Femministe al parlamento europeo

Ricevo dall’amica John Wayne e pubblico con piacere:

“A maggio del 2019 i partiti femministi entrano al parlamento europeo“

Una testata per l’anno prossimo. A qualcuno sembra fantascienza, per il
partito femminista svedese Feministiskt Initiativ è una possibilitá
molto reale!
E anche per i partiti femministi di altri paesi che non godono della stessa
popolaritá, da pochi giorni il parlamento europeo si è avvicinato ancora
un pó. Questo grazie a FUN –Europe (Feminists United Network –Europe)

In English and Swedish:
https://www.mynewsdesk.com/se/feministiskt_initiativ__fi/pressreleases/nytt-feministiskt-naetverk-i-europa-slash-new-feminist-network-in-europe-2807904?fbclid=IwAR28dEoBhBjhkMnnzL3to58omsbl3vUQXQQJ2sTWLqL4mDwj5RTRAHmrTVQhttps://www.mynewsdesk.com/se/feministiskt_initiativ__fi/pressreleases/nytt-feministiskt-naetverk-i-europa-slash-new-feminist-network-in-europe-2807904?fbclid=IwAR28dEoBhBjhkMnnzL3to58omsbl3vUQXQQJ2sTWLqL4mDwj5RTRAHmrTVQ

Per molti partiti il femminismo è, al meglio, un fiore all’occhiello per farsi belli ed
accattivare i voti che temono di perdere altrimenti. I partiti femministi lavorano
direttamente e principalmente per una politica umana, a misura d’uomo e di donna!
Per una societá dove ogni individuo gode di pari diginitá e libertá.

Donne e uomini, TUTTE e TUTTI, possono aiutare FUN-Europe in due modi:
1) Con una firma alle elezioni per il parlamento europeo, che in Italia si terranno il
26. Maggio 2019. (Le Italiane cercheranno di mettere su una lista indipendente.
Essa verrá pubblicata anche qui quando sará redatta!)
2) Ma anche subito con una firma di sostegno, prima delle elezioni, per aiutare partiti
femministi di altri paesi europei a raggiungere il numero di firme necessarie per
presentarsi alle elezioni.
Ad esempio: Il partito femminista tedesco Die Frauen chiede a chiunque sia
cittadina/o di un paese facente parte della comunitá europea, e che risiede in
Germania, di firmare i 3 formulari che trovate in fondo alla pagina quando aprite
questo link:
http://www.feministischepartei.de/aktivitaeten-und-veranstaltungen/europawahl-2019.html

Attenzione! Son valide SOLO le firme originali, e solo i formulari riempiti correttamente, quindi, per favore, stampate il formulario, leggete bene le istruzioni prima di scrivere, firmate con penna a biro e poi spedite all’indirizzo indicato sulla sito. NON si tratta di un voto, ma solo di una firma di sostegno.

Il 30 Novembre, il partito femminista svedese Feministiskt Initiativ ha
chiamato a radunata partiti ed organizzazioni femministe europee. Le
rappresentanti di 8 paesi erano presenti, ed insieme hanno –abbiamo-
fondato la rete femminista FUN –Europe. Grazie ad essa partiti ed organizzazioni
femministe europee sono ora in costante contatto oltre i confini le une con le
altre, per aggiornarsi ma soprattutto per appoggiarsi a vicenda, come ad esempio
alle prossime elezioni per il parlamento europeo.

Pubblicato in attualità, notizie, politica | Contrassegnato , , | Lascia un commento

Laura e le altre

“…quello che maggiormente rimpiangevo erano i miei silenzi. Di cosa mai avevo avuto paura? Domandare o parlare secondo il mio pensiero poteva significare sofferenza, o morte. Ma tutti quanti siamo costantemente feriti in così tanti modi, e il dolore cambia, o finisce. La morte, d’altra parte, è il silenzio finale. E ormai poteva arrivare in fretta, senza stare a guardare se avevo detto ciò che era da dire, o mi ero soltanto tradita con piccoli silenzi, mentre aspettavo il giorno in cui avrei parlato, o che qualcun altro parlasse per me. E ho cominciato a riconoscere dentro di me una fonte di potere che viene dalla conoscenza che, anche se non avere paura è molto desiderabile, prendere le distanze dalla paura mi dava una grande forza.
Sarei morta, se non ora più tardi, che avessi parlato o no. I miei silenzi non mi hanno protetta. Il vostro silenzio non vi proteggerà. Ma con ogni parola reale pronunciata, con ogni mio tentativo di dire quelle verità che ancora vado cercando, io avevo stabilito un contatto con altre donne, avevamo preso insieme in esame le parole per esprimere un mondo in cui tutte crediamo, costruendo un ponte sulle nostre differenze. E sono state l’attenzione e l’affetto di tutte quelle donne a darmi forza e a mettermi in grado di esaminare le cose essenziali della mia vita. Per quelle di noi che scrivono, è necessario non solo prendere in esame la verità di quel che diciamo, ma la verità del linguaggio con cui lo diciamo. … Perché è solo così che possiamo sopravvivere, prendendo parte a un processo vitale che è continuo e creativo, che è crescita. … Possiamo imparare a lavorare e parlare quando abbiamo paura nello stesso modo in cui abbiamo imparato a lavorare e parlare quando siamo stanche. Perché la società ci ha insegnato a rispettare più la paura che il nostro bisogno di linguaggio e definizione, e mentre aspettiamo in silenzio il lusso finale del non aver più paura, il peso di quel silenzio ci soffocherà.”

Audre Lorde

Sappiamo che gli autori di violenza domestica stanno usando i tribunali di famiglia per continuare a controllare e abusare delle vittime, e che gli atteggiamenti sessisti radicati all’interno dei tribunali consentono tale abuso.”

Katie Ghose, amministratrice delegata di Women’s Aid

Il 10 novembre più di 150 mila donne in tutta Italia sono scese in piazza per manifestare il loro dissenso: la mobilitazione generale contro il ddl Pillon è stata “una manifestazione di denuncia” ha dichiarato Laura Boldrini, “perché ogni tre giorni una donna viene uccisa per mano di chi dovrebbe amarla, quindi è violenza mascherata da amore. Ma poi è anche una manifestazione di protesta contro un governo oscurantista, maschilista, che fa i tagli sulla pelle delle donne: i tagli della legge di bilancio penalizzano i fondi per le politiche di genere, il fondo antitratta, il fondo per le vittime di violenza e il fondo per gli orfani di femminicidio. Una vergogna. Questa piazza dice tante cose e la politica dovrebbe ascoltare questa piazza perché le donne sono le prime a dire no. Ma sono tanti anche i comitati no-Pillon in tutta Italia: non si può non capire che bisogna ricominciare da questo tipo di mobilitazione che è vera, che è reale, che si tocca, ma che non riesce ad avere un contenitore politico perché queste persone vorrebbe fare la loro parte contro l’onda populista e sovranista ma non si ritrovano nei partiti di oggi.”

I sostenitori del Senatore Pillon hanno risposto scendendo in piazza in occasione della manifestazione della Lega a Roma:

Quanti sono, 40? Io riesco a contarne 44.

44 “orgogliosi del loro impegno” – leggiamo sulla pagina Mantenimento Diretto – e determinati a scrivere “la storia della riforma dell’affido condiviso contribuendo al progresso civile e morale del nostro paese.

Sicuramente questa è la prima volta che il movimento dei papà separati trova pieno appoggio da una coalizione di governo; una coalizione che continua, a dispetto della mole di argomenti esposti in questi mesi, a mostrarsi decisa a varare una riforma dell’affido. Infatti, se i comitati no Pillon chiedono a gran voce che il disegno di legge venga ritirato, la soluzione prospettata è quella delle modifiche: “si sta lavorando senza sosta, in collaborazione con il ministero della Famiglia che ha la delega a infanzia e adolescenza, per migliorare il testo”, leggiamo su Il Sole 24 Ore.

Non possiamo fingere che non fosse una tragedia annunciata: al di là delle innumerevoli volte in cui il Ministro Salvini si è dichiarato, negli anni, solidale con il dramma dei poveri papà, le loro istanze erano espresse chiaramente nel contratto di governo.

Saranno anche solo uno sparuto gruppetto, ma sono un gruppetto che è prossimo a raggiungere i suoi obiettivi.

E questo perché il loro successo non dipende dal riscontro che in questo momento trovano in un governo che ha fra i suoi ministri quella Giulia Bongiorno che già tre anni fa proponeva una norma sull’alienazione genitoriale, ma perché le loro proposte si collocano in un ambito che da parecchio tempo è il terreno più adatto per condurre una guerra ai diritti di donne e bambini: la separazione, il divorzio, l’affidamento dei minori coinvolti.

Il ddl 735 non è un fulmine a ciel sereno, un colpo gobbo, un’idea balzana partorita da un fanatico rappresentante del Family Day: è solo la legittimazione di ciò che rapsodicamente già avviene in molti dei nostri tribunali, allo scopo di renderla prassi consolidata in tutti quei casi che gli addetti ai lavori amano definire (spesso sbagliando) separazioni conflittuali.

 

L’ordinanza pubblicata dal sito Studio Cataldi ce ne offre un recentissimo esempio:

Ritenuto che: gli accertamenti scrupolosi ed approfonditi compiuti dalla CTU restituiscono un quadro di grave pregiudizio a carico dei minori; Minore rappresenta epicentro e polarizzazione di un’intensa «campagna di denigrazione, caratterizzata da razionalizzazioni deboli superficiali e assurde, scenari presi a prestito, mancanza di ambivalenza, appoggio automatico alla madre nel conflitto genitoriale, assenza di senso di colpa per la crudeltà e l’insensibilità perpetrata nei confronti del padre». La bambina si fa portatrice di un rifiuto nei confronti del padre, largamente immotivato e del tutto sproporzionato rispetto alle mancanze che attribuisce al genitore, che, nonostante il monitoraggio della c.t.u., è andato peggiorando fino a diventare totale. Al di là delle questioni circa il consenso della comunità scientifica in ordine alla Sindrome da Alienazione Parentale, è del tutto evidente che la grave situazione in cui versa, connotata da una sostanziale elisione della figura paterna, richiede di essere affrontata e risolta con urgenza, onde evitare che evolva verso l’irreversibilità…

 

Come si evince dal confronto di quanto esposto dalla CTU in merito a questa bambina con i “criteri” elencati dal Pingitore e Camerini sul numero bimestrale di Psicologia Contemporanea Maggio-Giugno 2015 e i “sintomi” di Richard Gardner, il “quadro di grave pregiudizio” di cui si parla altro non è che la sindrome d’alienazione genitoriale (o alienazione genitoriale, o qualunque altro nome decidano di dargli i suoi fan):

  • campagna di denigrazione (criterio 1 e sintomo 1)
  • razionalizzazioni deboli (criterio 2 e sintomo 2)
  • scenari presi a prestito (sintomo 7)
  • mancanza di ambivalenza (criterio 3 e sintomo 3)
  • appoggio alla madre nel conflitto (criterio 4 e sintomo 5)
  • assenza di senso di colpa (criterio 5 e sintomo 6)

Altrove, nell’ordinanza, si parla della sua “situazione psicopatologica”. In parole povere, questa bimba sarebbe malata, e poco importa che il “disturbo” che le viene attribuito non trovi “consenso nella comunità scientifica”, perché, sostiene il giudice, esso è “evidente”.

Ma le cose non stanno proprio così. Una psicopatologia non è evidente di per sé, non è che, osservando un soggetto, persone che non hanno alcun titolo per farlo possono decretare: “ehi, è evidente che sei uno schizofrenico paranoide!”

In realtà, lo “stato psicopatologico” è diventato “evidente” soltanto grazie al lavoro della CTU, che lo ha diagnosticato sulla base di una letteratura che è stata definita, nel 2012, priva di “sufficiente sostegno empirico da dati di ricerca” e di  “rilevanza clinica” dal Sottosegretario di Stato per la salute.

E’ a causa della consulenza, soltanto a seguito della consulenza – che ha stabilito che la bambina deve essere “curata” – che è stata decisa la collocazione presso una casa famiglia, nel corso della quale la bambina “non avrà alcun tipo di contatto con la madre e con la famiglia di origine materna, nemmeno telefonico”. Dopo 30 giorni di confinamento, durante i quali le saranno concessi contatti soltanto col padre, la bambina sarà collocata presso di lui. La ripresa dei rapporti fra la madre e la figlia – che sarà presa in considerazione solo dopo che questa avrà fatto rientro presso la casa paterna – dipenderà “dall’evolversi della sua situazione psicopatologica”.

Quella che viene applicata altro non è che la terapia della minaccia, o trattamento di deprogrammazione, una “terapia” che è l’espressione dell’interesse di una delle parti in un contenzioso legale e può essere dannosa per l’autonomia e il benessere del bambino che vi è sottoposto, a prescindere dalle ragioni che hanno deteriorato il rapporto fra il bambino e il genitore rifiutato.

Per farvi un’idea delle modalità con cui viene condotta, potete leggere qui la testimonianza di un ragazzo che l’ha vissuta in prima persona, un ragazzo che, una volta libero, ha dato il nome ad una proposta di legge mirata a tutelare i bambini che rischiano l’inferno che lui ha vissuto in prima persona.

Quanto deciso dal giudice nel caso di Brescia corrisponde perfettamente a quanto previsto dal ddl 735:

All’articolo 342-bis del codice civile (Ordini di protezione contro gli abusi familiari) dopo il comma 1, è aggiunto il seguente:
“Quando in fase di separazione dei genitori o dopo essa la condotta di un genitore è causa di grave pregiudizio ai diritti relazionali del figlio minore e degli altri familiari, ostacolando il mantenimento di un rapporto equilibrato e continuativo con l’altro genitore e la conservazione rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale, il giudice, su istanza di parte, può adottare con decreto uno o più dei provvedimenti di cui agli artt. 342 ter e 342 quater. I provvedimenti di cui a quest’ultimo articolo possono essere applicati – nell’esclusivo interesse del minore – anche quando – pur in assenza di evidenti condotte di uno dei genitori – il figlio minore manifesti comunque rifiuto, alienazione o estraniazione con riguardo ad uno di essi.

Se andiamo a leggere i provvedimenti proposti dal ddl 735 e li paragoniamo a quelli predisposti dall’ordinanza, possiamo verificare che sono identici:

Il giudice, nei casi di cui all’articolo 342-bis, può in ogni caso disporre l’inversione della residenza abituale del figlio minore presso l’altro genitore oppure limitare i tempi di permanenza del minore presso il genitore inadempiente, ovvero disporre il collocamento provvisorio del minore presso apposita struttura specializzata

Non fraintendetemi, non è mia intenzione svuotare di senso la giusta battaglia dei comitati no Pillon, tutt’altro.

Ciò che voglio sottolineare è che la battaglia che tutte quelle donne scese in piazza il 10 novembre combattono non è contro un qualcosa che rischia di compiersi in un prossimo futuro, al momento dell’approvazione di un più o meno modificato disegno di legge, ma è una battaglia contro un insieme di pratiche che già trovano applicazione nei nostri Tribunali.

Una battaglia che molte donne combattono nelle aule di giustizia, donne come la madre di Baressa, che da oltre un mese – si può leggere nel gruppo facebook a lei dedicato – non può abbracciare la sua bimba di soli tre anni, donne come Laura, che ha subito il medesimo verdetto descritto dall’ordinanza succitata e ha deciso di uscire allo scoperto, per raccontare ciò che gli articoli come quello pubblicato da Studio Cataldi non raccontano e provare a salvare suo figlio dalla deportazione forzata in un luogo nel quale non le sarà permesso raggiungerlo, neanche con una telefonata.

A quanto racconta Laura io non ho nulla da aggiungere.

Per aiutarla, potete firmare la petizione lanciata da Maison Antigone.

