Un’occasione persa

Era da poco arrivata l’estate, quando la notizia dell’inchiesta “angeli e demoni” conquistava le prime pagine dei giornali.

Prima che qualcuno pensasse di utilizzare le indagini per attaccare un partito politico…

prima che venissero nominate allo scopo di screditare le fonti che riportano il fenomeno dei maltrattamenti sull’infanzia o della violenza domestica (con un comunicato stampa datato 29 giugno un gruppo denominato LUI – Lega degli Uomini d’Italia coglieva l’occasione per definire il femminicidio un’emergenza artatamente sovrastimata), prima che il caso venisse usato per parlare di immigrazione, diritti LGBT e chi più ne ha più ne metta, auspicavamo, in questo blog, che l’improvvisa e inaspettata attenzione rispetto un tema per lo più ignorato dalla stampa fosse il principio di un’indagine ad ampio spettro capace di raccogliere al suo interno anche altri casi di allontanamenti di minori, e ne citavamo alcuni: il caso Juana Rivas, che in Spagna ha profondamente scosso l’opinione pubblica e che invece in Italia è stato a malapena citato dalla stampa mainstream, o il caso della mamma di Baressa, che nonostante abbia smosso un’intero paese della Sardegna, disposto a fare da scudo col proprio corpo alla donna e alla sua bambina, non è risultato degno di troppa attenzione.

Ma se ne potrebbero citare molti altri.

Proprio in quel periodo, ad esempio, si consumava in Puglia un ennesimo prelievo forzoso, a proposito del quale la stampa locale titolava: Se il Tribunale consegna il bimbo all’orco, un articolo del quale consiglio caldamente la lettura integrale per scoprire i retroscena della vicenda, una storia che parla di soprusi, di violenze fisiche e psicologiche e di un bambino che ha paura.

Ancora, sempre a giugno faceva scalpore la decisione del Tribunale di Padova di affidare un figlio al padre, nonostante quest’ultimo avesse alle spalle una sentenza di condanna in due gradi di giudizio per violenza e lesioni contro l’ex moglie, maltrattamenti in famiglia e violenza assistita (l’uomo avrebbe  “massacrato di botte” – con lesioni anche permanenti – insultato, minacciato, demolito psicologicamente, isolato, tenuto senza soldi e senza cibo l’ex moglie, con l’aggravante di averlo fatto alla presenza dei figli minorenni), mentre  in agosto, a Pietra Ligure, un bambino veniva tolto alla madre e affidato ad un padre sempre condannato per violenza domestica.

Purtroppo questa tipologia di casi, sebbene a mio avviso sia altrettanto degna di suscitare dubbi sull’operato delle istituzioni a tutela dei bambini, non è riuscita a rientrare nel novero di quelli da riesaminare, al punto che chi si dichiarava “con il cuore a Bibbiano”, accanto alle piccole vittime allontanate dalla famiglia…

oggi può dichiararsi concorde con il prelievo coatto di un bambino che sarebbe felice di restare dove sta, senza dover temere di risultare incoerente:

Del caso in questione, insomma, non sentiremo parlare nei talk show serali (nel blog ne avevamo accennato in questo post), pertanto dobbiamo affidarci a facebook e al comunicato delle associazioni che si sono schierate a fianco della madre:

I Centri Antiviolenza, le associazioni e organizzazioni che si sono unite e hanno lottato contro il Ddl Pillon si oppongono al decreto emesso ieri in data 11 ottobre 2019 dal Tribunale dei Minorenni di Roma nei confronti del figlio minore di Laura Massaro con il quale si decide di sottrarre forzosamente il piccolo alla madre per portarlo al padre di cui ha paura e che non frequenta da oltre sei anni. Inoltre il decreto dà alla madre la possibilità di vederlo solo ogni 15 giorni.
Ancora una volta la cosiddetta PAS – sindrome da alienazione parentale, non riconosciuta dalla comunità scientifica e giudicata senza fondamento da una sentenza della Cassazione – viene utilizzata contro una donna e suo figlio nei tribunali italiani.
Consideriamo questo decreto l’espressione massima di violenza istituzionale perché fortemente e sicuramente lesivo della salute psico-fisica di Laura e soprattutto di suo figlio. Ci opporremo con tutte noi stesse a questa decisione che riteniamo impossibile da applicare. Saremo presenti con i nostri corpi e raccoglieremo attorno a noi tutte e tutti coloro che pensano sia arrivato il momento di una riflessione e di azioni che portino a un cambiamento culturale radicale in cui le persone tornino al centro dell’attenzione e della cura delle istituzioni e di tutta la società.
Abbiamo pensato sino all’ultimo che il Tribunale trovasse una soluzione che tenesse presenti la violenza subita da Laura e l’esposizione del bambino alla violenza assistita. Così non è stato.
Ci appelliamo alla presidente del Tribunale dei Minorenni dott.sa Montaldi affinché intervenga per non far vivere al bambino questa decisione che sarebbe per il piccolo, affetto anche da una patologia grave, una violenza e quindi un trauma per decisione del Tribunale che presiede.
Non ci fermeremo e saremo presenti per monitorare la situazione e perché non abbia la fine tragica che è stata già decretata.

Differenza Donna Ong
D.i.Re – Donne in rete contro la violenza
Rete nazionale dei Telefoni rosa
Assist
Associazione Federico nel Cuore Onlus
FIGHT4CHILDPROTECTION
Casa internazionale delle donne
Fondazione Pangea
CGIL
Rebel Network
UDI – Unione donne in Italia
UIL

Sia chiaro: questo mio post non intende minimamente negare la gravità delle accuse mosse agli operatori inquisiti per gli affidi in Val d’Enza, che, secondo quanto abbiamo letto in questi mesi, avrebbero prodotto una serie di relazioni caratterizzate da “tendenziosa rappresentazione dei fatti e, a volte, da falsa rappresentazione della realtà” oppure “omissione di circostanze rilevanti”  (Nell’ordinanza, ad esempio, viene riportato come una casa definita in una relazione dei servizi sociali come fatiscente, con cibo avariato sui mobili e non adatta a un minore, fosse invece risultata un’abitazione normale durante l’ispezione dei carabinieri. Altre dichiarazioni false riguardavano “frasi testuali asseritamente pronunciate” da un minore “indicandole tra virgolette e in realtà frutto di sintesi ed elaborazioni degli indagati”. Quanto alle omissioni, invece, viene raccontato il caso di una bambina i cui comportamenti vengono fatti risalire tutti a un presunto abuso, omettendo che soffriva di epilessia; oppure veniva scritto che questa non voleva incontrare i genitori per paura di essere rapita, “circostanza risultata falsa dalle intercettazioni ambientali delle sedute di psicoterapia”. Venivano poi riferite ai periti informazioni parziali, come ad esempio sogni raccontati in maniera differente – fonte: Valigia Blu).

Semplicemente, vorrei cercare con voi di comprendere il perché alcuni casi ottengono una enorme risonanza mediatica, mentre altri rimangono confinati nell’ambito di chi si occupa di violenza domestica e violenza assistita.

Secondo il link fornito dal senatore Pillon – il sito alienazione.genitoriale.com – il nocciolo di entrambe le vicende – Bibbiano come il caso di Laura Massaro – sarebbe la manipolazione mentale:

E che differenza c’è tra gli psicologi di Bibbiano e quelli di questo caso di Roma? Gli psicologi di Bibbiano cercavano di manipolare psicologicamente i bambini per convincerli di aver subito abusi da parte di un genitore (spesso il padre). Invece quelli di Roma avrebbero accertato che la madre aveva manipolato psicologicamente il figlio per convincerlo a rifiutare il padre.

Sebbene nessuno sappia, nel dettaglio, quali sono le accuse mosse contro i genitori dei bambini coinvolti nell’inchiesta “angeli e demoni” (qualcosa possiamo leggerlo qui), sappiamo che si tratta di accuse contro i genitori archiviate in sede penale, che hanno destato l’interesse degli inquirenti a causa del comportamento scorretto dei servizi sociali, i quali, oltre a fornire false dichiarazioni, nel corso delle sedute coi bambini si sarebbero serviti di significative induzioni, suggestioni, contaminazioni e, in alcuni casi, una vera e propria attività preparatoria in vista di ‘ascolti’ in sede giudiziaria che interferiscono, quindi, con le diverse attività investigative/giudiziarie e che rischiano fortemente di contribuire alla costruzione di falsi ricordi.

Nel caso di Laura Massaro e di tutti gli altri casi analoghi che abbiamo citato, invece, (casi che un Comitato di recente costituzione definisce casi di “madri vittime di violenza istituzionale”) le accuse non sono mosse dagli operatori, ma dalla madre contro il padre.

Sempre secondo il sito fornito dal senatore, la madre si sarebbe macchiata della medesima colpa degli operatori di Bibbiano, ovvero avrebbe suggestionato il figlio convincendolo di essere stato testimone di abusi e violenze o di aver subito lui stesso abusi e violenze mai perpetrati.

Se però, come giustamente lo stesso sito alienazione.genitoriale.com riconosce, nel caso di Bibbiano esistono delle registrazioni degli incontri che proverebbero le “suggestioni, induzioni e contaminazioni” poste in essere dagli operatori indagati, a carico di questa donna, o delle altre citate, che cosa esiste, di concreto che possa dimostrare l’opera di condizionamento di cui sono accusate?

Apparentemente nulla, nulla a parte le dichiarazioni di operatori che, come il caso di Bibbiano ci suggerisce, possono mentire come qualsiasi altro essere umano.

Inoltre, non dobbiamo dimenticare che, in alcuni dei casi che abbiamo citato, i presunti “padri alienati” sono stati condannati per le violenze che i figli e/o le madri rimproverano loro.

Tornando alla domanda che mi sono posta e che vi ho posto: se Bibbiano ha ottenuto tanta attenzione, mentre vicende come quella di Laura Massaro, della mamma di Baressa o della mamma di Lecce non sollecitano l’avvio di alcuna indagine sull’operato dei Tribunali coinvolti pur riguardando casi di bambini sottratti ai genitori, non sarà forse perché preferiamo una narrazione rassicurante, che relega i maltrattamenti in famiglia e la violenza contro le donne nell’ambito dell’eccezionalità, alla dura realtà della pervasività del fenomeno?

In occasione della giornata internazionale delle bambine (11 ottobre), è stata diffusa l’ottava edizione del Dossier della Campagna “indifesa”. Leggiamo sul sito di Terres des Hommes che è in aumento il numero dei minori vittime di reati in Italia: 5.990 nel 2018, il 3% in più dell’anno precedente e il 43% in più rispetto al 2009, quando erano 4.178. Nel 2018 un terzo delle vittime ha subito reati all’interno della famiglia, proprio nel contesto che più dovrebbe proteggerle. I maltrattamenti in famiglia, con 1.965 vittime (il 52,47% di sesso femminile) sono cresciuti del 14%, e l’abuso dei mezzi di correzione (con 374 vittime) è salito del 7% rispetto all’anno precedente.

Ecco, riflettiamoci su.

