Motorini sessisti

Alla fine di febbraio, a Ragusa, faceva la sua comparsa un cartellone pubblicitario che sponsorizzava uno scooter elettrico. Come nella peggior tradizione del nostro poco evoluto paese, la scelta dei pubblicitari è caduta nel vecchio cliché dell’identificazione fra il prodotto da promuovere e il corpo femminile ipersessualizzato e senza volto (quindi un corpo deprivato della sua identità e ridotto a feticcio), scatendando le ire di un pubblico ormai avvezzo all’analisi di immagini del genere ed esasperato dall’ostinazione dei pubblicitari nel non voler abbandonare strategie vetuste e cadute in disgrazia, al punto che il sindaco è dovuto intervenire segnalando la questione allo Iap (l’Istituto dell’Autodisciplia Pubblicitaria).

L’azienda ha deciso di ignorare le obiezioni mosse contro il suo manifesto e attraverso il suo sito ci comunica che ritiene di aver raggiunto il suo obiettivo: far parlare di sé.

Peccato che coloro che ne parlano – ci dice il Corriere – lo fanno per lanciare il messaggio “boicottiamoli“.

La storia del marketing ci insegna che il principio “nel bene o nel male, purché se ne parli” non è un principio sempre utile a conquistarsi il favore del pubblico, e sono molti i casi che potremmo citare di brand che hanno pagato a caro prezzo l’indifferenza nei confronti di un tema come la discriminazione .

Perché ne scrivo, vi starete chiedendo, ma soprattutto perché ne scrivo oggi.

Perché in questi giorni, in cui chi si occupa di questi temi ha appreso con dolore della scomparsa di una veterana dell’attivismo contro la pubblicità sessista, Annamaria Arlotta, mi è stato segnalato un articolo in difesa della suddetta pubblicità, al quale vorrei rispondere diffusamente per onorare la sua memoria.

Pertanto inizierò citando proprio un articolo di Annamaria, quel decalogo per le aziende riproposto recentemente dai tanti che hanno voluto ricordare il suo impegno e la sua competenza in materia.

La vostra pubblicità è sessista se rientra in uno di questi casi – scriveva Annamaria(se) usate la figura femminile sessualizzata, con o senza doppi sensi, per promuovere prodotti, eventi o servizi. Usate zone erogene di donne, isolate dal resto, su corpi senza testa, e se in questo tipo di immagine ci fosse un uomo al posto della donna non funzionerebbe; (…) fate corrispondere colori e forme della donna con il prodotto (esempio: abito rosso se il logo dell’azienda è rosso) o abbinate due o tre tipi di donne alle qualità del prodotto (es: donna intraprendente, automobile scattante, o gusto alimentare deciso); (…)ridicolizzate la donna, per esempio mettendole insalata o un altro cibo in testa. La mostrate in pose improbabili o in vestiario inadatto all’attività che svolge (es. cambia le gomme da neve in minigonna e tacchi alti).

Poiché dubito che qualcuno di voi abbia mai incontrato per la strada una scooterista in tanga, immagino si possa tutti concordare che il manifesto corrisponde a parecchi dei criteri elencati dal bignami della pubblicità sessista.

Criteri sui quali il Professor Edoardo Lombardi Vallauri, autore per Micromega dell’articolo Sessista non coincide con sessuale, non concorda affatto.

Secondo il linguista, infatti, l’errore in cui incappa chi critica il manifesto e le pubblicità analoghe è di confondere ciò che è semplicemente sessuale con ciò che è sessista.

Ma citiamolo testualmente:

oggi la parola sessista è sempre più usata per descrivere semplici manifestazioni del desiderio maschile. Non, quindi, atti di violenza (fisica o di altro genere) in cui l’uomo si pone al di sopra della donna e ne sopprime o ne limita la libertà per condizionarne il comportamento a proprio favore, ma semplici esternazioni del desiderio, in cui l’uomo in realtà si mette alla pari della donna perché le comunica il proprio stato interiore, o addirittura la pone al di sopra di sé perché le riconosce il suo potere di attrazione.  A mio parere la levata di scudi contro una pubblicità di contenuto sessuale, attuata definendola sessista, rappresenta questo tipo di uso del termine. Infatti quella pubblicità (come in sé ogni altra allusione al desiderio maschile di accoppiarsi con la femmina) non contiene elementi di svalutazione o di avversione per la donna, ma la rappresenta come bella e attraente. In questo caso la presenta anche come disponibile, cioè come ricambiante in piena libertà il desiderio del maschio. Questo desiderio implica che la donna sia qualcuno a cui il maschio attribuisce valore e potere su di sé. E se il desiderio non trascende nel forzare la donna perché lo assecondi contro la sua volontà, non è in alcun modo sessista, ma semplicemente sessuale. Allo stesso modo, il desiderio di avere un conferenziere a un proprio festival non è violenza contro i conferenzieri, e il contattarlo per fargli l’invito non è violenza, mentre il tentativo di forzarlo a venire a parlare, lo è. Insomma, usare sessista per definire un messaggio sessuale è come usare violenza per definire un invito.

Quello che sfugge all’autore è che non si può sostenere che l’allusione sessuale del manifesto mette alla pari uomo e donna, quando la donna rappresentata è ridotta, grazie al doppio senso, al prodotto commerciale da promuovere; qui stiamo parlando di una donna-scooter, che non mostra il volto perché gli scooter non hanno personalità, ma sono prodotti in serie; per quanto un uomo possa essere appassionato di motori, è un po’ arduo sostenere che rappresentare il desiderio sessuale nei confronti di una figura femminile analogo al desiderio verso un veicolo ecologico il cui valore è quantificabile in termini di una somma di denaro non equivalga ad una svalutazione della donna in qualcosa di meno che umano.

Come le neuroscienze hanno ampiamente dimostrato, il continuo associare le donne ad oggetti del desiderio inanimati arriva a modificare la percezione del corpo femminile a livello cerebrale, alterando (seppure non permanentemente) i nostri processi cognitivi, e questo processo di oggettivazioneci dice la American Psychological Association – fra le altre cose riduce la capacità degli uomini di provare empatia nei loro confronti.

A conferma di ciò giova osservare che gli uomini desideravano sessualmente le donne anche secoli fa e non hanno mai mancato di elogiarne bellezza e fascino, ma questo non ha mai impedito loro di considerarle allo stesso tempo indegne di godere del medesimo status del sesso dominante.

Passiamo al secondo argomento del Professor Lombardi Vallauri: il contesto.

Si potrebbe obbiettare che è sessista una civiltà quando rappresenta sempre la donna come desiderabile sessualmente, e non la rappresenta mai come importante e significativa da altri punti di vista. Ma la nostra civiltà non è più questo. Nella nostra civiltà la donna è ormai rappresentata in tanti modi, e sarebbe abbastanza ipocrita pretendere che fra i tanti venisse abolita la sua rappresentazione come sessualmente attraente.

Non sappiamo dove l’autore abbia reperito i dati in merito ai profondi cambiamenti di cui parla (quando sarebbero avvenuti?), perché i dati che ho io raccontano un’altra storia.

Una recente ricerca che ha analizzato 56 film del 2018 di venti diversi Paesi, ad esempio, ha rilevato che

gli uomini schiacciano le donne per numero (rispettivamente 67% e 33%) e parlano più di due volte tanto, che è la stessa percentuale con cui rivestono ruoli di leadership. Le donne hanno il 30% di possibilità in più degli uomini di indossare vestiti succinti, sono mostrate seminude due volte tanto e completamente nude quattro volte tanto.

Un’altra ricerca dedicata invece al mondo della pubblicità ha rivelato che la rappresentazione della donna non è cambiata nell’ultimo decennio: oltre ad essere numericamente molte di meno, l’età media delle donne è inferiore a quella degli uomini; una donna su 10 è in abiti succinti e la sua immagine è sessualizzata, in un rapporto di sei a uno rispetto alla quantità di uomini rappresentati dalle pubblicità in questo modo. Se nella pubblicità invece l’intelligenza è parte integrante del personaggio, gli uomini hanno il 62% di probabilità in più di interpretare quel ruolo.

Insomma, come raccontava l’APA nel 2004, le donne nei media sono prevalentemente giovani, belle e sexy, e se non sono impegnate a solleticare il desiderio sessuale maschile molto probabilmente sono in cucina.

Ma questo l’autore lo sa, perché subito dopo aver accennato ad una immaginaria società nella quale l’immagine della donna sessualmente attraente è solo una tra le tante immagini della donna proposta dai media, corregge il tiro:

Se poi la donna è rappresentata come sessualmente attraente più spesso dell’uomo, questo dipende dai modi diversi in cui si manifestano il desiderio e l’attrazione fra i sessi nelle due direzioni. Rispetto alle femmine, i maschi sono molto più attratti da aspetti corporei e visivi, per ragioni biologiche ormai arcinote.

Eccola qua: la biologia.

Perdonatemi, ma devo, è più forte di me:

Vorrei sottolineare che questa affermazione è l’unica che in nota riporta una bibliografia:

Robert Trivers, Parental Investment and Sexual Selection, in B. Campbell (ed.), Sexual Selection and the Descent of Man, Chicago, Aldine, 1972; David M. Buss, Strategie sessuali negli esseri umani, In M. Adenzato e C. Meini, Psicologia evoluzionistica, Torino, Bollati Boringhieri, 2006; Louanne Brizendine, Female Brain. Random House, 2006 (ediz. ital.: Il cervello delle donne. Milano, Rizzoli, 2007); Domenica Bruni, Storia naturale dell’amore. Roma, Carocci, 2010.

Mi duole distruggere uno dei più amati miti sulle radicali differenze fra uomini e donne (non è vero, sto mentendo), ma sembra proprio che la psicologia evolutiva abbia preso una cantonata, almeno a quanto risulta da una ricerca condotta dal Max Planck Institute for Biological Cybernetics e pubblicata lo scorso anno.

