Freak show

Se ci ferite noi non sanguiniamo? Se ci solleticate noi non ridiamo? Se ci avvelenate noi non moriamo? E se ci fate un torto non ci vendicheremo?

(“Il Mercante di Venezia”, William Shakespeare)

“Freak of nature” viene normalmente tradotto con l’espressione “scherzo della natura” ed oggi come oggi è un epiteto che può tranquillamente essere usato con valenza positiva o negativa.

I freaks cui voglio fare riferimento, però, non sono gli hungry freaks di cui cantava Frank Zappa, che orgogliosamente si fregiavano del termine per esprimere il loro dissenso nei confronti della società, bensì quelle bizzarrie umane, quelle “curiosità” – come le definiva Phineas Taylor Barnum, il celebre imprenditore circense – che nei secoli passati venivano esibiti per stupire ma soprattutto divertire un pubblico in cerca di emozioni forti.

L’uomo elefante, il ragazzo foca, la meraviglia senza braccia, l’uomo scheletro, e poi nani, grassoni, gemelli siamesi, ermafroditi: quelle che per la gente che pagava il biglietto erano occasioni per provare un brivido di disgusto unito all’insopprimibile desiderio di farsi una sonora risata, spesso erano persone sfruttate sin dalla più tenera infanzia e destinate ad una fine dolorosa e grottesca, come Julia Pastrana, nota come la “donna più brutta del mondo”, cui il nostro Marco Ferreri dedicò un film negli anni sessanta.

All’inizio del XX secolo il “freak show” perse il suo fascino. Un articolo del 1908 (“Circus and Museum Freaks, curiosities of pathology“), pubblicato nel The New York Medical Journal, è considerato il primo passo verso il declino di questo genere di attrazione, anche se il passaggio da fenomeni da baraccone a soggetti patologici cui la scienza deve porre un rimedio non credo si può considerare un passo verso la fine dell’emarginazione che i freak erano e sono costretti a patire.

Perché vi racconto queste cose, vi starete chiedendo.

Perché qualche giorno fa ho pubblicato sulla mia pagina facebook un articolo che ha scatenato un acceso dibattito attorno ad una delle pagine che al momento gode di grande popolarità: il Signor Distruggere e le sue “mamme-pancine”.

Un po’ “fenomeni” in grado di risvegliare il dotto interesse degli esperti e un po’ patetiche e ridicole attrazioni alle quali il pubblico del web non vuole assolutamente rinunciare, il fascino esercitato dalle stravaganze delle mamme-pancine a me ricorda molto le esposizioni dei “freaks of nature”: come nel caso dei freak show – nei quali la mistificazione era parte integrante dello spettacolo tanto quanto lo erano le attrazioni – anche nel caso del Signor Distruggere non possiamo sapere quanto ci sia di vero e quanto di artificiosamente adattato allo scopo di destare meraviglia e sgomento; a dirlo è lo stesso ideatore della pagina: “Non ci è possibile verificare l’autenticità dei post, perché vengono condivisi in anonimo su pagine e gruppi legati al tema della maternitàha dichiarato Vincenzo Maisto in un’intervista all’Espresso, e che molti di quei post non siano l’autentica espressione del tormento di una mamma-pancina me lo hanno confermato le persone che sono intervenute al dibattito. Una in particolare mi ha scritto:

“Io sto in un gruppo chiuso di giovani, a tema prevalentemente leggero e umoristico (non dico qual è perché è legato a una pagina), e qualche mese fa molti membri di questo gruppo si iscrivevano in massa ai gruppi delle cosiddette “pancine” per pubblicare post e commenti fake e troll. Solo da quel gruppo provenivano decine se non centinaia di persone, figuriamoci dagli altri… Non erano legate direttamente al Signor Distruggere, e lo scopo principale non era mandare screen a lui. Era per divertirsi tra di loro e per postare gli screen all’interno del nostro gruppo. Alcune erano proprio state rifiutate dalle admin dei gruppi di madri, altre avevano pubblicato dei post veramente demenziali (tipo quelli di distruggere, appunto) e avevano pubblicato gli screen nel nostro gruppo. Alcuni commenti erano di altre ragazze del gruppo nostro che si erano ugualmente infiltrate per scrivere commenti demenziali, altri commenti invece erano dei membri autentici del gruppo di madri ed era chiaro che le avevano sgamate subito. Infatti poi erano anche state bannate, mi sa.”

Le mamme-pancine così come sono descritto da Maisto non possono quindi definirsi un fenomeno sociale, perché il lavoro del Signor Distruggere non è materiale che ne dimostri l’effettiva esistenza; piuttosto può essere definito uno spettacolo appositamente creato per solleticare quel gusto del pubblico per ciò è mostruoso ma in modo abbastanza inoffensivo da risultare ridicolo.

Insomma, se fossi un’antropologa mi interesserebbe indagare più questo revival del freak show che ha trovato nel mondo virtuale un nuovo modo per tornare in auge, piuttosto che stilare il profilo di una fantomatica “mamma pancina”, che, più che vivere rintanata in qualche gruppo chiuso di facebook, sembra vivere nella nostra immaginazione, come le fantasie grottesche che gli illustratori del Medioevo e del Rinascimento non si stancavano di ritrarre.

Come alla radice delle creature un po’ bestia e un po’ uomo che popolavano gli incubi dei nostri antenati c’era molto probabilmente qualcosa di reale, anche il mito della mamma-pancina sarà nato dall’osservazione di persone vere che popolano la nostra società.

Quelle che vengono proposte oggi come “sconvolgenti scoperte” del Signor Distruggere, infatti, spesso non sono altro tematiche delle quali si è già ampiamento discusso sulla stampa mainstream. La crassa e diffusa ignoranza in tema di sessualità, ad esempio, è una fonte di ilarità dai tempi delle imbarazzanti lettere a Cioè, nonché un problema al quale, nonostante venga periodicamente denunciato, il nostro paese è deciso a non porre rimedio; mentre il massiccio ricorso a maghi, sensitivi e guaritori è da sempre un mercato floridissimo che sembra coinvolga attualmente 13 milioni di italiani. In un articolo recente sull’argomento leggiamo che si tratterebbe di un italiano su quattro: “Ma chi sono i fruitori dell’occultismo? Data la diffusione, è difficile inquadrare un profilo specifico. L’unica certezza è che quasi tutti sono a rischio, compresi i giovanissimi. Età e ceto sociale non contano.”

Nessuno, quindi, può mettere in dubbio che fra i post e i commenti del Signor Distruggere ve ne siano di veri, cioè pubblicati da una donna che ama definirsi mamma-pancina, che frequenta gruppi virtuali e che è inequivocabilmente ignorante, arrogante e portatrice di un ridicolo nonché preoccupante attaccamento alla prole, sebbene sia difficile giungere alla conclusione che ignoranza, cattivo gusto, arroganza e un morboso e malsano coi propri figli siano caratteristiche necessarie alla frequentazione di gruppi virtuali dedicati alla maternità.

In altri termini: le pancine sono tante, tutte diverse tra loro e molte si sentono ferite dall’immagine che questo freak show virtuale sta dando di loro e delle comunità che hanno contribuito a sostenerle nel corso della gravidanza e dei primi anni da mamme.

A dispetto della sensatezza di questo tipo di puntualizzazione, il freak show delle mamme-pancine continua ad avere un grande successo di pubblico, il quale si dichiara entusiasta del fatto che finalmente si siano accesi i riflettori su una simile mostruosità: “E’ accettabile il bullismo creatosi sulla pagine de Il Distruggere? Certamente no. Ciò però non può fare da copertura alla maleducazione e all’ignoranza genitoriale dilaganti da lui, semplicemente, svelate” – mi scrive una lettrice, e un altra:il fatto di stanarli e, magari (ma è difficile), farli un po’ vergognare o riportarli nel mondo reale non è necessariamente una cosa negativa. Si può condannare solo il bullismo di alcuni followers ma credere che “siamo in un mondo libero quindi ognuno ha il diritto di diffondere o cibarsi di ignoranza” è una stupidaggine colossale. L’ignoranza va curata, la stupidità contagiosa va colpita e chi alla lunga subirà i danni di tali stupidità ed ignoranza va difeso. Anche attraverso il biasimo sociale.”

Se qualcuno ne soffre (ma sono in grado di soffrire, questi mostri?), è un male necessario: quella che i lettori ma soprattutto le lettrici di Distruggere stanno conducendo è una battaglia per epurare la società attraverso l’emarginazione.

L’impressione che ho ricevuto, leggendo i commenti, è che molte donne siano convinte che l’attacco alle pancine sia un legittimo attacco ad una categoria privilegiata, difesa dai critici di Distruggere in virtù di uno status che concederebbe l’impunità: le madri, appunto.

Me lo hanno fatto pensare frasi come “Le madri non sono intoccabili, le persone non sono intoccabili. E leggo qua solo un messaggio: la maternità è sacra, tenera, da proteggere, delicata, piena d’amore. Anche no…. Che la maternità in Italia sia un TANTINO esagerata, penso siamo tutti d’accordo…. Insomma, le mammine si devono difendere in quanto tali perché culla della vita.”

L’articolo che avevo postato (potete leggerlo qui) non mira certo a difendere “le mammine”, né a descriverle come creature angelicate, rese perfette sotto ogni aspetto dalla gestazione.

Le madri non sono perfette, sono esseri umani.

Piuttosto è l’articolo di una donna che porta la sua personale esperienza di pancina (che di certo non può riassumere quella di tutte, ma ci sono più probabilità che sia vera di quante non ce ne siano che sia vero il ritratto della mamma-pancina che emerge dalla pagina del Signor Distruggere) e cerca di spiegare che tipo di supporto emotivo può trovare una donna in un gruppo dedicato a quelle donne che condividono una specifica esperienza: “la gioia incontenibile per un test di gravidanza positivo, la paura del parto, l’ansia per i primi momenti mamma-bimbo/a, l’orgoglio di mostrare foto del proprio figlio/a, il terrore che non mangi abbastanza, il tutto favorito dai grandi cambiamenti emotivi, anche provocati dagli ormoni, che sconvolgono una donna quando diventa madre e non certo agevolato da una società dove le madri sono al centro del marketing ma ricevono ben poco supporto reale.

E’ un articolo che si sforza di stimolare l’empatia, un sentimento che rovina tutto il divertimento allo spettatore del freak show.

Pochi sanno che uno dei mali che affligge una neo mamma è la solitudine.

Ci sono diversi studi che riportano questo dato: la stragrande maggioranza delle donne, limitate dal neonato nella possibilità di conservare intatti i legami sociali, si sente improvvisamente “tagliata fuori” dalla vita.

E’ facile comprendere come la rete possa diventare la più immediata soluzione al senso di isolamento per una persona che ha poche occasioni di uscire di casa.

Un altro aspetto che molti ignorano è l’opprimente senso di inadeguatezza che affligge le madri: tutt’altro che intoccabili, non solo le mamme vengono continuamente criticate per il modo in cui si rapportano con i loro figli, ma patiscono enormemente le aspettative sociali prodotte da una cultura che dipinge la madre ideale come una creatura in grado di fare l’impossibile senza nessuna fatica:

Questo video, che a prima vista appare come un’affettuoso tributo, è in realtà – come giustamente osserva una delle intervistate – “almost cruel, a very very sick, twisted joke”: un crudele, perverso scherzo.

Una madre altro non è che un essere umano: ha bisogno di dormire, di mangiare, di riposarsi come chiunque altro e descriverla come una sorta di wonder woman in grado di annullare ogni bisogno fisico ed emotivo per i suoi figli ed essere comunque felice, è un modo perverso per condannare ogni singola madre che lo guarda a non sentirsi mai all’altezza del compito che è chiamata ad assolvere.

