Acquiescenza

Ipotesi: l’appartenenza a un gruppo porta l’individuo a modificare il proprio comportamento, i propri giudizi e, in una certa misura, le proprie percezioni per conformarsi alle aspettative del gruppo.

(fonte: La pressione dei pari)

Lo abbiamo letto tutti: Ospite di Accordi&Disaccordi sul Nove, il professor Alessandro Orsini avrebbe incautamente affermato:

La Seconda Guerra Mondiale non è scoppiata, come molti pensano, perché a un certo punto Hitler ha deciso di attaccare l’Inghilterra, la Francia, la Polonia e la Russia. Hitler non aveva nessuna intenzione di far scoppiare un conflitto mondiale. Quello che è successo è che i Paesi europei hanno creato delle alleanze militari, ognuna delle quali conteneva un articolo 5 della Nato, cioè un articolo che prevedeva nel caso di attacco di un Paese straniero che tutti i membri della coalizione sarebbero entrati in guerra”. Per questo motivo “quello che successe è che il 1 settembre del ’39 la Germania invase la Polonia. Inghilterra e Francia si erano alleati con la Polonia e si creò un effetto domino, a cui Hitler non aveva interesse e che Hitler non si aspettava nemmeno che scattasse. (fonte)

Apriti cielo.

La condanna è pressoché unanime: Orsini sta male, è disturbato, è vittima del suo patologico bisogno di attenzione; non si spiega come un soggetto del genere possa circolare liberamente, ma perché infilarlo in TV a disquisire di conflitti mondiali?

Eppure questa tesi io ricordo di averla già sentita, e non da Orsini. Così faccio mente locale e in breve recupero un video datato 2020, due anni fa:

A parlare è Alessandro Barbero, anche lui emerito professore.

Seguite il suo discorso fino al sesto minuto, quando affronta la Seconda Guerra Mondiale.

“La guerra” dice Barbero “non la voleva neanche Hitler“.

Un minuto dopo circa (7:30): “Hitler non ha nessuna intenzione di scatenare una guerra mondiale“.

Ed ora passiamo al tenore dei commenti sotto al video:

Fenomenale, straordinario, date una medaglia a quest’uomo!

Se si scorrono i commenti, qualche dubbioso lo si trova (Ma, insomma… Hitler non voleva la guerra? .. Strano visto che iniziava già nel 33 ad armarsi fino ai denti contravvenendo ai trattati … Se la Germania nazista avesse avuto il peso militare dell’Albania o dell’Abissinia probabilmente non avrebbe annesso nemmeno un sassolino da nessuna parte…. quindi Se l’Europa intera ha lasciato mano libera a Hitler è perché tutti sapevano dell’enorme forza militare di cui disponeva la Germania e nessuno in Europa in quegli anni era in grado di contrastarla… L’Europa in altre parole ha dovuto fare forzatamente buon viso a cattivo gioco… ma Hitler in cuore suo sapeva benissimo che quelle concessioni non sarebbero durate in eterno e che prima o poi avrebbe dovuto dare la parola ai panzer… E così è stato di lì a pochissimo – scrive rispettosamente uno spettatore), ma nessuno invoca un TSO per il professor Barbero.

Ora, non entro nel merito delle intenzioni di Adolf Hitler perché non è questo il tema del post e perché trovo poco interessante qualsivoglia processo alle intenzioni (spero non lo faccia neanche chi ha la sventura di passare di qua), ma mi viene spontaneo chiedermi il perché di reazioni così diverse a fronte di un messaggio che a mio avviso è sostanzialmente identico, seppure nel caso di Orsini venga poi utilizzato per una analisi della situazione attuale.

E credo che tutti dovremmo porci una domanda del genere.

Ho esordito suggerendo di approfondire uno studio sul comportamento umano mirato ad indagare le ragioni che spingono le masse ad adeguarsi acriticamente alla voce predominante.

Mi piacerebbe riflettessimo sul fatto che siamo creature fragili, noi esseri umani, dominate da un lato dal bisogno di conformarci alla maggioranza e dall’altro dal terrore di ammetterlo con noi stessi.

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I maschilisti e la guerra

Dionisia Calderon vende frutta e patate nel suo villaggio natale di Morochucos, Ayacucho, Perù. la 54enne ha subito numerose perdite durante il conflitto interno che ha portato violenza e sofferenza nella regione. Il suo primo marito è scomparso senza lasciare traccia. Anche il suo secondo marito è stato preso e torturato duramente. In seguito è morto per le ferite riportate. Rifiutandosi di vivere silenziosamente dopo le ingiustizie inflitte a lei e alla sua famiglia, è diventata una rappresentante delle donne che hanno subito abusi sessuali durante il conflitto. “Mi dicevo: ‘Perché sono nata donna? Perché non sono nata uomo?’ Noi donne ne abbiamo passate tante, con i soldati e il Shining Path. È stato difficile. È stato difficile sopportare tutta quella violenza. Siamo state tutte emarginate, criticate per quello che abbiamo passato. Mi sono sentita male. Devo la mia vita a quelle donne che mi hanno detto: “Non sei quello che pensi di essere. Non sei quello che la gente dice di essere, perché quelle persone non lo sanno. Sei una donna e una combattente. Devi continuare a combattere . Devi affrontare queste cose.’ Sono stata una vittima del conflitto armato interno e poi sono diventata una donna che combatte per la giustizia e la verità”.

da Women and war

La home page del sito della linea “war paint”, il nécessaire da trucco per i veri uomini, quelli che vogliono essere belli belli in modo assurdo ma al contempo vogliono prendere le distanze da quei gender non-conforming che entrano con nonchalance nelle profumerie da donna. War paint significa letteralmente “vernice da guerra“.

Sebbene ultimamente è più facile che un cammello passi attraverso la cruna di un ago che qui venga pubblicato qualcosa, non ho mai perso il mio fan club di affezionatissimi maschilisti: devo ammetterlo ragazzi, state dimostrando la tenacia di Hachikō e se non foste irritanti come le meduse sarei quasi commossa da tanta fedeltà.

Qualche tempo fa ho deciso di pubblicare qualche riga di Bertha von Suttner, la prima donna a ricevere il premio Nobel per la pace per il suo instancabile e fremente attivismo per l’abolizione della guerra. Puntuali come una colica dopo una cena piccante sono arrivate due vittime della discriminazione di genere contro i poveri maschi a lamentarsi del fatto che non avessi deciso, piuttosto, di pubblicare un accorato appello contro la coscrizione obbligatoria degli ucraini, costretti a morire in guerra mentre le donne fuggono dal paese:

Voglio sapere cosa ne pensi tu del fatto che in Ucraina non ci sono le Pari Opportunità a definire chi resta a combattere e chi invece se ne va.

