tuo focolare quasi sempre spento – è la guardia daziaria che ti fruga indosso per assicurarsi che tu non abbi risparmiato qualche soldo sul pane sudato per i tuoi figli – è il lenone e la megera che, protetti dal governo, inseguono la tua figlia per trarla nelle loro reti – è la guardia di questura che la trascina all’ufficio sanitario – è il postribolo patentato che la ingoia – è la prigione – il sifilicomio – il patibolo, – è la legge che dà i tuoi figli in proprietà a tuo marito e che dichiara te stessa schiava e serva di lui. – Delle glorie di questa patria, delle sue gioie, dei suoi beni, dei suoi favori, neppure uno arriva fino a te.

Hanno scritto tanto, contro il militarismo e la guerra, le donne. Pochi conoscono i loro scritti, quasi nessuno ricorda l’impegno che misero nell’opporsi, con il pensiero e le azioni, alle logiche del conflitto armato.

E dire che ricordare e diffondere il loro lavoro favorirebbe l’umanità intera, liberando anche gli uomini dal giogo dell’esercito, del servizio di leva e l’illusione che esso abbia o abbia mai avuto una qualsivoglia valenza educativa.

Pubblicato in presentazione | 26 commenti

La pace tra cent’anni

Siamo in possesso di strumenti di sterminio così potenti che qualsiasi battaglia condotta da due nemici sarebbe soltanto un doppio suicidio. Se con la sola pressione di un bottone, a qualsiasi distanza, riesci a polverizzare qualsiasi massa di persone o edifici, non so in base a quali regole tattiche e strategiche, con quali mezzi, potrebbe ancora risolversi un duello tra due nazioni.

Bertha von Suttner, Der Friede in 100 Jahren

Pubblicato in attualità, le persone che stimo | Contrassegnato , , | 43 commenti

Alcune considerazioni in calce all’articolo di Saviano sulla prostituzione

1.La rappresentazione della prostituzione come un fenomeno neutro rispetto al genere

Scrive Saviano:

Cosa hanno fatto molte/i sex workers durante le fasi più acute della pandemia? Avvicinate/i dal mondo del narcotraffico, divenute/i una sorta di piattaforma da cui andare e raccogliere ciò che non si poteva più trovare in strada. Quando ho provato ad intervistare alcune/i di loro, dopo la battuta iniziale «sei il principe azzurro o un giornalista che vuole informazioni?», mi hanno tutte/i descritto la loro verità. 

Come scriveva Mary Honeyball nella relazione su sfruttamento sessuale e prostituzione, e sulle loro conseguenze per la parità di genere:

considerato che la prostituzione e la prostituzione forzata sono fenomeni di genere aventi una dimensione globale, che coinvolgono circa 40-42 milioni di persone al mondo, la grande maggioranza delle persone che si prostituiscono è costituita da donne e ragazze minorenni, che quasi tutti i clienti sono uomini

raccontarla come se coinvolgesse uomini e donne in egual misura restituisce un’immagine falsata del fenomeno e contribuisce a falsare ogni analisi fondata su una simile premessa.

Ci comunicava il Codacons lo scorso anno che

Il business della prostituzione rappresenta un mercato che interessa circa 3 milioni di italiani che si rivolgono al sesso a pagamento e vede impegnate 90mila lavoratrici stabili (il 10% minorenni, il 55% ragazze straniere, provenienti principalmente dai paesi dell’Europa dell’Est e Africa), cui si aggiunge un esercito di 20mila operatrici occasionali che ricorrono al sesso via web solo in caso di necessità economiche o per reperire soldi per spese legate ad esigenze estemporanee (affitti, bollette, viaggi, abbigliamento, ecc.).

Non è una svista di Codacons, né un suo tentativo di smarcarsi dalla politically correctness del gender neutral, è un fatto.

D’altronde, basta avere gli occhi e farsi un giro per le strade.

Insomma, per fare un’analogia, è come se iniziassimo a parlare di violenza domestica scrivendo di assalitore/trici e aggrediti/dite.

C’è chi lo fa e li chiamiamo “papà separati“.

2. Lo sfruttamento come conseguenza dell’assenza di una adeguata regolamentazione della professione

Scrive Saviano:

Spesso si fa coincidere il/la sex worker con la vittima di tratta, con la vittima di schiavitù senza considerare che può essere soggetto a sfruttamento soprattutto chi è impiegato in ambiti privi di regolamentazione.