 

Per approfondire:

The memo of concern: 172 esperti da tutto il mondo scrivono all’OMS per esprimere la loro preoccupazione in merito all’ipotesi di citare l’alienazione genitoriale nell’ultima versione dell’ICD 

Decreto choc del Tribunale dei minori, in nome della Pas

Le donne rischiano di perdere la custodia dei figli quando i tribunali credono ai partner abusanti

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Zinaida

Zinaida – Zina, così la chiamavano amici e parenti – aveva capito che suo marito poteva diventare pericoloso. Per questo la scorsa settimana si era rivolta ai carabinieri del suo paese, spiegando che l’uomo negli ultimi tempi aveva “crisi di gelosia”, minacciava gesti violenti, alzava la voce. Non l’aveva denunciato però, alla fine, forse pensando che allontanandosi da lui le cose sarebbero andate meglio. Invece non è andata così. Soltanto due ore prima del suo omicidio una pattuglia dei carabinieri era passata davanti a quel cancello dove Zina è stata uccisa, per controllare che tutto fosse in ordine, ma nella notte tra sabato e domenica lui, Maurizio Quattrocchi, 47 anni, da poco licenziato da una ditta in cui faceva il muratore, pizzaiolo in passato e con piccoli precedenti per ricettazione e guida in stato di ebbrezza alle spalle, l’ha aspettata sotto casa della sorella, dove Zinaida Solonari, 36 anni, arrivata tanto tempo fa nella Bergamasca da Basarabeasca, un paesino della Moldavia al confine con l’Ucraina, si era rifiugiata da qualche giorno con le sue tre figlie. Due coltellate, una alla gola e una al torace: per Zina non c’è stato scampo.

fonte: Repubblica

Questo screenshot me l’ha inviato una lettrice. Mi ha suggerito di pubblicarlo senza oscurare il nome del commentatore, ma, data l’esperienza di anni nel web, non trovo opportuno farlo.

Ormai ho imparato che esiste una porzione non trascurabile di popolo del web che si aggira nei social con l’attitudine un branco di carnivori digiuni da settimane, in attesa che una Selvaggia Lucarelli qualunque gli lanci un pezzo di carne umana da dilaniare con l’accuratezza necessaria a far durare il massacro il più a lungo possibile. A parte il fatto che nessuno, ma proprio nessuno merita un simile trattamento, è mia opinione che esso non possa produrre nessun positivo cambiamento né nel soggetto preso di mira, né in qualunque altro soggetto coinvolto a vario titolo in questo genere di attività venatoria.

In secondo luogo, non mi interessa parlare qui del commento di un singolo individuo, ma dell’idea che lo sottende, che non è patrimonio di qualche isolato losco figuro, ma accompagna sempre, come un costante rumore di fondo, ogni notizia che racconta di un gigante buono che ha fatto fuori la fidanzata, l’ex fidanzata, la moglie, l’ex moglie, una di quelle che non accettava uno di questi ruoli o non era capace di rinunciarvi nel modo a lui gradito.

Se l’ha uccisa ci sarà un motivo e molto probabilmente è un buon motivo: e per scoprirlo, come suggeriva tempo fa una discutibile affermazione pubblicata in occasione dell’omicidio di Charlotte Yapi Akassi da parte del fidanzato, si deve “scavare nella vita della ragazza per cercare di capire le dinamiche hanno portato l’uomo a spezzarle la vita”.

Scrivo su questo blog da diverso tempo ormai, e se mi avessero dato 5 centesimi per ogni volta che qualcuno è venuto qui a scrivermi “per voi femministe le donne sono tutte sante e gli uomini tutti dei mostri”, mi sarei già comprata il castello di Dracula in Romania per trascorrere il resto della mia vita drappeggiandomi addosso una vestaglia di velluto rosso.

La triste, tristissima verità è un’altra: in una società maschilista come la nostra, troppe persone sono convinte che quegli uomini che agiscono da mostri accoltellando ripetutamente la donna che dicevano da amare (o lei e i suoi parenti, i suoi amici, i suoi figli) non sono da considerarsarsi responsabili dell’accaduto, e se proprio lo sono, allora sono corresponsabili assieme alla morta, che qualcosa di meschino deve aver fatto per trasformare in una furia un uomo perbene.

La necessaria premessa di questa considerazione è una soltanto: tutti gli uomini sono uomini perbene.

Al contrario di chi ragiona in questo modo, io so che ci sono donne perfide al mondo, donne che commettono atti mostruosi; ma so anche che presumere che rientrino nel novero delle perfide tutte quelle donne del cui omicidio leggiamo un giorno sì e uno no sui giornali è uno squallido pregiudizio maschilista, la cui funzione in una società di stampo patriarcale è minimizzare e legittimare la violenza agita nell’ambito di una relazione sentimentale e al contempo minare la percezione della realtà di tutte coloro che la subiscono, insinuando il dubbio che se la siano in qualche modo meritata.

Sradicare questo pregiudizio non è facile. Occorre, a mio avviso, tanta pazienza e dedizione.

Dobbiamo trovare pazienza e dedizione, lo dobbiamo fare per Zinaida.

 

Sullo stesso argomento:

La cultura della violenza

Quando una donna viene uccisa è certamente colpa sua

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Perché Joker lascia il tempo che trova

Controverso, premiato, si parla addirittura di un Oscar per il dimagritissimo Joaquin Phoenix.

Insomma, sono andata a vedere Joker, e non mi è piaciuto. Ma non per le ragioni che titoli inopportuni come questo potrebbero indurvi a pensare:

Arthur Fleck, pagliaccio povero in canna con il sogno di emulare lo stand-up comedian che guarda con la madre inferma la sera alla TV, afflitto da un disturbo neurologico che lo costringe ad emettere una risata stridula che gli sgorga dalla gola nei momenti di maggiore stress emotivo, reduce da un ricovero coatto in istituto psichiatrico, imbottito di farmaci e seguito malamente da un sistema sanitario che offre molto poco a chi non può permettersi una adeguata assicurazione sanitaria, non somiglia neanche lontanamente a quei giovanotti assurti agli onori della cronaca per aver portato alle estreme conseguenze il credo degli incel, quegli involuntary celibates che hanno compiuto vere e proprie stragi perché ritenevano che una società ingiusta li deprivasse del diritto di fare sesso con tutte le donne che trovavano attraenti.

Abbiamo parlato di Elliot Rodger, qui, qualche anno fa, ed è veramente difficile accostare a lui le drammatiche vicissitudini di Arthur Fleck: Rodger veniva da una famiglia benestante, frequentava il college, guidava una BMW, il suo aspetto era quello di a very, very polite, kind, well-spoken, well-dressed individual , ma soprattutto ci ha lasciato un manifesto, nel quale spiega che il suo cruccio, il motivo per cui ha pianificato di “macellare” il maggior numero di persone possibile, era di non avere una donna bellissima per mezzo della quale mostrare al mondo il suo valore in quanto maschio alpha.

Anche Alek Minassian, l’uomo che con un furgone ha investito e ucciso 10 persone a Toronto, Canada, ferendone altre quindici, era uno studente universitario, definito an “intelligent” and “articulate guy” with “no issues with written communication”  da chi si stava occupando di trovargli un lavoro come sviluppatore informatico; agli agenti Minassian dichiarò “I feel like I accomplished my mission”, qualificandosi come membro attivo della incel rebellion ispirata dal manifesto di Rodger.

Scott Paul Beierle, invece, il quarantenne che aprì il fuoco in un centro yoga a Tallahassee, Florida, uccidendo due donne e ferendo altre quattro persone, era laureato in scienze politiche, aveva lavorato come docente di inglese per poi entrare nell’esercito, dove aveva servito per due anni, quindi si era reiscritto alla Florida State University, dove aveva conseguito due master. A testimonianza del suo credo incel, restano i video che ha postato in rete, nei quali si scaglia contro le donne (ce l’aveva in particolare con quelle che indossano yoga pants), e le sue composizioni musicali che inneggiano alla violenza sessuale.

Cosa c’entra il triste e malaticcio Joker di Todd Phillips, un orfano vittima di una sequela di disgrazie e ingiustizie da far sembrare Oliver Twist un ragazzo fortunato, con questi inquietanti personaggi? Cosa c’entra con uno studente privilegiato che passa il tempo lamentandosi con i suoi amici dei forum misogini perché le ragazze non si accorgono di quanto lui sia figo? (“I mean look at me, I’m gorgeous. But you girls don’t see it. I don’t understand why you’re so repulsed by me.” afferma Elliot Rodger in un video girato prima di compiere il massacro che lo ha reso l’eroe della manosphere.)

Piuttosto, Arthur Fleck somiglia molto di più all’uomo senza volto e senza nome che nei giorni scorsi ha risvegliato l’ira di Salvini scorazzando armato di roncola in una cittadina marchigiana.

Un nigeriano, ci racconta la cronaca locale, un irregolare senza fissa dimora già destinatario di provvedimenti d’espulsione: questo è tutto ciò che sappiamo di lui; a differenza del Joker, a lui non servono neanche una maschera o il trucco da clown per rendersi irriconoscibile, perché nessuno è interessato a conoscerlo, nessuno vuole sapere cosa gli è capitato, quali eventi lo hanno condotto in stato confusionale ad agitare un attrezzo agricolo arrugginito contro le auto e i passanti. Più di ogni altra cosa, nessuno si sente ispirato dal folle gesto di un ultimo fra gli ultimi al punto da organizzare giornate di protesta contro l’iniqua distribuzione della ricchezza nel mondo.

Fra tutte le critiche che ho letto in questi giorni, quella che più si adatta alla sensazione che il film mi ha lasciato è quella di David Edelstein di Vulture,  che ha descritto il film come “una sola nota fastidiosa suonata sempre più forte”.

Il film, nel disperato tentativo di scavare alla ricerca delle radici del male e rendere più complessa e profonda la biografia di quello che fino ad oggi era uno dei migliori cattivi della storia dei fumetti, dimentica che, come diceva Hanna Arendt, il male non possiede una profondità e andarne alla ricerca ci rivela soltanto la sua banalità.

Non tutti gli sventurati giungono alla conclusione che la violenza sia la risposta ai loro problemi, come non tutti coloro che scelgono la violenza sono degli sventurati: anche questa è una banalità, ma temo sia l’unico commento che un film del genere si merita.

 

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Volo batte dove il dente duole

“A huge part of how my career has shifted is based simply on the way that I look, on the way that I’ve shaped my body to look,” said Pratt, adding that he felt “totally objectified”. “I think it’s OK, I don’t feel appalled by it,” he continued. “I think it’s appalling that for a long time only women were objectified, but I think if we really want to advocate for equality, it’s important to even things out. “Not objectify women less, but objectify men just as often as we objectify women. There are a lot of women who got careers out of it, and I’m using it to my advantage. And at the end of the day, our bodies are objects. We’re just big bags of flesh and blood and meat and organs that God gives us to drive around.”

fonte: The Guardian

 

Traduco: “Gran parte dei motivi per cui la mia carriera è cambiata hanno a che fare con il mio aspetto, con il modo in cui ho modellato il mio corpo per apparire “, ha detto Pratt, aggiungendo che questo lo fa sentire “totalmente oggettificato “. “Penso che sia OK, non mi inorridisce”, ha continuato “Penso che sia spaventoso che per molto tempo solo le donne siano state oggettificate e che, se vogliamo davvero sostenere l’uguaglianza, è importante uniformare le cose. Non oggettificare meno le donne, ma oggettificare gli uomini con la stessa frequenza con cui oggettifichiamo le donne. Ci sono molte donne che ne hanno fatto una carriera e lo sto usando a mio vantaggio. In fin dei conti, i nostri corpi sono oggetti. Siamo solo grandi sacchi di carne, sangue, carne e organi che Dio ci ha dato per andarcene in giro.”