E che nella guerra si riscoprono ruoli più che tradizionali, assolutamente patriarcali, nei quali tra uomo e donna ci sono nettissime differenze, e grazie ai quali sono solo gli uomini che combattono.

Non so se ricordate, ma un paio d’anni fa avevamo accennato a questo cavallo di battaglia della propaganda MRA (Men’s Rights Activists) a proposito di Den Hollander, un fanatico incel che uccise a colpi di arma da fuoco il figlio ventenne della giudice Esther Salas, colpevole di aver presieduto alla discussione della causa che Den Hollander aveva intentato contro il Selective Service System (un’agenzia indipendente del governo degli Stati Uniti che raccoglie informazioni su coloro che potenzialmente sono soggetti a coscrizione militare) per discriminazione: la registrazione, infatti, è riservata ai soli uomini. L’aspetto più tragico della vicenda è che la giudice Salas, seppur contestando alcuni degli argomenti, aveva giudicato fondato il reclamo di Hollander e decretato che vi fossero gli estremi per procedere in tribunale. La decisione di Salas non è bastata a placare l’odio di Hollander per le donne in quanto donne e a farne le spese è stato un ragazzo innocente: Daniel Anderl, studente universitario, freddato sulla porta di casa dopo aver aperto a quello che sembrava un fattorino della Fed Ex.

Allo stesso modo, ha poco senso rispondere a questi leoni da tastiera che sei una pacifista (come molte, anche se non tutte, le femministe) e quindi contraria alla coscrizione obbligatoria, non soltanto perché è una violazione del diritto del singolo di astenersi dall’uso delle armi, ma perché è parte integrante del processo di costruzione di un idea di uomo confacente al sistema patriarcale, un uomo che – come racconta il sito di make up per veri maschi “War Paint”, non si imbelletta come un queer qualunque, ma per piacersi e per piacere si tinge dei colori della guerra; a loro non importa nulla della coscrizione obbligatoria, degli ucraini costretti ad imbracciare un fucile volenti o nolenti dal 2014 (sul servizio militare in Russia e gli orrori che comporta consiglio a tutti/e la lettura de “La Russia di Putin”, di Anna Politkovskaja – che per inciso è una donna che ha perso la vita a causa della sua tenacia nel diffondere le ingiustizie perpetrate anche ai danni dei soldati in un esercito corrotto e spietato), né sono interessati a dare il via ad una campagna contro il servizio di leva accanto alle attiviste che scrivono ed operano sul campo contro tutte le guerre dai tempi di Bertha von Suttner.

La critica alla coscrizione obbligatoria, nella mente del maschilista di nuova generazione, assolve la medesima funzione che assolveva l’esclusione dagli eserciti – e quindi dalla difesa della patria – delle donne: sancirne quella biologica inferiorità morale in grado di giustificare la sua insignificanza politica.

A fronte della crudeltà di uomini che prima creano un sistema, fondato sul primato della forza bruta sul raziocinio, a loro uso e consumo e poi accusano di egoismo e viltà le donne perché non si ribellano ai danni che quel sistema procura non a tutti gli esseri umani, ma soltanto agli uomini stessi (operando quel virtuoso ribaltamento della frittata in cui i maschilisti del nuovo millennio sono diventati tanto bravi), ci sono e ci sono state sempre una gran quantità di donne che si sono espresse non soltanto contro le atrocità che la guerra infligge loro – che hanno sempre dovuto affrontarla disarmate e prive di qualsivoglia addestramento – ma anche e soprattutto contro l’ingiusta morte degli uomini in essa coinvolti:

Sconfortata tu rivolgi lo sguardo all’ultima tua speranza, a tuo figlio che hai vestito della tua carne, hai nutrito del tuo sangue, hai cresciuto a spese del tuo digiuno, del tuo lavoro, del tuo riposo e che sarà il tuo orgoglio e il tuo sostegno. No, infelice, t’inganni ancora. Or che l’hai fatto e cresciuto, il re te lo prende per farne puntello al suo trono e lo assoggetta a fiera disciplina onde assicurarsi della sua ribellione. Chi non ha fatto nulla per tuo figlio può tutto su di lui, tu che hai fatto tutto non ci puoi nulla. Se tuo figlio è morto in guerra e il re ha vinto non ti è permesso di piangere, – saresti una cattiva patriota ed una vile femminuccia. Se il re fu sconfitto e tuo figlio ritorna a casa sano e salvo, tu non devi rallegrartene perché v’è al mondo una cosa che si chiama patria il cui bene è inseparabile da quello del re, alla quale tu devi tutto, anche il sangue dei tuoi figli …

La riflessione delle donne sulla guerra, ovviamente, non si è mai limitata ad una denuncia dei suoi orrori: la morte, la devastazione, l’imbarbarimento. Come stiamo sperimentando proprio in questi tempi, l’orrore da solo non è sufficiente e può addirittura diventare un arma potente nelle mani di chi la guerra la vuole vendere al pubblico come soluzione a tutti i problemi, riuscendo a rendere credibile il paradosso per cui ciò che crea l’orrore è l’unica strategia possibile per eliminarlo dalle nostre vite.

Opporsi alla guerra comporta per forza di cose una riflessione più ampia, che ricomprenda innanzi tutto l’humus che la nutre, tutti quegli “ideali” dei quali il guerrafondaio si riempie la bocca: patria, onore, sacrificio, senso del dovere e compagnia cantante.

Continua, Anna Maria Mozzoni in un testo, “Alle figlie del popolo”, scritto nel 1885:

La patria! Come spiegare a te con parole che tu possa capire e che tocchino a te e ai tuoi interessi, che cosa è questa terribile patria che incorona, strappando ti i figli, l’immane edificio dei tuoi dolori?
Per il re la patria è il trono, è il potere, è il fasto, è la lista civile, è il diritto di far piegare tutto quello che esiste nel regno ai suoi interessi – per il ricco la patria è la culla d’oro dove nacque, il palazzo dove alloggia senza lavorare, le ricchezze che possiede, le leggi che gli garantiscono le sue proprietà, il diritto di occupare i posti più alti, – per l’uomo di qualunque classe la patria è il paese nel quale egli può dare il suo voto per eleggere quelli che amministrano e che governano, è la legge che gli garantisce la padronanza della sua propria persona e della sua casa, che lo fa padrone dei tuoi figli e lo garantisce della tua stessa servitù ed assicura nelle sue mani la tua catena. Per te, o donna del popolo, che cosa è la patria? È il gendarme che viene a prendere tuo figlio per farlo soldato – è l’esattore che estorce la tassa del fuocatico dal tuo focolare quasi sempre spento – è la guardia daziaria che ti fruga indosso per assicurarsi che tu non abbi risparmiato qualche soldo sul pane sudato per i tuoi figli – è il lenone e la megera che, protetti dal governo, inseguono la tua figlia per trarla nelle loro reti – è la guardia di questura che la trascina all’ufficio sanitario – è il postribolo patentato che la ingoia – è la prigione – il sifilicomio – il patibolo, – è la legge che dà i tuoi figli in proprietà a tuo marito e che dichiara te stessa schiava e serva di lui. – Delle glorie di questa patria, delle sue gioie, dei suoi beni, dei suoi favori, neppure uno arriva fino a te.