Per questo non trovo così “mostruoso” che una mamma cerchi un luogo nel quale isolarsi dalle critiche distruttive e richieda ai suoi interlocutori comprensione e appoggio.

Questa super-mamma che la nostra cultura ci propina, tuttavia, ferisce tutte le donne: quelle che sono madri e quelle che non sono madri, che si sentono sminuite ed umiliate da questi continui ed ingiustificati tributi alla “superiore natura” della donna-madre, una madre che non possono mai aver incontrato, perché non esiste.

Motivo per il quale mi riesce altrettanto facile, da un punto di vista emotivo, comprendere la rabbia di quelle donne che si scagliano contro la mamma-pancina, il mostro meschino che finalmente svela la scomoda “verità” dietro un modello tanto osannato quanto irrealistico (è vero che le mamme non sono perfette, ma solo esseri umani, quindi fra le madri possono esserci persino dei pessimi esseri umani) come pure il successo della pagina di Distruggere.

Quello che mi sconcerta, però, è il fatto che molti non sembrino consapevoli del fatto che è di uno show che stiamo parlando, non di un’indagine sociologica, ma soprattutto che dietro quei messaggi screenshottati potrebbero anche trovarsi delle persone in carne ed ossa dotate di sentimenti umani, oltretutto gettate sul palcoscenico contro la loro volontà e contro la loro volontà esposte al pubblico ludibrio in veste di fenomeni da baraccone.

A questo punto vorrei tornare all’immagine con la quale ho aperto questo post, tratta dal celebre film di Tod Browning, Freaks (del quale vi consiglio la visione, per comprendermi appieno), per porvi una domanda: se trattiamo quelli che consideriamo mostri in modo disumano, non dimostriamo di essere anche noi, in fondo, dei mostri?

 

Per approfondire:

Il Signor Distruggere le prove

Parenthood leaves half of mother and fathers feeling lonely

Most Mothers Feel Judged, With Families Often the Worst Critics

Society: Don’t blame the mothers

La dea madre

Cherchez la mom

 

 

 

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Proposte di modifica del codice civile

Se è necessario che le giurisdizioni civili e penali siano autonome, è altrettanto necessario che si abbia una sorta di coordinamento temporale e causale tra le stesse…”

da Persona & Danno, “Proposte di modifica all’ordinamento civile e penale in tema di violenza contro le donne”

Uno dei temi emersi nel corso dell’iniziativa promossa da Laura Boldrini il 25 dicembre presso la Camera dei Deputati, anche e soprattutto grazie all’intervento di Antonella Penati, è la rivittimizzazione delle donne vittime di violenza domestica operata dalle istituzione, che coinvolge, spesso con esiti drammatici, anche i loro figli.

Sebbene la violenza assistita sia stata introdotta nel nostro ordinamento quale aggravante del delitto del reato di maltrattamenti in famiglia nel nostro codice penale, è difficile affermare che i minori coinvolti e le donne vittime siano oggi effettivamente tutelati nel momento in cui debbono affrontare le procedure di affido conseguenti all’allontanamento dall’uomo maltrattante.

Come abbiamo più volte evidenziato e come emerge dall’osservazione di ciò che avviene in sede civile, molti professionisti del settore sono lontani dall’aver assimilato che la violenza contro il partner è un comportamento lesivo del benessere dei figli – che ne siano diretti testimoni o meno – e che è un elemento fondamentale da tenere in considerazione quando si vanno a valutare le competenze genitoriali di una persona, poiché un uomo violento non può e non deve essere descritto come un genitore “sufficientemente buono”.

Pertanto trovo lodevole l’iniziativa delle avvocate Giovanna Cacciapuoti e Annamaria Raimondi – Associazione ‘Salute donna’, centro antiviolenza del Comune di Napoli – della
dott.ssa Elvira Reale – responsabile centro Dafne per le vittime di violenza, Ospedale Cardarelli, Napoli – della dott.ssa Giulia Sannolla – Funzionaria referente antiviolenza Assessorato al Welfare Regione Puglia e dell’avv. Filomena Zaccaria – centro antiviolenza “Rompiamo il silenzio”, Martina Franca (Ta), – volta a trasformare le indicazioni fornite dalla Convenzione di Instanbul in strumenti giuridici atti a proteggere donne e bambini dai rischi connessi al processo civile di separazione, perché è necessario e non più rinviabile “che negli articoli che riguardano le eccezioni all’affido condiviso siano menzionati esplicitamente gli effetti del maltrattamento assistito sulla salute e la sicurezza dei minori“.

La legge, così come è enunciata, costringe le “vittime di violenza a incontrare i partner violenti, a condividere con loro decisione sui figli, a mostrarsi addirittura favorevoli al loro rapporto con i figli, e a contrastare la volontà dei minori, che in conseguenza delle violenze esperite a vario livello, temono i padri, hanno sentimenti giustificati di ripulsa e chiedono alle madri di essere tutelati”, uno stato delle cose che pregiudica la sicurezza delle vittime e che deve cambiare.

Fra le modifiche proposte, delle quali vi consiglio caldamente la lettura, vi segnalo questo passo:

“In riferimento all’iter del processo civile sulla determinazione dell’affido, spesso accade nelle nostre aule di tribunale che le sentenze dei giudici si attengano alle conclusioni dei consulenti tecnici, a digiuno o addirittura negazionisti delle dinamiche della violenza maschile contro le donne. Ciò determina quel quadro fortemente censurato dalla Convenzione di Istanbul e dalla direttiva europea in materia di tutela delle vittime di reato (29/2012) che va sotto il nome di vittimizzazione secondaria. Occorre quindi che siano inserite nelle procedure di nomina dei consulenti, là dove strettamente necessari, delle indicazioni in forza di legge, che garantiscano l’esclusione di strumenti (alcuni dei quali come ad esempio la PAS o l’AP – Parental Alienation Syndrome, Alienazione Parentale e concetti similari, privi di scientificità; altri come i test ed i profili/diagnosi di personalità non appropriati alle vittime di violenza che portano i segni di traumi situazionali) fortemente implicati nel processo di vittimizzazione secondaria delle donne vittime di violenza. Tali strumenti di fatto nei casi della violenza facilitano procedure livellamento di responsabilità (collusione) tra vittima e carnefice; slegano inoltre la valutazione degli effetti traumatici dalla loro causa (la violenza) ponendo in capo alla donna giudizi di inadeguatezza personale e genitoriale. Riteniamo che una prima risposta a questo tipo di vittimizzazione secondaria, che passa attraverso la incompetenza dei consulenti, possa essere data dalla definizione di una lista di esperti di violenza di genere contro le donne. I giudici in caso di evidenze di violenza di genere dovranno attingere i loro consulenti da questa lista specifica di esperti e successivamente introdurre in via preliminare tra i quesiti quello che valuti il discrimen tra violenza e conflittualità di coppia.”

Importante anche l’accenno al fatto che se “nel processo penale vige, in materia probatoria, la regola della prova, oltre il ragionevole dubbio, (…) nel processo civile opera la diversa regola della preponderanza dell’evidenza o ‘del più probabile che non’ ” (cass. Pen, sez. III, sent. 5 maggio 2010, n. 29612) – come si evince da questo caso che vi proposi tempo fa, nel quale a prescindere dal fatto che i comportamenti lesivi siano stati effettivamente riscontrati, l’imputato è stato assolto – un principio che dovrebbe convincere i magistrati a tenere in debita considerazione l’esistenza di condotte lesive e maltrattanti, a prescindere dall’esito del processo penale.

Non deve più accadere, come è accaduto per Antonella Penati, che una vittima di violenza domestica venga messa sullo stesso piano del suo aguzzino e che vengano entrambi descritti come “genitori inadeguati” o che il maltrattamento venga derubricato a conflitto, come spesso accade nei processi di negoziazione, e affinché questo avvenga si rende necessario un intervento a modifica delle norme.

Buona lettura.

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La matematica dell’identità sessuale e la mascolinità tossica

La signora Decina (tutta rossa) vive in una casetta tutta rossa, mentre il signor Unità (tutto nero) vive in una casetta (tutta nera). Nelle loro casette ammettono solo i loro simili. Finché un giorno…

Quella che vi ho proposto è una delle narrazioni utilizzata nelle nostre scuole elementari per introdurre l’addizione e la sottrazione in colonna con numeri di 2 cifre.

Sebbene “decina” e “unità” siano entrambi due sostantivi di genere femminile,

in questa storiella di difficile convivenza fra condomini, l’unità è un signore piuttosto iracondo, mentre la decina concorda col dizionario e si presenta come un’accogliente signora.

La rabbia del signor Unità, la sua reazione spropositatamente violenta, è giustificata dal narratore con la mancanza di spazio: la casa è “stretta stretta”. Una giustificazione un po’ debole, perché il signor Unità non ha difficoltà ad accogliere i suoi simili, i suoi fratelli maschi: il problema quindi non è tanto lo “spazio”, quanto il fatto che alcuni sono bene accetti, mentre altre sono indesiderate e vengono respinte in malo modo.

Quando il signor Unità reagisce alla presenza di una sorella della signora Decina nella sua abitazione spedendola fuori a calci, questa non si scompone, limitandosi ad accogliere la “malcapitata” nella sua dimora. Non solo, a dispetto del precedente comportamento del signor Unità, nella terza puntata della storia la signora Decina non esiterà a “prestargli” una delle sue sorelle, per permettere la sottrazione.

Inoltre, la decina presa a calci è definita “malcapitata”. Malcapitato è un aggettivo che si riferisce ad una persona capitata in un momento inopportuno e sfavorevole, che attira su di sé le spiacevoli conseguenze di una circostanza avversa; è sinonimo di digraziato, sventurato, sfortunato, scalognato. Insomma, se la decina viene presa a calci, non possiamo prendercela col brutto carattere del signor Unità, perché è solo una questione di sfiga.

Intraprendente e rabbioso lui, affabile e accomodante lei: ecco come gli stereotipi di genere vengono insegnati ai bambini nel contesto di una disciplina che saremmo propensi a considerare innocua, sotto questo profilo.

Di questa storiella, ciò che maggiormente mi ha colpito è la conclusione: “tornò così la pace fra tutti!”

Come si è ristabilita la pace? A suon di calci  e grazie allo spirito di sopportazione delle donne-decine, che di fronte alla violenza si limitano a rifugiarsi nella loro casetta senza protestare: maschi da una parte, femmine dall’altra.

Ci dice questa storia che a volte la violenza può produrre ottimi risultati, ad esempio un’addizione corretta.

Qualche giorno fa è andato in onda il film “Whiplash”, vincitore di ben 3 premi Oscar.

E’ la storia di un giove batterista ambizioso e appassionato di jazz che incontra un insegnante sadico, il quale cita orgogliosamente il sergente istruttore Hartman di Full Metal Jacket per farci capire subito di che pasta è fatto.

Questo perverso direttore d’orchestra per due ore di film diletta gli spettatori con le torture fisiche e psicologiche alle quali sottopone i suoi musicisti (tutti maschi, naturalmente, che le donne non sanno suonare), allo scopo – almeno così sostiene – di “aiutarli” a tirar fuori il meglio.

Qualcuno dei suoi allievi si suicida, ma stiamo parlando di arte, mica di una roba da femminucce: bisogna far scorrere il sangue, tanto sangue, letteralmente, che evidentemente le mani piagate impugnano meglio le bacchette e di certo la sensibilità musicale non implica il provare dei sentimenti anche per gli altri esseri umani.

Tuttavia questo straordinario pedagogo in tutta la sua lunga e onorata carriera di docente non ha mai incontrato nessun vero talento che valesse la pena di non essere eliminato dalla scena musicale a suon di insulti e sediate: sarà perseguitato dalla sfortuna? Sarà che di musica non capisce niente ma gli interessa soltanto torturare la gente?