 

Channing Tatum on “Magic Mike XXL“: “We’re just doing our part to objectify men because women have been objectified enough.”

fonte: CBS News

Traduco: Channing Tatum a proposito di “Magic Mike XXL”: “Stiamo solo facendo la nostra parte affinché anche gli uomini siano oggettificati, perché le donne lo sono state abbastanza.

 

 

 

Ieri, dopo il putiferio scatenato dalle esternazioni di Fabio Volo sulla cantante e attrice Ariana Grande, ho chiesto ai lettori della mia pagina come mai nessuna donna si è mai scagliata pubblicamente e con altrettanta veemenza (‘chi è ‘sto puttanun? Come si è introiata’ avrebbe commentato a proposito dell’abbigliamento e delle movenze di Grande nel suo video 7 rings) contro esponenti del mondo dello spettacolo di sesso maschile, accusandoli di “imputtanire” i loro figli con virili “richiami sessuali”.

Mentre impazzava il dibattito, sulla mia pagina come altrove, Volo è intervenuto replicando con la frase d’ordinanza in questi casi: “sono stato frainteso”.

Non ho mai detto che Ariana Grande è una put***a e non mi permetterei mai – ha dichiarato, suggerendo che “puttanun”, a dispetto delle apparenze, sottintenda tutt’altro significato – Ho solo detto che, in un momento in cui ci sono movimenti come il #Metoo, mi sembra strano sia normale che una cantante si rivolga a un pubblico giovane utilizzando riferimenti e comportamenti di stampo così esplicitamente sessuale. Insomma, mi sembrava di aver fatto un bel discorso per le donne. Invece ho subito, per la prima volta in vita mia, uno shitstorm.

Un bel discorso per le donne: che il discorso fosse “bello”, beh…

Ma per ora soffermiamoci sulle destinatarie.

Perché un discorso del genere lo si può fare soltanto “per le donne”, visto che, come sanno anche i miei lettori, non esiste un termine al maschile in grado di racchiudere tutti i significati e le sfumature che la parola “puttana” porta con sé.

Apro una piccola parentesi: puttano esiste, o meglio, esisterebbe se qualcuno si sognasse di usarlo in un discorso o un’invettiva; purtroppo è un termine che ai più suona stonato (come accade con sindaca o ministra), al punto che quando lo si vuole usare per offendere una moltitudine di uomini e donne insieme (intendo puttana, ma anche un suo sinonimo), viene naturale  usare il plurale femminile per comprenderli tutti, come è accaduto a Franco Battiato quando disse: “La gente che ha lavorato tutta la vita e’ rimasta in qualche modo genuina, invece in Parlamento ci sono delle troie che farebbero di tutto”.

Ma perché la parola puttano non gode del medesimo successo del corrispettivo femminile?

Rispondendo alla mia domanda, molte delle utenti di facebook hanno risposto anche a questo interrogativo.

Non possiamo rivolgerci ad un Channing Tatum che si strofina sul pavimento in déshabillé allo stesso modo in cui ci rivolgiamo ad Ariana Grande che canta carponi e non perché lui non metta altrettanto impegno nei movimenti pelvici che alludono al rapporto sessuale.

Ciò che rende radicalmente diverse le loro performance non è né l’abilità nel fare ciò che fanno, né i loro intenti, ma il contesto sociale, un elemento sul quale i singoli individui riescono ad avere un’influenza limitata.

Nonostante l’ impegno di tutti i giovanotti che si spogliano davanti alle cineprese, di uomini oggettificati ne vediamo ancora molto, molto pochi rispetto alla mole di corpi femminili più o meno provocanti che ci perseguitano ovunque, pubblicizzano qualsiasi cosa e si agitano nei video musicali anche quandoil testo della canzone che li accompagna a tutto fa pensare fuorché al sesso.

Rimanendo nel campo degli idoli dei giovanissimi, un esempio calzante di questo effetto straniante prodotto da corpi femminili che sfilano a sproposito è la canzone “Sorry “di Justin Bieber: se il testo ci racconta dell’importanza di chiedere perdono prima che sia troppo tardi (all’ex fidanzata, ai suoi fan, ai media, lo stesso Bieber ha confermato che sentiva il bisogno di chiedere scusa una volta per tutte ad un sacco di persone), sullo schermo, invece di qualcosa che faccia pensare alla sincera contrizione, vediamo un mucchio di ballerine scatenate che si toccano in modo sensuale.

E’ lecito chiedersi: ma perché? Qual è il nesso con il perdono? Qual è il messaggio veicolato da questa sovrabbondanza di corpi che si contorcono, spesso con la testa fuori campo?

L’unica risposta che mi viene in mente è che il binomio donna-sesso “is the new black”, ovvero sta bene con tutto, si intona perfettamente ad ogni occasione, che sia un video musicale o la pubblicità dei tappetini per il bagno, producendo con la sua onnipresenza il fastidioso effetto collaterale di ricordarci che l’unica cosa che conta davvero, per qualsiasi donna e in ogni occasione, è apparire sexy.

Ecco perché un Channing Tatum che si impegna ad oggettificare il suo corpo (e lo rivendica persino!)  non indigna né tantomeno preoccupa i genitori di figli maschi, mentre se una donna ammicca allo spettatore con le labbra tumide si scatena un dibattito feroce, che finisce con il citare il #metoo e quindi le molestie e la violenza sessuale.

Già, la violenza sessuale.

Lo spettro della violenza sessuale aleggia sempre, quando si discute di donne e sessualità.

In un articolo di qualche anno fa, la professoressa di sociologia Lisa Wade si esprimeva in merito alle immagini di uomini sessualizzati ed oggettificati:

It’s funny to us to think of women being lustful, because we don’t really take women’s sexuality very seriously.  In this way, the joke affirms the gender order because the humor depends on us knowing that we don’t really objectify men this way and we don’t really believe that women are the way we imagine men to be.

E’ divertente – sosteneva – immaginare le donne come delle lussuriose (come lo sono le folle urlanti di fronte agli streap-tease di Magic Mike, ad esempio), perché non prendiamo seriamente la loro sessualità. In questo modo (cioè mettendo in scena l’oggettificazione del maschio) in realtà si riafferma l’ordine gerarchico fra i generi, perché il divertimento sta nel fatto che noi (donne) siamo consapevoli di non oggettificare davvero gli uomini e non crediamo davvero che le donne siano come immaginiamo gli uomini.

E come li immaginiamo gli uomini?

Mi duole dirlo, ma se siamo costrette a preoccuparci dei “profumi e dei colori” coi quali ci adorniamo, è soltanto perché sotto sotto gli uomini ce li immaginiamo tutti come dei potenziali stupratori.

Che ci piaccia ammetterlo o meno, quando ascoltiamo Fabio Volo che si descrive mentre arriva ad una festa e occhieggia la ragazza seminuda che balla in modo provocante sussurando agli amici “puttanon”, è allo stupro che noi donne pensiamo. E se non proprio allo stupro in sé, la seconda cosa che ci viene immediatamente in mente è Fabio Volo che commenta: “Se l’è andata a cercare” (anche perché lo ha detto: guarda che se c’è il lupo rischi tu).

Che il proprio figliolo venga stuprato da una gang di brutali ragazzine, è una preoccupazione materna tanto quanto lo è il rapimento alieno o la possibilità che il proprio figlio precipiti oltre il bordo della terra piatta – cosa che non si può dire nel caso di una figlia femmina, visto che si calcola una media di 11 stupri al giorno, in Italia – e finché non siamo abbastanza onesti da partire da questo assunto lapalissiano, ogni discorso sull’oggettificazione è futile, se non ipocrita.

Quindi, senza dilungarmi sugli effetti che la sovrabbondanza di corpi femminili ipersessualizzati e oggettificati ha sulle giovani menti degli spettatori che si affacciano timidamente all’età adulta né sul legame che intercorre fra questa e la violenza sulle donne (perché ne abbiamo già parlato), possiamo concludere che sì, Fabio Volo è invischiato nella cultura dello stupro come la stragrande maggioranza degli abitanti di questo paese e lo ha dimostrato con le sue orrende affermazioni, che sono da biasimare.

Tuttavia, in modo del tutto casuale, ha sfiorato un tema del quale si parla troppo poco e in modo troppo superficiale.

 

 

Sullo stesso tema:

Ipersessualizzazione

Breastaurant: gli effetti dell’oggettificazione sulle impiegate

 

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Il blog si prende una pausa

Abbandono il blog per un po’: cause di forza maggiore.

Ci risentiamo presto!

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Venezia, too

Avrete letto tutti del caso Polanski esploso alla Mostra del Cinema di Venezia: la Presidente della Giuria, Lucrezia Martel, a proposito dell’inclusione fra i film in concorso di J’accuse, l’ultima opera di Roman Polanski, aveva dichiarato alla stampa che non avrebbe preso parte alla cena di gala del regista per non essere costretta ad applaudirlo:  “Io non divido l’uomo dall’opera” ha affermato.

Il produttore del film Luca Barbareschi ha reagito minacciando il ritiro della pellicola, mentre il direttore della Mostra Alberto Barbera ha ribattuto sostenendo la necessità di separare l’uomo dall’artista: “La storia dell’arte è piena di artisti che hanno commesso crimini, di varia gravità, e non per questo abbiamo smesso di ammirare le loro opere. Polanski è uno degli ultimi maestri europei in attività; ho visto il suo nuovo film, mi è piaciuto, e non ho avuto dubbi sull’opportunità di invitarlo. Non sono un giudice, non posso stabilire se un artista deve o no andare in carcere, ma sono un critico cinematografico cui viene chiesto se un film è meritevole di partecipare a una competizione o no. Secondo me lo stesso dovrebbero fare gli spettatori davanti al film.”

Successivamente Martel ha precisato di non essere  in alcun modo contraria alla presenza del film di Polanski alla Mostra, auspicando un dibattito “su questi temi”; Barbareschi, invece, sulla questione ha invocato il silenzio: “Il passato è passato, la giuria deve giudicare, il pubblico se vuole applaudire”.

 

 

 

 

 

fonte: www.vanityfair.com

In una recente intervista con lo scrittore francese Pascal Bruckner, che gli chiedeva: “sopravvivrai all’attuale maccartismo neo-femminista che, oltre a inseguirti in tutto il mondo e cercare di impedire la proiezione del tuo i film, tra le altre vessazioni, ti ha anche espulso dagli Oscar?”, Roman Polanski si è definito una vittima al pari di Alfred Dreyfus, il protagonista di J’accuse:

In the story, I sometimes find moments I have experienced myself, I can see the same determination to deny the facts and condemn me for things I have not done. Most of the people who harass me do not know me and know nothing about the case….My work is not therapy. However, I must admit that I am familiar with many of the workings of the apparatus of persecution shown in the film, and that has clearly inspired me.