Pubblicato in affido e alienazione genitoriale, attualità, giustizia, politica, riflessioni, scienza, società | Contrassegnato , , , , , , , | 2 commenti

Ciccarolo

Come già ricordava anni fa un articolo pubblicato su minima & moralia, è impossibile in questi giorni di aspra polemica, non ripensare al celebre aneddoto di Vittorio De Sica e il piccolo Bruno.

La storia è ormai leggenda: allo scopo di ottenere una disperazione più che realistica dal giovanissimo Enzo Staiola, il regista decise di umiliarlo pubblicamente nascondendogli nella giacchetta dei mozziconi di sigaretta; la vergogna di essere appellato come un “ciccarolo” avrebbe portato il bimbo a scoppiare in pianto, il pianto che possiamo vedere nella commovente scena di “Ladri di biciclette”.

Peccato che non sia una storia vera.

Come tanti, anche io c’ho creduto per anni ed anni, finché non ho scovato delle interviste a Staiola che riportavano un’altra versione (ad esempio qui o qui) e un articolo del Post che lo conferma: “Quella confidenza pubblica” di De Sica era “falsa, raccontata solo per fare teatro”.

A dispetto del suo valore di verità, la storia del ciccarolo ci piace; ci piace così tanto che continuiamo a raccontarcela (qui un articolo di quest’anno che la riporta) ogni volta che celebriamo il film, come se quell’episodio – inventato dal regista “per fare teatro” – fosse diventato parte integrante del fascino immortale della sua opera cinematografica. Il mito del genio maschile e abusante – come lo descrive benissimo l’articolo di Aditi Natasha Kini, che vi consiglio – è così pervasivo da avere comunque la meglio nell’immaginario collettivo.

Anche se le polemiche di questi giorni sembrano annunciare l’inizio del suo declino.

Il fatto che la morte di Bertolucci abbia stimolato in molti il bisogno di narrare e rinarrare la vicenda che coinvolse Maria Schneider, accogliendo nel farlo la versione di lei – quella che parla di una “vera violenza” perpetrata ai suoi danni poi venduta al pubblico come opera d’arte – significa che questa società sta subendo un grosso cambiamento, che la nostra idea di giusto e sbagliato non corrisponde più a quella che ispirò il racconto a De Sica.

E questo ha poco a che fare con il valore estetico “Ladri di biclichette” o “Ultimo tango a Parigi”, ma con i principi etici sulla base dei quali vogliamo giudicare i comportamenti umani.

Forse, insieme a Bertolucci, muore un pezzetto dell’idea che la genitalità possa essere descritta “come una qualità separata che esiste al di là dell’etica e della morale” e che i grandi autori debbano  beneficiare “dell’immunità, del sostegno e della copertura per commettere abusi” allo scopo di poter “continuare … a produrre arte celebrata ovunque”.

Perché, come dimostrerebbe “Ladri di biciclette” se ci rassegnassimo alla versione della storia senza ciccarolo, un’opera può essere “l’esempio perfetto di cinema puro” anche senza calpestare la dignità e i sentimenti dei più vulnerabili che vi prendono parte.

 

Sullo stesso argomento:

“La scena dello stupro in Ultimo tango a Parigi in effetti non era consensuale”. La rivelazione di Bertolucci in un’intervista del 2013

Il gabbiano spiaccicato

Consigliatissimo (di nuovo):

Il mito del genio maschile

Pubblicato in attualità, giustizia, riflessioni, società | Contrassegnato , , , , , , , | 59 commenti

Il 25 novembre di Simone Pillon

Ieri migliaia di manifestanti hanno sfilato a Roma contro la violenza sulle donne. Fra i temi che il corteo ha voluto evidenziare, spicca il disegno di legge 735, meglio noto come “ddl Pillon”:

Lo abbiamo detto sin dall’inizio e continuiamo a dirlo, soprattutto alla luce degli ultimi casi di violenza: il ddl Pillon sugli affidi condivisi può far aumentare oltremodo le violenze domestiche, mettendo più a rischio – ammesso che sia possibile – la vita di donne, mamme e figli per colpa di mariti e padri violenti che li ritengono di loro proprietà (…) Il Ddl Pillon ha lo scopo di difendere la famiglia tradizionale e ristabilire ruoli e gerarchie di genere, dimenticando che la violenza maschile comincia nel privato delle case e si estende a ogni ambito della società, diventando sempre di più strumento di pubblico dominio.

ha dichiarato a Repubblica una delle esponenti di ‘Non una di meno’, Natascia Cirimele.

Ma il Senatore leghista non si ritiene parte del problema, anzi, dalla sua pagina facebook ci informa che lui può essere per le donne un valido alleato:

Nel parlare di violenza contro le donne, Pillon usa un vecchio stratagemma, quello di rendere la vittima (la donna) più “vicina” ai lettori, descrivendola come un qualcosa che possano immediatamente riconoscere come meritevole del diritto a non subire violenza: una madre, una moglie, una figlia, una sorella.

Peccato che questa strategia sottintenda che l’unico modo per conferire ad una donna un qualche valore sia metterla in relazione con un uomo; quello che leggiamo qui è:

“ehi, le donne non sono solo donne, sono anche la madre di qualcuno, la sorella di qualcuno, la figlia di qualcuno, la moglie di qualcuno, ed è questo il motivo per il quale non dovreste malmenarle, percuoterle, violentarle o ucciderle”.

In realtà questo è il motivo per cui molte donne patiscono e/o periscono nel momento in cui decidono di emanciparsi da quei legami che Pillon reputa necessari al loro riconoscimento.

Quante volte abbiamo letto “la uccide perché non accettava la separazione”?

nella foto, Antonella Laurenza, uccisa insieme alla sorella in questo mese di novembre

Sulla base del ragionamento di Simone Pillon, cosa dovrebbe impedire ad un uomo di usare violenza su una donna, nel momento un cui lei sceglie di non essere più moglie o fidanzata, oppure quando si rifiuta di ottemperare ai suoi doveri di figlia o di sorella?

Questo è anche il motivo per cui il femminismo è tanto inviso ai più: ciò che chiedono le femministe a gran voce, infatti, è che alla donna venga riconosciuto il diritto ad esistere in quanto essere umano, a prescindere dalla relazione che la qualifica come funzionale all’esistenza/al benessere di un figlio, un marito, un fratello, un padre.

Molto calzante appare, alla luce di questo messaggio del Senatore, la scelta dell’attore Maurizio Crozza di interpretarlo circondato dalle ancelle di Margaret Atwood, le quali – come sa chi ha letto il romanzo o ha almeno visto la serie TV – una volta assegnate ad un nucleo familiare venivano private dei loro nomi originali e costrette ad assumere un patronimico: Difred, Diglen e Diwarren (Offred, Ofglen, Ofwarren), infatti, sono composti dal valore possessivo -di (-of) unito al nome di battesimo dell’uomo a cui appartengono.

Penso di interpretare il pensiero di molte, se ad un simile ramoscello d’ulivo rispondo:

 

 

 

Pubblicato in presentazione | 13 commenti

Musica e misoginia

I ragazzi che imprecano di più, è probabile che siano anche più aggressivi.

“La volgarità è un po’  come un trampolino di lancio”, ha detto la ricercatrice Sarah Coyne, della Brigham Young University. “Non vai al cinema, senti una parolaccia e poi spari a qualcuno, ma quando i giovani ascoltano e usano loro stessi le parolacce, è possibile che intraprendano un percorso verso un comportamento aggressivo”.

(fonte: Swearing On TV Linked to Teen Aggression)

…più bambini erano esposti a parolacce, più spesso usavano le stesse parolacce, e quelli che usavano parolacce avevano maggiori probabilità di diventare aggressivi verso gli altri.

(fonte: Children Who Hear Swear Words on TV Are More Aggressive)

Il processo di desensibilizzazione alla violenza attraverso la sistematica esposizione ad essa per mezzo dei media è stato studiato per decenni. Tra gli effetti: i giovani che hanno visto/ascoltato quantità eccessive di racconti romanzati della violenza degli uomini contro le donne nei media mainstream e nella pornografia si sono dimostrati più insensibili nei confronti delle vittime, meno inclini a credere alla loro versione, più disposti a credere che “se l’erano andata a cercare” e con meno probabilità di intervenire nei casi di violenza “nella vita reale”.

(fonte: 8 Reasons Eminem’s Popularity is a Disaster for Women)

Quando ho accettato l’apertura a Gemitaiz all’Indiegeno Fest sapevo a cosa andavo incontro ma speravo in un altro esito questa volta. Sapevo a cosa andavo incontro perché l’avevo già vissuto due anni prima al MIND Festival, a Montecosaro, nelle Marche, nella mia terra. Quella volta aprivo a Marracash e sotto al palco, oltre alle orde di ragazzini impazziti che avevano atteso il proprio idolo dal primo pomeriggio e avevano deciso di sfogare la loro stanchezza su di me, c’erano anche i miei genitori e mio fratello ad assistere a quelle scene “lapidatorie”.
Mi ricordo che cantavo un verso di un mio pezzo che dice “voglio aprire io le danze” e tra i cori c’era chi mi correggeva urlando che avrei dovuto aprire le gambe e non le danze, con l’aggiunta di qualche “troia” volante.
Le battute e gli insulti erano di uno squallore così grande che me ne sono vergognata.
Quella volta non reagii bene. Dissi una frase con una parolaccia, un “non rompete il cazzo, tra poco arriva il vostro Marracash” e i giorni dopo scoprii che in fondo al pubblico c’era chi era rimasto offeso dal mio linguaggio scurrile.
Avessero saputo le cose scurrili che ho dovuto sentire durante tutta la mezz’ora del live.
Nessuno può averne la più pallida idea.
Quella volta non incontrai mai Marracash perché lasciò all’organizzazione la disposizione di farmi cacciare dal backstage appena finito il mio live.
All’indiegeno Fest è successa la stessa cosa. Una seconda volta. Un dejavu.
L’ordine di lasciare il backstage appena scesa dal palco, l’attesa paragonabile a quella di un agnellino che sta andando al macello, il confronto con un pubblico stanco e impaziente di vedere il proprio idolo, i cori sessisti, gli “ollellè ollallà, faccela vedè, faccela toccà”, gli “apprezzamenti” di gruppo, il taglio di 4 pezzi del repertorio, la voglia di scappare da lì sopra il prima possibile, la sensazione che ti stanno in qualche modo violentando, erano tutte cose che avevo già vissuto.
Questa volta però al secondo coro avevo la risposta giusta, diretta e concisa “ragazzi, basta con i cori sessisti. Non siamo nel Medioevo”.
Poi in quei casi l’orgoglio magari ti fa scendere dal palco e parlare della situazione appena accaduta in modo cinico e maturo. Cazzate, perché due ore dopo piangevo sulle spalle di una delle fantastiche organizzatrici che mi aveva manifestato con tutta dolcezza la sua solidarietà.
Anche questa volta dell’artista headliner neanche una traccia. Anche questa volta zero interesse, zero solidarietà, zero indignazione, zero voglia di cambiamento.
Ho deciso di parlarne perché ho capito che il silenzio ingigantisce solamente dei mostri che possono essere fermati solo sensibilizzando.
Da Gemitaiz mi aspettavo semplicemente una presa di coscienza della situazione e del proprio pubblico. Mi aspettavo una presa di posizione, anche solo un “raga, non ci si comporta così”. Anche solo una steccata sui social il giorno dopo il live. Invece l’omertà, per l’ennesima volta in questa lunga storia quale è quella del femminismo, che dura da secoli e non riposa mai, ha vinto su tutto. Ha vinto ancora il silenzio, l’egoismo, il pressapochismo e in questo caso anche l’incoerenza di chi prende posizione solo per ciò che gli fa comodo.
Io credo fortemente che il pubblico vada educato. Il legame che si crea con il proprio pubblico ha come punto fondamentale il rispetto. Ed è proprio grazie a quel rispetto che diventi detentore di un potere educativo così forte da avere il privilegio di influenzare ed insegnare ai tuoi ascoltatori tutto ciò che è più giusto.
Il fatto che io mi sia ritrovata ben due volte nella stessa imbarazzante situazione mi fa pensare che ci sia qualcosa che non funziona sia nel rapporto tra certi artisti e fanbase, sia nel sistema musicale, in particolar modo in quello del nuovo mondo rap/trap, che in questo periodo storico utilizza dei concetti che tendono ad offendere l’ideale della donna e in quest’epoca si sta dimostrando solamente una realtà a sé, chiusa nei propri confini. I confini temporali del medioevo.

(fonte: pagina facebook dell’artista CRLN, 18 agosto)

Di tutti gli articoli che ho condiviso negli ultimi giorni, ce ne è stato uno che ha causato un notevole traffico inatteso: Cos’è successo dopo il nostro articolo contro i testi di Skioffi, di Giulia Mengolini.

Oggetto dell’articolo è un tema sul quale si dibatte da diverso tempo (e sul quale è reperibile anche della bibliografia – ad esempio “Misogyny in Rap Music, A Content Analysis of Prevalence and Meanings“, Ronald Weitzer e Charis E. Kubrin, 2009), sebbene molti dei giovani commentatori intervenuti ne siano del tutto ignari (“La musica rap è sempre stata caratterizzata dai tesi sessisti e politicamente scorretti, a partire dai NWA, 2pac fino ad arrivare a Fabri Fibra: andateci ad ascoltare l’album Mr. Simpatia (capolavoro). Vi siete svegliate adesso?” scrive un fan).

Che la misoginia e la violenza verso le donne serpeggino nella storia della musica al punto che nessun genere può dirsene sprovvisto, credo non sia un segreto per nessuno, come ci dimostra con un discreto escursus il blog Memorie di una vagina (del quale mi spiace solo che non citi la celeberrima Kim – ne parla a proposito di violenza domestica Lundy Bancroft nel suo “Why does he do that?” – perché è impossibile non pensare a Kim ascoltando la Yolandi di Skioffi e guardandone il video, che richiama Eminem anche nell’ambientazione “bucolica” della scena dell’omicidio).

Che si possa produrre buona musica anche facendone a meno, invece, è un’idea che sembra patrimonio di pochi, almeno a leggere alcuni commenti.

Eppure è possibile, è già successo.

Ciò che mi ha colpito di tutta questa vicenda è l’indignazione e la rabbia che hanno spinto le “truppe” del rapper fin nel mio piccolo spazio virtuale per difendere non solo la sensibilità del loro protetto (“la violenza verbale partita da gruppi come questo e molti altri è perfino superiore a quella dei fan, e quando la vostra ‘ironia’ danneggia un’artista o una qualsivoglia persona fisica in modo grave a livello di immagine e di introiti, rovinandone il lavoro beh…” scrive un ragazzo, “Siete imbarazzanti, vi state accanendo contro un artista ed contro i suoi fan senza sapere nulla“, scrive un altro), ma soprattutto la libertà di espressione: “se non ti piace l’arte in questione la critichi e te ne dissoci, non è che ti metti ad insultare oppure ostacolare l’artista stesso.. queste cose somigliano tanto al nazismo che cercava di limitare la libertà d’espressione”.

Si è scomodata persino la mamma di Skioffi, che mi ha raggiunta per sottolineare che suo figlio non merita un simile trattamento, perché se ci sforzassimo di conoscerlo scopriremmo che è davvero “un bravo ragazzo”.

Il leit motiv che caratterizza questa poderosa alzata di scudi è che chiunque critichi la produzione di Skioffi non sa, non conosce, non è in grado di capire, probabilmente perché è troppo vecchio, troppo “ideologicizzato” o troppo frustrato (“Dovete scopare di più, andate a lavorare e scopate di più. Fatevi una vita, scopate e badate ai vostri figli“, ci esorta il rapper) per comprendere che nei suoi testi non c’è nulla che ci dovrebbe indignare.

