The 100

Recentemente il giornale Avvenire ha denunciato l’ennesimo caso di minori sottratti forzosamente alla famiglia: un bambina di sette anni è stata allontanata dalla fattoria dove viveva con la madre e i nonni con un dispiegamento di forze degno di un boss della malavita organizzata; 32 persone fra carabinieri, assistenti sociali e guardie zoofile (caso mai a qualcuno fosse venuto in mente di suggerire agli animali che quattro gambe buono, due gambe cattivo!) per trascinare via una bimba scalza e in pigiama, “colpevole” di non riuscire ad affezionarsi ad un padre che l’aveva abbandonata alla nascita, rendendosi irreperibile per i primi quattro anni della sua vita (un comportamento lesivo del diritto del diritto della figlia al supporto emotivo ed economico di entrambi i genitori che di solito garantisce al genitore presente e coscenzioso l’affido esclusivo della prole allo scopo di garantire quella stabilità e sicurezza di cui ogni bambino abbisogna).

Gli allontanamenti coatti e le decisioni di magistrati apparentemente indifferenti a fenomeni come la violenza domestica e quella assistita (emblematico un caso denunciato da il Vibonese qualche mese fa, che racconta di violenze tanto evidenti nel corpo della madre da rendere la decisione di affidare una bambina di 2 anni all’uomo che le ha perpetrate tanto incomprensibile quanto ingiustificabile) hanno convinto la Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio ad avviare un’indagine sui temi dell’alienazione genitoriale e dell’affido dei minori.

Una decisione che si può commentare soltanto con l’avverbio “finalmente”.

All’indagine hanno deciso di contribuire anche 100 intellettuali, accademici e professionisti esperti in materia Psicoforense, che hanno reso pubblico il testo del memorandum inviato alla Commissione.

La lettera è corredata di firme eccellenti, fatto che rende il testo ancora più imbarazzante, e da sola suggerisce che alla radice di tante infauste decisioni – alcune delle quali hanno prodotto esiti terribili – c’è proprio l’impianto teorico che sottende il lavoro di questi professionisti esperti, i quali nulla sanno né vogliono sapere delle dinamiche della violenza di genere.

Il memorandum esordisce citando le proteste delle madri che si sentono danneggiate dalle consulenze tecniche d’ufficio (CTU) esperite durante il loro processo di separazione per l’affidamento dei figli, anche a causa di una diagnosi chiamata “Sindrome di Alienazione Genitoriale” (PAS) di cui si sarebbero rese responsabili per aver ostacolato l’incontro del figlio con l’altro genitore, madri che affermano che le loro vicissitudini siano dovute ad  un preconcetto anti-femminile da parte degli operatori forensi.

Un’idea che questo blog condivide appieno, e ha argomentato spesso e volentieri fornendo eloquenti esempi e ricerche empiriche che riportano evidenze del pregiudizio di genere che vizia i risultati nelle controversie legali in materia di affido/maltrattamenti. La ricerca condotta dalla professoressa Joan S. Meier, ad esempio, mettendo a confronto le risposte dei Tribunali alle accuse di un genitore verso l’altro, ha dimostrato che dipendono dal sesso dell’accusatore, ovvero che le denunce delle donne vengono prese meno sul serio di quelle mosse dagli uomini.

Per i 100, tuttavia, simili affermazioni sarebbero prive di fondamento, al punto che, se si dichiarano soddisfatti dell’istituzione di una Commissione, è solo perché una lavoro di indagine potrebbe tornare utile ad evidenziare “vere” problematiche: Diciamo subito che vediamo di buon auspicio la creazione di questo genere di Commissioni, come quella che potrebbe, per esempio, indagare sui molti errori giudiziari che vengono compiuti nelle aule di tribunale e che talvolta portano alla condanna e carcerazione di persone innocenti: l’Innocent Project negli Stati Uniti, operante dal 1992, ha portato alla scarcerazione, ad oggi, di 375 persone condannate, di cui alcune si trovavano nel braccio della morte (lo Stato italiano non prevede la pena di morte in nessun caso, ricordiamolo).

Andiamo a vedere quali sarebbero, secondo i 100, le prove dell’insussistenza delle proteste delle madri.

La prima è che nelle cause di separazione e di divorzio e che comunque comportano l’affidamento dei figli le donne sono di gran lunga preferite rispetto all’uomo. A dimostrazione di quanto affermato, il memorandum riporta una tabella dell’Istat, dalla quale deduciamo che si fa riferimento al maggior numero di affidi esclusivi concessi alle madri rispetto al numero di affidi esclusivi concessi ai padri.

Quello che si evince dalle tabelle dell’Istat, in realtà, è che la stragrande maggioranza dei bambini coinvolti in una separazione o un divorzio è in regime di affido condiviso (40.000 su 44.000 nel 2017, praticamente il 90%) , a dispetto del fatto che tutte le ricerche sulla condivisione del lavoro di cura ci dicano che, nelle famiglie italiane (quindi prima della separazione e del divorzio), il lavoro domestico e di cura sia quasi interamente sulle spalle delle donne, tra l’altro con palesi ripercussioni sui livelli occupazionali femminili; come abbiamo detto tante volte, se la legge 54/2006 si proponeva di garantire il diritto del minore di mantenere (cioè far durare e rimanere inalterato) un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori, nella realtà dei fatti quel rapporto equilibrato spesso e volentieri non sussisteva prima della decisione di crearlo ex novo con un affido condiviso, il che a mio avviso dimostra inequivocabilmente la volontà di incoraggiare e favorire il coinvolgimento paterno, più che il perdurare della maternal preference (ne abbiamo discusso qui a proposito di una sentenza che dichiarava esplicitamente l’intento “educativo” nei confronti di quei padri che ignorano la “fatica quotidiana di gestire i figli”).

Incoraggiare un maggiore coinvolgimento paterno, in linea di principio, è cosa buona e giusta, ma lo è soltanto se non va a cozzare con il diritto all’incolumità e al benessere fisico e psicologico degli altri componenti della famiglia, che è proprio ciò le madri che protestano tentano di portare all’attenzione delle istituzioni.

Poco più di 2.600 mamme che ottengono l’affido esclusivo dei figli corrispondono più o meno al 6% del totale; una percentuale irrisoria, anche se indubbiamente maggiore dell’1% di affidi esclusivi ai padri, ma che comunque ci dice poco delle questioni di cui si discute alla Commissione femminicidio, ovvero il sessismo implicito nella teoria dell’alienazione genitoriale (denunciato sin dal suo ingresso nei Tribunali tramite i testi di Richard Gardner), e la scarsa credibilità di cui godono le accuse mosse dalle donne.

Non dimentichiamo, en passant, che l’Italia è il paese dove la metà delle vittime di femminicidio si era rivolta alle istituzioni in cerca di protezione prima di venire uccisa dall’uomo che aveva denunciato, e questo accade, ha sentenziato la Corte di Strasburgo, per via di quelle attitudini socio-culturali che condonano la violenza domestica.

La seconda ragione sarebbe che la maggior parte di chi giudica in questa materia è “donna”, come si può rilevare dalla composizione dei magistrati delle sezioni famiglia di Milano, Roma, Napoli e Palermo, a titolo esemplificativo, in cui le donne giudici rappresentano il 74% del totale, rispetto al 26% dei colleghi uomini.

Questo è un argomento che abbiamo dibattuto qui qualche tempo fa, giungendo a constatare, anche alla luce di alcuni casi che hanno fatto scalpore, che anche le donne sono maschiliste, visto che non sussiste alcuna correlazione fra il sesso di un individuo e gli stereotipi e i pregiudizi che inficiano le sue valutazioni. Pertanto, la presenza più o meno massiccia di giudici o consulenti di un certo sesso non ci racconta nulla su quelle che sono le loro idee e un apparato forense composto per lo più da donne che si suppone instauri, per un preconcetto antifemminile, una “violenza istituzionale” nei confronti di madri è tutt’altro che uno scenario inconcepibile.

Piuttosto è inconcepibile immaginare che qualcuno possa ritenere questa considerazione degna di essere messa nero su bianco.

Il memorandum passa poi a spiegare il criterio dell’accesso, affidandosi nientepopodimeno che a Khalil Gibran, il quale con il suddetto criterio c’entra come i proverbiali cavoli a merenda.

Il criterio dell’accesso, noto anche come friendly parent provision, è un concetto sulla base del quale si pretende di giudicare la competenza genitoriale in sede di separazione: il bravo genitore è un genitore “friendly” (letteralmente “amichevole”), ovvero un genitore che – dopo la separazione – è capace di cooperare con l’altro genitore e di agire in modo da incoraggiare e favorire i contatti del minore con lui. Solo un pericolo grave, concreto ed attuale per il figlio può limitare o escludere questo accesso all’altro genitore – spiegano i 100 – ed esso deve comunque essere vagliato da un terzo, ovvero dal magistrato.

L’applicazione pratica del criterio dell’accesso ha creato non pochi problemi alle vittime di violenza domestica o alle madri che denunciavano maltrattamenti o condotte pregiudizievoli dell’altro genitore, e la ragione è facilmente intuibile andandosi a leggere una sentenza recente che ha affrontato la questione del “pericolo grave, concreto e attuale” che rende giustificabile la decisione di un genitore di non mostrarsi “friendly” nei confronti dell’ex partner: di fronte ad una donna inferma a causa dei maltrattamenti subiti dal padre di suo figlio, siamo costretti a leggere di un giudice che l’ha ritenuta responsabile di condotta pregiudizievole verso il figlio a causa di sentimenti personali di rifiuto nei confronti dell’uomo, i cui maltrattamenti non vengono negati (sarebbe impossibile), bensi “ridimensionati”.

L’Italia è quel paese assurdo nel quale da una parte abbiamo una Leosini che pubblicamente stigmatizza il comportamento delle donne che non mollano il marito al primo schiaffone, dall’altra dei magistrati che condannano quelle donne che, dopo aver allontanato un uomo che è andato ben oltre il primo schiaffone, se lo vedono ripiombare nella loro vita in veste di affabile genitore perfettamente in grado di collaborare facendo in modo che non si ripetano i comportamenti violenti e prevaricanti, e questo perché quei magistrati si ostinano ad ignorare che una modalità di affido condiviso, quando il divorzio è stato causato da violenza domestica, non serve ad altro che a prolungare gli abusi.

Il criterio dell’accesso, così come viene enunciato, è che la perfetta espressione di una cultura che condona la violenza domestica a meno che non sia “abbastanza grave”, e se non è abbastanza grave che una donna sia costretta a vita a deambulare con una stampella, viene da sé che forse l’unica donna autorizzata a provare sentimenti personali di rifiuto verso il suo aguzzino sia la donna morta.

Il problema della percezione della violenza verso donne e bambini da parte di questi operatori della giustizia è serio, e si evince anche dalla discussione attorno al concetto stesso di violenza, quella diretta e quella assistita.

A proposito della violenza assistita, a dispetto del fatto che ormai sia accertato (come riporta, ad esempio, Save The Children) che un bambino che assiste a una violenza su una persona per lui fondamentale come la madre vive un trauma e avrà delle conseguenze uguali a quelle di un bambino che abbia subito direttamente maltrattamento e violenza, i 100 ci informano che invece, a loro avviso, affermare che la violenza indiretta sia equivalente a quella diretta non è solo un errore concettuale, ma è pericoloso.

E perché sarebbe pericoloso? Perché se diventasse di dominio pubblico che un padre che picchia la moglie davanti al figlio è passibile di essere condannato anche per il danno causato al figlio (un danno che è certo, riscontrato da una vasta letteratura), questo potrebbe convincere i mariti violenti a picchiare anche i figli. Come dire – ditemi se l’analogia vi sembra appropriata – che se condanno un uomo per violenza sessuale anche quando non c’è penetrazione (cosa che di fatto avviene), corro il pericolo di istigare i molestatori a perpetrare violenze più efferate.

Sarei interessata a conoscere gli studi sulla deterrenza che hanno generato questo tipo di considerazione.

Ma andiamo avanti, perché la parte più greve è questa: Quando si parla di violenza occorre denotarla correttamente per non usarla in modo connotativo, così altrimenti vi rientrano fenomeni che sono violenza solo nella percezione di uno dei soggetti. (…) Ricordiamo che le Brigate Rosse hanno ucciso o gambizzato dei dirigenti aziendali quale – a detta loro – “risposta” alla “violenza delle multinazionali”.

Insomma, per i 100 parlare di violenza indiretta equivale ad usare un linguaggio poetico: non è “vera” violenza, quanto piuttosto una metafora funzionale a comunicare uno stato d’animo soggettivo (e sono connotazioni tipiche dei terroristi, attenti!).

E questo nonostante sia acclarato il fatto che essere costretti a vivere in un clima di terrore danneggi concretamente la salute delle persone, a prescindere dal fatto che quelle persone subiscano in prima persona aggressioni fisiche o meno.

Arriviamo alla parte più esilarante del memorandum, quella in cui si cerca di dimostrare la fondatezza scientifica del costrutto dell’alienazione genitoriale mettendo a confronto il numero di citazioni dell’espressione “alienazione parentale” con il numero di citazioni della parola “chiromanzia” in una serie di database.

Vi dico solo che se scrivo “unicorn” nel database Pubmed ottengo 245 articoli, ovvero 16 volte quelli che hanno ottenuto i 100 scrivendo “chiromanzia”. Cosa dovrei dedurre da questi numeri?

Nella speranza che nessuno di voi decida a causa di questo articolo di imbarcarsi nella ricerca di unicorni, un’ultima precisazione: il memorandum parla dell’alienazione genitoriale in termini di “fenomeno”.