Se l’orchestra è un insieme di strumenti musicali che suonano in perfetta armonia, fra i talenti di questo spietato mentore c’è tutt’altro che affiatamento: quella che viene incoraggiata non è una sana e leale competitività, ma una rivalità infida e scorretta, che elimina ogni possibilità di creare legami di amicizia.

L’unico personaggio femminile è la bigliettaia del cinema alla quale il protagonista chiede di uscire, una ragazza che nell’unico scambio di battute che la riguarda ci informa del fatto che il suo mento prominente le impedirebbe di attrarre dei pretendenti. La sua fugace comparsa è funzionale ad informarci che il protagonista è etero, non un “succhiacazzi”, che è uno degli insulti preferiti dal docente.

Le allusioni all’omosessualità, infatti, costituiscono la stragrande maggioranza delle espressioni offensive che rivolge ai suoi allievi.

Mollata la bigliettaia prima che si possa palesare l’ombra di un sentimento, il protagonista rimane solo col suo aguzzino, che da bravo manipolatore alterna momenti in cui si mostra accogliente e incoraggiante a momenti di crudeltà gratuita e violenti accessi di ira, finendo col far precipitare il ragazzo in uno stato pietoso di prostrazione. Ma la storia non finisce qui.

A rendere veramente detestabile il film, a mio avviso, è il finale.

Ve lo racconto perché spero che abbiate già deciso di non guardarlo mai.

Il concerto finale si rivela essere l’ennesimo crudele scherzo del perverso docente: il protagonista è invitato a suonare con l’inganno, al mero scopo di venire umiliato di fronte ad un vasto pubblico.

Ma il giovanotto prende in mano le redini della situazione e con la sua bravura si trascina dietro l’intera orchestra, che lo segue dando vita ad un’eccezionale esecuzione alla quale segue un suo catartico assolo.

Il sadico direttore d’orchestra, di fronte alla sua maestria, si dimentica di essere lì per distruggere un essere umano e si mette a dirigerlo, compiaciuto.

Raccapricciante.

Da un punto di vista etico, intendo, perché la musica mi piace.

Quello che ci racconta questo finale è che, alla fine, il metodo Hartman ha prodotto un grande musicista, che la violenza può produrre ottimi risultati.

Perché vi ho citato questi due esempi che sembrano così poco in relazione fra loro, vi starete chiedendo.

Per invitarvi ad una riflessione su un concetto del quale si parla molto poco e spesso male: la mascolinità tossica.

Che non significa che nel cromosoma Y si nasconde un qualche agente nocivo, piuttosto ha a che fare con l’idea di mascolinità che pervade questa nostra società e che è causa di tanta, tanta sofferenza.

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Perché le donne non parlano dopo un abuso sessuale

Una traduzione da “Why women stay silent after sexual assault”, di Inés Hercovich, sociologa e psicologa sociale, TEDxRiodelaPlata

Ci sono circa 5.000 donne qui oggi. Tra noi, 1.250 sono state o saranno abusate sessualmente ad un certo punto della vita. Una su quattro. Solo il 10 percento denuncerà. L’altro 90 per cento si rifugierà nel silenzio – la metà, perché l’incidente coinvolge uno stretto familiare o qualcuno che conoscono, e questo rende molto più difficile affrontare la cosa e parlarne – mentre l’altra metà non ne parlerà perché teme di non essere creduta. E ha ragione: perché noi non ci crederemmo.

Oggi voglio parlare con voi del perché io ritengo che non siamo disposti a credere.

Non ci crediamo perché quando una donna racconta quello che le è successo, ci dice cose che non possiamo immaginare, cose che ci disturbano, cose che non ci aspettiamo di sentire, cose che ci scioccano.

Ciò che ci aspettiamo di sentire è una storia come questa: “Ragazza violentata vicino ai binari della Mitre Railroad, è successo a mezzanotte mentre stava tornando a casa, ha detto che qualcuno l’ha attaccata da dietro, le ha detto di non urlare, ha detto che aveva una pistola e che non doveva muoversi, l’ha violentata e poi è fuggito dalla scena.” Quando ascoltiamo o leggiamo una storia come questa, la visualizziamo immediatamente: lo stupratore, un uomo depravato della classe inferiore. E la vittima, una donna giovane e attraente. L’immagine dura solo 10 o 20 secondi ed è scura e bidimensionale; non c’è movimento, nessun suono; è come se non ci fossero persone coinvolte. Ma quando una donna racconta la sua storia, non si adatta ad un racconto di 10 o 20 secondi.

Quello che segue è la testimonianza di una donna che chiamerò “Ana”. È una delle 85 donne che ho intervistato mentre conducevo ricerche sull’assalto sessuale. Ana mi ha raccontato: “Ero andato con le ragazze in ufficio nello stesso pub in cui andavamo sempre, abbiamo incontrato alcuni ragazzi e mi sono avvicinata a questo ragazzo fantastico, abbiamo parlato molto. Verso le 4 del mattino ho detto ai miei amici che per me era ora di andare. Loro volevano restare. Così quel ragazzo mi ha chiesto dove vivevo e mi ha proposto che, se per me andava bene, mi avrebbe portato a casa. Ho accettato e siamo partiti. A un semaforo, mi ha detto che gli piacevo e mi ha toccato una gamba. Non mi piaceva che un ragazzo si approcciasse a me in quel modo, ma è stato affettuoso per tutta la notte. Ho pensato:’ Non dovrei essere così paranoica. E se dicessi qualcosa, ma non intendeva niente e lo offendo?’ Quando avrebbe dovuto svoltare, ha continuato dritto. Pensavo che avesse fatto un errore e gli ho fatto notare: ‘Avresti dovuto girare là’. Ma ho percepito qualcosa. Ripensandoci, mi chiedo: ‘Perché non ho prestato attenzione a quello che sentivo?’ Quando si è fermato vicino all’autostrada, è stato allora che mi sono spaventata. Ma mi ha detto di rilassarmi, che gli piacevo e che non sarebbe successo niente se non lo avessi voluto. Era carino. Non ho detto nulla, perché temevo che si sarebbe arrabbiato, e che le cose sarebbero peggiorate. Pensavo che potesse avere una pistola nel vano portaoggetti. All’improvviso, è saltato su di me e ha cercato di baciarmi. Ho detto no. Volevo spingerlo via, ma lui tratteneva le mie braccia. Quando sono riuscita a divincolarmi, ho provato ad aprire la porta, ma era chiusa a chiave. E anche se fossi uscita, dove sarei scappata? Gli ho detto che non era il tipo di ragazzo che aveva bisogno di fare una cosa del genere per stare con una ragazza, e che anche a me lui piaceva, ma non in quel modo. Cercavo di calmarlo. Ho detto cose carine su di lui. Parlavo con lui come una sorella maggiore. All’improvviso mi ha coperto la bocca con una mano e con l’altra mano si è slacciato la cintura. In quel momento ho pensato che mi avrebbe uccisa, strangolata, sai? Non mi sono mai sentita così sola, come se fossi stata rapita. Gli ho chiesto di finire in fretta e poi portarmi a casa.”

Come vi sentite ad ascoltare questa storia? Sono certa che ha sollevato diverse domande. Ad esempio: perché lei non ha abbassato il finestrino e ha chiesto aiuto? Perché lei non è uscita dalla macchina quando ha sentito che qualcosa di brutto stava per accadere? Come ha potuto, lei, chiedergli di riaccompagnarla a casa?

Ora, quando sentiamo questo tipo di storia non dalla stampa o da qualcuno come me, che sta su un palco come questo – quando la sentiamo da qualcuno che conosciamo e ha scelto di affidarci la sua storia, la ascoltiamo. Sentiamo cose che non siamo in grado di capire – o accettare. Poi i dubbi, le domande e i sospetti si insinuno in noi. E questo ci fa sentire veramente male e colpevoli.

Quindi, per proteggerci dal disagio, abbiamo un’opzione. Alziamo il volume su tutte le parti della storia che ci aspettavamo di sentire: una pistola nel vano portaoggetti, le porte chiuse a chiave, la posizione isolata. E abbassiamo il volume su tutte le parti della storia che non ci aspettavamo di ascoltare e che non vogliamo sentire; come quando lei gli dice che anche a lei lui piaceva, o quando lei ci dice che gli parlava come se fosse una sua sorella maggiore, o che lei gli avesse chiesto di portarla a casa.

Perché lo facciamo? È così che possiamo crederci; quindi possiamo sentirci sicuri che lei è stata davvero una vittima. Io la chiamo “vittimizzazione della vittima”. “Vittimizzazione“, perché per credere che lei sia innocente, che sia una vittima, dobbiamo pensare a lei come a una creatura indifesa, paralizzata, muta.

Ma c’è un altro modo per evitare il disagio. Ed è esattamente l’opposto: alziamo il volume su cose che non ci aspettavamo di sentire, come “Ho parlato  con lui tutta la sera”, “Gli ho chiesto di portarmi a casa”, “Gli ho chiesto di finire velocemente” e abbassiamo il volume sulle cose che ci aspettavamo di sentire: la pistola nel vano portaoggetti, l’isolamento. Perché lo facciamo? Lo facciamo in modo da aggrapparci ai dubbi e sentirci più a nostro agio.

Poi sorgono nuove domande, ad esempio: chi le ha detto di andare in quei club? Hai visto come lei e le sue amiche erano vestite, vero? Quelle minigonne, quelle scollature? Cosa si aspettavano? Domande che non sono davvero domande, ma piuttosto giudizi – giudizi che finiscono in un verdetto: lei se l’è andata a cercare. Questa constatazione trova conferma nel fatto che lei non ha raccontato di aver lottato per evitare di essere violentata. Quindi significa che non ha resistito. Significa che ha acconsentito. Se lei se la cerca e poi permette che accada, come possiamo chiamarlo stupro?

Io chiamo tutto questo “colpevolizzazione della vittima“.

Questi argomenti che ci servono sia per incolpare che per trasformare le vittime, tutti li abbiamo nelle nostre teste, a portata di mano – incluse le vittime e i carnefici. Tanto che, quando Ana venne da me, mi disse che non sapeva se la sua testimonianza sarebbe stata di qualche utilità, perché non era sicura che quello che le era successo fosse uno stupro. Ana credeva, come la maggior parte di noi, che lo stupro assomigli più a una rapina a mano armata – un atto violento che dura 4 o 5 minuti – e non si adatti allo scenario di una lunga conversazione con un bravo ragazzo che dura tutta la notte e finisce in un rapimento. Quando aveva paura di essere uccisa, aveva paura di essere lasciata con delle cicatrici,  doveva dare il suo corpo per evitarlo. In quel momento sapeva che lo stupro era qualcosa di diverso.

Ana non ne aveva mai parlato con nessuno. Avrebbe potuto rivolgersi alla sua famiglia, ma non lo ha fatto. Non l’ha fatto perché aveva paura. Temeva che la persona cui avrebbe raccontato la sua storia, avrebbe avuto la stessa reazione che abbiamo tutti noi: avrebbe sollevato dubbi, sospetti; avrebbe fatto quelle stesse domande che facciamo sempre quando si tratta di cose come questa. E se fosse successo, sarebbe stato peggio, forse, dello stupro stesso. Avrebbe potuto parlare con un’amica o una sorella. E con il suo compagno, sarebbe stato estremamente difficile: il minimo accenno di dubbio sul suo viso o nella sua voce sarebbe stato devastante per lei e avrebbe probabilmente significato la fine della loro relazione.

Ana tace perché in fondo sa che nessuno – nessuno di noi, non la sua famiglia o il terapeuta, per non parlare della polizia o dei giudici – è disposto a sentire cosa ha effettivamente fatto Ana in quel momento.

Anzitutto, Ana ha detto: “No.” Quando ha visto che il suo “no” non è servito, ha cercato di parlare con lui. Ha cercato di non esacerbare la sua violenza o dargli delle idee. Gli parlava come se tutto quello che stava succedendo fosse normale, in modo che lui non pensasse che lo avrebbe consegnato alla polizia, dopo.

