Perché gli uomini non credono alla discriminazione delle donne nella scienza

Una traduzione da “Why Men Don’t Believe the Data on Gender Bias in Science“, di Alison Coil

L’ingegnere di Google James Damore ha pubblicato un trattato sulle differenze di genere in una bacheca aziendale interna e successivamente è stato licenziato. Il memo ha infiammato un dibattito sulla discriminazione sessuale nella Silicon Valley; a questo evento sono seguiti mesi di rapporti sulle accuse di molestie a Uber e altrove. La discriminazione sessuale, le molestie nel settore tecnologico e nell’ambiente scientifico in generale, sono uno dei motivi per cui le donne abbandonano il campo. A livello nazionale, da tempo ci si preoccupa del perché le donne siano sottorappresentate nello STEM (acronimo  di scienza, tecnologia, ingegneria e matematica), il che ha portato a richieste di maggiori tutele, migliori politiche in materia di congedo familiare e workshop progettati per insegnare alle donne come negoziare come gli uomini.

Il mese scorso tre ricercatrici del Salk Institute for Biological Studies di La Jolla hanno intentato delle cause legali per denunciare discriminazioni di genere di lungo corso; le denunce sostengono che le donne non hanno pari accesso ai finanziamenti e alle promozioni interne. Queste cause mettono in luce la vera ragione della mancanza di donne nella scienza: i leader nel campo – uomini e talvolta donne – semplicemente non credono che le donne siano brave a fare scienza.

Una imponente mole di ricerca sociologica mostra studio dopo studio che le donne nella scienza sono considerate inferiori agli uomini e sono considerate meno capaci quando svolgono lavori simili o addirittura identici. Questa svalutazione sistemica delle donne si traduce in una serie di conseguenze concrete: lettere di raccomandazione più brevi e con meno apprezzamenti; un minor numero di assegni di ricerca, premi e inviti a parlare alle conferenze; e tassi di citazione più bassi per il loro lavoro. Una tale ampia svalutazione del lavoro delle donne rende più difficile per loro progredire sul campo.

Uno dei primi studi ha esaminato le domande per borse di studio postdottorato nelle scienze biomediche e ha rilevato che le donne dovevano essere 2,5 volte più produttive degli uomini affinché venisse loro riconosciuta la stessa competenza scientifica dagli coloro che valutavano le loro richieste. Gli autori hanno concluso: “Il nostro studio suggerisce che la peer-review non giudica il merito scientifico indipendentemente dal genere. I risultati maschili vengono sopravvalutati, mentre le  prestazioni femminili sottovalutate.” Lo studio rileva che “le dimensioni del fenomeno che abbiamo osservato … potrebbe interamente spiegare il minore tasso di successo della donna rispetto ai ricercatori maschi nel raggiungimento di un rango accademico elevato“.

Uno studio più recente ha dimostrato che le facoltà di scienze nelle università ad alta intensità di ricerca avevano più probabilità di assumere un direttore di laboratorio maschio, di fargli da mentore, pagarlo di più e valutarlo come più competente di una candidata con lo stesso curriculum. Un altro studio ha rilevato che i docenti rispondono più spesso alle e-mail se sono firmate da potenziali studenti di dottorato di sesso maschile piuttosto che a quelle firmate da studentesse, dimostrando che gli uomini sono favoriti dai professori. Queste sono solo alcune delle centinaia di studi peer-reviewed che mostrano chiaramente che, in media, l’asticella viene posta più in alto per le donne nella scienza.

Data l’enorme quantità di dati a supporto di questi risultati, e dato il campo in questione, si potrebbe pensare che gli scienziati maschi siano propensi ad utilizzare questi risultati per creare una maggiore parità di condizioni. Ma un recente studio ha mostrato che gli uomini che lavorano in ambito STEM hanno apprezzato la qualità  di quelle ricerche che attestano un basso livello di discriminazione di genere, mentre gli accademici maschi preferivano le false ricerche, cioè progettate appositamente per gli scopi dello studio in questione, che pretendevano che non esiste tale pregiudizio.

Perché gli scienziati sottovalutano la ricerca e i dati che produce? I primi ad accettare ciò che la ricerca sottoposta a peer-review mostra costantemente e ad usarlo per migliorare la situazione, dovrebbero essere proprio gli scienziati.

Ma è proprio perché sono scienziati che non vogliono credere a questi studi.

Si ritiene che gli scienziati dovrebbero essere obiettivi, in grado di valutare dati e risultati senza essere influenzati da emozioni o pregiudizi. Questo è un principio fondamentale della scienza. Ciò che questa vasta letteratura mostra, invece, è che gli scienziati sono persone soggette alle stesse norme e pregiudizi del resto della società. Il sessismo e il razzismo evidenti ogni giorno in questo paese esistono anche all’interno dei confini della scienza. Gli scienziati non sono così obiettivi come pensano di essere. E questa scoperta è estremamente destabilizzante per qualcuno la cui intera carriera è stata fondata sulla fiducia nell’oggettività umana.

Ancora più perniciosa, tuttavia, è la comprensione che risulta dalla lettura di questi studi, ovvero la consapevolezza che coloro che sono riusciti nella scienza (e in molti campi – le implicazioni vanno ben oltre la scienza) non lo hanno fatto interamente a causa del loro innato splendore. Statisticamente parlando, l’essere maschio ti da automaticamente una marcia in più. E nessuno vuole credere di aver raggiunto il successo in virtù del proprio genere o etni, anche se questi fattori hanno influito solo in minima parte. Vogliamo tutti fortemente credere che meritiamo pienamente il successo e i riconoscimenti che abbiamo ricevuto.

E questo è uno dei motivi principali per cui non c’è un maggior numero di donne nella scienza. Mentre le molestie sessuali sono certamente un problema, dobbiamo guardare più in profondità al pregiudizio di genere. Quelle donne che arrivano ai gradi più alti vengono spesso informate che è stato loro concesso quel lavoro o quel premio solo perché sono donne, il che implicherebbe che si ammettono donne meno meritevoli semplicemente per aumentare il loro numero. Ma in realtà la ricerca dimostra che molte delle donne nella scienza devono essere più capaci degli uomini, solo per essere ammesse come loro pari.

E chi lo vuole ammettere?

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Il denaro e il potere

La notizia è rimbalzata su tutti i quotidiani:

“Si chiama Sir Benjamin Slade, vanta di titoli nobiliari e ha antenati in comune con l’attuale famiglia reale britannica. Vanta di un patrimonio milionario (in sterline) e da qualche tempo sta dominando l’informazione d’Oltremanica.” ci racconta Repubblica; a 72 anni suonati, Sir Blade “cerca moglie per avere un erede“, scrive Il Fatto Quotidiano. Il baronetto, che promette alla sua futura sposa “un fisso annuale superiore al milione di euro” (il Messaggero) ha precisato: “Ogni cosa riguarda gli affari, anche sposarsi lo è. Vorrei una donna intelligente, magari con capacità gestionali, perché così saprei a chi affidare le grandi responsabilità in futuro e farei un affare doppio”, (The Post Internazionale), e ha aggiunto: “Prima volevo solo una che mi facesse un paio di figli e via. Adesso offro cene romantiche, viaggi in località esotiche, le mie carte di credito che la prescelta potrà usare come vuole, e naturalmente il mio cuore. Credo andrà meglio così” (Quotidiano.net).

Slade cerca moglie da diverso tempo: già lo scorso anno le sue bizzarre richieste (“Deve essere una donna in età fertile, ma non una ragazzina, quindi deve avere tra i 30 e i 40 anni. Inoltre, non deve essere alta più di un metro e 65 centimetri… deve avere anche il porto d’armi e la licenza da pilota di elicotteri, oltre ad accettare di vivere in un castello costruito nel XIII secolo ed essere una buona casalinga e “allevatrice” di bambini”) spopolavano sui tabloid inglesi, ma a quanto pare l’arzillo nobiluomo fatica a trovare una fattrice di suo gusto.

In questi giorni spopola nel web un video che ha sollevato non poche polemiche, soprattutto su facebook, al punto che l’autore ha sentito il bisogno di difendere le sue buone intenzioni: lui voleva strapparci una risata, “diffondere positività“, nonché farci riflettere su quanto siamo “moralisti”. Perché, in fondo, corrisponde a verità il fatto che l’italiano medio la pensi proprio come Sir Benjamin Slade, solo che ha meno denaro da investire.

In breve, un riassuntino: un giovanotto riaccompagna a casa una ragazza dopo una serata trascorsa insieme. Lei è preoccupata perché ha capito che lui vorrebbe proseguire la serata nel suo appartamento e non sa come comunicargli che non lo inviterà a salire. Tuttavia, visto che lui proprio non le piace, decide di salutarlo con un bacio sulla guancia e  sgusciare fuori dall’auto inventando improbabili impegni. A questo punto compare una scritta: quello che vedremo da questo momento in poi è ciò che lui vorrebbe dirle. Quello che segue è un elenco dettagliato delle spese che il giovane si è accollato nel corso della serata: la benzina, la cena, il costo del parcheggio, per non parlare del fatto che, nella speranza di invogliarla a fare sesso, ha accettato di mangiare cose che non gli piacciono e vedere un film che non gli interessava: il fatto che lei non voglia ripagarlo neanche con un pompino è semplicemente vergognoso. Al ragazzo manca il coraggio di verbalizzare il suo sconforto e riparte deluso verso casa imprecando fra sé e sé e rimpiangendo di non aver optato per una visita ad una prostituta. L’auto si ferma e compare proprio una prostituta, che gli offre del sesso per una somma di molto inferiore alle spese sostenute nel corso della serata. Quando scopre che può permettersi l’agognata scopata, lui sorride felice e soddisfatto.

Potremmo dire che la morale della vicenda è uno dei motti preferiti dei “viaggiatori della gnocca” (gli screenshot sono tratti dal sito gnoccatravels.com):

Le donne sono tutte “diversamente puttane“: a cambiare è solo il prezzo.

Da preferire sono quelle “non ipocrite”, ovvero le donne che chiariscono in anticipo la loro tariffa e il servizio che le corrisponde, e che sono abbastanza oneste da onorare il “contratto” stipulato.

Molti dei fan del video (uomini e donne) concordano: una donna perbene, se non ha intenzione di scopare, non accetta che il cliente paghi la cena! Le cene si offrono ai parenti, agli amici, non alle donne.

Le donne debbono sapere che se lui paga la cena, è solo per avere qualcosa in cambio.

Comunque, quello che riesce a risparmiare è il più “uomo” di tutti.

Come ha cercato di spiegare Paola Tabet col suo lavoro sullo scambio sessuo-economico, la prostituzione in senso stretto è solo una delle forme che assume “l’insieme delle relazioni tra uomini e donne che implicano una transazione economica”.

Sebbene, ci dice Tabet, nella nostra società “transazioni economiche e relazioni intime sono generalmente considerate come incompatibili, farebbero parte di mondi inconciliabili, hostile worlds”, la realtà è che non esiste nessuna “scissione tra una sessualità legittima (per la quale si nega che esista lo scambio) e le altre relazioni”, bensì un continuum, “cioè una serie variabile d’elementi comuni alle diverse relazioni e insieme una serie di elementi che le differenziano”; lo scambio sessuo-economico è una “Una transazione nella quale sonole donne che forniscono servizi  (variabili ma comprendenti un’accessibilità sessuale, un servizio sessuale) e gli uomini a dare un compenso più o meno esplicito per questi servizi. Il compenso è  di tipo e valore variabile: si va dal nome allo status sociale, o al prestigio, a regali o infine al pagamento diretto in denaro. Abbiamo così un insieme di relazioni che vanno dal matrimonio alla prostituzione, con forme di rapporto assai diverse, comprese tra questi due estremi.”