L’alienazione genitoriale non è un fenomeno, bensì una teoria, e fra le due cose c’è una differenza sostanziale.

Non è un fenomeno, non compare nel DSM 5 né tantomeno compariva nell’edizione precedente del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, e il fatto che io o chiunque altro abbia pubblicato una moltitudine di articoli che la citano non influisce in alcun modo sul sostegno empirico da dati di ricerca che una teoria necessita per essere presa in seria considerazione.

Il memorandum si conclude rimarcando che fra  i firmatari di codesto memorandum ci sono tante donne e persino delle madri, una precisazione che se non fornisce informazioni sulla rivittimizzazione subita nei tribunali civili che in tante stanno denunciando a mezzo stampa in questo periodo, ce ne fornisce di ulteriori sul grado di conoscenza che i 100 hanno degli studi di genere: nessuna conoscenza.

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Il gender gap e le categorie di genere

Nel 2018 la Nuova Accademia di Belle Arti (NABA) ha presentato al pubblico i risultati della ricerca “Donne Artiste in Italia – Presenza e Rappresentazione”. I dati raccolti forniscono un quadro desolante: se nelle accademie di belle arti le studentesse sono il 66% contro il 33% dei colleghi maschi, già nelle gallerie la loro presenza cala vertiginosamente al 25%, dato che scende al 19% nel caso delle mostre personali nelle istituzioni e arriva al 13% al Padiglione Italia della Biennale di Venezia: la presenza delle artiste nel mondo dell’arte cala man mano che si sale di grado, un fenomeno solitamente paragonato ad un “tubo che perde“.

Nel mondo della musica le cose non vanno meglio: sempre nel 2018, l’Annenberg Inclusion Initiative dell’University of Southern California ha pubblicato uno studio che analizzava la situazione dell’industria musicale statunitense. La ricerca, che ha esaminato seicento brani di musica pop usciti sul mercato fra il 2012 e il 2017, ha evidenziato come la presenza di brani di artiste femminili andasse da un minimo del 16,8% (rispetto all’83,2% di quelli di artisti uomini) nel 2017 fino al massimo del 2016: il 28,1%. E’ risultato anche che su 2.767 cantautori accreditati, solo il 12,3% era di sesso femminile, mentre degli oltre seicento produttori presi in analisi, il 98% era di sesso maschile e solo il 2% di sesso femminile.

Per ciò che riguarda l’Italia, il paese in cui per elogiare una direttrice d’orchestra si scrive che “è brava come un uomo”, uno studio condotto da Nuovoimaie ha evidenziato che la percentuale delle interpreti femminili nella fascia di età 18-34 anni è del 12,52%, in linea quindi con quella degli Stati Uniti.

Se diamo un’occhiata ai riconoscimenti, scopriamo ad esempio che dal 1984, da quando, cioè, si assegnano le targhe Tenco per il miglior album (uno dei premi più prestigiosi della musica italiana), solo una volta ha vinto una donna: Carmen Consoli, nel 2010. E ancora: tra i primi venti posti nella classifica degli album più venduti in Italia nel 2017 ci sono solo due nomi femminili: Mina (in duo con Adriano Celentano) e Cristina D’Avena.

Spostiamoci dalla musica alla letteratura: su 74 edizioni del Premio Strega le vincitrici donne solo soltanto 11, mentre sono 15 le donne che si sono viste assegnare il Nobel per la letteratura dal 1901 ad oggi, sproporzioni nell’assegnazioni di riconoscimenti che si riscontrano un po’ ovunque in giro per l’Europa.

Cinema: un articolo dello scorso anno ci racconta che le registe e attrici donne in Italia sono il 25% del totale, mentre i film finanziati a donne sono soltanto il 12%. Commenta questa dati la regista Susanna Nicchiarelli: “Nelle scuole di cinema le domande al corso di regia di donne sono solo il 20%. C’è un problema di visibilità. Le donne non pensano di poter diventare registe, perché mancano i modelli. Bisogna farsi vedere, ispirare. Il rischio è di essere invisibili. L’importante oggi è parlare, comunicare. La discriminazione è subliminale”.

Lo studio Gender Bias Without Borders, condotto dalla University of Southern California e commissionato dall’Agenzia delle Nazioni Unite per la parità di genere, si è focalizzato sull’analisi di caratteri femminili presenti nei film in 11 paesi: è emerso che nel 70% dei film visionati nel corso del 2012 sono gli uomini a parlare mentre le donne sono principalmente di scenografia e che su un totale di 1.452 registi solo il 20,5% sono donne.

Per un articolo del 2018 pubblicato sul sito della BBC Miriam Quick, analizzando i lungometraggi vincitori a 10 importanti festival  cinematografici, inclusi gli Oscar, i Golden Globe e Cannes, dal 1990 a quel momento, ha raccolto dati su oltre 2.000 persone che avevano lavorato su 243 film, con un massimo di 11 ruoli per film, includendo fino a sette ruoli principali, più il regista e altre posizioni chiave della troupe come sceneggiatore, montatore e direttore della fotografia; i risultati della ricerca hanno mostrato che in 9 film su 10 la maggioranza di questi ruoli era affidata a uomini, mentre per ciò che riguarda gli attori, il rapporto uomini-donne sullo schermo era 63%-37%.

In questo contesto, nel quale la scarsa visibilità delle donne di talento in manifestazioni, festival e premiazioni di vario genere è al contempo la conseguenza e la causa della discriminazione di genere (come il proverbiale cane che si morde la coda), entra a gamba tesa il Festival di Berlino con la sua decisione di assegnare agli attori premi genderless: i riconoscimenti per il miglior attore e la migliore attrice saranno sostituiti da un Orso d’argento per la migliore interpretazione protagonista e un Orso d’argento per la migliore interpretazione non protagonista, assegnati ciascuno su base neutra rispetto al genere.

Se per chi ha avuto questa idea, l’obiettivo è offrire un segnale di una maggiore consapevolezza di genere nell’industria cinematografica (così hanno detto i due responsabili, l’olandese Mariette Rissenbeek e l’italiano Carlo Chatrian), secondo altre la decisione finirà col produrre la progressiva scomparsa delle donne vincitrici, o almeno ad una situazione che riproporrà il disequilibrio esistente in tutti gli ambiti che non riservano un premio alle donne, finendo col rafforzare le fila del club Strumia, ovvero il gruppo di quelli che ritengono che le donne non svettano semplicemente perché non sono abbastanza brave.

In linea di principio i sostenitori di un premio senza genere hanno pienamente ragione: non c’è nulla che leghi le competenze attoriali al sesso di chi le possiede, se non il fatto che gli attori uomini hanno un maggior numero e una maggiore varietà di ruoli a disposizione (soprattutto mano a mano che si va avanti con l’età e si acquista esperienza), il che permette loro di godere non solo di un maggior numero di occasioni, ma di occasioni più propizie per metterle in mostra. E questa non è una competenza, piuttosto è un privilegio.

La discussione attorno a questo evento è in tutto e per tutto identica a quella che da anni facciamo a proposito delle quote rosa senza raggiungere un accordo: riservare un piccolo spazio alle donne in virtù del loro sesso può contribuire a cambiare la mentalità di chi ritiene che il sesso sia di per sé un’ostacolo allo sviluppo di determinate capacità? Costringere una giuria a premiare delle donne perché vi sono dei posti loro riservati, può contribuire a modificare la mentalità di chi ritiene che il lavoro delle donne sia di poco valore perché viziato dalla loro “femminilità”?

Una cosa è certa: una maggiore visibilità delle donne di talento produce effetti straordinari sulle giovani generazioni. Ad esempio, è stato sufficiente puntare i riflettori sulla nazionale di calcio femminile nel corso dei Mondiali di Francia 2019 per produrre un boom di iscrizioni femminili nelle scuole calcio: parliamo del 35-40% di presenze in più, un dato più che rilevante.

Insomma, la discussione è aperta: scatenatevi.

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WAP

Hit dell’estate, (è la prima collaborazione femminile tra rapper a entrare direttamente al primo posto della Billboard Hot 100, la principale classifica musicale dell’industria discografica statunitense), il singolo WAP  (Wet Ass Pussy) sta facendo discutere le bigotte femministe italiane, che evidentemente non colgono quanto sia rivoluzionario e provvidenziale per la salute delle donne tutte l’inno alla lubrificazione vaginale di Cardi B e Megan Thee Stallion.

Se si celebrasse la lubrificazione vaginale, la masturbazione femminile non sarebbe un tabù, e sia le donne che gli uomini imparerebbero dall’educazione sessuale che l’aumento del flusso sanguigno nei tessuti vaginali consente al fluido di fuoriuscire attraverso le cellule, con conseguente aumento di 3-5 millilitri di lubrificazione. Uomini e donne saprebbero anche che avere bisogno o apprezzare la lubrificazione non è un fallimento personale – scrive la ginecologa Inoltre, aggiunge, per tanto tempo la lubrificazione vaginale è stata erroneamente considerata la prova di una vita sessuale promiscua, mentre l’aridità era sinonimo di castità. Per questa ragione quasi ogni singolo prodotto per l’igiene femminile asciuga la vagina in una certa misura – spiega – ma il danno fisico è così grande che molti aumentano il rischio di alcune infezioni a trasmissione sessuale; inoltre la secchezza riduce anche il piacere sessuale per le donne, trasformandole essenzialmente in ricettacoli per il piacere maschile; infatti, la secchezza può rendere il sesso sgradevole o doloroso per entrambi i partner, ma soprattutto per la donna.

Lo confesso: essendo stata giovane negli anni ’90, un’epoca in cui il panico provocato dall’epidemia di AIDS aveva convinto la maggioranza dei genitori italiani che solo una corretta educazione sessuale e una scorta di preservativi avrebbe potuto salvarci da una drammatica morte prematura, non avrei mai immaginato di dovermi confrontare trenta anni dopo con ridicole credenze vittoriane sulla vagina. Tuttavia è innegabile che il panorama odierno ricomprenda preoccupanti fenomeni come un diffuso analfabetismo funzionale, il complottismo, le sentinelle in piedi, i genitori infuriati per i distributori di condom nelle scuole e Adinolfi che va in radio a spiegare che i preservativi non proteggono dalle malattie sessualmente trasmissibili (che cosa è andato storto è una domanda che mi tormenta quotidianamente), per cui non ho problemi a credere che sciocchezze come i bagni di vapore per la purificazione dell’utero possano davvero costituire una minaccia per la salute pubblica e che sia necessario, se non urgente, ribadire che una vulva bagnata è una vulva sana.

Però.

Però c’è un però, anzi ce ne sono diversi.

Per quanto possa sembrare ingiusto tirare in ballo la coerenza, non posso non storcere il naso al pensiero di eleggere Cardi B paladina della salute delle donne. Qualche tempo fa, infatti, la giovane rapper è stata costretta ad annullare diverse esibizioni a causa degli effetti collaterali di una liposcultura, alla quale aveva deciso di sottoporsi dopo la nascita della sua bambina. Yes, my daughter f—ed me up. She did. She so did (“mia figlia mi ha proprio rovinato”) ha dichiarato alla stampa per giustificare la necessità degli interventi chirurgici, ricordando a tutte le sue fan che chi bella vuole apparire, qualche pena deve soffrire e lanciando un assist allo psichiatra Raffaele Morelli e a tutti quelli che, come lui, sono convinti che uscire di casa solo se si è in condizione di attirare gli sguardi eccitati di tutti gli uomini eterosessuali in circolazione sia un sintomo di sanità mentale per ogni donna che si rispetti, e poco importa se il corpo ne risente e ti ritrovi bloccata a letto coi piedi gonfi come delle zampogne.

Abbiamo dimenticato che la bellezza delle donne è sopratutto una questione politica? L’ossessione per un corpo perfetto è the most potent political sedative in women’s history, diceva Naomi Wolf ne “Il mito della bellezza”, raccontando come siamo passate dalle donne ridotte alle loro ovaie (quindi alla loro capacità di generare dei figli) alle donne di oggi, ridotte alla loro bellezza al punto che, quando si convincono (o vengono convinte) di non possederne abbastanza, possono decidere di non essere meritevoli di restare in vita.

Se eleggiamo a femminista dell’anno un’artista che non esita a mettere a rischio la sua salute perché non ha il coraggio di salire sul palco con una pancia meno piatta del solito, non facciamo altro che rimpolpare una cultura che insegna alle nostre figlie, sin dalla più tenera infanzia, che per una donna la bellezza è sempre e comunque più importante di altre competenze, non c’è Grammy che tenga.

Per questo motivo, nonostante io riconosca senza se e senza ma l’importanza della salute sessuale delle donne, faccio fatica a condividere l’idea che la sex-positivity di Cardi B – che si esprime con pezzi di corpo femminile (tette e culi, per la precisione)  che emergono dai muri come giganteschi promemoria di ciò che, se si mantiene tonico e sodo, può renderci la donna perfetta – sia ciò di cui il movimento femminista ha bisogno per contribuire al benessere delle donne nel mondo.

E’ vero che ai Repubblicani conservatori il video non è piaciuto e hanno espresso su Twitter un’ipocrita preoccupazione per l’influenza che potrebbe avere sulle giovanissime generazioni, profittando dell’occasione per accattivarsi il favore dell’elettorato femminile (ad esempio hanno scritto:

Cardi B e Megan Thee Stallion rappresentano ciò che accade quando i bambini vengono allevati senza Dio e senza una forte figura paterna. La loro nuova “canzone” The #WAP (che ho sentito per caso) mi ha fatto venire voglia di versarmi dell’acqua santa nelle orecchie e mi dispiace per le future ragazze se questo è il modello cui si ispirano!