Hanno scritto tanto, contro il militarismo e la guerra, le donne. Pochi conoscono i loro scritti, quasi nessuno ricorda l’impegno che misero nell’opporsi, con il pensiero e le azioni, alle logiche del conflitto armato.

E dire che ricordare e diffondere il loro lavoro favorirebbe l’umanità intera, liberando anche gli uomini dal giogo dell’esercito, del servizio di leva e l’illusione che esso abbia o abbia mai avuto una qualsivoglia valenza educativa.

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La pace tra cent’anni

Siamo in possesso di strumenti di sterminio così potenti che qualsiasi battaglia condotta da due nemici sarebbe soltanto un doppio suicidio. Se con la sola pressione di un bottone, a qualsiasi distanza, riesci a polverizzare qualsiasi massa di persone o edifici, non so in base a quali regole tattiche e strategiche, con quali mezzi, potrebbe ancora risolversi un duello tra due nazioni.

Bertha von Suttner, Der Friede in 100 Jahren

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Alcune considerazioni in calce all’articolo di Saviano sulla prostituzione

1.La rappresentazione della prostituzione come un fenomeno neutro rispetto al genere

Scrive Saviano:

Cosa hanno fatto molte/i sex workers durante le fasi più acute della pandemia? Avvicinate/i dal mondo del narcotraffico, divenute/i una sorta di piattaforma da cui andare e raccogliere ciò che non si poteva più trovare in strada. Quando ho provato ad intervistare alcune/i di loro, dopo la battuta iniziale «sei il principe azzurro o un giornalista che vuole informazioni?», mi hanno tutte/i descritto la loro verità. 

Come scriveva Mary Honeyball nella relazione su sfruttamento sessuale e prostituzione, e sulle loro conseguenze per la parità di genere:

considerato che la prostituzione e la prostituzione forzata sono fenomeni di genere aventi una dimensione globale, che coinvolgono circa 40-42 milioni di persone al mondo, la grande maggioranza delle persone che si prostituiscono è costituita da donne e ragazze minorenni, che quasi tutti i clienti sono uomini

raccontarla come se coinvolgesse uomini e donne in egual misura restituisce un’immagine falsata del fenomeno e contribuisce a falsare ogni analisi fondata su una simile premessa.

Ci comunicava il Codacons lo scorso anno che

Il business della prostituzione rappresenta un mercato che interessa circa 3 milioni di italiani che si rivolgono al sesso a pagamento e vede impegnate 90mila lavoratrici stabili (il 10% minorenni, il 55% ragazze straniere, provenienti principalmente dai paesi dell’Europa dell’Est e Africa), cui si aggiunge un esercito di 20mila operatrici occasionali che ricorrono al sesso via web solo in caso di necessità economiche o per reperire soldi per spese legate ad esigenze estemporanee (affitti, bollette, viaggi, abbigliamento, ecc.).

Non è una svista di Codacons, né un suo tentativo di smarcarsi dalla politically correctness del gender neutral, è un fatto.

D’altronde, basta avere gli occhi e farsi un giro per le strade.

Insomma, per fare un’analogia, è come se iniziassimo a parlare di violenza domestica scrivendo di assalitore/trici e aggrediti/dite.

C’è chi lo fa e li chiamiamo “papà separati“.

2. Lo sfruttamento come conseguenza dell’assenza di una adeguata regolamentazione della professione

Scrive Saviano:

Spesso si fa coincidere il/la sex worker con la vittima di tratta, con la vittima di schiavitù senza considerare che può essere soggetto a sfruttamento soprattutto chi è impiegato in ambiti privi di regolamentazione.

Ci sono un sacco di ambiti ben regolamentati nei quali regna lo sfruttamento. Per esempio la legge stabilisce delle regole precise per le assunzioni regolari dei braccianti agricoli e il caporalato è una pratica punita dalla legge. Non sto paragonando il bracciante agricolo alla prostituta, sto solo dicendo che l’esistenza di un Contratto Collettivo e un corpus di norme in difesa dei diritti del lavoratore non è di per sé garanzia di migliori condizioni per i soggetti più vulnerabili.

Detto questo, Saviano dovrebbe riflettere su una cosa: se è vero che non tutte le “lavoratrici del sesso” sono vittime di tratta, è altrettanto vero che la quasi totalità delle donne vittime di tratta finisce nel mercato del sesso:

Con riferimento specifico alla tratta al fine di sfruttamento lavorativo, circa 2/3 delle vittime sono maschi, 1/3 donne e bambini (nella tratta per lo sfruttamento sessuale, le dinamiche sono opposte, con oltre il 90% delle vittime identificate donne e bambine)

scriveva Repubblica la scorsa estate.

Scrive ancora Saviano:

il lavoro forzato e le pratiche assimilabili alla schiavitù possono verificarsi in molti mestieri; ma laddove le attività sono legali e il lavoro riconosciuto, le possibilità di denunciare e fermare le violazioni dei diritti e impedire gli abusi sono notevolmente maggiori.

Dati alla mano, sembra invece che i paesi che hanno regolamentato la prostituzione facciano esperienza di

a larger degree of reported human trafficking inflows

e che questo aumento del traffico di donne da immettere in un mercato del sesso più fiorente non è compensato dalla riduzione della domanda di donne trafficate a favore di quelle che esercitano legalmente.

Insomma, parliamo di ipotesi al momento non corroborate dalla ricerca sul rapporto fra legislazione e traffico di esseri umani.

3. Lo stigma

Il più grosso problema delle donno che si prostituiscono, secondo Saviano, sarebbe la Chiesa cattolica e quei bigotti che ne fanno una “questione morale”:

non ci emancipiamo dalla convinzione che la Chiesa abbia ancora la possibilità di occuparsi di come dovremmo vivere, quando invece è lo Stato che fallisce nel regolamentare ambiti in cui questa mancanza dà vita a sfruttamento, dolore, alimenta criminalità e illegalità. Ciò che dico è ancora più evidente con riguardo alla legislazione sulla prostituzione che in Italia è ferma agli anni Cinquanta e tende, sostanzialmente, alla criminalizzazione. L’approccio è sempre paternalistico, come se l’attenzione fosse tutta focalizzata su come si dovrebbe vivere, con annesso giudizio morale, piuttosto che sul provare – e magari riuscirci – a regolamentare una professione che ancora oggi non può essere riconosciuta ma solo stigmatizzata.