Oltre a quelli che ostinatamente negano l’esistenza di questo fenomeno, c’è anche chi ammette candidamenteche il sesso è il capitale delle donne, la loro terra, e che le donne lo devono ben utilizzare“.

Affinché le donne dipendano dall’utilizzo di questo “capitale”, è necessario che siano impedite nella ricerca di altri modi per migliorare la qualità della loro vita; ecco perché, da sempre, la società patriarcale le relega ai margini del mondo del lavoro, nel contempo caricandole del grosso di tutto il lavoro non retribuito.

Non solo: il ruolo della donna nello scambio sessuo-economico è dipinto come una posizione di privilegio rispetto a quella dell’uomo che gestisce il denaro e il potere.

Le donne possono negare il loro “capitale”, ci dice questo commentatore, ed è questo che le pone in una posizione di privilegio rispetto all’acquirente.

Anche se io ho forti resistenze ad accettare questa lettura del fenomeno, soprattutto alla luce di un Sir Benjamin Slade che, a 72 anni suonati, si lamenta di candidate “oltre la data di scadenza” (il suo patrimonio non scade, ovviamente), o di questo commento, che accenna al fatto che ci sono svariati metodi per far valere i propri diritti sul corpo delle donne, nel caso gli scontrini non dovessero bastare:

Per rispondere all’autore del video: si, è vero, questa storiella offre un quadro piuttosto realistico della realtà, ma non è così divertente.

Ultimamente si discute molto della “libertà” di scelta, soprattutto in relazione al cosiddetto “sex work”: le donne dovrebbero essere libere di prostituirsi, ci dicono.

Quando leggo certe cose a me sembra che quella che manca alle donne, piuttosto, è la possibilità di scegliere di non farlo.

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Sfatiamo un mito: la Svezia

Uno degli argomenti a supporto del discussissimo disegno di legge 735 sul “vero affido condiviso” (o sulla “bigenitorialità perfetta”, come viene definita dal senatore Pillon), è che le nuove norme contribuiranno a ridurre la conflittualità fra i genitori separati e quindi il numero di cause che finiranno davanti ad un giudice.

Spesso e volentieri sono portati ad esempio i “civilissimi” paesi del nord Europa, fra i quali la Svezia.

Ma qual è la situazione della Svezia?

Negli anni ’70, la normativa sul divorzio in Svezia cambia, e con essa il numero di coppie che decidono di separarsi, che aumenta vertiginosamente.

La legge sull’affido dei bambini coinvolti in una separazione, invece, cambia nel 1998, introducendo la possibilità per il giudice di imporre la “joint physical custody” anche contro il desiderio di uno dei genitori (che comunque non può essere imposta se entrambi sono contrari).

Alla base della riforma c’è l’esplicita volontà di influenzare l’esercizio della genitorialità, utilizzando la norma come una sorta di strumento pedagogico, volto a limitare le possibilità per i genitori di rivolgersi al tribunale per risolvere le controversie sui termini dell’affido, che dovrebbero idealmente essere gestite al di fuori delle aule di giustizia per mezzo dell’ausilio dei servizi sociali e della mediazione.

Nel 2006, la Svezia provvede a modificare la norma, introducendo una maggiore considerazione del “tenore dei rapporti” fra i genitori:

Attualmente la norma recita:

Nel valutare se la custodia debba essere condivisa o affidata a uno dei genitori, il tribunale attribuisce un’attenzione speciale alla capacità dei genitori di cooperare in questioni relative al minore. Il tribunale non può decidere in affidamento congiunto se entrambi i genitori si oppongono.

Ma cosa sappiamo dei risultati ottenuti dall’originale progetto di legge? Imporre l’affido condiviso ha davvero contribuito ad “educare” i genitori, riducendo i conflitti che finiscono davanti ad un giudice?

La risposta è: no.

Le statistiche ci dicono che i conflitti in merito alle modalità di affido sarebbero aumentati del 60% tra il 2000 e il 2013 (Parents in child custody disputes: Why are they disputing?, 2017, Ann-Sofie Bergman and Annika Rejmer, Journal of Child Custody, ISSN 1537-9418, Vol. 14, no 2-3, p. 134-150).

Ma perché i genitori finiscono col non trovare un accordo?

Lo studio condotto dalla Linnaeus University, ci dice che due terzi dei casi studiati coinvolge bambini al di sotto di 9 anni, la maggior parte dei quali (93%) in regime di affido condiviso.

Un conflitto per la custodia può essere classificato come “conflitto di interessi” (ci dice lo studio) quando i genitori non sono d’accordo su questioni relative al tempo trascorso da ciascun genitore con il bambino, su questioni relative al mantenimento o quando un genitore contesta che sia stato leso il suo diritto a ricevere informazioni sul bambino. Un conflitto può essere classificato come “conflitto di valori“, invece, quando i genitori non condividono la medesima idea di genitorialità, hanno difficoltà a cooperare, lamentano problemi di salute mentale o dipendenza da droghe e/o alcol dell’ex partner, oppure denunciano violenza e maltrattamenti. I conflitti di interesse possono essere risolti
tramite la mediazione, proseguono le autrici, mentre i conflitti di valori spesso richiedono il coinvolgimento di una terza parte per giungere ad una risoluzione. In caso di “conflitti di valori” la mediazioni si rivela inefficace.

Come si evince dai numeri in tabella, la maggior parte delle controversie riguarda conflitti di valori, non meri conflitti di interesse, molto dei quali hanno che fare con la violenza e l’abuso di alcol e sostanze stupefacenti.

Come osservano in molti, non è possibile paragonare i padri svedesi ai padri italiani.

La prima grande campagna fatta da Försäkringskassan (il Servizio Sanitario Nazionale svedese) per invitare i papà a prendere il congedo parentale, che come testimonial utilizzava il muscoloso Lennart “Hoa-Hoa” Dahlgren, 11 volte campione svedese di sollevamento pesi, è del 1978.

In Svezia, il congedo parentale è di 480 giorni, 90 dei quali spettano a ciascun genitore e a dispetto dell’impegno dell’istituzioni nell’educazione alla parità genitoriale, ci dice il fotografo Johan Bävman, creatore del progetto “Swedish Dads“, ancora oggi solo il 40% dei padri decide di condividere equamente il congedo con le mamme.

Se pensiamo che un papà italiano può usufruire di un congedo di 4 giorni, ogni confronto con la Svezia diventa impossibile.

Tuttavia, alla luce delle considerazioni del senatore Pillon in merito alla natura della conflittualità di coppia diffuse per mezzo del video di cui abbiamo parlato qualche giorno fa, si impone una riflessione sulle soluzioni proposte dal ddl 735.

Quando il senatore ci parla di genitori “che si prendono a bambinate“, è di conflitti di interesse che parla: ma è davvero questa la situazione italiana?

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Le donne rischiano di perdere la custodia dei figli quando i tribunali credono ai partner abusanti

Una traduzione di This Is How Women Can Lose Custody Of Their Children When Courts Believe Their Abusive Ex-Partners di Hannah Al-Othman

I ricercatori hanno scoperto che gli stereotipi di genere e i pregiudizi dannosi nei confronti delle sopravvissute agli abusi domestici e nei confronti delle madri stanno mettendo a rischio la loro e quella dei loro figli


Sophia pensava che una volta che avesse chiesto al suo partner violento di andarsene, la vita sarebbe migliorata per lei e per i suoi bambini.
Invece, ci ha spiegato, questi ha continuato ad esercitare un controllo sulla sua persona, l’ha accusata di negligenza verso i suoi bambini, l’ha trascinata in giudizio per ottenere la custodia ed alla fine è riuscito a convincere il tribunale familiare a schierarsi al suo fianco.

Sophia, il cui nome reale non useremo, allo scopo di proteggere la sua identità e quella dei suoi bambini, ha raccontato a BuzzFeed News di aver denunciato il proprio ex compagno alla polizia dopo essere stata messa in condizione di temere per la propria vita e che i professionisti di ambito medico hanno testimoniato la mancanza di prove dell’incuria di cui è stata accusata da lui. Tuttavia, il suo ex ha avuto la possibilità di controinterrogarla in tribunale, coinvolgendo i servizi sociali contro di lei ed alla fine i giudici hanno deciso di garantirgli la residenza.
Sophia adesso prende antidepressivi e non è in grado di lavorare, deve fare affidamento sul banco alimentare per sfamare i propri figli quando vengono in visita. Non ha il coraggio di sfidare la decisione presa dal giudice poiché teme di perdere del tutto il diritto di visita dei suoi bambini.

La sua esperienza è tutt’altro che un caso isolato. Le sopravvissute agli abusi domestici hanno invocato una radicale revisione del sistema dei tribunali della famiglia, in seguito alla pubblicazione di un’inchiesta, resa pubblica oggi, che svela come la discriminazione di genere, organica all’interno dei tribunali di famiglia, stia mettendo a rischio i loro figli.

L’inchiesta, redatta dalla fondazione Women’s Aid e dalla Queen Mary University di Londra, ha svelato che la mentalità nociva degli avvocati, del sistema giudiziario e degli impiegati del Children and Family Court Advisory and Support Service (Cafcass) nei confronti delle sopravvissute agli abusi domestici sta portando le donne a subire discriminazioni all’interno dei tribunali di famiglia, cosa che a sua volta sta mettendo a rischio i bambini.

In seguito alla separazione di Sophia dal suo ex partner, i bambini sono stati esaminati negli anni da svariati professionisti della medicina che, secondo quanto da lei riferito, non hanno mai rinvenuto prove del fatto che i bambini soffrissero d’incuria.

La donna ha anche raccontato a BuzzFeed News di aver chiamato la polizia molte volte per denunciare episodi di violenza, incluso uno in particolare nel quale ha temuto per la sua stessa vita e che è stato la molla che l’ha spinta a chiedere al suo ex di lasciare l’abitazione.

In seguito al suo allontanamento, l’uomo avrebbe continuato ad esercitare controllo su di lei criticandone le capacità genitoriali, cosa che ha portato al coinvolgimento dei servizi sociali ed infine alla perdita della custodia dei suoi bambini.
Nonostante fosse “arrabbiata, destabilizzata e sconvolta” dalle preoccupazioni per il benessere dei propri figli, Sophia riferisce di essersi attenuta scrupolosamente a tutte le richieste dei professionisti (dei servizi sociali ndt) e di aver portato i bambini a tutti gli incontri, come stabilito, fino al momento in cui questi sono stati interrotti quando non è stato rinvenuto alcun problema.
” È stato facile dire che sono state coivolte queste e quest’altre persone “, ha raccontato a BuzzFeed News. “È stato facile da parte loro affermare che ci fossero stati problemi nella cura dei figli. Hanno agito in maniera molto scorretta ed io ne ero davvero sconvolta. Lui stava cercando di esercitare controllo su di me, stava cercando di ottenere ciò che voleva e prendersi i bambini. Non perché volesse i bambini, ma perché voleva toglierli a me. Era questo il suo scopo.”