Cardi B e Megan Thee Stallion hanno appena riportato indietro di 100 anni l’intero genere femminile con la loro disgustosa e spregevole canzone “WAP”).

Di conseguenza tutti coloro che si ritengono realmente e sinceramente rispettosi dei diritti delle donne si sono sentiti in dovere di replicare che, come al solito, quei maledetti reazionari non hanno capito niente, perché “WAP” rappresenta l’epitome dell’emancipazione femminile:

Sia Cardi che Megan sono un concentrato di sessualità femminile, indipendenza e potere. In un genere musicale dominato dagli uomini che viene spesso criticato per i suoi testi misogini, le due rapper sono state capaci di riappropriarsi della narrazione della femminilità nell’hip-hop. (…) L’introduzione della canzone è costruita attorno al campionamento di “There Some Whores in This House[ci sono delle puttane in questa casa] di Frank Ski, che ci introduce efficacemente a ciò che vedremo nel video, dove siamo accompagnati in una villa piena di donne che dimostrano il loro abilità sessuale, con una sicurezza senza pari. La struttura della casa è omogenea al quartiere a luci rosse di Amsterdam, dove le prostitute ballano davanti alle finestre per attirare potenziali clienti. Mosse di danza ardue e spaccate olimpioniche – che richiedono ginocchia d’acciaio e flessibilità senza precedenti – rendono omaggio agli strip club da cui hanno avuto origine. Gli stereotipi di genere vengono smantellati nella primissima strofa, poiché Cardi canta: “Non cucino, non pulisco / Ma lascia che ti dica come ho ottenuto questo anello”, non clasciando spazio allo stereotipo della moglie casalinga sottomessa.

Leggiamo in un altro articolo:

In “Wap”, le rapper non giocano coi tropi della sessualità femminile come la vedono gli altri; è una bella lezione sulla sessualità femminile, scritta con gli artigli affilati da due delle donne più potenti dell’hip hop di oggi, che sono parte di una lunga storia di artiste che fanno proprio questo. “WAP” è onesto e gustoso come sa esserlo una canzone quando  tratta di qualcosa – il piacere femminile e il desiderio femminile, con tutto il caos che comportano – che gli uomini considerano ancora troppo volgare per essere nominato. In tempi come questi – e con un presidente che dice che gli piace afferrare donne ignare per la passera – potremmo usare più volgarità femminile.

Laura Hood in The Conversation dice:

A partire dal commercio dei prigionieri africani nella tratta degli schiavi transatlantica e l’uso dei corpi delle donne nere per la ricerca ginecologica, la storia è piena di esempi di donne nere che vengono consumate come oggetti, mercificate e sfruttate per il guadagno di altri. Dicendo: “Voglio che parcheggi quel grosso tir in questo piccolo garage”, Cardi e Megan si fanno valere in quanto agenti della loro mercificazione [agents in their commodification]. Sebbene alcuni sosterrebbero che la rivoluzione non avverrà tra queste cosce, WAP rimane una discussione importante e per certi versi familiare sul percorso appropriato per la liberazione delle donne.

C’è un errore di fondo, in tutti questi discorsi, ed è ritenere che l’unica tipologia di donna funzionale alla sopravvivenza del patriarcato sia la donna angelicata, priva di desideri sessuali, una donna dalla vagina secca, insomma, che ama passare il suo tempo a sfornare crostate mentre fischietta agli uccellini e gli scoiattoli le spazzano il salotto:

Motivo per cui gridare ai quattro venti, “io non cucino, scopiamo piuttosto” e diventare ricche e famose per questo, costituirebbe un feroce attacco allo squilibrio di potere tra i sessi.

Le cose non stanno proprio così.

Come diceva Sant’Agostino: togli via le meretrici dalla vita umana e guasterai tutto col malcostume, perché la donna sconcia, vuota di dignità, colma d’oscenità – cito ancora sant’Agostino è sempre stata un male necessario al mantenimento dello status quo. La professoressa Elisa Giomi spiegava in un’intervista di qualche anno fa: Il 90% delle persone che appaiono in virtù della loro bellezza e sex appeal sono donne, e sono donne quasi il 70% di coloro che appaiono per il proprio ruolo dentro la famiglia… Da un lato le donne sono celebrate ancora per il loro ruolo dentro la casa e  dentro la famiglia, quindi madri e spose perfette… accanto a questo modello ce n’è un altro, di tipo assolutamente opposto: la donna è presentata nella forma della dominatrice sessuale, del soggetto aggressivo, seduttivo, perennemente desideroso e voglioso di sesso, che è una proiezione, una fantasia tipicamente maschile.

Quindi, purtroppo, in WAP le rapper rappresentano la sessualità femminile a partire da uno dei due modelli a disposizione delle donne in cerca di visibilità, senza aggiungere nulla di particolarmente originale o scioccante o rivoluzionario rispetto a quanto siamo da tempo abituati a vedere sugli schermi. Alla luce di questo fatto non so se è più ridicolo fingersi turbati come Ben Shapiro o pretendere di trovarci di fronte ad una elettrizzante novità, come se fossimo afflitti dai medesimi problemi con la memoria a lungo termine della pesciolina Dory.

Per farla breve, è mia opinione che WAP non “smantelli” non un bel niente, a meno di voler considerare il video una sagace parodia degli effetti della pornificazione sull’immaginario erotico, che rende le sue protagoniste più simili a delle caricature della donna sensuale che delle donne in vena di orgasmi.

Ma Cardi e Megan sono agents in their commodification, potrebbe obiettare qualcuna: sono loro a guadagnare dalla scelta di impersonare quel modello di donna, grazie al quale hanno raggiunto una posizione nel mondo del rap che poche artiste possono vantare di aver strappato ai loro colleghi maschi.

Il fatto che una donna, a dispetto di un contesto ostile, riesca a raggiungere i suoi obiettivi personali, non rende quella donna né una femminista né un esempio di attivismo a favore dei diritti umani. Possiamo riconoscere a queste rapper che sono dotate di una dose massiccia di determinazione e tenacia oltre che di una notevole passione per la musica, possiamo citarle per dimostrare che, nonostante i Raffaele Morelli di questo mondo insistano nell’affermare che sostanziali differenze nella psiche guidino necessariamente uomini e donne attraverso progetti di vita radicalmente diversi, i fatti dimostrano che una rapper vuole esattamente ciò che vuole un rapper, ovvero denaro, fama, potere, e proprio come un rapper è in grado di ottenerli ma soprattutto di goderseli, il che rende quest’idea delle sostanziali differenze nella psiche poco realistica, ma definire WAP un compendio del femminismo mi sembra quantomeno azzardato.

Fra le letture con cui mi diletto, c’è la rubrica Ipazia del blog di wordpress OggiScienza; il mese scorso dedicavano un articolo a Margaret Burbidge, l’astronoma che nel 1957 ha svelato il meccanismo che porta alla formazione degli elementi nelle stelle, noto come nucleosintesi. Non era facile, a quell’epoca, per una donna essere accettata in un osservatorio astronomico, e a proposito della discriminazione di genere che ha dovuto patire Burbrige racconta: nella mia vita ha cominciato a operare un principio guida: se un ostacolo di qualsiasi tipo impedisce il raggiungimento dei propri obiettivi, è necessario trovare un modo per aggirarlo – seguire un’altra strada verso la propria meta. Ho dato questo consiglio a molte donne. Ho detto loro: provateci, funziona. Visto che non le veniva permesso di accedere ai telescopi perché era considerato sconveniente che una donna trascorresse le sue serate in compagnia di uomini sposati a guardare le stelle, decise di presentarsi come assistente del marito, un fisico teorico, anche se di fatto era lei a gestire il programma di osservazione. Questo stratagemma permise di fare ciò che amava e raggiungere gli eccellenti risultati per i quali la celebriamo.

Trovare un modo per aggirare gli ostacoli posti dalla discriminazione di genere e arrivare dove si vuole arrivare, tuttavia, non è femminismo; denota intelligenza, risolutezza, audacia, grinta, intraprendenza, ma non è una strategia funzionale a modificare lo stato delle cose affinché quegli ostacoli vengano eliminati e le donne che verranno non debbano affrontarli più.

L’immagine ipersessualizzata che ha permesso ad artiste come Cardi B e Nicki Minaj di scalare vette della scena musicale solitamente precluse alle donne a causa della diffusa convinzione che la musica sia “roba da maschi”, rimane un problema per tutte quelle ragazzine che, guardandole, si persuadono che esiste un unico e specifico modello di femminilità in grado di garantire il successo: quello abbastanza sexy da suscitare l’attenzione di un partner sessuale. Questo rischia di compromettere la loro salute fisica e psicologica per il resto della vita, oltre a definire la loro relazione con l’altro sesso; sì, perché l’esposizione quotidiana ad una enorme quantità di immagini ipersessualizzate di corpi femminili non condiziona solo lo sviluppo di bambine e ragazze, ma anche quello dei ragazzi: è improbabile che un uomo riesca a provare davvero empatia per una donna, quando è abituato a vedere le donne rappresentate come oggetti sessuali, ci ammoniva l’APA in un rapporto del 2008.

In conclusione, di WAP dobbiamo discutere, eccome. Ma appunto, dobbiamo discuterne, non limitarci ad applaudirlo o fischiarlo a seconda della simpatia che ci suscita il politico che lo cita su Twitter.

 

Per approfondire:

“Le donne-oggetto nei programmi tv favoriscono le molestie”

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Le mamme dolenti

Se c’è una cosa che i 15 minuti di celebrità del Signor Distruggere e le sue mamme pancine ci hanno insegnato, è che la mamma – oltre ad essere l’archetipo preferito del pubblicitario in vena di strapparvi una lacrimuccia (piango anche io, cosa credete, è inevitabile temo) – funziona benissimo anche come catalizzatore di odio.

Abbiamo discusso altrove del fatto che la retorica della maternità, che seduce tante donne convincendole a fregiarsene, non è altro che una subdola arma a doppio taglio che condanna le mamme in carne ed ossa al fallimento in quanto donne e in quanto madri, oltre a togliere a tutti gli altri la capacità di considerarle individui rendendole il bersaglio ideale di indebite generalizzazioni.

Ad esempio, quanti nel periodo del lockdown hanno sfogato la loro frustrazione sul primo runner a disposizione? Tante, forse troppe.

Tutti ricorderete il vicesindaco di Ferrara, che diffuse un video nel quale si riprendeva mentre inveiva contro un uomo che correva per le vie deserte della città scatenando una gogna sui social, al quale replicò con fermezza il Comitato Ferrarese Area Disabili facendo notare che non si può condannare qualcuno prima di avergli dato la possibilità di difendersi.

Concorderete tutti che basandosi solo su questo episodio non si può giungere alla conclusione che tutti i vicesindaci amino indulgere in simili comportamenti, ma quando si tratta di una mamma è esattamente ciò che accade: è sufficiente che un’aggressione simile provenga da una “chat delle mamme” perché tutte le chat delle mamme vengano descritte come covi di brutte persone, ovvero luoghi virtuali nei quali si riscontra una quantità di brutte persone (tutte mamme, ovviamente) maggiore che in qualunque altro luogo.

Che ci siano o non ci siano delle prove, dei dati concreti a supporto di una tesi del genere, è irrilevante: basta appellarsi alla propria autorevolezza.

Ci sono una infinita varietà di mamme, al mondo, e ciò che le accomuna tutte non è certo una precisa disposizione d’animo. Quello che invece si può dire, dati alla mano, è che tutte le mamme condividono un fardello: il lavoro domestico e di cura.

Tutti i giornali ne hanno parlato: nei mesi di sospensioni e lockdown, le donne con figli hanno lavorato più dei papà, facendosi carico di una mole maggiore di lavoro domestico rispetto al solito e occupando ben 4 ore al giorno nella didattica a distanza coi figli, motivo per il quale molte di loro (ben 1 su 3) mette in conto di trovarsi costretta a lasciare il lavoro retribuito in caso dovessimo affrontare una seconda ondata di coronavirus.

Che ci piaccia o meno, dobbiamo fare i conti con la realtà: in Italia la divisione sessuale del lavoro è ancora la struttura portante su cui poggia la società, motivo per cui se, ad esempio, si discute di scuola, chi se ne interessa in famiglia sono le donne.

I giornali, invece di cercare di coivolgere nella discussione anche i papà, rafforzano la tendenza omettendo religiosamente di nominarli o evitando di optare per termini più inclusivi, come ad esempio “i genitori”.

Parliamo un attimo di scuola, perché il momento è delicato e i nodi al pettine sono tanti: sono state prese le misure necessarie per garantire il distanziamento sociale nelle aule? Cosa accadrà nel caso uno studente, un insegnante o un qualunque altro membro del personale scolastico dovesse risultare positivo? E’ vero che, se uno studente dovesse sentirsi male a scuola, sarebbe tempestivamente prelevato da personale sanitario e posto in isolamento? (No, questa è una bufala che gira in questi giorni…)

Alle preoccupazioni connesse alla paura del virus, si aggiungono le preoccupazioni relative al benessere dei ragazzi: è un fatto che l’assenza prolungata dalle aule compromette l’apprendimento e lo sviluppo degli studenti, soprattutto quelli provenienti dalle famiglie più povere e in difficoltà, contribuendo ad aumentare disparità e ingiustizia sociale.