Chi affronta la prostituzione assumendo la prospettiva del cliente, ovvero si arma di massicce dosi di antiemetico e trascorre un po’ di tempo nei luoghi virtuali dove questi “evoluti signori” discutono del loro hobby – come ho fatto io dedicandomi per un periodo alla lettura del sito gnoccatravel.com (uno dei miei più post più letti di sempre è quello dedicato al signor Spaccaculi) – sa che è proprio da questi accaniti sostenitori della regolamentazione che arrivano le dosi più massicce di stigma e disprezzo nei confronti delle donne che si prostituiscono.

Infatti chi critica la prostituzione, o meglio, molti di quelli/e che si oppongono alla modifica dell’attuale legislazione in favore di una decriminalizzazione dello sfruttamento, non sta criticando la scelta di alcune donne, sta interrogando gli uomini/clienti sulla scelta di comprare la temporanea sospensione del diritto di quella donna di non acconsentire a ciò che le faranno nella consapevolezza che il piacere di lei non ha spazio alcuno nella contrattazione, e al contempo interroga gli intellettuali come Saviano sulla pervicacia con cui si intestardiscono ad affrontare il tema della prostituzione fingendo che non sia un fenomeno strettamente connesso alla deumanizzazione delle donne nel contesto di una società patriarcale.

Per approfondire:

Cosa ci dice la prostituzione della nostra cultura

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La violenza sugli uomini in una frase

Ieri mi hanno segnalato una “lodevole” iniziativa: il primo centro antiviolenza sugli uomini della Calabria.

Si tratta ovviamente di una iniziativa dal sapore Father’s Rights, che rimanda alla fallacia che si riscontra più spesso in questo tipo di contesto: ma parlare di violenza sulle donne non è discriminatorio nei confronti degli uomini?

[La risposta è NO, nel caso aveste dei dubbi in proposito.]

La presentazione cui vi rimando nel primo link (una roba per stomaci forti, io vi avverto) ha la sventura di capitare quasi in contemporanea con l’ennesimo orrendo delitto consumato all’interno di una separazione coniugale con figli.

Avrete letto, immagino, dei due bambini uccisi in provincia di Varese. Sappiamo poco, ancora, del delitto, ma c’è un dettaglio che collega immediatamente questo omicidio ai figlicidi che lo hanno preceduto: il citare come movente il fatto che l’uomo “Non accettava la separazione dalla moglie”.

Sempre la solita storia.

Veniamo al motivo per cui metto insieme i due eventi, la morte violenta e inaccettabile di due bambini e la signora Emmanuela Rovito che racconta commossa dei poveri papà vessati dalle crudeli e vendicative ex mogli.

Beh, perché ad un certo punto la signora Rovito, proprio all’inizio, dice una cosa che dovrebbe far rizzare a tutti le antenne.

Più o meno dovete scorrere fino al minuto 4:50 del video, nel quale la signora Rovito racconta di uno dei casi tipici che – a suo avviso – fa da sfondo alla terribile violenza sugli uomini perpetrata dalle donne, ovvero la tipica famiglia patriarcale: il padre breadwinner, la madre casalinga. Ad un certo punto, ci dice Rovito, la donna casalinga si trova ad affrontare la fine del rapporto con il marito e il problema di sopravvivere senza un lavoro. E’ a questo punto che, secondo Rovito, subentra l’egoismo: “io devo vedere come fare per vivere”, si dice la donna “egoista”.

Ecco, forse qualcuno lo definirebbe un lapsus, un errore verbale dovuto a qualcosa che ribolle nell’inconscio della signora, ma io non concordo sulla lettura freudiana di una frase del genere.

Secondo me Rovito lo pensa veramente quello che ha detto: una donna che si aspetta non solo di sopravvivere alla fine del rapporto di coppia con un uomo, ma che si pone addirittura l’obiettivo di continuare a vivere e lotta per una vita dignitosa e chissà, persino felice, è una donna egoista.

E la donna egoista porta il povero uomo vulnerabile al suicidio, motivo per cui occorre un centro antiviolenza per gli uomini (un dato, quello dei suicidi degli uomini provocati dall’egoismo delle ex mogli, sconfessato da tutti gli studi sulla materia, cioè non succede quello che racconta Rovito, non nella misura in cui una serie di eventi collocati in un certo momento storico può essere definita un fenomeno sociale).

Ecco, io vorrei che provaste a collocare l’una accanto all’altra queste due immagini, quella della madre egoista che vuole continuare a vivere anche dopo la fine del suo matrimonio, e il duplice omicidio di Mesenzana ad opera di un uomo che lo ha reputato inammissibile.

Quanto vi sembra produttiva di esiti auspicabili l’opera di stigmatizzazione del desiderio di continuare a vivere dopo la fine del matrimonio delle donne che una simile iniziativa porta avanti?

Io vi assicuro, sono certa della buona fede delle donne che hanno registrato questo video. Ciò non toglie che ascoltarlo oggi è come strofinare del sale su una ferita aperta.

Io invito queste donne a fermarsi a riflettere su quanto vanno diffondendo con estrema leggerezza.

Sulla stigmatizzazione delle ex mogli, alcuni spunti di riflessione:

Le ex mogli possono essere testimoni attendibili?

Andate a lavorare

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La non-violenza nell’era atomica

Alcuni amici americani hanno affermato che la bomba atomica non può che condurre all’ahimsa, ossia alla non-violenza. Probabilmente è vero, se con ciò si vuole intendere che la potenza distruttiva della bomba atomica provocherà un tale disgusto nel mondo che per un certo periodo esso ripudierà la violenza. La cosa è molto simile al caso di un uomo che si ingozza di leccornie fino alla nausea e smette di mangiare soltanto per ricominciare con raddoppiato zelo una volta passati gli effetti della nausea. Esattamente allo stesso modo il mondo ricomincerà ad usare la violenza non appena saranno passati gli effetti del disgusto provocato dalla bomba atomica.

Gandhi, Teoria e pratica della non-violenza, Einaudi 1996, pag.353

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Manifesto Russell-Einstein

…noi vi chiediamo, se vi riesce, di mettere da parte le vostre opinioni e di ragionare semplicemente in quanto membri di una specie biologica la cui evoluzione è stata sorprendente e la cui scomparsa nessuno di noi può desiderare.