Ora, mi chiedo e chiedo a tutti voi: tutte quelle cose che ha fatto – sono considerate una resistenza? No. Per tutti o almeno la maggior parte di noi, non lo è, probabilmente perché non è “resistenza” agli occhi della legge. Nella maggior parte dei paesi, le leggi richiedono ancora che la vittima dimostri la sua innocenza – è vero: la vittima deve dimostrare la sua innocenza – mostrando segni sul suo corpo come prova che si è impegnata in una lotta vigorosa e tenace contro il suo aggressore. Posso assicurarvi che, nella maggior parte dei casi giudiziari, nessuna quantità di segni è mai abbastanza. Ho ascoltato molte storie di donne. E non ho sentito nessuna di loro parlare di se stessa come se fosse stata ridotta a una cosa, totalmente soggetta alla volontà dell’altro. Piuttosto, sembravano stupite e anche un po’ orgogliose nel guardare indietro, ripensando a quanto fossero state chiare in quel momento, a quanta attenzione avessero prestato a ogni dettaglio, come se ciò potesse consentire loro di esercitare un certo controllo su ciò che stava accadendo.

Poi ho capito, naturalmente, che ciò che stanno facendo le donne in situazioni del genere è provare a negoziare. Stanno proponendo uno scambio: sesso per la vita.

Chiedono all’aggressore di finire velocemente, quindi tutto è finito il prima possibile e al minor costo. Si sottopongono alla penetrazione, perché, potete crederci come no, la penetrazione è ciò che le tiene lontane da uno scenario sessuale o emotivo. Si sottopongono alla penetrazione, perché la penetrazione è meno dolorosa di baci, carezze e parole gentili.

Ora, se continuiamo ad aspettarci che lo stupro sia ciò che raramente è – con lo stupratore come un uomo depravato della classe inferiore e non uno studente universitario o un uomo d’affari che va a caccia di ragazze il venerdì o il sabato – se continuiamo a immaginare le vittime come ragazze timide che svengono sulla scena, e non donne sicure di sé – continueremo a non essere in grado di ascoltare. Le donne continueranno a non essere in grado di parlare.

E continueremo a essere responsabili del loro silenzio e della loro solitudine.

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In ogni donna c’è una santa?

A nessuno interessa la loro storia, a nessuno interessa.“, Raffaele Morelli.

L’intervista delle Iene a Raffaele Morelli è una delle cose più inquietanti che abbia mai ascoltato in vita mia.

Inquietante perché ad essere intervistato è uno psichiatra e psicoterapeuta, che profitta dell’autorevolezza che la sua professione gli fornisce per “vendere” al pubblico come verità quelle che di fatto sono soltanto sue più che discutibili opinioni.

A fare appello all’autorevolezza di Morelli è proprio la iena Viviani, che si premura non solo di sottolineare che sta intervistando uno psichiatra e psicoterapeuta, ma anche di chiedergli da quanto tempo svolge la sua professione: “Da quanti anni lei è psichiatra?”- gli domanda – e Morelli risponde “Da quarant’anni, quarantun anni.

Insomma Morelli può vangare titoli e una decennale esperienza in una branca della scienza medica che ha come oggetto lo studio e la terapia delle malattie mentali: chi meglio di una persona del genere può dirci qualcosa della “mente” degli esseri umani?

Eppure,  l’intervento di Morelli contiene molto poco di “scientifico”, praticamente nulla.

La conoscenza deve provenire da prove ed argomenti, e la luce deve sorgere dalla luce delle cose stesse” scrisse John Locke nel suo Saggio sull’intelletto umano, e lo scrisse allo scopo di metterci in guardia di fronte all’appello all’autorevolezza di chi parla per sostenere un’opinione, allo scopo di sollecitare quell’imbarazzo, quella soggezione che inevitabilmente proviamo di fronte a persone molto più “esperte.

“La conoscenza deve provenire da prove ed argomenti, e la luce deve sorgere dalla luce delle cose stesse, e non dalla mia timidezza, ignoranza od errore“, conclude infatti Locke.

Prove ed argomenti: due cose che Morelli si guarda bene dal fornirci, limitandosi ad elencare una serie di affermazioni il cui valore di verità dovrebbe derivare dal semplice fatto che a pronunciarle sia lui, perché “non è un matto, ma uno psichiatra” e anche piuttosto “noto”(minuto 00:15).

Ma cosa afferma Morelli? Fra le altre cose, ci informa che “in ogni donna c’è una prostituta”. Ma non solo, afferma anche che se questa “prostituta interiore” non si manifesta nel corso della vita di una donna, questa donna è da considerarsi matta: “se esiste santa è una malattia, una grave malattia.

Sebbene al minuto 3:39 dica, rivolgendosi a Viviani: “Quante volte ha detto si ad un capo ed avrebbe voluto dire no, quante volte ha dovuto recitare, chi di noi non lo ha fatto, no? Anche dentro ogni uomo c’è la fantasia di accondiscendere a cose di cui non condividi praticamente nulla, però questo fa parte del gioco della vita, non possiamo pensare di portare in tribunale le nostre accondiscendenze (da notare che chi accondiscende di fronte alla volontà di una persona titolare di maggior potere – ad esempio “il capo” – è descritto come soggetto desiderante, come persona sì succube, ma per il suo stesso desiderio di esserlo, e non in virtù del potere di cui è titolare chi sottomette, perché il potere, secondo Morelli, non ha alcun ruolo nelle relazioni), quando parla di prostituzione Morelli parla solo ed esclusivamente al femminile.

Non è chiaro il perché, secondo Morelli, soltanto le donne posseggano questa “prostituta interiore”. E’ un qualcosa che risiede nei geni? E’ un qualcosa di indotto dal contesto sociale?

C’è un momento, in cui Viviani prova maldestramente ad informarsi sulla questione, dal minuto 5:45 in poi, quando fa l’esempio della bambina alla quale il padre offre una bambola in cambio di un bacio: “Con questo gesto [il gesto del genitore di proporre uno scambio, che la bambina, secondo Morelli, ovviamente accetterà] noi stiamo seminando l’idea che l’affettività è legata a dei vantaggi. E lo seminiamo già dagli albori dell’essere.”

A questo punto Viviani chiede “ma lo seminiamo noi o è insito nella bambina?” e Morelli risponde: “Non c’è niente che seminiamo che non sia insito.

Beh, la ricerca scientifica da tempo cerca il bandolo della matassa sulla questione (qui un esempio, che ci mostra come sia difficile stabilire cosa sia innato e cosa invece sia imputabile alle diverse aspettative culturali nei confronti di maschi e femmine), e una risposta certa ancora non la abbiamo.

Se Morelli è a conoscenza di qualcosa che tutto il resto della comunità scientifica ignora,  forse dovrebbe divulgare le sue ricerche invece di limitarsi a concedere interviste alle Iene.

O potremmo dire che se Morelli si fa intervistare dalle Iene, invece di condividere con la comunità scientifica le sue straordinarie scoperte, forse il motivo è che non ha prove e argomenti a supporto di quanto afferma.

Quello che sappiamo, oggi come oggi, è che il cervello è plastico e si modifica nel corso di tutta la vita, e che a modificarlo sono le esperienze. Se vi sono delle differenze sostanziali, precedenti all’esperienza, nel cervello umano maschile e femminile, beh non le abbiamo ancora trovate.

A tale proposito, a proposito del fatto che è molto difficile sostenere che un tratto del carattere – come ad esempio la tendenza ad “usare la seduzione per ottenere un vantaggio” – possa dipendere dal sesso biologico di un individuo, vorrei citare la Dottoressa Cordelia Fine: “The more I was treated as a woman, the more woman I became” (se vengo trattata da donna, mi trasformo in una donna), il cui libro forse andrebbe suggerito al Dottor Raffaele Morelli.

Ma veniamo alla conclusione del ragionamento di Morelli.

Poiché ogni donna, per stare bene, deve accettare la sua “prostituta interiore”, ogni volta che incontra un “uomo malato di dominio” come Weinstein deve: “imparare poi a stare con tutto questo da sola e a tacere, perché soltanto il silenzio, soltanto l’oblio, soltanto stando con la prostituta che hai scoperto che c’era in te, potrai conoscere la maturità e il completamento.”

Una donna, secondo Morelli, deve rendersi conto che se soffre, dopo un abuso sessuale, è soltanto perché non ha accettato di essere una puttana come sono tutte le donne – e quindi è inutile che se la racconta, non c’è stato nessun abuso, perché la verità e che se l’è andata a cercare – e poi deve stare zitta, perché quelle che parlano sono delle esibizioniste e comunque a nessuno frega niente della loro sofferenza.

I poveri uomini “malati di dominio”, invece, dovrebbero curarsi, perché fanno del male a se stessi. Non alle donne che feriscono, umiliano, abusano: no, a se stessi, perché, ribadiamolo, delle sofferenza delle donne-prostitute non frega niente a nessuno.

Premesso che non ho nessuna prova a sostegno di quello che sto per dire, la mia personalissima e poco autorevole opinione è che nelle donne, invece, ci sia una forte tendenza alla santità. Davvero ci vuole una considerevole quantità di santa pazienza per tollerare che un tizio vada in TV a spacciare per autorevole parere professionale una simile accozzaglia di spregevoli fandonie, soprattutto se ad essere oggetto delle offensive accuse dello psichiatra sono delle vittime di violenza sessuale che il suddetto professionista non ha mai conosciuto; per sopportare senza fiatare che un programma televisivo non solo dia spazio, ma addirittura si presti a conferire rispettabilità e prestigio a uno che non trova nulla di meglio, per commentare il  fenomeno delle molestie sessuali, che proporci il vecchio adagio “le donne in fondo sono tutte prostitute”, suggerendo il silenzio e la rassegnazione a quelle vittime che “si sentono sporche e soffrono di attacchi di panico” e rifilandoci il tutto come una terapia in grado di renderle esseri umani migliori; per rassegnarsi al fatto che questo losco figuro si permetta di insinuare che non è il potere il principale fattore responsabile della diseguaglianza che genera dominanti e sottomessi, bensì il desiderio di accondiscendere di chi, nella realtà, non ha la possibilità di fare altro se non esponendosi ad altissimi rischi e sacrifici.

Per subire l’ipocrisia di Viviani, il quale dopo che ha mandato in onda una porcheria del genere, si finge dalla parte delle vittime di molestie sessuali, alla cui pubblica umiliazione ha contribuito con la sua intervista.

Lo devo ammettere: io, un livello simile di perfezione spirituale ancora non l’ho raggiunto, perché più ci penso e più mi imbestialisco.

Forse, neanche la santità è innata.

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Il bambini e la violenza domestica

La notizia è data 27 ottobre:

Di questo fenomeno abbiamo parlato ampiamente: si tratta di mother blaming, una particolare forma di colpevolizzazione della vittima alimentata da una serie di credenze  che influenzano gli operatori della giustizia portando alla rivittimizzazione di soggetti vulnerabili e già pesantemente provati da un vissuto di violenza domestica. Spesso le madri maltrattate vengono considerate inadeguate proprio in virtù delle tipiche conseguenze di una prolungata esposizione alla violenza domestica, erroneamente interpretate come mancanze intrinseche alla loro personalità, e questo a causa della mancanza di una specifica formazione di chi dovrebbe difendere, proteggere e aiutare le vittime, invece di punirle per quello che hanno subito.

Fra le paure più grandi delle donne vittime di abusi, c’è proprio quella di perdere i propri figli a seguito di una denuncia: una paura più che fondata, che contribuisce a mantenere in gran parte sommerso il fenomeno della violenza contro le donne.