In un’intervista del mese scorso, la sociologa Chiara Saraceno ha puntato il dito contro il disinteresse collettivo versi quelli che chiama i diritti educativi di bambini e ragazzi; dispersione scolastica, contrasto alle disuguaglianze educative, questi sono temi importanti – ci ricorda – tanto quanto lo sono i posti di lavoro a rischio degli adulti, eppure non sembrano destare nella classe politica le medesime preoccupazioni.

Uno dei pochi aspetti positivi della pandemia è stata la scoperta, innanzitutto da parte dei genitori, dell’importanza della scuola come luogo di apprendimento ma anche di socialità, di formazione all’autonomia e di “spazio per sé” dei bambini e ragazzi – ha aggiunto in un’altra intervista Io spero che questa attenzione rimanga al di là dell’emergenza e che genitori e ragazzi continuino a battersi, possibilmente insieme agli insegnanti, perché la scuola non venga più messa ai margini e si continuino a investire risorse, non solo finanziarie ma intellettuali e di creatività, perché essa realizzi la sua funzione di costruzione di pari opportunità per bambini e ragazzi.

In questo momento storico così difficile, Linkiesta sceglie di pubblicare un articolo dal titolo Le mamme dolenti del ceto medio riflessivo che non si rassegnano alla pandemia, una scelta a mio avviso imperdonabile: per quanto sia vecchia e consolidata l’abitudine di cogliere ogni occasione per mettere alla berlina “le madri”, il ritratto che l’autrice fa della “mamma del ceto medio” (qualunque cosa significhi, visto che c’è chi ritiene la categoria “ceto medio” quasi estinta, come i panda) non colpisce soltanto le donne, ma contribuisce anche a distogliere l’attenzione dall’impellente esigenza di mettere la scuola pubblica fra le priorità dello Stato.

Il genitore responsabile che si batte affinché la scuola non venga più messa ai margini e si continuino a investire risorse descritto da Saraceno, agli occhi di Guia Soncini è una mamma lamentosa e ipocrita, che si fa scudo di presunte necessità dei ragazzi allo scopo di mascherare il fatto che l’unica ad avere dei problemi è lei, perché i figli a casa tutto il giorno sono un inferno che neanche Sartre avrebbe potuto mettere in scena.

Forse vorrebbe risultare spiritosa, Soncini, e invece scrive un pezzo nel quale – con lo stesso spirito del vicesindaco di Ferrara che rincorreva il runner disabile – accusa la mamma italiana di ignorare colpevolmente i rischi connessi alla riapertura degli istituti scolastici (ovunque abbiano aperto, dalla Germania alla Georgia, sono ricominciati i contagi, com’è ovvio – scrive) perché è tanto indolente e pigra da non volere che i figli le stiano tutto il giorno fra le palle, riuscendo in un colpo solo a banalizzare così tante questioni – il tema della povertà educativa, delle diseguaglianze sociali, della discriminazione di genere, del coinvolgimento paterno  – che leggendola sei quasi tentato di controllare che si tratti di un vero quotodiano.

Basta, tutto qui: il dibattito sulla riapertura delle scuole si riassume nell’inadeguatezza materna.

Io ho controllato: è proprio un quotidiano.

Ma d’altra parte Vincenzo Maisto (il Signor Distruggere) è pubblicato da Rizzoli.

Che tristezza.

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Le femministe ci hanno avvertito

fonte dell’immagine

 

Una traduzione da Feminists have warned us — and now another “men’s rights activist” turns to murder

I misogini arrabbiati che commettono omicidi non sono lupi solitari, ma fanno parte di un movimento sempre più violento

Quando sabato sera il figlio e il marito di Esther Salas, un giudice federale nel New Jersey, sono stati colpiti a casa da un uomo vestito da fattorino della Fed Ex, l’attenzione si è concentrata sul ruolo di Salas in un caso finanziario che ha coinvolto la Deutsche Bank e Jeffrey Epstein. Successivamente, tuttavia, si è scoperto che l’aggressore – che ha tolto la vita a Daniel Anderl, il figlio ventenne di Salas – non era coinvolto in quel caso. Si trattava di Roy Den Hollander, un avvocato e noto troll per i “diritti degli uomini” che aveva una lunga storia di frivole cause legali volte a “dimostrare” che gli uomini, non le donne, sono le vere vittime della discriminazione sessuale. Dopo quello che sembra essere stato un tentativo di assassinio di Salas, Den Hollander è tornato a casa e si è ucciso.

Den Hollander aveva citato in giudizio le discoteche per le “Ladies Nights”, nel corso delle quali alle donne sono offerti ingresso e bevande a prezzi ribassati, e aveva fatto causa alla Columbia University semplicemente per avere un women’s studies program. Ha anche accusato la sua ex moglie, una donna nata in Russia che lo ha scaricato una volta ottenuta la carta verde, di essere parte di un’organizzazione criminale internazionale che includeva i suoi avvocati divorzisti, una banca a Cipro, un detective della polizia di New York e un topless bar. (Questo caso, ovviamente, è stato archiviato.) Come ha chiarito un articolo del New Yorker nel 2007, Den Hollander era ossessionato dall’idea di avere il diritto di avere donne più giovani e disponibili sessualmente – o, usando le sue parole, “ansiose di offrire delizie, comprensione e lealtà “. Dal momento che le cose non gli andavano proprio così, si era infuriato e citava in giudizio chiunque gli capitasse a tiro, nel disperato tentativo di dimostrare che le uniche vere vittime di oppressione sono gli uomini.

Per gran parte della carriera di Den Hollander come misogino professionista, gli osservatori liberali lo hanno trattato come un buffone. Anche io l’ho preso in giro nel mio ex blog per la sua azione legale contro le “Ladies Nights”, definendolo uno di quei ragazzi che vuole credere credere che “alla spogliarellista lui piace davvero”. Den Hollander una volta è stato il bersaglio delle battute a “The Colbert Report”. Su Fox News, tuttavia, è stato accolto come un eroe e provocato a sostenere che le donne “sono una classe sospetta” che “calpesta gli uomini con i tacchi a spillo”.

Questa sparatoria è un promemoria che fa riflettere su una triste realtà, e cioè che la misoginia che spacciava Den Hollander può diventare troppo facilmente oscura e trasformarsi in violenza. Incoraggiati da una comunità online di rancorosi odiatori di donne che incolpano il femminismo per tutti i loro guai, uomini come Den Hollander spesso si rivolgono al vero terrorismo contro le istituzioni e le comunità che non hanno dato loro tutte le delizie che ritengono spettino loro di diritto in virtù del loro sesso.

Il caso che Den Hollander aveva discusso di fronte a Salas, una causa che metteva in discussione il fatto che la registrazione del Selective Service System [N.d.T. un’agenzia indipendente del governo degli Stati Uniti che raccoglie informazioni su coloro che potenzialmente sono soggetti a coscrizione militare – non vi ricorda qualcosa di già sentito almeno un milione di volte?] è riservata solo ai giovani uomini, è stato un altro debole sforzo per dimostrare che gli uomini sono vittime di discriminazione sessuale, anche se non si reclutano obbligatoriamente soldati da decenni. Tuttavia, Salas ha effettivamente permesso al processo di proseguire, anche se Den Hollander l’ha definita “una pigra e incompetente latina nominata da Obama” sul suo sito web nel 2019. Il caso è stato trasferito ad altri avvocati l’anno scorso.

Quali che siano i dettagli di questo tragico omicidio, la morale è ovvia: Den Hollander è solo l’ultimo di una lunga serie di uomini che preferiscono incolpare il femminismo che fare i conti con i loro fallimenti personali e che si sono scagliati contro il mondo con omicidi o atti di terrorismo.

Il più famoso di questi, ovviamente, è Elliot Rodger, protagonista della sparatoria del 2014 a Isla Vista, in California; ha ucciso sei persone e ne ha ferite altre 14, apparentemente in cerca di vendetta a causa del fatto che, a suo dire, “voi ragazze non siete mai state attratte da me “. Rodger, descritto come “incel”, che è l’abbreviazione di “involontariamente celibe”, rappresenta al meglio quell’ideologia di uomini convinti che, a causa del femminismo, viene loro negato il sesso con le donne sexy che credono di meritare.

Ci sono stati molti altri attacchi di questo tipo: Chris Harper-Mercer, che ha ucciso nove persone in un college dell’Oregon nel 2017, ha citato Rodger come fonte di ispirazione. Scott Beierle è piombato in un centro yoga in Florida nel 2018, uccidendo due donne e ferendo altre quattro persone. Alek Minassian ha guidato il suo furgone tra la folla a Toronto nel 2018, uccidendo 10 persone e ferendone 16, e anche lui ha dichiarato di essere stato ispirato da Rodger. Emmanuel Deshawn Aranda ha gettato un bambino di 5 anni dal terzo piano di un centro commerciale in un impeto di indignazione per il fatto che le donne non facevano sesso con lui. All’inizio di quest’anno, un adolescente che si è identificato come “incel” ha attaccato le donne in una sala massaggi di Toronto, uccidendone una. A maggio, il ventenne “incel” Armando Hernandez ha trasmesso in streaming la sua folle sparatoria in un centro commerciale dell’Arizona, prendendo di mira coppie eterosessuali. Proprio il mese scorso, un altro “incel” si è fatto saltare la mano nel tentativo di creare una bomba progettata per uccidere “cheerleader sexy”.

Ben prima di Rodger, c’era George Sodini, che aveva fatto irruzione in una palestra nella periferia di Pittsburgh nel 2009, uccidendo tre donne e ferendone altre nove. Era arrabbiato perché – indovina un po’! – si sentiva in diritto di fare sesso con le donne dal corpo tonico che vedeva lì, e non ci riusciva.

Den Hollander fa anche parte di una lunga schiera di uomini che prendono di mira giudici e tribunali, credendo che “il sistema” sia contro di loro perché hanno perso battaglie legali con ex mogli o hanno subito accuse di violenza contro le donne.

 

fonte

 

Uno di questi uomini, Thomas Ball, si è dato fuoco fuori un tribunale del New Hampshire nel 2011, apparentemente per protestare contro la richiesta di divorzio di sua moglie e le sentenze giudiziarie contro di lui. In un manifesto postumo inviato a un giornale, imputava ciò che gli era accaduto alle “femministe che odiano gli uomini” che presumibilmente gestiscono il governo. Il manifesto di Ball, tuttavia, ci suggerisce le vere ragioni: Ball ammette di aver “schiaffeggiato” sua figlia di 4 anni abbastanza gravemente da spaccarle il labbro, fatto che lui considerava una piccola trasgressione ma che la maggior parte delle persone normali considererebbe un abuso di minori.

Il drammatico suicidio di Ball divenne un motivo di aggregazione per la comunità degli “attivisti per i diritti degli uomini”, che lo celebrarono come un martire della loro causa, invece di riconoscere che era un misogino, violento e narcisista con la tendenza all’autocommiserazione. Il manifesto di Ball è stato pubblicato su siti come A Voice for Men e la sua chiamata a incendiare i tribunali è stata descritta come una fonte di ispirazione.

Questa reazione alla violenza misogina è comune nel mondo degli attivisti per i diritti degli uomini e degli “incel” e di altri forum online in cui gli uomini che odiano le donne si riuniscono per raccontarsi che sono le vere vittime della società. Dopo gli omicidi di Sodini, Tracy Clark-Flory, scrivendo per Salon, ha scoperto che il mondo online dei  “pick-up artist” – un altro gruppo di uomini che si sentono autorizzati a fare sesso e si arrabbiano quando non ottengono ciò che vogliono – era solidale con questo assassino, e lo descriveva come una vittima sfortunata invece che un killer malvagio. Il lungo manifesto autocommiserante di Rodger è diventato una specie di Bibbia per la comunità “incel”, che spesso si riferisce a lui come “San Elliot“.

Nonostante tutto, i media tendono ancora a raccontare questi atti di violenza misogina come atti isolati perpetrati da eccezionali “lupi solitari”, invece che come esplosioni letali da un movimento semi-organizzato impegnato nel “terrorismo stocastico“, i cui leader politici o gli attivisti del movimento usano deliberatamente un linguaggio provocatorio e incitante nella speranza di ispirare i loro seguaci a commettere atti di terrorismo (pur rimanendo nei margini della negazione plausibile).

(Non dimentichiamo la lunga storia di violenza contro gli abortisti, un’espressione diversa ma correlata della violenza maschile intesa a controllare e punire le donne per il desiderio di autonomia).

La misoginia online è distribuita su vari siti Web e forum, ma costituisce un movimento riconoscibile, proprio come il movimento “boogaloo” e altri movimenti suprematisti bianchi che funzionano allo stesso modo. Hanno il loro gergo, i loro tropi e le loro convinzioni fondamentali – e condividono un certo entusiasmo per la celebrazione di singoli atti di caos o terrorismo, nella speranza di incoraggiarne di più.

Ma quando Reddit ha recentemente dichiarato guerra all’hate speech, in reazione al movimento Black Lives Matter, sbarazzandosi di forum come The_Donald che spacciano odio razzista, hanno per lo più ignorato le dozzine di forum dedicati a fomentare l’odio misogino.

È facile capire perché. Come chiarisce la copertura mediatica della carriera di Den Hollander, gli uomini che odiano le donne sono troppo facilmente normalizzati nella nostra società e sono troppo spesso oggetti di pietà e simpatia piuttosto che raccontati come i bigotti che sono. La simpatia per l’assassino incel ha persino raggiunto le pagine del New York Times, quando l’editorialista conservatore Ross Douthat scrisse pietosamente dell’ “l’infelicità degli incel” compatendoli per la loro esclusione dal mercato sessuale, invece di vederli per quello che sono: misogini oltraggiati dal fatto che le donne hanno oggi il diritto di dire di no.