Tenteremo di non utilizzare parole che facciano appello soltanto a una categoria di persone e non ad altre. Gli esseri umani sono tutti in pericolo, e solo se tale pericolo viene compreso vi è speranza che, tutti insieme, lo si possa scongiurare.

Dobbiamo imparare a pensare in modo nuovo. Dobbiamo imparare a domandarci non già quali misure adottare affinché il gruppo che preferiamo possa conseguire una vittoria militare, poiché tali misure ormai non sono più contemplabili; la domanda che dobbiamo porci è: “Quali misure occorre adottare per impedire un conflitto armato il cui esito sarebbe catastrofico per tutti?”

La gente comune, così come molti uomini al potere, ancora non ha ben compreso quali potrebbero essere le conseguenze di una guerra combattuta con armi nucleari. Si ragiona ancora in termini di città distrutte. Si sa, per esempio, che le nuove bombe sono più potenti delle precedenti e che se una bomba atomica è riuscita a distruggere Hiroshima, una bomba all’idrogeno potrebbe distruggere grandi città come Londra, New York e Mosca.

È fuor di dubbio che in una guerra con bombe all’idrogeno verrebbero distrutte grandi città. Ma questa non sarebbe che una delle tante catastrofi che ci troveremmo a fronteggiare, e nemmeno la peggiore. Se le popolazioni di Londra, New York e Mosca venissero sterminate, nel giro di alcuni secoli il mondo potrebbe comunque riuscire a riprendersi dal colpo. Tuttavia ora sappiamo, soprattutto dopo l’esperimento di Bikini, che le bombe atomiche possono portare gradatamente alla distruzione di zone molto più vaste di quanto si fosse creduto.

Fonti autorevoli hanno dichiarato che oggi è possibile costruire una bomba 2500 volte più potente di quella che distrusse Hiroshima. Se fatta esplodere a terra o in mare, tale bomba disperde nell’atmosfera particelle radioattive che poi ridiscendono gradualmente sulla superficie sotto forma di pioggia o pulviscolo letale. È stato questo pulviscolo a contaminare i pescatori giapponesi e il loro pescato.

Nessuno sa con esattezza quanto si possono diffondere le particelle radioattive, ma tutti gli esperti sono concordi nell’affermare che una guerra con bombe all’idrogeno avrebbe un’alta probabilità di portare alla distruzione della razza umana. Si teme che l’impiego di molte bombe all’idrogeno possa portare alla morte universale – morte che sarebbe immediata solo per una minoranza, mentre alla maggior parte degli uomini toccherebbe una lenta agonia dovuta a malattie e disfacimento.

In più occasioni eminenti uomini di scienza ed esperti di strategia militare hanno lanciato l’allarme. Nessuno di loro afferma che il peggio avverrà per certo. Ciò che dicono è che il peggio può accadere e che nessuno può escluderlo. Non ci risulta, per ora, che le opinioni degli esperti in questo campo dipendano in alcuna misura dal loro orientamento politico e dai loro preconcetti. Dipendono, a quanto emerso dalle nostre ricerche, dalla misura delle loro competenze. E abbiamo riscontrato che i più esperti sono anche i più pessimisti.

Questo dunque è il problema che vi poniamo, un problema grave, terrificante, da cui non si può sfuggire: metteremo fine al genere umano, o l’umanità saprà rinunciare alla guerra? È una scelta con la quale la gente non vuole confrontarsi, poiché abolire la guerra è oltremodo difficile. Abolire la guerra richiede sgradite limitazioni alla sovranità nazionale. Ma forse ciò che maggiormente ci impedisce di comprendere pienamente la situazione è che la parola “umanità” suona vaga e astratta. Gli individui faticano a immaginare che a essere in pericolo sono loro stessi, i loro figli e nipoti e non solo una generica umanità. Faticano a comprendere che per essi stessi e per i loro cari esiste il pericolo immediato di una mortale agonia. E così credono che le guerre potranno continuare a esserci, a patto che vengano vietate le armi moderne.

Ma non è che un’illusione. Gli accordi conclusi in tempo di pace di non utilizzare bombe all’idrogeno non verrebbero più considerati vincolanti in tempo di guerra. Con lo scoppio di un conflitto armato entrambe le parti si metterebbero a fabbricare bombe all’idrogeno, poiché se una parte costruisse bombe e l’altra no, la parte che ha fabbricato le bombe risulterebbe inevitabilmente vittoriosa. Tuttavia, anche se un accordo alla rinuncia all’armamento nucleare nel quadro di una generale riduzione degli armamenti non costituirebbe la soluzione definitiva del problema, avrebbe nondimeno una sua utilità. In primo luogo, ogni accordo tra Oriente e Occidente è comunque positivo poiché contribuisce a diminuire la tensione internazionale. In secondo luogo, l’abolizione delle armi termonucleari, nel momento in cui ciascuna parte fosse convinta della buona fede dell’altra, diminuirebbe il timore di un attacco improvviso come quello di Pearl Harbour, timore che al momento genera in entrambe le parti uno stato di agitazione. Dunque un tale accordo andrebbe accolto con sollievo, quanto meno come un primo passo.

La maggior parte di noi non è neutrale, ma in quanto esseri umani dobbiamo tenere ben presente che affinché i contrasti tra Oriente e Occidente si risolvano in modo da dare una qualche soddisfazione a tutte le parti in causa, comunisti e anticomunisti, asiatici, europei e americani, bianchi e neri, tali contrasti non devono essere risolti mediante una guerra. È questo che vorremmo far capire, tanto all’Oriente quanto all’Occidente.

Ci attende, se lo vogliamo, un futuro di continuo progresso in termini di felicità, conoscenza e saggezza. Vogliamo invece scegliere la morte solo perché non siamo capaci di dimenticare le nostre contese? Ci appelliamo, in quanto esseri umani, ad altri esseri umani: ricordate la vostra umanità, e dimenticate il resto. Se ci riuscirete, si aprirà la strada verso un nuovo Paradiso; altrimenti, vi troverete davanti al rischio di un’estinzione totale.

Invitiamo questo congresso, e per suo tramite gli scienziati di tutto il mondo e la gente comune, a sottoscrivere la seguente mozione:

In considerazione del fatto che in una futura guerra mondiale verrebbero certamente impiegate armi nucleari e che tali armi sono una minaccia alla sopravvivenza del genere umano, ci appelliamo con forza a tutti i governi del mondo affinché prendano atto e riconoscano pubblicamente che i loro obbiettivi non possono essere perseguiti mediante una guerra mondiale e di conseguenza li invitiamo a trovare mezzi pacifici per la risoluzione di tutte le loro controversie.