Sophia dice di avere sperimentato coercizione ed abuso fisico ed emotivo all’interno della relazione. In alcuni di questi episodi i bambini sono stati testimoni ed uno di essi, di appena 3 ann, è intervenuto per proteggerla. Racconta di aver patito “anni in cui sono stata trascinata per casa”. Il suo partner ha esercitato un controllo sulle sue finanze, ha scelto i suoi abiti, ha insistito affinché lei restasse ripetutamente incinta. “A quei tempi non sapevo cosa fosse la violenza domestica e come si sviluppasse. Ho riportato lividi in due o tre occasioni.” racconta la donna a BuzzFeed News. “I bambini erano presenti in alcuni di questi episodi, e ci sono state urla”. Alla fine lei ha chiesto all’uomo di andarsene, in seguito ad un episodio particolarmente violento: “Mi sono ritrovata a pensare: ” Sto per morire?”. Il tempo è come rallentato ma sono riuscita a ricordarmi di avere le gambe ancora libere e sono riuscita a dargli un calcio, sono riuscita a dargli un calcio in un punto doloroso, sono corsa fuori casa ed ho chiamato la polizia.”

Ad ogni modo, avendo lei in un’occasione deciso di reagire per difendersi, il primo impiegato del CAFCASS intervenuto, ha rigettato l’accusa di violenza giudicandola come aggressione reciproca, descrivendo l’episodio con solo due righe nel verbale. Il secondo impiegato del CAFCASS ha registrato il verbale del primo senza porre loro domande.
“Ho dovuto mettere da parte la vergogna e ringraziare per questa benedizione”, Ci ha raccontato, in riferimento al suo ricorso al banco alimentare .” A Natale e Pasqua si ricevono piatti speciali, il che è fantastico. Sono grata del fatto che esista. È davvero dura riuscire a fare il genitore in condizioni come queste.”

Sophia dice di avere l’impressione di non poter presentare appello. Un avvocato una volta l’ha avvisata che appellarsi avrebbe potuto significare ritrovarsi ad avere un accesso ai bambini ancora più limitato. La sua sensazione a proposito del sistema giudiziario familiare è di totale delusione. “Nessuno ha capito, non è importato a nessuno. Ero convinta che mi sarebbe bastato sedere in tribunale e respingere le accuse, dimostrare la mia integrità, ed il giudice avrebbe visto la verità. Avevo torto perché non è quello che è successo e ne sono rimasta estremamente sconvolta. È dura essere una madre part-time. È dura perdersi le cose, dover essere aggiornata sui loro progressi, dover avere una relazione via sms con i miei figli. Se le corti ed i giudici non sono imparziali, dove rischiamo di andare a finire?”

E Sophia non è l’unica. L’inchiesta ha raccolto una mole di dati significativi da 72 donne residenti in Inghilterra. I ricercatori hanno rinvenuto una prevalenza di stereotipi di genere e pregiudizi dannosi verso le donne vittime di abusi domestici e verso le madri. Pregiudizi che, a quanto riferito, stanno mettendo a rischio la sicurezza delle sopravvissute e dei loro figli e stanno impedendo l’accesso delle donne alla giustizia.
Un quarto delle sopravvissute che hanno risposto al questionario riferisce di avere subito una controinterrogazione dai propri ex partner abusanti durante le audizioni in tribunale. Più del 60% riferisce di non aver trovato misure speciali di precauzione, come sale d’aspetto separate, ingressi differenti ed orari scaglionati o schermi o testimonianze in video, che prevenissero un loro contatto con gli abusanti.
Quasi il 70% delle donne che hanno risposto al questionario riferisce che gli ex partner violenti hanno esercitato violenza psicologica anche sul proprio figlio o sui propri figli, mentre almeno due intervistate su cinque asseriscono che il partner esercitasse violenza fisica anche sui bambini. Le sopravvissute raccontano di essere state viste come instabili da giudici, avvocati del tribunale e membri dei servizi sociali o sono state incolpate degli stessi abusi subiti o considerate inattendibili.

Rachael, di cui pure non intendiamo rivelare il vero nome, è stata trascinata in tribunale dal proprio ex compagno che chiedeva di accedere al figlio comune. L’uomo ha una sfilza di precedenti condanne per violenze, su donne ed uomini, ed è stato detenuto in prigione per averla picchiata durante la gravidanza. È riuscita anche ad ottenere un ordine restrittivo nei suoi confronti e lo ha denunciato diverse volte dal momento del suo rilascio dal carcere.
L’ ex ha esercitato violenza anche sul bambino, ha raccontato lei ai giudici. In quell’occasione riuscì ad intervenire per fermare l’abuso ma non l’ha mai denunciato alla polizia per paura che il bambino venisse portato via.

“È estremamente violento. Fa uso di cocaina e di altre droghe come rito sociale. A casa era violento, non aveva pazienza con il bambino ma pretendeva che fossi io a consentirgli il rapporto con il piccolo”.
Rachael dichiara di essere stata completamente impreparata all’ esperienza in tribunale e di essere rimasta scioccata quando il giudice ha ragguagliato il suo ex compagno sull’avere ancora il diritto di visita al figlio, nonostante i precedenti.
“Ho pensato: non ho precedenti penali ed il sistema giudiziario in questo Paese è straordinario. Lo vedranno per quello che è davvero. Ho prove, ho le dichiarazioni della polizia. Ho pensato che non avesse la possibilità di arrivare al bambino. Sono entrata nell’aula fiduciosa della convinzione che nessuno gli avrebbe garantito l’accesso al bambino, ma le cose non sono andate così.”

La corte ha sentenziato in favore del suo ex, cosa che, secondo Rachael, ha messo a rischio la sicurezza sua e di suo figlio. Il giudice ha insistito sul fatto che l’ex compagno ricevesse informazioni sulla scuola alla quale il figlio era stato iscritto dopo che lei era stata costretta a trasferirsi di casa per proteggersi ed ha garantito al suo ex compagno violento visite protette che, in seguito, si sono trasformate in visite senza alcuna supervisione.
Rachael è stata anche controinterrogata dal suo ex partner in aula per tre ore, esperienza che riferisce essere stata la peggiore della sua vita.

“È stato orrendo. Non avevo mai mai subito niente di simile e spero di non doverlo fare ancora. Mi ha fatto domande sulla mia vita sessuale, sulle mie relazioni precedenti. Il mio ex partner violento cercava di dimostrare che io ero quella che desiderava l’uomo violento”

Rachael ritiene che lui l’abbia trascinata in tribunale solo per continuare ad esercitare un controllo su di lei, che stima d’aver dovuto sostenere spese legali per 15.000£ mentre lui, invece, si è difeso da solo. Dopo aver subito il rifiuto da parte del bambino di andare agli incontri, adesso i contatti tra i due sono solo indiretti, attraverso lettere e telefonate. “Non sono davvero interessati al bambino. Anche quando erano insieme, non dimostrava interesse verso il bambino. Si tratta solo di coercizione e di esercitare il controllo”, aggiunge.

Il governo era sul punto di prendere misure per impedire ai partner violenti di controinterrogare le proprie vittime durante i processi nel Prison and Courts Bill ma il processo legislativo è stato accantonato quando Theresa May ha richiesto immediate elezioni nazionali, lo scorso anno.

“Sono andati ad elezioni ed hanno scartato il progetto. Ero devastata. All’inizio ero fuori di me dalla gioia quando stava per essere portato in parlamento, ma non andranno avanti con quel disegno di legge, non sono veramente interessati a farlo. Il governo dovrebbe capire che si tratta di un fenomeno epidemico e che non migliorerà da solo col tempo. Non si arresterà se nessuno farà alcunché per fermarlo”.

Parlamentari ed associazioni stanno chiedendo che norme per impedire la controinterrogazione dell’ex partner entrino a far parte del Domestic Abuse Bill. Al momento non sono stati presi impegni specifici volti ad occuparsi degli errori dei tribunali della famiglia all’interno di questo progetto di legge e le consultazioni si chiuderanno il prossimo giovedì.

Jess Phillips, parlamentare labourista, ha dichiarato a BuzzFeed News che i risultati dell’inchiesta intitolata “Che fine ha fatto il mio diritto di non essere abusata? Abusi domestici, diritti umani e tribunali di famiglia” non hanno rivelato sorprese.
“È la conferma di tutto quello che siamo andati dicendo da due anni a questa parte e niente è cambiato nel frattempo. Il Presidente Generale del Tribunale della Famiglia, James Munby, quest’anno andrà via ed ha promesso di concludere la riforma prima dell’estinzione del suo mandato ma, quando l’iter della legge ai è interrotto, non è cambiato nulla. Il governo dovrebbe incorporarla nel disegno di legge sull’ abuso domestico (Domestic Abuse Bill)”.

Phillips sostiene che pregiudizi dannosi nei confronti delle madri sono radicati all’interno del sistema giudiziario. “È orrendo. Sono al corrente di centinaia e centinaia di casi in cui le donne sono state tradite dall’organismo del tribunale della famiglia.
Non ho dubbi sul fatto che c’è discriminazione verso le vittime di abusi domestici all’interno delle aule dei tribunali. In molti casi, essi stessi colludono con gli autori delle violenze. Sottopongono le donne alla valutazione della loro salute mentale, le bollano come instabili. Il problema è che molte alla fine si arrendono ed acconsentono a concedere ai partner violenti l’accesso ai bambini.

Se sei un violento, non sei un buon padre”, aggiunge. “Ed è così in ogni momento. Non è una questione personale, semplicemente non è una genitorialità sana. Se sei un violento, dovresti essere considerato un genitore incapace.

È molto dannoso il pregiudizio popolare che porta la gente a pensare che tribunali di famiglia propendano a favore delle madri. Non ho mai visto un singolo caso del genere.”

Katie Ghose, capo esecutivo di Women’s Aid afferma: ” Noi sappiamo che gli autori di abusi domestici stanno usando i tribunali di famiglia per perpetuare il controllo e l’abuso sulle vittime, e che il pregiudizio sessista radicato all’interno dei tribunali sta consentendo questo abuso. Il governo dovrebbe eliminare l’inaccettabile prassi della controinterrogazione della vittima da parte dell’abusante, con urgenza. Le sopravvissute hanno aspettato per oltre un anno che il governo mantenesse l’impegno di portare a termine l’attività legislativa.

Vogliamo anche una formazione obbligatoria e continuativa per tutti i professionisti, dai giudici agli avvocati difensori passando per lo staff dei tribunali e per i funzionari dei servizi sociali (Cafcass) sull’abuso domestico, impartita da specialisti come Women’s Aid. La formazione deve comprendere una preparazione sul controllo coercitivo, sull’abuso post-separazione e sulla violenza assistita da parte dei bambini, in modo che tutti i professionisti possano essere in grado di identificare e comprendere l’abuso domestico al fine di salvaguardare efficacemente bambini e genitori non abusanti all’interno dei procedimenti legali.

Shazia Choudhry, docente di legge alla Queen Mary University di Londra ha dichiarato: “Queste ricerche indicano che i diritti umani di queste sopravvissute a mantenere la propria vita familiare ed essere libere dalla discriminazione non stanno ricevendo sufficiente attenzione nelle aule in cui si discute il diritto di famiglia.