La filosofa Kate Manne ha coniato il termine “himpatia” per reazioni empatiche che antepongono i sentimenti degli uomini, persino quelli degli uomini veramente odiosi, a quelli delle donne che, dopo tutto, sono ancora oggetto di molestie sessuali, aggressioni sessuali e violenza domestica ad un ritmo allarmante. Mentre gli himpathizer si presentano spesso come se cercassero di trovare una soluzione al problema – se solo potessimo aiutare quegli incel, forse non farebbero male alle donne! – in realtà, questo atteggiamento non fa che rafforzare il vero problema, che è il privilegio maschile.

Un uomo come Den Hollander faceva ridere, senza dubbio. Le sue pretese, un uomo di mezza età che si aspettava di essere venerato dalle studentesse universitarie, era innegabilmente esilarante. Ma la sua presenza in reti come Fox News, ancora la rete di notizie via cavo più seguita della nazione, ha dimostrato che esiste ancora un considerevole sostegno sociale per le sue idee di base – condivise da una comunità online sempre più rancorosa e violenta – ovvero che le donne esistano per servire gli uomini e che la loro riluttanza a essere servili è una violazione dei diritti degli uomini. Il movimento #MeToo ha fatto molto negli ultimi anni per aiutare a smantellare questa visione, ma abbiamo chiaramente ancora molta strada da fare.

un articolo di Amanda Marcotte

Qualche tempo fa un padre separato mi ha scritto perché era molto turbato da quello che aveva letto in un gruppo chiuso dedicato agli uomini separati con figli. La sua opinione è che certi gruppi andrebbero “segnalati in massa e chiusi“.

Ma perché questo padre era così sconvolto? Per spiegarmelo, mi ha inviato alcuni screenshot delle conversazioni che si svolgono nel gruppo.

Gran parte delle conversazioni che questo papà mi ha inviato riguardano Mario Bressi, il padre quasi separato che ha ucciso entrambi i suoi figli, un caso del quale abbiamo parlato non troppo tempo fa.

Se ricordate, i messaggi che Bressi aveva inviato alla moglie poco prima di compiere il delitto ci permettono di classificare l’omicidio-suicidio come figlicidio per vendetta del coniuge, nel quale la motivazione che spinge l’assassino ad uccidere i suoi stessi figli è il desiderio di arrecare un’enorme sofferenza all’altro genitore.

Come si evince dalla conversazione, molti membri del gruppo – a differenza del papà che mi ha scritto – condividono il medesimo immaginario dell’assassino, dipinto come una vittima delle circostanze avverse che gli avrebbero sconvolto la mente; secondo questa gente i veri colpevoli della morte dei piccoli Elena e Diego sono Daniela Fumagalli, la madre (rea di aver chiesto il divorzio) e naturalmente un sistema giudiziario viziato dal pregiudizio di genere (maschile) che vessa i poveri uomini costringendoli a patire da soli le drammatiche conseguenze della separazione. Per quanto si sforzino di prendere le distanze dal duplice omicidio di due bambini innocenti, gli utenti del gruppo non riescono a mascherare l’alto livello di immedesimazione con il carnefice che un gesto del genere suscita in loro.

Recentemente il forum degli incel italiani ha pubblicato un manifesto nel quale si afferma che il movimento rigetta la violenza in ogni sua forma e prende le distanze da qualunque pseudo-fenomeno italiano e/o estero e/o da atti violenti e farneticazioni varie che l’informazione, con superficialità, riconduce ed associa al fenomeno incel italiano. Se vi prendete un po’ di tempo per leggere l’esperienza di chi nel forum c’ha passato un po’ di tempo, concorderete che simili affermazioni non possono che suonare insincere.

In un articolo dedicato al manifesto degli incel italiani comparso in uno dei luoghi più misogini del web – il blog “Stalker sarai tu” – l’autore Rino Della Vecchia, dopo aver definito “sciacallaggio” l’associazione fra il movimento nel suo complesso e gli autoproclamatesi incel stragisti e minimizzato la violenza del linguaggio usato negli spazi pubblici di discussione dei suoi membri (descritto come “alcune affermazioni inacidite sulle donne in generale” che sarebbero “usate capziosamente” dai detrattori), conclude con una chiamata alle armi mirata a unire nell’odio comune tutte le correnti dell’attivismo per i diritti degli uomini, una chiamata che stride sgradevolmente con quelle affermazioni del manifesto incel che parlano di “impegno pacifico di uomini e donne per più armonici rapporti tra i sessi, in un’ottica di dialogo costruttivo“:

Incel siamo noi. Siamo Incel, MGTOW, MRA, padri separati. Siamo tombeur de femmes o vergini, impotenti o siffrediani, accoppiati o single per un motivo, per un altro motivo, per nessun motivo (apparente). Non lo siamo? Lo siamo stati. Non lo siamo stati? Lo saremo. Non può accadere? Poteva e potrà accaderci. Oggi siamo uomini che avviano il racconto della propria storia in quanto Genere, coinvolti in una guerra che non abbiamo voluto, che non vogliamo e che combattiamo contro natura, letteralmente. Ma la combattiamo con la nostra divisa e in queste trincee non ci sono “sfigati”, né loser, né “quelli che se la sono cercata”. Né furbi né fessi qui. Solo commilitoni. Commilitoni tutti siamo, giunti qui attraverso percorsi individuali, certo, dopo traversie e sofferenze, disillusioni e amarezze. Tutte degne, tutte nobili. Se anche non le comprendiamo è certo che le rispettiamo tutte. L’epopea del nostro racconto ha pagine sufficienti per tutto il nostro male e tutto il nostro bene. Bene dunque la sortita del Forum degli Incel a spaccare l’assedio. Si punti sempre più decisamente a esigere una dignità più che dovuta. E magari a un’unità trasversale di intenti e azioni. Allons enfants!

Difficile non lasciarsi scappare almeno una risatina di fronte a gruppi di uomini che parlano seriamente di “riprendere la parola”, come se davvero qualcuno li avesse scalzati, in qualche momento della storia o in qualche luogo del mondo, dal ruolo di genere (o Genere, come preferiscono definirsi) dominante in questa società.

Purtroppo, gli anni spesi a sbeffeggiare il patetico Den Hollander ci dimostrano che una risata non basta a seppellire la portata distruttiva di questi focolai d’odio e il rischio che sfocino in veri e propri atti di violenza è dietro l’angolo.

Noi vi abbiamo avvertito.

 

Per approfondire:

Before the Media Treated Him as a Threat, They Treated Him as a Joke

 

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Denunciare la violenza danneggia le donne e i bambini

fonte

Bibbiano, come abbiamo già rimarcato, si è rivelata un’occasione persa, nel senso che l’inchiesta angeli e demoni e l’attenzione mediatica che si è conquistata non ha in alcun modo contribuito ad accendere i riflettori su altri controversi casi di allontanamento di minori, che rimangono relegati alla cronaca locale e/o catturano l’attenzione di pochi interessati.

La notizia è di qualche giorno fa: 4 ragazzi di 16, 14, 11 e 6 anni sono stati sottratti alla tutela della madre e collocati in 4 strutture diverse. Pare che i ragazzi avessero denunciato di essere vittime di abusi da parte del padre e dei nonni paterni, presso i quali erano stati collocati dopo aver denunciato le violenze del padre. A mezzo stampa l’avvocato della madre, Domenico Morace, denuncia che i ragazzi avrebbero subito pressioni inimmaginabili dai consulenti del Tribunale che hanno formulato una perizia del tutto falsa, che riporta fatti storici inesistenti con test che sono stati manipolati, allo scopo di convincerli a ritrattare le accuse e dipingere la donna come una mamma alienante e border line.

E’ una storia i cui dettagli ne ricordano molte altre, ma a me ha riportato subito alla mente la vicenda Tsimhoni, di cui abbiamo parlato tempo fa.

In quel caso tre fratelli si rifiutavano di frequentare il padre adducendo come motivazione le ripetute violenze che questi perpetrava contro la madre, e il giudice, proprio come è accaduto in Italia, decise non solo di ignorare le loro ragioni, ma di prendere delle decisioni che, più che a proveddimenti a tutela del loro benessere, somigliavano ad una punizione draconiana. La “colpa” per cui erano chiamati a pagare era non aver eseguito l’ordine di avere una sana relazione con il padre.

Quando le trascrizioni delle audizioni dei tre ragazzi diventarono di dominio pubblico e il pubblico insorse terrificato dopo aver letto il tono delle minacce della magistrata, il caso Tsimhoni costò alla giudice Lisa Gorcyca una condanna per cattiva condotta per aver fallito nello stabilire, mantenere, far rispettare e osservare personalmente elevati standard di condotta in modo da preservare l’integrità e l’indipendenza della magistratura.

Ciononostante, negli USA come in Italia, i minori che rifiutano di avere una sana relazione con il padre adducendo come ragione le violenze di cui sono stati testimoni o hanno subito, continuano ad essere prelevati forzosamente e rinchiusi in strutture “protette”.

Per puro caso, mentre si preparava il prelievo coatto dei quattro minori per volontà del Tribunale dei minori di Torino, sul sito The Marshall Project, una testata giornalistica no-profit che racconta e analizza il sistema di giustizia penale degli Stati Uniti, appare una lunga inchiesta dal titolo She Said Her Husband Hit Her. She Lost Custody of Their Kids – How reporting domestic violence works against women in family court.

Nel mirino del Mashall Project – che generalmente non si occupa di diritto civile e men che meno di diritto di famiglia – c’è il concetto di “alienazione genitoriale”. Credo possa essere una lettura interessante, e provvederò a fornirvene una traduzione quanto prima.

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Netflix e le donne

Le immagini pornografiche, i film, le foto delle riviste, i cartelloni pubblicitari sui muri delle città, formano un discorso. Questo discorso domina il nostro mondo, con i suoi segni. E a questo discorso è sotteso un concetto: il concetto è che le donne sono dominate. Gli studiosi di semiotica potranno forse interpretare il «sistema» di questo discorso, descrivendone la disposizione. Ciò che tali studiosi ravvisano in quel discorso sono meri segni la cui funzione non è quella di significare qualcosa; quei segni non hanno altra raison d’être se non quella di essere elementi di un determinato sistema, o ordine. Per noi, tuttavia, quel discorso non è separato dal reale, come lo è per gli studiosi di semiotica. Non solo questo discorso intrattiene rapporti molto stretti con la realtà sociale che è la fonte della nostra oppressione (dal punto di vista economico e politico); esso è anche reale in se stesso, poiché è uno degli aspetti dell’oppressione, e in quanto tale esercita un preciso potere su di noi. Il discorso pornografico è infatti parte integrante della violenza che viene esercitata nei nostri confronti: ci umilia, ci degrada, è un crimine contro la nostra «umanità». Come tattica di vessazione, svolge inoltre un’ulteriore funzione: quella di avvertimento. Ci intima di stare in riga, e ricorda di farlo a quelle che tendono a dimenticarlo. Mira a incutere timore. Quando manifestiamo contro la pornografia, gli esperti di semiotica ci rimproverano di solito di confondere i «discorsi» con la «realtà». Non vedono che quel discorso illustra la nostra realtà, una delle facce della realtà della nostra oppressione. Credono che confondiamo il piano dell’analisi.

Ho scelto l’esempio della pornografia perché il suo discorso è semplicemente il più sintomatico e il più dimostrativo della violenza che viene esercitata nei nostri confronti attraverso i discorsi, in tutti gli ambiti della società. Nonostante il discorso che producono sia astratto, non c’è niente di astratto nel potere esercitato, materialmente e attualmente, dalle scienze e dalle teorie, sui nostri corpi e sulle nostre menti. Questa non è che una delle forme del dominio, la sua vera espressione, direbbe Marx. Io direi piuttosto uno dei suoi esercizi.

Monique Wittig, “Il pensiero eterosessuale”, ombre corte 2019, pag.46

 

La piattaforma Netflix, la stessa che lo scorso anno ha distribuito le miniserie Unbelievable (se non l’avete vista, leggetevi l’articolo che l’ha ispirata), qualche mese fa ha proposto il film “365 giorni”, definito da Vanity Fair la risposta polacca a «Cinquanta Sfumature».

Ci dicono che il film abbia avuto un grande successo in termini di visualizzazioni.

La critica nei suoi confronti è unanime: il film è orrendo.

Difficilmente ci imbattiamo in avverbi ed aggettivi tanto inequivocabili: thoroughly terrible, politically objectionable, occasionally hilarious, scrive Variety, mentre The Guardian lo definisce objectively terrible.  The Atlantic è ancora più duro: The movie (…) defies nearly every rule of good filmmaking. Su Rotten Tomatoes, il sito web che si occupa di aggregare recensioni, il gradimento della pellicola è 0%: non c’è nessuno, ma proprio nessuno, che abbia speso una parola buona per questa pellicola.

Molti, invece, hanno sottolineato il fatto che, proprio come la trilogia di E.L. James cui si inspira, il film romanticizza la violenza contro le donne e normalizza la misoginia, riuscendo a risultare ancora più squallido e nausante dell’originale, un’impresa che avremmo detto impossibile.

Lavoro con le sopravvissute alla violenza sessuale e la normalizzazione del mito “sotto sotto lo voleva anche lei” è uno dei motivi per cui le sopravvissute hanno paura di denunciare – e spesso uno dei fattori alla base della mancanza di giustizia in tribunale, scrive Lizzie Dening sull’Independent.

La cantente Duffy, vittima qualche anno fa di rapimento, ha scritto una toccante lettera al CEO di Netflix, nella quale si dichiara addolorata del fatto che la piattaforma offra spazio ad un’opera che erotizza il sequestro di persona.

