L’ordine degli psicologi e gli studi scientifici

In questi giorni ha fatto notizia la posizione ufficiale del CNOP, (Consiglio Nazionale Ordine degli Psicologi) contro il disegno di legge 735 sull’affido condiviso.

Afferma il CNOP:

L’affido dei minori nei casi di separazione dei genitori, previsto nel Ddl Pillon, non ne tutela affatto la salute. Il documento del CNOP consegnato alla Commissione Giustizia del Senato rileva l’impossibilità della mediazione obbligatoria, la sovrapposizione della figura del coordinatore genitoriale con quella dello psicologo. E soprattutto evidenzia che non vi è alcuna differenziazione dei bisogni del minore in base all’età, non rispettandone affatto il regolare processo di sviluppo. La collocazione simmetrica ed alternata presso il domicilio del padre e quello della madre espone infatti il minore a continui ed illogici spostamenti che possono incidere negativamente anche sul regolare sviluppo cognitivo. Il presidente Giardina “mettiamo al centro i bisogni dei minori, i più fragili nei conflitti di coppia, e non quelli degli adulti “.

Il documento nella sua forma estesa è stato depositato in Senato.

Il CNOP si era espresso sulla “shared physical custody” anche nel 2011, con un documento a firma dell’allora Presidente Giuseppe Luigi Palma, che esprimeva tutt’altre convinzioni, esprimendosi a favore di “un riferimento abitativo a doppio domicilio (due case)” e ad una “frequentazione equilibrata” che permetta al minore di “ricevere cura e accudimento di entrambi [i genitori] nella quotidianità”. Affermava, quel documento, che

Nel bilancio complessivo della salute del figlio certamente è quindi meno per lui di sacrificio perdere un po’ di tempo a frequentare due case che non perdere la possibilità di avere un riferimento in entrambi i genitori.

La differenza con l’attuale posizione è lampante. Scrive invece l’attuale Presidente Fulvio Giardina:

Il luogo prevalente di vita del minore, soprattutto in età infantile, deve essere uno ed uno solo, unico e privilegiato. L’interferenza dell’ambiente sul regolare processo di sviluppo del minore è ampiamente dimostrata dalla letteratura scientifica, al punto da influenzarne la salute.

Se la bibliografia addotta a giustificazione della posizione del primo documento non è mai stata sottoposta al vaglio degli allora promotori della residenza alternata, la bibliografia segnalata dal Presidente Giardina ha profondamente indignato i sostenitori del ddl 735:

Alle rimostranze di Nielsen, il Senatore Pillon dedica un video su facebook, mentre qui è possibile leggere un comunicato dell’Associazione Figli per sempre.

Se il Senatore si riferisce a Nielsen come una “guru” della psicologia, possiamo leggere nel documento che ella è “leader mondiale nel campo dela ricerca empirica e meta analitica in tema di affidamento dei minori” e che il suo pensiero sarebbe “NOTO A TUTTI GLI STUDIOSI INTERNAZIONALI” (il maiuscolo e l’errore d’ortografia sono fedeli all’originale).

In realtà, l’ambito nel quale la Dottoressa Nielsen opera, sembra piuttosto essere il “rapporto padre-figlia“, un lavoro che l’ha portata ad ispirare nel 2016 lo spot di una celebre marca di shampo.

Afferma Nielsen in una intervista che, per migliorare il rapporto padre-figlia,  andrebbe insegnato alle figlie a “dare ai padri lo stesso tempo e le stesse possibilità che danno alle loro madri al fine di costruire una relazione stretta e significativa”.

Come possiamo leggere nella presentazione di questo suo manuale di auto aiuto, “il fardello della relazione padre-figlie” dovrebbe essere portato dalle figlie, che debbono imparare a smettere pensare che sia il genitore quello a dover fare il primo passo nella costruzione di un rapporto migliore e soprattutto smettere di considerare il padre soltanto come un portafoglio dal quale attingere denaro.

Secondo Nielsen, sono le madri che (inavvertitamente o intenzionalmente) limitano o addirittura minano la relazione delle loro figlie con i padri.

Leggiamo  in questo articolo:

Nielsen (…) è senza paura ferma nella sua convinzione che la maggior parte delle giovani donne siano state sottoposte ad un lavaggio del cervello da parte della cultura che le ha portate a credere che gli uomini siano inferiori alle donne e che tutto ciò che manca nella relazione padre-figlia è colpa di papà. Femminista dichiarata, Nielsen cerca di mostrare ai suoi studenti che a volte le ragazze e le donne non sono vittime, ma sono le artefici della loro infelicità e disgrazia.

Sebbene Nielsen affermi di non voler “demonizzare le madri”, comunque non ha nessuna remora nell’affermare che sono “spesso le madri, a volte ferite o amareggiate dal divorzio, che comunicano messaggi negativi [sui padri] alle loro figlie.”

Alla luce di questi contenuti, non è difficile comprendere come mai la Dottoressa Nielsen abbia assunto il ruolo di “guru” di un certo tipo di attivisti: quelli per i diritti degli uomini, convinti che il genere maschile sia nel mondo quello discriminato.

Soprattutto perché, più che una femminista, sembra una Richard Gardner in gonnella, solo più interessata ad instillare nelle giovani donne sensi di colpa nei confronti dei padri, piuttosto che a togliere di mezzo fisicamente le loro madri gettandole in gattabuia.

Una strategia di sicuro più intelligente e subdola di quella elaborata dal suo predecessore, bisogna concederglielo.

Del lavoro di Nielsen sull’opportunità della residenza alternata, avevamo già parlato qui, ben prima di scoprire della sua fama fra “gli studiosi internazionali”.

tuttavia giova ricordare che fra le conclusioni espresse da Nielsen, ce ne è una che ha attirato la mia attenzione.

it is a mistake to assume that JPC [join physical custody] will be more harmful than SPC [sole physical custody] for children whose parents were physically abusive toward one another when they lived together (pag. 7).

E’ un errore ritenere che l’affido condiviso sarebbe più dannoso dell’affido esclusivo per i bambini i cui genitori siano stati “fisicamente abusanti” uno verso l’altro.

Questo lo afferma con sicumera, a dispetto del fatto che il suo lavoro non tiene minimamente conto di quel “10% -12% di genitori  con una storia di violenza sessuale e gravi abusi fisici ed emotivi che vengono tradizionalmente indicati come violenza domestica o violenza”.

Sul fatto che un bambino possa tranquillamente essere affidato ad un genitore che ha una storia di maltrattamenti nei confronti del partner – anche se sarebbe più opportuno specificare dellA parnter – vi rimando a quanto scrive in proposito Lundy Bancroft.

Ma torniamo all’argomento principale: il documento a firma del Presidente Giardina.

Se può suonare preoccupante che il documento riporti nella bibliografia un testo che poco ha a che fare con il contenuto del documento (giova sottolineare che in realtà nessuno dei testi citati ha attinenza con quanto affermato), questa è tutt’altro che una novità, perché anche il precedente documento, quello del 2011, presentava il medesimo problema.

Il documento, infatti, citava l’articolo di Anna Sarkadi, Robert Kristiansson, Frank Oberklaid e Sven Bremberg “Fathers’involment and children’s developmental outcomes: a systematic review of longitudinal studies”, che analizza sì gli effetti sulla prole del coinvolgimento paterno, ma solo ed esclusivamente per ciò che riguarda “famiglie intatte”, le famiglie integre, non separate.

Ma soprattutto, l’articolo parla di coinvolgimento nell’educazione dei figli della figura maschile che abita con la madre, non del padre, suggerendo che “il legame biologico non è necessario per produrre effetti positivi” sui bambini.

Nulla che possa dirci qualcosa sulla sostenuta opportunità del doppio domicilio per i bambini di genitori separati, insomma.

A quanto pare non leggere i testi che si mettono i bibliografia è una consuetudine quando si tratta di questo tema, piuttosto che uno scandalo.

Potremmo citare il caso del callicebo, una simpatica scimmietta citata erroneamente come virtuoso esempio di cogenitorialità, oppure il vecchio caso dello studio Battaglia M., Pesenti Gritti P., Medland S: et al., (“A genetically informed study on the association between childhood separation anxiety, sensitivity to CO2, panic disorder and the effect of childhood parental loss” Archives of general psychiatry, 06-01-2009), uno studio sul disturbo da ansia da separazione spacciato per evidenza scientifica dei “danni da alienazione genitoriale”.

In un momento come questo, nel quale la sfiducia della gente nei confronti della scienza ha raggiunto vette che sembravano impensabili fino a qualche tempo fa, il panorama offerto da questo dibattito non può che contribuire a peggiorare le cose.

Ed è un vero peccato: perché di rigore scientifico abbiamo oggi più bisogno che mai.

Perdonatemi se concludo con uno stratagemma volto a scoraggiare il trolling che normalmente ammorba le discussioni sotto i miei articoli:

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Un milligrammo di differenza

Da anni seguo il blog Lunanuvola e ne condivido i contenuti.
Ora, se ci provo, un messaggio mi avvisa che non è più possibile “per la presenza di contenuti segnalati come offensivi da altri utenti di Facebook.”
Invito tutti i miei lettori a sincerarsi che di offensivo, nel blog, non c’è proprio niente, e ad inviare una segnalazione al centro assistenza del social network al fine di sbloccare questa incresciosa situazione.
Tutta la mia stima a Maria G. Di Rienzo, che è sempre stata e rimane una grande fonte di ispirazione, per me.

Lunanuvola's Blog

Mie care e miei cari, oggi ho scoperto – grazie all’uomo di casa – che siete state/i tutti “puniti” da Facebook per aver condiviso tramite le vostre pagine articoli di questo blog. Non potete più farlo, infatti: se ci provate vi sarà detto che il mio spazio qui non risponde agli standard di FB.

Ho dato un’occhiata agli “standard” per precauzione (io non ho un account e non lo avrò mai), ma sapevo già che non avrei trovato NIENTE nei miei scritti o nelle mie traduzioni che potesse contravvenirli e infatti NIENTE c’è.

So anche, dalle esperienze altrui, che basta avere un amico fra i “controllori” di un social media o organizzare un po’ di segnalazioni farlocche per ottenere il bando: Facebook, sebbene abbia detto in passato che l’andazzo sarebbe cambiato, non verifica se le segnalazioni abbiano fondamento o no.

La cosa è vieppiù ridicola se si considerano il volume…

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La giudice Melita Cavallo risponde alle accuse del web

In una intervista telefonica la giudice Melita Cavallo difende il suo operato nel corso della puntata di Forum del 23 gennaio, contro la quale si sono espresse D.i.Re Donne in Rete contro la violenza, Associazione nazionale dei Centri antiviolenza, Telefono Rosa, UDI Unione Donne d’Italia e parecchi blog e testate: Luisa Betti, Nadia Somma, Vice, Anarkikka.

Molte donne hanno scritto alla redazione di Forum, e molte continuano a scrivere sulla pagina facebook del programma:

Ma Melita Cavallo ritiene di non avere nulla di cui scusarsi.

Come giudice – afferma  – ho sempre avuto un atteggiamento neutrale, non è che posso prendere le parti della ragazza, perché lei ha ripercorso la sofferenza di quella situazione, è chiaro che il ricordo è un ricordo terribile, ma se non arriviamo alla dichiarazione di decadenza, che la ragazza non ha chiesto [anche in questo caso, quindi, la responsabilità sarebbe della ragazza], questo padre ha il diritto di esercitare la sua responsabilità, questo è il concetto giuridico.