Per di più, c’è l’evidenza del fallimento di questi tribunali nell’esercizio della loro responsabilità di prevenire ed investigare gli atti di violenza verso queste sopravvissute e del fallimento dell’azione di contrasto al clima di discriminazione di genere all’interno delle aule. I risultati di questa ricerca sono profondamente preoccupanti e richiedono attenzione urgente dal punto di vista giudiziario e legale.”

Un portavoce del Ministero della Giustizia ha dichiarato :” L’abuso domestico distrugge le vite ed il futuro dei bambini, questo è il motivo per cui il Governo ha messo in atto una serie di misure per proteggere al meglio le vittime e condurre più aggressori davanti alla giustizia.
Progettiamo di eliminare al più presto l’intollerabile pratica degli abusanti che controinterrogano le loro vittime nel Tribunale della Famiglia.
La legge è chiara sul fatto che il benessere del bambino sia di primaria importanza ed ai giudici spetta di determinare quale sia il miglior interesse per il bambino dopo aver attentamente considerato i fatti in ogni singolo caso.”

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Il silenzio assordante del senatore Pillon

Recentemente il senatore Simone Pillon ha diffuso tramite facebook un video nel quale commenta il disegno di legge 735 sull’affido condiviso.

In un’ora e 11 minuti il senatore affronta diversi argomenti, la mediazione obbligatoria, il mantenimento diretto, l’assegnazione della casa coniugale… L’unico tema del tutto assente dalla sua elencazione delle problematiche che affligono i separandi e la loro prole è la violenza domestica, mentre l’unica forma di abuso sui bambini che il senatore ritiene tanto diffusa da essere rilevante quando si parla di controversie sull’affido è l’alienazione genitoriale.

Eppure la violenza compare fra i primi posti quando si parla delle cause di separazione e divorzio.

Dall’alto della sua personale (e quindi del tutto insignificante) esperienza di legale e mediatore familiare, il senatore ci fornisce una descrizione della coppia che scoppia che narra di persone immature “che si prendono a bambinate“, quindi bisognose di soggetti competenti “che si prendano cura della coppia genitoriale“, al fine di “restituire responsabilità ai genitori, affinché ritrovino la capacità di decidere insieme“.

Le persone “conflittuali”, quelle incapaci di raggiungere autonomamente un accordo per la custodia dei figli che risponda al superiore interesse del minore, sarebbero dei bambini incapaci, nei confronti dei quali le istituzioni hanno il dovere di intraprendere un’opera di rieducazione, al fine di condurli ad accettare (a pagamento) quella che è al di fuori di ogni ragionevole dubbio la migliore soluzione possibile.

Secondo il senatore il conflitto fra i genitori ha origine con la domanda di deposito della separazione (minuto 7:50 circa), motivo per il quale rendendo loro impossibile l’avanzare qualsivoglia pretesa stabilendo un accordo rigido e uguale per tutti contribuirebbe a scoraggiarli dall’intraprendere azioni legali.

Il che, da un certo punto di vista, è sicuramente vero: se l’ordinamento mi vieta categoricamente qualsiasi alternativa ai termini stabiliti per legge, non ho motivo di intraprendere un’azione legale per dare testimonianza della mia particolare situazione. Del tutto false, invece, sono le premesse di questo ragionamento, ovvero che ogni conflitto fra i genitori separati nasca dal desiderio infantile ed egoistico di farsi dei dispetti e dall’incuranza nei confronti delle conseguenze dell’intraprendere un’azione legale sulla vita dei propri figli: spesso, e questo è vero soprattutto nei casi in cui la separazione sia la conseguenza di maltrattamenti e abusi, pretendere un accordo che limiti l’esercizio della responsabilità genitoriale di uno dei genitori è soprattutto un atto di doverosa tutela del benessere dei bambini.

Che ci possano essere delle buone ragioni per cui un genitore rifiuti i capisaldi dell’accordo perfetto (tempi paritetici e mantenimento diretto), è un argomento che il senatore non tratta, nella sua espozione.

Pillon lo ribadisce più e più volte, sottolineando come anche la perdita della responsabilità genitoriale di uno dei separandi

(art. 330 c.c. – Decadenza dalla responsabilità genitoriale sui figli – “Il giudice può pronunciare la decadenza dalla responsabilità genitoriale quando il genitore viola o trascura i doveri ad essa inerenti o abusa dei relativi poteri con grave pregiudizio del figlio. In tale caso, per gravi motivi, il giudice può ordinare l’allontanamento del figlio dalla residenza familiare ovvero l’allontanamento del genitore o convivente che maltratta o abusa del minore”)

non ha nulla a che fare con i tempi di permanenza del minore presso ciascuno dei genitori.

Secondo il senatore un genitore può vedersi revocata la responsabilità genitoriale (l’esempio che fa per il suo pubblico è quello di un padre affetto da un grave disturbo mentale per il quale è stato giudicato incapace di assumersi la responsabilità del figlio), ma continuare comunque ad essere un “ottimo” genitore: un’affermazione che svuota di ogni significato l’espressione l”responsabilità genitoriale“.

Se la responsabilità genitoriale viene revocata a quel genitore che reca al figlio “grave pregiudizio”, quali sono le caratteristiche di un ottimo genitore?

Chiarisce il concetto al minuto 44 circa, quando affronta lo spinoso tema dell’alienazione genitoriale: “E’ possibile che il figlio rifiuti un genitore perché quel genitore è inadeguato, ma questo [il rifiuto del figlio] è comunque negativo per il figlio, non fa bene comunque al figlio e dobbiamo aiutare quel figlio a godere della piena bigenitorialità“.

Gli strumenti per piegare il figlio alla “piena genitorialità” è il ricovero dei bambini in “strutture specializzate“.

Anche il concetto di “alienazione genitoriale” è completamente svuotato del significato originale: per il senatore il genitore alienante non è soltanto colei (non fingiamo, vi prego, che certi pseudoconcetti siano neutri rispetto al genere) che programma/indottrina i figli allo scopo di convincerli a rifiutare il padre, bensì anche quella madre che “non fa niente per togliere questo rifiuto che si sta creando nel figlio“. E poco importa se a causare quel rifiuto è proprio il genitore “inadeguato”.

Aggiunge Pillon che chi “non fa niente per togliere questo rifiuto che si sta creando nel figlio” è come “se lo violentasse“. Sui bambini davvero violentati, nel video nemmeno una parola.

Enfatizzare le drammatiche conseguenze del crescere senza poter usufruire di una “perfetta bigenitorialità” è funzionale ad un solo scopo: farci dimenticare ciò che la sua esistenza in quanto costrutto teorico pseudo-scientifico occulta, ovvero il fatto che l’inadeguatezza di cui Pillon parla nel suo video il più delle volte si chiama abuso, violenza o maltrattamento.

Quando qualcuno, in calce ai video promozionali del senatore Pillon prova a sollevare la questione “violenza domestica” e le sue conseguenze sulla salute fisica e psichica di donne e bambini, la risposta generalmente è questa:

La violenza esiste, ma esiste la violenza “in generale”, non la violenza contro le donne e i bambini nel contesto di una società ancora profondamente patriarcale.

Se questa gente ne fosse davvero convinta, dell’esistenza di questa “violenza in generale”, se ne parlerebbe nel disegno di legge. Invece quello che ascoltiamo in proposito è un silenzio assordante.

Prima di concludere e ringraziare i suoi collaboratori, il senatore cita fra i suoi oppositori i “mondi legati ad una certa forma di veterofemminismo” che “pensano che il diritto della donna sia tenere in pugno il figlio“.

Si sbaglia il senatore Pillon, non è una questione di diritti, ma di doveri: quello di cui noi veterofemmiste parliamo è il dovere delle donne di tutelare i loro figli, un dovere al quale non potranno ottemperare finché politici come lui continueranno a fingere che gli abusi sui bambini e la violenza domestica non esistono o che, se esistono, non meritano di essere menzionate nel contesto delle controversie per l’affido che affollano i nostri tribunali.

 

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Lezioni d’amore

Nel 2016 Paolo Ercolani, docente all’Università di Urbino “Carlo Bo”, pubblicava con Marsilio il libro “Contro le donne.”

Ercolani ha raccontato in un’intervista che l’idea di ripercorrere la storia del “più antico pregiudizio” – quello che relega la donna in una posizione di inferiorità inemendabile rispetto agli esseri umani dotati di un pene – nasce dall’ “intenzione di divertire prendendo un po’ in giro il genere femminile“; l’idea originaria, insomma, era scrivere l’ennesimo libro contro le donne, che sarebbe andato a far compagnia a quella mole esorbitante di volumi vergata da “i dottori e i biologi… i piacevoli saggisti, i romanzieri dal tocco leggero, i giovani che hanno preso la laurea in lettere; altri che non hanno preso nessuna laurea; altri che non hanno alcun titolo apparente tranne quello di non essere donne” di cui scriveva Virginia Woolf in “Una stanza tutta per sé”.

La violenza e la crudeltà con cui i i grandi classici del pensiero si scagliano contro le donne, però, hanno profondamente turbato il nostro filosofo, il quale ha avuto un’epifania: ci deve essere un legame fra secoli e secoli di diffuse ed errate convinzioni sul secondo sesso e le “ricadute terribili e spesso drammatiche sul piano della vita concreta e quotidiana di tantissime donne” (cito da Contro le donne. Storia e critica del più antico pregiudizio di Paolo Ercolani, Marsilio, 2016).

Così il suo libro frivolo e faceto si è trasformato in una denuncia del pregiudizio misogino “tanto assurdo quanto indegno di ogni creatura pensante“, nella speranza è che l’opera possa contribuire a distruggere “una miserevole e immotivata ingiustizia contro il genere femminile”.

Ma Paolo Ercolani evidentemente sentiva di dover fare di più: dalla collaborazione con il Consiglio regionale piemontese è nato quindi il progetto dell’educazione sentimentale contro la violenza di genere, un progetto che a partire da quest’anno coinvolgerà i licei di tutta la regione: «Portare l’educazione sentimentale nelle scuole permette di fornire ai ragazzi conoscenze e strumenti che gli consentano di diventare degli adulti in grado di vivere un’affettività equilibrata», ha dichiarato il filosofo all’Espresso.

A questo punto noi donne dovremmo applaudire e ringraziare commosse.

E invece io sono qui a chiedere a Paolo Ercolani di fare un passo indietro, perché la sua idea di ergersi a paladino della battaglia culturale alla violenza contro le donne proprio non mi piace.

Per quanto apprezzi la buona volontà e l’entusiasmo, Paolo Ercolani non mi sembra per nulla preparato per un compito tanto arduo.

Lo affermo perché il 25 novembre dello scorso anno, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, Paolo Ercolani si è scagliato dal suo blog contro il femminismo contemporaneo, a suo dire “degenerato in una formazione radicale, intransigente ed intellettualmente elitaria, il cui fanatismo si è accresciuto di pari passo con l’ininfluenza politica e sociale (anzitutto presso le donne stesse, che non se ne sentono rappresentate).” Il culmine di questa pericolosa ideologia sarebbe rappresentato dalla “teoria del gender”- colpevole di aver “legittimato la turba psichica di chi ritiene di poter scegliere la propria appartenenza sessuale a prescindere dal dato biologico” – cui si aggiungerebbe la “maledizione del maschio in quanto tale, il suo dover comunque tacere sulle questioni che riguardano il femminile, e naturalmente la superiorità morale della donna. Che in quanto vittima designata del dominio maschile, è depositaria sempre e comunque della ragione.