Fonte

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#DDL2417

Sebbene in questo momento mi riesca quasi impossibile mettere una appresso all’altra parole di senso compiuto, mi si chiede di diffondere una petizione e, considerato quanto ho scritto dal giorno in cui ho aperto questo blog ad oggi, non posso sottrarmi.

Propongo quindi ai miei lettori un disegno di legge che si propone di intervenire su quella porzione del nostro ordinamento che si occupa di regolamentare la delicata materia dell’affidamento dei figli quando entrano in causa denunce di violenza domestica.

Il disegno di legge risponde al sentimento di sgomento e afflizione profonda che affligge tutti coloro che da anni (ricordiamo che il piccolo Federico Barakat, alla cui memoria è dedicato il disegno di legge, venne ucciso nel 2009) assistono impotenti alla regolare replica del medesimo angosciante scenario: una donna sporge delle denunce, nessuno si premura di svolgere adeguate indagini, colui che era stato indicato come soggetto pericoloso si macchia di orrendi delitti, e le istituzioni si giustificano rigettando ogni responsabilità.

Guarda caso, l’ultimo articolo postato in questo blog prima che comparisse all’orizzonte lo spettro di un olocausto nucleare trattava proprio di questo.

Vi suggerisco quindi di approfondire, quindi di firmare.

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Il criterio dell’accesso e la misoginia

La valutazione delle capacità genitoriali si rivolge anche a determinare le modalità
dell’affidamento dei figli legittimi o naturali nei procedimenti separativi, all’interno di valutazioni
che dovrebbero rispettare sempre e comunque il diritto di contraddittorio nei modi e nelle forme
della CTU. Il legislatore del 2006 colloca in primo piano il diritto dei figli alla bigenitorialità (art.
155 co. 1 novellato). Il nuovo regime della separazione è perciò finalizzato a garantire i diritti
relazionali così riconosciuti, che per loro natura si configurano come biunivoci, tra ciascun genitore
in condizione di parità rispetto all’altro, ed il figlio minore. I criteri di valutazione sono così
riassumibili:

(…)

4) Criterio dell’accesso: gli indizi di cooperazione e di disponibilità o, viceversa, la difficoltà
sostanziale rispetto al diritto/dovere dell’altro a partecipare alla crescita e all’educazione dei figli
e al loro complementare bisogno di “accedere” all’altro genitore.

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Su questo tema dei criteri di affidamento del figlio c’è una vastissima letteratura straniera e italiana, che contiene indicazioni molto specifiche.
Camerini (G.B. Camerini, “Aspetti legislativi e psichiatrico-forensi nei procedimenti riguardanti i minori”, in V. Volterra (a cura di), Psichiatria forense, criminologia ed etica psichiatrica (Trattato Italiano di Psichiatria, TIP), Masson, Milano, 2006) di recente ha proposto di utilizzare come criteri prioritari:
a) l’“accesso” all’altro genitore, individuando gli elementi di cooperazione e disponibilità, o viceversa, la difficoltà sostanziale rispetto al diritto/dovere dell’altro genitore a partecipare alla crescita e all’educazione dei figli;

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In un lungo articolo di qualche tempo fa dal titolo “The “Friendly Parent” Concept— Another Gender Biased Legacy From Richard Gardner”,  Joan Zorza (la cui biografia vi consiglio caldamente di leggere, ovviamente insieme all’articolo che vi ho linkato) parla del concetto di “friendly parent“, un criterio del quale abbiamo discusso ampiamente anche in questo blog. 

Secondo Zorza, sebbene Gardner non abbia mai usato l’espressione “friendly parent”, l’idea che un genitore debba essere valutato in base alla sua capacità di “incoraggiare la relazione fra i propri figli e l’altro genitore” non è altro che una versione più mite di alienazione genitoriale. Se il genitore alienante è il genitore che ostacola la relazione fra i figli e l’altro genitore, il concetto di “genitore amichevole” stabilisce che per saggiare le competenze di un genitore è necessario verificare se quel genitore si preoccupa di garantire il legame fra i suoi figli e l’altro genitore.

Che si tratti del medesimo concetto espresso in modo diverso è, a mio avviso, lapalissiano. Tuttavia nessuno dei professionisti che parla di “vasta letteratura” a supporto del concetto di “friendly parent” cita come fonte primaria la screditata bibliografia di Richard Gardner.

Al di là delle considerazioni, seppur doverose, sull’attendibilità del lavoro di Richard Gardner e quindi sull’atendibilità di tutto il lavoro che a lui si ispira (per questo vi rimando a Zorza), c’è un altro aspetto da sottolineare a proposito del concetto di friendly parent: nessuno di coloro che enuncia il principio si preoccupa, quando lo fa, di citare l’eventualità che incoraggiare una relazione fra i propri figli e l’altro genitore possa non essere indice di una sana genitorialità. 

Se ogni comportamento può avere una valenza positiva o negativa a seconda del contesto, delle persone coinvolte, delle circostanze o del grado di intensità con cui lo si mette in atto (abbiamo tutti sentito parlare di “genitori iperaccudenti” ad esempio, un’espressione che descrive il prendersi cura dei propri figli con una valenza negativa), difficilmente sentiremo uno degli esperti che di solito si esprime sull’importanza di garantire l’accesso dell’altro genitore ai propri figli disquisire delle circostanze che rendono questa scelta foriera di esiti nefasti.

Più che altro sentiamo interventi come questo:

Difficilmente questi interventi educativi rivolti al grande pubblico si soffermano sulla possibilità che il desiderio di recidere il legame fra i propri figli e l’altro genitore assuma, in determinate circostanze, una valenza positiva.

I genitori vengono costantemente esortati a mostrarsi “friendly”, con l’altro genitore, al fine di favorire il legame fra i figli e l’altro genitore, con la minaccia che un comportamento diverso procura danni tremendi.

Questo fino a quando, poco tempo fa, chiamato a rispondere del suo operato in relazione all’orrenda morte del piccolo Daniele Paitoni il Gip del Tribunale di Varese si è difeso descrivendo il comportamento della madre della vittima come il comportamento sbagliato che ha condotto gli operatori di giustizia ad emettere un giudizio evidentemente errato:

È bene partire da un dato che può apparire paradossale rispetto l’esito mortale di padre e figlio insieme nella casa di Morazzone: è la madre che porta il figlio dal padre, alle 13 del 1 gennaio. Un gesto del tutto incompatibile con qualsiasi allarme che un precedente atteggiamento del padre avrebbe potuto destare nella donna.