Ci racconta in proposito il New York Times che i ricercatori, allo scopo di studiare come il cervello risponde agli stimoli visivi per mezzo di una risonanza magnetica funzionale, hanno confrontato fra loro 61 studi in cui a più di 1500 persone di entrambi i sessi e di diversi orientamenti sessuali sono state sottoposte immagini erotiche. Senza entrare nei dettagli del lavoro, la cui lettura integrale consiglio a chiunque voglia approfondire, arrivo subito alle conclusioni: quando uomini e donne guardano immagini erotiche, il modo in cui i loro cervelli rispondono, in generale, è sostanzialmente lo stesso.

Un risultato che le redattrici di Cioè, la rivista che acquistavo negli anni ’90, devono aver previsto anzitempo, almeno a giudicare dai poster che trovavo ripiegati all’interno (e appendevo nella mia cameretta come un vero camionista).

Insomma, la predominanza di immagini di corpi femminili sessualizzati potrebbe essere la causa, e non l’effetto, del modo diverso in cui uomini e donne vivono la loro sessualità, o almeno questo è quello che suggeriscono le risonanze magnetiche, nonché quello che da decenni sostiene una certa critica femminista.

A questo punto l’autore propone qualche corollario: se assumiamo come vero che la rappresentazione della donna sessualizzata è solo una delle tante rappresentazioni della donna nei media (e lo stesso autore ammette che così non è), allora per non essere in malafede dovremmo criticare anche le altre rappresentazioni della donna, ad esempio la donna sportiva o la donna scienziata. Siccome però, come ben sappiamo, il problema non sta nel fatto che alcune donne siano ritratte come sexy, ma che la predominanza di immagini femminili rappresentate come oggetti deputati al soddisfacimento del desiderio maschile è tale da fagocitare nell’immaginario collettivo qualsiasi altra rappresentazione, anche la conclusione lascia il tempo che trova.

Il secondo corollario invece, si dipana a partire dall’idea che una certa rappresentazione della donna – la donna-prodotto senza volto – sia la necessaria conseguenza del modo “naturale” in cui gli uomini vivono la loro sessualità, motivo per cui stigmatizzare la scelta dei pubblicitari equivale a stigmatizzare non solo tutti gli uomini, ma il sesso stesso, rischiando di compromettere la sopravvivenza della specie.

Se ricordate, una teoria del genere la propose qualche tempo fa Claudia Gerini; lei non parlava delle campagne contro le pubblicità sessiste, ma di come il movimento #metoo avesse portato a galla una mole tale di insofferenza femminile da farle temere la fine del mondo.

Non è un ragionamento peregrino, se ci riflettete, perché quello che si propone la critica femminista del sistema patriarcale è proprio la fine del mondo così come lo conosciamo.

Tuttavia, poiché non c’è nulla di “naturale” nell’oggettivazione della donna (come non c’è pericolo che le donne arrivino a confondere un complimento con una molestia sessuale), se le cose dovessero cambiare è molto probabile che uomini e donne continuerebbero a fare sesso, e non solo: potrebbero addirittura cominciare a fare un sesso più soddisfacente, visto che quello che facciamo ora vede le donne eterosessuali come le più insoddisfatte in assoluto.

Arriviamo ora alla parte dell’articolo che preferisco, quella che mi ha convinto ha scrivere questo post:

Nella mia esperienza, che certamente è parziale e quindi può anche indurre in errore, ma che propongo perché induce a sollevare una perplessità non senza rilievo, le persone che si ritengono molto attraenti non sono quasi mai offese da queste manifestazioni esplicite del desiderio. (…) Più spesso sono offese e arrabbiate, quando il desiderio si manifesta in pubblico con franchezza, proprio le persone che pensano di essere fisicamente meno desiderabili (non importa se essendolo o meno, e sempre che si possa definire in modo non soggettivo la desiderabilità). Certamente non vale di tutte, e sarebbe stupido generalizzare in assoluto; ma probabilmente di alcune persone più inclini a demonizzare il desiderio vale il fatto che nel manifestarsi del desiderio le offende non il sopruso, che in effetti non c’è, ma la sensazione che quel desiderio difficilmente sarebbe destinato a loro. Ecco dunque trovata una ragione per odiare il desiderio: il fatto di esserne esclusi.

Questi paragrafi, lasciatemelo dire, sono un capolavoro. Non per nulla, l’autore è uno che con le parole ci lavora.

Dite la verità: fra tutte le volte che vi è stato detto che cianciavate di sessismo soltanto perché siete brutte e nessuno mai vi scoperebbe, ma proprio mai mai mai, neanche se foste l’ultima vagina sulla terra, c’è mai stato qualcuno in grado di farlo con tanta grazia?

Scommetto di no. Certo la mia esperienza è parziale, non voglio generalizzare, ma d’ora in avanti ogni volta che pronuncerò il verbo infiorettare mi verrà in mente questo articolo e la perizia con cui il più becero degli argomenti è stato trasformato in qualcosa di tanto orecchiabile e delicato.

Concludendo: è vero che non c’è nulla di brutto e colpevole nel desiderio sessuale, maschile o femminile che sia, ma questo non esclude che ci sia molto di criticabile nella scelta di proporre la solita modella nuda e ipersessualizzata per piazzare sul mercato un motorino. Il mondo non finirà se i pubblicitari decideranno di fare uno sforzo di creatività e se ci estingueremo a breve non sarà certo perché le donne sono sempre più consapevoli dell’importanza della lotta al sessismo nei media.

La dobbiamo anche ad Annamaria Arlotta, questa diffusa consapevolezza, e alla tenacia con cui negli anni ha portato avanti il suo gruppo e le sue battaglie.

Grazie Annamaria.

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Social distancing

L’ultima volta che ho scritto qui era l’8 marzo. Ricordo, con lo stesso sforzo con cui di solito si riportano alla mente eventi di un lontano passato, che con una cara amica commentavo il fatto che, mentre da noi si era deciso di vietare ogni manifestazione, in Francia scendevano in piazza decine di migliaia di persone. Dovevamo preoccuparci? Non preoccuparci troppo? Difficile a dirsi, visto che i messaggi che si susseguivano a ritmo serrato erano tutt’altro che coerenti.

Eravamo partiti a febbraio con un rassicurante rischio 0. L’unico rischio concreto che correvamo sul nostro territorio – geograficamente lontanissimo dal dramma che si stava consumando in Cina – era che l’allarmismo (ovvero la tendenza a ingigantire immotivatamente il minimo motivo di sospetto o di apprensione) fomentasse atti xenofobi contro la poplazione cinese residente in Italia.

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Poi ci sono stati i primi casi italiani, ma i toni erano ancora rassicuranti: l’epidemia non si sta espandendo, ci dicevano fonti autervoli, mentre parte dell’Italia cominciava a fare i conti con le prime misure di contenimento.

All’epoca, ricordo, il dibatto sul virus ricalcava più o meno i toni della disputa Burioni-Gismondo: Si è scambiata un’infezione appena più seria di un’influenza per una pandemia letale. Non è così – affermava la virologa responsabile del laboratorio dell’ospedale Sacco di Milano, mentre Burioni paragonava la mortalità potenziale del Covid-19 a quella dell’influenza spagnola, che tra il 1918 e il 1920 fece milioni di vittime in tutto il mondo. In quel momento lo sport nazionale, almeno sui social, era mettere a confronto i dati sui decessi causati dall’influenza stagionale con il presunto tasso di letalità del nuovo coronavirus SARS-CoV-2.

Poi, se ricordate bene, ci sono stati i giorni dell’hashtag #milanononsiferma, con i sindaci che chiedevano segnali di positività e un graduale ritorno alla normalità, come se il problema fosse il pessimismo e non il virus. Ci fu il caso dell’aperitivo a Milano di Nicola Zingaretti, che poco tempo dopo risultò effettivamente contagiato.

Intanto, nell’indifferenza generale e ben prima dell’imbarazzante episodio dell’assalto ai treni dopo la fuga di notizie sul decreto dell’8 marzo, frotte di gente si spostavano da nord verso sud, contribuendo inconsapevolmente all’estendersi del contagio.

Erano i giorni dello scontro fra Conte e Ceriscioli, il Presidente della Regione Marche, colpevole di pretendere misure di contenimento sproporzionate, generando così confusione nel paese.

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Giorni in cui, davvero, non si sapeva cosa pensare.

Nel frattempo cominciavano ad arrivare le prime bufale tramite whatsapp. Ne ho ricevuta una anche stamattina, nella quale non si sa chi mi informava del legame fra il coronavirus e il vaccino contro la tubercolosi. Dico “non si sa chi” non perché non sappia chi mi ha inoltrato il messaggio, ovviamente, ma perché tutte queste notizie passano di telefonino in telefonino prive di qualunque riferimento all’autore, allo stesso modo in cui circolano le barzellette o le catene che invitano alla preghiera collettiva. Mi chiedo chi ci sia, all’origine di questa spazzatura, e se lo faccia nell’erronea convinzione che sia divertente o nella perversa speranza di causare una rivolta popolare come quelle che siamo abituati a vedere in uno quei film nei quali è sufficiente un black out per trasformare centinaia di onesti cittadini in belve affamate di caos e distruzione.

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E poi, di colpo, il disastro. Siamo il paese col maggior numero di decessi, la sanità è allo stremo e non si capisce come sia potuto succedere.

Sono state dure queste settimane, lo confesso. Passare da “niente panico, non perdiamo le nostre abitudini” a “via libera ai droni per tracciare chi non rispetta i divieti” in meno di un mese è destabilizzante. Una settimana fa ero ancora al lavoro a ragionare coi colleghi sull’opportunità di attivare lo smart working, mentre oggi mi ritrovo a fissare lo schermo blu del televisore che mi intima di “tenere pulita la mia abitazione”, come se improvvisamente ci fossimo tutti di botto trasformati in tanti Frito Pendejo, delle creature abbrutite dall’isolamento al punto da non trovare degna di nota neanche una montagna di immondizia che invade il salotto.