Se in Italia una notizia del genere passa quasi del tutto inosservata, recentemente in Gran Bretagna è passata una modifica della normativa volta a tutelare le “presunte vittime di abusi domestici” proprio in quei procedimenti che concernono l’affido dei minori.

Di intervenire in questo ambito, se parlava già da diverso tempo: a gennaio vi avevo parlato del rapporto di Women’s Aid, della campagna”Child First” e delle raccomandazioni mirate a porre come priorità la tutela dell’incolumità e del benessere dei bambini e delle donne nel contesto di quelle controversie per l’affido caratterizzate da maltrattamenti e violenza.

Il 2 ottobre 2017 è ufficialmente entrata in vigore la revisione del Family Procedure Rules: lo scopo della modifica apportata è quello di “stabilire ciò che il giudice deve fare in ogni caso in cui è presunto o riconosciuto o c’è qualunque altra ragione per ritenere che il minore o una delle parti in causa abbia subito un abuso domestico perpetrato da un’altra parte o che esista un rischio di tale abuso“.

Il principio generale cui gli emendamenti si ispirano recita:

L’abuso domestico è dannoso per i bambini e / o mette i bambini a rischio di subire un danno, quando sono sottoposti ad abusi domestici o quando uno dei loro genitori è violento o maltrattante nei confronti dell’altro genitore o quando vive in una casa dove sono perpetrati abusi domestici (anche se il bambino è troppo giovane per essere consapevole del comportamento). I bambini possono subire danni fisici, psicologici e / o emotivi vivendo in un contesto funestato dalla violenza domestica e possono anche subire danni indirettamente, qualora l’abuso domestico comprometta la capacità genitoriale di uno dei due genitori.

La nuova “Practice Direction” contiene un certo numero di emendamenti, tra i quali è degno di nota l’ampliamento della definizione di “abuso domestico”, che ricomprende le definizioni di “coercive behaviour” e “controlling behaviour” (il reato di “comportamento coercitivo o controllante” nelle relazioni di intimità è stato introdotto il 29 dicembre 2015, con l’obiettivo di sanzionare tutti quei comportamenti che, sebbene non procurino lesioni fisiche, comnunque danneggiano pesantemente chi li subisce – qui è possibile consultare la guida online a riguardo), ma soprattutto il fatto che ogni tipo di provvedimento deve tenere da conto non solo il benessere e la sicurezza del minore, ma anche dell’adulto vittima di abusi domestici, perché non è possibile tutelare un bambino dalla violenza domestica senza tutelare anche il genitore.

Per approfondire:

Genitorialità condivisa con un ex abusante?

I bambini hanno bisogno di essere protetti dai genitori abusanti

Usare i bambini contro le madri: le strategie del violento

Le competenze genitoriali dell’uomo violento

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Il viaggio di Rachel nella prostituzione

Grazie a Resistenza Femminista, che lo ha tradotto in italiano, ho potuto leggere quest’estate il libro “Stupro a pagamento – La verità sulla prostituzione” (Paid For, My Journey Through Prostitution) di Rachel Moran.

Il libro è stato presentato dall’autrice in Italia quest’autunno e, sebbene non abbia potuto prendere parte agli eventi dedicati, mi è giunta l’eco delle polemiche che hanno suscitato.

Il libro è stato accusato da un collettivo femminista di sex worker e (altre/i) attiviste/i di proporre una “verità UNICA” e di calpestare la dignità di quelle sex workers che si definiscono “consapevoli di scegliere“, contribuendo così allo stigma che grava sulle donne che praticano la prostituzione:

“La sua narrazione infatti vede TUTTI i soggetti i del lavoro sessuale esclusivamente vittime di abuso e di stupro, invisibilizzando e stigmatizzando così le nostre esperienze ed esistenze.

Noi esistiamo e non ci vergogniamo, pensiamo che il femminismo non debba ergersi a giudice morale e detentore di un’unica verità e visione delle cose, dividendo di fatto le donne per bene e le donne per male, ed escludendo vissuti e realtà di tantissime donne che andrebbero riconosciute come soggetti pari, e non solo e non sempre unicamente come vittime.”

Prima di entrare nel merito del dibattito, vorrei spendere due parole sul libro, del quale consiglio la lettura a tutti, sostenitori del modello nordico e fautori della regolamentazione della prostituzione.

Questo libro non è un memoir tradizionale; non è stato scritto per esserlo. Non ho scritto di prostituzione concentrandomi esclusivamente sulla mia esperienza personale, proprio perché quest’argomento è più grande di me ed è più grande del mio ruolo all’interno di questo fenomeno. I sette anni trascorsi nella prostituzione mi hanno fatto capire come veramente si tratti di un’esperienza non soltanto puramente individuale ma anche collettiva. Proprio per questo ho scelto di scrivere un libro che oscilla tra il personale e l’universale. Quello che noi donne ci raccontiamo è molto più delle storie delle storie dei nostri clienti e dei nostri segreti. Condividiamo un’esperienza i cui fili compongono un disegno talmente simile che alla fine ho capito che rappresentava la struttura di base dell’esperienza della prosituzione. L’immagine finale che emerge è davvero terrificante“.

Così inizia il racconto di Rachel Moran, oggi giornalista e co-fondatrice di Space International, un’associazione di “Survivors of Prostitution Abuse Calling for Enlightenment“, ovvero sopravvissute alla prostituzione che chiedono che si comprenda (enlightenment è anche sinonimo di undestanding) che la prostituzione non è altro che una forma di abuso perpetrato ai danni delle donna prostituite.

Inizia spiegandoci che il suo è sì un memoir (quindi non proprio un’autobiografia), ma un memoir che non si limita a rievocare ciò che è rilevante solo da un punto di vista squisitamente individuale: vuole indagare anche ciò che di universale si può trovare nel particolare.

La cosa più curiosa, se penso alle critiche mosse al libro, è che Rachel Moran non è una vittima del traffico di esseri umani, il suo ingresso nella prostituzione non è addebitabile a coercizione o violenza, non è stata minacciata né picchiata, e nel suo libro non compaiono  figure di protettori crudeli e profittatori che possano riportarci alla mente il malvagio Bill Sikes.

Appena 17enne, dopo due anni trascorsi a prostituirsi prevalentemente per la strada, Rachel apre addirittura una propria agenzia di escort, composta solo da se stessa. Diverse pagine del suo libro sono dedicate al racconto della sua predilezione per quei clienti con “esigenze particolari”, per molti dei quali spesso interpretava il ruolo di sadica dominatrice, inoltre ha esercitato la prostituzione non soltanto per la strada o in sordidi lupanari, ma anche come “escort di lusso”.

Se venisse raccontato così, per mezzo di questi scarni dettagli, il viaggio nella prostituzione di Rachel Moran apparirebbe quanto di più lontano si possa immaginare dallo stereotipo della vittima contro il quale ha protestato il collettivo di cui scrivevo all’inizio di questo post.

Se ci fermiamo alla descrizione dei fatti, la sua potrebbe essere a tutti gli effetti una vita da “sex worker”, la “sex worker” che campeggiava sui manifesti della campagna “turn off the blue light” di cui parlammo tempo fa: forte, spregiudicata, capace di muoversi agilmente fra sale massaggi e set pornografici, a suo agio in abiti eleganti come in tuta di lattex accessoriata con manette e frustini.

Ma Rachel Moran nel suo libro non si limita ai fatti, il suo è, appunto, un memoir, una scrittura autonarrativa che non ha come scopo la ricostruzione fedele di una serie di eventi che si succedono nel tempo, quanto piuttosto la “riesumazione” di tutte quelle emozioni e sensazioni che hanno accompagnato i momenti più salienti di una vita.

Riesumazione è la parola esatta che usa nel primo capitolo: “le cose di maggior valore sono quelle che bisogna riesumare, le parole più preziose sono spesso quelle che devono essere faticosamente estratte dal profondo di noi stessi. Perciò dovrò essere molto meticolosa. Dovrò scavare.

Quello che Rachel Moran ci racconta è un viaggio attraverso le sue memorie, che partono dall’infanzia in una famiglia disfunzionale segnata dalla povertà e dalla malattia mentale dei genitori, si soffermano al periodo in cui era un’adolescente senzatetto dedita al taccheggio, per arrivare all’esperienza della prostituzione, poi vanno ancora oltre e “riesumano” la dolorosa rielaborazione del suo vissuto che ha portato al lungo processo di scrittura del libro. Un viaggio che scava, in quelle memorie, alla ricerca di colori, odori, sensazioni, emozioni, sentimenti, il tutto condito da riflessioni, citazioni, cifre e dati, il tutto organizzato non in ordine cronologico: un lettura sfibrante e massacrante, come deve esserne stata la scrittura.

La storia di Rachel Moran è certo unica e irripetibile, come è unico e irripetibile ogni essere umano di questo mondo.

Allora cosa c’è di universale nel racconto della sua vita?

La mia personale opinione è che si tratti di una considerazione banale, così banale, che si preferisce tacerla quando si parla di prostituzione, ovvero che avere dei rapporti sessuali con uomini per i quali non si prova il minimo desiderio, ma ai desideri dei quali si deve accondiscendere – uomini che non debbono essere necessariamente ributtanti, aggressivi o barbari (anche se a volte lo sono) – è un’esperienza disgustosa, rivoltante, mortificante.

E questo a prescindere che l’intento di quegli uomini sia umiliare, offendere in qualche modo la dignità di chi vi si sottopone (anche se a volte lo è), e anche a prescindere dalle motivazioni di coloro che vi si sottopongono, che sia un’infanzia difficile, un passato segnato dall’abuso sessuale, la povertà o il fascino esercitato da una serie TV.

L’aggettivo “mortificante” potrebbe farvi pensare che quello che viene espresso sia un giudizio morale, ma non si tratta di questo, quella che Rachel ha subito non è stata la mortificazione della sua idea di bene o di male, di giusto o di sbagliato, ad essere mortificata è stata la carne di Rachel; Rachel in quanto creatura di carne e sangue dotata della capacità di provare tanto il piacere quanto il disgusto è stata mortificata ripetutamente e costantemente.

Penso ad una sensazione, quel brivido che mi percorre quando qualcosa che mi ripugna mi si accosta, mi sfiora, mi tocca e magari sono impossibilitata ad allontanarlo, o quel conato di nausa che mi scuote quando devo tenere in bocca una sostanza che mi repelle e contro ogni impulso a sputarla fuori devo comunque mandarla giù, nella consapevolezza che diventerà parte di me.

Ecco, è quel tipo di sensazione che ci racconta Rachel Moran, una sensazione che ha caratterizzato la quasi totalità dei rapporti coi suoi clienti e l’ha accompagnata per sette lunghi anni, rapporto dopo rapporto, giorno dopo giorno, anno dopo anno, costringendola a separare quel che desiderava da quel che faceva, a dissociarsi dalla sua riluttanza, findendo con l’allontanarsi sempre più da se stessa: “ogni volta che una prostituta anestetizza il suo sé interno come difesa dal sentire il contatto di mani non desiderate sul suo corpo, la dissociazione è il suo mezzo di sopravvivenza ma al tempo stesso è anche causa di sofferenza per la separazione dal suo sé… per il fatto di negare continuamente i propri sentimenti, si arriva ad avere una relazione traumatica con sé stesse e a volte questo conduce ad avere un sé molto oscuro. E questo è un grosso rischio, perché quando si diventa oscure a se stesse, si perde la capacità di farsi delle domande“.

Una donna che si allontana volontariamente dalle sensazioni, dalle emozioni, dai sentimenti che prova, ci dice Rachel,  diventa oscura a se stessa, ed è questa la fonte principale della sua sofferenza.

Rachel Moran afferma che la prostituzione, per ciò che è – una serie spropositata di rapporti sessuali fra persone delle quali una, la prostituta, non ne ha desiderio, ma lo tollera solo ed esclusivamente per ricavarne del denaro – va a ledere uno degli aspetti più intimi dell’essere umano, la sua sessualità, con una ricaduta a lungo termine su ogni altro aspetto della sua vita.