Fingiamo per un attimo che le cose stiano come le racconta il Gip, ovvero che il comportamento “amichevole” della madre si “il dato da cui partire”, ovvero (immaginate una linea del tempo) un fatto a monte della decisione del Tribunale di garantire all’assassino quel diritto di visita che ha portato all’omicidio del piccolo Daniele. Sappiamo che, su quell’immaginaria linea del tempo, la madre che porta il figlio dal padre si colloca dopo la decisione del Tribunale, e che – come ha sottolineato D.i.Re, Donne in rete contro la violenza – è cinico e crudele sostenere che possa essere una causa di quella decisione, ma in questa discussione ci fa comodo la considerazione del Gip perché solleva una questione importante: non sempre mostrarsi amichevoli con l’altro genitore procura danni enormi ai propri figli, anzi, a volte l’ostilità è la scelta più giusta che un genitore che ha a cuore i propri figli possa fare.

Sento già qualcuno che borbotta: hai scoperto l’acqua calda, amica mia. Sappiamo benissimo che l’ostilità è cosa buona e giusta in talune circostanze. Non è forse “poco amichevole” quel genitore che, appellandosi all’alienazione genitoriale, richiede che i suoi figli vengano allontanati dalla madre alienante?

Per spiegare questo evidente paradosso insito nelle teorie che hanno avuto origine dal lavoro di Richard Gardner (PAS, friendly parent provision, ma anche la tanto decantata bigenitorialità, la cui difesa sfocia in provvedimenti di esclusione di uno dei genitori dalla vita dei figli), Joan Zorza propone una spiegazione: il gender bias, il pregiudizio di genere.

Soltanto l’incapacità di giudicare con il medesimo metro i comportamenti di una donna e i comportamenti di un uomo può spiegare la cecità di un magistrato che giudica “poco amichevole” una madre “apparentemente collaborativa” a fronte di un padre che aveva presentato oltre venti denunce contro di lei, come accadde nel celeberrimo caso di Cittadella, uno dei primi che abbiamo discusso qui.

Scrive Zorza:

Il concetto di “genitore amichevole” è applicato soltanto a ciò che fa il genitore collocatario [abbiamo sentito nel video qui sopra che “genitore collocatario” è un modo politicamente corretto per dire “madre”, e che si parla sempre della madre, in primis, quando l’argomento è l’ostilità] e l’unica sanzione prevista è la perdita della custodia. Per contro, il padre non collocatario non viene mai penalizzato per i suoi comportamenti poco amichevoli. (…) Violenza domestica, abuso di minori, e persino l’incesto non rientrano nel novero dei comportamenti “non amichevoli”, come non lo sono il mancato pagamento o il cronico ritardo nei pagamenti del mantenimento o delle spese mediche, neanche quando le conseguenze sono la povertà, la perdita della casa o altri servizi fondamentali, l’assenza di cure adeguate, il disagio psicologico e deprivazioni. I tribunali non considerano “poco amichevole” il non rispettare il calendario delle visite rendendo impossibile per la madre rispettare impegni importanti (che si tratti di esami da sostenere, prendere parte al matrimonio di un familiare, sottoporsi ad un intervento) o causandole spese impreviste (costringendola ad acquistare biglietti aerei all’ultimo minuto, pagare una babysitter o comprare cibo in più).

(…) I tribunali credono alle accuse mosse dagli uomini, anche quando non sono supportate da prove, mentre le accuse delle donne non sono prese in considerazione o debbono essere supportate da prove schiaccianti, quando non diventano esse stesse “comportamenti poco amichevoli” nei confronti dell’accusato.

Abbiamo letto, a proposito del caso Paitone, che nell’ordinanza del Gip che concedeva al padre di tenere il figlio con sé era scritto:

“Evidenzia il Pubblico Ministero che Davide Paitoni sarebbe sottoposto ad altri procedimenti per reati anche connotati da violenza (maltrattamenti e lesioni); si tratta di carichi pendenti che potrebbero risolversi favorevolmente per l’indagato e che, dunque, non consentono di trarre elementi di qualsivoglia certezza.” 

Non sono forse quste affermazioni che corroborano le teorie di Joan Zorza?

Crediamo alle buone intenzioni degli uomini perché sono uomini, per nessun altro motivo.

Ho pensato molto, ultimamente, a questa madre che voleva fare la cosa più giusta per il proprio figlio, mostrandosi ligia alle disposizioni del tribunale e “amichevole” verso quel partner violento che aveva saggiamente allontanato, e che affronta ora un dolore così immenso che solo ad immaginarlo – io, che sono una madre proprio come lei – mi sento esplodere il cuore nel petto. Penso alla frase “è la madre che porta il figlio dal padre, alle 13 del 1 gennaio”, e giungo alla conclusione che la frase descrive un’azione perfettamente compatibile con tutta la letteratura contemporanea sulla separazione e sul divorzio: straziante da leggere, per noi umili spettatori che, per contrastare l’autorevolezza di quella letteratura che è l’elemento paradossale dal quale il Gip di Varese dovrebbe partire per un’analisi di quanto è accaduto, non abbiamo armi.

Sono sinceramente convinta delle buone intenzioni di quelli che si aggrappano a concetti come il criterio dell’accesso, la cooperazione e la disponibilità, o che usano espressioni neutre come “genitore collocatario” nella convinzione che quanto professano non sia viziato dalla misoginia imperante. Ma la buona fede non basta a tollerare lo stato attuale delle cose, soprattutto di fronte all’ennesima morte di un bambino che poteva e doveva essere protetto.

Nel 2012 uno studio condotto  dal Dr. Daniel Saunders dell’Università del Michigan che si proponeva di indagare la formazione dei consulenti e altri professionisti dei tribunali americani in merito alla violenza domestica rivelò che buona parte degli operatori della giustizia non possedeva le competenze necessarie a garantire che fossero in grado di riconoscere la violenza domestica, compiere una valutazione del rischio, prevenire la violenza post-separazione e ridurre l’impatto della violenza domestica sui bambini. Il dottor Saunders scoprì che i consulenti privi della formazione necessaria tendevano a concentrarsi sul mito che le donne producono spesso false accuse, sulle teorie pseudo-scientifiche che parlano di alienazione e sul pregiudizio che le madri che cercano di proteggere i figli da padri spaventosi stanno danneggiando i bambini. E’ ora che una ricerca del genere riguardi i nostri tribunali, affinché emerga una volta per tutte che il problema che affligge il nostro sistema giudiziario non sono tanto delle leggi inadeguate o le lentezze procedurali, ma la misoginia degli individui che sono chiamati ad interpretare quelle leggi.

Se non ora, quando?