Pro Empower, un’organizzazione di sopravvissute alla violenza sessuale, ha diffuso su Twitter una lettera aperta nella quale spiega nel dettaglio perché i contenuti veicolati dal film sono pericolosi in una società come la nostra, nella quale i miti sullo stupro sono ancora largamente condivisi: Vi esortiamo a fornire un adeguato trigger warning (l’avviso che il contenuto potrebbe scatenare effetti sgradevoli sul pubblico) che spieghi come il film alimenta la cultura dello stuprosuggeriscono a Netflix – e a considerare la possibilità di rimuovere del tutto il film.

In Francia il collettivo femminista Soeurcières Caen propone una petizione nella quale si chiede la rimozione del film perché pericoloso e irrispettoso nei confronti delle vittime di violenza sessuale: In nessun momento, il concetto di consenso è rispettato, le aggressioni sessuali sono estremamente numerose, l’aggressore minaccia più volte la sua vittima di farle del male se lei si rifiuta di lasciargli fare quello che vuole… Peggio ancora: durante una scena in discoteca, la giovane donna è vittima di un tentativo di stupro da parte di uno sconosciuto e ne segue un lungo discorso in cui è accusata di aver provocato questo attacco. Una vittima non è mai responsabile dello stupro! (…) Se non la otteniamo [la rimozione del film dalla piattaforma], sarà l’ennesima prova che la società sputa in faccia a tutte le vittime di violenza sessuale.

In un articolo su Medium, Jessica Lovejoy parla del modo in cui il film influenza negativamente i giovanissimi: i meme e i video su Tik Tok che pretendono di scherzare su mafia e lividi, a suo avviso, dimostrano che il pubblico più inesperto non è in grado di calare nel mondo reale la situazione che il film propone, ma subisce il fascino degli stratagemmi utilizzati per rendere sexy ed accitante la violenza sulle donne (Per aiutare il pubblico a sentirsi a proprio agio, per desensibilizzarlo nei confronti delle scene violente,  viene utilizzata la colonna sonora, che romanticizza la pericolosa situazione in cui si trova la vittima), contribuendo a diffondere l’idea che rapire qualcuno, terrorizzarlo e minacciarlo possa davvero costituire l’inizio di una relazione passionale e soddisfacente per tutti i soggetti coinvolti.

Il pericolo è concreto, leggiamo su Women’s Health: Guardare comportamenti offensivi e controllanti romanticizzati sullo schermo può renderli più accettabili quando accadono nella vita reale, spiega la terapista Tamekis Williams.

 

Convincere qualcuno che la proiezione di una pellicola del genere contribuisce a peggiorare la vita delle donne è difficile, quasi impossibile.

Lo spettro della censura spinge anche le persone più consapevoli a boicottare ogni iniziativa contro Netflix o il film.

Certo, è vero che un pubblico bene informato su concetti quali la cultura dello stupro o i miti sullo stupro non subirebbe il fascino di un film come “365 giorni” e non lo guarderebbe; in una situazione ideale del genere le critiche negative basterebbero da sole a scoraggiare i produttori dall’insistere su questo filone, ma considerato che in questo paese progetti mirati come quello portato avanti faticosamente da Monica Lanfranco a partire dal libro Crescere Uomini sono rari come i quadrifogli e ignorati dai più, mentre questi film-spazzatura al contrario possono avvalersi di risorse economiche ed esperti di marketing al fine di ottenere l’approvazione del grande pubblico, che ignora tali concetti, a mio avviso campagne come quelle promosse da Soeurcières Caen e Pro Empower sono l’unico strumento a nostra disposizione atto a scalfire il muro di indifferenza nei confronti della sofferenza concreta che il narrare storie del genere infligge a tutte le vittime di violenza e alle donne che lottano al loro fianco, e magari contribuire ad avviare un dibattito pubblico sulla questione.

Ho provato a contattare il servizio assistenza di Netflix. Mi hanno risposto che se un film non mi piace posso non guardarlo e che sono sommersi dalle telefonate entusiaste di fan del film che si informano sull’uscita della seconda puntata della saga; quello che io andavo esponendo è un “problema soggettivo”, che non può in alcun modo influenzare le decisioni della piattaforma sulla programmazione.

L’operatore era un uomo.

Sono aperta a suggerimenti.

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Il “dramma” dei padri separati

In questi giorni l’efferato omicidio di due bambini di 12 anni, Elena e Diego Bressi, ha sconvolto l’Italia. Il padre, Mario Bressi, si è allontanato per un weekend con i bambini (“Mi fidavo di lui”, avrebbe dichiarato la madre, Daniela Fumagalli, agli inquirenti) probabilmente li ha sedati e poi soffocati, quindi ha inviato una serie di messaggi alla donna nei quali le annunciava che non li avrebbe mai più rivisti.

Daniela Fumagalli si è precipitata nell’appartamento di Margno, in alta Valsassina, ma era troppo tardi: dei suoi figli erano rimasti solo i corpi senza vita.

Sebbene ancora non si abbiano tutti gli elementi per giungere a conclusioni inconfutabili, questo terrificante evento sembra rientrare in quella particolare categoria di figlicidio conosciuta come “spousal revenge filicide”, figlicidio per vendetta del coniuge (Resnick PJ. Child murder by parents: a psychiatric review of filicide), nel quale la motivazione che spinge l’assassino ad uccidere i suoi stessi figli è la ferrea volontà di arrecare un’enorme sofferenza all’altro genitore.

Una tipologia di figlicidio nella quale – ci dicono le ricerche sui grandi numeri svolte in altri paesila maggioranza dei perpetratori sono i padri, che molto spesso – proprio come Bressi – dopo l’omicidio si tolgono la vita.

Tempo fa avevo tradotto un articolo di Elizabeth Yardley che trattava proprio di padri che uccidono i figli; l’autrice, che è docente di criminologia presso la Birmingham City University, faceva alcune interessanti considerazioni sul suo lavoro di ricerca, che ha riguardato gli anni dal 1980 al 2012; l’analisi di ben tre decadi le ha permesso di confermare che un sesso è predominante fra quelli che chiama “family annihilator”, un dettaglio che l’ha condotta a concludere (leggiamo qui) che per iniziare a risolvere questo problema, si deve riconoscere il ruolo del fattore genere: i family annihilators generalmente non sono uomini infelici o disperati a causa di una lunga catena di fallimenti, anzi, più spesso sono uomini di successo o che non hanno alcun tipo di problema nella loro vita professionale; ciò che li logora, piuttosto, è la loro idea di mascolinità e di potere; lo status di padre di famiglia è il fulcro dell’idea di mascolinità di questi assassini e gli omicidi rappresentano un ultimo disperato tentativo di ricoprire un ruolo maschile.

Yardley descrive quattro profili di family annihilator, il primo dei quali pare calzare a pennello a Mario Bressi: l’assassino cerca di scaricare la responsabilità dei suoi crimini sulla madre che ritiene responsabile della distruzione della famiglia. Ciò può comportare che l’assassino avvisi la partner prima dell’omicidio per spiegare cosa sta per fare. Per questi uomini, è fondamentale mantenere lo status di capofamiglia e la loro idea di famiglia ideale.

“Hai rovinato la nostra famiglia, non li rivedrai mai più, resterai sola”: questi gli ultimi messaggi di Mario Bressi alla moglie che poco tempo prima aveva chiesto il divorzio.

Un orrendo caso da manuale, insomma, di fronte al quale, tuttavia, non si può che restare  attoniti e sgomenti.

La stampa italiana, purtroppo, non è molto competente in materia. In molti si sono limitati a citare una “separazione difficile” dalla moglie per spiegare il delitto, e ha fatto scalpore un post de Il Mattino che introduceva la notizia citando “il dramma dei papà separati”:

fonte

Questa narrazione ha causato la reazione indignata di chi vi ha letto un inappropriato tentativo di suscitare empatia nei confronti del carnefice, che per di più avalla il suo perverso desiderio di colpevolizzare la madre per la morte dei suoi figli.

…in un mondo che tenta a fatica di riconoscere la violenza sulle donne, che ancora stenta ad attribuire al termine “femminicidio” il suo senso sociologico, che ha la capacità di cercare una giustificazione anche di fronte alla morte assurda di due bambini che quell’uomo, il padre senza mai una parola fuori posto, avrebbe dovuto amare a prescindere dalla sua vicenda sentimentale con la moglie, applicare ad un tale orrore una attenuante di fondo è solo la conferma che c’è un problema culturale. Quello che magari anche in maniera inconscia – ma molto più spesso assolutamente consapevole – accetta le logiche del patriarcato, del possesso, della riduzione della donna e dei bambini ad oggetti che esistono solo in relazione al loro rapporto col marito/padre e della famiglia come unità inscindibile, da salvaguardare ad ogni costo – scrive Simona Musco su il Dubbio – Continuiamo a ribadire che una comunicazione così sciatta e superficiale sul tema della violenza maschile sulle donne non solo non è più tollerabile, ma non è nemmeno più concepibile, considerato che sono trascorsi già otto anni dalla ratifica della Convenzione di Istanbul da parte dello Stato italiano e tre anni dalla sottoscrizione, da parte di numerosi sindacati, associazioni e giornalisti singoli, del Manifesto di Venezia per il rispetto della parità di genere nell’informazione. Parlare ancora oggi di “dramma della separazione” di fronte ad un femminicidio o di un figlicidio commesso da un uomo per vendetta nei confronti della donna che vuole separarsi da lui, significa agire ulteriore violenza nei confronti della donna stessa, legittimando le motivazioni del carnefice. tuona dalla sua pagina facebook l’Unione Donne in Italia, mentre sull’Huffington Post interviene Elisabetta Savini: “Il dramma dei padri separati” è il dramma di una stampa e di una cultura che ci propone sempre e solo il punto di vista del soggetto forte, privilegiato, bianco e maschio. È il racconto del privilegio, dell’esercizio della forza e del potere, è l’idea che dominio e possesso non siano un abominio, ma l’assoluta normalità. Una normalità che, quando si manifesta nella sua violenza, ci sgomenta, ma che poi, nel momento del racconto, torna ad incardinarsi nelle logiche rese secolari dal patriarcato. E così scompaiono i molteplici punti di vista e ne emerge uno solo: “il dramma dei padri separati”. Gli altri drammi ci sono, ma sono minori. Perché, se “per tutti il dolore degli altri è un dolore a metà” e così anche per il patriarcato che urla il suo dolore e tace quello delle sue vittime.

Il Mattino, dopo aver modificato il post che ha scatenato l’ira dei lettori, ha chiesto scusa:

La fretta, si sa, è cattiva consigliera. E per la fretta capita di sbagliare. Ieri è capitato a noi: sui social, nel lancio che accompagnava la terribile notizia di Lecco. Siamo caduti in errore, una banalizzazione sbagliata sul dramma di una famiglia distrutta dalla follia omicida di un papà incapace di accettare la separazione dalla moglie, una semplificazione fuori luogo sul dramma dei padri separati che nulla c’entra con l’omicidio-suicidio…

Nel frattempo Davide Colombo, l’avvocato che gestiva la separazione per conto di Daniela Fumagalli, si è fatto intervistare per rassicurare il pubblico sul fatto che

non c’erano apparenti tensioni che potessero giustificare o far prevedere un gesto del genere. Tra loro due non era in corso nessuna separazione violenta né litigiosa, assolutamente. La signora non aveva alcuna intenzione di portargli via i figli, anzi. Contro il padre non aveva nulla da eccepire.

La precisazione dell’avvocato ci costringe a contestualizzare l’espressione “dramma dei papà separati”, che non si riferisce soltanto al dolore e alla frustrazione che qualunque uomo sposato e con figli può provare nel momento della separazione (la realtà separativa è fatta di dolore ma soprattutto di tanto amore verso i propri figli che purtroppo portano i genitori ad affrontare percorsi giudiziari difficili e complessi – scrive in un comunicato l’associazione Padri in Movimento, ribadendo che non c’è dolore che possa rendere comprensibile un gesto del genere: i veri padri separati non sono degli assassini e amano senza soluzione di continuità i propri figli), ma soprattutto ad una precisa strategia comunicativa portata avanti da soggetti ben precisi al duplice scopo di ottenere una serie di modifiche del nostro impianto normativo per ciò che concerne la separazione, il divorzio e l’affido dei figli e di creare un ambiente svaforevole alle rivendicazioni delle donne, soprattutto quando chiedono a gran voce che venga riconosciuta e pubblicamente condannata la violenza intrafamiliare.

 

Dell’argomento abbiamo parlato diffusamente in questo blog.

I “papà separati” sono un movimento organizzato, anche a livello internazionale, diretta emanazione di un più di un più vasto e complesso movimento per i diritti degli uomini, che ha preso forma in concomitanza e in opposizione alla seconda ondata femminista, intorno agli anni ’70.

Il loro mantra, ripetuto a oltranza e costellato di aneddoti, è che i padri siano privati ​​dei loro “diritti” e sottoposti a discriminazione sistematica in quanto uomini e in quanto padri, in un sistema sbilanciato verso le donne e dominato dalle femministe.

Per fare un esempio, leggiamo un articolo pubblicato lo scorso dicembre su il Giornale e firmato da Elena Barlozzari e Alessandra Benignetti, che proclama: quella dei padri separati è una vera e propria emergenza sociale:

Secondo l’organismo pastorale della Cei per la carità su 4 milioni di padri separati presenti nel nostro Paese 800mila sarebbero sotto la soglia di povertà. Tra loro c’è anche chi si arrende e si abbandona a gesti estremi come il suicidi.