“Nella storia a volte trovo momenti che io stesso ho vissuto, posso vedere la stessa determinazione nel negare i fatti e condannarmi per cose che non ho fatto. La maggior parte delle persone che mi molestano non mi conoscono e non sanno nulla del caso … Il mio lavoro non è terapia. Tuttavia, devo ammettere che ho familiarità con molti dei meccanismi dell’apparato di persecuzione mostrati nel film, e questo mi ha chiaramente ispirato.”

Se ci fermassimo a leggere a questo punto, potremmo dedurre che Polanski faccia riferimento allo stupro della tredicenne Samantha Gailey (oggi Geimer) avvenuto nel 1977, il reato del quale è colpevole al di là di ogni ragionevole dubbio, per il quale è fuggito dagli Stati Uniti onde evitare di affrontare il processo e al quale chiaramente Bruckner fa riferimento citando il “femminismo maccartista” e la decisione dell’Academy of Motion Picture Arts and Science di escluderlo dagli Oscar, ma il regista decide di confondere le acque e prosegue citando le accuse mosse contro di lui dopo la morte della moglie Sharon Tate, accuse cadute quando le indagini hanno portato gli inquirenti a Charles Manson e alla sua “famiglia” di assassini.

Questa è da sempre la principale strategia difensiva di Roman Polanski: ogni qual volta qualcuno affronta il tema dello stupro di minorenni, prende a raccontare le tragedie che hanno funestato la sua vita: l’infanzia in un’Europa devastata dalla persecuzione nazista degli ebrei, la madre morta nel campo di concentramento di Auschwitz, la moglie brutalmente assassinata mentre era incinta di otto mesi nel corso di una delle stragi più efferate del secolo scorso, ed è davvero difficile non empatizzare con lui di fronte ad eventi del genere, che però non hanno nulla a che spartire con ciò che gli viene contestato.

Poi conclude:

For them, my film Rosemary’s Baby, proved that I was in league with the devil! It lasted several months, until the police finally found the real killers, Charles Manson and his ‘family’. All this still haunts me today. Anything and everything. It is like a snowball, each season adds another layer. Absurd stories by women I have never seen before in my life who accuse me of things which supposedly happened more than half a century ago.

“Per loro, il mio film Rosemary’s Baby, dimostrava che io fossi in combutta con il diavolo! Durò diversi mesi, finché la polizia non trovò finalmente i veri assassini, Charles Manson e la sua “famiglia”. Tutto ciò mi perseguita ancora oggi. Tutto e niente. È come una palla di neve, ogni stagione aggiunge un altro strato. Storie assurde di donne che non avevo mai visto prima in vita mia che mi accusano di cose che presumibilmente sono accadute più di mezzo secolo fa.”

A quali storie assurde fa riferimento?

Probabilmente parla delle donne che hanno recentemente deciso di venire allo scoperto: Marianne Barnard, che racconta di essere stata molestata da lui quando aveva solo 10 anni, Renate Langer, che afferma di essere stata violentata quando ne aveva 15 e di aver deciso di uscire allo scoperto dopo la testimonianza di Robin, che denuncia di essere stata stuprata a 16 anni, oppure Charlotte Lewis, che parlò della violenza subita a 16 anni nel 2010 (quindi molto prima dell’avvento del #metoo), ma potrebbe anche riferirsi al caso per il quale è un ricercato da più di quarant’anni; saranno i lettori a deciderlo.

Perché in tutti questi anni, dalla sua fuga ad oggi, mai Roman Polanski ha ammesso pubblicamente di aver stuprato qualcuno, neanche Samantha Geimer.

Geimer sostiene che in privato, Polanski si sia scusato con lei (I want you to know how sorry I am for having so affected your life, le ha scritto – una frase che, di fatto, non contiene alcuna ammissione di colpa), motivo per il quale ha perdonato il suo aggressore e ha richiesto l’archiviazione del caso che la riguarda. Pare che i suoi legali, nel 1993, si siano accordati con il regista per un risarcimento in denaro, e la donna si dice oggi fermamente convinta che non ha mai avuto senso spedire Polanski in carcere, perché (riporta la rivista  Elle) “Le persone si possono redimere, non è il caso di farle pagare a vita.”

Redimere: una scelta lessicale interessante. Possiamo considerare Polanski un uomo redento?

La richiesta di Geimer, tuttavia, è stata respinta, e per quanto sia comprensibile il suo desiderio di lasciarsi alle spalle una vicenda giudiziaria che racconta di aver vissuto come “quarant’anni di condanna” (lei e la madre sono state definite bugiarde e arrampicatrici sociali, Gore Vidal la chiamò addirittura puttana in un’intervista), sono molti gli elementi che ci portano a pensare che Polanski abbia tutt’altro che preso coscienza della reale gravità delle azioni che vi vengono imputate, e non sto parlando delle donne che “presumibilmente” avrebbe assalito dopo lo stupro nella villa di Jack Nicholson.

In un articolo dello scorso anno pubblicato da The Guardian, a tale proprosito Hadley Freeman ha citato un’autobiografia del regista, nella quale Polanski non ha avuto remore a descrivere la sua vittima tredicenne come una donna “disinibita che evidentemente aveva esperienza”:

“Le ho chiesto quando aveva iniziato a fare sesso”, scrive, come se fosse una cosa normale per un uomo di 43 anni da chiedere a una ragazza di 13 anni. A casa di Jack Nicholson, lei gli dice che ha sete, quindi le dà da bere. “Non stavamo parlando molto”, scrive Polanski. “Ma ho potuto percepire una certa tensione erotica tra di noi.”

Gailey avvertì qualcosa di diverso. Secondo la testimonianza, gli ha ripetutamente chiesto di portarla a casa e aveva “paura di lui”. Quando ha iniziato a baciarla, lei gli ha detto: “No, stai lontano”. Quando ha fatto sesso orale con lei, era “sul punto di piangere” e gli ha chiesto di smettere.

Polanski racconta che lei “faceva l’amore” in modo così sexy che poteva praticamente sentire il suo respiro affannoso. “Non c’erano dubbi sulla sua esperienza e sulla mancanza di inibizione. Si aprì e io entrai in lei. Non era indifferente “scrive.

Così invece Gailey ha descritto il crimine: “Ha messo il suo pene nella mia vagina. Per lo più dicevo: “No, basta.” Ma non combattevo davvero perché non c’era nessun altro lì e non avevo un posto dove andare. Non mi ha risposto quando ho detto di no … Poi ha sollevato di più le mie gambe ed è entrato nel mio ano. “

Successivamente, nella macchina di Polanski, Gailey pianse. Ma lui non ne parla nel suo libro. Invece, descrive il tentativo di organizzare un appuntamento con lei.

L’articolo riporta anche quanto dichiarato da Polanski in un’intervista del 1979 a proposito delle accuse:

I giudici vogliono scopare le ragazzine. Le giurie vogliono scopare le ragazzine – tutti vogliono scopare le ragazzine! – si lamentava, denunciando l’ipocrisia di chi puntava il dito contro di lui: a suo avviso non era chiamato a subire le conseguenze di una sincera indignazione causata dall’effettiva gravità del fatto (non si sarebbero accaniti altrettanto, sostiene, se avesse ucciso qualcuno), ma era diventato l’oggetto della morbosa attenzione di quei libidinosi incapaci di rapportarsi serenamente alle loro pulsioni.

Commentava Martin Amis:

Avere l’aspetto di una sedicenne non è una cosa che dà all’adulto il diritto di andare a letto con un’adolescente. Nonostante ciò che dice Polanski, non tutti vogliono scopare ragazze. Non ci si può nascondere dietro una falsa universalità: non si può cercare sicurezza nei numeri. Inoltre, la maggior parte delle persone che vogliono scopare giovani ragazze, non scopano giovani ragazze. (…) Persino Humbert Humbert aveva capito che le ragazze non sanno davvero se vogliono farlo o no. Il pedofilo ruba loro l’infanzia. Polanski, questo, non ha mai nemmeno provato a capirlo.

fonte: il Corriere della Sera

Oggi, Polanski si appella alla clemenza di Samantha Geimer per tacitare chi lo contesta: “Come sapete, ha chiesto per oltre 30 anni che questa cosa finisse”, commentava a proposito del processo a suo carico nel 2017, ma non manca mai di alludere al fatto che quella intentata contro di lui fosse una causa ingiusta: “Mi dispiace che i giudici che lo hanno affrontato negli ultimi 40 anni siano stati corrotti, uno che copre l’altro”.

Ho provato a cercare online qualche sua dichiarazione nella quale trasparisse un minimo di pentimento, e ne ho trovata una soltanto, del 2011:

I have regretted it for 33 years, of course I regret it, poi, riferendosi a Samantha Geimer: She is a double victim – my victim and a victim of the press.

Se la stampa ha rivittimizzato Samantha Geimer (penso a polemiche recenti, come quella scatenata da Tarantino che dichiarò “Polanski non ha violentato una tredicenne ha fatto sesso con una minorenne, che non vuol dire stuprare” per poi scusarsi pubblicamente, o quella innescata da Whoopi Goldberg, che disse “Si è trattato di qualcos’altro, non di uno stupro-stupro”), è anche grazie alla versione dei fatti diffusa da Roman Polanski, quella che racconta di una ragazza spregiudicata che, dopo essersi goduta una notte di sesso con lui, ha poi ritrattato sobillata da una madre snaturata e affamata di fama e denaro, una versione che le persone che gli sono state accanto hanno accolto, tentato di vendere ai magistrati per ottenere una pena irrisoria e poi ribadito nel corso degli anni (penso alla cognata Debra Tate, che nel 2009 dichiarò “E’ stato stabilito che Roman non forzò la ragazza a fare sesso, fu consensuale”).

Se la stampa si è crogiolata con questa vicenda è anche soprattutto a causa dell’ambiguità della maggior parte delle sue dichiarazioni (“Se ho sbagliato, credo di aver pagato”), per non parlare della sua ostinazione nel volersi rappresentare come un perseguitato, quando in realtà ha trascorso gli ultimi quarant’anni osannato dal pubblico, elogiato e difeso dai colleghi e premiato dalla critica, mentre la stampa minimizzava la portata dell’abuso di una poco più che bambina parlando di “eccessi di un artista esagerato”, come se il talento per nutrirsi dovesse per forza di cose affondare le radici nell’abiezione.