Ci sono un sacco di ambiti ben regolamentati nei quali regna lo sfruttamento. Per esempio la legge stabilisce delle regole precise per le assunzioni regolari dei braccianti agricoli e il caporalato è una pratica punita dalla legge. Non sto paragonando il bracciante agricolo alla prostituta, sto solo dicendo che l’esistenza di un Contratto Collettivo e un corpus di norme in difesa dei diritti del lavoratore non è di per sé garanzia di migliori condizioni per i soggetti più vulnerabili.

Detto questo, Saviano dovrebbe riflettere su una cosa: se è vero che non tutte le “lavoratrici del sesso” sono vittime di tratta, è altrettanto vero che la quasi totalità delle donne vittime di tratta finisce nel mercato del sesso:

Con riferimento specifico alla tratta al fine di sfruttamento lavorativo, circa 2/3 delle vittime sono maschi, 1/3 donne e bambini (nella tratta per lo sfruttamento sessuale, le dinamiche sono opposte, con oltre il 90% delle vittime identificate donne e bambine)

scriveva Repubblica la scorsa estate.

Scrive ancora Saviano:

il lavoro forzato e le pratiche assimilabili alla schiavitù possono verificarsi in molti mestieri; ma laddove le attività sono legali e il lavoro riconosciuto, le possibilità di denunciare e fermare le violazioni dei diritti e impedire gli abusi sono notevolmente maggiori.

Dati alla mano, sembra invece che i paesi che hanno regolamentato la prostituzione facciano esperienza di

a larger degree of reported human trafficking inflows

e che questo aumento del traffico di donne da immettere in un mercato del sesso più fiorente non è compensato dalla riduzione della domanda di donne trafficate a favore di quelle che esercitano legalmente.

Insomma, parliamo di ipotesi al momento non corroborate dalla ricerca sul rapporto fra legislazione e traffico di esseri umani.

3. Lo stigma

Il più grosso problema delle donno che si prostituiscono, secondo Saviano, sarebbe la Chiesa cattolica e quei bigotti che ne fanno una “questione morale”:

non ci emancipiamo dalla convinzione che la Chiesa abbia ancora la possibilità di occuparsi di come dovremmo vivere, quando invece è lo Stato che fallisce nel regolamentare ambiti in cui questa mancanza dà vita a sfruttamento, dolore, alimenta criminalità e illegalità. Ciò che dico è ancora più evidente con riguardo alla legislazione sulla prostituzione che in Italia è ferma agli anni Cinquanta e tende, sostanzialmente, alla criminalizzazione. L’approccio è sempre paternalistico, come se l’attenzione fosse tutta focalizzata su come si dovrebbe vivere, con annesso giudizio morale, piuttosto che sul provare – e magari riuscirci – a regolamentare una professione che ancora oggi non può essere riconosciuta ma solo stigmatizzata.

Chi affronta la prostituzione assumendo la prospettiva del cliente, ovvero si arma di massicce dosi di antiemetico e trascorre un po’ di tempo nei luoghi virtuali dove questi “evoluti signori” discutono del loro hobby – come ho fatto io dedicandomi per un periodo alla lettura del sito gnoccatravel.com (uno dei miei più post più letti di sempre è quello dedicato al signor Spaccaculi) – sa che è proprio da questi accaniti sostenitori della regolamentazione che arrivano le dosi più massicce di stigma e disprezzo nei confronti delle donne che si prostituiscono.

Infatti chi critica la prostituzione, o meglio, molti di quelli/e che si oppongono alla modifica dell’attuale legislazione in favore di una decriminalizzazione dello sfruttamento, non sta criticando la scelta di alcune donne, sta interrogando gli uomini/clienti sulla scelta di comprare la temporanea sospensione del diritto di quella donna di non acconsentire a ciò che le faranno nella consapevolezza che il piacere di lei non ha spazio alcuno nella contrattazione, e al contempo interroga gli intellettuali come Saviano sulla pervicacia con cui si intestardiscono ad affrontare il tema della prostituzione fingendo che non sia un fenomeno strettamente connesso alla deumanizzazione delle donne nel contesto di una società patriarcale.

Per approfondire:

Cosa ci dice la prostituzione della nostra cultura

Pubblicato in attualità, notizie, politica, riflessioni, società | Contrassegnato , , , | 8 commenti

La violenza sugli uomini in una frase

Ieri mi hanno segnalato una “lodevole” iniziativa: il primo centro antiviolenza sugli uomini della Calabria.