Il che, da un certo punto di vista, potrebbe anche essere vero.

Andiamo a vedere in che senso.

Il primo articolo, quello che ha scatenato la flame war, si intitolava “I testi di Skioffi e la canzone che giustifica il femminicidio” e sin dal titolo muoveva un’accusa precisa, quella di aver scritto una canzone (Yolandi, appunto) che narra “un femminicidio raccontato dal punto di vista dell’assassino, che va fiero di quello che ha fatto, perché la colpa – strano, eh – è di lei, della vittima”.

Aggiungeva l’autrice: “Sarebbe interessante sentire dall’autore quale sarebbe il messaggio di questo testo, e per cortesia, si risparmi la storiella del «messaggio di denuncia». Qui non c’è nessuna denuncia, c’è violenza fine a se stessa.”

Quelli che non sono d’accordo, hanno replicato sostenendo che invece la denuncia c’è:

Scusate se mi permetto, ma non vedo il motivo di tutto questo odio e clamore… ‘Yolandi, l’atrocità di un omicidio-suicidio raccontata attraverso gli occhi del killer’ – ‘Una storia che fa riflettere, raccontata con parole crude e tramite immagini forti, una provocazione con funzione di denuncia’. Beh diciamo che nonostante sia più facile indignarsi e vedere le cose in modo scialbo, seguendo le masse, la verità è un’altra, è quella dei titoli esempio da me sopracitati. Ovviamente ognuno è libero di distorcere la realtà in base ai propri pregiudizi e in base al proprio ‘credo’, semplicemente pensate al potere di questa canzone… può fare molto più lei, così cruda e volgare che mille milioni di stupidi commenti sterili e campati per aria seguendo un’onda di indignazione ingiustificata. Vi state semplicemente schierando dalla parte sbagliata.

Secondo, altri, invece, la denuncia non è cosa che competa ad un artista:

Non diffamare un grande artista come Skioffi perché fa musica e non lo fa per insegnare. È arte se non la capite andate ad ascoltare altro.”

“La gente non è scema e sa (in genere) distinguere tra un contesto finzionale, ironico, narrativo e un discorso su ciò che è giusto o sbagliato fare… Se qualcuno anche fosse influenzato negativamente non sarebbe una buona ragione per censurare l’arte.”

“Avete presente Salmo? Lui non va ad ammazzare persone eppure nelle canzoni ne parla.. Avete presente tanti altri artisti della scena RAP italiana?? Parlano di risse pistole e cocaina … Ma non vanno in giro a menare persone.”

“… il racconto in soggettiva ‘dalla parte dell’oppressore’ o dell’assassino e’ un espediente letterario vecchissimo e Skioffi può essere criticato per moltissime cose ma non per averlo usato la rappresentazione dei sentimenti e dei pensieri ‘interni’ di un personaggio non porta affatto all’immedesimazione ma anzi può indurre maggiormente all’orrore (meccanismo noto fin dalla tragedia greca o in Shakespeare, basta pensare al personaggio di Iago o al monologo di Shylock), secondo perché anche l’immedesimazione ovvero ‘la comprensione delle ragioni interne del soggetto’ non porta affatto automaticamente alla simpatia verso il personaggio (vedi ancora il monologo di Shylock ma anche i romanzi di Mickey Spillane oppure se preferisci Dashiell Hammett) e 2) che in virtù del punto 1) tale pezzo non sarebbe quindi una denuncia ‘efficace’ del fenomeno della violenza alle donne, sempre pensando ovviamente che un brano musicale dovrebbe essere una denuncia ‘efficace’: lasciando da parte la discussione ( dagli anni ‘20 del secolo scorso passando per Zdanov) se la produzione artistica ‘alta’ o ‘bassa’ che sia debba essere di ‘denuncia’ o perseguire qualsivoglia finalità ‘sociale’, parlare di ‘efficacia’ impone di discutere di ‘efficacia’ verso chi ? Verso il pubblico di riferimento di Skioffi ? Del rap? Verso quello ‘generalista’?”

E comunque, noi adulti di oggi non possiamo insegnare niente ai giovani, perché siamo stati peggio di loro, e probabilmente lo siamo ancora:

“…la nostra generazione è la stessa vostra solamente modernizzata. Perché per voi era un buon esempio Vasco Rossi che parlava di droghe in alcune sue canzoni o i gruppi punk di impasticcati?”

La mamma di Skioffi, vorrei puntualizzare, ha scritto una cosa vera, verissima: la canzone del figlio ha messo in evidenza un problema sociale nudo e crudo.

E questo “problema” non è il femminicidio, a mio avviso, bensì le strategie che il patriarcato pone in essere allo scopo di influenzare la percezione della realtà allo scopo di mantenere lo status quo, uno status quo perfettamente rappresentato dal numero di donne ucciso ogni anno, che a dispetto delle innovazioni che hanno investito il nostro ordinamento, rimane sostanzialmente invariato.

Non c’è nessuna differenza fra gli elementi che ha scelto Skioffi per raccontarci il suo “finto” femminicida e quelli che sceglie la maggioranza dei giornalisti italiani quando ne descrive uno vero.

Delitto passionale, dramma della gelosia, raptus di follia, amore malato, queste sono alcune fra le espressioni più usate negli articoli di cronaca, espressioni che calzano a pennello allo scenario proposto da “Yolandi”: un uomo innamorato (Amore mio, ti amo da impazzire sai che non desidererei nient altro), magari un po’ brutale (Quando il sole cala, sfogo le mie voglie su una piccola Yolandi/La sbatto contro il muro, tolgo il fondotinta con la forza dei miei schiaffi), ma solo perché ha sofferto tanto (Sopra il cuore ho le cicatrici, baby, di chi ha sofferto tanto/Ustioni di terzo grado/Il male che porta al degrado), oltretutto in fondo a lei quella brutalità non dispiace, anzi, ci sono dei momenti in cui le piace tanto (Se lo vuole forte, io glielo do forte/Forse anche più del dovuto/Le allargo le cosce e spalanco le porte/Solo quando avrà goduto); improvvisamente e inaspettatamente esplode il dramma: lui torna a casa – romanticone – con un regalo per lei, ma la trova con un altro (Amore, sono a casa ti ho comprato il carillon che ti piaceva tanto/Il tempo di dirlo e scopro che qui dentro non sono l’unico cazzo), perde la testa e li uccide entrambi – la stronza fedifraga e il suo amante – lei, però, non prima di averla violentata.

Quello che ci propone Skioffi è il classico dei classici: omicidio perpetrato in stato d’ira determinato da un fatto ingiusto altrui, al quale aggiunge – per “modernizzare”, probabilmente – il dettaglio pornografico della violenza sessuale.

Lo ritroviamo infatti nella narrazione che Repubblica proprone a proposito dell’omicidio di Maria D’Antonio: lui, Cosimo Pagnani, che aveva addirittura annunciato i suoi propositi per mezzo dei social, viene descritto invece come un uomo che improvvisamente “ha perso la testa”, un padre amorevole che lottava per l’affidamento della “sua principessa”. Oppure ne il Messaggero, a proposito della morte di Janira D’Amato, dove possiamo leggere che le 15 coltellate che l’hanno straziata erano “coltellate per soffocare un amore”: Alessio Alamia Burastero “era geloso” e “lei doveva imbarcarsi sulle navi Costa e lui non voleva, aveva paura di perderla”; inoltre, sulla sua pagina facebook c’erano “tanti testi di canzoni d’amore e una foto di una coppia in un letto con bambini”.

Fino a poco tempo fa si chiamava delitto d’onore e prevedeva una drastica riduzione della pena. Molti affermano che una norma del genere andrebbe ripristinata.

Perché, dunque, una storia del genere dovrebbe indignarci? In fondo, è una storia che ci viene proposta da tempo immemorabile.

Ad esempio, se siamo abbastanza vecchi non possiamo ascoltare la canzone di Skioffi senza sentir riecheggiare le parole dell’Avvocato De Marzi:

E chi? Chi, signori della corte? Chi, in questa frettolosa disamina dei fatti potrebbe oggi baldamente rievocare l’orrore da cui fu invasa la vista dell’imputato a quello spettacolo? I due amanti giacevano lì, immondamente abbracciati, nell’espressione più turpe del loro peccato, lì sul divano della sua casa onorata. Egli restò impietrito. Egli cercava, sì, cercava una spiegazione, forse cercava addirittura un miracolo che cancellasse quella terribile visione ai suoi occhi. O forse cercava le parole… le parole che potessero esprimere il suo pianto, il suo dolore. E invece trovò un’arma…

L’intento di Germi, però, era mostrare al pubblico quanto siano possano essere falsi e fuorvianti questi appelli al travaglio interiore dell’eroe, perché il raptus di follia causato da un intollerabile torto subito non è affatto, il più delle volte, ciò che accade, ma solo una storia, e per la precisione la storia che la nostra società è solita adattare alle più svariate situazioni allo scopo di romanzare e rendere più accettabile la violenza maschile contro le donne.

Ma la violenza sulle donne non trova esaustiva spiegazione nell’analisi della psicologia dell’assassino o nel carattere o nelle azioni delle vittime (come la storia suggerisce). Per comprenderla e quindi contrastarla efficacemente dobbiamo tenere in debito conto i rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi, che hanno portato alla dominazione sulle donne e alla discriminazione nei loro confronti da parte degli uomini e impedito la loro piena emancipazione“.

Confrontiamo ancora il raptus di follia con un vero femminicidio, uno degli ultimi, quello di Violeta Mihaela Venchiu, 32 anni, rimasta gravemente ustionata il 3 novembre dopo che il compagno, Gimino Chirichella, ha cosparso il suo corpo con la benzina e le ha dato fuoco; l’accusa è omicidio premeditato pluriaggravato dalla crudeltà (arsa viva il sabato pomeriggio, Violeta è spirata soltanto il giorno successivo dopo una terribile agonia) e dai futili motivi. Sembra infatti che la donna avesse confidato a qualcuno che lo voleva lasciare.

A proposito di Violeta ha commentato il Comitato Se Non Ora Quando – Vallo di Diano:

Non vogliamo aggiungere altre parole alle troppe, e sbagliate, che in queste ultime ore stanno connotando il femminicidio di Violeta Mihaela Venchiu. Quando ancora stamani chi ne scrive o parla lo tratta quale un atto di follia, ci rendiamo conto di quanto si continui ostinatamente a pensare che uccidere una donna, bruciandola viva dopo avere deciso che quella fosse la sua fine, sia imputabile ad incapacità di intendere e di volere. NO! Come ben sostiene il professore Claudio Mencacci della Società Italiana di Psichiatria nonché direttore del Dipartimento di Neuroscienze del Fatebenefratelli di Milano si dimostra che, in oltre 400 casi, solo il 3,6 % degli uomini che hanno ucciso una donna erano portatori di una malattia mentale. Nella stragrande maggioranza ci troviamo, infatti, davanti a uomini che hanno comportamenti violenti, aggressivi, prepotenti, semplicemente una personalità antisociale ed egoistica, che non tollerano la possibilità per la donna di operare scelte diverse e autonome. Di fronte a questo diritto in capo alle donne, che si concretizza anche nella facoltà di contestare ai propri partner comportamenti che impattano violentemente sulla loro vita, nonché su quella dei propri figli, non ci troviamo di fronte a semplici ‘litigi o conflitti’, che diventerebbero, come si scrive sui media, la causa del femminicidio. NO! Se Violeta, come le altre, troppe, vittime della violenza maschile, è stata barbaramente uccisa non è perché litigava con il suo aguzzino, ma perché questo boia ha deciso di ucciderla in maniera orribile. Non cadiamo per l’ennesima volta nell’errore di fare divenire anche Violeta colpevole della sua orrenda fine, attribuendole la responsabilità di litigare con il suo compagno.

Non facciamole morire una seconda o più volte gettandole addosso non la benzina ma parole sbagliate, quali quelle usate in rete di essere corresponsabili della loro morte, perché non hanno avuto il coraggio di denunciare i soprusi e la violenza di cui erano vittime in ambito familiare. Se quel coraggio non ce l’hanno è perché non sentono i giusti stimoli esterni per agirlo come, ad esempio, un maggiore controllo da parte degli organi preposti, spesso sordi alle loro grida di aiuto. Le istituzioni deputate al contrasto della violenza di genere dovrebbero mettere in campo altre prassi, perché se tutto resta così com’è, nulla cambierà sul fronte dei femminicidi. Continueremo ogni anno, in occasione del 25 novembre a fare l’elenco delle vittime dell’anno in corso, come una sorta di inevitabile e tragica conta numerica, con il rischio che la rassegnazione ci prenda e che l’impotenza ci assalga.

Si colga  lo spunto offerto da questa tragedia per ragionare su cosa c’è che non vada nel modo in cui le istituzioni affrontano la violenza familiare, in modo da invertire la rotta. Così daremo anche un valore diverso alla morte di Violeta, che non sarà solo un numero nella sciagurata lista delle vittime di femminicidio. Nel suo nome tentiamo di cambiare l’approccio verso la violenza maschile sulle donne, ognuno per le sue competenze e possibilità, e, forse, la tragedia di questa donna potrà contribuire ad evitarne altre. Glielo dobbiamo, tutti e tutte, perché altrimenti a perdere la vita sarà stata indubbiamente Violeta, ma ad essere sconfitti saremmo tutti, nessuno escluso”.

Una canzone, però, non è un articolo di cronaca: un artista non ha il dovere di svolgere un’inchiesta, di attenersi ai fatti, non ha il dovere di raccontare la realtà.

Vero, verissimo.

Un artista non ha il dovere di perseguire alcuna finalità sociale, non ha il dovere di insegnare, non è in alcun modo da ritenersi responsabile dell’effetto che le sue scelte possono avere sul suo pubblico.

Ma un artista una certa influenza la esercita, che ne sia consapevole o che la questione non rientri fra le sue priorità, questo è fuor di dubbio.

Se questo giovane artista non vuole ascoltare le femministe, almeno provi ad ascoltare le sue colleghe e coetanee. Perché questa polemica, ve lo assicuro, non nasce affatto dall’incomunicabilità fra generazioni o fra persone con gusti musicali diversi, ma dall’esasperazione di quelle donne che gli effetti di certe scelte li subiscono sulla loro pelle.

 

Per approfondire:

Lettera aperta a un rapper

Pubblicato in attualità, riflessioni, società | Contrassegnato , , , , , | 171 commenti

10 novembre: mobilitazione generale contro il ddl Pillon

Sempre più numerose sono le adesioni alla giornata nazionale contro il disegno di legge 735 sull’affido condiviso.

Non soltanto Roma (piazza San Silvestro alle ore 11) e Milano (ore 15 piazza della Scala), ma anche tantissime altre città si stanno attivando: Bari, Crema, Faenza, Follonica, Genova, Grosseto, Milano, Napoli, Orvieto, Padova, Palermo, Potenza, Valdichiana, Viareggio, Vicenza.

E non solo: si sono attivate con diverse iniziative anche Ravenna e Lugo, Senigallia e Fano, Massa Carrara, Cosenza, Catanzaro.

Tantissime, da nord a sud, le proiezioni del film l’Affido.

Mi farebbe piacere che mi segnalaste tutte quelle di cui vi giunge notizia, come qualunque altra iniziativa volta ad esprimere dissenso nei confronti del disegno di legge.

Mi sembra giusto segnalarvi invece che anche io, grazie all’interessamento di Matilda Editrice e grazie alla collaborazione di Anarkikka, ho dato il mio modesto contributo: un breve ebook che condensa quanto ci andiamo dicendo da anni si queste tematiche.

Ringrazio con affetto Donatella Caione per avermi convinta a portare a termine questo progetto e spero che possa concorrere a rimpolpare l’indignazione che sta montando contro l’indifferenza che il disegno di legge ostenta rispetto al fenomeno della violenza contro le donne e i bambini.