Aggiunge: Il fatto che io non abbi avuto parole di conforto e di accoglienza…

Nessuno ha contestato alla giudice di non essere stata sufficientemente “accogliente”, ma di aver insinuato che la ragazza è in qualche modo corresponsabile della violenza subita.

Risulta dal processo che avevate bevuto, e quindi già… – ha detto nel corso della trasmissione – Anche lei aveva partecipato al bere eccessivo e si era recata in quel posto.

Ci dice la giudice che la ragazza avrebbe espresso “il suo odio, il suo rancore, il suo disprezzo”.

Quello che la giudice ha colto, è solo una sfumatura della testimonianza; quello che non ha colto è la narrazione della sofferenza e delle drammatiche conseguenze fisiche e psicologiche del trauma sulla quali più volte la giovane è tornata, per spiegare le motivazioni alla base della sua riluttanza ad accogliere le richieste del suo stupratore.

Incalzata dalle domande dell’intervistatrice (lei ha detto alla ragazza che aveva bevuto, questa è una storia di stupro), Cavallo risponde

è una storia di stupro, ma si inquadra nel rapporto di due giovani che è andato male

in quel momento la ragazza ci ha parlato anche del fatto che andavano a scuola insieme, la situazione non cambia sotto il profilo della sofferenza, però sotto il profilo giuridico cambia.

Sappiamo tutte che quando a perpetrare una violenza sessuale non è lo sconosciuto che ti coglie di sopresa in un vicolo oscuro, è molto difficile non incappare nei classici miti sullo stupro: se ad aggredirti è un parente, il partner/ex partner, un amico, un collega, un conoscente, un compagno di scuola, non è proprio uno stupro, è un rapporto andato male.

E si sa, se i rapporti vanno a finire male, la colpa è un po’ di tutti e due.

Come si dice in questi casi: peggio la pezza del buco.

A questo punto punto Cavallo sostiene di non essere entrata nel merito del reato.

Non mi pare, c’è entrata eccome.

E lo aveva fatto anche nel corso della trasmissione, sbilanciandosi sostenendo che con un migliore difensore, alla luce degli atti (e probabilmente del fatto che vittima e carnefice erano compagni di scuola), lo stupratore sarebbe già in libertà.

Cosa che in effetti accade piuttosto di sovente nel nostro paese.

Continua, Cavallo:

io credo nel cambiamento. Penso che sia questo quello che possa fare la differenza. Io credo che una persona possa cambiare. Quindi vedere quella ragazza così decisamente contraria a pensare minimamente che quel ragazzo potesse cambiare, penso che mi possa aver portato a questo. Non puoi pretendere, essere sicura che non ci sarà un cambiamento. Perché un bambino ha diritto al padre.

Insomma, alla luce del diritto inalienabile del bambino ad avere contatti con il padre biologico (non un padre qualsiasi, non un uomo che si prenda cura di lui, ma proprio il padre che ha avuto un ruolo – per quanto brutale e illegittimo – nel suo concepimento), la ragazza doveva mostrarsi disponibile ad accogliere il possibile cambiamento dell’uomo che l’ha messa incinta per mezzo di uno stupro.

Questa rudezza che è stata vista nel mio ascolto della ragazza [è stata vista, ma non è detto che ci fosse, precisa Cavallo] dipende essenzialemente da questo: io credo, ho sempre creduto, e tutte le storie che ho visto come giudice me lo hanno fatto credere, che è possibile il cambiamento.

Siamo liete di sentire che l’attività di magistrato abbia reso Cavallo così ottimista nei confronti della natura umana e nel potere riabilitativo della pena detentiva, tuttavia non posso che sentirmi fortemente scettica nei confronti delle capacità rieducative di un sistema i cui membri più illustri – quale Cavallo indubbiamente è – difendono pubblicamente e a spada tratta stereotipi e pregiudizi sulle vittime e i perpetratori di uno stupro, nella totale inconsapevolezza del calvario che una sopravvissuta allo stupro deve affrontare per tornare alla vita.

Mi riservo anche di aggiungere che, a mio avviso, i bambini non hanno “diritto ad un padre”: i bambini hanno un padre, perché non ci sono altri modi di venire al mondo.

Ciò di cui i bambini hanno diritto è di vivere in un ambiente che permetta loro di “crescere in modo sano e normale sul piano fisico intellettuale morale spirituale e sociale in condizioni di libertà e di dignità” (principio secondo della Dichiarazione Universale dei Diritti del Fanciullo). Se è vero che il principio sesto afferma che i bambini devono “per quanto è possibile, crescere sotto le cure e la responsabilità dei genitori e, in ogni caso, in atmosfera d’affetto e di sicurezza materiale e morale”, le precisazioni che accompagnano l’enunciazione di questo diritto ci fanno comprendere che esso non è il fine ultimo cui tendere; le competenze genitoriali necessarie a garantire quell’atmosfera d’affetto e sicurezza di cui il bambino innanzi tutto necessita non sono per nulla insite in tutti i genitori, ma debbono essere serio oggetto di indagine, non essendo certo sufficienti, in un caso come quello discusso – nel quale il bambino è anch’egli vittima insieme a sua madre dello stupro dal quale è nato – una mera dichiarazione d’intenti e una sostanziosa dose di ottimismo.

A proposito delle conseguenze dello stupro, vorrei citare in conclusione le parole che una sopravvissuta ha dedicato al suo aguzzino:

Il danno a te è concreto, ti senti spogliato dei tuoi titoli, del tuo rango, del tuo percorso universitario. Il danno a me è interno, invisibile, lo porto con me. Ti sei portato via l’idea che io avessi un valore, la mia privacy, la mia energia, il mio tempo, la mia sicurezza, la mia intimità, la mia fiducia, la mia voce, fino ad oggi.

Non resta che chiederci come possa una donna che vive suo malgrado tutto questo riuscire a costruire intorno a sé un’atmosfera di sicurezza, nel momento in cui è costretta contro la sua volontà a riaccogliere nella sua vita l’uomo che le ha portato via tanto.

Il nostro sistema giudiziario deve sì, indubbiamente, preoccuparsi del recupero dei criminali, ma nel farlo non deve dimenticarsi delle vittime e del suo dovere di continuare a tutelarne la vita, la salute e il benessere, un dovere che non può esaurirsi con la mera erogazione di una condanna.

 

 

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Il pubblico si ribella a Forum, e fa benissimo

“Ci sono un’infinità di padri – esordisce Palombelli – ci sono anche padri che nessuno vuole, padri che si impongono per forza.”

Inizia così la puntata di Forum (visibile qui) che ha scatenato in rete una shitstorm di commenti furiosi e indignati:

La causa in discussione è intentata dalla madre di uno stupratore, che sta scontando in carcere la pena erogatagli per violenza sessuale; ciò che questa donna chiede alla vittima, che è rimasta incinta a seguito dello stupro e ha deciso di tenere il bambino, è che rispetti il desiderio del figlio di fare da padre alla creatura.

I primi 10 minuti sono terrificanti, a dispetto della consapevolezza che quelli che stiamo guardando sono soltanto degli attori che interpretano una parte.

Il comportamento della giudice Melita Cavallo (che non è un’attrice, ma ahimé una vera giudice oggi in pensione) chiarisce sin dalle prime battute che il verdetto è stato già scritto: prima ancora che le venga esposto il caso, redarguisce la giovane madre ricordandole che il tribunale ha concesso al padre biologico di riconoscere il bambino nel rispetto del diritto al bambino alla sua identità, afferma che “ogni bambino ha desiderio di suo padre”, e accenna anche al fatto che questo padre sia ancora in prigione soltanto perché non si è potuto avvalere di una buona difesa.

In soli 10 minuti di programma vengono dette cose allucinanti: la giudice aggredisce la vittima di stupro accennando che fosse ubriaca al momento della violenza, la accusa di non essersi fatta aiutare a superare adeguatamente il trauma e per questo di non essere in grado di comportarsi in modo adeguato nei suoi confronti e nei confronti della ricorrente, e quando lascia la parola alla madre dello stupratore dobbiamo ascoltarla mentre ci informa che il bambino sarebbe nato “da un atto d’amore”.

Lo stupro: un atto d’amore.

L’orrore prosegue: la giudice insiste nel minimizzare le conseguenze che la giovane lamenta di patire a seguito della violenza inflittale, mentre lascia tutto lo spazio ai tentativi della madre dello stupratore di convincerci di quanto anche lui stia soffrendo.

Se la sofferenza di una vittima di stupro è imputabile alla sua incapacità di elaborare il trauma ed è per questo brutalmente stigmatizzata, il dolore del povero stupratore, che tanto sta facendo in prigione per dimostrare di non essere un mostro, è invece accolto senza alcun tipo di commenti negativi dalla giudice.

Tutto il disprezzo è per la giovane madre, che dovrebbe smettere di “sentirsi vittima”, perché il passato è passato. Che si curi, diamine!

Nessuno interviene ad interrompere questo indecoroso spettacolo.

Non la conduttrice, non l’avvocatuccio seduto sulla piccola scrivania collocata sotto lo scranno della giudice, nessuno dal pubblico che si alzi per interrompere una scena che non doveva andare in onda, perché è davvero troppo, troppo offensiva.

A questo punto io non ho retto, ho dovuto interrompere la visione.

Ad essere sconvolti siamo in tanti, uomini e donne.

Allora scriviamo: l’indirizzo è forum@mediaset.it

Inondiamoli di email, affinché sia chiaro che la crudeltà nei confronti delle vittime di violenza sessuale non è una forma di intrattenimento.

 

Per approfondire:

Rapist fathers should not have rights over their victims’ children

MPs call for change of law on rapist fathers after Rotherham case

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Dal “rifiuto immotivato” alla “trascurabilità del motivo”: evoluzioni nel microcosmo dell’alienazione genitoriale

Da diverso tempo è in corso il dibattito sull’alienazione genitoriale.

Abbiamo visto come lo ha affrontato il disegno di legge 735 (ma l’alienazione genitoriale, sotto forma di sindrome, è citata anche dal disegno di legge 45), che nel preambolo recita:

È poi necessario superare la concezione nominalistica dell’alienazione genitoriale, che in passato ha suscitato consistenti polemiche, e a vere riguardo al dato oggettivo: in molti casi si presenta il fenomeno del rifiuto manifestato dal minore in ordine a qualsiasi forma di relazione con uno dei genitori. Alienazione, estraniazione, avversità, sono solo nomi mutevoli che non possono impedire al legislatore di prendersi cura di una delle condizioni più pericolose per il corretto e armonico sviluppo psicofisico del minore. Nell’ambito dei rapporti all’interno della famiglia, e in particolare nelle relazioni tra genitori e figli, si parla di una nuova categoria di diritti che la recente riflessione sociologica ha definito con la locuzione di diritti relazionali o diritti alla relazione. Essi rappresentano i diritti specifici di ogni relazione umana nella sua dimensione affettiva ed emotiva, relazione della quale l’ordinamento e i giuristi sempre più si stanno occupando. È grazie al godimento del diritto ad avere relazioni con i propri familiari che le persone possono, nel contempo, esercitare i doveri legati al «fare famiglia».