Le “ottuse invasate” rappresentanti di questa degenerazione del pensiero femminista, continua Ercolani, sarebbero le “attrici o aspiranti tali che, dopo aver denunciato alla televisione di aver subito molestie da registi e produttori, vengono fatte assurgere a modello delle donne che hanno subìto violenza sessuale dal maschio predatore e criminale”.

Ercolani confonde gli studi di genere con lo spauracchio inventato dal Vaticano e propagandato in Italia dai pittoreschi esponenti del Family Day, dimostrando di non avere contezza alcuna né dei primi né delle reali ragioni che stanno dietro ad un’invenzione retorica reazionaria, creata allo scopo di screditare il lavoro di disvelamento dei rapporti di potere che si nascondono dietro ai modelli culturali e agli stereotipi basati sul genere.

Inoltre, se l’Organizzazione mondiale della sanità ha recentemente annunciato che l’incongruenza di genere è stata rimossa dalla categoria dei disordini mentali dell’International Classification of Diseases poiché “è ormai chiaro che non si tratti di una malattia mentale e classificarla come tale può causare una enorme stigmatizzazione per le persone transgender“, Ercolani parla a sporoposito di “turbe psichiche”.

A proposito dell’ininfluenza politica e sociale del femminismo delle “attrici o aspiranti tali”, saremmo curiose di sapere come Ercolani avrà accolto la copertina del Time che ha celebrato le “silence breakers”come persona dell’anno; “Le azioni galvanizzanti delle donne in copertina (…) insieme a quelle centinaia di altre [donne] come di molti uomini, ha scatenato uno dei più veloci cambiamenti culturali dagli anni ‘60 ad oggi”, ha dichiarato Edward Felsenthal, direttore di Time, in merito alla scelta di dedicare la copertina alle “voci che hanno lanciato un movimento”: #metoo, un movimento che ha coinvolto milioni di donne in tutto il mondo.

Prima di concludere, vorrei citare un ultima controversa affermazione di Paolo Ercolani. Parlando del suo progetto di “educazione sentimentale”, ci informa che, a suo avviso, «L’educazione sessuale è ormai anacronistica, nonostante si discuta da quarant’anni sul suo inserimento nell’offerta formativa: i ragazzi ormai sono quasi più esperti di noi sulla meccanica del sesso» Peccato che l’aumento esponenziale della diffusione di malattie sessualmente trasmissibili soprattutto tra i giovanissimi sia motivo di allarme in tutta Europa da diversi anni. Il preservativo è l’unico anticoncezionale che protegge da tutte le infezioni, dall’Hiv a quelle batteriche che possono dare sterilità, ma gli italiani – Ercolani compreso – non se ne preoccupano: in Europa siamo quelli che spendono meno per i condom e le vendite calano inesorabilmente.

Se Paolo Ercolani sa poco di studi di genere, sa poco anche dei ragazzi con cui dovrebbe parlarne.

Mi spiacerebbe se Ercolani giungesse alla conclusione che il rifiuto di approvare la sua iniziativa trova fondamento nella “maledizione del maschio in quanto tale”: non è il suo pene che mi disturba, quanto piuttosto le sue anacronistiche idee, viziate da quei pregiudizi sulle donne che un simile progetto dovrebbe combattere e quindi poco idonee a “spiegare ai più giovani i cambiamenti nelle relazioni tra i sessi“.

 

 

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La presunta morte del #metoo

Era il 15 ottobre dello scorso anno, quando l’attrice Alyssa Milano scrisse su Twitter: Se tutte le donne molestate sessualmente o violentate scrivesseroMe too’ come status, potremmo dare alle persone un senso della vastità del problema”.

La stampa annunciava solo due giorni dopo: “More than 12M ‘Me Too’ Facebook posts, comments, reactions in 24 hours”, ovvero più di 12 milioni di post su Facebook, commenti e reazioni nelle prime 24 ore.

A dispetto delle voci scettiche nei confronti dell’iniziativa, che si sono fatte sentire sin dagli albori di quello che poi è diventato un vero e proprio movimento, la marea non si è fermata, le donne hanno continuato a condividere le loro esperienze, l’hashtag si è diffuso oltre i confini nazionali coinvolgendo donne in tutto il mondo, al punto che le “silence breakers”, coloro che hanno rotto il silenzio su molestie e abusi, sono finite sulla copertina del Time come “persona dell’anno; un evento che ha destato parecchia attenzione, considerato che la “persona dell’anno” del Time si è chiamata “uomo dell’anno” fino al 1999 e che, su 81 copertine dedicate dalla nascita dell’iniziativa, solo 4 sono andate a donne:Le azioni galvanizzanti delle donne in copertina (…) insieme a quelle centinaia di altre [donne] come di molti uomini, ha scatenato uno dei più veloci cambiamenti culturali dagli anni ‘60 ad oggi”, ha dichiarato Edward Felsenthal, direttore di Time in merito alla scelta di dedicare la copertina alle “voci che hanno lanciato un movimento”.

Così veloce da spaventare persino chi un cambiamento culturale se lo è sempre augurato.

Già il 17 ottobre, quando cominciavano a circolare gli stratosferici numeri delle condivisioni e delle testimonianze, potevamo leggere su Vice le prime voci autorevoli che cercavano di convincere le donne che #metoo non era la strada giusta da percorrere: “Survivors are coming together yet again to shed light on high rates of sexual assault. They shouldn’t have to(Le sopravvissute si uniscono ancora per fare luce sugli alti tassi di molestie sessuale. Non dovrebbero averne bisogno), si intitolava l’articolo.

Parliamo di abusi sulle donne o violenza sulle donne. Ma così sembra che sia una cosa che succede alle donne, come un nodo fra i capelli. È una nebulosa, un tutt’uno con il fatto di essere donna. Così facendo non parliamo di chi le aggredisce, o di quali sono le circostanze che favoriscono il silenzio. Non parliamo delle ragioni per cui le sopravvissute rimangono in silenzio”, dichiarava Jennai Bundock, sopravvissuta e attivista, rimarcando che ogni movimento che mette al centro solo le vittime incontrerà dei problemi: “Alle vittime si chiede di denunciare o entrare in guerra contro il loro aguzzino. È un fardello immane. L’unica cosa che penso potrebbe aiutare è spostare totalmente il focus lontano dalle donne.

Anche in Italia c’è stato chi ha provato immediatamente a mettere le donne in guardia dalla “guerra agli aguzzini”.

Il 31 ottobre, ad esempio, dalle pagine di Repubblica Lea Melandri, una figura tra le più stimate del femminismo italiano, ha affermato: “Mi dispiace, non sono riuscita ad appassionarmi. E non sono riuscita ad appassionarmi perché ho dei dubbi.

Le confessioni pubbliche possono creare solidarietà, ma viene meno l’elemento fondamentale che è la messa in discussione del tuo racconto, prosegue l’articolo di Melandri, “di fronte a queste campagne che viaggiano su Facebook o sui social network è difficile porre un interrogativo: il solo ipotizzare un’obiezione può essere scambiato per complicità con l’orco, molestatore o violentatore. È un terreno delicatissimo. È la ragione per cui molte donne non si sentono del tutto partecipi a una campagna che mescola cose diverse, ma preferiscono dirlo sotto voce.

Se per Bundock il problema risiede nella possibilità che le vittime finiscano con il subire  ulteriori traumi a causa dell’esposizione mediatica, Melandri è più preoccupata del fatto che invece i racconti diffusi per mezzo del #metoo non vengano sufficientemente “messi in discussione”.

Una preoccupazione del tutto infondata, almeno in Italia, dove sono state parecchie le voci che hanno pubblicamente messo alla berlina le vittime di Weinstein: “Prima la danno via poi piangono e fingono di pentirsi”, ha titolato Libero Quotidiano; Natalia Aspesi ha dichiarato, sempre a proposito delle denunce delle attrici: Sono un lamento tardivo. Un coro che non tiene conto della realtà dei fatti (…) i produttori, almeno da quando ho memoria di vicende simili, hanno sempre agito così. E le ragazze, sul famoso sofà, si accomodavano consapevoli. Avevano fretta di arrivare”. Vittorio Feltri alle Iene ha detto: “Le donne denuncino e subito, non dopo venti anni. (…) Weinstein non era mica l’unico produttore di Hollywood e la sua non è stata violenza sessuale. Non ti fa fare carriera per ripicca? Tu vai da un altro produttore, è molto semplice. Le possibilità di denunciare ci sono, le donne lo facciano. Se non lo fanno per paura di non essere credute o ascoltate e perché sono deboli, si arrangino”; e questi sono solo alcuni degli esempi di pubblica “messa in discussione” che si possono citare.

Ciononostante, la preoccupazione ha continuato a serpeggiare, fino a sfociare nella lettera delle donne francesi che ha destato tanto scalpore, nella quale leggiamo:

Di fatto, il #metoo ha dato avvio sulla stampa e sui social network a una campagna di delazioni e di accuse pubbliche verso individui che, senza che gli venga lasciata la possibilità di rispondere o difendersi, sono stati messi esattamente sullo stesso piano degli aggressori sessuali.
Questa giustizia sbrigativa ha già le sue vittime, uomini puniti nell’esercizio del loro mestiere, costretti alle dimissioni ecc. quando hanno avuto il solo torto di aver toccato un ginocchio, tentato di rubare un bacio, parlato di cose “intime” durante una cena di lavoro o di aver inviato messaggi dalla connotazione sessuale a una donna che non ricambiava la loro attrazione”
.

La delazione, sin dai tempi dell’antica Roma, è considerata una pratica vile, esercitata da spioni prezzolati e propensi alla calunnia: “Delatores, genus hominum publico exitio repertum, et poenis quidem numquam satis coercitum, per praemia eliciebantur”, scriveva Tacito negli Annales.

E le donne, ci ricorda sempre a proposito della valanga di denunce contro uomini illustri, nientepopodimeno che Margaret Atwood, “sono esseri umani, con tutta la gamma di comportamenti santi e demoniaci che questo comporta, inclusi quelli criminali”.

Detto in parole povere, la verità delle donne che denunciano, la “loro verità” (“their truth,” come ha rimarcato anche da Oprah Winfrey ai Golden Globe), potrebbe non essere così vera; per questo andrebbe sussurrata sotto voce, meglio se nelle aule dei tribunali, dove gli uomini possono esercitare il loro diritto alla difesa. E se le aule dei tribunali che abbiamo, viziati da pregiudizi di genere, non permettono alle donne di ottenere giustizia (“Il momento #MeToo è un sintomo di un sistema legale che non funziona. Fin troppo frequentemente, le donne e altri soggetti che denunciano un abuso sessuale non hanno potuto avere accesso a un’udienza equa attraverso le istituzioni”, ha ammesso Atwood), allora che si costruiscano nuovi tribunali, si scrivano nuove leggi, come ha sollecitato la storica Anna Bravo dalle pagine di MicroMega: “Le ragazze del ‘Me too’ dovrebbero porsi il problema della costruzione di nuove norme giuridiche ed economiche invece di piagnucolare sui social.

Oprah Winfrey ha più di sessant’anni, Rose McGowen più di quaranta, come pure Asia Argento, Uma Thurman (l’ultima, in ordine di tempo, che ha affidato alla stampa la sua denuncia) ne ha quasi cinquanta, Giulia Blasi, la giornalista che ha lanciato in Italia l’hashtag #quellavoltache, è nata nel 1972: arduo definirle “ragazze”.

