Letture

 

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Ieri ho letto sul Corriere che la giudice Paola Di Nicola ha stabilito che uno dei clienti delle minorenni coinvolte in giro di prostituzione ai Parioli è stato condannato ad acquistare trenta libri e due dvd su «la storia e il pensiero delle donne, la letteratura femminile e gli studi di genere» alla vittima 15enne, in luogo del risarcimento richiesto per danni morali.

Cita dall’articolo:

In attesa delle motivazioni della sentenza, il dispositivo lascia intuire che la giudice privilegi una nozione di risarcimento che aiuti la ragazza a comprendere come il vero «danno» consista nell’essere stata lesa nella sua dignità di donna, e prima ancora nella sua percezione svilita di adolescente, da recuperare attraverso un bagno di memoria nel pensiero femminile e nelle battaglie delle donne.

Queste riflessioni si collegano, immagino, alla descrizione delle vittime fornita precedentemente dal giudice Costantino De Robbio (citata sempre dall’articolo):

ragazzine (…) «lasciatesi coinvolgere nel meretricio senza alcuna remora, avendo di mira solo la prospettiva di guadagni facili con una evidente incapacità di rendersi conto di quanto stavano compiendo», in un «micidiale incrocio di vulnerabilità ed assenza di valori».

Mi soffermo un attimo sull’aggettivo “micidiale”, che mi colpisce come una stilettata. Micidiale, derivato da “omicidiale”, ovvero “che arreca la morte, che ha effetti mortali”, in senso lato indica qualcosa di molto, molto nocivo.

E’ lecito domandarsi in che modo due minorenni “lasciatesi coinvolgere dal meretricio” sarebbero “micidiali”? Chi sarebbe la vittima di questo «micidiale incrocio di vulnerabilità ed assenza di valori»? Perché se le definisco estremamente dannose, sto affermando – pur senza affermarlo esplicitamente – che esistono dei soggetti che potrebbero essere da loro gravemente danneggiati.

Le possibili risposte a questa domanda, ovvvero chi sono i soggetti danneggiati dal “micidiale incrocio”, sono due.

La prima, ahimé, la troviamo in molte delle narrazioni che riguardano la prostituzione minorile: le vittime sono i loro clienti, dipinti come adulti privi di strumenti atti a difendersi da avide messaline in miniatura, prive di “valori”, che li inguaiano allo scopo di ottenere “guadagni facili”.

La seconda possibile risposta è che le ragazzine siano allo stesso tempo vittime e carnefici di se stesse.

In Italia, quando si parla di prostituzione minorile (l’art. 600 bis c.p. recita “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque compie atti sessuali con un minore di età compresa tra i quattordici e i diciotto anni, in cambio di un corrispettivo in denaro o altra utilità, anche solo promessi, è punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da euro 1.500 a euro 6.000″), ci si concentra prevalentemente sulla parola “prostituzione” e poco su “minorile”.

L’articolo 600 bis, infatti, specifica “salvo che il fatto non costituisca più grave reato”: il reato più grave in relazione alla fattispecie è la violenza sessuale, art. 609 bis c.p.: “Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione da cinque a dieci anni. Alla stessa pena soggiace chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali.”

La differenza fra i due articoli è evidente anche per chi non ha mai studiato legge: il primo caso, quello descritto nell’articolo 600 bis c.p., presuppone che gli atti sessuali non siano preceduti da “violenza o minaccia” e che l’imputato non abbia “abusato del suo potere” per costringere la vittima.

In parole povere: l’articolo 600 bis c.p. parla di minori di anni 18 consenzienti, ovvero non minacciati, non costretti, non violentati, non “indotti” in qualche modo, ma minori di anni 18 che si “lasciano coinvolgere” nel meretricio.

Come nel caso del tabaccaio che vende sigarette al minorenne, nel quale è irrilevante che il minorenne sia entrato con le sue gambe deciso ad acquistare un pacchetto o che qualcun altro lo abbia spinto nel negozio, il nostro ordinamento considera l’adulto che gliele vende colpevole di un reato e non il minorenne, così anche nel caso della prostituzione (che fra adulti reato non è, come non lo è comprare, vendere o fumare sigarette), così anche nel caso della prostituzione minorile è colpevole l’adulto che paga un minorenne per fare sesso, imputabile del reato ex art. 600 bis c.p. se il minorenne “si lascia coinvolgere” o del reato ex art. 609 bis c.p. se il minorenne recalcitante è costretto mediante violenza, minaccia o abuso di potere.

Rimarcare che le vittime minorenni del reato di “prostituzione minorile” si siano “lasciate coinvolgere”, pertanto, è ridondante da un punto di vista squisitamente giurisprudenziale, perché che lo siano è implicito nella formulazione della norma e in tutto l’impianto normativo che riguarda i minori di anni 18, che si ispira al principio espresso dalla nostra Costituzione, art. 31:

La Repubblica … Protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo“.

Al minorenne, in quanto minorenne, è riconosciuta a priori un’intrinseca vulnerabilità (che è “la predisposizione ad essere attaccato e offeso”) che lo rende soggetto da proteggere, a differenza di un adulto che deve sempre essere (salvo casi particolari) considerato pienamente responsabile delle sue azioni. Se si vuole uccidere con le sigarette, dopo 18 anni nei quali ci siamo impegnati tutelare la sua salute, faccia pure: ormai dovrebbe aver capito a cosa va incontro (comunque, nel caso se ne fosse dimenticato, ci sono le foto sul pacchetto).

Questo, nella convinzione che non vi possa essere nulla di “micidiale” nella vulnerabilità, a meno di non voler lasciare intendere che “la predisposizione ad essere offesi” non costituisca una provocazione, ovvero un volontario invito a compiere qualcosa di lesivo ed offensivo.

Sebbene i discorsi intorno all’infanzia siano di solito infarciti di una retorica che lascia intendere che essa sia un qualcosa di estremamente prezioso nella nostra cultura, descrizioni come quella che leggo nel Corriere ci danno la misura di quanto siamo ancora lontani dal percepire la tutela del difficile viaggio verso l’età adulta di un essere umano come una responsabilità collettiva.

Così, quando dobbiamo giudicare la responsabilità dell’adulto, colpevole di aver compiuto atti che il nostro ordinamento ha stabilito siano lesivi dell’integrità fisica, psicologica e morale di soggetti minorenni, siamo disposti a tirar fuori l’immagine della “creatura astuta, un essere dominato da impulsi malvagi” (come scrive Alice Miller ne “La persecuzione del bambino”), un individuo “micidiale” capace di tenere in scacco gli adulti nonostante le apparenze, allo scopo di liberarci tutti – non solo il reo – dell’onere gravoso di tutela della gioventù.

In questo caso – le minorenni del Parioli – abbiamo un adulto riconosciuto colpevole aver compiuto atti sessuali con una minore di età compresa tra i quattordici e i diciotto anni, in cambio di un corrispettivo in denaro o altra utilità, ovvero un adulto che ha già mancato al suo dovere di tutela della persona minorenne, violando una di quelle norme che rientrano negli “istituti” volti alla protezione della gioventù, che viene chiamato dal Tribunale ad acquistare dei libri per la vittima del reato da lui commesso.

Invece di risarcire la vittima per il danno al suo sviluppo psico-sessuale, provocato con la futile motivazione di procurarsi piacere (un atto di per sé meramente simbolico, quello del risarcimento in denaro, perché è chiaro che non vi è mai modo di quantificare il “danno morale” derivante da un atto criminoso, trattandosi di lesioni invisibili, a differenza di quelle che si possono esaminare su di un corpo materiale, né vi è modo di assicurarsi che quel risarcimento ripari in qualche modo il danno provocato),  invece di essere il destinatario di quella “funzione rieducativa della pena” sancita dall’art. 27 della nostra Costituzione (“le pene… devono tendere alla rieducazione del condannato”), il reo diventa educatore, colui che consegna alla vittima degli strumenti atti a migliorarsi per mezzo della conoscenza.

Non so come la vedete voi, ma io lo trovo umiliante per la vittima, prima vilipesa dal reato e poi rimproverata dal Tribunale, che esplicitamente la invita a rimediare a quelle deficienze culturali che l’avrebbero condotta a lasciare che venisse lesa “la sua dignità di donna“.

Dignità di donna“, poi… Cos’è? La dignità delle donne è diversa dalla dignità degli uomini?

Le deficienze culturali, invece, non vengono rimproverate all’adulto, il quale è libero di rimanere nell’ignoranza e, una volta scontata una pena che evidentemente non si propone di insegnargli nulla in più di ciò che sa già (ovvero che comunque anche quelle ragazzine hanno un po’ di responsabilità per ciò che è successo, in evidente contraddizione con la norma e con i principi che la sottendono), può tornare tranquillamente a fare quello che faceva prima, magari stando più attento a non farsi beccare, magari ancora più convinto di essere rimasto vittima di un sistema ingiusto che si ostina a non voler rinchiudere quelle messaline micidiali prive di valori.

Ad essere educativo, di per sé, è già l’atto del condannare, lo è per tutti noi: quando un Giudice condanna un individuo per un comportamento, non si limita a comminare una punizione, ma ribadisce di fronte a tutta la comunità che quel comportamento non è accettabile.

E se un Giudice questo non lo ha ancora compreso, credo sia la persona meno indicata ad impartire una qualsiasi lezione a quella ragazzina come a tutti i giovani di questo paese, il cui sviluppo è già pesantemente compromesso da uno Stato che dovrebbe pensare a ben altri strumenti per diffondere fra i ragazzi «la storia e il pensiero delle donne, la letteratura femminile e gli studi di genere», tutti i ragazzi, maschi e femmine, non solo fra quelle ragazze che vengono scoperte a fare qualcosa che possa danneggiare la loro “dignità di donna“.