Sin dai suoi esordi l’alienazione genitoriale trova il suo fondamento nell’assenza di giustificazioni a monte dell’attegiamento di rifiuto:

In presenza di reali abusi o trascuratezza dei genitori, l’ostilità del bambino può essere giustificata e, di conseguenza, la Sindrome di Alienazione Genitoriale come spiegazione dell’ostilità del bambino non è applicabile

spiega in un’intervista la Professoressa Petruccelli, citando proprio Richard A. Gardner.

Oggetto d’interesse di chi in questi anni ne ha scritto è sempre stato il concetto di “rifiuto immotivato“, inteso come rifiuto in assenza di una buona ragione (cito la psicologa Amy J.L. Baker, che in un’intervista esclude i casi in cui il genitore rifiutato è “abusive or neglectful or moves away or is a poor parent in some ways” (è abusante, negligente, assente o è in qualche modo carente).

Come in molti hanno fatto notare nelle critiche al concetto di alienazione genitoriale, stabilire quando il rifiuto non trova nelle ragioni addotte dal bambino una motivazione sufficientemente buona o fondata dipende esclusivamente dal giudizio soggettivo di chi è chiamato a valutare:

PAD relies heavily on subjective judgment of the professional making the diagnosis that the child’s rejection is “without legitimate justification”

scriveva nel 2010 la Professoressa Kathleen Coulborn Faller.

Come hanno affermato in tanti, nel corso degli anni (ad esempio un documento del Dipartimento di Giustizia del Canada afferma: “i bambini possono rifiutare attivamente un genitore in seguito a una separazione per una moltitudine di ragioni“), anche Coulborn fa notare che

Anger at one or both parents is a normative emotional reaction to divorce by children. This anger and alienation from one or both parents can have a wide range of etiologies and often involves a complex mix of causes (…) A fundamental vulnerability of PAD is that it assumes that the professional evaluating the “alienated child” is omniscient, that is, the professional knows all the sources of the child’s rejection of a parent. Most important from the perspective of APSAC, PAD assumes the professional knows with sufficient certainty that the child has NOT been maltreated or otherwise traumatized by the parent he or she is trying to avoid by refusing to visit.

La rabbia di un bambino nei confronti di uno o entrambi i genitori, in un momento stressante come quello della disgregazione della famiglia a causa di una separazione, è una reazione emotiva che può avere una gran moltitudine cause, e il tallone d’Achille di una teoria come l’alienazione genitoriale è supporre che il professionista chiamato a valutare la situazione sia onniscente, ovvero in possesso di un bagaglio di conoscenze analogo a quello delle divinità, e quindi in grado di escludere con assoluta certezza che quel bambino non sia mai stato maltrattato o in qualche modo traumatizzato dal genitore che rifiuta.

A dimostrazione del fatto che la valutazione delle ragioni del minore che si suppone “alienato” si basino principalmente sulle interpretazioni personali del cosiddetto esperto e poco su dati concreti, citerò una causa che ha fatto molto scalpore tempo fa; è capitato che, al fine della condanna della madre come “alienante”, si considerasse irrilevante l’incapacità del padre a rapportarsi con la disabilità del figlio, costretto a dispetto delle sue oggettive difficoltà alla pratica sportiva e disapprovato dal genitore “anche con modalità brusche e poco gratificanti“; nonostante i problemi relazionali trovassero la più logica spiegazione nell’ossessione paterna per i successi sportivi e il conseguente senso di inadeguatezza del ragazzo, si è comunque reputata più credibile e l’esistenza di una “campagna denigratoria” materna volta ad allontanare un papà giudicato non abbastanza carente da giustificare il risentimento e l’avversione dei suoi familiari.

In quell’occasione alla donna fu irrogata una sanzione in base all’articolo è il 709 ter del Codice di Procedura Civile per aver indirettamente indotto [il figlio] a disattendere gli incontri con il padre.

Di fatto non le si poteva contestare nessun concreto comportamento ostativo, avendo da sempre la signora lasciato che i ragazzi frequentassero liberamente l’ex coniuge, tuttavia, è stata comunque ritenuta responsabile.

E questo perché, proprio come afferma il famigerato articolo 17 del disegno di legge 735, se il figlio minore manifesta rifiuto, alienazione o estraniazione con riguardo ad un genitore, I provvedimenti (…) possono essere applicati – nell’esclusivo interesse del minore  pur in assenza di evidenti condotte di uno dei genitori.

All’epoca il disegno di legge non era neanche stato presentato, ma a quanto pare trovava già applicazione, e proprio grazie al concetto di “rifiuto immotivato”, che potremmo tradurre come quel rifiuto le cui ragioni non sono stimate come sufficientemente valide, sulla base della mera opinione di chi le ha esaminate.

Recentemente ho letto un articolo pubblicato sul sito Studio Cataldi e firmato da un professionista che di alienazione genitoriale ha scritto tanto, dal quale vi riporto un passo che mi ha molto turbato:

Ciò che dovrebbe interessare al Tribunale non è il motivo delle condotte pregiudizievoli del genitore, ma la loro presenza e le relative ricadute psicologiche sul figlio. Potremmo sintetizzare affermando che al Tribunale non dovrebbe interessare il “perché” di un determinato comportamento di un genitore, ma “come” quel determinato comportamento possa essere lesivo dei diritti del figlio… di fronte ad un genitore che impedisce l’accesso del figlio all’altro genitore, al Tribunale non dovrebbe interessare il motivo alla base di quel comportamento, ma sostanzialmente se lo adotta, per poi prendere relativi provvedimenti giudiziali (non sanitari)… se un genitore denuncia il rifiuto immotivato del figlio perché dovrebbe essere sottoposto ad indagine di personalità con successiva prescrizione di cura?

Ma facciamo un passo indietro, per comprendere perché il paragrafo mi ha turbata.

Sappiamo che agli esperti di alienazione genitoriale interessa indagare una sola condotta pregiudizievole nei confronti dei figli; sebbene lo stesso Pingitore riconosca che, sulla base del nostro ordinamento, è un genitore non incapace quel genitore che si occupa di mantenere, istruire, educare ed assistere i propri figli rispettandone le inclinazioni, le capacità e le aspirazioni (Art. 30 Cost., Art. 147 e 315 bis cod. civ.), a suo avviso il concetto di idoneità genitoriale ruota principalmente attorno all’ 337-ter co. 1 del Codice Civile: è idoneo quel genitore che rispetta il diritto del minore a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori.

Del genitore incapace di mantenere un rapporto equilibrato con il proprio figlio, infatti, non ci dice nulla.

E’ possibile, secondo Pingitore, che un genitore – magari venendo meno al suo dovere di mantenere, istruire, educare e assistere i propri figli, oppure istruendolo, mantenendolo ed educandolo ma senza alcun rispetto delle sue inclinazioni, capacità e aspirazioni (come nel caso citato), oppure maltrattandolo o maltrattando l’altro genitore – contribuisca attivamente a danneggiare la relazione affettiva con il proprio figlio?

In tutto l’articolo non c’è il minimo esplicito accenno all’eventualità che un bambino possa reagire con l’avversione nei confronti di un genitore a causa di un comportamento del genitore avversato.

A leggere questo articolo, piuttosto, sembra quasi che l’unico ostacolo che è possibile riscontrare al diritto di un/a bambino/a al mantenimento della relazione con entrambi i genitori sia la condotta pregiudizievole di uno dei genitori volta ad impedire l’accesso all’altro genitore.

Che cosa deve fare, chi è chiamato ad indagare di fronte alla denuncia di un genitore che protesti per “il rifiuto immotivato” del figlio o della figlia?

Sebbene Pingitore sottolinei l’importanza di mettere al centro il/la bambino/a e i suoi diritti, in nessun passo si parla di indagare le ragioni del suo eventuale rifiuto; si parla invece di indagare

la capacità del figlio (in base alla sua età e alla sua capacità di discernimento) di relazione affettiva con entrambi i genitori, comprensione, autodeterminazione, disponibilità ad un assiduo rapporto con entrambi i genitori.

E se il/la figlio/a non si mostra disponibile ad una relazione affettiva con uno dei genitori?

Il cambio di prospettiva, che secondo Pingitore metterebbe “al centro” della valutazione il bambino o la bambina, offrendogli un ruolo da protagonista che sino ad oggi sarebbe stato loro negato, in realtà occulta la possibilità che la sua indisponibilità sia una reazione emotiva alle mancanze del genitore rifiutato, trasformandola in una mancanza del minore: ad essere “incapace” non è il genitore, bensì il minore, “colpevole” di non voler “assiduamente” frequentare uno dei genitori.

Sarebbe interessante capire che cosa si intende con assiduo rapporto, e in che modo si possa stabilire quando un rapporto non è abbastanza “assiduo”, ma temo che anche questo aspetto sia lasciato di volta in volta all’interpretazione personale di chi di dovere; o almeno, lo sarà fintanto che non sarà approvato il disegno di legge 735, il quale immagino fungerà da criterio, visto che stabilisce che

deve in ogni caso essere garantita alla prole la permanenza di non meno di dodici giorni al mese, compresi i pernottamenti, presso il padre e presso la madre.

Nell’articolo è specificato anche che il consulente non deve tenere in considerazione le motivazioni del genitore che abbia in qualche modo ostacolato la relazione del figlio con l’altro genitore, giustificando questa precisazione con il fatto che l‘indagine di personalità non rientra fra le sue competenze.

La motivazione che io adduco a ragione di un mio specifico comportamento, può rientrare fra i tratti della mia personalità?

Io non credo proprio, a meno che non si stia parlando di un comportamento abituale, reiterato nel tempo a prescindere dalle circostanze.

Se sono un ritardatario, una persona che arriva regolarmente in ritardo ad ogni tipo di appuntamento, è probabile che le ragioni rientrino nell’ambito dei tratti della mia personalità. Se arrivo in ritardo soltanto a quegli appuntamenti che si svolgono di prima mattina, invece, magari ho difficoltà a svegliarmi presto perché patisco disturbi del sonno e quindi ho un problema di salute; se invece ho difficoltà ad essere puntuale alla sera, forse è perché sono costretto a degli straordinari a causa del timore di perdere il lavoro e quindi ho problemi di tipo economico; se arrivo tardi solo qualche volta è probabile che sia rimasto imbottigliato in un traffico intenso non preventivabile, insomma: le ragioni a monte di un comportamento sono le più svariate, ma in ogni caso sono sempre rilevanti al fine di emettere un giudizio su una persona.

Se un genitore non rispetta i tempi stabiliti dall’accordo per l’affido, omettendo di accompagnare il bambino dall’altro genitore, le ragioni possono essere molte: potrebbe essere un crudele dispetto nei confronti di un ex partner sul quale sfoga la frustrazione causata dalla separazione, ma potrebbe anche essere che ha deciso di ascoltare il disagio manifestato dal bambino, poiché ritiene che le sue ragioni sono abbastanza buone e la sua avversione è tutt’altro che ingiustificata, o forse ha paura, perché l’ex partner ha avuto dei comportamenti che gli fanno temere per la sua incolumità e/o per il benessere del bambino, o ancora è la complessa combinazione di queste ed altre ragioni.

Tutte queste cose hanno molto poco a che fare con i tratti della sua personalità e molto con importanti considerazioni sull’idoneità genitoriale di entrambi i genitori.

Veniamo all’ultima frase del paragrafo citato:

se un genitore denuncia il rifiuto immotivato del figlio perché dovrebbe essere sottoposto ad indagine di personalità con successiva prescrizione di cura?