Si tratta ovviamente di una iniziativa dal sapore Father’s Rights, che rimanda alla fallacia che si riscontra più spesso in questo tipo di contesto: ma parlare di violenza sulle donne non è discriminatorio nei confronti degli uomini?

[La risposta è NO, nel caso aveste dei dubbi in proposito.]

La presentazione cui vi rimando nel primo link (una roba per stomaci forti, io vi avverto) ha la sventura di capitare quasi in contemporanea con l’ennesimo orrendo delitto consumato all’interno di una separazione coniugale con figli.

Avrete letto, immagino, dei due bambini uccisi in provincia di Varese. Sappiamo poco, ancora, del delitto, ma c’è un dettaglio che collega immediatamente questo omicidio ai figlicidi che lo hanno preceduto: il citare come movente il fatto che l’uomo “Non accettava la separazione dalla moglie”.

Sempre la solita storia.

Veniamo al motivo per cui metto insieme i due eventi, la morte violenta e inaccettabile di due bambini e la signora Emmanuela Rovito che racconta commossa dei poveri papà vessati dalle crudeli e vendicative ex mogli.

Beh, perché ad un certo punto la signora Rovito, proprio all’inizio, dice una cosa che dovrebbe far rizzare a tutti le antenne.

Più o meno dovete scorrere fino al minuto 4:50 del video, nel quale la signora Rovito racconta di uno dei casi tipici che – a suo avviso – fa da sfondo alla terribile violenza sugli uomini perpetrata dalle donne, ovvero la tipica famiglia patriarcale: il padre breadwinner, la madre casalinga. Ad un certo punto, ci dice Rovito, la donna casalinga si trova ad affrontare la fine del rapporto con il marito e il problema di sopravvivere senza un lavoro. E’ a questo punto che, secondo Rovito, subentra l’egoismo: “io devo vedere come fare per vivere”, si dice la donna “egoista”.

Ecco, forse qualcuno lo definirebbe un lapsus, un errore verbale dovuto a qualcosa che ribolle nell’inconscio della signora, ma io non concordo sulla lettura freudiana di una frase del genere.

Secondo me Rovito lo pensa veramente quello che ha detto: una donna che si aspetta non solo di sopravvivere alla fine del rapporto di coppia con un uomo, ma che si pone addirittura l’obiettivo di continuare a vivere e lotta per una vita dignitosa e chissà, persino felice, è una donna egoista.

E la donna egoista porta il povero uomo vulnerabile al suicidio, motivo per cui occorre un centro antiviolenza per gli uomini (un dato, quello dei suicidi degli uomini provocati dall’egoismo delle ex mogli, sconfessato da tutti gli studi sulla materia, cioè non succede quello che racconta Rovito, non nella misura in cui una serie di eventi collocati in un certo momento storico può essere definita un fenomeno sociale).

Ecco, io vorrei che provaste a collocare l’una accanto all’altra queste due immagini, quella della madre egoista che vuole continuare a vivere anche dopo la fine del suo matrimonio, e il duplice omicidio di Mesenzana ad opera di un uomo che lo ha reputato inammissibile.

Quanto vi sembra produttiva di esiti auspicabili l’opera di stigmatizzazione del desiderio di continuare a vivere dopo la fine del matrimonio delle donne che una simile iniziativa porta avanti?

Io vi assicuro, sono certa della buona fede delle donne che hanno registrato questo video. Ciò non toglie che ascoltarlo oggi è come strofinare del sale su una ferita aperta.

Io invito queste donne a fermarsi a riflettere su quanto vanno diffondendo con estrema leggerezza.

Sulla stigmatizzazione delle ex mogli, alcuni spunti di riflessione:

Le ex mogli possono essere testimoni attendibili?

Andate a lavorare

Pubblicato in attualità, notizie, politica, riflessioni, società | 1 commento

La non-violenza nell’era atomica

Alcuni amici americani hanno affermato che la bomba atomica non può che condurre all’ahimsa, ossia alla non-violenza. Probabilmente è vero, se con ciò si vuole intendere che la potenza distruttiva della bomba atomica provocherà un tale disgusto nel mondo che per un certo periodo esso ripudierà la violenza. La cosa è molto simile al caso di un uomo che si ingozza di leccornie fino alla nausea e smette di mangiare soltanto per ricominciare con raddoppiato zelo una volta passati gli effetti della nausea. Esattamente allo stesso modo il mondo ricomincerà ad usare la violenza non appena saranno passati gli effetti del disgusto provocato dalla bomba atomica.