La storia e il pensiero delle donne, la letteratura femminile, gli studi di genere, non sono “roba da donne”, non sono uno scudo protettivo per quelle ragazze “micidialmente vulnerabili” che non hanno imparato a relazionarsi con maschi indifferenti alle lesioni che il loro comportamento può provocare quando si tratta di usufruire di un corpo femminile per il proprio godimento, ma sono patrimonio dell’umanità tutta.

Perché le donne sono esseri umani, e in quanto tali titolari della medesima dignità che viene riconosciuta agli uomini.

 

Sullo stesso argomento:

Libri e risarcimento morale. Cosa non va nella sentenza del caso del cliente dei Parioli

Per approfondire:

Il consenso e l’età

 

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La violenza invisibile degli uomini insospettabili

 

invisibileUna traduzione da Abuse is not always ‘visible’ and Megan Short was punished by death for realizing this, di Meghan Murphy

La scorsa settimana, Megan Short, 33 anni, chiedeva aiuto su Facebook per il trasloco, che sarebbe avvenuto il 6 agosto. Solo qualche settimana prima aveva commentato un articolo pubblicato da un amico, annunciando che stava lasciando il marito. L’articolo, scritto da Leigh Stein, era intitolato, “Lui non mi ha mai colpito. Ma si trattava comunque di abusi“. Nell’articolo Stein raccontava che, quando lavorava in un ristorante, il suo ragazzo la costringeva a fare la doccia due volte al giorno, affinché “non puzzasse di patatine fritte dopo il lavoro”, e la costringeva a radere tutto il corpo, “altrimenti non mi avrebbe neanche toccata.” Le diceva anche che “non era sexy” e che, di conseguenza, lui aveva bisogno di altre donne. Stein non percepiva il rapporto come violento, allora, perché gli abusi erano invisibili – non c’erano lividi a dimostrarli. “Non sapevo dare un nome a ciò che non riuscivo a vedere”, scriveva.

Come tante altre donne, Stein avrebbe imparato che quei comportamenti rientravano, di fatto, nell’idea diffusa di “amore romantico.” Scriveva nell’articolo: “Mi sentivo come se fossi in un film – il modo in cui velocemente ci eravamo trasferiti a vivere insieme e ci eravamo isolati da amici e familiari, perché tutto ciò di cui avremmo avuto bisogno eravamo solo noi due.” Le donne vengono istruite a diventare vittime di abusi in questo modo. Guardiamo film nei quali il messaggio è che lo stalking, la gelosia e la coercizione sono romantici – indici di “passione”, non di volontà di controllo. Il fatto che non siamo in grado di riconoscere la violenza psicologica per quello che è e riteniamo che solo le percosse possano definirsi “abuso”, non aiuta – le donne sono indotte alla compiacenza e imparano a non fidarsi di se stesse. Non sono in grado di “provare” a se stesse o agli altri che c’è qualcosa di molto sbagliato, spesso fino a quando è troppo tardi.

Stein scrive:
“Oggi, quando racconto a qualcuno la mia storia, che sia un estraneo o un amico che non mi conosceva quando avevo vent’anni, ricevo sempre la stessa domanda: ‘Ma ti ha picchiata?’ Mi chiedo se provino ad immaginarsi come apparirebbe il mio volto se fosse nero e blu. So che quello che stanno chiedendo, sulla base dell’idea diffusa di violenza, è la prova che il mio partner fosse un maltrattante; poi vogliono sapere il motivo per cui sono rimasta. La verità è che le poche volte che lui era fisicamente violento con me non erano che minuscoli puntini su una lunga linea temporale zeppa di sottile manipolazione, pubblica umiliazione, controllo e gaslighting”.

La storia di Stein è simile alla mia – il trauma che ho subito ha poco a che fare con gli attacchi fisici, che non mi hanno lasciato nessuna lesione seria, erano pochi e lontani tra loro. Il trauma è stato psicologico – il costante abuso verbale, le manipolazioni, l’umiliazione, l’isolamento e le bugie create ad arte. Anche per questo è stato difficile interrompere la relazione e riprendermi, dopo. Ho visto un terapista per anni, che mi ha detto che temeva che se fossi rimasta non ne sarei uscita viva.

Megan Short, infatti, non ne è uscita viva.

Il 23 luglio, Short, che aveva conosciuto il marito Mark, di sette anni più grande di lei, a soli 17 anni di età, aveva commentato sotto l’articolo di Stein, pubblicato dalla sua vicina, Angie Burke: “Sono cose che distruggono la salute mentale di sicuro… Questo è il motivo per cui sto lasciando mio marito Angie. Dopo 16 anni.”

Il 6 agosto, il giorno previsto per il trasloco, Short è stata trovata uccisa a colpi di arma da fuoco insieme ai suoi tre figli, al marito e al loro cane nella casa di famiglia in Pennsylvania. Un biglietto che annunciava l’ “omicidio/suicidio” è stato trovato “nei pressi di uno degli adulti deceduti”, secondo l’ufficio del procuratore distrettuale della contea di Berks:

Sabato 6 Agosto 2016, approssimativamente alle 2 del pomeriggio, degli agenti del Sinking Spring Borough Police Department sono stati inviati al 51 di Winding Brook Drive, Sinking Spring Borough, Berks County, PA per controllare la famiglia. La Polizia era stata allertata da un membro della famiglia, preoccupato perché Megan L. Short non si era presentata ad un pranzo precedentemente organizzato. Dopo che il membro della famiglia ha tentato senza successo di contattare Megan L. Short al telefono cellulare e al telefono di casa, ha contattato la polizia. Prima di intervenire, gli agenti erano stati informati che Megan viveva in casa con il marito e i tre figli. Inoltre, ulteriori indagini avevano rivelato che c’erano “problemi” tra Megan e il marito Mark. All’arrivo, gli agenti della Sinking Spring Borough e del Spring Township Police Departments hanno tentato di mettersi in contatto con eventuali occupanti del 51 di Winding Brook Drive. Dopo che nessuno ha aperto la porta, gli agenti sono entrati con la forza in casa. Una volta all’interno della casa, gli agenti hanno scoperto i corpi di Mark e Megan Short e dei loro tre figli, così come un cane morto, nella zona salotto della residenza. Tutti erano morti per ferite da arma da fuoco. Una pistola è stata scoperta nei pressi di uno degli adulti deceduti. E’ stato trovato in casa un biglietto scritto a mano, che sembra annunciare un “omicidio/suicidio”. Successivamente, i detective del Berks County District Attorney sono stati contattati per investigare con l’assistenza del Sinking Spring Borough e del Spring Township Police Departments. Circa alle 18:07, il Deputy Corner/Investigator Joel Bonilla, del Berks County Office of the Coroner, ha constatato la morte di cinque persone. Alle 19:15 gli investigatori hanno ottenuto un mandato di perquisizione per la casa al 51 di Winding Brook Drive, Sinking Spring Borough, Berks Co., PA. Il mandato è stato emesso dal Magisterial District Judge Victor M. Frederick IV. Gli investigatori hanno analizzato la scena del crimine per più di otto ore. La scena è stata finalmente abbandonate alle 12:45 del 7 agosto 2016. Apparentemente si tratta di una tragedia familiare [“This is an apparent tragic domestic incident”]. I nostri pensieri e le nostre preghiere vanno alle famiglie in questo difficile momento. L’indagine è attualmente in corso.

Come spesso accade in questi casi, le cose sembravano andare molto bene per la coppia agli occhi degli estranei. Scrive The Reader Eagle:

“Su Facebook, Mark e Megan condividevano decine di foto dei loro figli con gli amici e la famiglia. Nella foto del profilo Mark è accanto alla moglie. ‘E’ ancora la ragazza più bella che io abbia mai conosciuto,’ Mark ha scritto in un commento alla foto. ‘Sono l’uomo più fortunato del mondo ad avere lei come moglie e madre dei miei tre meravigliosi figli!’ “

Gli uomini maltrattanti spesso mostrano all’esterno l’immagine di una coppia felice, innamorata, mentre si comportano in modo completamente diverso in casa. Questo tipo di comportamento è comunemente descritto come personalità “Jekyll e Hyde”, in quanto c’è un cambiamento improvviso e irrazionale da un estremo all’altro – estremi che spesso coincidono con il personaggio “pubblico” e quello “privato” – è come se le donne vivessero contemporaneamente con due uomini diversi.

Stein spiega:

L’Organizzazione Mondiale della Sanità riconosce quattro tipi di violenza perpetrata dal partner: fisica, sessuale, emotiva e psicologica, e il comportamento controllante. Tutti questi tipi spesso coesistono e l’aggressione verbale in un rapporto precede la violenza fisica. Alcuni studi hanno dimostrato che l’abuso sotto forma di degradazione, intimidazione e umiliazione è anche più psicologicamente debilitante della violenza fisica nel lungo periodo; l’abuso psicologico può contribuire a mantenere in vita la relazione, quando la vittima viene consumata dall’insicurezza, dalla depressione e dalla bassa autostima “.