In un paragrafo precedente, Pingitore ci dice che

le indagini peritali … dovrebbero avere esclusivamente l’obiettivo di indagare le condotte, eventualmente pregiudizievoli, dei genitori.

Rimane in sospeso una domanda: il consulente andrà ad indagare se ci sono delle condotte pregiudizievoli del genitore rifiutato che possono aver causato quel “rifiuto immotivato”?

E se è così – come la citata attenzione ai comportamenti lascerebbe pensare – perché definire già “immotivato” un rifiuto le cui ragioni dovrebbero essere oggetto della valutazione del perito?

Da quando scrivo su questo blog sono spesso stata accusata di presunzione e di ignoranza.

Per quanto io ci tenga a rivendicare socraticamente la mia ignoranza (solo el mona el sa tuto, recita un vecchio adagio del nord-est), non riesco comunque a tacere la mia inquietudine di fronte agli appelli ad ignorare, a non indagare, soprattutto quando sono rivolti a chi ha il potere di tutelare i diritti fondamentali dei cittadini.

Sebbene l’articolo affronti un tema interessante, come lo è l’articolo 32 della Costituzione, il quale sancisce un diritto fondamentale dell’individuo (nessun soggetto può subire un trattamento sanitario contro la propria volontà), e lo affronta in un ambito in cui le decioni in merito hanno spesso causato dibattito (ad esempio qui potete trovare un articolo sull’illegittimità della prescrizione ai genitori di sottoporsi ad un percorso psicoterapeutico individuale o a un percorso di sostegno alla genitorialità mentre qui un altro articolo ne sostiene la necessità), il modo confuso e parziale con cui è affrontata la questione del diritto del bambino al mantenimento della relazione con entrambi i genitori (che sembra quasi un diritto preminente se non fondante degli altri diritti del bambino) e la questione del rifiuto del bambino alla relazione con uno dei genitori a mio avviso desta molta preoccupazione.

Soprattutto alla luce della ripetutamente dimostrata incapacità delle nostre istituzioni nel riconoscere e dare la dovuta attenzione a fenomeni come la violenza domestica e assistita.

E’ possibile parlare dell’assenza di una sana e soddisfacente relazione genitore-figlio in termini di “incapacità” del minore?

E’ possibile affermare che – soprattutto nell’ambito di una causa in Tribunale – le motivazioni di un comportamento oggetto di giudizio siano da considerarsi del tutto irrilevanti?

Siccome sono sì ignorante, ma non presuntuosa, lascio rispondere a voi a queste domande.

 

Per approfondire:

La questione del rifiuto immotivato del minore

Le teorie di Richard Gardner

Alienazione genitoriale e DSM 5

I miti sul divorzio che mettono a rischio i bambini – mito n° 5: la Pas

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Il Family Bridges Program

Una traduzione da They were taken from their mom to rebond with their dad. It didn’t go well,  di Cara Tabachnick

Laura Jeu sentì che c’era qualcosa che non andava quando sua madre, Sharon, tornò da un’udienza alla fine di novembre 2011. Sharon Jeu aveva semplicemente detto ai suoi quattro figli di prepararsi per andare a trovare il padre. Ma lo sguardo negli occhi di sua madre aveva fatto comprendere a Laura, allora sedicenne, che quello non sarebbe stato una delle normali visite che si erano succedute nei sei anni di battaglia per l’affido dei suoi genitori.

“Ho capito che aveva pianto”, ha ricordato Laura, una donna minuta e dai capelli scuri di 22 anni. Mentre raccontava la sua storia tormentava il bordo sfilacciato della sua camicia a quadri. “Sapevo che era successo qualcosa di insolito. Non c’era modo di convincermi a salire in quell’auto”.

Quello che Laura allora non sapeva era che il giudice del tribunale di Loudoun County (Va.), Burke McCahill, aveva appena concesso a suo padre, Raphael, la custodia temporanea dei figli per portarli ad un seminario di quattro giorni in California allo scopo di recuperare il loro rapporto. Il giudice ordinò a Sharon di portare i bambini dalla sua casa in Pennsylvania all’ufficio del loro terapeuta in Virginia, senza dire loro dove sarebbero davvero andati, secondo l’ordine di custodia provvisoria. Se Sharon non fosse riuscita a convincerli, aveva avvertito McCahill, un mandato di arresto sarebbe stato emesso a suo carico.

“Doveva mentire”, ha raccontato June Burke, un’amica di famiglia, che accompagnò Sharon all’udienza in tribunale. “Ma i bambini sapevano che c’era qualcosa che non andava”.

Allarmati, i bambini si rifiutarono di salire in macchina e, ha ricordato Sharon, non solo i suoi figli erano troppo grandi per essere costretti, ma lei nutriva gravi preoccupazioni per la loro salute mentale. Disperata, chiamò un’unità psichiatrica di emergenza che inviò a casa dei terapeuti, i quali però non riuscirono a persuadere i bambini ad entrare in macchina.

Senza dirlo alla madre, ricorda, Laura chiamò l’avvocato di Sharon, dicendo che lei e i suoi fratelli si sarebbero suicidati. Anche l’avvocato allora chiamò l’unità di emergenza, che suggerì a Sharon di portare Laura e i tre ragazzi – allora di 13, 12 e 9 anni – al Chambersburg Hospital di Chambersburg, Pa. Sharon e i suoi figli erano al pronto soccorso quando Raphael arrivò con l’ordine di custodia, alcuni amici e la polizia di Chambersburg. L’ospedale consegnò i ragazzi a Raphael, che li infilò in un minivan e li portò a casa sua. “Li ho abbracciati e ho detto loro di essere forti e di avere fede, mentre mi dicevo la stessa cosa”, ha ricordato Sharon. (L’ospedale non ha commentato, citando questioni di privacy.)

“Sono rimasto scioccato per quanto i bambini fossero sconvolti e stressati e irrazionali,  Laura in particolare continuava a urlare: Mi ucciderà”, ha raccontato Jeff Milrod, un amico di Raphael della Chiesa dello Spirito Santo di Leesburg, Va. “Non capivo come potesse dire una cosa del genere”, ha aggiunto Milrod, che ha descritto Raphael come “un uomo gentile e amorevole”.

Storditi e afflitti dalla nostalgia di casa, i ragazzi rimasero a casa di Raphael per due settimane, hanno riferito i fratelli maggiori, con visite occasionali da parte dei membri dell’ufficio dello sceriffo della contea di Loudoun e dei servizi di protezione dell’infanzia. (che non hanno risposto alle richieste di informazioni.) Anche se nessuno dei due ricorda bene quel periodo, David, ora diaciannovenne, ha raccontato che c’erano adulti e polizia che entravano e uscivano di casa, mentre lui, i suoi fratelli e la sorella per lo più stavano seduti sul divano in uno stato di torpore.

La notte del 14 dicembre, ricordano Laura e David, furono bruscamente svegliati da Raphael, accompagnato da quattro adulti corpulenti. Gli adulti, della Bill Lane & Associates, un servizio di trasporto giovanile con sede a San Diego, portarono i ragazzi disorientati in auto. Con poca comprensione di ciò che stava accadendo, spaventati, vennero separati e mandati via: Laura ha ricordato che era con un uomo e una donna, mentre i tre ragazzi partirono con gli altri due uomini. Dopo aver trascorso il resto della serata in un motel, Laura fu portata all’aeroporto internazionale di Dulles mentre i suoi fratelli si recavano all’aeroporto internazionale Marshall di Baltimore-Washington; all’alba del 15 dicembre si imbarcarono sui voli per la California. Era un momento agrodolce per i ragazzi, che sognavano di viaggiare per il mondo, secondo Laura: era la loro prima volta su un aereo.

“Mi ha fatto capire quanto fossimo vulnerabili”, ha detto Laura. “Potevano separarci o prenderci in qualsiasi momento, e non c’era niente che potessimo fare”.

Quando atterrarono all’aeroporto internazionale di San Francisco,ad accoglierli c’era Raphael, che, insieme agli agenti, li ha portò al Larkspur Inn nella Mill Valley, a nord di San Francisco, per iniziare il loro programma di riunificazione. Sarebbe trascorso quasi un anno prima che i ragazzi Jeu potessero di nuovo vedere o parlare con la madre.

Laura, David e i loro fratelli fanno parte di un numero crescente di bambini coinvolti in casi di divorzio gravemente conflittuale che vengono inviati – spesso contro la loro volontà – a partecipare a programmi di “riunificazione”, un fenomeno emergente la cui efficacia è indimostrata, che possono costare decine di migliaia di dollari. Questi programmi sono nati nell’ultimo decennio soprattutto per affrontare l’alienazione genitoriale, un controverso disturbo nominato per la prima volta nel 1985 dallo psichiatra Richard Gardner che si riferisce ad una situazione in cui un bambino sceglie di non avere una relazione con un genitore a causa dell’influenza dell’altro genitore. Gli oppositori accusano i programmi di riunificazione, e le stesse accuse di alienazione dei genitori, di essere ciarlatanerie – solo uno strumento per mezzo del quale avvocati, psicologi e assistenti sociali traggono profitto dai genitori coinvolti in aspre battaglie per l’affido, e, per il genitore più ricco, un modo per ottenere la custodia dei figli. I sostenitori sostengono che l’alienazione genitoriale comporta danni psicologici che dovrebbero essere riconosciuti dalla comunità terapeutica e dalla legge sulla responsabilità civile, e che i programmi di riunificazione sono a volte l’unico modo per rimettere insieme le famiglie.

I casellari giudiziari mostrano che il giudice McCahill era frustrato dalla disputa di lunga durata dei Jeus, che ruotavaa principalmente attorno alla riluttanza dei bambini nel fare visita al padre. Sebbene riconoscesse entrambi i genitori colpevoli della situazione, il giudice e il terapista Christopher Lane, nominato dal tribunale dei minori, concordarono sul fatto che Sharon aveva alienato i bambini da Raphael. (Il giudice, Lane e l’ex avvocato di Raphael, Bruce McLaughlin, non hanno risposto alla richiesta di essere intervistati.) L’alienazione era sorta, aveva rilevato il giudice, perché Sharon “aveva uno stile genitoriale intricato, con confini vaghi a causa dei suoi bisogni e delle sue ansie. …. Aveva difficoltà a fissare dei limiti, e ci sono state alcune inversioni nei ruoli genitore-bambino”.

Nell’autunno del 2011, Raphael trovò una soluzione che convinse il giudice esasperato che ci fosse la possibilità di una svolta: un programma chiamato Family Bridges, che a Raphael era stato consigliato dal suo terapeuta. La sua premessa – e quella di servizi simili – è che se i figli e il genitore alienato trascorrono ininterrottamente del tempo insieme, senza interferenze da parte dell’altro genitore, è possibile recuperare il loro rapporto. Per incoraggiare questo risultato, tuttavia, questo e altri programmi richiedono due controverse misure legali: il giudice deve concedere l’affido esclusivo al genitore alienato e deve ordinare ai figli di non avere alcun contatto con il genitore favorito per 90 giorni dopo il completamento del workshop.

Raphael credeva di non avere scelta. “Stavo cercando una risposta. Stavo cercando una soluzione. E quando hanno raccomandato un programma come Family Bridges, ho dovuto prenderlo in considerazione”, ha dichiarato in una recente intervista. Pensa che il giudice abbia accettato la proposta di un nuovo regime di affido perché aveva provato “un senso di sicurezza sapendo che ci stavamo affidando a qualcosa come Family Bridges”.