Petizione: Il disegno di legge Pillon su separazione e affido va ritirato

Pubblicato in affido e alienazione genitoriale, attualità, notizie, politica, riflessioni, società | Contrassegnato , , , , , , , , | 30 commenti

A proposito del disegno di legge sull’affido condiviso

Ringrazio caldamente Maria Rossi per la traduzione.

CONSIDERAZIONI SUGLI STUDI FAVOREVOLI ALLA RESIDENZA ALTERNATA PRIMA CHE IL BAMBINO ABBIA COMPIUTO 3 O 6 ANNI

ovvero:
come infinocchiare media e politici
Dr. Maurice Berger
Psichiatra infantile, ex professore associato di psicopatologia dell’infanzia all’Università di Lione 2, ex capo dipartimento del Centro Ospedaliero Universitario di Saint Etienne, membro di numerose commissioni ministeriali sulla tutela dell’infanzia
in Thyma.fr
La rivista francofona di vittimologia
6/03/2018

RIASSUNTO

Sono anni che in Francia vengono puntualmente presentati progetti di legge che chiedono che la residenza alternata paritaria (50% del tempo di permanenza del figlio presso il padre e 50% presso la madre) diventi la norma in caso di separazione, lasciando al giudice solo la possibilità di fornire una giustificazione a una decisione differente. A tal fine, un lobbismo intensivo dà risalto a studi in lingua inglese che proverebbero scientificamente che la residenza alternata rappresenta il migliore dispositivo per il bambino in caso di separazione dei genitori, indipendentemente dalla sua età e anche in caso di seri conflitti genitoriali. Ci si può domandare quali interessi personali siano sottesi a tali iniziative.

L’articolo che segue mostra che i dati raccolti dagli psichiatri infantili e dagli psicologi clinici contraddicono queste affermazioni tanto nei casi di residenze alternate in cui esiste un conflitto tra i genitori quanto in quelle consensuali: molti bimbi piccoli coinvolti in questo tipo di affido presentano disturbi specifici e radicati che i clinici non riescono a trattare, come l’ansia da separazione, l’insonnia, la depressione, un sentimento di insicurezza cronica. Ciò ha indotto 5120 professionisti, molti dei quali di fama internazionale, a firmare una petizione contro la residenza alternata prima che il bambino abbia compiuto 6 anni e contro l’uso del concetto di alienazione genitoriale.

E’ inquietante constatare che, sotto l’influenza di lobbies molto attive, un rapporto della Commissione europea del 2015 favorevole alla residenza alternata eviti deliberatamente di citare importanti ricerche che mostrano i rischi di questo tipo di affido e contenga anche affermazioni false.

Così, affinché i cittadini interessati, i media, i politici e i magistrati possano avere informazioni sui contenuti dei diversi studi, si propone qui una cronologia e una lettura critica degli articoli più sovente citati, favorevoli o contrari alla residenza alternata dei bambini piccoli. Se lo studio commissionato dal Ministero della Giustizia australiano (costo 6,25 milioni di dollari) si dimostra solido, colpiscono i difetti metodologici di altre ricerche, le cui conclusioni appaiono, di conseguenza, infondate. In particolare lo studio di Fabricius realizzato per posta nel 2017 solleva l’interrogativo sulla possibilità di valutare la vita affettiva di un individuo unicamente attraverso l’invio di un questionario e ci interroga sulla possibilità che si tratti di “vera scienza”, visto che la ricerca si fregia di tale nome. Sarebbe dunque auspicabile redigere uno studio francese sotto l’egida delle Società scientifiche competenti, includendovi una dimensione di ricerca clinica sotto forma di colloqui con i bambini e con gli adulti coinvolti.

A conclusione di questo articolo vengono presentate alcune proposte di tempi di affido che tengono conto dell’età e dei bisogni dei bambini.

INTRODUZIONE

In occasione della presentazione, nel novembre 2017, all’Assemblea Nazionale del progetto di legge 307 che introduce la residenza alternata paritaria sono stati citati diversi studi, in particolare svedesi, che raccomandano l’adozione di questa modalità di affido. Pare dunque importante analizzarli.

Ma bisogna prestare attenzione al punto seguente. Anni fa è stato creato un organismo denominato ICSP (International Council on Shared Parenting) allo scopo di promuovere e generalizzare la residenza alternata. Diversi autori delle pubblicazioni citate qui sotto fanno parte del Consiglio di Direzione di questo organismo, come Bergström e Fabricius.

Michel Grangeat, professore emerito di Scienze dell’Educazione (Laboratorio di Ricerca sull’Apprendimento Situato) è il presidente del ramo francese dell’organismo denominato CIRA (Conseil International sur la Résidence Alternée). Questa associazione promuove una campagna mediatica intensiva (radio, Internet, giornali) in numerosi Paesi fondata sul seguente assunto: ” è ora provato scientificamente che la residenza alternata rappresenta il miglior dispositivo per il bambino in caso di separazione dei genitori, indipendentemente dalla sua età e anche in caso di seri conflitti genitoriali” e organizza con grande clamore congressi di professionisti assolutamente sicuri di ciò (il prossimo avrà luogo a Strasburgo nel 2018). Alcune associazioni di padri separati hanno appena avviato una raccolta fondi per tradurre in francese questi articoli. Non si può prescindere, durante la loro lettura, dall’appartenenza di diversi loro autori a questo gruppo.

Cosa fa una lobby quando vuole imporre le sue idee in diversi Paesi? Si rivolge alla UE. E’ così che il 10-09-2015 alla Direzione Generale Educazione e Cultura della Commissione Europea è stato presentato un rapporto redatto da Françoise Hetto-Gaasch intitolato “Uguaglianza e corresponsabilità genitoriale: il ruolo dei padri”. La sua lettura è istruttiva. Le sole pubblicazioni citate sono quelle favorevoli alla residenza alternata anche per i bimbi piccoli. E’ scioccante constatare che l’importante studio australiano del 2010 (cfr. infra) che smentisce questo punto di vista non sia neppure evocato. La sola pubblicazione citata come critica nei confronti dell’applicazione di questa modalità di affido ai bambini di età inferiore ai 4 anni, scritta da me e da Christine Frisch-Desmarez, psichiatra infantile lussemburghese (« Garde alternée : les besoins de l’enfant », yapaka.be, 2014) è presentata in modo menzognero: “Noto con molto interesse che queste critiche non escludono, tuttavia, in toto la possibilità di una residenza alternata”, scrive Françoise Hetto-Gaasch, mentre noi abbiamo detto esattamente il contrario e proponiamo un calendario graduale [n.d.t. di visite dell’altro genitore al figlio]. Di fronte a tale parzialità e a tale deformazione dei dati esistenti, il 15-09-2015 ho scritto al presidente di questa commissione UE chiedendo di essere sentito, ma la mia lettera è rimasta senza risposta.

A fronte della battaglia ingaggiata da queste lobbies per instaurare come norma la residenza alternata paritaria, è importante ricordare le cifre del Ministero della Giustizia francese pubblicate il 22 novembre 2013 (rapporto Michel Huyette, « La résidence des enfants de parents séparés. De la demande des parents à la décision des juges »). Nel rapporto si legge che i genitori sono d’accordo sulla residenza dei figli nell’80% dei casi, nel 9% uno dei genitori non si esprime e solo nel 10% dei casi vi è disaccordo. In quest’ultimo caso, i giudici fissano la residenza dei figli presso la madre nel 63% dei casi, presso il padre nel 24,4% dei casi, vale a dire 2,4 volte di più che nelle situazioni di accordo tra i genitori (10%) e stabiliscono una residenza alternata nel 12,3% delle situazioni. [1] Si può dunque constatare come la reiterata richiesta di una legge che stabilisca come norma la residenza alternata paritaria provenga da una minoranza molto esigua di padri insoddisfatti (6% al massimo di contro al 4% di madri insoddisfatte), pur essendo presentata a nome di “tutti i padri”.

Inoltre, bisogna sottolineare che nessuno degli autori delle pubblicazioni recenti pro residenza alternata fa riferimento ad una pratica di consultazione diretta dei bambini.

ORA, COSA DIMOSTRA LA CLINICA MEDICA?

1) Le constatazioni

Bisogna innanzitutto dire che questi studi sono radicalmente contraddetti da ciò che gli psicologi clinici e gli psichiatri infantili osservano quotidianamente nella loro pratica da quando, con la legge del marzo 2002, è stata introdotta la residenza alternata. In questo contesto di vita, un numero significativo di bambini di età inferiore ai 3 anni e spesso anche di età inferiore ai 6 anni presenta disturbi importanti che si caratterizzano per la presenza di:

  • un sentimento di insicurezza, con la comparsa dell’ansia da abbandono che prima non c’era, poiché il bambino non sopporta più l’allontanamento dalla madre e chiede di stare sempre con lei. I sintomi sono maggiori alla sera, momento in cui il bambino piccolo avverte maggiormente il bisogno di essere rassicurato;
    un sentimento di depressione che si manifesta con lo sguardo spento per ore e, talvolta, con uno stato di confusione, di non riconoscimento dei luoghi al ritorno a casa della madre;
  • disturbi del sonno, eczema;
  • aggressività, in particolare nei confronti della madre considerata responsabile della separazione;
  • perdita di fiducia negli adulti, in particolare nel padre, la cui vista scatena una reazione di rifiuto;
  • in alcuni bambini più grandi il rifiuto di sottomettersi a qualsiasi obbligo (scolastico o famigliare) che provenga dall’esterno;
    l’immutabilità di questi disturbi che, finché permane questa modalità di affido, non vengono attenuati dal ricorso ad una terapia. [2]

2) E nel caso di residenza alternata consensuale cosa succede?

Nel 2009 E. Izard, psichiatra infantile, [3] pubblica uno studio mai citato dai fautori della residenza alternata che riguardava, all’epoca della sua pubblicazione, 18 bambini pazienti della psicoterapeuta e oggi concerne 50 bambini. Questo lavoro presenta l’enorme interesse di riguardare bambini seguiti in psicoterapia dall’autrice che vivono in residenza alternata consensuale, vale a dire decisa, senza conflitti, da entrambi i genitori. Questo studio, che include anche colloqui ripetuti con i genitori, riguarda bambine/i e ragazze/i dai 3 ai 17 anni che presentano disturbi comparsi dopo l’avvio della residenza alternata. Si tratta principalmente di:

  • una sofferenza depressiva e di un sentimento di solitudine estrema. “Provo sentimenti per papà e sentimenti per mamma e nessun sentimento per me” ;
    un’ansia di perdita delle persone e dei luoghi, con angoscia durante i momenti di partenza, di uscita e con rituali ossessivi di verifica che nessun oggetto cambi di posto. Si tratta di una sindrome traumatica legata alla reiterazione delle perdite. “Amo l’acqua perché solo l’acqua non cambia”;
  • la sensazione che le proprie emozioni non vengano tenute in considerazione dai genitori. “Tutti se ne fregano di quello che provo”, che ha come conseguenza il progressivo congelamento di queste emozioni. “Non è grave se mamma mi lascia partire, se non mi vuole bene”. ” Evito di affezionarmi ai miei genitori”. A ciò si può accompagnare il danno all’autostima e l’aggressività;
  • una scissione. Alcuni bambini possono rappresentarsi divisi in due nei disegni.

Izard usa il termine di “clinica del bambino perfetto,” perché questi bambini non mostrano la loro sofferenza ai genitori soddisfatti di questo tipo di pianificazione delle modalità di affido, per non deluderli. L’interesse di questa ricerca fondata sulla pratica clinica consiste nel dimostrare che certi disturbi sono legati unicamente alla discontinuità determinata dalla residenza alternata, dal momento che in questi casi non c’è conflitto fra i genitori. E l’autrice constata che questi disturbi spariscono soltanto quando i genitori rinunciano alla residenza alternata. [4]

3) La petizione del 2014

Il complesso di queste constatazioni cliniche, che evidenziano un autentico problema di salute pubblica, è stato considerato sufficientemente grave da indurre 5120 professionisti dell’infanzia a firmare nel gennaio 2014 una petizione che chiedeva che non venisse imposta dai magistrati alcuna decisione di residenza alternata per i bambini di età inferiore ai 6 anni. Una petizione fra le tante, si dirà. Sì, ma questa è stata sottoscritta solo da professionisti, si colloca al di sopra delle opinioni politiche di ciascuno e dei moti emotivi e fra i suoi firmatari figurano i grandi nomi della psichiatria infantile e della psicologia francese: i Professori Golse, Guédeney, Delion, Myquel, Roussillon, Ciccone, De Tichey, Missonnier Mellier, Mercader, Brun, Carton, Houssier, Viaux; un numero importante di assistenti di psicologia e di psichiatria infantile anch’essi rinomati per i loro lavori come M. Salmona ed E. Bonneville; e F. Dekeuwer-Defossez, professora emerita di diritto privato, autrice di un rapporto commissionato da S. Royal per l’elaborazione della legge del 2002. Ed Elisabeth Martin-Lebrun, pediatra coautrice con G.Poussin di un libro sulla residenza alternata. Dunque, tutte queste persone, che non hanno l’abitudine di prendere posizione senza previa riflessione, avrebbero sbagliato a chiedere l’applicazione di un principio di precauzione e di tutela [dell’infanzia]?

E’ quindi necessario riprendere la cronologia dell’insieme dei lavori prodotti su questo argomento, perché essa spiega in gran parte la proliferazione attuale degli studi prima citati. [5] Ed è interessante soffermarsi brevemente, anzitutto, sul primo studio mondiale sul tema.

II. IL PRIMO STUDIO MONDIALE

Fu realizzato da Salomon e George (USA), noti specialisti dell’attaccamento, e fu oggetto di tre pubblicazioni nel 1999.

145 bambini di età compresa tra i 12 ei 20 mesi poi riesaminati tra i 24 e i 30 mesi di età
Confronto fra tre gruppi: genitori non separati (gruppo 1), genitori separati con bambini che non trascorrevano la notte a casa del padre (gruppo 2), genitori separati con bambini che trascorrevano la notte a casa del padre (gruppo 3)
Lo studio include la scala CTS (Straus Conflict Tactics Scale con 18 livelli di conflitto che vanno dalla “possibilità di terminare la discussione in modo pacifico” fino a “usare un’arma”), permettendo di valutare il livello di conflittualità genitoriale.
Obiettivo: valutare gli effetti delle notti trascorse a casa del genitore che non è il collocatario prevalente.
Questo studio non è, dunque, direttamente incentrato sull’impatto della residenza alternata.
I suoi risultati sono i seguenti:

1) Tra i 12 e i 20 mesi

Statisticamente il gruppo 3 sta peggio e manifesta più segni di attaccamento insicuro disorganizzato /disorientato, il che si verifica quando un bambino è angosciato perché non c’è un adulto stabilmente presente capace di rassicurarlo quando è inquieto. Questa presenza rappresenta un bisogno vitale per lo sviluppo affettivo del bambino (Guédeney N., 2011).

Gruppo 1 = 35% [ di bambini che mostrano segni di attaccamento insicuro]
Gruppo 2 = 43% [di bambini che mostrano segni di attaccamento insicuro]
Gruppo 3 = 66% [ di bambini che mostrano segni di attaccamento insicuro]

I sintomi di questa forma di attaccamento insicuro sono:

  • momenti di ipervigilanza, di aggressività che durano giorni o settimane;
  • un’ipersensibilità ad ogni separazione potenziale o reale dalla madre, con segni importanti di angoscia;
  • neonati che stanno male tanto nel momento della separazione che in quello del ritrovamento dell’adulto di riferimento e che ritengono che i genitori siano incapaci di aiutarli nelle varie circostanze (è quello che si chiama un attaccamento disorganizzato/ disorientato)
  • le cifre sono peggiori nel caso in cui a queste condizioni si associ una situazione di conflitto genitoriale.
    Constatiamo che si tratta degli stessi sintomi già citati descritti dagli psicologi clinici.