Una delle conseguenze più spaventose della comprensione limitata della società nei confronti dell’abuso emerge dal tragico destino di Short. Con il loro comportamento controllante, gli uomini violenti non lasciano lividi che il mondo possa vedere, ma non per questo sono meno pericolosi di quelli che picchiano. Sappiamo che il 75 per cento delle donne che vengono uccise dai loro partner vengono uccise quando cercano di lasciarlo o appena dopo che lo hanno lasciato. La vittima di Mark, come tante altre donne, è stata punita per aver compreso e dato un nome al suo problema e per aver cercato di liberarsi dal controllo di suo marito. (In realtà, Heavy riporta che Megan aveva temporaneamente lasciato Mark per un’altra donna.)

Nella narrazione più vile su Short che ho letto, due reporter della NBC si sono spinti fino a scrivere di un “bravo ragazzo” che aveva fatto tutto il possibile per “tenere unita la famiglia”, nonostante una moglie apparentemente crudele che “aveva pianificato di andarsene” a dispetto dei suoi sforzi. I giornalisti hanno incessantemente citato un cugino di Mark, il quale ha dichiarato:

“Non pensate male di lui, perché davvero, davvero è un bravo ragazzo. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per chiunque … Non conoscete la situazione, quindi non giudicate. ”

In calce all’articolo troviamo scritto: “Se tu o qualcuno che conosci sta prendendo in considerazione il suicidio, contatta il National Suicide Prevention Lifeline al numero 1-800-273-8255 o visita la American Foundation for Suicide Prevention.”

“Il suicidio” non è il problema, qui. Né lo è la “salute mentale” o qualsiasi altra cosa che continua ad essere usata come giustificazione alla violenza maschile, come l’ “amore” o il  “cuore spezzato”. Dobbiamo smettere di glorificare l’idea di “tenere unita la famiglia” e iniziare a incoraggiare le donne a fidarsi di se stesse. Una famiglia unita non può portare niente di buono, se tale unità include un violento.

Dobbiamo anche smettere di difendere gli uomini che non sono fisicamente violenti o ignorare l’abuso verbale e psicologico. Non comprendere la gravità di tali comportamenti, “rimanere positivi” o “non giudicare” sono tutti atteggiamenti che isolano le donne e conferiscono potere ai maltrattanti. La nostra incapacità di prendere sul serio l’abuso “invisibile” e comprendere che l’abuso psicologico e verbale può essere dannoso tanto quanto l’abuso fisico, ha chiaramente conseguenze disastrose.

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In questi giorni fa scalpore la notizia che l’uomo accusato di aver picchiato a morte con un bastone Giulia Ballestri, suo marito Matteo Cagnoni, aveva fatto parte in passato del comitato organizzativo di un evento dedicato al contrasto della violenza sulle donne. A corredare la notizia c’è la foto di una coppia sorridente, teneramente allacciata.

Di Matteo Cagnoni possiamo leggere:

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Era un marito modello, un padre modello, un amico modello, un medico modello, un allievo modello: lo dicono anche “quelli che lo conoscono bene“.

Beh, a tutti quelli convinti di “conoscere bene” questi mariti modello che massacrano le mogli “con violenze quasi inaudite” (e qui cito le esatte parole usate dal procuratore capo Alessandro Mancini), vorrei dire che non c’è modo di sapere cosa fanno, i suddetti mariti modello, quando si sentono al sicuro da occhi indiscreti all’interno delle mura domestiche.

Non sappiamo né possiamo sapere se Giulia Ballestri, prima di decidere per il divorzio, avesse raggiunto la medesima consapevolezza che ha portato Megan Short e i suoi tre figli alla morte; è possibile che, sebbene lei non avesse lividi da esibire, quel marito “calmo e di sani principi”, “padre splendido”, uomo impegnato nella lotta contro la violenza di genere persino, le usasse una violenza altrettanto dolorosa e intollerabile, ma difficile da mostrare e dimostrare.

Pertanto, così come abbiamo cura di scrivere “il presunto assassino di Giulia Ballestri” quando lo descriviamo – perché le indagini sono ancora in corso – dovremmo anche avere la sensibilità di dichiarare: “appariva un marito modello“, invece di “era un marito modello”.

Soprattutto perché Giulia Ballestri non può più raccontare come appariva Matteo Cagnoni non appena dietro di loro si chiudeva la porta di casa.

Sullo stesso argomento:

Violenze psicologiche, violenze invisibili

 

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Crescere a Pornland

Una traduzione da Growing Up in Pornland: Girls Have Had It with Porn Conditioned Boys

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“[Voglio] una migliore educazione per quanto riguarda il sesso, sia per i ragazzi che per le ragazze, informazioni sulla pornografia, e il modo in cui promuove pratiche sessuali pericolose.”

Queste sono le parole di Lucy, 15 anni, una delle 600 ragazze australiane che hanno partecipato ad un sondaggio appena pubblicato e commissionato da Plan Australia e Our Watch. Il sondaggio, condotto da Ipsos, ha raccolto le risposte di donne di età compresa tra i 15 e i 19 anni residenti in tutti gli stati e territori.

Nel rapport, dal titolo Don’t send me that pic, le partecipanti hanno riferito che gli abusi sessuali on-line e le molestie sono endemiche. Oltre l’80% ha dichiarato che è inaccettabile che i fidanzati richiedano loro immagini nude.

Il bullismo e le molestie sessuali sono parte della vita quotidiana per molte ragazze. I giovani parlano sempre di più di quanto questo ha a che fare con la pornografia – e dovrebbero parlarne ancora di più, perché sono loro quelli che hanno più da perdere.

La pornografia modella e condiziona il modo in cui i ragazzi vivono la loro sessualità,  e le ragazze vengono lasciate senza risorse ad affrontare questi ragazzi saturi di porno.

Negli ultimi anni il mio impegno con le giovani donne nelle scuole di tutta l’Australia conferma che stiamo conducendo una sorta di esperimento pornografico sui giovani – un’aggressione al loro sano sviluppo sessuale.

Se ci sono ancora dei dubbi sul fatto che il porno abbia un impatto sugli atteggiamenti ed i comportamenti sessuali dei giovani, forse è il momento di ascoltare i giovani stessi. Le ragazze e le giovani donne descrivono come i ragazzi facciano loro pressione per convincerle a compiere atti ispirati al porno che consumano abitualmente. Le ragazze raccontano che si aspettano che sopportino cose che non procurano loro alcun piacere.

Alcuni vedono il sesso solo in termini di prestazioni, in cui ciò che conta di più è che il maschio goda. Ho chiesto a una quindicenne della sua prima esperienza sessuale. Lei ha risposto: “Penso che il mio corpo fosse OK. Sembrava che a lui piacesse“. Molte ragazze sembrano tagliate fuori dal proprio piacere o dal senso di intimità. Che lui abbia goduto è la cosa più importante. Le ragazze e le giovani donne si sentono obbligate a dare ai ragazzi e agli uomini quello che vogliono, ad adottare ruoli e comportamenti pornificati, e percepiscono i loro corpi come supporti di sostegno al sesso. In un mondo pornificato, le ragazze crescono imparando che i loro corpi sono stazioni di servizio per la gratificazione e il piacere maschile.

Alla domanda “Come fai a sapere se piaci ad un ragazzo?,” Una ragazzina Year Eight [tra i 12 e i 14 anni] ha risposto: “Lui ha ancora voglia di parlare con te dopo che lo glielo hai succhiato.” Uno studente di scuola superiore maschile ha detto ad una ragazza: “Se succhi il mio cazzo ti do un bacio.” Le ragazze devono fornire atti sessuali per ottenere scampoli di affetto. Una quindicenne mi ha raccontato che fare sesso non le piace per niente, ma togliersi il pensiero e farlo subito è l’unico modo per ottenere che il suo ragazzo si sieda a guardare un film con lei.

Sempre più spesso vedo ragazze Year Seven [tra i 12 e i 13 anni] che chiedono aiuto perché non sanno cosa fare di fronte sulle richieste di loro immagini nude. Ricevere richieste del tipo “mi mandi una foto della tue tette” è un evento quasi quotidiano per molte. “Come faccio a dire ‘no’ senza ferire i suoi sentimenti?” mi chiedono le ragazze.

Come il Plan Australia/Our Watch report ha riscontrato, le ragazze sono stanche di sentirsi sotto pressione per le immagini che non vogliono inviare, ma sembrano rassegnate al fatto che questa pratica sia considerata normale. I ragazzi usano le immagini come una sorta di moneta da scambiare, condividere e utilizzare per umiliare pubblicamente le ragazze.

Le ragazze Year Seven mi fanno domande su bondage e sadomaso. Molte di loro hanno visto 50 Shades of Grey (che è uscito per San Valentino). Mi chiedono, se vuole colpirmi, legarmi e mi perseguita, vuol dire che mi ama? Le ragazze sopportano  comportamenti umilianti e irrispettosi e interiorizzano in questo modo i messaggi della pornografia sul ruolo sottomesso che devono interpretare.

Mi capita di incontrare ragazze che raccontano di venire palpeggiate nel cortile della scuola, regolarmente molestate sessalmente a scuola o sul bus che da scuola le riporta a casa Mi dicono che i ragazzi si comportano come se avessero dei diritti sui corpi femminili. I difensori del porno dicono spesso che è fonte di educazione sessuale. E lo è: insegna anche a ragazzi molto giovani che le donne e le ragazze sono sempre lì per loro. [Imparano che] “No” significa “si”, oppure “convincimi”.

Le ragazze raccontano di essere valutate per i loro corpi, a scuola, che sono a volte messi a confronto con i corpi delle pornostar. Loro sanno che non possono competere, ma questo non impedisce loro di pensare che dovrebbero. Le richieste di labioplastica sono triplicate in poco più di un decennio tra le giovani donne di età compresa tra i 15 e i 24 anni. Le ragazze che non fanno la ceretta “brasiliana” ispirata al porno sono spesso considerate brutte o selvagge (dai ragazzi così come dalle altre ragazze).