Eppure, questa contrapposizione fra la donna saggia, che grazie alla sua lunga vita, è in grado di cogliere le “cose diverse” che non dovrebbero finire nel #metoo e la giovane sconsiderata tutta emotività e sdegno che si lascia trasportare dall’entusiasmo, emerge potente: ad una donna che su twitter invitava Margaret Atwood ad ascoltare le voci che si esprimono per mezzo del movimento (donne più giovani e meno potenti, così vengono descritte le donne che hanno aderito all’iniziativa da Erika Thorkelson: “If Margaret Atwood would like to stop warring amongst women, she should stop declaring war against younger, less powerful women and start listening #metoo”), Atwood risponde: “I have been listening for approx 60 years”, ovvero: sono circa sessant’anni che ascolto.

Il nuovo che avanza versus vecchi/e privilegiati/e che difendono lo status quo, “giovani” irresponsabili versus la pacata ragionevolezza che deriva dall’esperienza? C’è stato un momento in cui sono sembrate queste le parti in causa nel dibattito acceso dal #metoo, sebbene da una parte (i sostenitori del movimento) come dall’altra (i suoi detrattori) si trovino donne (e uomini) di tutti i ceti e tutte le età.

Non una questione generazionale dunque, e neanche una questione di classe sociale: “Anche se lavoriamo in ambienti molto diversi” – hanno scritto le lavoratrici agricole dell’Alianza Nacional de Campesinas in una lettera di supporto alle accusatrici di Weinstein nel novembre 2017-condividiamo un’esperienza comune di essere predate da individui che hanno il potere di assumere, licenziare, ostracizzare e minacciare la nostra sicurezza economica, fisica ed emotiva. Anche per noi ci sono poche posizioni a disposizione e denunciare qualsiasi tipo di crimine o ingiustizia non appare un’opzione praticabile. Lamentarsi di qualsiasi cosa – persino le molestie sessuali – sembra impensabile perché troppo è a rischio, inclusa la capacità di nutrire le nostre famiglie e preservare la nostra reputazione. Comprendiamo il dolore, la confusione che provate, sappiamo che vi sentite sole e tradite. La stessa vergogna e la stessa paura pesano sulle nostre spalle. Ma noi sappiamo, nel profondo del nostro cuore, che non è colpa nostra. Le uniche persone colpevoli sono quelle che scelgono di abusare del loro potere per molestarci, minacciarci e farci del male, come quelle che lo hanno fatto a voi.

Il movimento, a dispetto delle critiche apocalittiche che lo hanno paragonato alla rivoluzione culturale cinese, alla caccia alle streghe o alle audizioni condotte dal Senatore Joseph McCarthy nell’America degli anni ‘50, ha continuato a vivere di vita propria senza subire alcun contraccolpo: a gennaio è arrivata la notizia del suo sbarco in Cina, mentre è del 9 febbraio 2018 l’annuncio del #MosqueMeToo, l’hashtag con il quale le donne musulmane denunciano le loro esperienze di molestie subite in moschea e durante il pellegrinaggio alla Mecca. Fra il 22 e il 23 marzo, nella Piazza Gwanghwamun di Seul, in Corea del Sud, 193 donne hanno preso il microfono e hanno parlato delle esperienze di molestie e violenze sessuali da loro subite per oltre 33 ore. Nel frattempo siamo venute a  conoscenza del movimento giapponese, nato 5 mesi prima del #metoo statunitense con l’hashtag  #FightTogetherWithShiori grazie alla coraggiosa testimonianza della giornalista Shiori Ito, ed esploso in dicembre a seguito del successo internazionale dell’iniziativa di Alyssa Milano. Quest’estate il #metoo ha coinvolto suore da tutto il mondo.

Sebbene la maggior parte di noi lo abbia conosciuto solo grazie al caso Weinstein, #metoo è uno slogan che viene da lontano, dall’attivista per i diritti civili Tarana Burke, che ha creato il “me too Movement” nel 2007.

Il movimento me too ha avuto inizio nel posto più profondo e oscuro della mia anima, racconta Burke, quando era un’operatrice giovanile e si occupava prevalentemente di bambini di colore e incontrò la piccola Heaven, che aveva un doloroso segreto da confidare. A dispetto del fatto che nel corso del suo lavoro Burke avesse già ascoltato ogni sorta di storia straziante a proposito di genitori maltrattanti e negligenti, quando Heaven la sceglie per condividere il suo inferno personale, lei non riesce ad ascoltare: “Mentre tentava di parlarmi quel giorno, lo sguardo nei suoi occhi mi spingeva ad allontanarmi da lei. Aveva una profonda tristezza e un desiderio di confessione che lessi immediatamente e non volevo farne parte. Alla fine, nel corso della giornata, mi ha raggiunto e quasi mi ha pregato di ascoltare… e ho accettato con riluttanza. Per i minuti successivi questo bambina, Heaven, con fatica mi ha raccontato del suo “patrigno” o piuttosto del fidanzato di sua madre che stava facendo ogni sorta di cose mostruose al suo corpo in via di sviluppo… Sono rimasta inorridita dalle sue parole, erano troppe le emozioni che mi scoppiavano dentro e ho ascoltato fino a quando non ce l’ho più fatta… il che si è rivelato essere meno di 5 minuti. Poi, proprio nel mezzo della condivisione del suo dolore con me, l’ho interrotta e l’ho immediatamente indirizzata a un’altra consulente donna che poteva aiutarla meglio. Non dimenticherò mai l’espressione sul suo viso. Non dimenticherò mai lo sguardo perché penso a lei tutto il tempo. Lo shock di essere respinta, il dolore di aver aperto una ferita solo per doverla richiudere bruscamente, era tutto sulla sua faccia. E per quanto io ami i bambini, per quanto mi importasse di quella bambina, non riuscivo a trovare il coraggio che lei aveva trovato. Non riuscivo a raccogliere l’energia per dirle che avevo capito, che potevo sentire il suo dolore. Non potevo aiutarla a liberarsi della sua vergogna, non potevo farle capire che nulla di quello che le era successo era colpa sua. Non riuscivo a trovare la forza di dire ad alta voce le parole che risuonavano nella mia testa più e più volte mentre cercava di dirmi cosa aveva sopportato… La osservai allontanarsi da me mentre cercava di recuperare i suoi segreti per infilarli di nuovo nel loro nascondiglio. La guardai rimettersi la maschera e tornare nel mondo come se fosse tutta sola e non riuscivo nemmeno a sussurrare… anche io.

Me too, anche io, è una frase che ogni sopravvissuta dovrebbe sussurrare ad un’altra sopravvissuta – spiega Burke – per farle sapere che non è sola; l’idea di Burke era che il “Me too” aiutasse le donne a creare un “movement for radical healing”, un movimento per una radicale guarigione che trova il suo fondamento nell’empatia.

Anche Tarana Burke è intervenuta nel dibattito sul #metoo, proprio per ribadire questo concetto: “Nessuno è mai venuto da me dicendo ‘Voglio distruggere questa persona’. Vengono e dicono ‘Ho bisogno di aiuto. Questa cosa mi sta uccidendo, mi sta schiacciando, è una fitta costante alla bocca del mio stomaco’”.

Non si tratta, dunque, di una caccia alle streghe, si tratta di curare ognuna il proprio trauma per mezzo della condivisione con persone che ne hanno vissuto uno analogo e hanno gli strumenti per riconoscere che la verità di chi racconta è anche la verità di molte, moltissime altre donne, tutte ugualmente bisognose di sentirsi dire: non ti devi vergognare, non hai più bisogno di mantenere nessun segreto o di indossare nessuna maschera, ma soprattutto: non è colpa tua.

Se uno degli obiettivi del #metoo è curarsi, un altro è sicuramente il prendersi cura l’una delle altre.

Ronan Farrow, l’autore dello scoop del New Yorker che ha aperto la diga alle denunce di molestie sessuali contro Harvey Weinstein, nonché figlio di Woody Allen e Mia Farrow, intervistato a proposito del rapporto fra la sua storia personale e la decisione di occuparsi della vicenda, ha citato le accuse contro il padre che la sorella ha ribadito, sempre a mezzo stampa, nel 2014.

Racconta Ronan Farrow che, quando Dylan affidò la sua versione dei fatti al New York Times, lui tentò di dissuaderla: Ho cercato di parlarle energicamente, le ho detto ‘Stai calma. Lo sai, hai già vissuto questo trauma, perché costringerti a viverlo ancora? Perché danneggiare la tua carriera? Perché danneggiare le nostre carriere?”

Ma Dylan ha deciso comunque di mandare in stampa la sua lettera aperta. Le sue motivazioni, secondo il fratello, furono le medesime che nel 2017 hanno spinto le accusatrici di Weinstein: “I suoi argomenti avevano molto in comune con quelli portati dalle donne che si opponevano a Harvey Weinstein. Voleva assicurarsi che altre donne fossero protette”.

The complicated feeling I have about Harvey is how bad I feel about all the women that were attacked after I was”, ovvero: “Ciò che provo riguardo a Weinstein è che mi sento male per le donne che hanno subito una aggressione dopo di me”, ha detto Uma Thurman al New York Times, e ha aggiunto: “Io sono una delle ragioni per le quali una ragazza è entrata da sola in una stanza con lui”.

Empatia, desiderio di offrire supporto e protezione: a leggere le testimonianze delle vittime che hanno affidato al #metoo i loro racconti, sembrano questi i sentimenti che hanno trasformato un tweet in un fenomeno tanto massiccio da far pensare a un radicale mutamento della società.

Ma il radicale mutamento non sta nel fatto che le donne abbiano “rotto il silenzio”, innescando la catena di storie che si susseguono senza soluzione di continuità da mesi ormai, perché – come ha ricordato Ophra Winfrey sempre nel suo discorso ai Golden Globe citando la storia di Recy Taylor e della sua estenuante battaglia in difesa della sua verità di donna abusata dai suoi stupratori prima, e dall’impossibilità di ottenere giustizia, poi – le donne non hanno mai taciuto la loro verità, o meglio: ci sono sempre state donne  disposte a rivivere il loro trauma ed esporsi al pubblico ludibrio per rompere il silenzio.

Il radicale mutamento sta nel fatto che oggi molte più persone sono disponibili ad ascoltare cosa quelle donne hanno da dire, ma soprattutto sono disposte a credere che “la verità delle donne” potrebbe essere semplicemente la verità.