Qualche giorno fa ho condiviso un articolo, nel quale l’autrice si chiedeva quanto fosse fondata l’odierna tendenza di attribuire al singolo cittadino la responsabilità di quanto sta accadendo, soprattutto perché, dati alla mano, gli italiani si sono rivelati un popolo piuttosto ligio nei confronti delle restrizioni (chi l’avrebbe mai detto).

Dati confermati ieri sera anche dal Presidente dell’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani, Antonio Decaro, il quale, intervistato sul canale 9 da Peter Gomez, ci confermava che – a dispetto degli sboccatissimi video in cui i sindaci inveiscono contro i loro cittadini, dando l’impressione di avere a che fare con masse di beoti intenti ad organizzare rave party – la stragrande maggioranza degli italiani rispetta le regole e sta a casa.

Per quanto in molti oggi sentano il bisogno di puntare il dito contro qualcuno – quelli che fanno jogging o le mamme che si portano i bambini al supermercato, basta che sia qualcuno abbastanza vicino da poter aggredire verbalmente – e per quanto questo possa anche essere descritto come un comportamento comprensibilissimo, data la particolare situazione, esso rischia di risultare gratuitamente crudele, soprattutto in un contesto nel quale ognuno di noi soffre enormemente per la paura e per l’ansia nel migliore dei casi, per la perdita dei propri cari nel peggiore.

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Avevamo un piccolo focolaio a Codogno e due casi importati dalla Cina. Il panico, per una situazione che noi tutti credevamo di poter limitare in pochissimo tempo, in quel contesto temporale e con quei dati, era da evitare… Eravamo convinti che sarebbe stato copiato il modello della Sars, un altro coronavirus diciamo apparentato: in Italia ci furono solo 4 casi importanti, mentre nell’area asiatica ci furono 700 morti che, e lo dico nel rispetto delle morti, non sono tantissime. Ho fatto parte delle persone, fra cui alcune con ruoli istituzionali, che hanno adattato modelli precedenti, tipo Sars, per prevedere il comportamento del virus – dice oggi la Dottoressa Gismondo.

Se c’è una cosa per cui sono infuriato con me stesso è di essere stato troppo ottimista quando, intorno al 20 di febbraio, il fatto che avessimo chiuso i viaggi con la Cina e controllato i voli prima degli altri ci aveva messo nella convinzione che il peggio fosse passato per l’Italia. Questo è stato un errore, ma non una sottovalutazione perché non si poteva avere il modo di scoprire l’esistenza di un’infezione che ci ha colpito alle spalle venendo in Italia da un altro Paese europeo – dichiara Massimo Galli, primario dell’ospedale Sacco di Milano.

Sicuramente nessuno si aspettava una pandemia di questa gravità, e i piani di preparazione pandemica non erano di fatto pronti a scattare in gran parte dei paesi, così come gli ospedali, le terapie intensive e la medicina del territorio – leggiamo su Scienza in rete.

Errori sono stati fatti, è fuor di dubbio, come pure è fuor di dubbio che il tutto si colloca in un contesto in cui la spesa sanitaria non ha rappresentato una priorità per i governi che si sono succeduti.

Magari quando il peggio sarà passato se ne discuterà, spero con l’obiettivo di trovarci preparati per la prossima calamità, magari cominciando a ragionare tutti più seriamente sul nesso fra la salute degli esseri umani e lo stato dell’ambiente in cui viviamo, nell’ottica di instaurare un rapporto più rispettoso con tutti gli altri esseri viventi.

Concludendo: trovarmi ad ascoltare dichiarazioni come questa mi ha fatto sentire come il protagonista de “La nebbia” di Stephen King che fissa attonito la signora Carmody mentre chiede a gran voce sacrifici umani, e ritrovarsi nel bel mezzo di un racconto horror non è una bella sensazione, neanche quando ne sei stata, e ne sei ancora, un’avida lettrice.

Spero che stiate tutti bene.

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Buon 8 marzo a tutte

Sto imparando che un buon ruolo non è l’unico criterio per accettare un lavoro; mi è diventato molto più chiaro negli ultimi mesi, dopo aver assistito alla nascita di un potente movimento intento a porre fine all’ingiustizia, alla disuguaglianza e soprattutto al silenzio. Mi è stato chiesto in alcune recenti interviste a proposito della mia decisione di lavorare a un film con Woody Allen la scorsa estate. Non sono in grado di rispondere direttamente alla domanda a causa di obblighi contrattuali. Ma quello che posso dire è questo: non voglio trarre profitto dal mio lavoro nel film e, a tal fine, donerò il mio intero stipendio a tre enti di beneficenza: Time’s Up,  LGBT Center di New York e Rainn [la rete nazionale contro stupro, abuso e incesto]. Voglio essere degno di stare spalla a spalla con le artiste coraggiose che stanno lottando affinché tutte le persone vengano trattate con il rispetto e la dignità che meritano.

Timothée Chalamet

Dopo aver letto e riletto le dichiarazioni di Dylan Farrow di qualche giorno fa ed essere tornata a leggere quelle più vecchie vedo, non solo quanto sia complicata questa faccenda, ma che le mie azioni hanno fatto sentire un’altra donna messa a tacere e respinta. Questo non è qualcosa che posso digerire facilmente in questo come in qualsiasi momento, e mi dispiace profondamente. Mi dispiace per la mia decisione e oggi mi comporterei diversamente.

Rebecca Hall

Posso solo parlare per me stessa e la conclusione a cui sono arrivata è questa: se avessi saputo allora quello che so ora, non avrei recitato nel film. Non ho lavorato di nuovo per lui, e non lavorerò di nuovo per lui.
I due diversi pezzi di Dylan Farrow mi hanno fatto capire che avevo contribuito al dolore di un’altra donna, e comprenderlo mi ha spezzato il cuore. Sono cresciuta con i suoi film e mi hanno formato come artista, non posso cambiare questo fatto ora, ma posso prendere decisioni diverse da adesso in poi.

Greta Gerwig

Ho bisogno di togliermi questo dente:

– Ho lavorato al prossimo film di Woody Allen.
– Credo che sia colpevole.
– Ho donato il mio intero stipendio a RAINN.
– È un ruolo di una scena.
– Ho passato un mese a riflettere se accettare o meno.
– Mi dispiace profondamente per la mia decisione finale.
Perché non mi sono rifiutato?
– I miei genitori erano incredibilmente orgogliosi.
– Credevo che ci fossero cose da guadagnare dall’esperienza sul set.
– Ero un codardo.
È stata un’esperienza educativa per tutte le ragioni sbagliate. Ho imparato in modo definitivo che non riesco a mettere la mia carriera prima della mia morale.

(…)

A chiunque pensi che io abbia preso la via più facile accettando il lavoro, POI denunciando la mia scelta, vi assicuro che è la peggiore combinazione di scelte possibile.

(…)

La gente mi chiede prove della sua colpevolezza. Non ne ho. Ho appena letto questo e so a chi voglio credere.

(…)

Chiunque pensi che lo stia facendo per ottenere pubblicità gratuita e / o per la mia carriera non ha idea di come funzioni davvero questo settore.

Griffin Newman

Dopo la protesta dei suoi dipendenti, che sono scesi in strada per manifestare pubblicamente il loro sostegno a Dylan Farrow, la Hachette Group Book ha dichiarato che non darà alle stampe il memoir di Woody Allen,  A Propos of Nothing.

La figlia adottiva di Allen, che nel 2014 ribadì pubblicamente le sue accuse con una lettera pubblicata da uno dei blog ospiti del New York Times, ha ringraziato i manifestanti:

Ad ogni persona che, mettendo a rischio il suo lavoro, ha manifestato solidarietà a me, mio fratello e a tutte le vittime di abusi sessuali ieri: non ci sono parole per descrivere il mio debito di gratidudine nei vostri confronti. Per tanto tempo mi sono sentita sola con la mia storia, ma ieri mi avete ricordato che quando ci si oppone a ciò che è ingiusto, restando uniti, si può davvero fare la differenza. Grazie infinite.

In Italia, invece, Elisabetta Sgarbi, Direttore generale e Direttore editoriale di la Nave di Teseo (uso il maschile perché è il genere usato nella pagina web della casa editrice, come potete verificare seguendo il link) ha annunciato che manterrà l’impegno preso e pubblicherà il libro.

Con grande sconforto ho letto stamattina un articolo de Il Manifesto che plaudeva alla decisione di Sgarbi.

L’articolo, firmato da Cristina Piccino, esordisce informandoci che Allen – che ha sempre negato i fatti – non venne mai rinviato a giudizio, mentre gli inquirenti conclusero che probabilmente la bambina era stata influenzata all’interno di una separazione coniugale – quella tra Allen e Mia Farrow – estremamente violenta, dimostrando che chi scrive non si è presa la briga di informarsi sulla vicenda giudiziaria.

Che Dylan Farrow fosse stata “influenzata” era la tesi difensiva di Woody Allen, una tesi non accolta dal tribunale che doveva decidere dell’affidamento della bambina; il giudice invece raccomandò un attento monitoraggio dei futuri incontri di Allen con i bambini e, per ciò che riguardava Dylan in particolare, che venissero prese misure per tutelarla a causa del comportamento gravemente inappropriato di Allen. Il documento, pubblicato integralmente dall’Huffington Post, è una lettura che consiglio a chiunque voglia scrivere qualcosa sulla vicenda.

Le cause di abusi sessuali spesso si riducono alla parola della presunta vittima contro quella del suo presunto aguzzino; nel caso Allen abbiamo avuto modo di leggere entrambe le versioni della storia, e non solo: abbiamo a disposizione una gran quantità di contributi.

Le persone che sono scese in strada, le persone che hanno deciso di non pubblicare il libro, le persone che rifiutano di distribuire i film di Woody Allen, hanno letto, ascoltato e valutato: a loro avviso Woody Allen non è solo colpevole di abuso sessuale su una bambina, ma è anche un bugiardo che da oltre vent’anni scredita pubblicamente la sua vittima e chiunque la abbia sostenuta e la sostenga, contribuendo attivamente ad accrescere la sofferenza che un atto come l’abuso sessuale lascia in eredità a chi l’ha subita.