Se non abbiamo nessun motivo per dubitare della storia di Michele (la separazione impoverisce tanto gli uomini quanto le donne), i dati riportati a dimostrazione dell’esistenza di un fenomeno massiccio che riguarda un solo sesso sono falsi e sarebbe interessante chiedere alle giornaliste dove li hanno trovati.

Forse li ha forniti l’intervistato Roberto Castelli, fondatore di Genitori Sottratti, che rientra in quel coordinamento Colibrì di cui è membro attivissimo il senatore Simone Pillon.

Ma la mia è solo un’ipotesi.

La cifra 4 milioni è riccorrente. Sono anni che viene citata in articoli che trattano della presunta “emergenza sociale” dei padri separati, ma io non sono mai riuscita a risalire ad una ricerca statistica in grado di confermarne la fondatezza, e neanche i miei affezionati lettori sono mai stati in grado di fornirmi un appiglio.

Ad esempio ritroviamo la cifra 4 milioni in questo articolo del 2016 del Corriere, ma stavolta la fonte citata è l’Eurispes:

In Italia, secondo i dati dell’Eurispes, su 4 milioni di papà separati circa 800 mila vivono sotto la soglia di povertà, mentre un milione e mezzo vive in condizione di indigenza. Molti di questi, finiscono per strada, senza una casa o un posto in cui dormire.

Se andiamo più indietro nel tempo, troviamo i 4 miliani in un articolo nel 2012 pubblicato da l’Espresso, nel quale si intervistano altre realtà associative – l’Associazione SOS Padri separati, l’associazione Papà separati – nonché la PM Carmen Pugliese, responsabile di aver diffuso l’idea che quasi nell’80 per cento dei casi le accuse di violenza e abusi domestici mosse dalle donne siano false.

Le false accuse delle donne” sono un altro importante cavallo di battaglia del movimento dei padri (insieme ai suicidi degli uomini e al “rischio evolutivo” che patirebbero i bambini), anche in questo caso senza che vi siano dati a supporto.

Sono anni che la stampa ci propina cifre allarmanti e percentuali inventate allo scopo di convincere l’opinione pubblica che si possa documentare un fenomeno sociale nominato “dramma dei papà separati”.

La convinzione che un simile fenomeno coinvolga milioni di maschi costringe professionisti come Davide Colombo a difendere preventivamente la sua assistita dall’accusa infamante di essere una “tipica madre separata“, un profilo criminale che, al contrario del family annihilator, non può essere ricondotto ad alcun serio lavoro di ricerca, ma ciononostante si erge a categoria interpretativa in grado di spiegare il divorzio e la separazione nella nostra società.

La medesima convinzione porta qualsiasi giornalista italiano, ormai intossicato da un decennio di interviste all’associazione “papà separati” di turno, a collocare l’omicidio dei piccoli Bressi in un mondo parallelo nel quale ad essere sistematicamente vessati e discriminati sono gli uomini (così vessati e discriminati da finire col perdere il senno).

E’ ora di smantellare questa narrazione tossica, perché l’unico modo per impedire che altri bambini inncenti facciano la fine di Elena e Diego è affrontare la vera funzione che il genere svolge in questi delitti: gli omicidi rappresentano un ultimo disperato tentativo di ricoprire un ruolo maschile, che sottende un’idea di mascolinità che gli uomini devono smettere di incarnare.

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Uomini che (non) si mettono in discussione

L’8 giugno Internazionale pubblica un lungo articolo dedicato a Maschile Plurale, dal titolo “Uomini che si mettono in discussione“.

Le attività dell’associazione, descritta come una rete di uomini impegnati contro la violenza maschile sulle donne e gli stereotipi di genere, sono raccontate attraverso le parole dei suoi stessi membri, che narrano del percorso che li ha portati ad impegnarsi in un lavoro su se stessi che prende le distanze da altri movimenti maschili (vengono citati i Maschi Selvatici, gli Uomini 3000 e i Maschi Beta, ma anche l’emergente e preoccupante fenomeno degli incel) soprattutto per la sua capacità di non ergersi in fiera contrapposizione al movimento femminista.

A parlare di questo aspetto in particolare è chiamato Stefano Ciccone, che spiega come uno degli aspetti più discussi dentro Maschile plurale è la relazione con i vari femminismi e le loro istanze. Nel farlo cita un lungo e articolato confronto fra l’associazione e altri soggetti che ha avuto luogo anche su questo blog a partire da un post del 2014: Violenza di genere: lettera aperta a Maschile Plurale.

Ciccone ne parla così:

In un paio di situazioni uomini che facevano parte della rete sono stati accusati dalle proprie compagne di aver avuto comportamenti psicologicamente violenti e una parte del femminismo ha colto l’occasione per esprimere il fastidio e la diffidenza verso il movimento maschile, sostenendo che non ci sono uomini affidabili e buoni, e che dietro gli uomini c’è sempre una fregatura.

Visto che quella vicenda mi ha riguardato molto da vicino, coinvolgendomi al punto da prendere parte in prima persona ad un incontro sul tema che si svolse presso la Libreria delle Donne di Milano, scoprire che tutto ciò che è rimasto a Stefano Ciccone dell’esperienza sia uno dei più beceri stereotipi sul femminismo dopo quello sulla loro bruttezza (ovvero “le femministe odiano gli uomini!”), mi ha sconvolto non poco.

Soprattutto se una critica del genere viene mossa da persone che si fregiano di essere “gli uomini che hanno messo in discussione proprio il loro sentirsi buoni”.

Perché se i Maschi Plurali dicono di se stessi che non sono uomini buoni è un passo avanti nel loro percorso di consapevolezza, ma se glielo fa notare qualcun altro lo si accusa di essere ingiustamente diffidente?

A quel tempo al dibattito parteciparono molte persone, uomini e donne, per lo più femministe ma non solo, vennero pubblicati svariati interventi su molti blog e altri siti, alcuni dei quali oggi non sono più online. Che non si possa recuperare tutto è un vero peccato, perché, a dispetto del fatto che processi alle intenzioni di chi decise di scrivere vennero intentati anche allora, non ricordo di nessuna delle penne femministe che dichiarò di aver imparato da quell’esperienza che non ci sono uomini affidabili e buoni, o che dietro gli uomini c’è sempre una fregatura.

Purtroppo, come dicevo, recuperare tutto ciò che venne scritto è impossibile. Tuttavia, quanto è stato scritto qui è ancora disponibile: il link alla prima lettera aperta lo avete già, e i post che seguirono sono questi:

Risposta a Maschile Plurale: i centri antiviolenza rispettano la privacy

Pubblica denuncia

Mai ascoltata da Maschile Plurale

La discussione alla Libreria delle Donne

Maschile Plurale e la sua Ombra

A partire da questo resoconto dell’incontro svoltosi a Milano vergato da Massimo Lizzi è possibile risalire ad altri documenti inerenti il dibattito, fra i quali un importante intervento di Monica Lanfranco e il richiamo al caso di Daniel Welzer-Lang di Maria Rossi.

Mi rendo conto che riprendere in mano una simile mole di scritti può sembrare un’impresa tanto estenuante quanto vana, ma farlo è l’unico modo per fugare ogni dubbio sul fatto che prendere la parola, per tutti i soggetti estranei a Maschile Plurale che intervennero allora, non era un espediente volto a screditare l’uomo in quanto creatura “per sua natura” inaffidabile e ingannatrice, né tantomeno una scusa per affossare un’associazione che si dichiara contro la violenza sulle donne soltanto perché i suoi membri sono maschi.

Quello che si diceva allora è che un’associazione di uomini che ha dichiarato di  impegnarsi pubblicamente e personalmente per l’eliminazione di ogni forma di violenza di genere fisica e psicologica (così recita il suo statuto), aveva reagito in modo molto deludente quando si era trovata a dover fronteggiare accuse precise e circostanziate verso uno dei suoi membri, dichiarando di non sentirsi in dovere di prendere alcun provvedimento in merito.

Stefano Ciccone disse in proposito che gli uomini di Maschile Plurale avevano fatto la scelta “di non caratterizzarsi come gli uomini che condannano gli altri uomini”, chiedendoci di credere che sia possibile condannare la violenza contro le donne senza esprimere un giudizio di condanna nei confronti degli uomini che la perpetrano o che per riconoscere l’esistenza di un contesto culturale che minimizza e favorisce la violenza sulle donne – un contesto nel quale siamo immersi tutti/e come pesci nel mare – sia necessario sospendere ogni giudizio sui singoli uomini che si rendono responsabili di specifici comportamenti violenti.

La violenza è una scelta, non un destino al quale gli uomini sono condannati dal patriarcato, una scelta che gli uomini fanno più spesso quando ritengono che molto probabilmente non subiranno alcuna concreta conseguenza per le loro azioni. Per questo motivo ritenevo allora, come lo ritengo oggi, che gli uomini che decidono di non condannare gli altri uomini scelgono di non impegnarsi nell’eliminazione ogni forma di violenza di genere fisica e psicologica.

Del fatto che la violenza sia una scelta piuttosto che una sorte avversa, Stefano Ciccone non sembra molto convinto, tanto che l’articolo di Internazionale si conclude con questa sua controversa dichiarazione, nella quale l’uomo violento è descritto non come una persona colpevole di atti riprovevoli e per questo degno di biasimo, ma come un soggetto incapace di controllarsi e bisognoso di supporto:

Ciccone spiega che gli uomini maltrattanti con cui entra in contatto si raccontano spesso come delle pentole a pressione che a un certo punto devono scoppiare. Non possono farlo piangendo né tanto meno chiedendo aiuto, dicono, l’unica emozione concessa è la rabbia. “Per questo stiamo pensando a un telefono nazionale di ascolto per uomini così da intervenire prima che questa rabbia esploda”.

Quella che leggiamo qui è la versione degli uomini maltrattanti, la stessa versione che leggiamo tante volte sui giornali: il raptus di follia, la storia dell’uomo preda di una “soverchiante tempesta emotiva” che sfocia in una rabbia incontrollabile.

Una versione che Stefano Ciccone ritiene credibile al punto da ideare un servizio ad hoc per “aiutare” questi uomini, a dispetto del fatto che a supporto della sua veridicità ci sia solo la loro parola, dimostrando che, se i Maschi Plurali mettono in discussione qualcosa, questo qualcosa non riguarda il differente peso che hanno le parole di un uomo e quelle di una donna (ad esempio una che affermi di aver subito violenza) nel contesto di una società profondamente maschilista.

E a dispetto del fatto che questa versione spesso alla luce dei fatti risulti essere solo una squallida strategia difensiva.

Lei ha mai sentito dire di qualcuno colto da raptus che ha assalito un uomo grande e grosso? – spiegava lo psichiatra Claudio Mecacci dalle pagine del Corriere nel 2014, aggiungendo che il successo della teoria del raptus deriva più che altro dal suo risultare molto utile a chi fa le perizie per giustificare le azioni di grande violenza e attenuare la gravità del fatto e la colpa di chi le commette.

Gli uomini non sono “pentole a pressione” e il raptus non esiste.

E io sono rimasta la stessa acida femminista diffidente di sei anni fa.

 

 

 

Sullo stesso argomento:

Uomini che «si mettono in discussione». Ma non si fidano delle donne

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L’affaire Rowling

Ci sono ragioni molto personali per cui questa storia di JK Rowling mi tormenta, ovviamente.

Quando ho iniziato ad usare questo nom de plume, per molti lettori non riuscire ad identificare il mio sesso è stato un grosso problema. Molti mi chiedevano ossesivamente “ma sei un uomo o una donna?” e io rispondevo “saperlo modificherebbe la tua idea su ciò che ho scritto?”. Qualcuno si era convinto tempo fa che io fossi il blogger Massimo Lizzi e così mi chiamava (i commenti in questione li trovate qui – a proposito, se avete tempo rileggetevi quel vecchio post, perché ne riparleremo a breve), finché, per rispetto soprattutto a Massimo, ho dovuto chiarire che non ero lui.

Tutto per dire che a dispetto delle tematiche di cui scrivevo e scrivo, i fatti ci suggeriscono che la mia scrittura non ha sesso. Forse, spesso, c’è molto più sesso biologico negli occhi di chi guarda di quanto ce ne sia in chi se lo porta appresso, se capite cosa intendo.

Tuttavia non posso negare che, proprio come dice di sé la scrittrice inglese, il mio sesso abbia impresso un’impronta profonda nella mia vita e certo non a causa degli ormoni.

Tutti coloro che hanno letto “Dalla parte delle bambine” di Elena Gianini Belotti non hanno bisogno di ulteriori spiegazioni se dico che un determinato apparato sessuale determina un trattamento diverso ancor prima della nascita e chi non lo ha ancora letto, beh dovrebbe farlo. Vi assicuro che, nonostante sia stato scritto diverso tempo fa, è un testo ancora necessario.

Ci sono svariate ragioni per cui ritengo che si possa serenamente parlare di transfobia nell’analisi di quanto Rowling va scrivendo da un po’.

In uno dei tweet che hanno scatenato questo putiferio, ad esempio, rivolgendosi alle persone transessuali ha scritto «se foste discriminati in quanto trans manifesterei con voi» (I’d march with you if you were discriminated), esprimendo chiaramente un dubbio a proposito della discriminazione, un dubbio che è inaccettabile alla luce dei dati sulla violenza che le colpisce e le difficoltà che debbono affrontare e che suggerisce un certo scollamento dalla realtà della quale si pretende di parlare.