Alcune ragazze soffrono danni fisici da atti sessuali ispirati al porno, tra i quali il sesso anale. Il direttore di un centro antiviolenza sulla Gold Coast mi ha scritto un paio di anni fa a proposito dell’aumento delle lesioni connesse al porno sulle ragazze a partire dai 14 anni, da atti tra i quali figura la tortura:

“Negli ultimi anni abbiamo avuto un enorme aumento di stupri commessi dal partner su donne dai 14 agli 80 anni e più. Il denominatore comune è il consumo di porno da parte dell’aggressore. Gli aggressori non sono in grado di distinguere tra fantasia e realtà, ritengono che le donne dovrebbero sempre essere disponibili, e sulla base del mito che dice “no significa si e si significa anale”, non solo sono del tutto ignari dei danni che possono procurare, ma mai e poi mai si pongono il problema del consenso. Abbiamo visto un enorme aumento di atti quali la privazione della libertà personale, lesioni fisiche, torture, il drogare, registrare e condividere filmati senza il consenso della propria partner.”

L’Australian Psychological Society stima che i ragazzi adolescenti sono responsabili di circa il 20% degli stupri di donne adulte e tra il 30% e il 50% di tutte le aggressioni sessuali sui bambini. Proprio la scorsa settimana, la professoressa Freda Briggs ha sostenuto che la pornografia on-line sta trasformando i bambini in predatori sessuali che replicano su altri bambini ciò che vedono nel porno.

Una rassegna della ricerca su “L’impatto della pornografia in rete sugli adolescenti” ha rilevato che il consumo degli adolescenti di pornografia su Internet è connesso all’interiorizzazione di determinate credenze, tra le quali l’accettazione del dominio maschile e della sottomissione femminile come paradigma della relazione sessuale, con le donne viste come “giocattoli sessuali ansiosi di soddisfare i desideri sessuali maschili. ” Gli autori hanno scoperto che “negli adolescenti che fruiscono materiale sessualmente esplicito e violento è sei volte più probabile riscontrare comportamenti sessualmente aggressivi rispetto a quelli che non mai stati esposti a simili filmati.”

Ho chiesto alle ragazze che messaggi vorrebbero che io trasmettessi ai ragazzi. Finora, i messaggi includono: “basta dirci che siamo bagnate”, “basta commentare i nostri corpi”, “basta chiederci foto”, “le battute sullo stupro non sono mai divertenti” e “il sesso prima dell’età del consenso è illegale”.

La proliferazione e la diffusione di un immaginario ipersessualizzato e pornografico rende una sana esplorazione sessuale quasi impossibile. Il dominio e la conquista non sono temperati da limiti quali il rispetto, l’intimità e un’autentica connessione umana. I giovani non stanno imparando a conoscere l’intimità, l’amicizia e l’amore, ma solo crudeltà e umiliazione. Come è emerso da uno studio recente:

“La pornografia mainstream online è prevalentemente incentrata su atti violenti e degradanti verso le donne, i comportamenti sessuali esemplificati nella pornografia sono privi di intimità e tenerezza e rappresentano le idee patriarcali di mascolinità e femminilità.”

E intimità e la tenerezza è ciò che tante ragazze e giovani donne dicono di star cercando. Una giovane donna mi ha detto che sui siti di incontri inserisce nella categoria “fetish” il suo desiderio di guardarsi negli occhi con qualcuno e fare sesso con lentezza. Sostiene che se non inserisse questi desideri nella categoria “fetish”, nessuno degnerebbe loro una seconda occhiata.

Ma come potranno le giovani donne provare questo genere di esperienze con uomini indottrinati dalla pornografia? Lo psicologo Philip Zimbardo dice dei giovani: “Non conoscono la lingua del contatto faccia a faccia … l’eccitazione costante, il cambiamento, l’eccitazione per la novità li rende non in sincronia con le relazioni che si sviluppano lentamente – i rapporti che si costruiscono lentamente.”

E’ sbagliato lasciare l’educazione sessuale nelle mani dell’industria del sesso. Dobbiamo fare di più per aiutare i giovani ad opporsi alla visione distorta della sessualità veicolata dalla pornografia.

 

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Parliamo un po’ di porno

Perché #NotAllPorn non è un argomento

Revenge Porn

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Revenge Porn

Negli anni ’80 la rivista pornografica americana Hustler ebbe l’idea di lanciare la sezione “Beaver Hunt”, invitando i suoi lettori a spedire foto di donne nude. Le foto venivano pubblicate insieme ad una descrizione (hobby, fantasie sessuali) e qualche volta il nome e cognome. Molte donne denunciarono la rivista sostenendo che quelle foto erano state inviate senza il loro permesso.

Se a rendere celebre nel mondo l’espressione “revenge porn” è Hunter Moore, con il suo sito isanyoneup.com, non si può affermare che l’abitudine di umiliare pubblicamente una donna esponendo il suo corpo e la sua sessualità sia un qualcosa che ha a che fare esclusivamente con il web o con la diffusione dei social network.

In questa foto, vediamo Hunter Moore invitato a promuovere un evento danzante, questo ovviamente prima che venisse condannato per cospirazione, accesso non autorizzato a computer protetti e furto aggravato di identità.

huntermooreQui di seguito tradurrò per voi alcuno risposte della sezione FAQ del sito Cyber Civil Rights Initiative, nato dalla campagna End the Revenge Porn.

Cos’è il revenge porn?

Il termine “porno vendetta”, anche se spesso utilizzato, è un po’ fuorviante. Molti dei responsabili non sono motivati dal desiderio di vendetta né nutrono sentimenti personali nei confronti della vittima. Un termine più preciso è “pornografia non consensuale”, definita come la distribuzione di immagini sessualmente esplicite senza il consenso delle persone ritratte. Questo include sia le immagini originariamente ottenute senza il consenso (ad esempio utilizzando telecamere nascoste, hackerando telefoni, o registrando aggressioni sessuali), così come le immagini consensualmente ottenute nel contesto di una relazione intima.

La pornografia non consensuale trasforma individui non consenzienti in intrattenimento sessuale per estranei. Un vendicativo ex-partner o un hacker opportunista possono caricare un’immagine esplicita di una vittima su un sito web in cui migliaia di persone possono vederla e centinaia di altri siti web possono condividerla. Nel giro di pochi giorni, l’immagine può dominare le prime pagine di un motore di ricerca con il nome della vittima in bella vista, oltre ad essere inviato via email o comunque esposto alla famiglia della vittima, ai datori di lavoro, colleghi di lavoro, e amici.

Che genere di danno subiscono le vittime?

La pornografia non consensuale può distruggere le relazioni intime delle vittime, così come le loro opportunità di istruzione e di occupazione. Le vittime vengono regolarmente minacciate di violenza sessuale, pedinate, molestate, licenziate dal posto di lavoro, e costrette a cambiare scuola. Alcune vittime si suicidano.

La pornografia non consensuale è spesso una forma di violenza domestica, quando i perpetratori minacciano di esporre le immagini per impedire al partner di interrompere un rapporto, di denunciare gli abusi, o ottenere l’affidamento dei figli. E’ anche uno strumento dei trafficanti di esseri umani, che fanno uso di immagini compromettenti per intrappolare le persone recalcitanti nell’industria del sesso, così come gli stupratori registrano le immagini delle aggressioni sessuali per umiliare ulteriormente le vittime e per scoraggiarle dal denunciare il reato.

Se la pornografia non consensuale colpisce sia uomini che donne, le prove fino ad oggi indicano che la maggior parte delle vittime sono donne, e che le donne spesso debbono affrontare conseguenze più gravi. La pornografia non consensuale – come la violenza domestica, lo stupro e le molestie sessuali – danneggia in maniera sproporzionata le donne e le ragazze e mina l’uguaglianza di genere.

Non sono da biasimare anche quelle vittime che mettono a disposizione immagini intime ad altre persone?

In primo luogo, molte vittime non avevano nessuna intenzione di mettere le loro immagini a disposizione di chiunque. Alcune sono vittime di stupro le cui aggressioni sessuali sono state registrate. Alcune sono state immortalate a loro insaputa. In altri casi, le immagini private sono state rubate da persone che non avevano mai incontrato.

Le vittime che mettono a disposizione le loro immagini ad un partner, hanno affidato ad un’altra persona dei dati sensibili. Non è molto diverso da quello che fanno i clienti dei ristoranti quando danno le loro carte di credito ai camerieri, o i pazienti che danno informazioni personali ai medici. I camerieri e i medici che abusano di queste informazioni private trasferendole a persone non autorizzate affrontano sanzioni penali. Informazioni sulla propria sessualità non meritano meno protezione delle informazioni sul proprio conto in banca o sul proprio stato di salute.

Inoltre, biasimare la gente solo perché pratica un’attività sessuale consensuale non ha alcuna base giuridica, morale o logica. “Non fare foto nuda” non è una soluzione al porno non consensuale come “non girare in macchina” non è un modo per evitare di essere uccisi da un conducente ubriaco.

Ma leggi penali contro il porno non consensuale non rischiano di rafforzare l’idea che il corpo delle donne sia un qualcosa di cui vergognarsi?

No, per la stessa ragione per la quale le leggi contro lo stupro non promuovono l’idea che il sesso sia qualcosa di cui vergognarsi. Piuttosto, tali leggi promuovono l’idea che le donne – e gli uomini – hanno il diritto di decidere del proprio corpo, che non può essere utilizzato senza il loro consenso.