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Il porno è una disgrazia

Vorrei iniziare il nuovo anno mettendo a confronto due notizie abbastanza recenti, che nel tumulto della millemillesima ondata pandemica non hanno ricevuto troppa attenzione.

La prima notizia riguarda l’artista Billie Eilish, salita alla ribalta giovanissima e amatissima da pubblico e critica.

Nel corso di un’intervista radiofonica la carismatica cantante ha raccontato la sua personale esperienza con la pornografia, esprimendosi in modo netto ed inequivocabile, come solo i supergiovani sanno fare.

Credo che il porno sia una digrazia

ha dichiarato, raccontando che quando era ancora poco più che una bambina, spinta dal desiderio di integrarsi nel gruppo dei pari (come ogni ragazzina o ragazzino che si affaccia alla pubertà di questo mondo), ha iniziato a guardare filmati pornografici, la cui violenza e gli abusi rappresentati le hanno procurato devastanti incubi; per questa ragione è giunta alla conclusione che l’esperienza le abbia letteralmente distrutto il cervello, influenzando negativamente il suo approccio con il sesso.

The first few times I, you know, had sex, I was not saying no to things that were not good. It was because I thought that’s what I was supposed to be attracted to.

Quando si è trovata a fare sesso per la prima volta, non ha detto no a cose che non andavano bene – ovvero gli abusi e la violenza, si deduce dal contesto – perché pensava che fosse il comportamento che ci si aspettava da lei.

La condanna senza mezze misure di Billie Eilish non è stata bene accolta da chi ama la sua immagine di giovane musicista alternativa e in molti si sono affrettati a ricondurla nell’ambito del socialmente accettabile: non c’è niente di male nel guardare pornografia – ha replicato sui social SNOQ – basta guardarla perché ti piace e non perché pensi di doverla guardare.

L’articolo linkato da SNOQ in difesa della pornografia porta avanti anche un’altra teoria: il problema non è la pornografia, ma quale pornografia: la pornografia, nonostante una vasta gamma di attori e attrici in Italia e nel mondo molto conosciuti e rispettati, è diventata una merce scadente come tutto ciò che diviene di produzione dozzinale, dedicata a un consumo veloce e compulsivo.

Come dire: non c’è più la pornografia di una volta e quella prodotta oggi è di pessima qualità.

Ciononostante è importante ribadire che la pornografia non è una vergogna. Come qualsiasi cosa può e deve essere usata con intelligenza.

Una qualità, l’intelligenza, della quale Billie Eilish evidentemente non è fornita a sufficienza.

Dalle pagine dell‘Huffington Post, invece, l’esperto Emmanuele A. Jannini, professore di Endocrinologia e Sessuologia medica, tuona contro gli ipocriti che criticano la pornografia (ovvero Billie Eilish, sebbene il nostro esperto non osi scriverlo apertamente) e preannuncia ecatombi: un mondo senza pornografia, secondo Jannini, è un mondo popolato da mostri mossi da un desiderio patologico.

Al di là dell’inquietante tono apocalittico, la teoria di Jannini è piuttosto diffusa: il porno è solo un genere cinematografico come un altro e nelle forme più svariate esiste dai tempi della preistoria (per Jannini la preistoria è quel periodo che va dalla Pompei del primo secolo dopo Cristo al Giappone del diciannovesimo secolo), un genere al quale i ragazzini debbono essere educati. In altri termini, il problema non è la pornografia, bensì l’assenza di una adeguata educazione sessuale. A dimostrazione della fondatezza del suo assunto, cita un dato del quale mi piacerebbe conoscere la fonte: gli antagonisti del porno sono gli stessi antagonisti dell’educazione sessuale.

Prima di passare alla seconda notizia, vorrei citare ancora un’affermazione di Jannini:

“La violenza rappresentata nei film porno è finta, il mondo del porno è fatto di professionisti che hanno un’etica e un rispetto spesso migliore di quelli di molti ragazzi, che immaginano il rapporto di coppia basato su imposizione e violenza”.

fonte

La seconda notizia riguarda la Francia e – ci racconta il Post – il più grande caso di violenza sessuale che il sistema giudiziario paese abbia mai dovuto affrontare.

A fare da sfondo alle orrende violenze che coinvolgono al momento 53 vittime identificate e 8 persone incriminate per stupro di gruppo, traffico di esseri umani, sfruttamento della prostituzione, riciclaggio, abuso di vulnerabilità, ci sono le più grandi società francesi di distribuzione di film porno, complici di aver contribuito alla diffusione dei video delle aggressioni di donne raggirate, minacciate, drogate, ricattate e ripetutamente violate, spacciandole per “finta violenza messa in scena da professionisti con un’etica”.

Non è la prima volta che nel mondo della pornografia vengono denunciate complesse organizzazioni criminali mirate al reclutamento forzato di giovani donne allo scopo di filmare delle vere e proprie violenze sessuali: nel 2016, infatti, Human Right Watch aveva denunciato un numero considerevole (nell’ordine delle centinaia) di casi in Giappone, dove le giovani vittime, convinte di iniziare una carriera da modelle, venivano poi costrette a subire violenze sessuali a fronte di contratti che prevedevano mostruose penali.

Alla luce di casi come questi, o il caso di Rose Kalemba di cui abbiamo discusso qualche tempo fa, il vero ipocrita nei discorsi sul porno a me sembra chi si affanna a deviare la discussione da quello che a me sembra il nocciolo sollevato da Billie Eilish: molta della pornografia che fruiamo rappresenta abusi e violenze perpetrati ai danni delle donne e molta della violenza che i più accreditati portali diffondono è violenza vera.

Diciamolo quindi senza ipocrisia: i nostri ragazzi si fanno le seghe guardando dei veri e propri stupri e non riescono a cogliere la differenza fra le donne che recitano e quelle che vengono abusate. Le ragazze come Billie Eilish hanno gli incubi dopo aver guardato quei video, perché – data la quantità di casi emersi, la difficoltà che hanno le vittime di farsi ascoltare dalle autorità

(Nel 2018 era stata convocata in un commissariato, ma ha raccontato che il primo poliziotto con cui aveva parlato, il suo superiore e anche il pubblico ministero le dissero che non c’era niente che potessero fare: «Tutti mi hanno fatto capire che un’attrice porno non può essere stuprata» – leggiamo sempre nel Post)

e quindi l’alta probabilità che ci siano molti più video girati con modalità coercitive e violente di quelli che siamo disposti ad ammettere – stanno guardando delle violenze sessuali immerse in un contesto sociale popolato adulti che spiegano loro, con grande supponenza peraltro, che nella pornografia non c’è nulla di male.

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