Poiché i workshop sono gestiti privatamente e molti dei programmi nascono rapidamente, il numero di famiglie che si affidano a loro è difficile da determinare. (Negli atti giudiziari, i fondatori di Family Bridges hanno dichiarato di aver visto un aumento dei loro partecipanti negli ultimi cinque anni.)

Una ricerca canadese ha rilevato che i giudici hanno ordinato programmi di ricongiungimento familiare nel 27 per cento di tutti i casi di separazione in cui c’era un’accusa di alienazione. Mentre non esistono ricerche simili disponibili negli Stati Uniti, l’assistente sociale Shely Polak, che ha passato cinque anni a studiare i programmi canadesi e statunitensi per la sua tesi, pensa che la percentuale negli Stati Uniti sia significativamente più alta.

“Chiunque può appendere un’insegna sulla propria porta”, ha detto Polak, che si è interessata ai servizi di riunificazione dopo aver iniziato il proprio, Families Moving Forward, al quale però entrambi i genitori devono partecipare. “E’ come il selvaggio West là fuori”.

Oltre ai Jeus, ho intervistato i figli o esaminato i documenti di altri otto casi di affido – in Michigan, the District, Seattle, Miami, Miami, New Jersey, Utah, Montana e Long Beach, California – anche se non tutte le famiglie hanno scelto di rilasciare una testimonianza. I casi si sono verificati tra il 2011 e il 2016, e tutti tranne uno riguardano Family Bridges. In molti di essi si sono verificati eventi simili: il giudice ha modificato il regime di affido, gli agenti addetti al trasporto hanno preso i bambini e li hanno scortati in aereo in un altro stato, dove degli estranei li hanno incontrati negli alberghi e li hanno istruiti a riunirsi con il loro presunto genitore alienato. Sono stati avvertiti che se avessero cercato di contattare l’altro genitore, quel genitore avrebbe potuto essere arrestato e imprigionato. Tutti hanno avuto difficoltà a ricongiungersi con il genitore che originariamente aveva l’affidamento.

Più di 800.000 coppie divorziano ogni anno negli Stati Uniti, secondo i Centers for Disease Control and Prevention; le ricerche hanno dimostrato che più di tre quarti degli intervistati elaborano un accordo senza alcun intervento del tribunale. Nei casi che vanno in tribunale, trovare una soluzione ai sensi dell’attuale standard legale, “l’interesse superiore del bambino”, può portare a mozioni e contromozioni frustranti e anni di contenzioso.

C’è poca ricerca scientifica ad aiutare i professionisti a determinare il miglior accordo di possibile sulla base del “superiore interesse del bambino”. “Come se fossero antibiotici, stiamo abitualmente prescrivendo qualcosa, ma in questo caso non siamo nemmeno sicuri che funzioni”, ha affermato il professore dell’Università della Virginia Robert Emery, direttore della scuola del Center for Children, Families and the Law.

Ad esempio, le decisioni sono prese quotidianamente sulla base di diagnosi di alienazione genitoriale, compresi i casi in cui i bambini vengono inviati ai programmi di ricongiungimento, nonostante il disaccordo sulla sua esistenza. La sindrome non è stata inclusa nell’ultima edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM), che elenca tutti i disturbi psichiatrici, e questo ha creato un’enorme incertezza circa il suo utilizzo nel sistema giuridico. (L’American Psychiatric Association, che prende le decisioni sull’inclusione nel DSM, non ha una posizione ufficiale sulla sindrome di alienazione genitoriale.)

Coloro che sostengono l’esistenza del disturbo, come William Bernet, professore emerito in psichiatria e scienze comportamentali alla Vanderbilt University School of Medicine, dicono che esiste ricerca a supporto della sua esistenza. Come esempio cita il libro della psicologa Amy Baker, “Adult Children of Parental Alienation Syndrome: Breaking the Ties That Bind”, basato su interviste con 40 persone che si sono definite affette da alienazione genitoriale. Ciò che si perde nella battaglia al vetriolo [sulla fondatezza del concetto di alienazione genitoriale], ha dichiarato Bernet, è la realtà dei comportamenti tipici dell’alienazione genitoriale, che possono essere mitigati se affrontati nelle prime fasi del processo.

Gli oppositori avvertono che non esiste un metodo scientifico che dimostri cosa spinge un bambino a non voler interagire con un genitore, e che la ricerca ha dimostrato che molti fattori, come le scarse competenze genitoriali, l’abuso o le reazioni ai continui sconvolgimenti, debbono essere tenuti in considerazione.

“Non c’è nessuna prova scientifica o modo per determinare se i bambini si sono allontanati perché maltrattati o se un genitore favorito li ha rivolti contro l’altro genitore,” ha detto Joan Meier, clinical professor presso la George Washington University Law School e fondatrice del Domestic Violence Legal Empowerment and Appeals Project, che fornisce assistenza in appello nei casi di violenza domestica.

Proprio come la ricerca non ha definitivamente dimostrato la validità dell’alienazione genitoriale, non ha dimostrato che i programmi di ricongiungimento familiare funzionino. Spesso i workshop sono fatturati come educativi o psico-educativi, il che permette loro di aggirare le norme mediche e la supervisione (non sono coperti da assicurazione sanitaria).

L’unico psicologo che ha valutato Family Bridges, ad esempio, è il texano Richard Warshak, che ha contribuito allo sviluppo del programma, è stato uno dei suoi creatori e ha testimoniato in casi di affido a sostegno dell’invio di bambini ai workshop, dove i suoi DVD e libri sono spesso materiali necessari. Ha scritto tre articoli che citano l’efficacia di Family Bridges; un articolo sostiene che il 95% degli interventi ha avuto successo, anche se il numero è sceso all’83% dopo che i bambini sono tornati a casa. (Warshak ha rifiutato di essere intervistato a causa di possibili controversie future.)

Per contro, quando una valutazione esterna non ha potuto dimostrare l’efficacia di un programma gestito da Overcoming Barriers, con sede nel Massachusetts, l’organizzazione non profit ha deciso di chiudere il suo workshop di quattro giorni per le famiglie in situazioni di alto conflitto.

“Dobbiamo davvero capire quanto questi bambini siano traumatizzati dal conflitto dei loro genitori”, ha detto Peggie Ward, co-fondatrice di Overcoming Barriers. “Ma siamo arrivati al punto in cui il sistema familiare è così polarizzato ….. non ci sono più decisioni sfumate”.

Laura e David Jeu hanno detto che la battaglia per l’affido dei loro genitori non ha nulla a che fare con la loro crescente disaffezione per il padre (i bambini più piccoli, che sono minori, non sono stati intervistati per questo articolo). I loro problemi con lui, hanno detto, sono iniziati molto prima del divorzio dei loro genitori.

Raphael, 57 anni, che è emigrato con la sua famiglia dalla Corea del Sud in America all’età di 7 anni, è cresciuto a Bethesda, Md. e lavora come analista gestionale nell’amministrazione del governo federale. Sharon, 57 anni, è nata e cresciuta nella Pennsylvania centro-meridionale e attualmente lavora nel settore della vendita al dettaglio. La coppia si è incontrata in un campeggio della parrocchia e si è sposata nell’ottobre 1993, quando entrambi avevano 33 anni. La loro famiglia di sei persone viveva fuori Leesburg, nel nord della Virginia. Sharon ha instruito a casa i quattro bambini, che andavano in bicicletta e giocavano con gli amici di quartiere fino a sera, quando il padre parcheggiava nel vialetto. La vita della famiglia ruotava attorno al lavoro, alla chiesa e, dicono Laura e David, al variare dell’umore di Raphael.

David, alto e magro, con un debole per la matematica e facile al sorriso, ha raccontato che suo padre governava la casa con il pugno di ferro. “Aveva una natura imprevedibile. Non eravate sicuri se sarebbe stata una bella persona che vi avrebbe portato a fare un giro in bicicletta o se si sarebbe arrabbiato, e sareste stati schiaffeggiati o colpiti”, ha detto.

Nel 2004, Sharon ha deciso di prendere i bambini e andarsene, e nel 2005, Raphael ha intentato una causa per vederli. I bambini non volevano frequentarlo, ha affermato Sharon, perché Raphael a volte era stato fisicamente aggressivo con lei e con loro. In una deposizione, Raffaello ha negato di aver mai colpito Sharon o di aver usato violenza ai bambini, se non occasionalmente sculacciandoli quando erano più giovani e afferrando i polsi per trattenerli quando erano più grandi.

“Se fossi un maltrattante, [Sharon] avrebbe tonnellate e tonnellate di fotografie”, ha detto Raphael di recente. “Abbiamo scattato foto di tutto”. Avevamo libri pieni di fotografie….. e direi che non ci sono [foto che mostrano abusi]”.

Il caso è arrivato al tribunale del circuito della contea di Loudoun. Il giudice ha deciso per l’affido condiviso, con i bambini in visita dal padre ogni fine settimana, ma i bambini non volevano andare.

“Mi aggrappavo fisicamente ai sedili della macchina di mia madre; passavamo ore nel vialetto rifiutandoci di scendere”, ha detto David.

I bambini hanno segnalato gli abusi ai loro terapeuti e alla corte. In tribunale, [il giudice] McCahill ha detto, “Il padre ha usato la punizione corporale, e …. era rigido e controllante e, a volte, ci sono stati alcuni comportamenti violenti”, mostrano le trascrizioni.

Eppure, il giudice, che credeva che anche Sharon avesse le sue responsabilità, ha permesso che le visite continuassero. Un tale approccio non è raro; uno studio dell’Istituto Nazionale della Giustizia del 2011 condotto da Daniel Saunders dell’Università del Michigan ha scoperto che il 47% dei consulenti raccomanda contatti senza supervisione anche quando ci sono state segnalazioni di violenza in famiglia.

L’avvocato Gregory Jacob, partner dello studio legale internazionale O’Melveny & Myers, ha discusso un certo numero di casi di affido pro-bono all’anno per quasi due decenni. Per questo, ha dichiarato, ha familiarità con le accuse di abusi domestici e di alienazione genitoriale; ha detto che crede che quest’ultima accada, anche se “neanche lontanamente con la frequenza con cui viene utilizzata come strategia di difesa da parte degli autori di abusi”.

Prima che Jacob accettasse il caso dei ragazzi Jeu nel 2012, tuttavia, non era a conoscenza dei programmi di ricongiungimento familiare. “Non avevo mai visto niente di simile”, si è espresso a proposito dell’ordine di McCahill di affidare temporaneamente i figli a Raphael e inviarli a Family Bridges.

Secondo gli atti giudiziari, il fondatore di Family Bridges Randy Rand ha detto a Raphael che avrebbe dovuto ottenere l’affido e pagare un importo di 29.000 dollari – esclusi viaggio, vitto e alloggio – prima che lui e i bambini potessero iniziare il workshop (il programma di quattro giorni costa da 25.000 a 40.000 dollari, ed è pagato dal genitore che partecipa).

“I programmi sono fondamentalmente una frode. Era chiaro per me che cosa stavano facendo, ovvero incassando ingenti somme in cambio dell’ottenimento dell’affido” ha detto Jacob.

Una volta che un giudice concede l’affido esclusivo ad un genitore, sostiene Jacob, il genitore non affidatario deve affrontare una strada tutta in salita per riavere i bambini, perché i tribunali non amano cambiare spesso idea. Al momento – o se – il regime di affido precedente viene ripristinato, i bambini di solito non avranno parlato con l’altro genitore per almeno tre mesi.