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Ringraziamenti

cuore-aperto

Oggi vorrei dedicare un po’ di tempo a ringraziare i miei lettori, quelli che seguono il blog, la pagina facebook, quelli che commentano, mi scrivono email e messaggi, mi segnalano articoli, mi consigliano libri, ma soprattutto che manifestano interesse per tematiche che difficilmente destano l’attenzione della stragrande maggioranza della gente.

Vi ringrazio per la passione che mettete in quello che mi scrivete, per la vostra capacità di indignarvi, per la vostra voglia di cambiare le cose, vi ringrazio di essere una fonte di ispirazione, uno stimolo costante a fare un lavoro migliore.

Vi ringrazio perché sapere che ci siete mi conforta e mi consola, mi basta pensare a voi per sapere che mai più pronuncerò con rassegnazione la frase “le cose vanno così”, perché se esistete non è detto che le cose dovranno andare così per sempre.

Vi ringrazio ancora. E sappiate che vi ringrazio ogni giorno, anche se non lo scrivo qui.

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Distrarre l’attenzione

Il giorno dopo che l’articolo de la Stampa sullo stupro a Melito di Porto Salvo aveva puntato il dito contro quei concittadini schierati con i responsabili di aver costretto una ragazzina di soli 13 anni a subire ripetutamente rapporti sessuali con loro

«Se l’è cercata!». «Ci dispiace per la famiglia [non per la vittima, solo per la sua famiglia], ma non doveva mettersi in quella situazione». «Sapevamo che era una ragazza un po’ movimentata» «Una che non sa stare al posto suo», «Purtroppo corre voce che questo non sia un caso isolato. C’è molta prostituzione in paese» [non è una vittima di stupro, è una prostituta] «Sono vicina alle famiglie dei figli maschi [auguri e figli maschi a tutte]. Per come si vestono, certe ragazze se la vanno a cercare». )

c’è un gran bisogno di deviare l’attenzione dei lettori dalla responsabilità in capo al contesto sociale di quanto avvenuto. Come ha dichiarato il Sindaco nel corso della fiaccolata a supporto della vittima,  «Certe ricostruzioni uscite sul servizio pubblico ci hanno offesi», e non è bello offendere dei cittadini “per bene” diffondendo ai quattro venti che quando in Italia una ragazzina di 13 anni

“si tagliava braccia e gambe con i coltelli, aveva crisi isteriche o di pianto a scuola e a casa. E pensava «dopo questi ricatti, dopo queste cose che erano successe, io non avevo più stima di me stessa completamente, perché io, in questi momenti, avevo pure momenti.. queste crisi, queste cose.. dicevo sempre sono una merda, cose così» (cito da il Corriere della Calabria)

quando una ragazzina di 13 anni, dicevo, si sente una merda a causa di quello che un branco di uomini adulti l’ha costretta a subire, c’è sempre un altro branco di adulti – uomini e donne – pronti a schierarsi dalla parte degli aguzzini portando l’argomento delle ragazze di oggi che si vestono in modo inappropriato. Che poi, occorre dirlo, le ragazzine si vestono esattamente come gli stilisti (maschi) consigliano loro di vestirsi:

red-carpet-di-venezia

D’altra parte, lo ha detto anche il Preside della scuola: «La scuola non c’entra, ognuno deve pensare alla sua famiglia».

Eccolo, il capro espiatorio preferito: la famiglia.

Anzi, meglio: la madre. Corrado Augias docet.

Quindi, ecco i titoli di oggi.

Da il Corriere:

madre1Da Leggo:

madre2Dall’Huffington Post:

madre3Da fanpage.it:

madre4Poco importa che a nascondere gli abusi, come spiegano poi gli articoli, siano stati tutti i membri della famiglia:

“Anche il papà ne era al corrente perché informato dalla figlia e dalla moglie”

“Anche Chiara la cugina di Maddalena, cui la ragazzina aveva confidato tutto, ha taciuto.”

Come ho scritto in un vecchio post a proposito di questo fenomeno,

colpevolizzare la madre è fondamentale per dare un senso al mondo. Si tratta di uno di quei tasti di scelta rapida essenziali non a raggiungere una qualche verità assoluta, ma a contenere una realtà che è molto più complessa di quanto siamo disposti ad ammettere.

E questo perché

La madre – in quanto donna e quindi non del tutto persona – non è titolare di una sua soggettività da esplorare

e perché

focalizzarsi sull’importanza di avere buoni genitori lascia il resto della società fuori dai guai.

La madre, dunque, non ha denunciato alle autorità competenti quanto stava avvenendo. La madre non ha ascoltato le insegnanti preoccupate.

La madre ha sbagliato. E le madri non possono sbagliare. Gli stupratori si, loro sono vittime, lo ha detto anche il parroco Domenico De Biase:

«Sono tutte vittime – dice – anche i ragazzi. [ragazzi? Sei un “ragazzo a trent’anni?] E poi, io credo che certe volte il silenzio sia la risposta più eloquente».

A questo punto vorrei attirare la vostra attenzione su uno stralcio di intercettazione che riguarda questa madre indegna:

«Loro – dice, intercettata, al telefono – si vogliono prendere i meriti di andare con le sirene, come al solito per prendersi i meriti sulla pelle degli altri? Quanto meno devono avvisare, o no? Sulla pelle nostra, perché i problemi ce li abbiamo noi, non lorotanto non cambierà niente, perché loro hanno i soldi e non paga nessuno, stai tranquillo, sai chi pagherà? Quelli che hanno meno soldi. E quelli che ce li hanno non pagheranno».

Loro, quelli che arrivano a sirene spiegate, si prendono i meriti sulla pelle degli altri, sulla pelle di quelli che non hanno nessuna possibilità di ottenere giustizia, quelli poveri, quelli senza nessun santo in Paradiso (magari un mafioso o un tutore della legge o magari un parroco disposto ad alludere alla possibilità che quella ragazzina che soffre e cerca diperatamente un appiglio per sfuggire a quei tormenti non sia altro che una prostituta) che accorrerà in loro difesa.

Ecco, è di giustizia che vorrei parlare con voi. Della concreta possibilità che una vittima di stupro ottenga giustizia in questo sciagurato paese.

Molti hanno citato il caso di Montalto di Castro; allora il paese intero scese in piazza per insultare una vittima di stupro di gruppo gridando “Aveva una minigonna nera”, mentre il sindaco di Montalto di Castro, Salvatore Carai, contro ogni procedura, prelevò dalle casse comunali 40mila euro per difendere i violentatori, e la vittima dichiarò alla stampa:

“Mi hanno preso la vita e rubato il futuro, ho sperato ogni giorno di avere giustizia, ma se avessi saputo che finiva così non li avrei mai denunciati. Ora sono stanca, non ho più la forza di combattere”.

Potremmo anche citare lo stupro della Fortezza, oppure casi più recenti, sentenze ancora più scandalose: quella che ha scagionato Don Marino Genova, per gli abusi su una ragazzina che all’epoca aveva anche lei solo tredici anni, ad esempio.

“l’«amore» per quel prete le aveva provocato disturbi fisici tra cui l’anoressia e a 17 anni non riusciva più ad andare a scuola. Ma per il giudice dell’udienza preliminare di Larino, competente per il paesino di poche migliaia di anime in cui vive la ragazza, «era amore».”

Anche in quel caso la vittima si trovò tutto il paese contro.

“il racconto della ragazza è stato accompagnato con più interviste ai cittadini di Portocannone i quali hanno dichiarato, senza riserva alcuna, di non credere al racconto dell’adolescente. Parole dure da parte di una comunità che addita la vittima accusandola di mirare ad un una somma di denaro a fronte di un risarcimento per qualcosa che «non è possibile sia accaduto», commentano.”

Che può fare una madre, vi chiedo? E non è una domanda retorica, ve lo chiedo davvero: che può fare una madre, da sola, quando sa che avrà contro un paese intero, quando sa che è piuttosto facile che uno stupratore venga assolto proprio da quelli che arrivano a sirene spiegate a fare la parte dei buoni e lo sa perché è una donna, probabilmente una donna già abbastanza stanca e provata dalla vita da non riuscire raggranellare le forze necessarie a combattere.

Perché, ammettiamolo, questa sembra proprio una battaglia contro i mulini a vento, e lottare con la consapevolezza di aver già perso necessità di un coraggio smisurato.

Quindi, invece di titolare scandalizzati “la madre sapeva, ma non ha fatto niente”, prendete coscienza del fatto che anche la maggior parte di voi non fa assolutamente niente per contribuire a debellare quella cultura dello stupro che ha permesso a degli uomini di violentare una ragazzina per anni, indisturbati.

 

Sullo stesso argomento:

La responsabilità dei genitori

 

Aggiornamento:

Da Famiglia Cristiana:

«Ho parlato con i genitori e mi hanno detto che loro hanno denunciato»

Don Benvenuto, che è molto vicino alla famiglia, prova a spiegare: «Io ho parlato con il padre e mi ha detto che si è allarmato dopo aver saputo di un video che girava sui cellulari di alcuni ragazzi del paese. Poi quando ha saputo i fatti è andato a denunciare tutto ai carabinieri un anno e mezzo fa. Dopo pochi giorni è stata chiamata anche la madre e anche lei ha denunciato. L’inchiesta è scattata in quel momento. Questo è quello che mi hanno detto».