Non è strano che chi sia giunto a questa conclusione si senta in dovere di non offrire a Woody Allen ulteriori strumenti per infliggere altra dolore, e parlare di censura, in un caso come questo, a mio avviso è estremamente fuoriviante.

Leggere proprio oggi un articolo come quello pubblicato dal Manifesto mi ha riempito di amarezza.

 

Sullo stesso argomento:

Dylan Farrow replica a Woody Allen

 

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Tema numero 4

Qualche tempo fa, un candidato della Lega è finito su tutti i giornali per aver diffuso un video in cui, mentre se ne stava in una vasca col sigaro in mano e una bottiglia di rum a portata di mano, salutava gli amici della chat intitolata “Revenge Porn”.

In risposta alle critiche degli indignati, sia il diretto interessato che Matteo Salvini hanno risposto prima glissando sul nome della chat che rimanda ad una condotta recentemente diventata a tutti gli effetti un reato (“Che problema c’è a stare in vasca da bagno e bersi un rum? Non è reato”), poi minimizzando: secondo uno si tratterebbe di “goliardia”, secondo l’altro di “scelte sessuali”.

Che cosa facciano di preciso gli amici del candidato in una chat “goliardica” che ha scelto di chiamarsi come una fattispecie penale nessuno ce lo racconterà, ma è lecito sospettare che i loro “scherzi” si collochino sulla stessa lunghezza d’onda dei passatempi con cui si intrattengono gli utenti di luoghi virtuali come phica.net o le pagine/gruppi facebook che salirono agli onori della stampa mainstream un paio di anni fa grazie alle segnalazioni delle donne sconvolte dal tenore dei contenuti.

A dispetto del fatto che una considerevole quantità di donne abbia cercato di attirare l’attenzione del grande pubblico su questi stupratori virtuali, anche rivolgendosi alle forze dell’ordine,  e nonostante alcune delle vittime date in pasto al pubblico siano state spinte al suicidio, la tendenza di fronte alle denunce è troppo spesso quella di minimizzare, appunto, e/o “naturalizzare” questi comportamenti maschili, come fece la sessuologa intervistata in proposito da Vice di cui parlammo due anni fa: al giornalista che raccontava come anche lui con i suoi amici uomini usasse quel tipo di linguaggio offensivo e violento per parlare di sesso, l’esperta rispondeva che una vena di sessismo [negli uomini] è sempre esistita e l’unico aspetto problematico del fenomeno è il world wide web.

Le donne sono diverse, sottolineava l’articolo (se a una ragazza etero dovesse capitare di assistere a uno di questi conciliaboli fra uomini sul sesso, sicuramente per il resto della vita opterebbe per il saffismo politico); ciò per loro è aberrante, per gli uomini è solo il  modo in cui socializzano con gli appartenenti al loro stesso genere, una modalità che permette di creare un clima “cameratesco”: È una situazione che probabilmente ogni ragazzo che abbia mai fatto parte di una comitiva o gruppo di pari conosce bene: il degrado volutamente ostentato come forma di omologazione. Il messaggio di fondo è “facciamo schifo, e lo sappiamo, ma siamo rassicurati perché facciamo schifo tutti insieme.” In questo tipo di contesto, chi non si espone su cose di questo genere, e rovina il senso di cameratismo, crea imbarazzo: è una specie di Fight Club disgustoso che deve rimanere confinato fra i partecipanti.

Questa visione del mondo maschile come un raccapricciante Club nel quale gli uomini si rassicurano a vicenda sulla loro virilità facendo a gara a chi degrada e umilia di più le donne, ci viene presentata come l’ordine naturale delle cose, come una diretta conseguenza del cromosoma Y. Come altrettanto naturale ed incorreggibile è l’incapacità delle portatrici di cromosomi X di comprendere l’importanza di questi ributtanti rituali, se non dopo anni e anni di studio e pratica della psicologia.

Ciò che è “naturale” è per forza di cose immutabile e forse persino necessario.

Un aspetto parecchio inquietante della “naturale” sessualità maschile è la facilità con cui in molti invocano (e alcuni praticano) lo stupro come punizione per le donne “colpevoli” di comportamenti a loro avviso riprovevoli.

Il prossimo screenshot, ad esempio, è tratto da un vecchio post di facebook nel quale si commentava la notizia di una maestra denunciata per abusi sui bambini a lei affidati.

Notate come l’idea di punire una donna per mezzo dello stupro non generi nessuno stupore nella commentatrice donna, che invece reagisce proponendo uno dei più radicati miti sullo stupro, quello che racconta che a venire stuprate sono solo le donne che provocano il desiderio sessuale maschile (e quindi un po’ “se la vanno a cercare”) perché sono particolarmente attraenti; le “balene”, quindi, non possono essere stuprate, a prescindere da quanto sia detestabile (e in questo caso che lo sia non è opinabile) il reato che hanno commesso.

Il commentatore Antonio, a questo punto, è costretto a tornare sui suoi passi. Interessante, vero?

La cronaca ci insegna che la punizione è uno dei moventi della violenza sessuale, e, a prescindere dall’avvenenza della vittima, un movente così forte da riuscire a stimolare persino uomini che non sono stati direttamente “offesi”.

 

In questo contesto si colloca la recentissima notizia dell’adesivo promozionale della società canadese X-Site Energy Services, sul quale l’immagine stilizzata di una donna con le treccine evoca, per stessa ammissione del direttore generale della società Doug Sparrow, lo stupro dell’attivista poco più che adolescente Greta Thunberg, una notizia che in molti hanno commentato con sgomento, affermando che questa volta si è andati troppo oltre.

E’ mia opinione, invece, che un atto come questo non va così tanto lontano rispetto a quello a cui siamo fin troppo abituati.

Proprio perché nell’adesivo non vi è nulla di eccezionale, dovremmo cominciare a ragionare seriamente sulle strategie da adottare affinché quel Fight Club disgustoso in cui si combatte l’ambientalismo con la minaccia della violenza sessuale chiuda i battenti una volta per tutte, perché – a dispetto dei tentativi di dipingerlo come un fenomeno naturale – non ci sono sufficienti elementi a supporto dei presunti vantaggi evolutivi dell’aggressività maschile.

Anzi, pur assumento come dato assodato che la natura “demoniaca” della mascolinità affonda le radici nel nostro passato scimmie, come ci dice, ad esempio, il paleoantropologo Richard Wrangham nel suo volume ‘Demonic Males’, alla luce possiamo garantire un futuro per la nostra specie soltanto abbandonando definitivamente il modello patriarcale prendendo ispirazione da altre scimmie: i bonobo; Wrangham afferma che l’uguaglianza maschio-femmina è la regola tra i bonobo e la vita sembra essere decisamente tranquilla; niente incursioni e omicidi, niente stupri o gelosie sessuali, nessuna aggressione all’interno del gruppo, il che comporta per loro, rispetto ai violenti scimpanzé, condizioni di vita decisamente migliori, come ad esempio migliori forniture di cibo che consentono movimenti di gruppi più grandi, e lasciano meno possibilità di coalizzazioni contro individui isolati.

Forse la società dei bonobo non è così idilliaca come la recensione che vi ho linkato suggerisce, ci suggerisce invece Angela Saini, giornalista scientifica britannica, ma di sicuro mette radicalmente in crisi l’idea che il patriarcato sia un destino geneticamente predeterminato: avendo preso in considerazione solo scimpanzé come parenti più prossimi, siamo giunti alla conclusione che il patriarcato fosse cementato nella nostra storia evolutiva degli ultimi 5-6 milioni di anni. Ora che osserviamo meglio un parente vivente ugualmente vicino (o forse più vicino) con una struttura sociale diversa, abbiamo la possibilità di immaginare che nella nostra stirpe le femmine potrebbero legarsi in assenza di parentela, che i matriarcati possano esistere, che le femmine possano avere il sopravvento, che le società possono essere gestite in modo più pacifico.

In un articolo di qualche anno fa, che vi suggerisco, la scrittrice Sandra Newman ripercorre un po’ la storia della discussione scientifica sullo stupro a partire da uno dei primi testi “tecnici” che affronta il tema: Psychopathia Sexualis, dello psichiatra Richard Freiherr von Krafft-Ebing. Secondo l’autore, che scrive nella seconda metà dell’800, gli stupratori soffrirebbero di priapismo o di condizioni che si avvicinano alla satiriasi o da una debolezza mentale che permetteva agli impulsi lussuriosi di sfuggire al loro controllo. All’origine dello stupro vi sarebbero insomma una eccessiva “energia sessuale” o una fisiologica incapacità nel gestirla. Cita poi lo psicologo Henry Havelock Ellis – e siamo nella prima metà del secolo scorso – il quale sosteneva che non sussistono ragioni per dubitare che lo stupro non sia altro che una delle “normali” manifestazioni del desiderio maschile. Notevole il contributo del sessuolo Alfred Kinsey, autore del celebre rapporto Kinsey, secondo il quale lo stupro sarebbe da ricondurre alle false accuse delle donne, una teoria ancora molto in voga.

Passa quindi ad esaminare la teoria del masochismo femminile, altrettanto funzionale  alla deresponsabilizzazione dello stupratore: segretamente le donne desidererebbero lo stupro (Karen Horney, ‘The Problem of Feminine Masochism’, 1935) , per non parlare del fatto che a creare uno stupratore sarebbero una madre insieme seduttiva e respingente o una moglie con inclinazioni maschili e competitive di sua moglie (David Abrahamsen, ‘The Psychology of Crime’ 1960).

In questo panorama desolante entra a gamba tesa Susan Brownmiller (della quale abbiamo già parlato) con il suo “Against our will, Men Women and Rape”, 1975:

[Rape] is nothing more or less than a conscious process of intimidation by which all men keep all women in a state of fear.

Lo stupro non è altro che un processo consapevole di intimidazione mediante il quale tutti gli uomini tengono tutte le donne in uno stato di paura.