Alla luce del fatto che, dopo tutto questo tempo, l’unica cosa che Polanski ancora dichiari pubblicamente sia: “La maggior parte delle persone che mi tormenta non mi conosce e non sa nulla del caso”, possiamo dedurne che, a più di ottant’anni, egli è da considerarsi una causa persa, più che un uomo redento: è improbabile che decida di provare a capire davvero perché venne perseguito, quarant’anni fa, come è impossibile che riesca a comprendere che quello che gli viene rimproverato oggi non è il trauma che inflisse ad una ragazzina, ma il danno che ha procurato alle donne tutte, contribuendo a rafforzare nell’opinione pubblica alcuni fra i più beceri miti sullo stupro: è anche a causa sua, alla narrazione che ha fornito e mai esplicitamente smentito, se ancora oggi ogni vittima di stupro deve sopportare di sentirsi rimproverare che “lo voleva, era consenziente”, è a causa sua che dobbiamo sorbirci le leggende sul legame inscindibile fra genio e sregolatezza, funzionali soltanto a garantire l’impunità di chi se ne fa scudo per mascherare misfatti non certo connessi a strabordante creatività, è ancora a causa sua se c’è tanta gente disposta a credere che un uomo in preda alla sua erezione possa ritrovarsi improvvisamente privo della capacità di discernere se la donna che ha di fronte si sta godendo il momento o è invece paralizzata dal terrore.

Ma soprattutto, è colpa sua se dopo questa edizione della Mostra di Venezia ogni stupratore potrà sentirsi rincuorato e nobilitato dall’accostamento del “caso Polanski” all’Affaire Dreyfus che la stampa mainstream continua a proporci, ovviamente omettendo di ricordare a se stesso che Alfred Dreyfus, a differenza di Polanski, era del tutto innocente.

Il caso Polanski e le polemiche che ne sono seguite, soprattutto negli ultimi anni e anche grazie al movimento #metoo, non è solo la prova del fatto che una legge, seppure corredata di un apparato istituzionale deciso a farla rispettare, non può produrre alcun reale cambiamento nella società quando i membri che detengono una sufficiente quantità di potere si rifiutano pervicacemente di condannare un comportamento criminoso (e parlo dei centinaia di artisti firmarono la petizione in difesa del regista, comprese istituzioni come la Cinémathèque Française e il Festival di Cannes), ma è anche una prova del fatto che quella che siamo abituati a considerare l’élite intellettuale è ancora ferocemente ostile alle istanze di cambiamento delle donne.

Non è un caso se lo stesso Alberto Barbera che si dichiara orgoglioso di portare alla Mostra Polanski e le sue orride dichiarazioni con le quali mette sullo stesso piano il suo “morbo di Nabokov” (così, a quanto pare, gli amici definivano all’epoca dell’arresto la sua passione per le bambine) all’affare Dreyfus, è lo stesso Barbera che, pur ammettendo che le registe sono sempre in minoranza a causa del maschilismo, si dichiara contrario all’istituzione all’istituzione di quote che tutelino l’equità fra i generi.

Dice Barbera: “Si dovrà arrivare a un cambio generazionale per considerare sullo stesso piano uomini e donne”, e su questo mi trova pienamente concorde.

Forse, morto Barbera e i suoi illustri colleghi, sorgerà una nuova generazione di uomini, in grado di comprendere che sostenere per quarant’anni – come ha fatto con tenacia il mondo del cinema – che basta dirigere qualche bel film per ritrovarsi esentati dal subire un processo per stupro, equivale a sostenere che qualche metro di pellicola è più importante dell’integrità fisica e del benessere psicologico di un essere umano, soprattutto se quell’essere umano è una donna.

E un’idea del genere ci danneggia tutti.

 

Per approfondire:

Il mito del genio maschile

Il consenso e l’età

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Save Kids From Violent Parents

Mi informa una mia lettrice che recentemente il Sunday Mirror ha lanciato una campagna per denunciare il fenomeno dei bambini uccisi dai loro genitori, dopo un’indagine di nove mesi effettuata dal tabloid.

L’indagine ha rilevatro che dal 2004 al 2019 sono stati uccisi 63 bambini, 52 dei quali sono stati uccisi da padri noti alle autorità per abuso domestico, mentre 7 sono stati uccisi da entrambi i genitori, ma i padri avevano storie simili alle spalle che avrebbero potuto allertare chi di dovere.

Il Mirror ha scoperto anche che tutte le vittime avevano genitori noti alla polizia, agli assistenti sociali o ai tribunali della famiglia per essere stati violenti e che spesso i membri della famiglia avevano cercato di mettere in guardia le autorità sui pericoli che correvano i bambini, ma sono stati ignorati.

La campagna “Salvare i bambini dai genitori violenti” (“Save Kids From Violent Parents”) mira a garantire che genitori e tutori condannati per violenza, abusi su minori o reati sessuali non abbiano garantito l’accesso senza supervisione ai propri figli, chiedendo un emendamento alla legge sugli abusi domestici che renda più difficile il contatto con genitori violenti.

Nel frattempo in Italia l’Eures, con l’ultimo rapporto sugli omicidi in famiglia denuncia un’impennata dei figlicidi: si contano infatti 31 figli uccisi dai genitori nel 2018, con una crescita del +47,6% sull’anno precedente  (erano 21 le vittime nel 2017), confermando inoltre che la famiglia, a volte, è tutt’altro che un porto sicuro nel quale rifugiarsi dalla brutture del mondo: nel 2018 il 49,5% delle vittime degli omicidi volontari commessi in Italia è stato ucciso all’interno della sfera familiare o affettiva – 163 su 329 vittime di omicidio totali, la percentuale più alta mai registrata in Italia. Di queste, il 67% è costituito da donne -109 vittime- a fronte di 54 vittime di sesso maschile -33%.

Altri dati rilevanti: nei quindici anni compresi tra 2000 e 2014 sono stati 379 i figli uccisi da un genitore, dei quali 39 – uno ogni 10 giorni – solo nel 2014, anno che segna un incremento sia rispetto ai 22 dell’anno precedente (77,3%) sia rispetto alla media (circa 25 ogni dodici mesi) del quindicennio considerato.

Sappiamo che la maggior parte dei figlicidi avviene nel Nord Italia, che se quasi la metà dei casi dei delitti (46,5%) è perpetrata nel contesto di disturbi mentali del colpevole (la percentuale sale a 62,4% fra le madri), il 29,3% dei casi sono definiti delitti del possesso, ovvero omicidi in cui uccididere i figli è un atto volto a generare sofferenza nel coniuge o ex coniuge, mentre nel restante 18,6% dei casi vengono uccisi figli non voluti, ma nulla ci viene detto del coinvolgimento delle istituzioni responsabili della tutela dei minori in questi casi.

Qualcosa si può intuire dalla lettura dei casi descritti dagli articoli di cronaca.

Ad esempio, a proposito del caso dei due bambini uccisi dalla madre detenuta nel carcere di Rebibbia, leggiamo che esistevano relazioni degli agenti che avrebbero parlato di una situazione di disagio della donna forse legata a una crisi post partum e che al colloquio al primo ingresso sarebbe stata richiesta una visita psichiatrica; ciononostante, la donna non risultava in cura al momento del delitto.

Del caso della piccola Gloria, uccisa dal padre a Cremona, leggiamo che la madre aveva denunciato i maltrattamenti dell’uomo e per questo un mese prima era stata accolta assieme alla figlia in una casa protetta; malgrado ciò, a Jacob Danho Kouao era stato concesso di portare con sé la bambina senza supervisione.

La mancanza di dati – ci dice Patrizia Romito nel suo libro “Un silenzio assordante” (pag.25) – rappresenta una precisa scelta politica: finché resterà non detta o poco studiata, un’enorme quantità di sofferenza umana continuerà a non essere riconosciuta e a non essere guarita.

La recente indagine “Angeli e Demoni” ha avuto il pregio di portare alla ribalta il problema dell’incompetenza di chi è preposto alla tutela dei cittadini più vulnerabili.

Credo sia importante che l’indignazione coinvolga non soltanto tutti quei casi  in cui le istituzioni hanno perseguitato genitori molto probabilmente innocenti, ma anche quei casi in cui un intervento più tempestivo e/o radicale avrebbe potuto salvare delle vite, che invece non sono state salvate.

A tale proposito, sono da segnalare incauti interventi diffusi a mezzo stampa che, prendendo spunto dallo scandalo in Val d’Enza, si sforzano di sminuire il fenomeno della violenza sui bambini.

Penso ad esempio l‘intervista di Adnkronos a Carlo Giovanardi, che punta il dito contro l’Indagine nazionale sul maltrattamento dei bambini e degli adolescenti in Italia, che definisce “sparati” (infondati, quindi) i dati che denunciano che un adulto su quattro nel mondo è stato abusato fisicamente da bambino, e una donna su cinque e un uomo su dieci avrebbe subito abusi sessuali da bambino, mentre in Europa di ben 18 milioni di bambini sarebbero vittime di abusi sessuali.

Questi dati non sono “sparati”, ma provengono direttamente dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Nel Global status report on violence prevention del 2014, facilmente consultabile online, a pag.10 possiamo leggere:

A quarter of all adults report having been physically abused as children.

One in five women reports having been sexually abused as a child.

Anche il dato che stima in 18 milioni le piccole vittime di abusi sessuali in Europa proviene dall’OMS, come possiamo leggere qui.

Se l’indignazione per i fatti di Bibbiano si trasforma in un’occasione per accantonare il problema delle violenze sull’infanzia, possiamo definirla un’occasione persa.

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Gli “allontanamenti facili” e la colpevolizzazione della vittima

La notizia è del 3 agosto: i protagonisti sono una coppia con figlio conteso, una situazione purtroppo comune, alla Kramer contro Kramer – ci spiega l’articolo – che si differenzierebbe però dal celebre film per il fatto che il padre è stato condannato a un anno e otto mesi di reclusione, con la condizionale, per maltrattamenti in famiglia.

Poiché l’uomo è di fatto libero, madre e bambino sono costretti ad abbandonare la loro abitazione e vengono accolti in una struttura a Ovada, in provincia di Alessandria (a quasi cento chilometri da Pietra Ligure), dove sono seguiti dai servizi sociali, i quali – dopo un periodo in cui la donna, a causa di una broncopolmonite, finisce in ospedale, valutano come più opportuno allontanare il minore dalla madre per affidarlo alle cure del padre.

La situazione descritta, insomma, coincide appieno con quanto previsto dal commentatore Robert, al quale ho dedicato qui un paio di post (questo e questo); un fatto che, a mio avviso, non ci permette di liquidare la sua opinione in merito al “superiore interesse del minore” come mero trollaggio, visto che casi di cronaca come questo ci suggeriscono che gli operatori del settore potrebbero condividerla appieno.

A tale proposito, vorrei riprendere le fila del dibattito originato da quei post, che continua a distanza di settimane dalla pubblicazione di quei post e che è dominato dagli interventi di ferrara2835, un commentatore accorso a supporto di Robert che si è qualificato come ESPERTO DEL CAMPO CON FORMAZIONE ACCADEMICA (il maiuscolo è dell’originale), dipendente MIUR da più di trent’anni, con formazione psicologico-psichiatrica, che ha agito quasi sempre in contesti “difficili” (il virgolettato è dell’originale).

Dal 12 luglio in poi, ferrara 2835 ha inserito più di settanta commenti (l’ultimo stamani alle 2:22) allo scopo di condividere con noi la sua autorevole opinione professionale sulla faccenda, una teoria che proverò ora qui a riassumere per i miei lettori, che comunque possono trovare i suoi commenti pubblicati sotto i post precedentemente citati.