Vedrai che alla fine non è neanche vero che questi genitori hanno taciuto…

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Donne instabili

Una traduzione da Domestic violence victims mistakenly judged unstable after abuse – expert

freedommind

La sofferenza che patiscono le vittime di violenza domestica a causa del trauma subito comporta che a volte, erroneamente, dopo aver interrotto il rapporto con il maltrattante, queste donne vengano considerate nei Tribunali psicologicamente instabili, ha denunciato alla Victoria’s royal commission into family violence una Professoressa di medicina generale.

Kelsey Hegarty, che dirige un programma di ricerca su abusi e violenze presso l’Università di Melbourne, ha detto ai commissari che il trauma psicologico persiste a lungo dopo che la relazione col violento è finita.

Chiamate a comparire davanti a un tribunale per ottenere la custodia dei figli, a causa della paura che provano e dello stress post-traumatico, le vittime appaiono come soggetti inaffidabili al confronto dei perpetratori della violenza, che invece si presentano calmi e razionali.

“Credo che trovino una grande difficoltà nel raccontare una storia coerente [alla corte]”, ha detto Hegarty.

“Hanno impiegato un lungo periodo di tempo per accettare che quanto succedeva loro era violenza domestica, per questo la loro narrazione sembra caotica, difficile, o non sono in grado di raccontare una storia lineare. Fa parte del mio lavoro di medico di famiglia aiutarle a nominare la violenza e a ricostruire una storia più coerente.

“Ma il problema è … possono apparire mentalmente disturbate e talvolta le valutazioni di psichiatri e psicologi nominati dal tribunale vengono utilizzate contro di loro nelle controversie per la custodia dei figli.”

Ricevere posta dall’avvocato del loro aggressore può essere sufficiente ad innescare flashback, incubi e ansia, spiega Hegarty. Spesso queste donne non possono accedere all’assistenza legale perché non hanno i requisiti o perché i servizi dedicati al problema sono troppo oberati di lavoro per aiutarle, di conseguenza molte vittime devono difendersi da sole mentre ancora si stanno riprendendo dal trauma causato dalla violenza.

Prima che volgesse al termine la terza settimana di udienze pubbliche, la Commissione ha ascoltato gli esperti legali in merito al modo in cui la giustizia ha fallito nel tutelare le vittime.

Il consulente legale Luca Moshinsky ha riportato alla Commissione quanto udito dalle testimonianze a proposito delle contraddizioni in cui incorrono le vittime che si devono confrontare col sistema statale di protezione dei bambini e al contempo con le corti federali che si occupano di diritto di famiglia.

“Una delle questioni sollevate in un certo numero di casi è che i due sistemi hanno idee diverse su cosa significhi essere un buon genitore e un genitore protettivo“, ha detto Moshinsky.

“Il sistema di protezione minori si aspetta che una madre protettiva si adoperi affinché i bambini non abbiano alcun contatto con il padre violento, mentre il tribunale della famiglia si aspetta che la madre faciliti la frequentazione con l’altro genitore, biasimando la madre che si oppone.”

Leanne Miller, il direttore della divisione occidentale del Department of Child Protection, ha detto alla commissione  che il dipartimento ha ricevuto 92.000 segnalazioni in un anno, di cui 25.000 sono state prese in carico. Di queste, poco più di 4.000 sono arrivate in tribunale.

“Certamente cooperiamo con le donne e in tutti i casi cerchiamo di lasciare i bambini in seno famiglia”, ha detto. “Questo è il principio fondamentale del [Child Protection] Act.”

Una testimone, che ha anche fornito delle prove alla Commissione nel corso di venerdì, ha raccontato di essersi sentita trattata come una “ex moglie difficile” quando ha telefonato al tribunale di Melbourne per chiedere informazioni su come ottenere un intervento.

La donna, il cui nome non può essere rivelato, ha raccontato che un membro della staff del tribunale le ha chiesto se fosse stato il suo avvocato a convincerla a telefonare.

“Mi ricordo che ho quasi riagganciato”, ha detto. “Alludeva al fatto che io fossi una ex moglie che voleva creare dei problemi.”

La donna ha anche riferito che il suo caso non è stato preso sul serio fino a quando non ha spiegato che il suo ex-marito aveva una pistola e aveva minacciato di uccidere lei e il suo bambino.

Ha riferito alla Commissione che è in corso una battaglia legale con l’uomo, che vive in un altro stato, per l’affidamento del loro bambino.

Le spese legali hanno consumato tutto ciò che aveva risparmiato prima di lasciare il partner abusante, e lei non si sente è sicura di lasciare il proprio bambino da solo con lui.

“Penso che abbiamo abbastanza casi”, ha detto alla commissione. “Rosie Batty è il più importante, ma ci sono molte persone nella stessa situazione.

Quando qualcuno minaccia di uccidere un bambino, non si può pensare che la cosa si risolverà con un corso di gestione della rabbia di sei settimane.

A mio parere, da quel momento in poi sono necessarie visite in ambito protetto.”

La donna ha aggiunto che i tribunali hanno bisogno di elaborare un protocollo in grado di supportare le donne che si rivolgono alle autorità in cerca di aiuto, le donne come lei.

 

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Stereotipi e violenza domestica

Qualche giorno fa ho tradotto un articolo pubblicato da The Guardian dal titolo “Lawyers use victim-blaming language in domestic violence cases, says report”, che denunciava il linguaggio usato dagli operatori dell’amministrazione della giustizia per descrivere i casi di violenza domestica, condito di stereotipi ed espressioni atte a minimizzare la responsabilità del perpetratore e colpevolizzare le vittime.

A proposito del peso che gli stereotipi hanno nelle aule dei Tribunali, vorrei sottoporvi una sentenza pronunciata dalla Corte di cassazione lo scorso nove febbraio, con particolare attenzione alle motivazioni che hanno portato all’assoluzione di un uomo dal reato di maltrattamenti in famiglia (art. 572 c.p.).

maleducatoLa sentenza ci ricorda che

ai fini della configurabilità del reato di cui all’art. 572 cod. pen. la materialità del fatto deve consistere in una condotta abituale che si estrinsechi con più atti che determinano sofferenze fisiche o morali, realizzati in momenti successivi, collegati da un nesso di abitualità ed avvinti nel loro svolgimento da un’unica intenzione criminosa di ledere l’integrità fisica o morale del soggetto passivo infliggendogli abitualmente tali sofferenze. Per ritenere raggiunta la prova dell’elemento materiale di tale reato, inoltre, non possono essere presi in considerazione singoli e sporadici episodi di percosse o lesioni, poiché trattasi di una ipotesi di reato necessariamente abituale, che si caratterizza per la sussistenza di una serie di fatti, per lo più commissivi, ma anche omissivi, i quali, isolatamente considerati, potrebbero anche essere non punibili (atti di infedeltà, di umiliazione generica, etc.), ovvero non perseguibili (ingiurie, percosse o minacce lievi, procedibili solo a querela), ma acquistano rilevanza penale per effetto della loro reiterazione nel tempo. Deve pertanto escludersi, entro tale prospettiva ermeneutica, che la compromissione del bene giuridico protetto si verifichi in presenza di semplici fatti che ledono ovvero mettono in pericolo l’incolumità personale, la libertà o l’onore di una persona della famiglia, essendo necessario, per la configurabilità del reato, che tali fatti siano la componente di una più ampia ed unitaria condotta abituale, idonea ad imporre un regime di vita vessatorio, mortificante ed insostenibile.

Secondo chi scrive, i “singoli episodi di percosse e lesioni” contestati all’imputato vanno inseriti nel contesto nel quale sono avvenuti e interpretati alla luce delle “relazioni familiari intercorse fra i coniugi“, i quali vengono così descritti:

(l’imputato esercente la professione di notaio, la parte civile quella di avvocato), dotati entrambi di un livello di formazione professionale, cultura, condizioni sociali ed economiche ben superiori alla media“.

Stiamo parlando di due persone istruite e benestanti, sembra dirci questa sentenza, non si può parlare di violenza!

Uno degli stereotipi più diffusi sulla violenza contro le donne è che le donne che la subiscono  siano per lo più casalinghe, prive di qualsiasi qualifica professionale e povere, in altri termini  donne delle classi più umili e svantaggiate. Allo stesso modo, è opinione diffusa che  il titolo di studio o il conto in banca siano elementi atti a distinguere un uomo violento da un uomo che non lo è, nella convinzione che la violenza sia prerogativa di creature abbrutite dall’ignoranza, dall’indigenza, dall’abuso di alcol e sostanze stupefacenti, oppure vittime di qualche disturbo della personalità. Gli uomini “normali”, quelli “per bene”, non sono violenti… al massimo sono “maleducati”.

Leggiamo nella sentenza:

“i Giudici di merito hanno posto in rilievo, da un lato, il temperamento irascibile e non incline alla moderazione dell’imputato, i suoi accessi di collera anche a fronte del più banale contrattempo, il ricorso a toni di particolare veemenza ed i comportamenti spesso trasmodanti nella maleducazione”

Non è un uomo che abitualmente (notate l’avverbio “spesso” riferito ai “comportamenti trasmodanti nella maleducazione“) vessava e mortificava la sua compagna, è solo un uomo “irascibile” (vittima della sua incapacità di gestire la rabbia, insomma); non parliamo di un uomo che occasionalmente schiaffeggiava la moglie con l’intento di procurarle sofferenze fisiche o morali, ma di una persona “non incline alla moderazione“, uno che non ha il senso della misura, perché non è stato educato bene, non è mica colpa sua.

E’ un notaio, che diamine! Ha studiato! Vuoi che non sappia che non si sottomettono le donne a scapaccioni? Per forza di cose lo sa, è solo che non riesce a controllarsi e il più banale dei contrattempi lo mada ai pazzi.