Lo stupro non ha nulla a che fare con il desiderio sessuale, non con quel tipo di desiderio cui faceva riferimento Richard Freiherr von Krafft-Ebing, ci dice Brownmiller. Non è un crimine passionale e il fine non è il sesso, ma il dominio e il potere.

Una teoria che calza a pennello alla scelta di un’immagine come quella piazzata sugli adesivi per attaccare Greta Thunberg.

Non a caso, Brownmiller scriveva: Lo stupro è una metafora dei nostri tempi. Gli uomini violentano la terra e devastano gli oceani. Penetrano persino nei cieli. E, come una sorta di riflesso di ciò che fanno all’ambiente, violentano le donne.

Checché se ne pensi, il dibattito attorno al binomio natura-cultura è ancora accesissimo, ma a me sembra che, anche volendo abbracciare la tesi innatista, non abbiamo elementi per presupporre che la violenza maschile sia inevitabile. In fondo, come ricorda Saini, in molti modi gli esseri umani hanno già trasceso la biologia e di certo non viviamo più secondo le regole della natura. Seppure la violenza maschile sulle donne fosse una di esse, nulla ci obbliga a seguirla.

Anzi,  a quanto dice Steven Pinker, docente di Psicologia e direttore del Centro di neuroscienze cognitive al Massachussets Institute of Technology (MIT) nel volume “Il declino della violenza”, abbiamo già iniziato a “ribellarci”: dopo la nascita e l’affermarsi dei movimenti delle donne le possibilità che un uomo venga ucciso dalla sua partner o ex partner sono diminuite di sei volte senza bisogno che ci fosse alcuna campagna per contrastare la violenza sugli uomini, ad esempio.

Quindi, sebbene la situazione sia ancora critica, dovremmo concentrarci su come abbandonare la nostalgia per il nostro presunto passato da parenti stretti degli scimpanzé, rinunciare alla scappatoia della colpevolizzazione della vittima e decidere di infliggere qualche colpo mortale a quella cultura dello stupro che sottende tutti quei fenomi ricompresi tra la “goliardia” del porno non consensuale e la più cruenta violenza sessuale.

A questo proposito, nel suo articolo Sandra Newman segue una via poco battuta: per quanto possano essere interessanti gli studi accademici in merito alle cause degli stupri commessi dagli uomini, il fenomeno non dovrebbe essere trattato esclusivamente come un mistero da analizzare, un enigma da risolvere o, peggio ancora, un male da curare, quanto piuttosto come un crimine da sanzionare opportunamente.

A partire dall’analisi di uno studio del 1990 condotto da Diana Scully per il National Institute of Mental Health degli Stati Uniti, Newman arriva a trattare un tema di cui avevamo discusso anche qui, a proposito dei diversi tassi di violenza sulle donne in diversi luoghi del mondo: la determinante influenza del fattore impunità.

Secondo Scully, infatti, oltre a caratteristiche come l’assenza di empatia, l’ostilità nei confronti del sesso femminile e la forte adesione a stereotipi sulla mascolinità, gli stupratori hanno un’altra caratteristica in comune, che li distingue da altri criminali, e cioè la convinzione che stuprare una donna sia un reato per il quale è molto difficile subire delle conseguenze, sia in termini squisitamente giuridici sia per ciò che riguarda la riprovazione sociale.

Nello studio Understanding Sexual Violence (1990), riporta Newman, Scully ha confrontato gli stupratori incarcerati con un gruppo di controllo di altri criminali, usando un’intervista di 89 pagine per misurare tratti della personalità come l’ostilità nei confronti delle donne, la violenza interpersonale e la “mascolinità compulsiva”. Sulla base di questi parametri, gli stupratori e altri criminali erano indistinguibili. Non c’era inoltre alcuna differenza nella loro vita sessuale prima della prigione, nei loro atteggiamenti nei confronti delle donne o nella loro storia di abusi sessuali infantili.

Ciò che colpì Scully fu che gli stupratori dissero di tutto per giustificare i loro crimini Parlarono della moralità delle loro vittime. Mentivano costantemente sui dettagli dei loro crimini per sembrare meno violenti. Cercavano di rappresentare lo stupro come normale; ad esempio disse uno dei soggetti: “Quando porti fuori una donna, la corteggi, poi lei dice:” No, sono una brava ragazza “, devi usare la forza. Tutti gli uomini lo fanno.” Altri sostenevano che tutti ritengono accettabile lo stupro di una donna se è conosciuta come una donna promiscua, se aveva accettato un passaggio o se in passato aveva già fatto sesso con quell’uomo. Alcuni degli intervistati avevano ammesso di sapere che ciò che avevano fatto era sbagliato; in questi casi, in genere indulgevano nell’autocommiserazione insistendo che quell’atto non aveva nulla a che fare con ciò che loro erano in realtà. In breve, si mostravano notevolmente preoccupati di ciò che gli altri pensavano di loro. A Scully sembrava chiaro che queste considerazioni svolgessero un ruolo cruciale nella decisione di costringere una donna a fare sesso – decisioni che Scully considerava sia consapevoli che razionali. Ancora più significativo, la stragrande maggioranza degli uomini supponeva che non sarebbero mai stati puniti. Come ha detto uno stupratore: “Sapevo che stavo sbagliando. Ma sapevo anche che la maggior parte delle donne non denunciava lo stupro, e non pensavo nemmeno che lo avrebbe fatto.” I suoi soggetti vedevano lo stupro come “un atto gratificante a basso rischio”.

Se ridurre questa convinzione riduce anche il tasso di violenza maschile, come sostiene Newman, non possiamo limitarci a ricondurre azioni come l’adesivo contro Greta Thunberg alla cultura dello stupro, commentando con sufficienza che la ragione per cui gli scettici del cambiamento climatico inneggiano allo stupro di una attivista è perché si sentono minacciati dalla crescente presa di coscienza ecologista; questi apologeti della violenza sessuale debbono subire delle conseguenze per le loro azioni. Fintanto che la faranno franca, fintanto che compiere atti simili non modificherà in modo sostanziale la vita dei responsabili, la cultura dello stupro continuerà a diffondersi indisturbata.

La linea di intervento suggerita da Newman è quella che stanno seguendo le femministe francesi che hanno a gran voce protestato contro la celebrazione del “genio” di Polanski ai César.

A dispetto della sua abitudine di descrivere se stesso come un perseguitato, il regista polacco di fatto non ha mai accettato di scontare la pena che gli era stata comminata, in questo spalleggiato dall’intera comunità dei suoi colleghi. Che le donne tutte pretendano che uno stupratore smetta di godere dell’indulgenza del suo affezionato pubblico e in qualche modo paghi per quanto commesso, non è un atto dovuto alle sue vittime, né tantomeno una forma di accanimento: è una modalità di lotta al crimine che si pone l’obiettivo di prevenire la violenza sessuale; se la giustizia ordinaria non riesce a comminare una pena, tocca alle donne tutte costringere gli stupratori a subire delle conseguenze per le loro azioni. Sei uno stupratore? Non ti godrai la tua premiazione, non beneficerai dell’abbraccio del tuo pubblico, non ti appagherai con gli applausi.

In termini tecnici, si parla di deterrenza: quando gli uomini comprenderanno che lo stupro non è un atto “a basso rischio”, ma che la violenza sessuale li costringerà a guardare per anni e anni stuoli di donne che sventolano cartelli con sopra vergato il loro nome e la parola “vergogna” mentre gridano tutta la loro rabbia, allora molto probabilmente smetteranno di stuprare.

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Le donne maschiliste

Una traduzione da Why are even women biased against women?

Anche le donne sono sessiste: persino le femministe dichiarate sono considerate inconsciamente prevenute contro le donne.
Nel programma di Radio 4 Analysis, Mary Ann Sieghart si domanda: “Da dove vengono questi atteggiamenti discriminatori e cosa possiamo fare in proposito?”

“Le donne sono considerate incompetenti se non dimostrano la loro competenza, mentre si presume che gli uomini siano competenti soltanto perché non si hanno prove del contrario.” Questa è l’osservazione di qualcuno che ha la rara esperienza di aver vissuto sia come uomo che come donna: la professoressa Joan Roughgarden, ex docente della Stanford University. La sua esperienza di donna transgender conferma ciò che le donne hanno sempre sospettato: devono lavorare due volte più duramente per dimostrare di essere brave in ​​quello che fanno.

Perché le donne hanno aspettative inferiori rispetto alle altre donne? Catherine Nichols, una scrittrice di Boston, ha un’esperienza di prima mano. Dopo aver finito di scrivere il suo romanzo, ha inviato i primi capitoli, più una sinossi, a 50 agenti letterari, in grande maggioranza donne. Ricevette solo due risposte positive da agenti che chiedevano di vedere il manoscritto.

Questo la sconcertò, poiché gli amici scrittori le avevano detto quanto fosse bello il suo romanzo. Così ha concepito quello che lei definisce un “piano pazzo”: ha spedito lo stesso identico materiale ad altri 50 agenti, ma questa volta firmandosi con un nome maschile. Il risultato? Ha avuto 17 risposte positive.

In altre parole, gli agenti la ritenevano otto volte e mezzo una scrittrice migliore se fingeva di essere un uomo. Inoltre, ha ricevuto molte critiche costruttive su come migliorare il romanzo, un aiuto che non ha mai avuto quando scriveva con il suo nome. “Era scioccante constatare quanto fosse evidente che c’era una grande differenza”, ha detto.

Non ci sono ragioni commerciali a monte di questa disparità. Dei primi dieci titoli di narrativa pubblicati lo scorso anno, nove erano di autrici. Ma forse l’esperienza di Nichols è solo aneddotica. Esistono prove scientifiche che le donne siano prevenute nei confronti delle donne?

La risposta è sì. Diversi esperimenti lo hanno dimostrato. Uno, messo a punto da dei ricercatori di Yale, ha inviato domande di lavoro e CV per un posto di responsabile di laboratorio a professori di scienze di entrambi i sessi. Le domande erano identiche, tranne che a metà era stato assegnato il nome di un uomo e all’altra metà quello di una donna.