2) Bambini riesaminati all’età di 24-30 mesi

La valutazione si estende anche alle brusche interruzioni nello svolgimento delle attività proposte ( piccoli “problemi” da risolvere) che permettono di valutare la capacità di esplorare e la continuità del pensiero. Questo item è interessante perché si sa che un bambino ha bisogno di un attaccamento sicuro, di una base di sicurezza, per poter attivare i comportamenti di esplorazione del proprio ambiente.

Gruppo 1 e 2 = 27% [di bambini che interrompono bruscamente le attività in cui sono impegnati]
Gruppo 3 = 51% [di bambini che interrompono bruscamente le attività in cui sono impegnati]

3) Conclusioni degli autori

Questi risultati sono probabilmente connessi all’ansia frequente del bambino piccolo di sera al momento della separazione, alla difficoltà del lattante di mantenere in modo durevole nella sua mente l’immagine del genitore collocatario prevalente e al bisogno di continuità.

La o le notti trascorse a casa del padre non apportano benefici alla qualità del rapporto padre/lattante.

La conflittualità tra i genitori pare essere un fattore importante di insicurezza per il bambino.

“I tribunali hanno accettato l’idea che il divorzio crea, almeno temporaneamente, una situazione nella quale il migliore interesse del bimbo piccolo non è sinonimo di parità fra i genitori”.

III. IL FULMINE A CIEL SERENO: LO STUDIO AUSTRALIANO DI McINTOSH, SMYTH E KELAHER (2010)

1) I due tempi della ricerca australiana

Un’attenzione particolare deve essere accordata alle ricerche australiane, le quali, per la loro ampiezza e per il loro rigore, sono considerate le più avanzate a livello internazionale. Perché l’Australia? Ciò è legato a due fattori. In primo luogo, le separazioni delle coppie dopo un anno di vita comune sono frequenti in questo immenso paese, con la conseguenza che lattanti e bambini piccoli fanno ore di aereo per essere portati dal domicilio di un genitore a quello dell’altro quando uno dei due cambia luogo di residenza. Ma, soprattutto, il Ministero della Famiglia è considerato uno dei più importanti, alla stessa stregua del Ministero della Giustizia o di quello della Difesa, quale che sia il governo.

In un primo tempo, dopo la promulgazione della legge che nel 2006 regolamenta la residenza alternata, vengono realizzati 6 studi descritti da Smyth che approdano, fra l’altro, alle seguenti constatazioni: ci sono più residenze alternate nelle situazioni di forte conflitto fra i genitori che nella popolazione generale. I conflitti si accendono sulle questioni economiche e su quella del tempo che i figli devono trascorrere con l’uno e con l’altro genitore. Il rischio è di credere che i problemi si risolvano con la ripartizione simmetrica dei tempi di affido. Due gruppi di situazioni sono a rischio: una relativa alla giovane età dei bambini e l’altra al forte conflitto tra i genitori; perciò, è necessario affinare le ricerche relative a questi due contesti.

Di conseguenza, il Ministero della giustizia australiano chiede che vengano realizzati studi più precisi che individuino i criteri che possono aiutare i professionisti a riconoscere la modalità di affido più adatta all’età del bambino e le famiglie più disponibili a mettere in atto la residenza alternata. In un secondo tempo prende avvio una nuova generazione di studi “senza partito preso per o contro la residenza alternata”. Viene attribuito uno stanziamento di 6,3 milioni di dollari allo scopo di valutare gli effetti di questa modalità di collocazione, ciò che pone in evidenza la preoccupazione di una società riguardo ai propri figli. Quale altro Stato sarebbe disponibile a versare tale somma per tale ricerca?

2) Il secondo tempo: lo studio di McIntosh, Smyth, Kelaher (2010)

Si tratta dello studio più importante al mondo: 2059 bambini, 167 pagine. La metodologia è impressionante. [6]

2.1) 3 gruppi di età:
< 2 anni: 258 bambini;
dai 2 ai 4 anni: 509 bambini
dai 4 ai 5 anni: 1292 bambini

2.2) Per ciascun gruppo di età vengono studiati dei sottogruppi suddivisi secondo le modalità di collocazione:

  • Famiglia “integra”
  • Collocazione prevalente presso un genitore
  • Residenza alternata: 35% o più notti trascorse nella casa dell’altro genitore ( 5 notti o più ogni 15 giorni)
  • Poche notti trascorse nella casa dell’altro genitore = meno di una volta al mese o tra una volta al mese e una volta all’anno.

Ma per i bambini di età inferiore ai 2 anni, considerata la loro particolare sensibilità, e per potere operare un confronto con lo studio di Salomon e George, è stata definita “residenza alternata” la situazione in cui un lattante trascorre una notte alla settimana o più a casa dell’altro genitore.

2.3) Per ciascuno di questi gruppi vengono studiati più elementi (vigilanza, intesa come mantenimento di un contatto visivo frequente con la figura di attaccamento, iperattività, disturbi affettivi, problemi legati al sonno, asma), in relazione:

  • alla modalità di affido
  • alla modalità di affido + la qualità delle relazioni con i genitori (“disponibilità emotiva”, stile affettuoso, ostile, scala di comunicazione CSBS: Communication and Symbolic Behavior Scales)
  • alla modalità di affido + la qualità delle relazioni con i genitori + la qualità delle relazioni tra i genitori (Parental Conflict Scale: frequenza dei disaccordi, discussioni con l’altro genitore in merito alle decisioni da assumere, ecc..)
    alla modalità di affido + la qualità delle relazioni con i genitori + la scala del conflitto tra i genitori + le caratteristiche socio-economiche dei genitori (professione, grado di istruzione, distanza fra i domicili dei genitori, ecc..)

Ciò permette di definire per confronto i disturbi connessi alla modalità di affido in sé.

2.4) Principali risultati

Per i bambini di età inferiore ai 2 anni

La residenza alternata ha un effetto indipendente dagli altri fattori sulla presenza e la frequenza di:

  • disturbi del sonno;
  • crisi di pianto quando il bambino è lasciato a giocare da solo
  • pianti continui, inconsolabili per lunghi minuti
  • ipervigilanza e richiesta di mantenere il contatto e la vicinanza con il genitore
  • maggior frequenza delle crisi di asma

I bambini che risiedono in prevalenza presso uno dei due genitori ottengono i punteggi migliori, ossia presentano questi disturbi con minor frequenza rispetto agli altri.
Non ci sono effetti sullo sviluppo psicomotorio globale. E’ intaccata solo la sfera affettiva.

Per i bambini di età compresa fra i 2 e i 3 anni

Nel gruppo dei bambini in residenza alternata si osserva:

  • Un più basso livello di perseveranza nel pensiero e nelle attività, valutato in base:
    alla capacità di giocare con continuità,
  • di osservare gli oggetti,
  • di riprendere un’attività dopo la sua interruzione.

Si tratta di segni precursori dell’iperattività con disturbi dell’attenzione descritti più avanti. Su una scala della perseveranza che va da 3,7 a 4,4, il punteggio è di 4,3 per il primo gruppo, 4,1 per il secondo e 3,9 per il terzo.

Nota: molti psichiatri infantili rilevano che sempre più bambini presentano iperattività con disturbi dell’attenzione. Le ricerche qui presentate permettono di ipotizzare che l’incremento del numero di separazioni, dunque di discontinuità degli adulti di riferimento e degli ambienti di vita, possano costituire un fattore esplicativo di questi disturbi. E’ un’allusione a quanto segnalato da Winnicott nel 1962, vale a dire che l’ipercinesia e il disturbo dell’attenzione possano in certi casi essere legati a una ripetuta rottura della continuità del sentimento di esistere.

Per i bambini di 4-5 anni

E’ l’impatto del conflitto tra i genitori e la mancanza di affetto nelle cure a prevalere sull’impatto della modalità di affido, in particolare riguardo alle capacità di autocontrollo del bambino (essere in grado di calmarsi). Da notare che il metodo di ricerca di McIntosh non gli permette di rilevare l’effetto a quest’età delle perdite ripetute [del genitore di riferimento] (cfr. studio di E. Izard).

Il disturbo dell’attenzione è pari a 0,6 (il punteggio va da 0 a 4) nei bambini cresciuti nelle famiglie “integre” (gruppo 1); pari a 1 nel caso di collocazione prevalente presso un genitore ( gruppo 2) e pari a 3,5 nel caso di residenza alternata 35/65. Per l’ipercinesia, le cifre sono 2,4 (gruppo 1), 2,8 (gruppo 2) 3,5 (gruppo 3).

Lo studio di McIntosh non mostra che il 100% dei bambini in residenza alternata, indipendentemente dall’età, sta male, bensì che un consistente numero di essi non la sopporta e si sa che, in pratica, la sentenza giudiziaria che la impone è quasi sempre irreversibile. [7]

2.5) Conclusioni generali

2.5.1) Sono necessarie precauzioni per i bambini di età inferiore ai cinque anni, perché i diritti di residenza estesi alla notte possono turbare gravemente lo sviluppo del piccolo.

1.a) Il bambino di età inferiore ai due anni non deve trascorrere alcuna notte al di fuori del luogo di residenza principale.

Per prendere in considerazione una separazione notturna, bisogna aspettare che il bambino sia in grado di:

  • comprendere ciò che gli si dice
  • anticipare e comprendere il significato della parola “domani”
  • esprimere verbalmente i suoi bisogni

Spesso queste condizioni sono tutte presenti solo all’età di 3 anni.
Ed è necessario che esista una comunicazione fluida tra i genitori.

1.b) Contatti frequenti e significativi, ma graduali con l’altro genitore.

1.c.) Il conflitto fra i genitori è dannoso.

Queste raccomandazioni sono precisate dettagliatamente nel calendario predisposto da Brazelton (vedi appendice) e nelle raccomandazioni cliniche del ramo francese della WAIMH (World Association for Infant Mental Health Dichiarazione della WAIMH francofona sulla residenza alternata, sito internet “WAIMH francofona)

2.5.2) I bambini e i ragazzi in regime di affido alternato rigido sono i più insoddisfatti nel corso del tempo.

2.5.3) I problemi affettivi che, in conseguenza dell’attuazione della residenza alternata, persistono più a lungo sono le difficoltà di concentrazione che rimangono costanti nei bambini in residenza alternata, mentre diminuiscono negli altri gruppi col passar del tempo. E i bambini che rimangono a lungo in regimi rigidi di affido manifestano più sintomi internalizzati (angoscia, depressione, inibizione) di quelli che possono godere di modalità di affido più flessibili.

2.5.4) Sorpresa: «La frequenza dei contatti non è correlata ad una migliore sintonia fra il bambino e suo padre. E’ la qualità del rapporto tra padre e figlio a prevalere sulla quantità».

2.5.5) Quattro studi di tre diversi Paesi mostrano, in contrasto con ciò che viene di solito sostenuto, che un contatto più frequente con il padre non è associato ad una migliore salute psicologica del bambino.

Infine, nessuno studio permette di indicare che la residenza alternata possa prevenire l’assenza del padre.

2.5.6) I bambini coinvolti in conflitti aperti fra i genitori non traggono alcun beneficio dalla residenza alternata. E gli studi australiani constatano la presenza di violenze coniugali maschili accertate in giudizio nel 34% dei casi analizzati, che si riferiscono ad un solo anno.

2.5.7) Le caratteristiche che permettono di preconizzare un buon accordo genitoriale, con una maggiore soddisfazione del figlio sono:

  • la flessibilità (non caotica)
  • una buona base di cooperazione fra i genitori prima della separazione
  • un accordo centrato sul bambino e non sull’adulto
  • la poca distanza geografica fra i domicili dei due genitori. [8]

3) Lo scatenarsi delle critiche

Questo studio ha avuto l’effetto di una bomba nel mondo delle associazioni dei padri separati e dei proseliti della residenza alternata a partire dalla più tenera età (in nome, in particolare, di una sedicente prevenzione della comparsa della Sindrome da Alienazione Genitoriale, concetto respinto dalla comunità scientifica internazionale). Bisognava dunque dimostrare la sua mancanza di validità. Malgrado l’eccezionale rigore metodologico di questo studio, ci si è messi quindi ad esaminarlo parola per parola per individuarne il punto debole, ignorando in questo modo il suo apporto essenziale. Il suo valore è, dunque, costantemente sottostimato dagli studi successivi che sono stati pubblicati in parte per contestarlo.

IV. GLI STUDI CITATI DI RECENTE A SOSTEGNO DELLA RESIDENZA ALTERNATA DEI BAMBINI PICCOLI

In corsivo le mie osservazioni

Bisogna richiamare qui la differenza fra due termini che ritornano costantemente nelle pubblicazioni. Joint Custody significa autorità genitoriale condivisa. Joint Physical Custody significa residenza alternata, ma questo termine è usato fuori dalla Francia anche quando la ripartizione dei tempi di permanenza del bambino presso ciascun genitore è di 30/70% o di 35/65% e ciò non ha le stesse conseguenze psichiche del 50 /50 %.

BERGSTRÖM MAIN (SVEZIA, 2016)

E’ interessante elencare alcuni punti di questo articolo spesso citato a sostegno della residenza alternata, perché tale analisi è paradigmatica di ciò che una lettura attenta permette di scoprire come fallacie poco visibili se ci si ferma al riassunto del testo.
Questo studio inizia affermando, a partire da una pubblicazione del 2012, che la Danimarca fa parte dei paesi nei quali la residenza alternata rappresenta una consuetudine. Orbene, nel febbraio 2012 il parlamento danese ha votato una legge che vieta l’imposizione del 50/50 [residenza alternata paritaria] alle coppie sposate che si separano. I deputati hanno affermato che «la nuova legge pone l’accento sui diritti dei bambini piuttosto che su quelli dei genitori». Ma c’è di più. Bergström cita semplicemente come riferimento [5] un lavoro danese (Ottosen e colleghi, 2012), senza precisarne il contenuto. Orbene, questi autori danesi del SFI (The Danish National Center for Social Research) affermano che «la residenza alternata al 50/50 può funzionare nell’interesse del bambino solo se vi è un alto livello di cooperazione genitoriale, uno scambio di informazioni, di colloqui tra i genitori riguardo al benessere del figlio, flessibilità e generosità dei genitori (…) Se tale modalità di affido è fondata sul conflitto genitoriale o su genitori che reclamano la propria “parte uguale”, come nel giudizio di Salomone, può risultare contraria all’interesse del bambino» [9] Fa riflettere il fatto che Bergström non abbia citato nel suo articolo queste conclusioni, che pure conosceva, opposte alle sue.

Bergström sottolinea che tra i criteri usati da McIntosh e Smyth (2010) [n.d.t. per valutare il benessere dei bambini in base alle modalità di affido] nel primo anno di vita vi sia la frequenza delle crisi di asma, criterio non valido (la critica è fondata, ma questo è soltanto uno dei numerosi criteri usati da McIntosh e colleghi, criteri che, come constateremo fra poco, sono d’altronde più pertinenti di quelli usati da Bergström). Bergström insiste nel sostenere che ci siano pochi studi sulla residenza alternata 50/50 riguardanti i bambini in età prescolare.