[Probabilmente è colpa di sua madre, voi che ne dite?]

Ma veniamo all’altro elemento che ha portato la Corte ad escludere che si possano inserire i fatti contestati in un quadro complessivo caratterizzato da una “condotta abituale, idonea ad imporre un regime di vita vessatorio, mortificante ed insostenibile”, ovvero il carattere della moglie schiaffeggiata:

“la costante capacità reattiva della moglie e l’assenza di un supino atteggiamento rispetto alle intemperanze anche verbali del marito, nel quadro di un rapporto protrattosi per anni e connotato da continui diverbi, incomprensioni e litigi maturati in ambito familiare, tra persone dotate entrambe di un carattere molto passionale, per inferirne logicamente l’impossibilità di configurare un comportamento obiettivamente caratterizzato da tratti di abituale e sistematica prevaricazione, basato su una posizione di passiva soggezione dell’una nei confronti dell’altro.”

Non ci troviamo di fronte una donnina dimessa e umile, qui abbiamo una donna dal “carattere molto passionale”; quando veniva aggredita, anche “solo” verbalmente, dal marito, non si rintanava in un angolino con le mani sulle orecchie, come le donne nelle foto che vediamo sui giornali:

violenza-donne

Non era “passiva”, si difendeva! Non si è lasciata schiacciare, reagiva! Ha studiato anche lei, sa quali sono i suoi diritti di essere umano e li reclama! Insomma, siccome è evidente che questa donna non è una persona che si possa prevaricare, spezzare, sottomettere, significa che lui non intendeva davvero provarci. Ergo non è violenza, ma “conflitto”.

Non voglio che pensiate, però, che i nostri Tribunali rinuncino a minimizzare la violenza e a responsabilizzare la vittima quando debbono valutare situazioni che coinvolgono donne succubi e remissive di fronte a mariti irascibili e poco inclini alla moderazione.

A tale proposito vi consiglio un’altra sentenza, nella quale ad essere criticata è proprio quella passività della quale in questo caso si lamenta la mancanza.

In parole povere: non reagisci? Significa che la situazione non è poi così intollerabile. Reagisci? Se hai conservato la capacità di reagire, significa che non sei vittima di “un regime di vita vessatorio, mortificante ed insostenibile“.

Ricordati, donna: qualunque cosa fai, comunque non va bene.

 

Per approfondire:

Perché lo fa?

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Giancarlo Giannini e Ida Dominijanni: tutti pazzi per la Pas

riefenstahl

Qualche giorno fa il Resto del Carlino ha pubblicato un’intervista all’attore Giancarlo Giannini, nel quale la giornalista gli chiede della sua ultima fatica, un cortometraggio dal titolo “Mamma non vuole”, così descritto dalla giornalista Benedetta Cucci:

“Nel ruolo del dottor Ravezzi, sul set del corto Mamma non vuole diretto da Antonio Pisu, che racconta la storia di Amedeo Gagliardi attore, presentatore e conduttore tv ma anche padre, che ha subito l’alienazione del proprio figlio (è una vicenda di PAS, «Sindrome da alienazione genitoriale») da parte della madre e che nel breve film di 15 minuti prodotto da Genoma Films, recita se stesso raccontando una storia che riguarda 5 milioni di figli e genitori, soprattutto padri.

Dopo il cortometraggio fortemente voluto da Michelle Hunziker e Giulia Bongiorno (l’interprete acchiappa-consensi era in quel caso Raul Bova), che ci informava che “1/3 dei figli di genitori separati” sarebbe affetto da Pas (naturalmente senza fornire alcuna fonte attendibile a supporto del dato fornito),  questa nuova opera cinematrografica parla addirittura di milioni di bambini e milioni di padri, ancora una volta senza sentire il bisogno di dirci questi numeri stratosferici da dove saltano fuori.

Subito dopo la giornalista riporta una definizione di sindrome da alienazione genitoriale fornita dall’attore Giancarlo Giannini:

«uno dei genitori è vittima delle denigrazioni dell’altro e condiziona il figlio. Non credo sia giusto comportarsi così, meglio dire ai propri figli che non si va più d’accordo e che si separeranno»

Il genitore viene denigrato dall’altro genitore e quindi condiziona il figlio, ci spiega Giannini.

Prego?

Come si dice: poche idee e anche parecchio confuse.

Ovviamente Giancarlo Giannini non sa nulla delle polemiche intorno al concetto di “sindrome da alineazione genitoriale” o “alienazione genitoriale”, non ha mai letto nulla a proposito di Richard Gardner e le sue teorie sulla pedofilia, come molto probabilmente non ha mai sentito parlare della famigerata terapia della minaccia, inventata da Gardner per “curare” i “bambini alienati”, né ha mai letto cosa ne pensa chi si occupa di tutela dei minori della sua cosiddetta “cura” o cosa racconta in proposito chi è stato costretto a subirla.

Al contrario di quanto afferma Giannini (che dice nell’intervista “non è un argomento molto trattato”), di Pas se ne parla molto, moltissimo: ne parlano soubrette, attori, presentatori televisivi, ne parlo persino io, ma quasi nessuna delle persone che ne parlano ha mai avuto tra le mani un qualche trattato scientifico che attesti, fornendo dei dati concreti, l’esistenza di una sindrome o un disturbo o un “fenomeno” che risponda alle caratteristiche della Pas.

E non parlo di “libri pubblicati” (ce ne sono a bizzeffe, come c’è una gran quantità di libri sugli alieni o sul mostro di Lochness), parlo di ricerca, quella ricerca della quale lamenta l’inesistenza chi si è pronunciato contro le diagnosi di Pas che infestano i Tribunali, come l’allora Sottosegretario di Stato per la salute, Dottor Adelfio Elio Cardinale:

“Sebbene la PAS sia stata denominata arbitrariamente dai suoi proponenti con il termine «disturbo», in linea con la comunità scientifica internazionale, l’Istituto superiore di sanità non ritiene che tale costrutto abbia né sufficiente sostegno empirico da dati di ricerca, né rilevanza clinica tali da poter essere considerata una patologia e, dunque, essere inclusa tra i disturbi mentali nei manuali diagnostici.”

Anche i cosiddetti “esperti” di Pas contribuiscono a creare una grande confusione, perché dopo aver proclamato a destra e a manca per anni “l’alienazione genitoriale è una “malattia!”, una volta sfumata definitivamente la possibilità di vedere la Pas inserita nell’ultima edizione del DSM 5 (come potete leggere qui), hanno cominciato a balbettare di spiriti, “problemi relazionali” e fenomeni di vario genere.

Di tutto questo Giancarlo Giannini non sa nulla e non è neanche tenuto a saperlo, visto che è un attore.

Il fatto che una giornalista chieda ad un attore di spiegarci cos’è una sindrome, ecco cosa ci dovrebbe stupire.

Quello che invece non mi stupisce affatto è quanto sia facile, per il cinema, diventare strumento atto a colpire l’attenzione del pubblico allo scopo di imporgli un punto di vista, di convincerlo ad appoggiare una tesi, anche la più bislacca: l’alienazione genitoriale esiste, i poveri bambini soffrono, soffrono anche i loro papà, le mamme sono cattive, Giancarlo Giannini è d’accordo che questo non è giusto!

Ed è d’accordo pure Raul Bova. E Michelle Hunziker. E Chiara Francini. E Alec Baldwin. Una parata di stelle, tutte a propagandare la Pas.

Ecco che anche chi dovrebbe essere ben corazzato, rimane vittima di un film.

La Casa di Nilla, Centro specialistico della Regione Calabria per bambini e adolescenti vittime di abusi sessuali, ieri ha promosso un evento sulla sua pagina facebook: un bel seminario di studi sull’alienazione genitoriale, il quale – ci promettono – affronterà la questione “secondo i più aggiornati e accreditati criteri scientifici”.

Leggo tra i commenti (immagino sia uno degli organizzatori, visto che parla di “nostre opinioni”):

pas

Di dubbi, sulla Pas, ne sono stati espressi tanti e a mostrarsi dubbiosi non sono stati attori o presentatori televisivi, bensì professionisti del settore.

Ma di link ve ne ho inseriti già parecchi, quei link rimandano ad altri link e se leggerete solo un decimo di quello che vi ho proposto per approfondire, sarete stati già molto, ma molto più solerti di Giancarlo Giannini e Raul Bova messi insieme.

Il dettaglio su cui vorrei attirare la vostra attenzione è un altro:

dominijanni

Guarda guarda chi promuove l’evento: nientepopodimeno che Ida Dominijanni.

Non devo raccontarvi chi è, immagino che tutti sappiate chi è. Piuttosto è difficile che lei sappia chi sono io.

Ida Dominijanni commenta giusto sopra ad uno dei topoi letterari sull’argomento Pas, il commento che denuncia le “mamme cattive”…

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Ida, non ti offendere, ma il film nel quale Riccardo Scamarcio perde i contatti col figlio è “La prima luce”, non “La prima volta”.

E riguardo al tuo consiglio, quello di proiettare dei film per parlare “secondo i più aggiornati e accreditati criteri scientifici” di alienazione genitoriale, lasciati dire che non è una gran trovata. Anche se Riccardo Scamarcio è un bel ragazzo, te lo concedo.

Perché non invitate invece Antonella Penati? Potrebbe raccontarvi la storia della Pas da un altro punto di vista, quello della perfida madre alienante che voleva impedire al povero papà di vedere il suo bambino.