Nel caso Jeu, i ragazzi non hanno avuto contatti con Sharon dla dicembre 2011 al dicembre 2012. Il giudice avrebbe più tardi dichiarato che Sharon “era uscita di scena”. Ma secondo Jacob, Sharon stava cercando di soddisfare la richiesta del giudice di far loro frequentare un workshop Family Bridges per poter rivedere i bambini. Family Bridges non avrebbe collaborato, disse Jacob, e Sharon non poteva più permettersi un avvocato privato. Sharon ha poi cercato aiuto legale, e Jacob ha accettato il caso nell’agosto 2012. Nell’ottobre di quell’anno, ha presentato una mozione per ribaltare l’ordine di affido provvisorio; in dicembre, Sharon ha visto i bambini per alcune ore e nel 2013 ha iniziato ad avere contatti regolari con loro.

Nelle altre otto cause esaminate per questo articolo, tutti i bambini hanno dovuto aspettare più di 90 giorni prima di vedere o parlare con i loro genitori favoriti, e nessuno degli ordini di affido è stato annullato. Un caso ha coinvolto Hannah Mills del Michigan. Ha frequentato Family Bridges nell’agosto 2015 dopo che l’affido è stato trasferito a suo padre, Kurt. Aveva 15 anni, era depressa e si procurava dei tagli, ha detto in recenti interviste. Hannah ha affermato che Rand le intimava che se non avesse smesso di piangere sarebbe stata inviata ad un programma residenziale e avrebbe potuto non rivedere mai più sua madre. (Erano trascorsi 171 giorni, ha detto sua madre, quando ha rivisto Hannah.) Terrorizzata, ha raccontato, Hannah ha accettato di andare avanti, ma dopo il completamento del workshop è stata inviata a vivere con suo padre, al quale era stato concesso l’affido esclusivo permanente nel settembre 2016. (Kurt Mills non ha risposto ad una richiesta di intervista.)

In un altro caso, il giudice della Corte Superiore di Seattle, Regina Cahan, ha ordinato alla diciassettenne Arianna Riley e a sua sorella di 13 anni di frequentare Family Bridges nel 2016 per ricongiungersi con la madre, Suzette. “Sono caduta a terra urlando: Non prendermi, non acconsento a questo”, racconta Arianna, ma gli agenti di trasporto le dissero che il giudice l’avrebbe messa in carcere o in un’unità psichiatrica se non fosse andata con loro. Dopo aver completato il programma, Arianna ha depositato e vinto l’emancipazione legale dai suoi genitori nell’agosto 2016. Vive con suo padre. Sua sorella è ancora affidata Suzette, che ha inviato tutte le domande al suo avvocato. Arianna e suo padre hanno detto di non vedere o parlare con la ragazza più giovane da settembre.

Dopo aver trascorso una notte insonne chiusi in camere d’albergo con gli agenti addetti al trasporto, Laura e David hanno raccontato di essere stati scortati in una sala conferenze al Larkspur Inn nella contea di Marin la mattina del 16 dicembre 2011.

Lì hanno incontrarono tre adulti: Deirdre Rand, psicologa e moglie del fondatore di Family Bridges, Randy Rand; Edward Oklan, uno psichiatra infantile; e un’assistente di nome Anne.

(Randy Rand, che non ha la licenza per esercitare come psicologo, era anche lì – in qualità di amministratore. Il California Board of Psychology revocò la licenza di Rand nel 2009, dopo aver stabilito che egli non aveva agito in modo imparziale in un caso e aveva testimoniato impropriamente in un altro. Invece di contestare la revoca, Rand ha scelto di non praticare più la professione, secondo gli atti giudiziari. Rand e il personale di Family Bridges non ha risposto alle richieste di commento. Raggiunta telefonicamente, Deirdre Rand ha rifiutato di essere intervistata.)

Edward Oklan disse ai ragazzi che stavano per imparare a interagire con il padre attraverso esercizi nel corso di un workshop. Lesse loro l’ordine del tribunale, che dichiarava che il padre aveva l’affido esclusivo e che non dovevano avere contatti con la madre per almeno 90 giorni.

Laura ha raccontato: “Mi sentivo come se vivessimo in un altro paese. Non potevo credere che ciò stesse accadendo in America”.

I ragazzi hanno trovato il laboratorio alternativamente confuso e noioso. Parte della giornata consisteva nel guardare video, tra cui “Welcome Back, Pluto”, che, a detta di Family Bridges, spiega l’alienazione genitoriale e insegna ai bambini a ricostruire i rapporti danneggiati da un grave conflitto; è stato sviluppato e viene venduto da Warshak. I bambini hanno anche guardato una clip dallo show ABC “Desperate Housewives”, secondo le deposizioni del tribunale, e hanno fatto rompicapi, secondo David, che ha trovato il programma pieno di “compiti senza senso”.

Nei restanti tre giorni, i ragazzi pranzarono con il padre e parteciparono a finti incontri familiari. I bambini più grandi hanno detto che erano terrorizzati dall’idea che se non avessero eseguito gli ordini non avrebbero mai più visto la madre, perché, sostengono, Rand aveva suggerito loro che la madre sarebbe potuta finire in prigione o avrebbe dovuto affrontare gravi sanzioni se si fossero messi in contatto.

L’ultimo giorno del programma per i ragazzi Jeu, Oklan disse loro che, tornati nella casa di Raphael, sarebbero stati finalmente in grado di recuperare il loro rapporto con lui.

Ma i ragazzi non erano d’accordo. “Semmai”, ha detto David, “Family Bridges mi ha fatto arrabbiare di più per la mia situazione e mi ha fatto desiderare il suicidio come non lo avevo mai desiderato prima.”

Raphael, tuttavia, crede che Family Bridges abbia migliorato il suo rapporto con i figli. “Mi ricordo di aver cucinato qualcosa….. e ho urlato ‘Ow!’ e i bambini non hanno detto niente”, ha raccontato di recente. “Dopo Family Bridges, quando succedeva qualcosa del genere loro chiedevano: ‘Stai bene?’ – è un grosso passo avanti rispetto a prima”. Ha anche citato il fatto che David gli ha inviato un messaggio qualche mese fa; David ha replicato che a volte risponde ai testi di Raphael con un “sì” o un “no” per proteggere i suoi fratelli più piccoli, che sono ancora soggetti all’ordine del tribunale che impone loro contatti con il padre.

Dopo il loro ritorno in Virginia, ha raccontato Laura, le mancava sua madre ma aveva paura di raggiungerla mentre era in vigore l’ordine del tribunale. Ha ricordato di essere andata alla Rust Library di Leesburg, dove ha nascosto una lettera all’interno di un libro che sperava sarebbe stato controllato: La busta diceva: “Se questa lettera viene trovata, si prega di inviare a mia madre”.

All’inizio del 2013, Jacob e il suo collega David R. Dorey hanno presentato una richiesta di restituzione dell’affido dei ragazzi Jeu alla madre e si sono preparati ad un processo primaverile.

Il 23 marzo 2013, prima del processo, Laura ha compiuto 18 anni.

“Il giorno dopo il mio compleanno”, ha detto, “ho voltato le spalle e sono uscita”. Dopo una settimana di vacanza con sua madre, ha vissuto a casa di un vicino di casa mentre terminava il suo ultimo anno di liceo nella contea di Loudoun. Dopo la laurea, è tornata a Greencastle, Pa. e sta frequentando l’università nelle vicinanze, nel Maryland, mentre lavora in una società di ingegneria civile. Ha detto che ha parlato a malapena con suo padre negli ultimi quattro anni e non crede che avrà mai un rapporto con lui.

Il 23 luglio 2013, il tribunale ha stabilito che Sharon e Raphael dovranno condividere la custodia legale e fisica dei bambini, che vivono con Sharon durante l’anno scolastico. Per quanto ne sanno gli avvocati di Sharon, questa è l’unica volta che un tribunale ha restituito l’affidamento ad un genitore favorito a seguito di un programma di ricongiungimento familiare. Raphael ha ancora l’ultima parola sulle decisioni mediche ed educative.

Durante l’udienza conclusiva, McCahill ha fatto riferimento alla visita dei bambini all’ospedale di Chambersburg e all’intervento della polizia e degli agenti addetti al trasporto in California, e ha dichiarato che è stato “molto, molto preoccupante per me sentire, sai, come tutto questo è messo in atto, e me ne rammarico. Vorrei solo che ci fosse un modo per far tornare indietro il tempo, vorrei non aver mai lasciato che quei bambini sperimentassero qualcosa di così traumatico”.

Il California Department of Consumer Affairs ha aperto un’indagine su Family Bridges per conto della famiglia Riley. Nel frattempo, Jacob e Dorey hanno usato le deposizioni dei Rands nel caso Jeu per presentare denunce, per conto di Sharon, al California Board of Psychology. “La speranza è quella di fare luce su ciò che accade effettivamente durante un programma Family Bridges, che è anni luce dai rapporti aneddotici non verificati che Warshak e altri hanno pubblicato nel tentativo di creare un mercato per i loro programmi”, ha detto Jacob. “Il resto spetta all’ente di concessione delle licenze”.

Nonostante la nuova sentenza, Raphael ha presentato una nuova mozione, sostenendo che Sharon non si stava conformando agli ordini. Il caso si è trascinato per altri due anni. Nel 2015, circa un decennio dopo l’inizio della battaglia per l’affido dei Jeu, il contenzioso è cessato.

Nel gennaio 2016, quando David ha compiuto 18 anni, ha deciso di non vedere più suo padre. Vive con sua madre, frequenta una vicina università dove si sta specializzando in ingegneria, ed è felice di non essere più costretto ad eseguire gli ordini dei tribunali.

“Ho passato tutta la mia infanzia ad aspettare che finisse”, ha detto.

Per approfondire:

No Oversight for Programs Advertising They Reconnect Children with ‘Alienated’ Parents

La terapia della minaccia

La deprogrammazione raccontata da chi l’ha subita

Laura e le altre

Se non volete che il bambino di Laura viva una situazione altrettanto traumatizzante, firmate la petizione.

 

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Pregiudizi

Pregiudizio: idea, opinione concepita sulla base di convinzioni personali e prevenzioni generali, senza una conoscenza diretta dei fatti, delle persone, delle cose, tale da condizionare fortemente la valutazione, e da indurre quindi in errore.

Se una persona è in grado di rivedere i suoi giudizi errati alla luce di nuove prove, egli è immune dai pregiudizi. Un pensiero diventa pregiudizio solo quando resta irreversibile anche alla luce di nuove conoscenze. Un pregiudizio, a differenza di un semplice concetto erroneo, resiste attivamente a qualsiasi prova della realtà. Noi tendiamo a liberare forti cariche affettive allorché sentiamo che un nostro pregiudizio è minacciato dal pericolo di contraddizione. Pertanto, la differenza che separa un comune giudizio errato dal pregiudizio consiste nella possibilità offerta dal primo di discutere e rettificare la nostra opinione senza resistenze emotive.

Gordon Willard Allport, La natura del pregiudizio, trad. M. Chiaranza, La Nuova Italia, Firenze 1973

Qualche giorno fa ho condiviso su facebook una notizia da bergamonews.it dal titolo: “Gli affidano il figlio di 4 anni, è indagato per maltrattamenti alla ex moglie.”