La sua ricerca compara 3656 bambini di età compresa fra i 3 e i 5 anni suddivisi in 4 gruppi:

  • famiglie integre 92,1%
  • residenza alternata 50/50 (3,7%, vale a dire 136 bambini)
  • bambini che vivono prevalentemente (mostly) con un genitore (2,2%). In nessun punto dell’articolo di cui dispongo viene precisato a quale percentuale corrisponda “mostly”, termine che ricorre continuamente. Si tratta di un significativo elemento di debolezza di questo studio comparativo. Ricordo il mio incontro intorno al 2013 a Londra con Bruce Smyth, collaboratore di McIntosh, prima del congresso mondiale su questo tema – perché c’è un’associazione scientifica mondiale – (non c’era, che io sappia, alcun francese a questo congresso). Smyth mi mostrò un programma panoramico di un mese con un’indicazione precisa del numero delle notti [n.d.t. trascorse dal bambino presso l’altro genitore] secondo gli studi e gli effetti osservati.
  • Bambini che vivono esclusivamente con un solo genitore (2%).

Questionario utilizzato: SDQ (disturbi emotivi, disturbi della condotta, ADHD (disturbo da deficit dell’attenzione ed iperattività), problemi di relazioni con i pari) inviato a entrambi i genitori e all’insegnante e ciò viene indicato come un punto di forza dello studio.

Risultati: SDQ compilato dai genitori. Risultato: i bambini con i risultati migliori sono quelli che vivono in famiglie integre e in residenza alternata 50/50. SDQ compilato dagli insegnanti: i bambini che vivono in famiglie integre hanno risultati migliori di quelli in residenza alternata, ma in misura non statisticamente significativa (questione clinica: il bambino si autorizza maggiormente a mostrare la propria sofferenza fuori dalla famiglia, con gli insegnanti? cfr: sindrome del bambino perfetto descritta al riguardo da E. Izard)

Discussione dei risultati da parte di Bergström

Domanda che si pone l’autrice: il fatto che i bambini stiano bene in residenza alternata 50/50 tanto quanto nelle famiglie integre è legato al fatto che i genitori sono entrambi coinvolti nella cura del figlio? L’autrice indica subito un limite importante: nel suo studio non ha potuto verificare il livello di conflittualità fra i genitori né il loro grado di cooperazione nell’accudimento dei figli. La sua ipotesi è che nel caso dei bambini del suo studio che vivono “mostly” con un genitore, ci fossero più conflitti genitoriali prima della separazione.

Limiti indicati dall’autrice:

è possibile che ci sia stata una selezione positiva dei genitori coinvolti nello studio che praticavano la residenza alternata 50/50 e una negativa di quelli che applicavano il modello della collocazione prevalente presso uno dei due. E un fattore distorsivo nella selezione dei padri che hanno accettato le implicazioni derivanti dall’essere valutati nello studio. Osservazione personale: nello studio di Solomon e George il 32% dei genitori contattati rifiutarono di partecipare alla ricerca (bisogno di difendere la propria intimità? Diffidenza? Si tratta del nocciolo “duro” dei genitori più conflittuali?)
Nessuna informazione sulla salute mentale dei genitori prima e dopo la separazione.
Numero limitato di bambini in residenza alternata e ciò impedisce di studiare le sottounità del questionario SDQ
Impossibilità di verificare il clima emotivo della relazione genitore-figlio che potrebbe spiegare i disturbi internalizzati ed esternalizzati.

Conclusione
«Lo studio non permette di determinare se le differenze trovate siano dovute a fattori che precedono la separazione. La residenza alternata in sé non può essere associata a una maggior presenza di disturbi psicologici. Sono necessari ulteriori studi longitudinali per offrire informazioni ai politici e alle famiglie».

Osservazioni: Le persone che citano questo studio come favorevole alla residenza alternata non indicano quasi mai i limiti che l’autrice riconosce alla sua ricerca. In particolare, manca la scala del conflitto genitoriale. E non si sa se lo studio comprenda casi di residenza alternata imposta dal giudice (non pare). Ora: le situazioni che pongono più problemi in Francia sono quelle nelle quali i genitori manifestano, per diverse ragioni, forti contrasti sul diritto di visita e di domicilio del bambino.

Ma ci sono altri problemi metodologici. E’ evidente che uno studio concernente la residenza alternata 50/50 dei bambini di età compresa tra 0 e 4 anni debba valutare se i bambini coinvolti presentino disturbi dell’attaccamento. Ora: la scala SDQ è troppo imprecisa per poter individuare tali disturbi. E nel 2010 McIntosh aveva precisato di aver escluso dal suo studio l’uso della scala SDQ con i genitori perché questo strumento introduceva delle distorsioni di genere, dal momento che altri studi avevano dimostrato la mancanza di congruenza tra i padri e le madri nelle risposte al test. McIntosh affermava di averlo usato solo con gli insegnanti.

Le domande formulate da McIntosh, in particolare quelle del test BITSEA (Brief Infant Toddler Social Emotional Assessment), sono decisamente più precise a questo livello. E per la valutazione della relazione genitore-bambino, McIntosh ha selezionato tre domande del CSBS (Communication and Symbolic Behavior Scales) specifiche dell’attaccamento insicuro, dati raccolti durante le sue visite a domicilio, così come presso le persone che si occupano fuori casa del bambino e presso gli insegnanti. Inoltre, lo studio di McIntosh comprende una scala di valutazione del grado di conflitto genitoriale (Parental conflict scale).

Infine Bergström precisa che nel suo studio è stato selezionato il genitore dell’ex coppia che ha fornito le risposte più complete, quindi un genitore su due e che, quando i genitori fornivano risposte altrettanto complete, ne veniva selezionato uno solo per sorteggio. Ora: sono i padri ad aver fornito in larga maggioranza le risposte, distorsione di genere che in tal modo non ha potuto essere attenuata. Se si tiene presente la militanza di numerosi padri che reclamano la residenza alternata 50/50, si può immaginare che essi non indichino i disturbi di cui soffrono i figli.

NIELSEN LINDA (USA, 2010)

L’autrice è docente di Scienze dell’Educazione. Non ci sono elementi, nelle note biografiche, che permettano di sapere se svolga un’attività che la ponga a diretto contatto con i bambini.

Il suo articolo è una disamina dei lavori esistenti sulla residenza alternata, considerando tale quella in cui il bambino trascorre almeno un terzo del tempo presso un genitore.

Problema: questo articolo non cita l’imponente studio di McIntosh e Smyth, ma soltanto un altro di questi autori di ampiezza notevolmente inferiore.

Nielsen cita anche un referendum della «Coalizione paterna» (?) del 2004 secondo il quale i figli dovrebbero trascorrere presso ciascun genitore un periodo di tempo di uguale durata. Ella precisa fin dall’inizio che la sua rassegna non comprende gli studi che includono dal 10 al 15% di genitori in forte conflitto.

Altro problema: l’autrice cita l’articolo di Carole Smart del 2001 sull’impatto emotivo della Joint Physical Custody sugli adolescenti, ma non quello del 2004 che giunge a conclusioni molto più sfumate. (cfr. mauriceberger.net)

Nota: quest’articolo, che non è una ricerca, presenta lacune tali da renderlo assai difficilmente utilizzabile.

NIELSEN LINDA (USA, 2017)

Questo lungo articolo si presenta come un’analisi del complesso dei lavori incentrati sulla seguente questione: “il conflitto tra i genitori rappresenta una controindicazione per l’applicazione di una residenza alternata?”. L’analisi riguarda 137 ricerche, ma non si basa sull’esperienza clinica personale. L’autrice afferma che l’idea che il conflitto tra i genitori sia controindicato per l’applicazione di una Joint Physical Custody sia una credenza che si propaga da una pubblicazione all’altra senza essere rimessa in causa, e che un esame degli studi recenti dimostri la sua inesattezza. La rassegna proposta contiene, dunque, informazioni importanti, relative, in particolare, al confronto fra i bambini in Joint Physical Custody e quelli in Sole Physical Custody, ossia affidati ad un solo genitore, mentre all’altro è riconosciuto il diritto di visita.

– L’autrice precisa in primo luogo che la sua ricerca verte sull’affido condiviso 35/65% o più. La ripartizione non verrà mai precisata negli articoli citati. Bisogna sottolineare che, a differenza di quanto accade in molti altri Paesi, in Francia la residenza alternata è sempre concepita e pretesa come tempo rigorosamente paritario. Ora: la mia pratica clinica – e ritornerò su questa dimensione di esperienza di campo – mostra che un certo numero di padri fissati col 50/50 in base all’argomento che “è mio diritto!” e che rifiutano qualsiasi cura per il figlio che, in conseguenza di ciò, presenti difficoltà psichiche, possono avere un funzionamento psichico problematico. Partendo dalle motivazioni dei padri, confrontare il funzionamento psichico di quelli che sono d’accordo con una ripartizione dei tempi del 30/70% o del 35/65% con quello dei padri che vogliono soltanto il 50/50 sarebbe indispensabile per comprendere i processi in gioco.

– L’autrice indica a più riprese di aver escluso dalla sua rassegna il 10-15% delle situazioni di violenza coniugale fisica, precisando che, a suo parere, ve ne sono di due tipi. Le violenze che si manifestano in un momento di collera durante il periodo della separazione e che si riproducono raramente dopo quest’ultima non avrebbero conseguenze sullo sviluppo del bambino. Quelle, più rare, che includono dominio, terrore, colpi ripetuti e che l’autrice ritiene “legate a disturbi psicologici e/o all’assunzione di droghe” sono escluse dal suo lavoro. Questa netta esclusione dal campo della rassegna di tali casi è importante perché concerne situazioni molto problematiche. Teniamo presente che McIntosh, nella sua ricerca del 2010, ha trovato il 34% di violenze coniugali accertate per via giudiziaria commesse da padri che avevano ottenuto la residenza alternata. Nella mia pratica personale, su 300 dossiers, le madri mi hanno riferito nel 40% dei casi di aver subito violenze prima della decisione di separarsi, precisando di non averne quasi mai parlato al giudice per gli affari familiari per varie ragioni, fra cui il ricatto o il timore di rappresaglie da parte del padre dei loro figli. Certe, poi, non ne parlano su consiglio del loro avvocato, perché rischierebbero di essere sospettate di mentire per estromettere il padre dall’affido del figlio. Si può così notare, quando si agisce sul campo, che un certo numero di decisioni della giustizia famigliare francese non tiene conto delle ripetute violenze coniugali verificatesi. Abbiamo la fortuna, grazie all’associazione L’enfant d’abord, di avere un quadro piuttosto buono delle decisioni problematiche di affido, grazie alla raccolta di numerose testimonianze (950) che concernono anche il funzionamento della giustizia, senza che si debba esprimere una preferenza a favore o contro padri o madri. Per altro, ci si può porre il problema dell’impatto dell’esposizione dei bambini piccoli alle scene di violenza coniugale, anche quando queste hanno luogo solo durante il periodo di separazione della coppia. La ricerca di Miri Keren, ex presidente della WAIHM (Associazione Mondiale di Psichiatria della Prima Infanzia) e la rassegna di lavori da lei fatta (Montréal, 2005) mostrano le tracce indelebili che questa esposizione può lasciare a partire dai 6 mesi di età, tracce che ritrovo anch’io nella mia attuale pratica con adolescenti violenti al Centre Educatif Renforcé.

– Non sempre viene precisata l’età dei minori coinvolti negli studi analizzati e, soprattutto, l’età in cui ha avuto inizio l’affido condiviso, nonostante che l’impatto sullo sviluppo del bambino di questa modalità di affido cambi a seconda dell’età. Così, quando vengono citati studi riguardanti gli adolescenti, la mancata indicazione dell’età in cui ha avuto inizio l’affido condiviso ostacola la comprensione dei processi descritti perché la capacità di capire una situazione e di tollerare l’assenza di un genitore non è la stessa a 18 mesi o a 14 anni.

– L’autrice sottolinea che certi studi utilizzano delle scale standardizzate di conflitto e di valutazione della relazione fra i genitori, mentre altri hanno creato delle scale proprie. L’osservazione è importante, dato che la parola “conflitto” compare continuamente, essendo l’oggetto dell’articolo. La difficoltà metodologica riguardante le ricerche in psicopatologia dell’infanzia è generale e, in assenza di strumenti omogenei fissi, uno studio può essere sempre criticato, a torto o a ragione.

– Le conclusioni di diversi studi sono che il conflitto tra i genitori non incide sul benessere dei figli e che non ci sono differenze tra l’affido condiviso e l’affido esclusivo in relazione a tale benessere. L’elemento più importante per quest’ultimo è l’esistenza di un buon rapporto fra il bambino e ciascun genitore.

Qualche punto sottolineato in questo lungo articolo a commento di diversi studi:

Pag.213: esiste una differenza fra ragazzi e ragazze. Nel caso di padre antisociale hanno più problemi dello stesso tipo i ragazzi che lo vedono tutte le settimane di quelli che lo vedono meno spesso, mentre sulle ragazze l’impatto è nullo. C’è qualche legame tra i disturbi internalizzati del bambino e il fatto che sia spaventato dal conflitto tra i genitori, ma questo legame svanisce nelle bambine di età inferiore ai 10 anni.
Pag.215 : ridurre il tempo di permanenza di un bambino presso un genitore affievolisce il suo legame con lui, ma non diminuisce l’intensità del conflitto genitoriale.
Quattro anni dopo la separazione dei genitori, 45 adolescenti in affido condiviso ritengono che il livello di conflittualità genitoriale sia aumentato, al contrario di quanto asserito da 44 adolescenti in affido esclusivo. Tuttavia, gli adolescenti in affido condiviso non sono più stressati dal conflitto di quanto lo siano quelli in affido esclusivo.
Pag.216: Le ragazze sono più coinvolte emotivamente dal conflitto genitoriale di quanto lo siano i ragazzi e presentano più problemi.
L’affido condiviso permette a un genitore di rilassarsi e di recuperare energie nel lasso di tempo in cui il figlio non dimora presso di lui. E bisogna integrare la resilienza del bambino e il suo temperamento nella considerazione degli effetti dei diritti di visita e di domicilio. E valutare se il bambino sia danneggiato dallo stress del genitore. Qui c’è un problema, perché a questo proposito viene citato Bernet senza dire che le sue affermazioni sono state respinte dal comitato scientifico del DSM5 perché egli tentava di introdurre in tal modo nel manuale la Sindrome di Alienazione Genitoriale rifiutata dalla comunità scientifica e, in particolare, da centinaia di professionisti americani data l’assenza di fondamento scientifico di tale concetto.
Pag. 217: «la violenza fra i genitori non deve interferire con le decisioni di affido».
Pag. 218: i genitori che hanno l’affido esclusivo non sono meno conflittuali di quelli che condividono l’affido. Ma questo dipende dagli studi citati, che vengono allineati senza tentare di capire perché vi siano differenze di risultati fra di essi.
Un quarto di relazioni fra genitori da pacifiche diventano aggressive quattro anni più tardi e ciò si può attribuire a seconde nozze e a problemi finanziari.
Pag. 219: Nei gruppi di genitori ad alto tasso di conflittualità, l’affido condiviso può essere attuato in virtù del massiccio aiuto dei professionisti. Domanda: perché darsi come scopo l’applicazione dell’affido condiviso come fanno anche certi professionisti in Francia?
Pag. 220: «I genitori possono tranquillamente applicare un affido condiviso senza parlarsi e senza coordinarsi». Questione non affrontata: come regolano i problemi scolastici e di salute del figlio?
Pag. 221: Sorgono più conflitti sull’accudimento dei bambini di età compresa fra 1 e 3 anni che sulla cura di quelli che hanno 4-5 anni. Non ci sono commenti. Si può supporre che la modalità di affido sia più complessa per i bambini più piccoli (problema della continuità).
Pag.222: Le madri affermano di avere con i padri una relazione di bigenitorialità più disastrosa in caso di affido condiviso e più distante in caso di affido esclusivo.
Nel 25% di casi di affidi esclusivi il contenzioso aumenta negli anni successivi alla separazione contro il 10% di casi di affidi condivisi. Ma non è specificato quale fosse il livello di contenzioso di partenza. Inoltre, avendo ottenuto quel che volevano, molti padri smettono di essere conflittuali.
Nel caso di affido esclusivo alle madri, i padri si allontanano maggiormente dai figli. Non vengono proposte spiegazioni di questo fatto a sottintendere che si tratti di una conseguenza della modalità di affido. Non viene menzionato il fatto che un certo numero di uomini non desidera affatto esercitare la funzione paterna in quel periodo della propria vita.
Affido condiviso: per i bambini piccoli punteggi più bassi di perseveranza nell’esecuzione dei compiti affidati e maggiori difficoltà di comportamento con le madri (non si accenna alla possibilità che i bambini piccoli possano essere in collera con la madre perché li lascia ripetutamente. Ciò è confermato dal fatto che certi bambini lo dicono se si aiuta la madre a far loro domande su questa questione. Quindi questa collera può essere dovuta alla residenza alternata.) Quanto al più basso punteggio di perseveranza, lo si può mettere in relazione con le lacerazioni del sentimento di continuità dell’esistenza, ma anche con il sentimento di insicurezza. E c’è un rapporto fra l’attuale aumento del numero di bambini che soffrono di disturbi da deficit dell’attenzione ed iperattività e l’aumento del numero di separazioni genitoriali con mutamento frequente delle persone con le quali i bambini convivono e di luoghi presso cui sono domiciliati? (Berger Maurice, “L’enfant instable”, Dunod, 2013)
Pag.223: nessun rapporto tra il livello di conflitto e i problemi di comportamento dell’adolescente. Quindi, bisogna soprattutto aiutare i genitori a rafforzare i rapporti con il figlio e le loro competenze educative.
Pag.224: affido condiviso ed affido esclusivo: il conflitto tra i genitori spiega soltanto un quinto dei problemi.
Nelle famiglie integre conflitti e problemi esternalizzati sono strettamente legati.
Pag.225: Gli adolescenti molto seguiti dal padre in forte conflitto con la madre non stanno meglio di quelli non seguiti dal padre.
Citazione di Fabricius (2007): più un adolescente ha trascorso del tempo col padre anche quando vi è un forte conflitto genitoriale, più buona è la relazione con lui.
Pag. 226: Per gli adolescenti essere coinvolti nel conflitto genitoriale o non sentirsi vicini ai genitori è ugualmente dannoso (da notare che il conflitto interviene su una psiche già costruita a questa età).