Per fortuna quella volta sono intervenuti gli straordinari professionisti della tutela del minore, che hanno agito per impedire che la madre malvagia danneggiasse “lo sviluppo psicoaffettivo” del piccolo Federico.

Perché non vi fate raccontare da lei come è andata a finire?

Io intanto vi accenno qualcosa:

Oggi Federico avrebbe compiuto 16 anni

Giustizia per Federico

Federico ucciso in ambito protetto: il ricorso alla Corte di Strasburgo

Che cosa possiamo fare per Antonella Penati

A proposito di fare qualcosa per Antonella, vi ricordo che è ancora in corso la raccolta fondi per aiutarla ad ottenere giustizia.

Per effettuare la donazione: Giustizia per Federico Barakat

Il suo progetto fight 4 child protection

La pagina facebook di Federico nel cuore

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Solo per sempre tua

“Every single thing that I wrote about in that book was inspired by a real-life event. Because I’m so active on Twitter—I live on the internet—I’m seeing all of these stories constantly.”

[Ogni singola cosa che ho scritto in quel libro è ispirata ad un fatto realmente accaduto. Perché io sono sono molto attiva in rete -praticamente vivo su internet-e vedo storie così continuamente.]

Da un’intervista a Louise O’Neil

 

“The fashion industry by its nature treats women and women’s bodies as commodities – how does this model look, what are her waist measurements,” she says. It was impossible to avoid “that emphasis on physical beauty and thinness, especially as I have a history of an eating disorder, so it probably wasn’t the healthiest environment to be in. I just felt really weary, really tired, and the image of the School came to me. The commodification of the female body was the central tenet of it.”

[“L’industria della moda, per sua stessa natura, tratta le donne e i loro corpi come beni di consumo – quanto è bella questa modella, quanto misura il suo punto vita” ci dice. Era impossibile sfuggire a “quell’enfasi sull’aspetto fisico e la magrezza, soprattutto con una storia di disturbi dell’alimentazione alle spalle, probabilmente non era l’ambiente più sano per me. Ero stufa, mi sentivo davvero stanca, e mi è apparsa l’immagine della Scuola. Al centro di tutto c’era la mercificazione del corpo femminile.”]

Da un’intervista a Louise O’Neill

 

“In principio l’Uomo creò le nuove donne, le eva”.

Regole per un comportamento femminile appropriato, (Audioguida), il Padre Originale

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In un futuro non troppo lontano, in un mondo ridotto ai minimi termini dallo scioglimento dei ghiacchi e dalla conseguente scomparsa della maggior parte delle terre emerse, il genere umano ha trovato un modo per sopravvivere.

Quale che sia il modo, noi lettori non lo scopriremo mai, perché il romanzo “Solo per sempre tua” ci narra di questo drammatico futuro assumendo l’esclusivo punto di vista delle creature che si collocano sul gradino più basso della rigida piramide sociale che regola la vita nelle “Zone”: le “eva”, le nuove donne create in laboratorio ad uso e consumo della popolazione maschile.

Le “eva” non sono esseri umani, ma “progetti”, ognuna titolare di un numero identificativo e un nome proprio, al quale però è negata simbolicamente la prima lettera maiuscola.

Deprivate di qualunque forma di sincero affetto nei loro confronti sin dal primo vagito, le “eva” crescono rinchiuse all’interno della “Scuola”, pressocché ignare di tutto ciò che esiste o sia mai esisistito al di fuori di essa, perché “Nessun uomo vorrà mai una compagna che pensa troppo“.

L’unica cosa di cui debbono seriamente preoccuparsi è il loro aspetto esteriore e, per fare in modo che non se ne possano dimenticare nemmeno un istante, ogni superficie della loro prigione è ricoperta di specchi. Le loro giornate sono rigidamente scandite da lezioni di ginnastica, di moda, di trucco e parrucco, mentre l’unica attività incoraggiata e vagamente attinente all’esercizio di qualche facoltà intellettuale è il calcolo delle calorie dei cibi ingeriti, perché non c’è cosa cosa peggiore che diventare una inutile, digustosa grassona (“Nessuno si innamorerà mai di una ragazza grassa“).

Sarebbe ben peggiore diventare vecchia, ma, se saranno sufficientemente brave, le eva non correranno questo rischio, perché entro i quarant’anni saranno pietosamente eliminate.

Naturalmente le eva non sanno leggere, perché quale che sia il ruolo cui gli uomini le destineranno al compimento del loro sedicesimo anno di età (madri dei loro figli maschi – perché i feti femmina vengono abortiti – o concubine – di nuovo segregate, ma stavolta in bordelli nei quali impareranno a soddisfare ogni genere di desiderio sessuale ), l’unica cosa che hanno bisogno di imparare è rinunciare a se stesse per il bene della Zona, per il bene del Padre, per il bene di ogni uomo che reclami i loro corpi e i loro servizi.

L’ignoranza, la minaccia costante di essere scartate dagli uomini invisibili che regolano l’andamento della Scuola e stilano le classifiche di gradimento in base alle quali viene valutato il loro lavoro di automiglioramento, non bastano a tenere sotto controllo le eva, che subiscono anche un trattamento farmacologico atto a renderle apatiche e fiacche, oltre a specifiche lezioni volte a scoraggiare ogni sentimento di empatia le une verso le altre.

A sorvegliare questo mondo tutto al femminile ci sono le Caste, le eva scartate dagli uomini, non abbastanza difettose da essere spedite Sottoterra (un luogo misterioso nel quale accade qualcosa di terribile), ma abbastanza frustrate dal loro fallimento e dalla prospettiva di essere condannate alla vecchiaia, e quindi alla bruttezza, da riversare tutta la rabbia che non possono esternare (“La rabbia è brutta. Le brave ragazze non si arrabbiano.“) sulle giovani leve che escono dalle provette degli ingegneri genetici, esercitando un controllo feroce sulla formazione che le condurrà al giorno della Cerimonia della Scelta.

Che ci siano delle donne, a seviziarle, è fondamentale affinché il sistema funzioni, perché solo così una eva può arrivare a pensare che il carceriere sia anche la sua unica ancora di salvezza: “Abbiamo passato gli ultimi sedici anni in questa Scuola circondate da ragazze. Vuoi davvero passare il resto della tua vita in un harem, circondata da altre ragazze? Se sarai una compagna dovrai dividere la tua casa solo con un uomo e con tutti i figli maschi che avrai la fortuna di dare alla luce. E’ questa la libertà.”

In questo mondo crudele, fatuo e claustrofobico, Lousie O’Neill ci regala una protagonista, freida, destinata a mettere in crisi la femminista occidentale contemporanea; oramai assuefatte a celebrare eroine forti e determinate a lottare contro qualsivoglia sistema oppressivo, dobbiamo fare i conti con un’adolescente fragile, vulnerabile, inconsapevole, affamata d’approvazione e considerazione (vi direi anche affamata d’amore, se alle eva fosse concesso solo immaginare un simile sentimento che cos’è), disposta a tutto pur di diventare un perfetto ingranaggio della macchina che la consuma giorno dopo giorno.

freida, in parole povere, è una “donna debole“, inabile non solo alla lotta ma pure alla semplice sopravvivenza, e il biasimo che circonda questo aggettivo è un qualcosa sul quale, secondo me, il femminismo dovrebbe aprire una seria riflessione.

Trascorrere insieme a freida i suoi ultimi dieci mesi nella Scuola, costretta mio malgrado a provare e soffocare le sue emozioni insieme a lei, ve lo confesso, è stata una tortura, una tortura così dolorosa che ho dovuto finirlo subito, il libro, senza chiuderlo mai, rimanendo alzata fino a notte fonda.

Tuttavia non posso che consigliarvi di leggerlo, nella speranza che troviate la forza (o vi concediate la debolezza) di rimanere rinchiuse nella Scuola il tempo necessario a leggere il finale.

Louse O’Neill afferma che ogni evento narrato le è stato ispirato da ciò che ha potuto osservare nel mondo reale ed io non ho alcun problema a crederle.

langone

Proprio dopo aver letto il libro, ad esempio, mi sono imbattuta in un test, proposto alle donne su facebook, dal titolo Qual è la tua scusa per non fare sesso?

sesso

Il fatto che questo test nasca dall’idea che una donna non possa dire al suo partner “stasera non ho nessuna voglia di fare sesso con te”, mi ha immediatamente ricordato le voci registrate che si diffondono nei dormitori della Scuola di freida mentre le eva dormono, allo scopo di condizionarle nel sonno: “Faccio sempre quello che mi viene detto“.

Come pure, leggendo sulla bacheca della Pagina “La Friendzone non esiste” questo commento:

autostima

non ho potuto fare a meno di pensare a freida bambina che, dopo aver interrogato una Casta sul perché le donne, o meglio, sul perché lei debba crescere in una struttura ostile ed asettica invece che cullata da una famiglia amorevole (come i maschi), si sente rispondere:

E chi ti avrebbe voluta? Chi ti avrebbe voluta finché non fossi stata utile?

Mi sono chiesta, mentre mi dibattevo fra il desiderio di chiudere il libro e la curiosità di arrivare all’ultima pagina, se la mia repulsione per freida e le sue compagne di sventura non fosse dovuta alla quasi totale mancanza di solidarietà nei personaggi del romanzo o alla struggente attesa di un vero atto di ribellione da parte di una qualsiasi delle vittime del Padre, quanto piuttosto alla paura di scoprirmi, una volta davanti allo specchio, molto più simile a una eva di quanto mai vorrei sembrare.

 

Sullo stesso argomento:

Ipersessualizzazione e auto-oggettificazione

 

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