Gandhi, Teoria e pratica della non-violenza, Einaudi 1996, pag.353

Pubblicato in attualità, riflessioni, società | Contrassegnato , , , | Lascia un commento

Manifesto Russell-Einstein

…noi vi chiediamo, se vi riesce, di mettere da parte le vostre opinioni e di ragionare semplicemente in quanto membri di una specie biologica la cui evoluzione è stata sorprendente e la cui scomparsa nessuno di noi può desiderare.

Tenteremo di non utilizzare parole che facciano appello soltanto a una categoria di persone e non ad altre. Gli esseri umani sono tutti in pericolo, e solo se tale pericolo viene compreso vi è speranza che, tutti insieme, lo si possa scongiurare.

Dobbiamo imparare a pensare in modo nuovo. Dobbiamo imparare a domandarci non già quali misure adottare affinché il gruppo che preferiamo possa conseguire una vittoria militare, poiché tali misure ormai non sono più contemplabili; la domanda che dobbiamo porci è: “Quali misure occorre adottare per impedire un conflitto armato il cui esito sarebbe catastrofico per tutti?”

La gente comune, così come molti uomini al potere, ancora non ha ben compreso quali potrebbero essere le conseguenze di una guerra combattuta con armi nucleari. Si ragiona ancora in termini di città distrutte. Si sa, per esempio, che le nuove bombe sono più potenti delle precedenti e che se una bomba atomica è riuscita a distruggere Hiroshima, una bomba all’idrogeno potrebbe distruggere grandi città come Londra, New York e Mosca.

È fuor di dubbio che in una guerra con bombe all’idrogeno verrebbero distrutte grandi città. Ma questa non sarebbe che una delle tante catastrofi che ci troveremmo a fronteggiare, e nemmeno la peggiore. Se le popolazioni di Londra, New York e Mosca venissero sterminate, nel giro di alcuni secoli il mondo potrebbe comunque riuscire a riprendersi dal colpo. Tuttavia ora sappiamo, soprattutto dopo l’esperimento di Bikini, che le bombe atomiche possono portare gradatamente alla distruzione di zone molto più vaste di quanto si fosse creduto.

Fonti autorevoli hanno dichiarato che oggi è possibile costruire una bomba 2500 volte più potente di quella che distrusse Hiroshima. Se fatta esplodere a terra o in mare, tale bomba disperde nell’atmosfera particelle radioattive che poi ridiscendono gradualmente sulla superficie sotto forma di pioggia o pulviscolo letale. È stato questo pulviscolo a contaminare i pescatori giapponesi e il loro pescato.

Nessuno sa con esattezza quanto si possono diffondere le particelle radioattive, ma tutti gli esperti sono concordi nell’affermare che una guerra con bombe all’idrogeno avrebbe un’alta probabilità di portare alla distruzione della razza umana. Si teme che l’impiego di molte bombe all’idrogeno possa portare alla morte universale – morte che sarebbe immediata solo per una minoranza, mentre alla maggior parte degli uomini toccherebbe una lenta agonia dovuta a malattie e disfacimento.

In più occasioni eminenti uomini di scienza ed esperti di strategia militare hanno lanciato l’allarme. Nessuno di loro afferma che il peggio avverrà per certo. Ciò che dicono è che il peggio può accadere e che nessuno può escluderlo. Non ci risulta, per ora, che le opinioni degli esperti in questo campo dipendano in alcuna misura dal loro orientamento politico e dai loro preconcetti. Dipendono, a quanto emerso dalle nostre ricerche, dalla misura delle loro competenze. E abbiamo riscontrato che i più esperti sono anche i più pessimisti.

Questo dunque è il problema che vi poniamo, un problema grave, terrificante, da cui non si può sfuggire: metteremo fine al genere umano, o l’umanità saprà rinunciare alla guerra? È una scelta con la quale la gente non vuole confrontarsi, poiché abolire la guerra è oltremodo difficile. Abolire la guerra richiede sgradite limitazioni alla sovranità nazionale. Ma forse ciò che maggiormente ci impedisce di comprendere pienamente la situazione è che la parola “umanità” suona vaga e astratta. Gli individui faticano a immaginare che a essere in pericolo sono loro stessi, i loro figli e nipoti e non solo una generica umanità. Faticano a comprendere che per essi stessi e per i loro cari esiste il pericolo immediato di una mortale agonia. E così credono che le guerre potranno continuare a esserci, a patto che vengano vietate le armi moderne.