Grazie all’esperienza del #metoo, l’attrice Mira Sorvino – una delle donne che ha confidato a Ronan Farrow le molestie subite da Weinstein – ha trovato il coraggio di scrivere una lettera aperta a Dylan Farrow, nella quale dice: “Confesso che all’epoca in cui ho lavorato per Woody Allen ero una giovane attrice ingenua. Avevo archiviato le accuse di molestie contro tuo padre come parte della guerra per la custodia tra Mia Farrow e lui, mi dispiace di non aver approfondito la situazione. Da adolescente, avevo la mia copia del suo libro Without Feathers. Ho interpretato il ruolo di Diane Keaton in una produzione scolastica di Suonala ancora, Sam e sono cresciuta coi suoi film come molti della mia generazione. Da attrice ho ottenuto il ruolo dei sogni nei panni di Linda Ash in La dea dell’amore e la libertà che mi ha dato per creare il ruolo è stata eccitante. Non siamo mai stati amici intimi, non si è mai comportato in modo inappropriato con me e non ho mai sperimentato quello che tu hai descritto. Ma questo non scusa la mia cecità verso una storia che speravo non fosse vera. È difficile denunciare i propri eroi, i propri benefattori, verso i quali hai un debito di gratitudine per la tua carriera. A dicembre ho chiamato tuo fratello Ronan, raccontandogli la mia esperienza con Harvey Weinstein. Gli ho detto come mi sentivo sollevata nello scoprire che molte persone mi avevano offerto il loro sostegno man mano che emergevano i dettagli delle molestie contro di me. Gli ho detto che volevo saperne di più di te e della tua situazione. Mi ha indicato dettagli della storia che fino ad allora mi ero rifiutata di conoscere e ho scoperto l’esistenza di prove a supporto della tua storia. Ho capito che stavi dicendo la verità. Mi dispiace, Dylan! Non posso immaginare come ti sia sentita tutti questi anni guardando colui che aveva ferito i suoi figli, mentre veniva applaudito da tutta Hollywood, me compresa. Come madre e come donna, questo mi spezza il cuore. Siamo in un’epoca in cui ogni cosa deve essere riesaminata. Questo tipo di abuso non può più essere permesso. Se questo significa tirar giù dal piedistallo gli antichi dei, così sia. Non lavorerò più con lui”.

Il #metoo non è solo il movimento di chi ha trovato il coraggio di parlare; se le vittime hanno innescato la miccia, il vero combustibile che tiene accesa la fiamma del movimento sono tutti/e coloro che non si ritraggono in un luogo oscuro e profondo dell’anima, ma accettano di farsi spezzare il cuore e continuano ad ascoltare.

 

fonte dell’immagine

Oggi in parecchi si chiedono angosciati quali terribili ripercussioni avrà lo scoop del New York Times sul movimento #metoo.

La mia personale opinione è che ne avrà molto poche.

Quelli/e che oggi che annunciano la morte del #metoo, come Natalia Aspesi, sono coloro che il #metoo non l’hanno mai potuto soffrire, che non l’hanno mai veramente compreso.

Ma le donne che lo hanno reso il fenomeno che è stato, tutte “le operaie, le commesse, le segretarie” che Aspesi ha fatto finta di non vedere, ignoreranno le loro certificazioni di decesso proprio come hanno ignorato gli anatemi dei mesi passati.

 

Sullo stesso argomento:

#MeToo founder Tarana Burke says ‘there is no model survivor’ after Asia Argento report

Sorrideremo un po’, perché ci fa bene

I porci e le loro alleate fanno bene ad agitarsi

 

Poscritto: non pubblico commenti che contengono valutazioni sulla colpevolezza e/o innocenza di Asia Argento o commenti che disquisiscono sulla credibilità di Jimmy Bennet.

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Avanguardia

Qui non stiamo facendo né propaganda, né maschilismo, né femminismo, per piacere. Sgrombriamo il campo da queste categorie che appartengono al passato. (Senatore Simone Pillon, Convegno sulla riforma di Legge 54/06, 7 giugno 2018)

La buona madre non deve essere, come la mia, una semplice creatura di sacrificio: deve essere una donna, una persona umana.” (Sibilla Aleramo, “Una donna”)

Come annunciato, è stato presentato al Senato il ddl che mira a riformare le norme in materia di affido condiviso. “Innovativo disegno di legge”, lo definisce la pagina web del Coordinamento Interassociativo Colibrì, ma non è chiaro quali sarebbero le “novità”, visto che da anni sentiamo sempre le stesse proposte (a seguire, ad esempio, quelle del 2012):

Non è neanche nuova l’alleanza fra il popolo del Family Day (del quale Simone Pillon è una delle figure di spicco nonché co-fondatore del comitato organizzatore della manifestazione) e quella “chiassosa pletora di associazioni di coniugi o ex tali, e soprattutto di genitori, specie padri, separati o divorziati che siano” (così l’ha definita poco tempo fa il magistrato Geremia Casaburi in un articolo dedicato alle loro proposte), che per comodità siamo soliti chiamare i “papà separati“.

Eppure, quello che i promotori vogliono darci ad intendere è che questo disegno di legge sia in linea con “le conoscenze più aggiornate a livello mondiale“…

al contrario di concetti obsoleti come “maschilismo” e “femminismo”.

Una delle associazioni che sostengono il disegno di legge, “Mantenimento Diretto Movimenti per l’Uguaglianza Genitoriale”, a tale proposito ha indirizzato al Consiglio Superiore della Magistratura
 una lettera per spiegare l’ “innovativa” prospettiva sulla questione: secondo l’associazione una riforma delle norme si ritiene necessaria perché

La divisione dei ruoli in ambito familiare è ormai solo un retaggio del passato privo di riscontro nella società.

Ora, non so a voi, ma a me, da gente che sale sul palco con Costanza Miriano, autrice di “Sposati e sii sottomessa” e articoli di questa risma:

scritti evidentemente allo scopo di esortare le donne a rinchiudersi in casa per badare ai bambini e agli anziani mentre gli uomini sono fuori a fare “gli alberi maestri” (una metafora vagamente fallica, vi pare?), non mi va di farmi prendere in giro in questo modo.

Dirsi che viviamo in un mondo egualitario è bendarsi gli occhi e mentire“, ha affermato recentemente Marie Laguerre, e questa gente mente spudoratamente.

Ne abbiamo discusso proprio poco tempo fa, a proposito del rapporto di Save The Children sulla maternità in Italia: “La crescita dei figli viene vissuta oggi come un peso che grava esclusivamente sulle spalle delle donne”, e se non trascorrere tempi paritetici con entrambi i genitori è davvero dannoso per la salute dei bambini, come sostengono i promotori del disegno di legge, in questo paese la stragrande maggioranza dei bambini è malata e non basterà di certo un disegno di legge per le famiglie separate a risolvere il problema.

Sono propensa a ritenere che la salute dei bambini non sia altro che un bel paravento, dietro il quale si celano ben altre questioni, alcune molto, molto spinose.

Ad esempio la violenza domestica.

Parliamo ad esempio della mediazione familiare obbligatoria.

A proposito della mediazione, la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul)  afferma che “Le parti devono adottare le necessarie misure legislative o di altro tipo per vietare il ricorso obbligatorio a procedimenti di soluzione alternativa delle controversie, incluse la mediazione e la conciliazione, in relazione a tutte le forme di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione”.

Una raccomandazione che il disegno di legge omette del tutto di considerare.

Ma d’altra parte, in nessuna parte del disegno di legge si fa cenno alla violenza domestica o alla violenza assistita, anzi, quando vi si fa cenno, lo si fa per tradire quanto disposto dalla Convenzione di Istanbul.

L’articolo 11 (comma 1 e 2) recita:

L’articolo 337-ter del codice civile è sostituito dal seguente:

  1. Indipendentemente dai rapporti intercorrenti tra i due genitori, il figlio minore, nel proprio esclusivo interesse morale e materiale, ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con il padre e con la madre, di ricevere cura, educazione e istruzione e assistenza morale da entrambe le figure genitoriali, con paritetica assunzione di responsabilità e di impegni e con pari opportunità. Ha anche il diritto di trascorrere con ciascuno dei genitori tempi paritetici o equipollenti, salvo i casi di impossibilità materiale.
  2. Qualora uno dei genitori ne faccia richiesta e non sussistano oggettivi elementi ostativi, il giudice assicura con idoneo provvedimento il diritto del minore di trascorrere tempi paritetici in ragione della metà del proprio tempo, compresi i pernottamenti, con ciascuno dei genitori. Salvo diverso accordo tra le parti, deve in ogni caso essere garantita alla prole la permanenza di non meno di 12 giorni al mese, compresi i pernottamenti, presso il padre e presso la madre, salvo comprovato e motivato pericolo di pregiudizio per la salute psico-fisica del figlio minore in caso di:
  • Violenza
  • Abuso sessuale
  • Trascuratezza
  • Indisponibilità di un genitore
  • Inadeguatezza evidente degli spazi predisposti per la vita del minore.

Fra i casi che il giudice deve tenere in considerazione nel valutare un affido esclusivo è citata la “violenza”, ma non si fa esplicitamente nesuncenno alla violenza contro il partner.

Considerato che, purtroppo, si stima siano ben 427mila i bambini che negli ultimi 5 anni hanno patito e patiscono le conseguenze della violenza assistita, che nel nostro codice penale non esiste una norma specifica che punisca il reato, che ancora esercitano magistrati convinti che un uomo maltrattante possa essere un bravo genitore e che la Convenzione di Istanbul lo prevede espressamente, una menzione era doverosa.

Ma non è questo il peggio.

Leggo più avanti:

Il giudice, nei casi di cui all’art. 337-ter, comma 2 [quindi violenza, abuso sessuale, trascuratezza, ecc.], può disporre temporaneamente l’affidamento dei figli ad uno solo dei genitori qualora ritenga con provvedimento motivato che l’affidamento all’altro sia contrario all’interesse del minore. In ogni caso deve garantire il diritto del minore alla bi-genitorialità disponendo tempi adeguati di frequentazione dei figli minori col genitore non affidatario e promuovendo azioni concrete per rimuovere le cause che hanno portato all’affidamento esclusivo.

Devo commentare?

Devo aggiungere un commento al fatto che il giudice, in ogni caso, anche di fronte ad un genitore accusato di violenze o abusi sessuali, non solo non è obbligato a disporre l’affido esclusivo all’altro genitore, ma deve disporre tempi adeguati di frequentazione dei figli minori – vittime di quelle violenze e quegli abusi sessuali – con il perpetratore di quegli abusi con l’obiettivo di garantire non il benessere delle persone coinvolte, dei bambini, bensì la bigenitorialità?

Se pensate che aver sancito che la bigenitorialità è un principo superiore persino alla tutela del bambino maltrattato (per non parlare della donna maltrattata) sia intollerabile, aspettate di leggere questo passo:

All’articolo 342-bis del codice civile (Ordini di protezione contro gli abusi familiari) dopo il comma 1, è aggiunto il seguente:
“Quando in fase di separazione dei genitori o dopo essa la condotta di un genitore è causa di grave pregiudizio ai diritti relazionali del figlio minore e degli altri familiari, ostacolando il mantenimento di un rapporto equilibrato e continuativo con l’altro genitore e la conservazione rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale, il giudice, su istanza di parte, può adottare con decreto uno o più dei provvedimenti di cui agli artt. 342 ter e 342 quater. I provvedimenti di cui a quest’ultimo articolo possono essere applicati – nell’esclusivo interesse del minore – anche quando – pur in assenza di evidenti condotte di uno dei genitori – il figlio minore manifesti comunque rifiuto, alienazione o estraniazione con riguardo ad uno di essi.

La prova sufficiente per condannare un genitore è la condotta del figlio: quello che in modo molto subdolo sta dicendo questa gente è che quando un bambino rifiuta il rapporto con uno dei genitori, il magistrato deve supporre che la colpa sia dell’altro genitore. Non sono citate altre possibilità.

Sappiamo che una donna è già stata condannata con queste assurde motivazioni, con una sentenza di condanna che ne sanciva paradossalmente l’innocenza.

Se questa norma dovesse essere approvata, sarà ancora più facile condannare persone  innocenti, e con loro saranno condannati tutti quei bambini che hanno ben altre ragioni per non voler frequentare uno dei genitori.