Per ciò che riguarda invece il tema del linguaggio inclusivo, invece, e la teoria che un’espressione come “persone con le mestruazioni” (people who menstruate) sia mirata alla “cancellazione delle donne”, è sufficiente aprire l’articolo incriminato, nel quale leggiamo che si parla delle difficoltà di 1.8 billion girls, women, and gender non-binary persons che hanno le mestruazioni, una frase che rende evidente che il problema della Rowling non è la “scomparsa delle donne” (se sono citate non vedo come possano lamentarsi di essere scomparse), quanto piuttosto la comparsa di altri soggetti che con le donne hanno in comune il bisogno di menstrual materials, safe access to toilets, soap, water, and private spaces in the face of lockdown living conditions that have eliminated privacy for many populations.

Quello che Rowling dice, quando a proposito del suo sgomento di fronte all’articolo, precisa in un tweet successivo il sesso è reale, è che se hai le mestruazioni quando si parla pubblicamente di te si deve usare la parola donna, perché nessun’altra parola è adeguata, anzi, qualunque altra parola è offensiva.

Di fronte ad una frase del genere si dovrebbe aprire un dibattito serio. Purtroppo, per tutta una serie di ragioni, questo non sembra più possibile, e la mia opinione è che è un vero peccato.

Non è possibile aprire un dibattito serio e pacato perché da una parte c’è questo insistere  pretestuoso sul tema della cancellazione delle “vere” donne, che fa tanto Family Day. Leggendo Rowling, mi risuonano nelle orecchie frasi come La parola italiana matrimonio continua la voce latina matrimonium, formata dal genitivo singolare di mater, ovvero matris, unito al suffisso –monium, collegato, in maniera trasparente, al sostantivo munus ‘dovere, compito’, quindi NO, i gay non si possono sposare, è un attentato alla famiglia autentica! ed è un effetto molto, molto irritante.

Dall’altra, c’è la reazione scomposta e violentissima di chi da queste affermazioni si è sentito leso, della quale non si può non parlare:

In un articolo dal titolo Why abuse of JK Rowling is a problem for trans rights activists, Gina Davidson parla della gran quantità di messaggi che  le dicono di “soffocarsi” con la loro appendice o parlano di come vogliono “fotterla” e osserva: Per coloro che stanno seriamente cercando di migliorare la vita delle persone transgender affrontando la discriminazione, affinché siano accettate e siano in grado di accedere ai servizi sanitari e al supporto di cui hanno bisogno, questo furore non fa loro alcun favore. L’unico effetto dell’odio è indurire le menti delle persone. Perché una donna dovrebbe accettare di condividere spazi privati come spogliatoi o servizi igienici con le stesse persone che abusano di Rowling?

Un colpo al cerchio e uno alla botte? – vi starete chiedendo.

Non credo. Se è necessario ammettere che c’è della transfobia in quello che Rowling scrive, è altrettanto necessario dire che se la tua risposta ai suoi messaggi è “succhiami il cazzo”, stai tirando acqua al suo mulino, non al tuo.

Infatti, l’effetto immediato di questa shitstorm è stata una globale levata di scudi:

Noi femministe sosteniamo J.K. Rowling contro il linciaggio degli attivisti trans, leggiamo su FigaroVox, un pezzo che  cita la violenza di un certo attivismo: Selina Todd, una storica britannica, (…) ha dovuto assumere guardie del corpo a seguito delle minacce di alcuni trans-attivisti estremisti. Rosa Freedman, una professoressa di giurisprudenza, è stata spinta e minacciata di stupro.

Torno un attimo a ciò che scrive Rowling: Quindi voglio che le donne trans siano al sicuro. Allo stesso tempo, non voglio che le persone nate donne si sentano meno al sicuro. Quando permetti che le porte dei bagni e dei camerini siano aperti a qualunque uomo creda o si senta di essere una donna – in quanto, come ho spiegato, i certificati di conferma dell’identità di genere potrebbero essere consegnati senza bisogno di operazione chirurgica o ormoni – allora stai anche aprendo la porta a tutti gli uomini che desiderino entrare in quei luoghi.

La paura della violenza, soprattutto della violenza sessuale, è una costante nella vita di ogni donna, in ogni paese di questo mondo. La paura degli uomini è una costante nella vita di molte donne, in ogni paese di questo mondo e non è una paura infondata. Questo è un fatto ed è una delle ragioni per cui, al di là di ogni ragionevole discussione sulla questione, la reazione di molte donne è di chiudersi a riccio. Perché la paura, per sua stessa natura, ha poco a che fare con la razionalità.

Se l’argomento “la presenza di un pene non fa sentire le donne al sicuro” per chiedere l’esclusione delle donne transessuali dai luoghi riservati alle donne è un argomento che appare debole di fronte alle ragioni espresse da chi scrive di questi temi, questo modo di manifestare contro le donne che lo portano avanti ne aumenta la credibilità, soprattutto alla luce del fatto che 1 donna su 3 (35%) delle donne in tutto il mondo ha subito violenze fisiche e/o sessuali perpetrate da chi aveva un pene.

La situazione al momento sembra quasi uno stallo alla messicana, in cui tutte le fazioni si gridano addosso “sei violenta!”, “no tu sei violenta!”, “mi vuoi cancellare!”, “no, sei tu che mi vuoi cancellare!”; in uno stallo alla messicana l’unica cosa sensata da fare è deporre le armi e ricominciare a parlare.

Sono tante le questioni che attivismo trans e femminismo debbono affrontare per costruire un’allenza che non sfoci in una guerra. Non sono questioni semplici che si possono liquidare con uno slogan, occorre prendersi del tempo, ragionarci su.

Voglio provare a fare un esempio, trattando brevemente solo un aspetto della controversia.

Nonostante alcuni pensino l’idea sia datata e inadeguata a descrivere una realtà molto più sfaccettata, io credo fortmente che abbia senso parlare di un privilegio maschile.

Molte persone transgender se ne dichiarano consapevoli proprio grazie al fatto di aver potuto vivere sia da uomini che da donne: “Cultural sexism in the world is very real when you’ve lived on both sides of the coin” dice un ragazzo intervistato dal Time.

Molti uomini trans con cui ho parlato hanno detto che non avevano idea di quanto le donne al lavoro se la passassero male fino alla transizione – leggiamo nell’articolo –  Una volta diventati uomini, i loro passi falsi hanno cominciato ad essere minimizzati e i loro successi amplificati. Spesso, raccontano, le loro parole hanno un peso maggiore: sembravano aver guadagnato autorità e rispetto professionale dall’oggi al domani.

Anche le donne transessuali intervistate confermano questa versione dei fatti:

Joan Roughgarden, professoressa di biologia a Stanford e donna transgender, afferma che è diventato molto più difficile pubblicare il suo lavoro da quando si firma con un nome femminile. “Quando scrivevo un articolo e lo sottoponevo a una rivista, veniva accettato quasi automaticamente”, ha raccontato del tempo in cui aveva il nome di un uomo. “Ma dopo la transizione, tutto ad un tratto pubblicare è diventato più difficile, ottenere sovvenzioni è diventato più difficile, tutto è diventato più difficile.”

Se sei un uomo, si presume che tu sia competente, salvo prova contraria, afferma, Se sei una donna, invece, sei incompetente fino a prova contraria.

Ethan Bonali, attivista transgender non binario, dalle pagine de Il Fatto Quotidiano dichiara che non si può parlare di privilegio maschile quando si parla di persone transessuali:

“Rowling insiste sul concetto, caro al femminismo radicale anni ’70, secondo il quale l’esperienza di oppressione delle donne è dovuta alla propria anatomia e quindi esclude le donne trans a priori in quanto esse hanno beneficiato dei privilegi maschili. Questo ragionamento, apparentemente senza errori logici, ne ha ben due molto importanti.” Quali, questi errori? “Il pensiero radicale è stato formulato nella piena ignoranza delle varianti di genere,” sostiene. “Se si osservano con maggiore cura il genere e le realtà di genere, si riesce a comprendere come vi siano delle femminilità e mascolinità che provengono da tutto ciò che è culturalmente scartato dalla mascolinità e femminilità egemoni. Affermare che le donne trans abbiano beneficiato dei privilegi maschili è una affermazione, nella maggior parte dei casi, falsa. Rowling cancella tutti i tipi di oppressione vissuta dalle persone ‘diverse’. Vengono cancellati anni di bullismo, violenza, abbandono scolastico, abbandono da parte delle famiglie”. Per tale ragione, per Bonali, “le frasi della Rowling sono violente. Sono alla base della piramide della violenza sulle persone transgender.”

La questione del “privilegio maschile”, insomma, emerge (come era già accaduto quando a parlare fu Chimamanda Ngozi Adichie) come uno dei nodi su cui confliggono femminismo e transattivismo.

L’autrice trans Imogen Binnie ha scritto su Twitter che “il privilegio maschile è un termine inventato dalle persone cis” che “non si adatta perfettamente alle esperienze trans.” Quando noi transessuali interagiamo con gli altri usando il linguaggio coniato per definire strutture di potere fondamentalmente incentrate sui cisgender, stiamo davvero discutendo onestamente delle nostre esperienze? O stiamo solo confondendo le acque? – ho letto in un articolo pubblicato su Medium.

L’autrice, parlando del suo percorso professionale, conferma come gli intervistati dell’articolo precedente che sarebbe sciocco da parte sua non sospettare che l’essere percepita come un maschio, prima della transizione, non abbia avuto alcun ruolo nei suoi successi. Ciononostante, non ritiene che questo rientri nella definizione di privilegio.

Nel gergo femminista il termine “privilegio” si riferisce a vantaggi immeritati – cose che non si sono guadagnate, ma si ricevono in base alle circostanze. Quello che le femministe cis chiamano il “privilegio maschile” delle donne trans, io lo definirei come “beneficio marginale”, perché credetemi: io ne ho pagato le spese.

Il motivo per cui non riesce a percepire come veri e propri privilegi quelli di cui ha comunque goduto, è il fatto che sin dall’infanzia fosse tormentata dall’idea che c’era un qualcosa di rotto, bizzarro, disgustoso in lei, una sensazione che non l’ha mai veramente abbandonata e che le ha causato ansia e depressione.

Quei benefici marginali derivanti dal “privilegio maschile” mi sono costati parte della mia salute mentale – e questo è il motivo per cui quel concetto è fondamentalmente imperfetto rispetto alla transidentità.

È stato davvero un privilegio crescere così? Ad alcune donne cis piacerebbe fare a cambio di posto?

A questa obiezione si rispondere che anche molte, molte donne cis soffrono di ansia e depressione; l’Organizzazione Mondiale della Sanità sostiene che la depressione non è solo il problema di salute mentale più comune fra le donne, ma risulta in media più persistente nelle donne che negli uomini e gli studi suggeriscono – scrive un articolo pubblicato su The Lancet – che la discriminazione è un fattore che influenza prepotentemente la salute mentale delle donne.

Un’altra autrice, Emi Koyama, è più possibilista sul tema del privilegio maschile:

la prima reazione delle donne trans è di negare di aver mai goduto di un qualsivoglia privilegio maschile nelle loro vite. È comprensibile pensare che il fatto di essere state assegnate al genere maschile alla nascita abbia rappresentato per loro più un peso che un privilegio: molte di loro, crescendo, hanno odiato i propri corpi maschili e il fatto di essere trattate da maschi. Ricordano, per esempio, quanto le mettesse a disagio subire la pressione di doversi comportare da uomini duri e virili. Molte sono state vittime di bullismo e sono state ridicolizzate da altri ragazzi per il loro comportamento non “propriamente” maschile. Sono state spesso indotte a vergognarsi e hanno sofferto di depressione. Anche da adulte vivono con la paura costante di venire scoperte ed esposte, cosa che metterebbe a repentaglio il loro lavoro, le loro relazioni famigliari e di amicizia e la loro sicurezza.

Tuttavia, come transfemministe dobbiamo rifuggire questa reazione semplicistica. Per quanto sia vero che il privilegio maschile investe alcuni uomini molto più di altri, è anche difficile immaginare che le donne trans assegnate uomini alla nascita, non ne abbiano mai beneficiato. La maggior parte delle donne trans sono state percepite e trattate da uomini (seppure effeminati) almeno per un certo periodo della loro vita, e hanno dunque goduto di un trattamento preferenziale a scuola e sul lavoro, indipendentemente dal fatto che fossero felici di essere percepite come uomini. Sono state educate ad essere decise e sicure di sé, e alcune donne trans mantengono queste caratteristiche “mascoline”, spesso a loro vantaggio, dopo la transizione.

Questo dimostra che spesso confondiamo l’oppressione che abbiamo subito per il fatto di non conformarci ai dettami del binarismo di genere, con l’assenza di privilegio maschile. Invece di affermare che non abbiamo mai beneficiato dei vantaggi derivanti dalla supremazia maschile, dovremmo piuttosto sostenere che le nostre esperienze sono il risultato di un’interazione dinamica tra privilegio maschile e svantaggi derivanti dall’essere trans.

Sempre la stessa autrice dice, in un altro testo:

Il fatto che molte donne transessuali abbiano sperimentato una qualche forma di privilegio maschile non è un peso per la loro coscienza e credibilità femministe, ma un vantaggio, a condizione che abbiano l’integrità e la coscienza per riconoscere e affrontare questo e altri privilegi che potrebbero avere ricevuto.

L’obiettivo di Koyama è trovare un terreno comune sul quale costruire un’allenza fra donne, a prescindere dalla loro essere o non essere transessuali, a partire dall’ovvia considerazione che non tutte le donne sono ugualmente privilegiate o oppresse.

Un progetto di alleanza che rischia di non realizzarsi mai.

 

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