A fine articolo, Nielsen cita le conclusioni di tre gruppi di esperti che hanno sviluppato riflessioni sull’argomento:

Gruppo 1: il tempo genitoriale deve essere ripartito in modo da assicurare un investimento di entrambi i genitori che includa delle routines di addormentamento e di risveglio (non si fa menzione dell’età del bambino), ma lo stato attuale delle conoscenze non permette di dire quali siano le modalità di affido più benefiche per le famiglie caratterizzate da forte conflittualità.

Gruppo 2: i bambini indubbiamente beneficiano dell’affido condiviso, ma questa modalità di affido deve essere evitata nel caso in cui i genitori siano in forte conflitto o non collaborino.

Gruppo 3: L’affido condiviso deve rappresentare la norma per tutti i bambini, indipendentemente dall’età, anche per quelli più piccoli.

Constatando le divergenze tra questi tre gruppi, è chiaro che le persone che riportano esclusivamente le conclusioni del gruppo 3 fanno disinformazione.

Conclusioni di Nielsen: Questi studi non approdano alla conclusione che i conflitti abbiano poco o nessun impatto sul bambino, né che relazioni genitori-figli imperniate sull’attenzione e sull’introduzione di limiti coerenti eliminino l’impatto del conflitto sui bambini. Ma il livello del conflitto non sembra direttamente correlato con il benessere del bambino, essendo la qualità della relazione genitore-figlio un fattore importante. Ci può essere lo stesso livello di conflitto nell’affido esclusivo e in quello condiviso. E l’autrice conclude senza più precauzioni che «l’affido condiviso è associato a un miglior sviluppo del bambino rispetto a quello esclusivo anche quando i genitori non sono inizialmente d’accordo su questa modalità di affido e anche quando il livello di conflitto tra i genitori al momento della separazione e negli anni seguenti non è basso». Constatiamo che questa conclusione non tiene conto né dei limiti metodologici concernenti gli studi citati, né delle osservazioni dei clinici.

BAUSERMAN (USA, 2002)

Nell’opera che nel 2012 passa in rassegna gli studi su questo argomento «Parenting plan evaluation» ( Oxford University Press, 610 pagine) viene indicato alle pagine 161-162 che lo studio di Bauserman del 2002 presenta importanti punti di debolezza: non viene fatta alcuna distinzione tra Joint Custody [n.d.t. autorità genitoriale condivisa] e Joint Physical Custody [n.d.t. affido condiviso] e ciò rende le conclusioni non suscettibili di interpretazione, non viene proposta alcuna definizione di Joint Custody nei differenti studi passati in rassegna, pochi campioni danno la possibilità di calcolare probabilità valide, 22 studi sui 33 citati sono tesi di laurea, i dati raccolti vanno dal 1982 al 1999, gli strumenti utilizzati per valutare l’adattamento comportamentale e psicologico dei bambini sono eterogenei andando dalle scale standardizzate a scale costruite dagli autori stessi e altre critiche ancora.

FABRICIUS E SUH (USA, febbraio 2017)

Dopo aver criticato le ricerche che non sostengono la loro posizione, gli autori presentano uno studio che comprende numerose tavole statistiche e che consiste in una valutazione delle relazioni padre-figlio e madre-figlio in 230 studenti universitari in relazione alla modalità di affido nella quale sono cresciuti dopo la separazione dei genitori. Lo scopo è di abbreviare il tempo di osservazione inevitabile nel caso di controlli a lungo termine senza dover attendere 20 anni per avere i dati longitudinali. Ciò può consentire di constatare se i disturbi dei bambini descritti dagli studi precedentemente criticati persistono o sono temporanei. Ai genitori degli studenti è stato inviato un questionario (Si sono ottenute 167 risposte di sole madri, 26 di soli padri, 37 di entrambi i genitori). Purtroppo non è indicato il numero di rifiuti a rispondere al questionario. La modalità di affido è indicata in rapporto all’età del bambino e per sequenze di 14 giorni: per X bambini di meno di un anno, X non hanno trascorso notti fuori dall’abitazione del genitore collocatario; X hanno trascorso 1 o 2 notti presso l’altro genitore; X 3 o 5 notti; X 6 o 7 notti. Questo schema è ripetuto per i bambini di 1 anno, 2 anni, 3 anni, poi, per fasce di età di cinque anni.
Ai genitori è chiesto di indicare la frequenza e l’intensità dei loro disaccordi sull’affido dei figli negli stessi periodi affiancati, secondo una scala definita da Fabricius, a ciascuno dei periodi definiti qui sopra.
Agli studenti è chiesto di indicare la qualità delle cure ricevute dai genitori (scala Parental Bonding Instrument), la qualità delle interazioni con essi (scala costruita da Fabricius), i rimproveri che rivolgerebbero loro.

La conclusione è che il conflitto definito “normale” tra i genitori (si suppone che da tale definizione siano escluse le violenze coniugali), il disaccordo fra di loro sulle modalità di affido, l’età del bambino inferiore ad 1 anno non costituiscano circostanze tali da indurre ad adottare particolari precauzioni; al contrario, una frequenza significativa di notti trascorse anche con l’altro genitore è necessaria in queste situazioni e è alla base di una migliore relazione del figlio con entrambi i genitori. E’ un errore pensare in termini di monotropismo [n.d.t. Termine utilizzato da Bowlby per descrivere la tendenza a stabilire un legame di attaccamento verso una figura preferenziale, generalmente la madre], di legame principale di attaccamento e pensare che il tempo “perduto” dal genitore che non trascorre precocemente la notte con il figlio possa essere recuperato più tardi. E queste raccomandazioni devono essere trasmesse ai decisori politici. Si rileva a pag.13 dell’articolo un richiamo ai lavori di Brazelton del 1986, autore che indica fino a che punto ciò che i genitori apprendono del loro bambino nei primi anni di vita possa modificare i futuri rapporti con lui, dimenticando però di aggiungere che è proprio per questo che Brazelton ha pubblicato nel 2000 un calendario preciso che aumenta gradualmente le notti che un bambino può trascorrere a casa del padre in caso di separazione (in particolare, nessuna notte prima di aver compiuto 3 anni, soprattutto se è in atto un conflitto tra i genitori ).

Il limite che gli autori riconoscono al proprio studio è che ignora se il numero più elevato di notti trascorse presso il padre abbia creato maggiore stress nella relazione madre-figlio fra i bambini più piccoli (sarebbe stato tuttavia possibile nell’indagine chiedere alla madre se il bambino avesse presentato sintomi di questo tipo), «ma se ciò ha creato stress, questo non viene riportato dal giovane adulto».
Infine, sul giornale «Baltimore Post-Examiner» del 10-02-2018, Fabricius auspica che «venga eliminata la tradizionale preferenza data al genitore che ha accudito il bambino», tutto ciò nel suo interesse.

Questo studio solleva un ovvio interrogativo: i suoi autori hanno una pratica di consulenza psichiatrica infantile? Seguono dei bambini a lungo termine? Cosa fanno quando si trovano di fronte ad un bambino che presenta in questo contesto [n.d.t. di residenza alternata] un’insonnia che dura da anni? (Berger M., 2009) O quando il bambino presenta una fobia da separazione che prende la forma di fobia scolare? Hanno mai pubblicato la descrizione della presa in carico anche di un solo bambino? (Si potrebbero porre le stesse domande al Signor Grangeat, che dirige CIRA ( Conseil International sur la Résidence Alternée) France). O fanno ricerche sui numeri? Ci si può davvero accontentare di uno studio realizzato via posta per valutare il funzionamento affettivo di un individuo? Perché non si è almeno rivolta agli studenti la domanda: se foste un genitore separato, proporreste per i vostri figli la stessa modalità di affido in cui siete cresciuti o un’altra? Si sarebbe allora manifestato il vissuto di certi adolescenti descritti da Smart che hanno buoni rapporti con i genitori, ma che attendono con impazienza di andare all’Università per uscire da una situazione di affido condiviso? Gli autori avrebbero raccolto testimonianze simili a quelle che noi inseriamo nell’appendice 1? In parole povere, nella peggiore delle ipotesi questi ricercatori ignorano cosa sia la vita psichica. Nella migliore mostrano che non ci si può accontentare di tali studi senza aggiungervi la dimensione apportata dall’esperienza di campo.

Ciò che sappiamo da tempo è che un bimbo piccolo non può non legarsi all’adulto con cui vive, perché altrimenti proverebbe un sentimento di solitudine estremamente angosciante. E’ per questo motivo che i bambini piccoli si affezionano anche a genitori, padre o madre, molto negligenti o maltrattanti: è una sorta di sindrome di Stoccolma. Non stupisce dunque che nello studio di Fabricius gli studenti considerino buona l’interazione con i propri genitori e non abbiano nulla da rimproverare loro. Ma c’è di più. Il bambino piccolo in residenza alternata si trova in una tale dipendenza e insicurezza affettiva da non poter pensare alla propria situazione. E’ obbligato a decentrarsi costantemente da se stesso e deve mobilitare le sue forze psichiche per passare da un genitore all’altro adattandosi ogni settimana al loro umore e alle loro abitudini. Deve tener conto in permanenza di due psiche adulte che non sono collegate fra di loro, una sorta di buco nello strato d’ozono della famiglia. Nessuno chiede a un bambino piccolo se questa situazione lo renda felice e per anni egli ha la sensazione di non controllare nulla della propria esistenza. Non ha dunque la possibilità di investire il suo pensiero e di dispiegarlo tranquillamente per riflettere su ciò che prova. Come potrebbe rispondere a domande scritte su questo argomento senza un preliminare aiuto psicoterapeutico, al quale, appunto, molti padri si oppongono? E quando la madre pensa che il dispositivo non sia adatto a suo figlio, è, a causa della decisione giudiziaria, subordinata all’ex partner. Il bambino non lo può capire e non può percepire sua madre che come una figura che non lo protegge. Se il bambino non è in grado di esprimere la tensione e la collera che sente, la ritorce contro se stesso, ciò che accresce il senso di depressione che prova, spesso durevolmente. E bisogna proprio non aver mai seguito un adulto in psicoterapia per pensare che un periodo depressivo pluriennale nell’infanzia o un periodo prolungato durante il quale il bambino non abbia avuto alcun controllo sul proprio destino non lasci alcuna traccia affettiva nell’adulto. Sarebbe imperativo realizzare uno studio sugli adulti che hanno vissuto un’esperienza di residenza alternata, eseguito da ricercatori che siano in grado di fare interviste semidirettive di qualità a persone in carne ed ossa.

Non sono riuscito a procurarmi lo studio di Barumanzadah, Lebrun e Poussin, ma mi sembra indispensabile che la stessa attenzione riservata all’articolo di Bergström debba riguardare tutto il complesso delle pubblicazioni relative a questo tema.

V. I DATI E LE LEGGI

Quando si guardano i dati, possibilmente ufficiali, ci si rende rapidamente conto che il numero di residenze alternate in ciascun Paese è molto inferiore a quanto dichiarato ai media in Francia dalle associazioni di padri separati e dai sostenitori di questa modalità di affido.

Per quanto riguarda gli USA, dire che la residenza alternata è il modello prevalente è falso. Ci sono variazioni enormi da Stato a Stato di questo Paese. Si parla di residenza alternata a partire da una ripartizione di tempo del 30/70% e in un rapporto del Ministero svizzero della giustizia è pure rilevato che lo Stato del Wisconsin ritiene vi sia residenza alternata a partire dal 25/75%. Peraltro, si evita spesso di dire che nel 1994 lo Stato della California è tornato sui suoi passi riguardo alla residenza alternata imposta come regola, avendo constatato i danni prodotti da questo sistema.

Quanto al caldeggiato modello nordico si è visto cos’è accaduto in Danimarca nel 2012.

Per la Svezia Schiratzki dell’Institut for Scandinavian Law fa il punto nel 2009 (dunque la valutazione sarebbe da aggiornare) sulla legge del 1998 riguardante i diritti di visita e di residenza. L’autorità genitoriale congiunta (Joint Custody) è imposta alle coppie unite in matrimonio e soltanto incoraggiata per quelle non sposate. Da notare che in Francia c’è un numero sempre più alto di uomini e di donne che hanno un figlio senza aver mai convissuto. L’affido condiviso (Joint Physical Custody) non è ad oggi imposto in Svezia.

In Germania nel 2013 (LégiGlobe) era impossibile decidere una residenza alternata senza il consenso di entrambi i genitori. Un nuovo progetto di legge è stato depositato al Bundestag nel 2018.

In Canada, sempre nel 2013, si considerava affido condiviso la ripartizione 40/60% e, secondo la giurisprudenza, la decisione di concedere un affido condiviso implicava che i genitori avessero un grado di comunicazione sufficiente e che non fossero in conflitto. Da verificare la situazione attuale.

In Belgio la richiesta di residenza alternata con tempi paritari è la regola e il genitore che vi si oppone deve dimostrare che questa modalità è inapplicabile al suo caso. Gli psichiatri infantili belgi constatano i danni prodotti da questo dispositivo nel caso di certe richieste degli avvocati.

CONCLUSIONI PROVVISORIE

E’ indispensabile che vi siano le condizioni metodologiche già descritte. Ed è necessario che questi studi tengano conto, nel cado di Joint Physical Custody, della differenza tra 30/70 o 35/65 e 50/50, nella misura in cui una richiesta rigida di 50/50 può corrispondere a una rivendicazione conflittuale o a un interesse economico del genitore più che a un interesse del bambino.

Che io sappia, gli studi che meglio corrispondono a criteri metodologici validi sono quelli di Solomon e George e di McIntosh, Smyth, Kelaher (2010).