Secondo ferrara2835, quando si tratta di tutelare un bambino che ha vissuto o vive in un contesto caratterizzato dalla violenza domestica, le autorità competenti dovrebbero provvedere ad allontanarlo da entrambi i genitori, provvedendo a collocarlo al più presto presso terzi, affinché non abbia più nessun contatto né con il padre maltrattante, né tantomeno con la madre maltrattata: ENTRMBI I GENITORI COME COPPIA RAPPRESENTANO UN PERICOLO (il maiuscolo è sempre dell’originale), un pericolo per l’identità del bambino.

Andiamo a vedere come è giunto a questa conclusione e quali sono le fonti che cita a supporto della sua tesi.

Partiamo dalle definizioni che ferrara2835 ci fornisce.

La violenza domestica viene descritta come una SITUAZIONE PROBLEMATICA COSTITUITA DA UN RETICOLO DI CONFLITTI (il maiuscolo è ancora dell’originale), il primo dei quali sarebbe tra i due genitori per il controllo del potere (il grassetto invece lo aggiungo io, sempre).

Che ferrara2835 sia fermamente convinto che non si debba distinguere la violenza domestica dal conflitto interpersonale, lo si evince anche da altri commenti; in uno scrive: solo perche lì non litiga nessuno, quella e una buona famiglia? evitiamo un becero, idiota, bieco, perbenistico affrontare le cose con semplicioneria…. non la violenza rende una famiglia “pericolosa” per i figli, ma la rinuncia a tutelarli… ci sono famiglie dove i genitori, dal carattere forte, fanno esplodere i conflitti in forma anche aggressiva… ma se ci sta l’ accordo su come educare i figli, li la famiglia resta salda… altre famiglie dove i genitori non litigano, ma i figli passano tutta la giornata ad annoiarsi davanti alla playstation… li bisogna intervenire…
se un padre pensa piu al potere che alla tutela DEVE CESSARE di essere padre… se una madre pensa alla paura piu che alla tutela DEVE CESSARE di essere madre… in quei contesti, giocoforza o i figli li togli ad entrambi, o invece li lasci ad entrambi… e con entrambi non possono piu stare…

Sia ben chiaro, ferrara2835 non nega l’esistenza di un sistema patriarcale a tutt’oggi a fondamento della tipica famiglia italiana (in un commento descrive la nostra società come patrocentrica), ma ritiene che la violenza sulle donne non sia una delle manifestazioni di quel disequilibrio di potere tra i generi causato dalla sua struttura gerarchica, ma è piuttosto la conseguenza dell’occasionale attrito fra due “caratteri forti” e non procura alcun danno ai bambini che ne sono testimoni, se ci sta l’accordo su come educare i figli.

[Dovremmo dedurre a questo punto che si parla di violenza domestica e violenza assistita solo quando gli adulti coinvolti sono in disaccordo su come educare i figli? Se sull’educazione dei figli i due si trovassero concordi, lividi e urla non sortirebbero sui bambini alcun effetto nefasto?]

Il patriarcato, prosegue ferrara2835, è un’organizzazione sociale di per sé del tutto innocua e non ha alcun ruolo in quel “conflitto aggressivo” che noi chiamiamo violenza domestica e che lui chiama “rapporto malato”; con le sue parole: patriarcato significa solo che la figura paterna, che gestisce il patri-monio, gestisce anche la vita di chi con esso viene sostentato…
ci sono dei maschi che amministrano in modo dittatoriale, maschi che amministrano in modo condiviso, maschi che invece amministrano in modo delegativo, maschi che non hanno nulla da amministrare perche sono precari da una vita e maschi felicemente single che amministrano solo se stessi… sono tutte patriarcato [“cosa”] ma hanno tutti cause, organizzazioni e conseguenze differenti [“il cosa”]
a questa differenza di organizzazioni, corrispondono anche ruoli differenti della donna nel nucleo familiare… vittima se il padre e un dittatore, socia se il padre e un condivisore, complice se il padre e delegativo, surrogante se il padre non ce la fa o assente se nel nucleo neanche ci sta…
quindi, ad un ruolo rappresentativo [rappresentativo???] dell’ uomo non deve per forza corrispondere un ruolo subordinato della donna…
nelle famiglie ebree, l’ uomo comanda sul nucleo familiare, ma solo la madre puo trasmettere l’ appartenenza ebraica ai figli, e solo la madre puo consacrare l’ inizio dell’osservanza del sabato…
quindi non occorre arrivare per forza al conflitto, o al matriarcato (che pure esiste nel mondo) per garantire alla donna un ruolo centrale negli equilibri familiari…

Non la asimmetria fa il rapporto malato, ci spiega altrove, visto che esistono relazioni nelle quali la sottomissione di uno all’altro è il frutto della libera scelta di due adulti consenzienti. Che cosa renda un rapporto malato, invece, diventa sempre più nebuloso mano a mano che i commenti si susseguono, visto che il profilo della donna maltrattata che ferrara2835 ci delinea cita ripetutamente la di lei libera scelta, senza chiarire in cosa consista quella rinuncia ad una libera interruzione del legame che a suo dire costituirebbe il nocciolo della patologia della relazione.

La donna maltrattata, secondo ferrara2835, è vittima di violenza a causa del suo inconscio desiderio di non sopravvivenza; ella, infatti, ha scelto un partner violento perché senza la paura non si sente viva, apprezzata ed amata.

Quella nei confronti della violenza esercitata dal partner, secondo ferrara 2835, è per la donna una vera e propria dipendenza: ora, quando tu mi dici “vittima di violenza” a cosa pensi? che ci sta un maschio vigilante 24 ore al giorno, sempre con gli occhi aperti e con la mano sul collo? cosa impedisce alla donna di fuggire nelle ore in cui il maschio non c’ e? cosa impedisce alla donna di ucciderlo mentre dorme? l’ attesa! l’attesa del ritorno a casa, l’attesa che si svegli di nuovo, l’attesa di poter diventare di nuovo vittima

Insomma, ciò di cui ferrara2835 ci sta parlando, altro non è che il caro, vecchio, masochismo femminile. Non per nulla, fra le sue fonti appare spesso e volentieri Sigmund Freud, con la raccomandazione a coloro che fossero interessati ad approfondire di affrontarlo nei due originali in tedesco e in ebraico (qui il commento con il resto della bibliografia).

Che il desiderio di morte sia radicato nel profondo della donna maltrattata al punto da diventare il suo “modo naturale” di vere l’affettività, sarebbe confermato da quelle statistiche (non citate) che ci raccontano dei ripetuti tentativi falliti di lasciare il maltrattante: QUASI TUTTE LE DONNE VITTIME DI VIOLENZA TENDONO A PERDONARE IL CARNEFICE ED A TORNARE CON LUI…sono dati statistici, e non necessitano di valutazione morale…

Secondo ferrara2835, le donne in realtà non vogliono abbandonare il violento, anche quando fanno le denunce, o entrano in sistemi di protezione, perché  POI RITIRANO LA DENUNCIA…

O meglio: non possono abbandonare il violento, perché , non è possibile salvare la vittima dalla sua stessa fragilità, perché preferirà sempre sentirsi protetta dal violento di turno che sentirsi libera in una vita che ha paura di gestire da sola

E qui veniamo ad uno dei passi più problematici della sua teoria: aiutare una donna maltrattata a liberarsi del suo aguzzino, sarebbe una forma di violenza contro di lei: forzare o convincere uno dei due a rompere il legame vuol dire garantirgli SOLO LA INTEGRITA FISICA, NON ANCHE QUELLA IDENTITARIA, perche lo/la si costringerebbe a vivere la sua affettivita in maniera per lui/lei innaturale…”. NON PUOI COSTRINGERE UNA PERSONA A VIVERE diversamente di come e o di come sente di essere… senno le faresti violenza pure tu!

Apro una piccola parentesi: che alla radice della violenza domestica vi sia il masochismo femminile, cozza a mio avviso con la descrizione della violenza domestica come “conflitto per il controllo del potere”; l’obiettivo della donna così descritta non è il controllo degli altri membri della famiglia, ma ciò che agogna è l’essere controllata da una figura dominante a causa di una fisiologica incapacità a gestirsi in autonomia.

Sono certa che interverrà l’autore a spiegarmi (e a spiegarvi) in cosa è manchevole questa mia personale osservazione.

Ma veniamo ora al profilo dell’uomo maltrattante: lui che problemi ha? A quanto pare, principlamente aver avuto la sventura di incontrare una donna/delle donne tanto disturbata/e con la quale/le quali instaurare una “dinamica malata“: domanda, e qui spunta il vero discrimine… ma il maschio violento di cui stiamo parlando lo è ovunque o solo a casa? se lo è ovunque, con tutte le donne, allora si tratta di una cosa soggettiva, indipendente dalla femmina interlocutrice, ed il problema è solo suo… se invece tratta tutte bene, e poi a casa diventa violento con la “sua” donna, allora non si tratta di una persona malata, ma di una dinamica malata, ed in questo caso violenza e sottomissione sono due malattie diverse ma nessuno dei due sta abbastanza sereno da poter allevare figli.

Quando ho provato a far notare che non sempre l’uomo violento fra le pareti domestiche si comporta altrove come un integerrimo Dr. Jeckyll, ma che la violenza domestica è spesso connessa ad altre forme di violenza (citavo questo articolo: Like Most Mass Shootings, The Chicago Hospital Attack Began With Domestic Violence), la risposta è stata: ma tu dai ragione a me… questi che stanno a sparare sono cresciuti male… oggi vediamo il bossolo e l’ adulto, ma ieri non avevamo visto in tempo i capricci ed il bambino… figli di genitori inadeguati trasmettono intergenerazionalmente la loro inadeguatezza… 

Dove si parli di “genitori inadeguati” nell’articolo dell’Huffington Post, lo lascio scoprire a voi, perché io non sono riuscita a capirlo, come non sono riuscita a capire perché tutti i casi in cui gli uomini violenti con la partner e anche fuori casa non confutano la teoria della “dinamica malata”, smentendo al contempo la descrizione della donna ansiosa di non sopravvivere.

Comunque, il profilo dell’uomo maltrattante poco interessa a ferrara2835, visto che, a differenza di Robert, non ritiene gli si debbano affidare bambini.

Ciò che gli interessa davvero è convincermi dell’inadeguatezza delle madri maltrattate, che sono sempre e comunque da considerarsi genitori dannosi al sano sviluppo di un figlio.