Secondo chi critica il libro di Rachel Moran, quella orrenda sensazione di disgusto che ha dominato la sua esperienza nella prostituzione e il peso che ha avuto sulla sua salute fisica e psichica, sulla sua vita affettiva e relazionale, danneggiandole e costringendola ad un lungo e faticoso periodo di guarigione, è da attribuirsi piuttosto a qualche sua peculiare fragilità emotiva, ad una disfunzione sessuale, ad una eccessiva rigidità morale, a qualche occasionale esprienza traumatica causata da un cliente atipico o allo stigma sociale che grava sulla prostituta, o magari ad una sfortunata combinazione di alcune o di tutte queste cose insieme, ma non ha nulla a che fare con la prostituzione, non è da collegarsi a ciò che faceva, cioè al fatto di avere rapporti sessuali con un elevato numero di uomini non per il desiderio di averli, ma per i soldi che ne avrebbe guadagnato. In altre parole: se Rachel Moran è stata danneggiata dalla prostituzione, non è perché la prostituzione sia dannosa – come lei sostiene – ma è perché c’è qualcosa in lei o nelle circostanze che l’ha resa vulnerabile a quel tipo di danno.

Questo, credo, è il nodo della questione.

Un nodo che chi ha tradotto il libro ha affrontato di petto, scegliendo un titolo molto incisivo: stupro a pagamento.

Come si può acconsentire ad essere stuprate se lo stupro è definito come l’assenza di consenso? Perché la prostituta prende il denaro e accetta tutti quei rapporti sessuali, quindi come si può parlare di violenza? Che cos’è il consenso ad una attività sessuale? E’ davvero il mero atto di dire di si?

Credo che un libro come quello scritto da Rachel Moran, più che proporre a chiunque lo affronti una “verità unica” in grado di offrire una facile e consolatoria risposta sul fenomeno della prostituzione, è un libro che pone al lettore molte domande, un libro che invita a scavare, a cercare più in profondità, senza paura di ciò che di oscuro e terrificante può emergere da un simile viaggio dentro se stessi.

 

Per approfondire:

Da “Stupro a pagamento” di Rachel Moran: La normalizzazione della prostituzione come ‘sex work’

Scienziati per un mondo senza prostituzione

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Quella volta che

Tanto tempo fa – avevo una ventina d’anni – ero a cena fuori con un ragazzo che mi piaceva molto. Ci frequentavamo da un po’ e mi venne in mente di porgli un dilemma etico.

Gli raccontai dell’esperienza di una mia conoscente, che stava frequentando un corso tenuto da un noto e influente professionista del settore.

Lei mi aveva confidato che costui aveva fatto capire alle ragazze frequentanti il corso che c’era per una di loro la possibilità di ottenere un posto, un gran bel posto, praticamente il coronamento dei sogni di ogni partecipante a quel corso dal punto di vista professionale ed economico. Un posto alle sue dipendenze.

Ma.

C’era un “ma”. C’era un prezzo da pagare, il cui “ammontare” era sottinteso ma comunque chiarissimo per le ragazze, perché se si vuole ottenere qualcosa si devono fare dei sacrifici, perché i posti a disposizione sono pochi e i candidati sono sempre troppi, perché è così che va il mondo, le donne che vogliono fare carriera “la devono da via”.

Chiesi a quel ragazzo che cosa pensava di quella situazione.

Lui era scandalizzato, scandalizzato dal fatto che gli ponessi quella domanda.

“Perché tu che faresti? Valuteresti la proposta?” mi chiese, con gli occhi fuori dalle orbite per l’indignazione.

Mi accorsi subito che ce l’aveva con me e la cosa mi fece arrabbiare.

Mi fece arrabbiare il fatto che lui non comprendesse come potevano essersi sentite quelle ragazze che inseguivano un sogno, studiavano, si impegnavano – proprio come faceva lui – ma che a differenza di lui si ritrovavano a fare i conti con la prospettiva di non veder mai riconosciuto il loro impegno, perché qualcuno di molto autorevole le informava che l’unica strada era quella di vendersi come un pezzo di carne al primo estimatore che le avesse trovate succulente.

A quel punto si scatenò l’inferno, un inferno nel quale io avrei dovuto essere rinchiusa immediatamente, secondo lui. Era lapalissiano che io non fossi altro che una lurida troia, soltanto per il fatto di aver posto la questione come discutibile serenamente a cena, che lo avevo pugnalato al cuore, lì, nel bel mezzo di una serata romantica, avevo rovinato tutto parlando di sordide donnette incapaci di trovarsi un lavoro decente senza aprire le gambe al primo che sventola qualche banconota.

Provai a fargli capire perché mi sentivo solidale con la mia conoscente, che continuava a frequentare il corso sopportando pazientemente le allusioni al fatto che lei fosse abbastanza appetitosa da concorrere a quel posto disponibile, ma la sua risposta continuava a consistere in un’unica parola, ripetuta ossessivamente:

puttana, puttana, puttana, puttana, puttana, puttana, puttana, puttana…

Ero una puttana non perché avevo affermato con sicumera che una simile proposta l’avrei accettata senza indugio, ma perché non avevo accusato quelle ragazze di essere sotto sotto complici del loro docente, perché non mi ero affannata a dire “ah io mai e poi mai cederei ad un ricatto del genere, mi sarei voltata e avrei abbandonato il corso!”, perché osavo discuterne a cena e con lui, per giunta, senza neanche preoccuparmi di rassicurarlo sulle mie condotte passate, presenti e future!

Dura e pura, doveva essere la sua ragazza. Io non lo ero e potevo anche andarmene a quel paese.

Grazie al cielo ci sono andata, anche se devo ammettere che non è avvenuto proprio quella sera.

Quello che lui non voleva ascoltare e che probabilmente io non ero in grado di spiegargli, è che il maschile di “puttana” non esiste.

“Puttano” non esiste.

Non sentirete mai nessuno pronunciare una parola del genere.

Non per nulla qualche tempo fa Franco Battiato, per riferirsi “al malcostume politico” (ci tenne a precisare che parlava di maschi e di femmine) usò il termine “troie”, al femminile, perché la prostituzione è femmina, non importa di chi stai parlando.

Per alcune parole è così: si portano addosso il peso di un genere soltanto.

Come il ministro che non può essere ministra.

La lingua, sebbene si dimostri disponibile ad accogliere i più improbabili neologismi, su questa faccenda è inflessibile: puttana sì, ministra no, ministro sì, puttano no.

Quello che faceva infuriare il mio partner di quella sera è che gli uomini devono “sgobbare” per ottenere un posto, nessuno propone loro simili allettanti “scorciatoie”.

Mi ha sempre sconcertato, questa cosa della “scorciatoia”: sono davvero convinte, le persone che ne parlano, che sia una cosa da niente, una bazzecola, sottostare ad un rapporto sessuale con una persona che ti fa profondamente schifo solo per il fatto di avertelo proposto.

Sono convinte che qualunque donna non possa che tirare un sospiro di sollievo o magari addirittura saltellare dalla gioia quando un uomo, dal quale si aspettano di essere valutate in base alla loro professionalità, propone loro di inginocchiarsi di fronte ai suoi pantaloni slacciati per dimostrare a lui, ma soprattutto a loro, che l’unico modo per raggiungere un obiettivo sia accettare di farsi trattare come un oggetto sessuale.

Wow! Un pompino! Evviva! Nessuno leggerà la mia ricerca, nessuno ascolterà il mio monologo, nessuno visionerà i miei disegni, esaminerà i miei progetti o darà un’occhiata alle mie credenziali! Erano anni che aspettavo questo momento!

Si può pensare ad una situazione del genere come una “scorciatoia” soltanto partendo dal presupposto che non ci sia nulla di profondamente ripugnante in un uomo che fa una proposta del genere.

Asia Argento, in un’intervista, ha dichiarato di essere stata “mangiata”, una scelta lessicale interessante, perché mi ha fatto pensare alle tecniche di caccia che vediamo nei documentari sugli animali.

Avete presente quando la fiera si avvicina silenziosamente al branco, in cerca del membro più vulnerabile e isolato? Di solito si tratta dei più giovani e inesperti, quelli che ancora non hanno imparato a riconoscere i pericoli e ad attuare strategie di difesa.

Sarebbe sciocco definire vile un animale, ma se un uomo, che non ha certo bisogno di strisciare nella savana per evitare di morire di fame, si appropria di simili tecniche per cogliere di sorpresa una donna che ha mille cose in mente nel momento in cui si presenta a discutere un progetto di lavoro, tranne l’idea di doversi comportare come una gazzella, “vigliacco” è la prima parola che mi viene in mente.

Squallido, abietto, ignobile, infame, spregevole, turpe, vergognoso, nauseabondo, crudele, perfido, nefando, obbrobrioso, bieco, laido, empio, meschino, esecrabile e disonesto sono tutte quelle che mi vengono in mente subito dopo.

Avere a che fare con un essere che racchiude in sé tutte queste qualità non può certo definirsi una passeggiata. Somiglia più ad una di quelle crudeli prove di coraggio, quelle che a volte fanno i bambini: “Ti sfido ad ingoiare una lumaca viva, ad entrare in quella casa diroccata quando viene la sera, a toccare quel gatto morto!” E sai già che se non lo fai dovrai pagarla cara, in qualche modo.

La seconda cosa che danno per scontata coloro che in questi giorni commentano rabbiosi contro le donne “che prima la danno poi frignano e fingono di pentirsi“, è che ogni singola donna che intenda intraprendere una carriera debba tenere da conto che si sta inoltrando in un territorio popolato di predatori ben consapevole di essere chiamata ad interpretare il ruolo dell’erbivoro.

Hai presentato domanda d’assunzione e un uomo ti invita a bere un caffé per discuterne a quattr’occhi?

Sappi che potrebbe non essere il tuo curriculum che gli interessa, bensì infilarti una mano nelle mutande.

Lo devi tenere sempre a mente che gli uomini sono fatti così, un po’ umani e un po’ mostri, non è colpa loro, sono vittime di un istinto primoridiale più virulento della rabbia, che li costringe a sbavare e ad attaccare quando si trovano di fronte una gonna indossata con troppa disinvoltura.

Nessuno ti crederà se sosterrai che sei stata colta di sopresa, che non sapevi cosa fare, che avevi paura. Cosa c’è da avere paura? E’ solo un uomo!

Vigliacco, squallido, abietto, ignobile, infame, spregevole, turpe, vergognoso, nauseabondo, crudele, perfido, nefando, obbrobrioso, bieco, laido, empio, meschino, esecrabile e disonesto, ma vogliamo sostenere che una persona del genere possa fare paura?

Uno degli articoli più deprimenti che ho letto in questi giorni (e dire che l’intento era  strapparci una risata), riguarda proprio questo tema: il problema dei maschi di fronte all’esistenza di una fattispecie penale nota come “molestie sessuale”.

Poveri uomini di oggi! Sono finiti i tempi in cui potevano assaltare un villaggio e liberarsi dello sperma in eccesso stuprando a destra e a manca senza nessuna preoccupazione! Adesso, solo perché sei “ricco ed influente” e ti azzardi a chiedere un massaggio rilassante ad una ragazza carina, rischi addirittura di perdere il lavoro. Che fare?

Prevengo subito le vostre obiezioni: io so che chi lo ha scritto vuole fare dell’umorismo.

Il dramma è che ci sono persone che ci credono davvero, alla storiella del maschio che perde il controllo di fronte all’incauta che si presenta al lavoro senza mascherarsi da Agatha Trinciabue… e molti commentano spesso qui da me.