Dall’articolo otteniamo poche informazioni:

  • l’uomo è indagato per maltrattamenti e violenza domestica;
  • secondo una perizia tecnica predisposta dal giudice, la donna sarebbe affetta da sindrome di Münchhausen, per cui inventerebbe traumi psicologici e malattie per attirare l’attenzione;
  • sulla base di questa perizia, alla donna sarebbe impedito di stare col figlio se non un’ora a settimana e in ambiente protetto;
  • sulla base delle testimonianze di vicini di casa dell’uomo, la donna ha sporto querela alla questura di Bergamo e un esposto alla Procura per maltrattamenti nei confronti del bambino;
  • l’avvocato della donna afferma che la donna non solo non sarebbe affetta da sindrome di Münchhausen, ma si dichiarerebbe perfettamente sana e di patire esclusivamente lo stress causato dalla situazione.

In pagina, ho introdotto l’articolo con un mio breve commento: “Ancora un bimbo vittima delle istituzioni”.

E per questo sono stata severamente rimproverata.

La nostra Costituzione recita all’articolo 27, comma 2: “l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”, un principio che trova corrispondenza nella CEDU all’articolo 6 comma 2, secondo il quale “Ogni persona accusata di un reato è presunta innocente fino a quando la sua colpevolezza non sia stata legalmente accertata”.

Non era mia intenzione mettere in dubbio l’esistenza e l’importanza del principio della presunzione d’innocenza con il mio commento, piuttosto l’opportunità di basare la decisione del regime di affido di un bambino su una perizia mirata ad attestare le competenze genitoriali del presunto maltrattante e della presunta vittima.

Questo perché, da tempo, chi si occupa della cura delle donne vittime di violenza domestica, protesta che “La sofferenza che patiscono le vittime di violenza domestica a causa del trauma subito comporta che a volte, erroneamente, dopo aver interrotto il rapporto con il maltrattante, queste donne vengano considerate nei Tribunali psicologicamente instabili… Chiamate a comparire davanti a un tribunale per ottenere la custodia dei figli, a causa della paura che provano e dello stress post-traumatico, le vittime appaiono come soggetti inaffidabili al confronto dei perpetratori della violenza, che invece si presentano calmi e razionali.

Simili considerazioni, emerse dalle recenti consultazioni alla Victoria’s royal commission into family violence, erano state precedente espresse dalla American Psychological Association (APA), che già nel 1996 avvertiva:

“Se i Tribunali ignorano la storia di violenza che sottende il comportamento materno quando sono chiamati a decidere in merito all’affidamento dei figli, la donna può apparire ostile, poco collaborativa o addirittura mentalmente instabileQuei consulenti tecnici che minimizzano l’importanza di un vissuto di violenza domestica, chiamati a valutare il comportamento delle madri potrebbero considerare patologiche le sue reazioni, accusarla di voler alienare i figli dal padre e addirittura raccomandare un affidamento a quest’ultimo nonostante l’evidenza di episodi di violenza intrafamiliare.”

L’incapacità di mettere in relazione le difficoltà psicologiche delle vittime di violenza domestica con i maltrattamenti subiti, emerge prepotentemente dalla lettura delle sentenze emesse dai tribunali civili anche in Italia, soprattutto in quei casi in cui è impossibile negare la sussistenza delle accuse.

Una incapacità che comporta pericolosi errori di valutazione, come in un caso del 2017 citato dal sito trentotoday.it: a tre anni dalla decisione di collocare i bambini presso il padre, decisione presa a seguito delle valutazioni di un consulente in merito alla credibilità della madre, l’uomo è stato condannato in sede penale a 2 anni e 8 mesi di carcere e 15.000 euro di risarcimento più le spese legali per lesioni personali e violenza in famiglia, una condanna in netto contrasto con quanto era stato suggerito dalla perizia. Tre anni nel corso dei quali dei bambini sono stati affidati alle cure di un soggetto maltrattante, una situazione che – a dispetto dell’opinione diffusa, secondo la quale non c’è alcun legame fra le violenze perpetrate nei confronti della partner e le competenze genitoriali – è potenzialmente in grado di lederli emotivamente e fisicamente.

Poco prima delle vacanze natalizie, mi è stato inviato da una lettrice un articolo interessante e in quale modo pertinente, relativo ad un caso di omicidio: dopo essere stata ingiustamente condannata nel 2002 per aver pugnalato a morte il figlio di 10 anni, Julie Rea è stata scagionata nel 2010 dopo che il vero colpevole, un serial killer di bambini, ha confessato, fra gli altri, anche l’omicidio del piccolo Joel.

La versione di Julie Rea, che sosteneva di aver lottato e messo in fuga uno sconosciuto che si era introdotto nottetempo in casa e di aver successivamente scoperto il corpo straziato del bambino, era stata confutata dall’analisi delle macchie di sangue sulla scena del crimine: ben due periti avevano testimoniato contro di lei, malgrado il fatto che nulla, nel passato della donna, suggerisse un movente per l’orrendo delitto.

Un anno prima del rilascio di Julie Rea, la National Academy of Sciences aveva pubblicato un rapporto nel quale si criticava l’affidabilità dell’analisi delle macchie di sangue. Afferma il rapporto che le conclusioni dei periti erano spesso “più soggettive che scientifiche” e soggette a “pregiudizi di contesto.

Alcuni esperti estrapolano ben oltre ciò che può essere sostenuto“, sosteneva l’Accademia Nazionale delle Scienze.

Il rapporto ha criticato un’ampia gamma di discipline forensi, tra cui l’analisi di capelli, fibre, segni di morsi e impronte di scarpe e pneumatici. I suoi autori hanno scoperto che molte di queste discipline non sono basate su dati concreti e su una vasta ricerca sottoposta a peer-review, ma si basano invece sulle interpretazioni personali dei professionisti: Il più grande dilemma della legge nella sua forte dipendenza dalle prove forensi”, affermava, “riguarda la questione se – e in che misura – ci sia scienza in ogni disciplina scientifica forense“.

La medesima domanda, a mio avviso, dovremmo porcela anche in merito a queste consulenze sulle competenze genitoriali, che curiosamente riscontrano disturbi sempre in capo a donne che lamentano di essere maltrattate.

In conclusione: nell’introdurre la notizia ho espresso un giudizio precipitoso, viziato dalle mie convinzioni personali?

Penso proprio di sì.

Tuttavia, le mie convinzioni non si fondano sull’indebita generalizzazione a partire da esperienze personali, come sostenuto da alcuni, né tantomeno sull’irrazionale certezza dell’intima bontà delle donne e della naturale inadeguatezza degli uomini, quanto piuttosto su una serie di elementi concreti, fra i quali la consapevolezza che in questo paese sono vive e vegete attitudini socio-culturali che condonano la violenza domestica – cito la Corte europea dei diritti dell’uomo in merito alla causa Talpis v. Italy – e la rendono un concreto fattore di rischio che porta alla separazione delle madri dai loro figli.

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Buone feste!

Buone feste a tutti, ci sentiamo presto!

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Femministe al parlamento europeo

Ricevo dall’amica John Wayne e pubblico con piacere:

“A maggio del 2019 i partiti femministi entrano al parlamento europeo“

Una testata per l’anno prossimo. A qualcuno sembra fantascienza, per il
partito femminista svedese Feministiskt Initiativ è una possibilitá
molto reale!
E anche per i partiti femministi di altri paesi che non godono della stessa
popolaritá, da pochi giorni il parlamento europeo si è avvicinato ancora
un pó. Questo grazie a FUN –Europe (Feminists United Network –Europe)

In English and Swedish:
https://www.mynewsdesk.com/se/feministiskt_initiativ__fi/pressreleases/nytt-feministiskt-naetverk-i-europa-slash-new-feminist-network-in-europe-2807904?fbclid=IwAR28dEoBhBjhkMnnzL3to58omsbl3vUQXQQJ2sTWLqL4mDwj5RTRAHmrTVQhttps://www.mynewsdesk.com/se/feministiskt_initiativ__fi/pressreleases/nytt-feministiskt-naetverk-i-europa-slash-new-feminist-network-in-europe-2807904?fbclid=IwAR28dEoBhBjhkMnnzL3to58omsbl3vUQXQQJ2sTWLqL4mDwj5RTRAHmrTVQ

Per molti partiti il femminismo è, al meglio, un fiore all’occhiello per farsi belli ed
accattivare i voti che temono di perdere altrimenti. I partiti femministi lavorano
direttamente e principalmente per una politica umana, a misura d’uomo e di donna!
Per una societá dove ogni individuo gode di pari diginitá e libertá.

Donne e uomini, TUTTE e TUTTI, possono aiutare FUN-Europe in due modi:
1) Con una firma alle elezioni per il parlamento europeo, che in Italia si terranno il
26. Maggio 2019. (Le Italiane cercheranno di mettere su una lista indipendente.
Essa verrá pubblicata anche qui quando sará redatta!)
2) Ma anche subito con una firma di sostegno, prima delle elezioni, per aiutare partiti
femministi di altri paesi europei a raggiungere il numero di firme necessarie per
presentarsi alle elezioni.
Ad esempio: Il partito femminista tedesco Die Frauen chiede a chiunque sia
cittadina/o di un paese facente parte della comunitá europea, e che risiede in
Germania, di firmare i 3 formulari che trovate in fondo alla pagina quando aprite
questo link:
http://www.feministischepartei.de/aktivitaeten-und-veranstaltungen/europawahl-2019.html

Attenzione! Son valide SOLO le firme originali, e solo i formulari riempiti correttamente, quindi, per favore, stampate il formulario, leggete bene le istruzioni prima di scrivere, firmate con penna a biro e poi spedite all’indirizzo indicato sulla sito. NON si tratta di un voto, ma solo di una firma di sostegno.

Il 30 Novembre, il partito femminista svedese Feministiskt Initiativ ha
chiamato a radunata partiti ed organizzazioni femministe europee. Le
rappresentanti di 8 paesi erano presenti, ed insieme hanno –abbiamo-
fondato la rete femminista FUN –Europe. Grazie ad essa partiti ed organizzazioni
femministe europee sono ora in costante contatto oltre i confini le une con le
altre, per aggiornarsi ma soprattutto per appoggiarsi a vicenda, come ad esempio
alle prossime elezioni per il parlamento europeo.

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Laura e le altre

“…quello che maggiormente rimpiangevo erano i miei silenzi. Di cosa mai avevo avuto paura? Domandare o parlare secondo il mio pensiero poteva significare sofferenza, o morte. Ma tutti quanti siamo costantemente feriti in così tanti modi, e il dolore cambia, o finisce. La morte, d’altra parte, è il silenzio finale. E ormai poteva arrivare in fretta, senza stare a guardare se avevo detto ciò che era da dire, o mi ero soltanto tradita con piccoli silenzi, mentre aspettavo il giorno in cui avrei parlato, o che qualcun altro parlasse per me. E ho cominciato a riconoscere dentro di me una fonte di potere che viene dalla conoscenza che, anche se non avere paura è molto desiderabile, prendere le distanze dalla paura mi dava una grande forza.
Sarei morta, se non ora più tardi, che avessi parlato o no. I miei silenzi non mi hanno protetta. Il vostro silenzio non vi proteggerà. Ma con ogni parola reale pronunciata, con ogni mio tentativo di dire quelle verità che ancora vado cercando, io avevo stabilito un contatto con altre donne, avevamo preso insieme in esame le parole per esprimere un mondo in cui tutte crediamo, costruendo un ponte sulle nostre differenze. E sono state l’attenzione e l’affetto di tutte quelle donne a darmi forza e a mettermi in grado di esaminare le cose essenziali della mia vita. Per quelle di noi che scrivono, è necessario non solo prendere in esame la verità di quel che diciamo, ma la verità del linguaggio con cui lo diciamo. … Perché è solo così che possiamo sopravvivere, prendendo parte a un processo vitale che è continuo e creativo, che è crescita. … Possiamo imparare a lavorare e parlare quando abbiamo paura nello stesso modo in cui abbiamo imparato a lavorare e parlare quando siamo stanche. Perché la società ci ha insegnato a rispettare più la paura che il nostro bisogno di linguaggio e definizione, e mentre aspettiamo in silenzio il lusso finale del non aver più paura, il peso di quel silenzio ci soffocherà.”