Cosa è successo? I professori – sia maschi che femmine – hanno trovato più interessante il profilo dell’uomo e si sono mostrati più propensi ad assumerlo e fargli da mentore. E gli hanno offerto uno stipendio sostanzialmente più alto.

Da dove proviene questo pregiudizio? Da un momento nel passato del nostro percorso evolutivo, quando stavamo imparando a distinguere l’amico dal nemico. Il nostro cervello inconscio ha un potere di elaborazione enormemente maggiore rispetto al nostro cervello cosciente, ed escogita sempre scorciatoie, conosciute come euristiche.

Queste euristiche, parte del nostro cervello rettiliano, si formano con l’esperienza. Quindi, se da bambini ci bruciamo con un piatto caldo proveniente dal forno, impariamo velocemente ad associare “forno” a “caldo” e “dolore”.

Allo stesso modo, se la nostra società è piena in modo sproporzionato di uomini che occupano posizioni al vertice, assoceremo automaticamente “maschio” con “leader”, “successo” e “competenza”, mentre “femminile” è associato a “casa”, “bambini” e “famiglia” . Questo meccanismo scavalca qualsiasi pregiudizio naturale che le donne potrebbero avere nei confronti della propria specie.

Esiste un test per i pregiudizi inconsci, noto come test di associazione implicita. Con mia costernazione, ha suggerito che anche io – una femminista convinta che ha sempre avuto una carriera – sia leggermente prevenuta nei confronti delle donne lavoratrici. Parole maschili e femminili e parole che rappresentano il lavoro e la famiglia, si illuminano sullo schermo. Il test poi misura quanto velocemente riesci ad associare ogni categoria e quanti errori fai.

La Professoressa Mazarin Banaji di Harvard è una dei creatori del test. Il test le disse che anche lei poteva essere di parte. “È stato i giorno più importante della mia vita, quello che ha cambiato le cose: quando mi sono trovata faccia a faccia con il mio pregiudizio, con il fatto che la mia mente e le mie mani non erano in grado di associare la donna con la leadership tanto quanto vi associavo il maschio.”

“Quando mi sono dovuta controntare con il fatto che non riesco ad associare le persone dalla pelle scura a cose buone come vi associo le facce di persone dalla pelle chiara a cose buone, ho raggiunto qualcosa di diverso dalla semplice consapevolezza: è come se qualcuno mi avesse pugnalato e stesse rigirando la lama dentro di me mentre mi intimava di sedermi e prenderne atto. ”

Il test sulla carriera e il genere che entrambe abbiamo fatto è una misura di quanto siano potenti le nostre euristiche, dice Banaji: “Ci dice che l’impronta digitale della cultura è nel nostro cervello”. I risultati di questo test mostrano che l’80% delle donne e il 75% degli uomini hanno qualche pregiudizio.

Quindi cosa possiamo fare a riguardo? Bene, il primo passo è diventare consapevoli. Per quanto tu sia liberale e socialmente impegnata, è probabile che ad un livello inconscio il tuo cervello sia infarcito degli stessi stereotipi che disdegni esteriormente. Comprendere di avere dei pregiudizi inconsci è un inizio, ma non è abbastanza.

Come dice la professoressa Banaji: “Se dovessi tenere una conferenza su grasso e zucchero e su come il nostro corpo lo converte in energia, alla fine di una lezione di tre ore, avresti perso del peso?”

L’importante è essere consapevoli di ogni possibile pregiudizio. Quando stai valutando dei candidati, cerca di correggere qualsiasi pregiudizio inconscio che ti possa dire che il timbro della voce di una donna non ha autorità.

Assicurati di non perdonare più carenze ad un uomo che ad una una donna. Confrontali entrambi rigorosamente con le specifiche del lavoro e non affidarti al tuo istinto o alla tua impressione.

Richiede un po’ di lavoro. Ma sicuramente ne vale la pena? Il sessismo è vile quanto il razzismo e non dovrebbe avere posto nella società moderna. Quindi la prossima volta che presumi che una donna non sia competente fino a quando non si dimostra altrimenti, datti una tirata d’orecchi, ricordati che è il tuo cervello rettiliano a parlare e prendi la decisione di comportarsi come una persona del 21 ° secolo, non come un uomo  – o una donna – delle caverne.

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Diciamo che la violenza domestica è grave, la condanniamo, ma al contempo creiamo il terreno più fertile per farla prosperare

Una traduzione da Why I Called 911, di iO Tillett Wright.

Ho chiamato il 911 perché lei non lo avrebbe mai fatto. Perché ogni volta che accadeva, il suo primo pensiero era di proteggerlo. Perché ogni volta che accadeva, l’uomo dolce e amorevole a cui tutti tenevamo così tanto tornava profondendosi in scuse, giurando e spergiurando che aveva capito quanto terribile fosse ciò che aveva fatto e promettendo di non farlo mai più. Lo amavamo tutti, ma soprattutto, soprattutto lei lo amava, e voleva credere che quel comportamento non si sarebbe ripetuto. Gli episodi di violenza sono iniziati con un calcio su un aereo privato, poi si è trattato di spinte e di pugni occasionali, fino a quando, infine, a dicembre, lei ha descritto una vera e propria aggressione e si è svegliata sul cuscino coperto di sangue. Lo so perché sono andata a casa loro. Ho visto il cuscino con i miei occhi. Ho visto il labbro rotto e i ciuffi di capelli sul pavimento. Ho ricevuto la telefonata immediatamente dopo che era successo, ho sentito le sue urla e il pianto, una donna stoica ridotta a singhiozzare. Ho compreso il suo dolore. Era stato anche mio amico, una persona che amavo moltissimo. Una persona che una volta avevo definito fratello. Una persona con cui avevo riso dell’assurdità dei media e delle loro affermazioni piccanti sul mio ruolo nella loro famiglia. Una persona che è venuta in mio aiuto nell’ora più buia, a cui ho riconosciuto il merito di avermi salvato la vita, con cui ho vissuto per un anno su suo invito mentre guarivo e lavoravo. Sapevo che era tenero e gentile, con un carattere irascibile e un lato oscuro, ma con un cuore d’oro. Non volevo crederci, fino a quando non ho visto la devastazione. Quando chiami qualcuno tuo fratello, ti impegni anche a sfidarlo quando ha torto. Mentre lei, tremando e piangendo, descriveva quell’uomo di 80 chili che con tutto il peso del suo corpo colpiva con una testata la moglie di 55 chili in un impeto di rabbia, ho scoperto che un confine nel mio cuore era stato superato e non si npoteva tornare indietro. Ho assistito in prima persona alla sconcertante confusione mentale in cui precipita una persona maltrattata, tentando di bilanciare il desiderio di proteggere il suo aggressore e la consapevolezza che il suo viso gonfio è inaccettabile. Ho ascoltato mentre si interrovaga e interrogava sulle cose che forse aveva fatto per provocarlo, in che modo lo aveva fatto arrabbiare al punto di fare ciò che aveva fatto. Mi sono seduta e ho ascoltato, il mio cuore doleva perché ci tenevo così tanto a quell’uomo tenero e generoso dentro tutta questa rabbia, eppure … l’inequivocabile nocciolo della questione è non c’è nulla che lei avrebbe mai potuto dire o fare per meritarsi ciò che lei descrive, lui che la trascina su per le scale per i capelli, le dà un pugno nella parte posteriore della testa, la soffoca fino a farla quasi svenire e le fracassa la fronte sul naso fino a quando non si è quasi rotto.

Diciamo che la violenza domestica è grave, la condanniamo. Ma al contempo creiamo il terreno più fertile per farla prosperare.

Il ciclo dell’abuso è perpetuato da ogni persona che afferma che è più probabile che la vittima si sia presa pugni da sola piuttosto che affrontare le prove concrete della violenza che ha di fronte.

La colpevolizzazione della vittima è proprio nciò che permette ai maltrattanti di cavarsela dopo questo tipo di comportamento.

In questo momento, ogni donna maltrattata nel mondo guarda questo circo mediatico, e interiorizza il messaggio che se si faranno avanti per chiedere aiuto, se interromperanno il ciclo dell’abuso, saranno chiamate arrampicatrici sociali, imbroglione e saranno accusate di aver raccontato il falso solo per ricevere attenzione.

Sto parlando ad ogni giornalista, ogni editore, ogni persona che inserisce un commento sotto un articolo puntando maleducatamente il dito. E’ un linciaggio. Un coro assordante.

Ogni volta che vi chiedete una spiegazione del perché l’avrebbe colpita manda il chiaro messaggio che può esistere un motivo per cui qualcuno colpisce il coniuge. Non importa cosa è stato detto tra i due amanti, non importa se la storia d’amore stava per finire, perché nulla merita questa risposta. Nessuna persona, mai, dovrebbe subire violenza per mano della persona che ama. Ho visto una donna con uno spirito infranto andare in televisione la notte successiva, coperta di trucco, sorridendo con un labbro sanguinante, e quasi cadere dalla sedia quando qualcuno le ha appoggiato una mano sulla spalla perché non sapeva cosa fosse in arrivo. Ecco perché, quando è successo di nuovo, quando ero al telefono con entrambi e ho sentito il telefono cadere, ho sentito lui dire: “E se ti strappassi i capelli?” e l’ho sentita gridare aiuto, come tante altre volte prima mi sono chiesta se dovevo infrangere il codice del silenzio che circonda le celebrità e chiamare la polizia, e in una frazione di secondo ho deciso che, sì, stavo per farlo. Perché mi sono resa conto che fintanto che proteggevo l’abusatore dalle conseguenze delle sue azioni, stavo legittimando l’abuso e non potevo più essere complice. Ho dovuto difendere la mia amica, e quello che credo nel mio intimo sia il codice di condotta in base al quale gli esseri umani devono comportarsi l’uno con l’altro. Che lo amassimo o no, non c’entra niente. Quando si tratta di violenza, “l’amore” non rientra più nell’equazione.