Vediamo di elencare succintamente le motivazioni:

  1. abbiamo già visto che, secondo ferrara2835 se una relazione di coppia è “malata” VUOL DIRE CHE MALATI LO SONO ENTRAMBI!… QUINDI IL FIGLIO VA TOLTO AD ENTRAMBI;
  2. una donna che “ha scelto” l’uomo sbagliato”, come può essere ritenuta in grado di fare scelte adeguate per i suoi figli? (il commento: se affermiamo che una donna vittima non e responsabile del suo essere vittima, come facciamo a dire che una donna madre e responsabile del suo essere madre? magari nello scegliere QUELL’ uomo ha scelto di impulso, condizionata dalla avvenenza della forza fisica, dal bisogno di protezione, o da spinte familiari… non decidi per te per diciotto anni, perche per te decidono tuo padre E TUA MADRE… non decidi neanche bene gli uomini “giusti” dai 18 anni fino alla crisi coniugale… e dovresti essere in condizione di decidere le cose giuste per i tuoi figli?);
  3. la madre maltrattata è da considerarsi moralmente responsabile della violenza assisistita patita dal figlio, visto che è stata così scema (si, ad un certo punto parla proprio di scemenza della donna che ha difficoltà a percepirsi come vittima di violenza domestica) da rimanere per un certo periodo con il maltrattante (farsi vedere con lividi che durano per giorni rende la madre carnefice del figlio… la violenza non e solo picchiare… la violenza e fare percepire normale quello che non è…1. qui il dibattito si ferma sempre e soltanto alla violenza dell’ uomo verso la donna, e non si tiene conto che la cosa non fa soffrire solo la donna
    1bis. dunque tutto il dibattito si ferma alla aggressione fisica, e non tiene conto di quella morale
    1ter. se tenesse conto di quella morale, entrambi sarebbero carnefici allo stesso modo nei confronti della prole, dato che il non reagire della madre oggi si trasforma in un non reagire delle figlie domani…
    );
  4. affidare un bambino alla madre maltrattata creerebbe nel bambino la convinzione che uno dei due genitori è migliore dell’altro (soprattutto a causa dell’incapacità della donna maltrattata nel trattenersi a denigrare l’ex maltrattante), con un grave danno al suo sviluppo:  come nessuno dovrebbe dividere piu figli minorenni, dato che sono legati da vincolo affettivo “forte”, nessuno neanche dovrebbe dividere i due genitori dalla percezione dei figli… lasciarli con uno dei due significa dire: uno era migliore e l’ altro era peggiore… SOLO CHE I FIGLI CERCANO COSTANTEMENTE DENTRO DI SE LE TRACCE DI ENTRAMBI… quindi il sottaciuto sarebbe: guarda che dentro di te ci sta una parte migliore ed una parte peggiore…
    A NESSUN MINORE PUO MAI ESSERE DETTA O FATTA CAPIRE UNA COSA DEL GENERE! …pensiamo che il genitore-vittima sarebbe neutrale nel descrivere il genitore-carnefice a rapporto conchiuso? NO!… e questo “NO!” rende inadeguata anche la madre e chiude il discorso; in un altro commento questo concetto è così approfondito: io non penso… io non debbo pensare… io debbo non pensare… io non ho il diritto di pensare…
    io ho solo il dovere di chiedere al figlio, purtroppo rispondendo io, se quelle persone IN COPPIA si sono dimostrate con lui bravi genitori oppure no…
    NESSUNO PUO O POTREBBE chiedere al bimbo di scegliere, e nessuno a nome suo puo scegliere…
    nel vissuto del bimbo quella COPPIA sussiste come coppia, deve essere vissuta come coppia, stare dentro la sua vita come coppia, oppure uscirne come coppia!
    il minore coinvolto in queste situazioni ha sempre la percezione di inadeguatezza per il non riuscire a proteggere la madre… se lui resta solo con lei, gli resta invece l’impotenza di non avere salvato il rapporto tra i due, e si dara da solo la colpa di aver perso il padre…
    come i bambini ai primi giorni di scuola, che cercano un “parafulmine affettivo” per elaborare il lutto, un bimbo del genere che scelta mentale ha? dare la colpa alla madre, anche lei vittima? no! dare la colpa al padre, di cui magari ha ancora paura pure lui? no!
    alla fine pensa: “colpa mia”…
    IL FALLIMENTO DI UNA COPPIA NON PUO ESSERE SANATO DA UNO DEI DUE, perche per definizione la parte “migliore” suppone una parte “peggiore”, e nessuno puo dire ad un bimbo che lui sia fatto per meta da una parte “peggiore”…
    come detto da quando sono entrato qui: colpa o meno del padre? irrilevante! colpa o meno della madre? irrilevante!… questi sono solo affari loro e devono essere gestiti all’ interno del mondo degli adulti… se ci sta un minore, non puo essere lasciato “ad un genitore” perche lui penserebbe di essere lasciato “a mezza coppia parentale” e si sentirebbe abbandonato dall’ altra mezza, senza poter mai piu elaborare il lutto
    DEVONO SPARIRE ENTRAMBIIII [sto urlando, ma a voce contenuta….];
  5. nessuno è indispensabile, neanche una madre, che è perfettamente surrogabile da altre figure; inoltre il futuro di un bimbo non deve contenere e non deve basarsi su elementi del passato… noi non possiamo e non dobbiamo chiederci se la madre ami il figlio… dobbiamo chiederci se il figlio ricollega lei a dinamiche di odio… la risposta è sì… perché il figlio, specie se piccolo, non fa differenza fra carnefice e vittima, ma fra silenzio e urla, tra una notte di sonno e una notte di veglia per andare al pronto soccorso, tra una stanza pulita ed una sporca di sangue… la madre per il figlio E UN BRUTTO RICORDO… non una brutta persona, ma comunque un brutto ricordo… e il futuro di quel bimbo non puo basarsi sulla stagnazione di un ricordo brutto, ma sulla elaborazione fatta con risorse affettive nuove…

Alla base di queste considerazioni ci sarebbero, oltre che Freud, anche Piaget, Montessori, la teoria dei ruoli di Moreno, ed Ervin Goffman.

Ferrara2835 afferma di occuparsi di tutela dell’infanzia.

Io non ho davvero più nulla da aggiungere a questo estenuante dibattito.

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Gli “amanti” della phica, odiatori di donne

«A lungo si è creduto che uomini e donne fossero completamente diversi e che ogni differenza sessuale fosse codificata a livello biologico nel cervello. Ma il cervello è plastico e cambia a seconda delle esperienze. È un processo di proliferazione e potatura. Si creano numerosissime connessioni celebrali e quelle usate si rafforzano, mentre quelle meno usate muoiono. Può trattarsi di empatia, aggressività, abilità spaziali o verbali. Le cose su cui il bambino passerà più tempo diventeranno i suoi punti di forza».

«Abbracciamo pienamente una cultura che svaluta ciò che è “femminile”. Abbiamo etichettato come femminili le relazioni, le emozioni, l’empatia, tutte cose importanti. Quindi i ragazzi iniziano a sminuire il loro lato relazionale, i loro bisogni e i loro desideri relazionali; nell’adolescenza il loro linguaggio emotivo scompare».

«Io chiamo ciò che facciamo ai nostri uomini e ragazzi “la grande trappola”. Alleviamo i ragazzi per farne degli uomini la cui identità è basata sul rigetto della femminilità e poi ci sorprendiamo se non considerano le donne esseri umani. Quindi li intrappoliamo. Prendiamo i ragazzi e ne facciamo uomini che non rispettano le donne a livello profondo e poi ci chiediamo perché la cultura dominante sia questa».

da “La maschera che indossi, quella della mascolinità tossica”

La notizia è dello scorso anno: dopo un servizio delle Iene, ci racconta il Corriere che alla Polizia Postale di Firenze sono arrivate più di 100 denunce di ragazze che hanno trovato foto che le ritraggono ( in posa davanti a un obiettivo, ragazze sorridenti, vestite eleganti per una cena o in riva al mare davanti a un tramonto. Istantanee di vita quotidiana ) in un sito internet pieno di contenuti porno, postate allo scopo di renderle bersaglio di gente in preda a commenti crudi e farneticanti.

Il sito nel quale le vittime sono finite a loro insaputa si chiama phica.net,

un luogo virtuale che, a dispetto di ciò che leggiamo nell’articolo ( Il primo obiettivo sarà chiudere questi siti ) è ancora online e continua indisturbato la sua attività.

Ne riparliamo oggi grazie a due mie lettrici, che mi hanno letteralmente inondato di screenshot tratti dal forum che dimostrano inequivocabilmente che l’attività del forum continua indisturbata.

Mi scrive una delle ragazze:

Volevo brevemente spiegarti come sono venuta a conoscenza del sito.
Stavo scorrendo tra le storie di Instagram, quando mi compare una storia che cita il suddetto sito: la ragazza che l’ha postato (purtroppo non ho fatto lo screen e non ricordo il nome) ha messo lo screen di un thread del sito dove facevano una classifica delle ragazze più “attraenti” della sua città (detta cosi sembra anche una cosa innocua),

[ma non lo è, come un gran numero di ragazza ha ben compreso]

postando ovviamente foto varie al fine di riuscire meglio nella catalogazione.
Sono andata sul sito e ho controllato se era avvenuta la stessa cosa nella mia zona e si, lo hanno fatto anche per il luogo in cui abito io.
Le foto che vengono usate sono, principalmente, quelle che le ragazze in questione postano sui social: foto al mare, con le amiche, in discoteca, screen delle storie di Instagram… qualsiasi foto provoca agli utenti di questo sito dei pensieri erotici. E dico qualsiasi foto perché è davvero qualsiasi foto: foto in costume, foto in abito da sposa, foto nude, foto in cui il soggetto e completamente vestito.
Il tutto contornato da una quantità immane di commenti espliciti su “cosa le farei”, ecc.
(…)


La cosa che mi ha lasciato lo schifo addosso e stato vedere come di alcune ragazze non solo sapessero nome e cognome, ma sapevano anche dove lavorano/lavoravano! Mi sembra solo di un paio, ma direi che basta e avanza cosi. Oltre ovviamente al fatto che i soggetti delle foto sono ignare di tutto!

Io non so cosa si possa effettivamente fare a riguardo, se si possa far chiudere il sito, se la legge sul Revenge Porn è applicabile in questo caso.

Continua in un’altra email:

Una cosa che mi ha colpito è che esiste una pagina all’interno di questo sito, denominata “La mia donna… senza certificazione”, dove praticamente si postano le foto della propria partner per ottenere l’account certificato, ossia: “si fanno 3 foto (almeno), con la scritta “www.phica.net” in e la data in una zona che sia visibile alla donna stessa (es.: no schiena, no culo, no gambe che potrebbero essere di un uomo) + Il NICK dell’account che volete certificare.” Usare il corpo della propria fidanzata/moglie/partner per ottenere cosa? Un certificazione su un sito porno. Quando NON SOLO ci sono mille siti porno gratis, ma vuole l’iscrizione a un sito porno dove gli altri mariti/fidanzati fanno la stessa cosa e dove puoi rintracciare chi vive nella tua zona, dato che come ti ho detto, alcuni hanno scritto nomi, cognomi e dove lavorano delle donne della mia zona. E fino qui tutto “regolare”, perché almeno ste poverette sanno in cosa si mettono (forse).

[o forse no, come ci ha insegnato la tragica morte di Tiziana Cantone]

Poi passiamo al forum “spy”, ed è esattamente coome sembra: foto fatte di nascosto, magari in momenti di nudità, dove il soggetto è ignaro di tutto. Si spazia dagli spogliatoi delle piscine, alla propria sorella in doccia, alle sconosciute in giro per strada, ecc. ecc.
E i commenti degli uomini… sono sempre quelli.