Audre Lorde

Sappiamo che gli autori di violenza domestica stanno usando i tribunali di famiglia per continuare a controllare e abusare delle vittime, e che gli atteggiamenti sessisti radicati all’interno dei tribunali consentono tale abuso.”

Katie Ghose, amministratrice delegata di Women’s Aid

Il 10 novembre più di 150 mila donne in tutta Italia sono scese in piazza per manifestare il loro dissenso: la mobilitazione generale contro il ddl Pillon è stata “una manifestazione di denuncia” ha dichiarato Laura Boldrini, “perché ogni tre giorni una donna viene uccisa per mano di chi dovrebbe amarla, quindi è violenza mascherata da amore. Ma poi è anche una manifestazione di protesta contro un governo oscurantista, maschilista, che fa i tagli sulla pelle delle donne: i tagli della legge di bilancio penalizzano i fondi per le politiche di genere, il fondo antitratta, il fondo per le vittime di violenza e il fondo per gli orfani di femminicidio. Una vergogna. Questa piazza dice tante cose e la politica dovrebbe ascoltare questa piazza perché le donne sono le prime a dire no. Ma sono tanti anche i comitati no-Pillon in tutta Italia: non si può non capire che bisogna ricominciare da questo tipo di mobilitazione che è vera, che è reale, che si tocca, ma che non riesce ad avere un contenitore politico perché queste persone vorrebbe fare la loro parte contro l’onda populista e sovranista ma non si ritrovano nei partiti di oggi.”

I sostenitori del Senatore Pillon hanno risposto scendendo in piazza in occasione della manifestazione della Lega a Roma:

Quanti sono, 40? Io riesco a contarne 44.

44 “orgogliosi del loro impegno” – leggiamo sulla pagina Mantenimento Diretto – e determinati a scrivere “la storia della riforma dell’affido condiviso contribuendo al progresso civile e morale del nostro paese.

Sicuramente questa è la prima volta che il movimento dei papà separati trova pieno appoggio da una coalizione di governo; una coalizione che continua, a dispetto della mole di argomenti esposti in questi mesi, a mostrarsi decisa a varare una riforma dell’affido. Infatti, se i comitati no Pillon chiedono a gran voce che il disegno di legge venga ritirato, la soluzione prospettata è quella delle modifiche: “si sta lavorando senza sosta, in collaborazione con il ministero della Famiglia che ha la delega a infanzia e adolescenza, per migliorare il testo”, leggiamo su Il Sole 24 Ore.

Non possiamo fingere che non fosse una tragedia annunciata: al di là delle innumerevoli volte in cui il Ministro Salvini si è dichiarato, negli anni, solidale con il dramma dei poveri papà, le loro istanze erano espresse chiaramente nel contratto di governo.

Saranno anche solo uno sparuto gruppetto, ma sono un gruppetto che è prossimo a raggiungere i suoi obiettivi.

E questo perché il loro successo non dipende dal riscontro che in questo momento trovano in un governo che ha fra i suoi ministri quella Giulia Bongiorno che già tre anni fa proponeva una norma sull’alienazione genitoriale, ma perché le loro proposte si collocano in un ambito che da parecchio tempo è il terreno più adatto per condurre una guerra ai diritti di donne e bambini: la separazione, il divorzio, l’affidamento dei minori coinvolti.

Il ddl 735 non è un fulmine a ciel sereno, un colpo gobbo, un’idea balzana partorita da un fanatico rappresentante del Family Day: è solo la legittimazione di ciò che rapsodicamente già avviene in molti dei nostri tribunali, allo scopo di renderla prassi consolidata in tutti quei casi che gli addetti ai lavori amano definire (spesso sbagliando) separazioni conflittuali.

 

L’ordinanza pubblicata dal sito Studio Cataldi ce ne offre un recentissimo esempio:

Ritenuto che: gli accertamenti scrupolosi ed approfonditi compiuti dalla CTU restituiscono un quadro di grave pregiudizio a carico dei minori; Minore rappresenta epicentro e polarizzazione di un’intensa «campagna di denigrazione, caratterizzata da razionalizzazioni deboli superficiali e assurde, scenari presi a prestito, mancanza di ambivalenza, appoggio automatico alla madre nel conflitto genitoriale, assenza di senso di colpa per la crudeltà e l’insensibilità perpetrata nei confronti del padre». La bambina si fa portatrice di un rifiuto nei confronti del padre, largamente immotivato e del tutto sproporzionato rispetto alle mancanze che attribuisce al genitore, che, nonostante il monitoraggio della c.t.u., è andato peggiorando fino a diventare totale. Al di là delle questioni circa il consenso della comunità scientifica in ordine alla Sindrome da Alienazione Parentale, è del tutto evidente che la grave situazione in cui versa, connotata da una sostanziale elisione della figura paterna, richiede di essere affrontata e risolta con urgenza, onde evitare che evolva verso l’irreversibilità…

 

Come si evince dal confronto di quanto esposto dalla CTU in merito a questa bambina con i “criteri” elencati dal Pingitore e Camerini sul numero bimestrale di Psicologia Contemporanea Maggio-Giugno 2015 e i “sintomi” di Richard Gardner, il “quadro di grave pregiudizio” di cui si parla altro non è che la sindrome d’alienazione genitoriale (o alienazione genitoriale, o qualunque altro nome decidano di dargli i suoi fan):

  • campagna di denigrazione (criterio 1 e sintomo 1)
  • razionalizzazioni deboli (criterio 2 e sintomo 2)
  • scenari presi a prestito (sintomo 7)
  • mancanza di ambivalenza (criterio 3 e sintomo 3)
  • appoggio alla madre nel conflitto (criterio 4 e sintomo 5)
  • assenza di senso di colpa (criterio 5 e sintomo 6)

Altrove, nell’ordinanza, si parla della sua “situazione psicopatologica”. In parole povere, questa bimba sarebbe malata, e poco importa che il “disturbo” che le viene attribuito non trovi “consenso nella comunità scientifica”, perché, sostiene il giudice, esso è “evidente”.

Ma le cose non stanno proprio così. Una psicopatologia non è evidente di per sé, non è che, osservando un soggetto, persone che non hanno alcun titolo per farlo possono decretare: “ehi, è evidente che sei uno schizofrenico paranoide!”

In realtà, lo “stato psicopatologico” è diventato “evidente” soltanto grazie al lavoro della CTU, che lo ha diagnosticato sulla base di una letteratura che è stata definita, nel 2012, priva di “sufficiente sostegno empirico da dati di ricerca” e di  “rilevanza clinica” dal Sottosegretario di Stato per la salute.

E’ a causa della consulenza, soltanto a seguito della consulenza – che ha stabilito che la bambina deve essere “curata” – che è stata decisa la collocazione presso una casa famiglia, nel corso della quale la bambina “non avrà alcun tipo di contatto con la madre e con la famiglia di origine materna, nemmeno telefonico”. Dopo 30 giorni di confinamento, durante i quali le saranno concessi contatti soltanto col padre, la bambina sarà collocata presso di lui. La ripresa dei rapporti fra la madre e la figlia – che sarà presa in considerazione solo dopo che questa avrà fatto rientro presso la casa paterna – dipenderà “dall’evolversi della sua situazione psicopatologica”.

Quella che viene applicata altro non è che la terapia della minaccia, o trattamento di deprogrammazione, una “terapia” che è l’espressione dell’interesse di una delle parti in un contenzioso legale e può essere dannosa per l’autonomia e il benessere del bambino che vi è sottoposto, a prescindere dalle ragioni che hanno deteriorato il rapporto fra il bambino e il genitore rifiutato.

Per farvi un’idea delle modalità con cui viene condotta, potete leggere qui la testimonianza di un ragazzo che l’ha vissuta in prima persona, un ragazzo che, una volta libero, ha dato il nome ad una proposta di legge mirata a tutelare i bambini che rischiano l’inferno che lui ha vissuto in prima persona.

Quanto deciso dal giudice nel caso di Brescia corrisponde perfettamente a quanto previsto dal ddl 735:

All’articolo 342-bis del codice civile (Ordini di protezione contro gli abusi familiari) dopo il comma 1, è aggiunto il seguente:
“Quando in fase di separazione dei genitori o dopo essa la condotta di un genitore è causa di grave pregiudizio ai diritti relazionali del figlio minore e degli altri familiari, ostacolando il mantenimento di un rapporto equilibrato e continuativo con l’altro genitore e la conservazione rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale, il giudice, su istanza di parte, può adottare con decreto uno o più dei provvedimenti di cui agli artt. 342 ter e 342 quater. I provvedimenti di cui a quest’ultimo articolo possono essere applicati – nell’esclusivo interesse del minore – anche quando – pur in assenza di evidenti condotte di uno dei genitori – il figlio minore manifesti comunque rifiuto, alienazione o estraniazione con riguardo ad uno di essi.

Se andiamo a leggere i provvedimenti proposti dal ddl 735 e li paragoniamo a quelli predisposti dall’ordinanza, possiamo verificare che sono identici:

Il giudice, nei casi di cui all’articolo 342-bis, può in ogni caso disporre l’inversione della residenza abituale del figlio minore presso l’altro genitore oppure limitare i tempi di permanenza del minore presso il genitore inadempiente, ovvero disporre il collocamento provvisorio del minore presso apposita struttura specializzata

Non fraintendetemi, non è mia intenzione svuotare di senso la giusta battaglia dei comitati no Pillon, tutt’altro.

Ciò che voglio sottolineare è che la battaglia che tutte quelle donne scese in piazza il 10 novembre combattono non è contro un qualcosa che rischia di compiersi in un prossimo futuro, al momento dell’approvazione di un più o meno modificato disegno di legge, ma è una battaglia contro un insieme di pratiche che già trovano applicazione nei nostri Tribunali.

Una battaglia che molte donne combattono nelle aule di giustizia, donne come la madre di Baressa, che da oltre un mese – si può leggere nel gruppo facebook a lei dedicato – non può abbracciare la sua bimba di soli tre anni, donne come Laura, che ha subito il medesimo verdetto descritto dall’ordinanza succitata e ha deciso di uscire allo scoperto, per raccontare ciò che gli articoli come quello pubblicato da Studio Cataldi non raccontano e provare a salvare suo figlio dalla deportazione forzata in un luogo nel quale non le sarà permesso raggiungerlo, neanche con una telefonata.

A quanto racconta Laura io non ho nulla da aggiungere.

Per aiutarla, potete firmare la petizione lanciata da Maison Antigone.

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