 

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Zdenka Krejcikova

“Mi interessano solo due cose: i soldi e le donne. I soldi so come procurarmeli. Le donne le preferisco dell’Est; loro non creano problemi e io le tratto come mi pare”.

fonte

Non so se vi ricordate quando scoppiò il caso Parliamone sabato, ne parlammo anche qui, se ricordate, con un tono leggero, umoristico quasi, circostanza che oggi mi procura non poco rimpianto: era il 2017 e il programma televisivo in onda su Rai 1 venne chiuso a seguito di uno squallido siparietto nel quale si discuteva delle “valide ragioni” per preferire una fidanzata dell’Est.

In molte e in molti insorsero (“E’ inaccettabile che in un programma televisivo le donne siano rappresentate come animali domestici di cui apprezzare mansuetudine, accondiscendenza, sottomissione” commentava l’allora Presidente della Camera Laura Boldrini, mentre il presidente della Vigilanza Rai, Roberto Fico tuonava: “Quanto è avvenuto ed è stato raccontato nella trasmissione di Rai 1 ‘Parliamone sabato’ è esattamente la negazione di servizio pubblico”), ma non tutti erano d’accordo con le misure prese.

Il Codacons definì la polemica “ipocrita ed insensata”, mentre Paola Perego, in lacrime, sostenne pubblicamente che le accuse le suonavano così pretestuose che c’era da sospettare che il bailamme fosse stato sollevato ad arte per colpire il marito Lucio Presta, agente delle star, perché persona “scomoda.

Mi chiedo se oggi, che possiamo leggere sui giornali le parole di Francesco Baingio Douglas Fadda, detto Big Jim (l’immancabile compagno di giochi di tutti i miei amichetti d’infanzia, un dettaglio che, devo confessarvi, mi procura la nausea), l’uomo che ha accoltellato Zdenka Krjcikova davanti alle sue figlie perché lei si rifiutava più incarnare lo stereotipo della fidanzata dell’Est, sempre disposta a “far comandare il suo uomo”, mi chiedo se Paola Perego ha capito che cosa cercavano di dire tutte le persone che hanno criticato duramente il suo programma pomeridiano, e le dispiace un pochino per aver rinunciato all’occasione di partecipare ad una riflessione sull’humus culturale nel quale germina la violenza contro le donne.

Io oggi mi pento di quello che scrissi allora.

Non perché non fosse vero, ma perché alla luce della morte di una donna che per anni ha sopportato insulti, minacce e botte, purché quel compagno prepotente, 45 anni, lasciasse in pace le sue due bambine, gemelle, undicenni, e nel momento in cui aveva deciso che non poteva, non doveva più sopportare, l’ha pagata con la vita, io sento che avrei dovuto scrivere qualcosa di più incisivo, qualcosa di diverso …  qualcosa di più.

Mi dispiace Zdenka, mi dispiace tanto.

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Tema numero 3

Qualche giorno fa ho postato su facebook un articolo che mi aveva indignato, suggerendo ai miei lettori di scrivere al giornale.

Il motivo per cui l’articolo di Alice Castagneri mi aveva tanto indispettito non era tanto il fatto che si schierasse apertamente in difesa di Junior Cally, quanto che riducesse le critiche ai suoi testi alla querelle fra il cantante e Matteo Salvini, suggerendo ai lettori che le accuse di sessismo sarebbero solo uno stratagemma per nascondere una verità più scomoda, ovvero che “i poteri forti” (i pesci grossi) non volessero sul palco il “rapper “mai con Salvini” e ultrà delle sardine (come lo definisce Libero).

…in poco tempo, un ragazzo normale si è ritrovato il nemico pubblico numero uno. «Io sono un cantante, non sono un politico. Matteo Salvini è un pesce grosso quindi non credo di rispondere ai suoi attacchi. Mi fa strano comunque che nessuno abbia detto nulla sulla mia presenza fino  a quando non è stata resa nota la parte di testo di No grazie che fa riferimento alla Lega. Non posso dire che si sia scatenato tutto per questo motivo, ma chissà».

In realtà, le donne che hanno commentato la canzone “incriminata”, non hanno detto nulla di neanche vagamente simile all’opinione di Matteo Salvini, la quale, anzi, ha sollevato un’ondata di proteste che non è passata inosservata.

Purtroppo, e, mi duole dirlo, come al solito, le critiche femministe alla misoginia veicolata dalle parole del giovane Junior Cally non hanno trovato grande accoglimento da parte della stampa mainstream, e, di conseguenza, poco o nulla è arrivato al grande pubblico.

Eppure, nonostante l’insistenza con cui si afferma che le proteste hanno avuto anche origine dall’incapacità di fare una semplice analisi del testo e, naturalmente, dall’ostinata ignoranza nei confronti del “linguaggio del rap”, io in questi giorni ho letto interventi notevoli, che denotano non solo interesse rispetto al tema della violenza contro le donne, ma anche una discreta competenza a proposito di musica; su tutti, vorrei citare e suggerirvi “Il rap spiegato da una femminista“, di Wissal Houbabi, che mostra come la discussione su misoginia e rap – ma potremmo dire, su misoginia e musica – è molto più articolata di quanto i talk show televisivi e la cronaca del festival vogliono farci credere.

Ma soprattutto, è una discussione che va avanti da anni, interessa tutti i generi musicali (qui un commento sul sessismo nella musica indie del 2015, ad esempio, che fra le altre cose osserva come gli argomenti femministi vengano sempre ignorati nella sostanza, mentre l’atteggiamento critico è ridotto ad un eccesso di politically correctness, mescolato ad una insana ossessione per la censura del libero pensiero artistico e condito dalla proverbiale ipersensibilità femminile) e spesso si accompagna a riflessioni sulla scarsa presenza di artiste donne.

Tutte queste riflessioni, però, rimangono sempre relegate ai margini, patrimonio di poche ostinate femministe “a tempo pieno”, mentre sui giornali si festeggia “la grande vittoria di Amadeus“, premiato per essere stato capace di riconciliare gli uomini di Marte e le donne di Venere con un bel pianto liberatorio collettivo, e nessuno sembra aver capito che chi ha sollevato la questione a partire da una canzone sperava di cogliere l’occasione per stimolare un dibattito più ampio e approfondito, affinché qualche briciola della consapevolezza che la deumanizzazione delle donne affonda le radici nel linguaggio arrivasse anche chi è convinto che siano “solo canzonette” e i “veri problemi” sono altri.

Ma questo non è un post su Sanremo, bensì il terzo capitolo di una lista di temi che, a mio avviso, il femminismo oggi dovrebbe affrontare.

E il tema, oggi, è la “visibilità”.

Ritengo che dovremmo chiederci come ottenere che di questi dibattiti non rimanga soltanto l’impressione che le femministe siano delle isteriche tanto impulsive da finire col trovarsi d’accordo con Matteo Salvini senza volerlo o che combattono contro i mulini a vento invece di impegnarsi a diventare Presidente del Consiglio (come ha suggerito Fiorello).

Che cosa arriva del pensiero femminista al grande pubblico?

Ma soprattutto quali sono le strategie più adeguate perché qualcosa arrivi?

In questi giorni si è molto discusso di questo, grazie al festival di Sanremo.

È più utile scavarsi una nucchia, magari dopo la mezzanotte, per lanciare un messaggio da un grande contenitore che tiene incollati allo schermo TV milioni di italiani nella speranza che quel semino germogli e si trasformi in un sincero interesse ad approfondire, oppure presentarsi al fianco della misoginia, anche se si è portatori di un messaggio opposto e contrario, finisce col legittimare il contesto maschilista?

Oppure dovremmo concentrarci piuttosto nel far emergere quanto di femminista rimane quasi nell’ombra, tutto quel formicolio di eventi, seminari, pubblicazioni, incontri, piccole comparsate qua e là fra i vari media, riunioni, manifestazioni, associazioni, centri, petizioni, documenti collettivi, tutto quel lavoro che si svolge dietro le quinte e spesso è il lavoro che maggiormente contribuisce a migliorare la vita concreta delle donne comuni?

Se pensate che io abbia la risposta ad una domanda del genere, vi sbagliate di grosso.

Ancora non so distinguere, nel mio piccolo, quelle situazioni in cui è opportuno prendere la parola e quelle in cui l’opposizione, per quanto giusta, finisce col rivelarsi controproducente.

È conveniente commentare un Oliviero Toscani che accusa le donne per la violenza che subiscono, profittando della sua popolarità in quanto fotografo di successo per diffondere un po’ di informazioni sul meccanismo della colpevolizzazione della vittima, oppure la visibilità che queste esternazioni ottengono, grazie alla giusta indignazione di alcuni lettori, finisce col deporre a favore dello stesso Oliviero Toscani, che – come Junior Cally, Amadeus, e gli altri prima di loro – troverà, sempre grazie alla sua popolarità, gli spazi per spiegare che è stato frainteso e che chi va in giro a crocifiggere quei poveri sventurati, colpevoli di aver solo espresso un’innocente opinione, è in realtà un violento che non tollera il dissenso?

Come può, il femminismo, ottenere sufficiente popolarità da diventare un interlocutore più interessante di un fotografo pubblicitario in vena di provocazioni?

Badate, non sto dicendo che risultati non si siano ottenuti.

Per quanto ancora osteggiata da alcuni e da altri addirittura vilipesa, la parola femminicidio si è conquistata un ruolo nel dibattito sulla violenza contro le donne, e seppure ancora, con straordinaria tenacia, lo zoccolo duro del maschilismo nostrano riesca ad ottenere un certo margine di successo rivendicando la necessità del “maschicidio” nei nostri dizionari, credo che possiamo affermare che è ormai sufficientemente diffusa la cognizione dell’esistenza di una violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte (fonte: Accademia della Crusca), e lo possiamo affermare grazie al lavoro certosino e ad una tenacia altrettanto straordinaria – anzi, forse di più – di tante donne femministe.

Ciononostante, in molte sentiamo che abbiamo bisogno di più.