Se pensate che postare le immagini della propria moglie, fidanzata, ex fidanzata, nipote, cugina, collega riprese a tradimento allo scopo di sollazzare degli sconosciuti di un forum non sia abbastanza sconvolgente, sappiate che gli utenti di phica.net non si fermano neanche di fronte al più trito e ritrito luogo comune sull’uomo italiano:

Le donne, su phica.net, sono tutte troie, cagne, vacche, puttanoni, compresa la mamma o la madre di tuo figlio:

Sono contenitori da riempire, oppure oggetti da abbellire a proprio piacimento (nel rispetto dei canoni imposti dalla pornografia contemporanea, ovviamente),

 

ma soprattutto sono totalmente prive del controllo sulla propria sessualità, che deve asservirsi ai gusti del pubblico che applaude, incita e naturalmente sborra.

 

Lo scopo della violazione della privacy di una enorme quantità di donne ignare della fine che fa la loro immagine, infatti, è ottenere le foto o i filmati degli organi genitali di altri uomini che si masturbano e hanno orgasmi sulle foto caricate

 

oltre a, naturalmente, l’umiliazione, il vilipendio e la denigrazione della donna ritratta.

Mi scrivono le ragazze:

Confesso che quando ho trovato il thread della mia zona mi è venuto il panico: mi sono guardata tutte e 106 le pagine di thread perchè avevo paura di trovarci foto mie (visto che potevano essere foto qualsiasi), di amiche, poi ho guardato l’eta media delle donne di riferimento (poche sotto i 30), e ho iniziato a cercare mia madre, mia zia, conoscenti.

…io veramente ieri sono caduta in uno schifo profondo nel vedere una cosa del genere, mi sono sentita anche ingenua in un certo senso, ho pensato: sarò esagerata io. Ma poi guardando bene non credo che tutto ciò che si trova lì sopra sia lecito.

Sono rimasta davvero turbata… Ho trovato anche foto di una ragazza di cui c’era il nome, tipo una YouTuber, dove scrivevano cose orribili. Non sono riuscita a scriverle.

Uno degli aspetti più inquietanti del sito phica.net è che, a dispetto del fatto che i video e le foto spesso ritraggano persone che non hanno acconsentito alla diffusione del materiale che le riguarda, il regolamento del forum, in merito alla rimozione dei contenuti, recita: “Richieste di rimozione di contenuti saranno prese in considerazione a nostra discrezione”.

Racconta una delle mie lettrici:

Tra gli screen ci sono anche dei post fatti da una ragazza che, ritrovandosi sul sito, ha chiesto la rimozione delle sue foto. Alla sua richiesta i mediatori del sito non solo le hanno chiesto UN DOCUMENTO e delle referenze affidabili ma hanno asserito che la regola del sito è che i post NON SONO CANCELLABILI ma solo cestinabili.. soluzione inutile dal momento che chiunque, come ho fatto io ad esempio, può visualizzare i post cestinati che come unico “blocco” hanno quello di non poter essere più commentati.. questa è la più grande assurdità.

E questo accade nonostante il regolamento del forum ci tenga a precisare che il sito basa la sua forza sull’educazione ed il rispetto, il sito nasce per amore della fica e della donna. Ricordatelo sempre e ricordate di ringraziare le donne che ci deliziano con le loro foto. [Avete mai letto qualcosa di più ipocrita?] Se non vi dovesse piacere ciò che vedete, basta non intervenire e passare ad altro.

 

 

Di queste attività online – che non esito a definire stupri virtuali – avevamo già parlato due anni fa. Dopo l’iniziale interesse della stampa e le discutibili analisi del fenomeno che ne sono conseguite, la questione è caduta nel dimenticatoio.

Come sostengono le neuroscienziate citate nell’articolo de Il Sole 24 Ore che ho citato nell’incipit, non c’è nulla di innato, di intrinseco alla sessualità maschile nel comportamento di questa orda di squallidi voyer. L’immaginario dal quale questi uomini attingono le loro fantasie, come pure il linguaggio che utilizzano per incitare i compagni di merende è quello della pornografia: è la nostra società che li educa, fin dalla più tenera infanzia, a considerare le donne meno che umane, meri strumenti da utilizzare per scaricare la tensione sessuale e per socializzare con altri uomini, in uno squallido gioco di società nel quale anche quelle donne che si illudono di essere chiamate a partecipare alla pari e caricano volontariamente le loro foto non sono altro che pedine.

«Ognuno di noi merita di sentirsi una persona integra e completa e ogni di noi può fare la nostra parte per ampliare il significato di cosa significa essere un uomo. C’è libertà fuori dalle rigide definizioni di virilità. Chiediamo agli uomini di parlare e intervenire per essere parte della soluzione. Dobbiamo ridefinire la forza degli uomini non come potere sugli altri, ma come forza per la giustizia. E giustizia significa uguaglianza e correttezza, lotta alla povertà e impegno contro la diseguaglianza e la violenza. Questa è la vera forza».

Si conclude così l’articolo di Federica Ginesu, citando un invito ad immaginare un modo nuovo di condividere questo mondo, che ricomprenda la possibilità che una buona metà della popolazione, quella femminile, non debba aver paura di godersi una nottata di sesso o anche solo di fotografarsi con le amiche al mare perché c’è il concreto rischio di ritrovarsi trasformate in un fenomeni da baraccone ad uso e consumo di orde di sconosciuti pornomani in vena di fare schifo in allegra compagnia; dobbiamo tutti prendere coscienza che il problema, qui, non è il web, ma la totale incapacità di comprendere appieno il significato del consenso come punto di partenza di una seria discussione sulla sessualità.

Perché “convincerla a farne altre” con l’aiuto dei tuoi amichetti segreti, o “tentare finché non cede” allo scopo di produrre un video da applausi non ha niente a che vedere con il sesso davvero consensuale e la condivisione di un’esperienza piacevole e soddisfacente con le donne che sostenete di amare e rispettare.

Questa è violenza, e mi auguro davvero che la nuova legge sul revenge porn possa fare qualcosa affinché chi ne è complice ne prenda coscienza.

 

 

Sullo stesso argomento:

La nuova frontiera dello stupro virtuale sbarca in Italia

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La misandria?

La notizia: a Pachino, provincia di Siracusa, una donna ha tentato di uccidere il marito con una roncola; l’uomo è riuscito a salvarsi rifugiandosi dai vicini, e se l’è cavata con lesioni al capo, agli arti superiori e una frattura allo zigomo guaribili in 30 giorni.

Il giornalista non ha intervistato i vicini per scoprire se la donna soffriva di depressione o aveva il lavoro o era disperata per la fine della loro relazione, né tantomeno si è preso la briga di raccontarci che brava donna fosse stata fino al momento in cui, colta da un improvviso raptus di violenza, si è scagliata contro l’uomo che amava da morire.

Anzi, la parola raptus non c’è proprio, come mancano altre parole chiave usate normalmente nella narrazione della violenza perpetrata sul partner quando la vittima è una donna: follia, tragedia, dramma, amore malato, gelosia, crollo psicologico, rimorso, passione…

Non c’è neanche il minimo accenno a quei tratti della personalità della vittima che potrebbero aver “provocato” la violenza: com’era lui? Troppo debole, troppo forte, troppo presente, poco presente, voleva andarsene, non voleva andarsene?

Non lo sappiamo, come è giusto che sia, visto che è stato preso a roncolate mentre dormiva.

E, naturalmente, mancano le foto che rimandano all’unione fra i due: niente mani intrecciate, come nel caso del recente omicidio di Luciana Bonzanini, niente romantiche  immagini del matrimonio, nessun selfie cheek to cheek, perché alludere all’amore sarebbe sgradevolmente in contrasto con un gesto tanto efferato.

Insomma, da un punto vista squisitamente stilistico, l’articolo è impeccabile.

Come accade piuttosto spesso, quando l’assassina è di sesso femminile.

Ma c’è un ma.

Mi sono imbattuta in questo articolo della Gazzetta del Sud non per caso, bensì perché qualcuno mi ha taggato nei commenti su facebook.

Due lettori, infatti, sono rimasti sconvolti dalle reazioni di alcune lettrici, che hanno reagito al tentato omicidio come se stessero leggendo una buona notizia:

Ogni tanto una gioia, bene bene qualcuno si comincia a svegliare brava, finalmente qualche donna si ribella in modo adeguato, ha fatto bene, fici bonu.

Poi un uomo replica:

Il che è statisticamente corretto (ci raccontano i numeri che le donne sono le vittime del 68,7% dei 134 omicidi in ambito familiare/affettivo, in dettaglio dell’89,6% degli omicidi commessi dal partner e dell’85,7% di quelli commessi dall’ex partner) e inoltre ci restituisce appieno lo spirito guerresco che ha animato i commenti festanti delle donne.

The war on women, la guerra contro le donne, è un’espressione piuttosto comune per chi è avvezzo alla letteratura femminista. Potrei citare Andrea Dworkin, o – come spesso faccio – Susan Faludi, ma l’espressione è ormai entrata nel gergo condiviso da chi si occupa di discriminazione di genere, per indicare quelle politiche e quei fenomeni sociali (fra i quali, appunto, la violenza domestica) che affondano le radici nella misogina che permea ancora la nostra società.

La guerra contro le donne non è una guerra condotta in modo convenzionale, al punto che è impossibile individuare due opposti schieramenti: chi è il nemico, chi sono gli alleati, dove ci si arruola, in che modo si possono imbracciare le armi per diminuire la quota delle donne che patiscono e muoiono ogni anno?

Già in passato abbiato discusso qui di come il mio personale approccio alla questione, invece, sia ispirato anche dalle teorie sulla lotta non violenta.

Ciò non toglie che resto in grado di fare un distinguo tra la frustrazione della fazione che conta cento vittime contro una, e l’indignazione di quelli che non vivono nella paura a causa del loro sesso grazie all’enorme mole di violenza che altri uomini scatenano contro le donne di questo paese.

Non sono qui a giustificare l’inopportuno giubilo di chi gioisce delle ferite altrui, perché se è vero che ancora le donne faticano a vedersi riconosciuto la status di esseri umani al pari degli uomini, è mia opinione che non è agitando a casaccio una roncola che si può davvero risolvere questo millenario problema.

Ma vorrei invitare quelli che indignano a riflettere sul fatto che la rabbia è, in questo caso, una reazione fisiologica all’oppressione. Una reazione sbagliata quanto volete, ma non è la stessa rabbia che anima la mano dell’oppressore e nutre il suo livore contro le vittime della guerra alle donne.

Vorrei invitare alla riflessione anche le donne che usano la loro rabbia per incitarsi a vicenda alla violenza indiscriminata: la rabbia, se diversamente incanalata, può trasformarsi da squallido trolling in rete a potente fonte di energia al servizio del progresso e del cambiamento.

Siete arrabbiate, e lo comprendo, allora trasformate quella rabbia in qualcosa di costruttivo, invece di farne cartucce per chi pensa che questo spazio, come altri luoghi del web che trattano di queste tematiche, non dovrebbe esistere.

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