Un ultimo accenno alla violenza domestica, per non farci mancare proprio nulla.

Non se ricordate le polemiche che seguirono l’intervento del fondatore del percorso neocatecumenale Kiko Arguello al Family Day del 2015.

Quanto segue è ciò che dichiarò in proposito Simone Pillon:

Potete trovare il report dell’Istat qui e controllare che l’Istituto Nazionale di Statistica, con buona pace dei cattolici, nelle sue misurazioni non fa troppe distinzioni fra “partner” e “mariti”, ma solo fra partner, ex partner e sconosciuti. A pag.6 trovate una tabella, nella quale si fa differenza fra donne coniugate, nubili, separate/divorziate o vedove (non si parla di conviventi), ma i dati non fanno riferimento al perpetratore. Lì potete trovare il dato 63,9%, mentre il dato 7,5% si trova in un’altra pagina, a pag.8: “Tra gli autori della violenza al primo posto si collocano gli ex mariti/ex conviventi (22,4%), seguiti dagli ex fidanzati (13,7%), dai mariti o conviventi attuali (7,5%) e infine dai fidanzati attuali (5,9%).

Ciò che ci dice in realtà quel report (pagg.7 e 8) è che “I partner, attuali ed ex, sono responsabili della quota più elevata di tutte le forme di violenza fisica rilevate e di alcuni tipi di violenza sessuale come lo stupro nonché i rapporti sessuali non desiderati, ma subiti per paura delle conseguenze. Il 69,7% degli stupri, infatti, è opera di partner, il 55,5% degli ex partner, il 14,3% del partner attuale, il 17,4% di un conoscente. Solo il 6,2% è stato opera di estranei” E in nota è aggiunto: “Per violenza da un ex partner si considera sia quella effettuata da questi durante la relazione di coppia (quando quindi l’expartner era un partner attuale), sia quella effettuata fuori dalla relazione di coppia (ovvero quando il partner era già un expartner). Tuttavia, solo una parte limitata delle violenze commesse da un ex partner si sono verificate dopo che la relazione di coppia si era già interrotta. Nella maggior parte dei casi, quindi, l’ex partner era un partner al momento della violenza. Solo una parte limitata di queste si è protratta dopo la separazione.”

Quindi no, la famiglia non è un “luogo di prevenzione della violenza“, ma una legge del genere potrebbe contribuire a creare l’illusione che lo sia.

Questo di Pillon, fondato su dati estrapolati e manipolati ad arte, è un ragionamento che spiega in parte la sua piena adesione ad un progetto che, poiché abusa della parola uguaglianza, sembrerebbe in contrasto con i valori espressi dai suoi amici del Family Day. Ma la contraddizione è solo apparente: l’enfatizzazione del legame tra padre e prole, infatti, lungi dal collocarsi in un contesto scientifico, è funzionale all’eliminazione dell’assegno di mantenimento e all’eventualità di non vedersi assegnata la casa coniugale, quindi uno strumento mirato a ridurre la possibilità materiale di emanciparsi dal matrimonio per una donna con scarse risorse economiche.

E sappiamo bene che rimanere a casa a curare bambini e anziani mentre gli uomini fanno gli alberi maestri non garantisce certo un reddito, così sempre più “luoghi di prevenzione della violenza” rimarranno integri.

Il ddl 735 è, in un certo senso, all’avanguardia, è l’avanguardia di una porzione di uomini decisi a rimettere le donne al loro posto, in seno a quella famiglia nella quale – checché ne dica Miriano – torneranno ad essere prigioniere.

Inoltre, grazie all’enfasi sulla bigenitorialità a discapito della sicurezza e del benessere di donne e minori vittime di abusi, maltrattamenti, e violenza domestica, si configura come la norma ideale per quei maltrattanti ansiosi di mantenere il controllo sulle loro vittime anche dopo che avranno tentato di fuggire.

Vorrei aver poter dire di aver capito male. Vorrei tanto aver frainteso. Le norme sono scritte qui, ditemi pure il vostro parere.

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Ángela González

Una traduzione da El Estado deberá pagar 600.000 euros a la madre de una hija asesinada por su padre

Ángela González, la donna il cui ex compagno assassinò la figlia 15 anni fa, sarà indennizzata con 600000 euro per danni morali così come deciso questo venerdì la Sala de lo Contencioso-Administrativo del Tribunal Supremo. L’uomo uccise la figlia, Andrea, di 7 anni, nel 2003, durante una delle visite non vigilate stabilite dal tribunale di Madrid dopo la separazione, dopo che la donna lo aveva denunciato in 47 occasioni per maltrattamenti e altre cause. Dopo aver ucciso la minore l’uomo si suicidò. La madre tentó tutte le vie giudiziarie in spagna per avere un indennizzo e visto che in Spagna non ebbe giustizia ricorse all’ONU che le diede ragione. Adesso il Supremo obbliga lo stato a rispettare la risoluzione delle Nazioni Unite.

La donna aveva denunciato per la prima volta il marito per maltrattamenti nel 1996 quando era incinta di Andrea. Nel 1999 quando González fuggì di casa con la bambina le aggressioni continuarono. Durante il processo di divorzio il giudice concesse al padre un regime di visite vigilate. Ma due anni dopo, appoggiandosi su un rapporto dei servizi sociali che facevano la supervisione degli incontri nel quale non si raccomandava espressamente che le visite fossero vigilate, un giudice accettò un ricorso dell’uomo e permise che si prendesse la bambina un giorno alla settimana dall’uscita da scuola alle 20.

Il giorno in cui la uccise, il 24 aprile del 2003, c’era stato un processo per decidere a chi corrispondesse l’uso dell’abitazione famigliare. All’uscita, l’uomo minacció González: “ti toglierò quello che più ami” le disse. Quel pomeriggio, a Arroyomolinos, sparò tre volte alla bambina e poi si siucidò.

La madre dopo il crimine presentò al ministero della giustizia una richiesta di “responsabilità patrimoniale” dello Stato per funzionamento anormale della giustizia. Nella richiesta affermò che la morte della figlia si sarebbe potuta evitare se le visite fossero state vigilate, ma il Governo considerò corretto l’operato del tribunale e rifiutò la richiesta, una decisione confermata dalla Audiencia nacional e dal Supremo. La donna ricorse al tribunale costituzionale che le diede torto.

Allora González e le sue avvocate decisero di ricorrere al CEDAW che affermò che la Spagna non aveva agito con la dovuta diligenza. Con la decisione dell’organismo internazionale il caso riprese il suo corso anche se la donna dovette lottare ancora perchè venisse rispettata la decisione dell’ONU. Il governo non procedette a ratificare la decisione e la donna portò il caso all’Audiencia Nacional che lo rifiutò nuovamente considerando che il giudice che modificò il regime delle visite non aveva dati che indicassero che la bambina fosse in pericolo. Questa risoluzione è quella ribaltata ora dal Supremo che ha condannato lo stato a indennizzare la donna con 600000 euro (lei chiedeva 1,2 milioni).

Per approfondire:

Angela e Andrea

Il diritto di visita del genitore abusante

 

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Sulla condanna penale di Juana Rivas

 

Una traduzione (sentitevi liberi di migliorarla) del comunicato dell’Asociación de Mujeres Juezas de España (AMJE): Sobre la condena penal a Juana Rivas, esta es nuestra opinión

 

Oggi è stata resa pubblica la sentenzapronunciata il 18 luglio 2018, che condanna Juana Rivas per  rapimento di minori a cinque anni di prigione, a risarcire il suo ex marito con 30.000 euro, comminandole in aggiunta a la sospensione per sei anni della responsabilità genitoriale.

Partendo dal rispetto assoluto di tutte le decisioni giudiziarie, è evidente la gravità e la abnormità delle pene inflitte, poiché non condannano solo l’imputata, ma anche i due figli a perdere il legame con la madre, nonostante il fatto che Relazioni specialistiche, compresa quella su cui si basa la sentenza, confermino una relazione positiva e vincolante tra i minori e la loro madre.

Noi di AMJE continuiamo a sostenere che quelle che vengono percepite come decisioni sproporzionate o dettate al di fuori della realtà sociale sono il prodotto dell’ignoranza dell’obbligo di integrare la prospettiva di genere all’applicazione della legge e con essa interpretare la norma che salvaguarda i diritti umani.

La persistenza di stereotipi nel lavoro giudiziario, come quelli che affermano l’esistenza di un profilo tipico del maltrattante, primitivo e atavico, sulla base del quale si ritiene che questi debba necessariamente essere percepito non solo dalla vittima, ma anche dal suo ambiente, o quelli che mettono in discussione la veridicità della testimonianza della donna per non aver riportato i fatti mentre i maltrattamenti avevano luogo, portano a valutazioni delelle prove e interpretazioni della norma che, sebbene legali, corrono il rischio di consacrare un’ingiustizia manifesta.

Ci sono sentenze recenti che integrano espressamente il mandato di applicare la prospettiva di genere e la necessità di affrontare le particolari circostanze che possono sorgere di fronte a coloro che sostengono di essere vittime di violenza sessista. La sentenza della Seconda Camera della Corte Suprema del 13 giugno 2018 è chiara quando afferma che:

“Né sarà un elemento negativo nei confronti della vittima il fatto che ci vuole tempo per denunciare atti di violenza di genere, date le circostanze particolari in cui si collocano questi casi, per cui le vittime possono prendere tempo prima di prendere la decisione di presentare una denuncia perché il convenuto è il suo partner, o ex-partner, un fatto che può influenzare quei dubbi delle vittime che sono soggette a quella particolare posizione psicologica in cui chi li ha attaccati è il loro partner.”

La non integrazione di questa prospettiva e un posizionamento della giustizia che non ha affrontato in modo adeguato le accuse di maltrattamenti fatti dalla madre di un minore ha già coinvolto la ben nota condanna della Commissione CEDAW delle Nazioni Unite in Spagna per l’omicidio della figlia di Angela González (Parere del 16 luglio 2014) tra le cui raccomandazioni al nostro paese, include espressamente:

“Prendere misure appropriate ed efficaci in modo che la storia della violenza domestica sia presa in considerazione quando si stipulano accordi di custodia e di visita relativi ai minori, in modo che l’esercizio dei diritti di visita o di custodia non metta in pericolo la sicurezza delle vittime di violenza, compresi i bambini.”

Parere, la cui efficacia è stata parzialmente soddisfatta nella recente sentenza della 3a Sezione della Corte Suprema del 17 luglio 2018, che ha riconosciuto il suo diritto a essere indennizzata per l’inefficace protezione accordata a lei e a sua figlia dalle istituzioni e dagli organi Tribunali spagnoli, condannando l’amministrazione dello Stato generale per anormale funzionamento dell’Amministrazione della giustizia.

Non possiamo persistere negli stessi errori e continuare a ignorare i mandati giuridici e giurisprudenziali che richiedono una giustizia che ponga adeguatamente i fatti e la legge applicabile a partire, sempre, dal principio di uguaglianza e dalla protezione dei minori.

Dobbiamo smettere di essere eredi di una giustizia patriarcale che la società non tollera e la comunità internazionale condanna, perché solo così possiamo mantenere la fiducia dei cittadini nelle loro istituzioni.

28 luglio 2018

 

Per approfondire:

Il caso Juana Rivas

Spagna, femministe in rivolta. Un’altra sentenza shock

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