In questi giorni una marea di donne sta raccontando senza remore #quellavoltache hanno superato con coraggio una prova per guadagnarsi un posto in una società che si ostina a non voler ragionare sul perché non si possano insultare gli uomini usando la parola “puttano”: donne che hanno ingoiato la loro lumaca in silenzio, hanno finito il loro corso e si sono portate a casa l’attestato con la testa china, che sono entrate, al buio e da sole, in un posto spaventoso, ne sono uscite vive e poi, sempre da sole, hanno continuato a tormentarsi per anni ed anni su quale sarebbe stata la cosa giusta da fare.

E’ un flusso poderoso, incontenibile, che porta con sé una gran quantità di dolore, di esasperazione, di vergogna, di rabbia e di frustrazione.

Mi auguro che continui a scorrere finché l’ultima voce che protesta contro quelle che “prima ne approfittano e poi piagnucolano” non si sia chetata.

 

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Scusate ma non ne posso più

Giulia non è più a casa, dove voleva restare, è in comunità.

Quello che sta vivendo ora è la cosiddetta reunification therapy, che consiste nel confinare il minore in un luogo lontano da casa, isolarlo dal genitore a cui è più attaccato al fine di “incoraggiarlo” con sessioni intensive ad accettare nuovamente il genitore rifiutato.

“Questa cosiddetta ‘terapia’ ricorda il tipo di tecniche di lavaggio del cervello usate nei campi di prigionia, dove la privazione e l’isolamento sono utilizzati per estorcere false confessioni e per forzare cambiamenti ideologici nei prigionieri. Sebbene queste tecniche siano in grado produrre cambiamenti nelle convinzioni e nel comportamento, siamo preoccupati che possano essere dannose per la salute mentale dei bambini.” hanno denunciato gli specialisti in terapia dei traumi infantili del Leadership Council.

Per farvi comprendere appieno le modalità con cui è somministrata questa “terapia”, tempo fa vi avevo proposto la testimonianza di uno dei ragazzi che l’ha subita. Ve ne consiglio caldamente le lettura.

Damon Moelter, proprio come Giulia, aveva affidato a you tube il suo dolore per il fatto di non essere ascoltato e creduto: “Succede a decine di migliaia di altri ragazzi come me. Come è possibile? Io credo che le cose vadano così perché l’opinione pubblica non ne sa niente. Uso i social media per spargere la voce e far sapere a tutti quello che sta succedendo.”

A dispetto del lungo periodo di terapia, che è culminato nel confinamento in un camp nel quale avrebbe dovuto essere “deprogrammato”, Damon non ha mai ritrattato la sua versione e dopo essere riuscito a sfuggire alla giustizia sposandosi a 16 anni per ottenere l’emacipazione, è diventato un attivista per la tutela dei diritti dei bambini.

Se il fatto che simili “terapie” possano essere somministrate dipende anche dal fatto che la stragrande maggioranza dei cittadini ignora quello che accade – come riteneva Damon – allora vi informo che accade anche in Italia.

Qui la pagina facebook “Libertà per Giulia”.

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Il potere generativo

«La potenza designa qualsiasi possibilità di far valere entro una relazione sociale, anche di fronte ad un’opposizione, la propria volontà, quale che sia la base di questa possibilità.

Per potere si deve intendere la possibilità di trovare obbedienza, presso certe persone, ad un comando che abbia un determinato contenuto; e per disciplina si deve intendere la possibilità di trovare, in virtù di una disposizione acquisita, un’obbedienza pronta, automatica e schematica ad un certo comando da parte di una pluralità di uomini.»

Max Weber

“Potere” è una parola solo apparentemente semplice da decifrare.

Quando scrivo “io posso”, non necessariamente mi sto muovendo nell’ambito di una relazione con un altro individuo; ad esempio, se scrivo “io posso camminare” è di una caratteristica intrinseca alla mia persona che sto parlando. Il “poter camminare” è un qualcosa che dipende dal collegamento del mio midollo spinale con il cervello e dall’assenza di qualsivoglia patologia che impedisca l’alzarsi in piedi, sostenere senza difficoltà il peso del corpo e muovere le gambe nella direzione che scelgo di prendere.

Questo particolare significato di “potere” riguarda la mia capacità di fare qualcosa, e non ha nulla a che fare con l’imporre la mia volontà ad altri o influenzarne in qualche modo il comportamento, nulla a che fare con concetti come autorità o autorevolezza.

Possedere una capacità che altri non possiedono determina necessariamente uno squilibrio: se io posso camminare, la mia relazione con chi non può camminare è indubbiamente influenzata da questa differenza e il poter camminare è in grado di pormi in una posizione di vantaggio rispetto a chi non è dotato della medesima autonomia di movimento.

Tuttavia non è detto che il possedere delle capacità che altri non posseggono mi ponga necessariamente in una posizione di vantaggio.

Oltre alle capacità dell’individuo, ci sono tante altre circostanze che contribuiscono a determinare lo status sociale di una persona all’interno di una comunità organizzata.

(Qui un’immagine di Franklin Delano Roosevelt, trentaduesimo presidente degli Stati Uniti d’America, nonché disabile.)

Nella società umana così come la conosciamo ora, essere una donna dotata della capacità di portare a compimento una gravidanza non può essere considerata, a mio avviso, una condizione intrinseca che conferisca vantaggi tali da conferire uno status “privilegiato” rispetto a quelle persone non dotate di questa capacità.

Se faccio questa affermazione, la faccio alla luce di notizie come questa:

“Preoccupano, ancor più in un paese con forte denatalità come il nostro, i dati che mergono dalla fotografia scattata dalla prima indagine nazionale sul tema: “Le donne e il parto”, realizzata per indagare il fenomeno, sommerso e ancora poco conosciuto, della cosiddetta “violenza ostetrica”, l’appropriazione dei processi riproduttivi della donna da parte del personale medico

come, ad esempio, costringerla a subire un cesareo o una episiotomia non necessari, o  a partorire sdraiata  con le gambe sulle staffe, a esporre il corpo nudo di fronte a molte persone, separare la madre dal bambino senza una ragione medica. Fra i danni che una paziente può affrontare c’è anche quello di non essere coinvolta nei processi decisionali o di essere umiliata verbalmente. Sulla base di queste informazioni, è emerso che un 21% del totale delle madri ritiene di aver subito una qualche forma di violenza ostetrica fisica o verbale alla loro prima esperienza di maternità.”

Oppure questa:

… il fatto che l’Ocse, in un rapporto sulle competenze dei lavoratori italiani presentato a Roma, certifichi che la condizione della popolazione femminile italiana sia grave è in un certo senso consolante, dal momento che almeno qualche organismo internazionale ricorda a chi ci governa, e non solo, la sofferenza delle donne italiane. Sofferenza che, anzitutto, è dovuta all’assenza di lavoro: siamo al quartultimo posto tra i 35 paesi sviluppati – sì, quartultimo – per percentuale di donne occupate. A farne le spese sono non solo le giovanissime, che almeno hanno ancora qualche chance di scegliere la formazione giusta, o di ri-orientarsi verso dove maggiore è la richiesta, ma soprattutto le donne sotto i cinquanta, quelle alle prese, appunto, con l’ormai impossibile conciliazione tra lavoro e maternità.”

O ancora questa:

(Checché ne scrivano i nostri giornali, il caso di Rebecca Kiessling è tutt’altro che un caso eccezionale.)

Alla luce di notizie come queste, ma non solo.

 

Qualche tempo fa Chiara Lalli, bioeticista, proponeva su Internazionale una tesi (l’utero artificiale potrebbe liberare finalmente le donne dal triste destino – la maternità – cui l’essere portatrici di un apparato riproduttore funzionante le condanna) partendo dalla premessa che quella differenza biologica che rende le donne capaci di portare avanti la gravidanza non sia altro che “un peso fisico, sociale e finanziario“.

Scrive Lalli:

“I rischi per la salute possono essere anche gravi. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità almeno il 15 per cento delle donne incinte affronta una qualche condizione potenzialmente mortale. Anche in paesi come l’Australia, in cui la mortalità materna è molto bassa, muoiono sette donne su centomila nati vivi. Ovviamente le morti e le complicazioni si moltiplicano in luoghi tecnologicamente meno avanzati, e per le donne che soffrono di patologie come diabete, ipertensione, sindromi autoimmuni o altre patologie croniche. (…) Il rischio può essere abbassato ma non eliminato e sembra essere percepito come ovvio, scontato, nulla di cui lamentarsi perché le donne lo hanno sempre affrontato e così deve essere. E se questo è l’atteggiamento per i rischi seri, figuriamoci come sono giudicate l’insofferenza o le proteste per le conseguenze meno gravi. Sono capricci, lamentele di donne viziate o infantili. Che vuoi che siano le nausee, le scomodità, le restrizioni alimentari, la richiesta di un comportamento “adatto”, il divieto di fumare e bere, l’incontinenza e tutti gli altri fastidi della gestazione. Sono naturali! E poi ti lamenti per le smagliature! Madre snaturata. (…) Il peso sociale della gestazione e della riproduzione ha effetti anche sul lavoro (alle donne è richiesto di scegliere tra carriera e famiglia molto più che agli uomini) e sul paternalismo medico. O sulla privacy: ognuno si sente in diritto di piazzarti una mano sulla pancia e di darti consigli non richiesti – è un’ossessione già diffusa e che appena sbuca un po’ di pancia diventa ineludibile. (…) Quanto agli svantaggi lavorativi, in parte possono essere connessi alla disparità biologica. Rafforzata dagli stereotipi, il risultato è che lavoro e donna incinta non vanno molto d’accordo. Lavori fino all’ottavo mese?!? Torni dopo pochi giorni? Niente va mai bene. Se poi devi allattare, è normale considerarti il genitore principale. Quello che deve sacrificare tutto per il bene della creatura, quello che sta a casa (si pensi alla sproporzione dei congedi parentali e ai ruoli predefiniti e ancora troppo rigidi, o alla disparità di salario che rende la scelta “inevitabile”: starà a casa chi guadagna di meno, razionale no?).”

Ci dice sempre Chiara Lalli che, seppure la condizione di donna gravida è potenzialmente pericolosa, fisicamente invalidante e contribuisce notevolmente a limitare le aspirazioni professionali di chi la affronta, per non parlare del fatto che influenza negativamente la qualità della vita, molte donne comunque continuano imperterrite a rimanere incinte, a dispetto della concreta attuale possibilità di evitarlo.

A contribuire a questa scelta occupano un ruolo non poco influente le aspettative di genere:

Non è più il tempo in cui una donna senza figli era considerata matta, ma non è nemmeno il tempo in cui le scelte sono personali ed equivalenti. Essere madre è la Scelta. E se osi dire “che palle” preparati all’ondata di scandalo. Se scegli la carriera, sei egoista e un po’ squilibrata. Sei fai un solo figlio, non gli fai il fratellino? Poi forse il cuore della questione sta nel rompere comunque le palle. Per esempio, Angelina Jolie ha troppi figli, è una madre bulimica. Gli affari vostri mai.

Poi forse il cuore della questione sta nel rompere comunque le palle, ammette Lalli.

Perché se le donne che fanno la scelta scellerata di non avere figli non se la passano bene (sullo stigma sociale che grava sulle donne non-madri vi segnalo l’interessante progetto “Lunadigas”), anche le madri hanno poco di cui gioire.

Dell’ossessione dei professionisti della salute mentale per il ruolo predominante della madre nello sviluppo psicofisico di chiunque presenti un problema è stato argomento di un mio post, in passato, nel quale si citava l’autrice di “The Myths of Motherhood“:

“l’atto d’accusa verso i genitori (di solito le madri) nella letteratura psicologica è così automatico, così brutale, così massiccio, così indifferenziato e così incurante dei limiti del potere di una madre, che preclude ogni ragionevole valutazione delle diverse situazioni cliniche.”