Ma non è che un’illusione. Gli accordi conclusi in tempo di pace di non utilizzare bombe all’idrogeno non verrebbero più considerati vincolanti in tempo di guerra. Con lo scoppio di un conflitto armato entrambe le parti si metterebbero a fabbricare bombe all’idrogeno, poiché se una parte costruisse bombe e l’altra no, la parte che ha fabbricato le bombe risulterebbe inevitabilmente vittoriosa. Tuttavia, anche se un accordo alla rinuncia all’armamento nucleare nel quadro di una generale riduzione degli armamenti non costituirebbe la soluzione definitiva del problema, avrebbe nondimeno una sua utilità. In primo luogo, ogni accordo tra Oriente e Occidente è comunque positivo poiché contribuisce a diminuire la tensione internazionale. In secondo luogo, l’abolizione delle armi termonucleari, nel momento in cui ciascuna parte fosse convinta della buona fede dell’altra, diminuirebbe il timore di un attacco improvviso come quello di Pearl Harbour, timore che al momento genera in entrambe le parti uno stato di agitazione. Dunque un tale accordo andrebbe accolto con sollievo, quanto meno come un primo passo.

La maggior parte di noi non è neutrale, ma in quanto esseri umani dobbiamo tenere ben presente che affinché i contrasti tra Oriente e Occidente si risolvano in modo da dare una qualche soddisfazione a tutte le parti in causa, comunisti e anticomunisti, asiatici, europei e americani, bianchi e neri, tali contrasti non devono essere risolti mediante una guerra. È questo che vorremmo far capire, tanto all’Oriente quanto all’Occidente.

Ci attende, se lo vogliamo, un futuro di continuo progresso in termini di felicità, conoscenza e saggezza. Vogliamo invece scegliere la morte solo perché non siamo capaci di dimenticare le nostre contese? Ci appelliamo, in quanto esseri umani, ad altri esseri umani: ricordate la vostra umanità, e dimenticate il resto. Se ci riuscirete, si aprirà la strada verso un nuovo Paradiso; altrimenti, vi troverete davanti al rischio di un’estinzione totale.

Invitiamo questo congresso, e per suo tramite gli scienziati di tutto il mondo e la gente comune, a sottoscrivere la seguente mozione:

In considerazione del fatto che in una futura guerra mondiale verrebbero certamente impiegate armi nucleari e che tali armi sono una minaccia alla sopravvivenza del genere umano, ci appelliamo con forza a tutti i governi del mondo affinché prendano atto e riconoscano pubblicamente che i loro obbiettivi non possono essere perseguiti mediante una guerra mondiale e di conseguenza li invitiamo a trovare mezzi pacifici per la risoluzione di tutte le loro controversie.

Fonte

Pubblicato in presentazione | 3 commenti

#DDL2417

Sebbene in questo momento mi riesca quasi impossibile mettere una appresso all’altra parole di senso compiuto, mi si chiede di diffondere una petizione e, considerato quanto ho scritto dal giorno in cui ho aperto questo blog ad oggi, non posso sottrarmi.

Propongo quindi ai miei lettori un disegno di legge che si propone di intervenire su quella porzione del nostro ordinamento che si occupa di regolamentare la delicata materia dell’affidamento dei figli quando entrano in causa denunce di violenza domestica.

Il disegno di legge risponde al sentimento di sgomento e afflizione profonda che affligge tutti coloro che da anni (ricordiamo che il piccolo Federico Barakat, alla cui memoria è dedicato il disegno di legge, venne ucciso nel 2009) assistono impotenti alla regolare replica del medesimo angosciante scenario: una donna sporge delle denunce, nessuno si premura di svolgere adeguate indagini, colui che era stato indicato come soggetto pericoloso si macchia di orrendi delitti, e le istituzioni si giustificano rigettando ogni responsabilità.

Guarda caso, l’ultimo articolo postato in questo blog prima che comparisse all’orizzonte lo spettro di un olocausto nucleare trattava proprio di questo.

Vi suggerisco quindi di approfondire, quindi di firmare.

Pubblicato in affido e alienazione genitoriale, attualità, giustizia, politica, tutti i volti della Pas | Lascia un commento