Se il neonato movimento delle Sardine annuncia con disinvoltura un incontro nazionale per l’8 marzo, perché non sanno che l’8 marzo non è solo una simpatica festa commerciale organizzata con lo scopo di incrementare gli introiti di fiorai, ristoranti e locali notturni, ma anche un’occasione che coinvolge le attiviste diversi paesi del mondo in occasione della Giornata internazionale della donna, significa che la questione occupa ancora uno spazio troppo piccolo nella mente di troppe persone, che preferiscono occuparsi delle cose “più importanti” o “veramente importanti”, perché che le donne ottengano di essere considerate pienamente umane non lo è abbastanza.

Proprio stamattina una cara amica mi ha scritto: “è davvero l’ora di dipingerci il volto coi colori di guerra, io voglio lottare, lottiamo, ma come?”

Ecco: come?

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Sanremo, too

Ricordo bene, anche perché ho conservato le foto dell’articolo di giornale che mi aveva indispettito, che questa edizione di Sanremo prometteva male, molto male già ben prima delle donne che sanno stare un passo indietro e del rapper mascherato.

Conduttore uomo, foto di amici uomini a corredare l’articolo e l’annuncio di due presenze femminili a serata, un harem di donne senza nome e senza volto, con l’assicurazione che racconteranno qualcosa, non si sa cosa, ma sarà concesso loro di parlare.

E noi che ci lamentiamo della discriminazione! (E’ sarcasmo, attenzione.)

 

Dopo questa nauseabonda premessa, le cose non potevano che peggiorare.

Sono peggiorate al punto da provocare una reazione massiccia: “le solite critiche” sono diventate una valanga e hanno infestato il web, si sono aperti dibattiti, ma soprattutto si organizzano manifestazioni, virtuali e non virtuali; c’è anche chi ha deciso di adire le vie legali, denunciando Amadeus, la dirigenza della Rai e Junior Cally per istigazione alla violenza sulle donne e le forze dell’ordine, odio, oltraggio alla morale, in violazione della Costituzione.

Amadeus ha reagito a tutto questo dichiarando che non vede l’ora che sia il 4 febbraio, cosicché “tutti possano parlare di tutto quello che di bello ci sarà in questo Sanremo” e il fastidioso rumore di fondo prodotto dalle femministe isteriche venga sommerso dai servizi su cosa indossavano le cantanti in gara.

Ha aggiunto: “Quando ho Fiorello, Tiziano Ferro, Roberto Benigni non posso che essere felice”: uomini compatti e solidali, ça va sans dire.

Junior Cally, da parte sua, ci informa che ha una mamma e una fidanzata (ce l’hanno anche tutti quelli che le fanno fuori, ad un certo punto, e i giornali ci tengono a ricordarci che le amavano da morire) e che “il rap ha un linguaggio descrittivo nel bene e nel male e rappresenta la cruda realtà come fosse un film”.

Roba che abbiamo già sentito, alla quali in tante abbiamo già replicato, non una, ma decine e decine di volte. La frustrazione nel doversi ripetere è direttamente proporzionale al numero di quelli che fingono di non essersene mai accorti e replicano: “com’è che vi inalberate solo adesso?”

Nel frattempo la vita va avanti più o meno come al solito: le donne continuano a morire massacrate nel corso dei consueti e rassicuranti raptus di follia, mentre si ripresenta su un giornale a tiratura naziuonale la bufala sui maschicidi; la giornalista che si è azzardata a rovinare il momento di commozione collettiva per la tragica morte di Kobe Bryant, ricordando sui social di quando fu accusato di stupro, è stata zittita a suon di minacce di morte e di stupro; sebbene per tutti i fan del cestista questo sia un dettaglio irrilevante a fronte dell’impellente necessità di celebrare in santa pace un eroe del basket, in realtà è una conferma di ciò che scrisse Lindsay Gibbs nel 2016, ovvero che il caso Kobe Bryant altro non è che un monito per tutte le donne: è meglio stare zitte. Per concludere in bellezza, in Francia, le proteste femministe contro Roman Polanski gli hanno fatto guadagnare un numero record di nomination ai César.

Se vi sembro più pessimista del solito, oggi, beh sì, forse un pochino lo sono: tutta questa gente che si preoccupa che le proteste contro la gestione di Sanremo o contro un Polanski che si paragona a Dreyfus costituiscano un attacco alla libertà (“Innamorata della libertà, lasciamo alla musica il potere della provocazione” ha sentenziato Irene Grandi), e nessuno di loro che rifletta sul fatto che le donne di questo paese non sono libere neanche di andare al bar da sole, perché rischiano di finire come Francesca Fantoni: violentate, picchiate e strangolate.

Fare finta che tutta questa violenza – non solo quella manifesta e brutale, ma anche quella più subdola, che si declina nell’impalpabile odio virtuale , che vede le donne tra le categorie più colpite, il revenge porn, che nonostante sia diventato un reato, per qualcuno rimane soltanto una “scelta sessuale” – non abbia influenza alcuna sul modo in cui gestiamo la nostra vita, non sarebbe onesto.

Ogni volta che l’omicidio di una donna conduce ad una serie di raccomandazioni per tutte le altre donne (“ma andarsene di casa? perché ritirare le denunce?” si dice di Rosaria Garofalo), ogni volta che diamo voce alle giustificazioni dell’assassino (mi tradiva, mi aveva abbandonato), è solo alle donne che stiamo suggerendo di cambiare.

La verità è che se non cambiano anche gli uomini, non andiamo da nessuna parte.

E gli uomini non hanno nessuna intenzione di cambiare.

Il perché lo spiegano senza remore: sono felici così.

 

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Giocarsi la carta dell’alienazione genitoriale

 

Lo scorso anno l’Indipendent aveva pubblicato un articolo che denunciava il calvario cui i tribunali della famiglia sottopongono migliaia di donne, costrette a subire la violenza degli ex partner a causa dei provvedimenti che consentono agli uomini maltrattanti il diritto di frequentare i loro figli.

Le donne sono sottoposte a controllo coercitivo, aggressioni fisiche e persino sessuali da parte dei loro ex partner quando i bambini vengono prelevati o riconsegnati [alla madre].

Gli attivisti sostengono anche che i maltrattatori continuano a terrorizzare le loro vittime e a molestarle via e-mail durante le battaglie per l’affidamento dei minori nei tribunali della famiglia, e riferiscono che il problema sta peggiorando.

[L’organizzazione Safe Lives]  ha scoperto che ex partner maltrattanti usano gli accordi per l’affido dei minori per continuare a prendere di mira le loro vittime in circa un terzo dei casi in cui si prevedono visite regolari.

L’articolo intervistava Lisa Longstaff, un’attivista della Support Not Separation Coalition, la quale lamentava il fatto che giudici e assistenti sociali sistematicamente respingono le accuse di stupro e la violenza domestica come false o le giudicano irrilevanti rispetto al benessere di un bambino, e riportava che

dal 70 al 90% dei casi nel tribunale della famiglia riguardano violenza domestica o abusi, ma solo l’uno per cento delle richieste di visita ai figli dei padri viene rifiutata.

Longstaff proseguiva citando l’alienazione genitoriale:

Non solo le madri che denunciano stupri o violenze domestiche non sono credute mentre i loro figli vengono costretti a entrare in contatto con i padri dai cui potrebbero essere terrorizzati, ma rischiano anche di perdere i bambini che cercano di proteggere. Per aver palesato i pericoli che i bambini potrebbero affrontare, le madri sono accusate di “alienazione genitoriale” o di “danno emotivo” procurato “avvelenando” i bambini contro il padre.

In un articolo più recente sempre l’Independent torna a parlare di alienazione genitoriale, rendendo pubblica una ricerca condotta presso la Brunel University di Londra dalla Professoressa Adrienne Barnett, docente di giurisprudenza specializzata in violenza domestica e tribunali della famiglia nonché avvocata da oltre trent’anni.

La docente, che si dichiara lei per prima sorpresa dai risultati dello studio, ha esaminato 40 casi di diritto di famiglia in Inghilterra e Galles dal 2000 al 2019, scoprendo che l’alienazione genitoriale è diventata parte di una “scaltra retorica” nelle battaglie di custodia che coinvolgono bambini, compresi quelli che hanno subito abusi domestici.

Giocare alla carta dell’alienazione dei genitori si sta dimostrando una strategia migliore di altre per mettere a tacere donne e bambini che rifiutano di vedere uomini maltrattanti. L’alienazione genitoriale non è una forma di maltrattamento, è un mezzo per oscurare i maltrattamenti e dovrebbe essere riconosciuta come tale.

Ha aggiunto:

La situazione è senza dubbio peggiorata. A partire dal 2016, il ricorso all’alienazione genitoriale è aumentato ed ha continuato a crescere in modo esponenziale. È stata citata in molti più casi e ha avuto molto più supporto da parte di esperti.

Ci sono sempre più psicologi infantili che affermano di esserne esperti e un certo numero di avvocati familiaristi che si pubblicizzano offrendosi di rappresentare persone che vogliono sollevare accuse di alienazione genitoriale. Una spiegazione potrebbero essere i tagli all’assistenza legale. L’alienazione genitoriale è ora un’industria. È preoccupante.

La Professoressa Barnett cita anche il #metoo, non esitando a ricondurre il crescente utilizzo della strategia dell’alienazione genitoriale nell’ambito di un più ampio contraccolpo al femminismo e al movimento spontaneo che in tutto il mondo ha denunciato la violenza maschile contro le donne.

Secondo la ricerca, infatti, le madri hanno scarso successo [rispetto ai padri] quando si appellano  all’alienazione genitoriale, nonostante le evidenze che i padri fossero abusanti e controllanti, un dato che coincide con quanto rilevato dal lavoro di Joan S. Meier di cui avevamo parlato poco tempo fa.

Barnett sostiene che l’alienazione genitoriale tende a dominare i procedimenti una volta sollevata, distogliendo l’attenzione del tribunale da altre questioni importanti, oltre a non consentire alle voci dei minori di essere ascoltate.

 

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