Vi ricordate del caso della donna condannata a risarcire l’ex marito con ben 30.000 Euro per aver “indirettamente indotto [il figlio] a disattendere gli incontri con il padre?

Se non fossimo tutti così assuefatti a considerare sconfinato il potere di una madre sulla prole (un potere che è “buono” – ovvero conduce a risultati considerati positivi dalla società – solo quando si tratta di mamme immaginarie – come le protagoniste del video “Strong” di Procter & Gamble), saremmo insorti in massa di fronte ad una condanna del genere, nella quale la stessa sentenza ammette che, se fra quel padre e quel figlio che non lo vuole incontrare ci sono dei problemi, “l’anomalia comportamentale [il rifiuto del figlio nei confronti del padre] investe direttamente il rapporto padre-figlio, senza che su ciò possa aver avuto incidenza determinante la condotta materna“.

Invece l’abbiamo salutata al grido di “giustizia è stata fatta”, perché “costei, quand’anche non direttamente responsabile delle origini del processo di triangolazione, [avrebbe dovuto] attivarsi al fine di consentire il giusto recupero del ruolo paterno“, perché la madre tutto può e se non ce la fa, se non è all’altezza del suo ruolo di onnipotente artefice della felicità dei suoi figli (un potere di fronte al quale qualunque altro comportamento diventa irrilevante), allora è una cattiva madre.

Le cattive madri esistono, ovviamente, come esistono i cattivi padri, i cattivi nonni, i cattivi fratelli, i cattivi cugini, i cattivi figli, e così via.

Ma se la madre da ringraziare è quella di Procter & Gamble, affettuosa quando ce n’è bisogno ed autorevole quanto basta per spronarti al successo, in grado di difenderti, sempre, che si tratti del bullo come di un tornado, una madre per la quale non c’è nulla che venga prima del suo essere madre, mai, che non ha bisogno di nessuno ma a cui puoi sempre rivolgerti quando hai bisogno, perché è solida come una roccia, instancabile e incrollabile, e tutto andrà bene finché c’è lei, allora nessun essere umano, per quanto dotato del potere di procreare e deciso a spendere ogni goccia del suo essere allo scopo di svolgere al meglio “il mestiere più bello del mondo” (altro titolo della campagna di Procter & Gamble), potrà mai dirsi una madre sufficientemente buona.

Una donna, una volta divenuta madre, può illudersi di aver acquisito il diritto di fregiarsi della retorica che descrive la maternità come uno stato di grazia, di essersi conquistata il suo spazio al centro dell’universo in quanto pseudo-divinità che dona la vita e se ne prende cura, partecipe del mistero della creazione di tutte le cose, può persino arrivare a compiacersene, assumendo quel fastidioso attegiamento di superiorità che è fonte di sofferenza per tutte quelle donne che – perché non possono o perché non vogliono – non hanno fatto la Scelta.

Ma questo, come bene spiegò una delle mie commentatrici in un vecchio post sul medesimo argomento, forse ha più a che fare con lo status della donna in quanto donna  che con la sua oggettiva capacità di generare:

“Ma se anche esistesse un altare della Dea Madre, e le donne desiderassero salirci, che c’è da meravigliarsi? In un Paese dove le loro vite non valgono niente, dove tutte le altre loro competenze sono sminuite o ignorate, dove sono trattate come corpi estranei in qualunque posto non sia il focolare domestico, non mi pare così strano né così deplorevole che alcune donne cerchino rifugio nell’illusione di una superiorità derivata dal ruolo di madre (pura illusione, come hai fatto notare). Scrive Lipperini: “Per molte donne, “in quanto madri” si dovrebbe avere diritto di parola su tutto: come se partorire rendesse, di per sé, atte alla comprensione delle leggi dell’universo”. Faccio notare che gli uomini non hanno alcun bisogno di diventare padri per sentirsi in diritto di mettere bocca su tutto. Date un’occhiata a una manifestazione anti-aborto e state a sentire i loro ‘argomenti’. La verità è che la saccenza maschile è tollerata e pure ammirata, quella femminile no. Forse per alcune donne la maternità è la prima occasione che hanno in vita loro per sentirsi autorevoli.”

La sensazione che ho io è che quelle le narrazioni che pongono al centro la meraviglia per il “potere generativo” della donna (del tipo Procter & Gamble, per intenderci) finiscano per rinchiuderla, come un triste imperatore, all’interno di una piccola città circondata da mura all’interno della quale si presume sia a sua disposizione tutto ciò che c’è di desiderabile a questo mondo, a condurre una vita che può rivelarsi tanto miserabile quanto quella di coloro cui non è concesso varcare quelle mura, sebbene per ragioni diverse.

A questo punto potrei avervi dato l’impressione di appoggiare la tesi esposta da Chiara Lalli: se la maternità non ci rende delle dee in terra, allora tanto vale rinunciare e delegare alle macchine, alla scienza.

Vi assicuro che non è così.

Un romanzo dei più citati quando si parla del rapporto conflittuale fra “natura” e “scienza”, è “Frankenstein”, di Mary Shelley.

Un romanzo che, vi confesso, mi tormenta sin da quando ero un’adolescente, il cui fascino è immune allo scorrere del tempo, proprio perché è impossibile fornirne un’inequivocabile interpretazione: il Dottor Frankenstein è lo scienziato immaturo, egoista e incapace di assumersi la piena responsabilità del suo lavoro che si spinge oltre ogni limite etico senza porsi troppi problemi, trasformando la scienza in un uno strumento atto a realizzare i suoi desideri di gloria, invece di metterla al servizio dell’umanità intera? Ma di cosa ha bisogno, l’intera umanità, chi lo stabilisce? La narrazione altro non è che una metafora del travaglio di mettere al mondo una “creatura”, un travaglio che per la Mary Shelley-madre si risolverà in grandi sofferenze? Il mostro che sfugge al controllo del suo creatore seminando orrori per tutta Europa altro non è che il simbolo del romanzo stesso e della “mostruosità” della creazione letteraria, oppure la sua evoluzione da creatura innocente a essere dominato dal desiderio di vendetta denuncia l’esclusione sociale e la paura del diverso come cause primarie della malvagità che funesta la nostra società?

Forse quelli che oggi  parlano di “materialismo tecnocratico”, è proprio a Frankenstein e al suo mostro che stanno pensando.

Probabilmente il romanzo è tutte queste cose e molte altre ancora. Se il mostro di Frankenstein ha ispirato una quantità incredibile di opere derivate è perché ci pone domande alle quali ancora fatichiamo a trovare la risposta definitiva.

Ma esiste una risposta definitiva?

Mi sento di affermare che no, una risposta definitiva che possa essere data una volta e mai più ridiscussa non esiste, ma quando si pone una problematica una risposta la dobbiamo comunque dare, perché esprimere un giudizio è l’unico modo che abbiamo per indirizzare le nostre azioni e prendere parte alla vita di relazione coi nostri simili.

L’utero artificiale, dicevamo: perché no? Se può garantirci una migliore qualità della vita eliminando sofferenze fisiche, se ci libera dalla paura della morte – meglio: se elimina una delle cause di morte prematura, perché prima o poi moriremo tutti – e da quelle forme di esclusione sociale che derivano dalla maternità, perché no?

Quando la tecnologia va a trasformare quello che siamo abituati a considerare sostanziale ed immutabile, il risultato deve essere per forza negativo?

Discuterne ora, che l’utero artificiale non è neanche all’orizzonte come soluzione e non ne possiamo conoscere nessun dettaglio tecnico o medico, è veramente arduo.

Tuttavia, che un simile quesito sia stato sollevato è molto interessante, forse è più interessante il fatto che il quesito si ponga che le sue possibili risposte, perché la sua esistenza – l’esistenza del quesito – mina alla radice il concetto di “potere generativo” come condizione intrinseca alla donna in grado di conferire, oggi come oggi, privilegi tali da rendere tanto difficile il farne a meno.

Di fatto il rinunciarvi non è affatto difficile, non lo è per moltissime donne. Non lo è proprio come non è difficile rinunciare ad una qualunque capacità che ti renda l’altro, il diverso, quello che mette in crisi un sistema che funziona perfettamente se tu te ne tieni fuori.

La donna incinta come la madre con i pargoli al seguito, al di fuori del focolare domestico, al di fuori della sua cittadella cinta da mura nella quale può dilettarsi a preparare pasti succulenti e a seguire amorevolmente quei bambini che saranno i campioni di domani, è un elemento di disturbo e nulla più: è inadeguata, è molesta, è ridicola nella sua dedizione.

Proprio come è ridicolo l’imperatore quando si mostra al pubblico bardato dei suoi paramenti.

E proprio come l’imperatore, quando è chiamato ad impersonare Dio in terra, non può che deludere al confronto con la divinità, anche la madre forse non può che essere una cattiva madre.

Non c’è altro posto nel quale l’imperatore possa vivere che non sia la sua città e il fatto che sia proibita a molti e, di quei molti, tanti soffrano dell’esclusione, non la rende più piacevole di una prigione.

Ho scritto tanto, seguendo il flusso dei miei pensieri.

Sentitevi liberi si pensare che ho scritto una marea di sciocchezze, anche se vi pregherei di non scrivermelo con troppa veemenza.

Ho scritto perché in questi giorni ha fatto molto discutere questa affermazione:

Una puntata, quella di Chakra del 7 ottobre sul tema della surrogacy, che ha scatenato un’orda di reazioni, che vanno dall’entusiatico al rabbiosamente indignato, con toni che spesso trascendono – da una parte e dall’altra, come accade spesso sui social – i limiti del civile confronto.

Se vi interessa, possiamo tornare sull’argomento surrogacy, del quale comunque ho già scritto molto, anche in relazione alle idee di Michela Murgia sull’argomento.

Questa frase, in particolare, estrapolata dal contesto, mi ha colpito, perché non affronta tanto il tema della concreta possibilità di immettere sul mercato la capacità di procreare come fosse un bene disponibile e del modo opportuno di farlo, quanto quello della maternità in sé e per sé.

L’immagine di queste donne asserragliate dentro un fortino – all’interno quindi di un luogo che le protegge dagli assalti di un ben più vasto mondo esterno – che lottano perché non vogliono arrendersi, è un’immagine molto potente.

Se costruisco un fortino, è perché mi trovo in una zona di guerra.

E’ in corso una guerra, dunque?

Se è in corso una guerra, è una guerra nella quale è molto difficile dire quali sono le parti in causa, chi sono i buoni e chi sono i cattivi.

Come accade per ogni guerra, peraltro.

Anche se, a guardare la trasmissione, l’impressione che Murgia abbia un’idea chiara su questo, io ce l’ho avuta: le cattive sono quelle all’interno del fortino, quelle egoisticamente abbarbicate ai loro uteri come l’imperatore al suo scettro, decise a non condividere “il potere” con nessun altro.

Una lettura piuttosto semplicistica, permettemelo.

Un apparato riproduttore non è del tutto assimilabile ad uno scettro, innanzitutto, se non altro perché non è un’attrezzo separabile dalla persona che lo rende funzionante. Non ancora.

Ma fingiamo che si possa parlare della maternità, intesa come la capacità di procreare, come di uno scettro: che tipo di potere ha conferito alle donne fino ad oggi il possederlo? E quali sono state le terribili conseguenze, invece, per chi ne era privo?

Davvero si può parlare di “regine da spodestare” quando si parla di “potere generativo” delle donne?

Oppure quel fortino, più che un luogo costruito per tenere lontani gli esclusi dal “potere”, è piuttosto un luogo – né troppo comodo o troppo piacevole – in grado di tenere al sicuro le donne da chi detiene davvero il potere di far valere la propria volontà su quella altrui, il potere di ottenere obbedienza, un luogo nel quale non corrono il rischio di diventare maltrattati animali da riproduzione, come di fatto è già avvenuto in altre zone di guerra?

 

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