La situazione delle leggi e dei dati deve essere aggiornata con rigore.

E’ auspicabile che venga costituito un gruppo di lavoro, allo scopo di esaminare in modo imparziale le differenti pubblicazioni, che operi sotto l’egida della WAIMH (World Association for Infant Mental Health) e della SFPEA (Société Française de Psychiatrie de l’Enfant et de l’Adolescent). Non ci si può accontentare di leggerne il riassunto o di leggerle in modo superficiale.

LA CLINICA ASSENTE

Mai, in queste grandi serie di dati, in questi studi, salvo in quelli di Solomon e George e di McIntosh, emergono i disturbi che noi osserviamo quotidianamente nei bimbi piccoli e anche nei bambini di più di 6 anni. Dov’è finita l’osservazione clinica? In un piccolo film realizzato durante una visita, Eugénie Izard mostra come i segni di sofferenza presentati da un bambino di 27 mesi da quando, dall’età di 22 mesi, è in residenza alternata, possano essere sottili e richiedere una sicura perspicacia clinica per poter essere individuati. E’ evidente che nessuno degli studi precedentemente citati sia in grado di cogliere tali segni: momenti di angoscia prima di dirigersi spontaneamente verso i giochi, perché il bambino deve allora allontanarsi un po’ dalla madre, giochi ripetitivi con una ricerca di immutabilità, momenti di rottura nei rapporti con gli adulti, discordanze emotive (il bambino ride anziché piangere quando sbatte involontariamente la testa). E la sindrome del bambino perfetto legata alla perdita reiterata di persone e luoghi, descritta da E. Izard, ma anche da P. Levy Soussan (2006) e H. Rottman (2006) è un modo di soffrire che non è rilevabile dagli studi basati su dati numerici e che emerge solo nel corso di un processo psicoterapeutico. Da notare anche le testimonianze di bambini diventati adulti che hanno sopportato la residenza alternata senza dir nulla, ma con la sensazione di non esercitare alcun controllo sul proprio destino e che affermano di essere stati infelici durante l’infanzia, senza disturbi osservabili, ma con conseguenze relazionali nell’età adulta (cfr. appendice 1). E’ dunque auspicabile che la riflessione non si fondi solo su studi basati su dati numerici, ma anche su studi clinici.

Sarebbe, dunque, necessario che medici specialisti in psicologia che esercitano la professione partecipino a questo gruppo di lavoro, perché è negli studi professionali che si osservano maggiormente questi problemi. Da notare che nel 2015 la Rete dei professionisti della tutela dei minori ha realizzato un sondaggio fra 262 professionisti dell’infanzia che ha mostrato come 900 bambini, due terzi dei quali di meno di 8 anni, soffrano a causa della residenza alternata. Se ne può dedurre senza esagerazioni di sorta che in Francia il problema coinvolga migliaia di bambini. Si può obiettare che vi sia una distorsione nel reclutamento del campione, dal momento che questi clinici vedono soltanto i bambini che stanno male e non quelli che sopportano meglio le differenti modalità di affidamento. Ma i bambini che stanno male sono in gran numero e sono loro a preoccuparci.

Sarebbe pertinente chiedere il parere dei colleghi belgi della WAIMH belgo lussemburghese e di altri che sono nella posizione di fare delle constatazioni dirette sulle eventuali conseguenze di una residenza alternata sistematica. In particolare, sarebbe interessante avere la testimonianza di Carine De Buck, psichiatra infantile esponente della società belga di psicanalisi e della WAIHM e che ha avuto il coraggio di mettere in discussione le posizioni degli autori degli studi succitati.

Il comunicato della WAIMH del 28-11-2017 su questo argomento solleva diversi interrogativi. Si basa, fra l’altro, sullo studio di Bauserman di cui abbiamo constatato i limiti. Indica che la residenza alternata è maggioritaria in USA, mentre la situazione in questo Paese è molto più sfumata. Cita lo studio di Tornello (2013) che è certo interessante, ma concerne una popolazione molto specifica (famiglie appartenenti a minoranze etniche svantaggiate e povere, con i genitori quasi mai sposati e che hanno precedenti penali) e, in più, sono i genitori stessi ad aver valutato le difficoltà dei loro figli attraverso una versione modificata del Q -Sort che è stata loro inviata per posta. I risultati di questo studio, che, come altre ricerche successive di questo autore, ha il merito di prendere in considerazione ambienti svantaggiati, paiono difficili da generalizzare. D’altro canto, indubbiamente lo studio di McIntosh e colleghi indica che dopo i 4 anni di età nel caso di affido condiviso 35/65 solo i conflitti tra i genitori e la loro mancanza di calore affettivo nelle cure sono all’origine dei disturbi dei bambini, fra i quali i disturbi persistenti dell’attenzione. Ma bisogna comunque sottolineare che il forte conflitto fra i genitori è frequente a questa età, anche se si può attenuare più tardi e che i clinici (e certi insegnanti) constatano la presenza di difficoltà occasionali anche oltre quell’età nei casi di residenza alternata, in particolare la presenza di sentimenti depressivi. Inoltre McIntosh e colleghi citano come altro fattore sfavorevole il fatto che la residenza alternata sia flessibile o rigida. Il campo di ricerca della WAIMH che riguarda i bambini dagli 0 ai 3 anni è il più adatto a consentirle di prendere posizione sui bambini più grandi?

A proposito del comunicato della SFPEA della fine del 2017, bisogna ricordare che in nome del principio della bigenitorialità alcuni Giudici degli Affari Familiari non prendono in considerazione le violenze coniugali. Esempio: un padre condannato al carcere con la condizionale per aver picchiato e accoltellato la moglie e aver provocato un trauma cranico al suo bimbo di pochi mesi ottiene un ampio diritto di affido a conclusione della detenzione perché il giudice ritiene che si tratti di una “vecchia storia”. Tali decisioni sono frequenti. Di qui l’importanza di richiamare certi principi fondamentali.

E non sarebbe indispensabile avere finalmente un rigoroso studio francese?

Sarebbe auspicabile chiedere al governo e ai vari partiti politici di astenersi dal legiferare su tutto ciò che concerne l’autorità genitoriale, quali che siano le pressioni su di essi esercitate, fintanto che il gruppo di lavoro sopra proposto non abbia fornito le sue conclusioni, anche se ciò dovesse richiedere tempo. In caso contrario, questo problema continuerà a permeare la società e la nostra pratica quotidiana.

APPENDICE 1

Due testimonianze di adulti che mostrano ciò che non può essere messo in evidenza nello studio di Fabricius e Sur
Estratte dal libro « Divorce, separation : les enfants sont-ils protégés? », J. Phélip, M. Berger, Dunod, 2012, p.30-31

Testimonianze ricevute a “L’enfant d’abord” [10]

«Signora, Signore,
un’amica psicologa ha pensato che la mia testimonianza potesse interessarvi.
Quando io e mio marito ci siamo separati, nostra figlia non aveva ancora 5 anni. Le ragioni del nostro divorzio non hanno alcuna importanza qui, ma ci siamo separati di comune accordo e nel migliore dei modi. Abbiamo messo subito in pratica la residenza alternata per nostra figlia che risiedeva una settimana da me e l’altra dal mio ex.
Nostra figlia aveva appena superato brillantemente l’esame di maturità. La sera dei risultati invitò al ristorante me e suo padre, ma senza i nostri nuovi rispettivi coniugi. Poiché lei va d’accordo con entrambi, questa fu la nostra prima sorpresa, ma nulla in confronto alla successiva. Infatti, una volta a tavola, si rivolse a noi con tono grave e ci disse: ” Mi sono iscritta alla tal scuola (lontana dalla nostra città) e a partire da adesso verrò a trovarvi solo quando lo deciderò io. Siete stati dei bravi genitori, ma mi avete imposto per anni una vita da nomade. Non mi sentivo mai a casa mia e non vi siete mai chiesti che cosa provassi”.
Eravamo interdetti. Nostra figlia era stata una bambina matura, accomodante, docile, molto impegnata a scuola e con ottimi risultati. Era certo un po’ introversa e noi pensavamo che fosse timida. Ma eravamo lontanissimi dal pensare che soffrisse a causa della residenza alternata.
Passato lo choc, le abbiamo chiesto perché non ci avesse mai detto nulla. Lei ha affermato di aver tentato di “far passare il messaggio”, ma che noi siamo rimasti sordi e ciechi e che, d’altra parte, non spettava a lei imporre decisioni, ma spettava a noi, suoi genitori, capire che cosa provasse. Non è il caso di dirvi quanto siamo rimasti scossi. Poi abbiamo discusso molto e le abbiamo espresso il nostro rincrescimento per averle imposto quella vita nella convinzione di fare il suo bene.
Penso che le scelte che facciamo per i nostri figli siano spesso dettate dai nostri desideri di adulti e per questo sono talvolta decisioni infelici.
Spero che questa testimonianza possa apportare ancora più lumi alla vostra esperienza.
Distinti saluti.
Françoise R. ».

«Signora,
ho appreso casualmente della sua esistenza durante una trasmissione televisiva sull’affido condiviso nella quale tre madri hanno portato la propria testimonianza.
Quando i miei genitori si sono separati, non avevo ancora 3 anni (oggi ne ho 35). Hanno deciso di mettere in atto un affido condiviso per me. I miei primi ricordi sono anzitutto quelli di continui spostamenti. Ma ricordo soprattutto lo strazio che provavo ogni volta che dovevo lasciare mia madre per una settimana. Eppure lei non cessava di ripetermi che ” sarei stato bene a casa di papà e avrei fatto un sacco di cose con lui”. A forza di volermi rassicurare in questo modo, ho finito per concluderne che fosse contenta che partissi e ricordo che dopo un po’ ho smesso di esternare i miei sentimenti. Era soprattutto la nonna paterna ad occuparsi di me la settimana che trascorrevo da mio padre, affinché lui potesse rifarsi una vita. Anche mia madre si è rifatta una vita ed entrambi i miei genitori hanno avuto altri figli. Questo ha reso le cose ancora più difficili, perché ero il solo a spostarmi tutte le settimane, mentre i miei fratelli restavano sempre nella stessa casa con i genitori. Avevo l’impressione di essere uno sradicato, senza un posto dove stare.
Molti anni dopo ne ho discusso molto con mia madre. Lei mi ha spiegato perché si mostrasse così serena quando partivo: voleva che tutto andasse per il meglio e che io non mi accorgessi della sua tristezza nel vedermi partire. Eppure, malgrado le sue spiegazioni, nella mia mente è rimasta impressa l’immagine di questa mamma serena nel vedermi partire, mentre io avrei voluto che mi tenesse con sé. In sostanza, riflettendoci, ho l’impressione di non aver mai avuto né un vero padre né una vera madre. Quando mia madre è morta, ho provato dolore, ma non maggiore di quello che si prova per la morte di una tata che ci è cara. Il modo di vita che mi è stato imposto mi ha turbato profondamente. Soffro di una certa instabilità che riesco a dominare. Per contro, non riesco ad impegnarmi in una relazione per fondare una famiglia. Ecco tutto. Come ho scritto sul sito di un avvocato, se la mia esperienza alquanto infelice può servire a far riflettere alcuni, non avrò sprecato tempo nel raccontare la mia storia.
Cordialmente.
Thomas C.».

APPENDICE 2.
IL CALENDARIO DI BRAZELTON

Pag. 243-246 dell’opera di J. Phélip & M. Berger M., (2013), Divorce, séparation : les enfants sont-ils protégés ? Paris : Dunod.
Versione aggiornata al settembre 2012
Calendario di Brazelton [11]
Una prima versione rimaneggiata di questo calendario è stata presentata da M. Berger, A. Ciccone, N. Guedeney, H. Rottman nel 2004. L’esperienza quotidiana e la presa in considerazione di ricerche recenti (J. McIntosh, 2011) hanno reso necessario apportarvi qualche rimaneggiamento nel 2012.

Come proporre un dispositivo che permetta ad un bambino di beneficiare il più spesso possibile della presenza del padre senza creare contemporaneamente una discontinuità pregiudizievole nel suo rapporto con la madre? E’ evidente che questo problema si pone soltanto se il padre e la madre hanno entrambi sufficienti capacità educative. Se la madre presenta importanti disturbi della personalità che permeano il suo rapporto con il bambino (depressione grave, delirio, tossicomania, ecc.) e il padre ne è indenne, l’affido prevalente dovrebbe essere attribuito a lui. Noi proponiamo di disciplinare nel modo seguente il ritmo dei contatti nella forma di diritto graduale di trascorrere sempre più tempo con il figlio.

Uso di un calendario

E’ particolarmente indicato nelle situazioni di elevato conflitto genitoriale e mira a rispondere a un principio di precauzione concernente lo sviluppo del bambino. Questo calendario, che si ispira direttamente ai lavori di Brazelton e di Greenspan, due ricercatori e clinici conosciuti in tutto il mondo per i loro lavori sullo sviluppo psicologico del bambino piccolo, considera la situazione più frequente, nella quale è la madre la responsabile delle prime cure del figlio. Il calendario sarebbe da invertire se fosse il padre ad assumersi questo compito a causa dell’incapacità psicologica della madre. Questo calendario dovrebbe essere reso più flessibile in funzione dell’eventuale non conflittualità della coppia, della capacità del bambino di tollerare i cambiamenti, del coinvolgimento del padre nelle prime cure e del modo in cui si è occupato da solo del bambino di notte a causa, ad esempio, degli impegni professionali della moglie. E’ il motivo per cui gli autori sostengono che «nessun modello può essere adatto a tutte le famiglie». Bisogna sottolineare che questo calendario introduce un vincolo importante per la madre che non può fare vacanze troppo lunghe in luoghi lontani per non privare il bambino della presenza del padre.

Da 0 a 2 anni

E’ il periodo più complesso perché i bisogni di sicurezza e di stabilità di un lattante non sono gli stessi a 2 mesi, 8 mesi, 12 mesi. Così abbiamo introdotto lievi differenze per questo periodo rispetto al calendario iniziale di Brazelton. Inoltre, l’allattamento eventualmente in corso limita le possibilità di allontanamento dal domicilio materno. Si pone allora il problema della distanza tra i luoghi di domicilio dei genitori nel caso sia elevata. Bisogna dire chiaramente che la nostra società non è stata capace di affrontare questa questione che è sempre più frequente e di proporre soluzioni adeguate.
Il bambino potrebbe incontrare il padre due o tre volte alla settimana senza trascorrere la notte a casa sua, per due o tre ore due volte alla settimana fino all’età di 6 mesi, poi tre volte per tre ore. Due di queste mezze giornate potrebbero eventualmente essere accorpate in una sola giornata al compimento dei 12 mesi [12]. Il problema è quello del luogo di incontro nel caso di allontanamento dal domicilio: bisogna trovare un terzo non coinvolto nel conflitto nel caso in cui esista un disaccordo a proposito del luogo di accoglienza: l’incontro potrebbe avvenire nella casa dei nonni, di un amico comune, della baby sitter. Si potrebbe proporre che in seguito l’incontro possa aver luogo all’asilo nido in un locale appositamente predisposto.

Dai 2 ai 4 anni

A partire dai due anni e a condizione che il bambino abbia una buona famigliarità con la casa del padre, a queste due o tre mezze giornate si potrebbe aggiungere una notte alla settimana, senza che la separazione dalla madre oltrepassi un giorno e mezzo.

Dai 4 ai 6 anni

Il bambino potrebbe alloggiare presso il padre per un weekend di due giornate e due notti ogni 15 giorni e per una giornata una settimana su due in modo da incontrare il padre tutte le settimane. Tale giornata può prendere la forma di un pranzo o di una cena, dopo di che il bambino torna a dormire dalla madre.
A questo proposito, occorre sottolineare che una notte al martedì o al mercoledì di ogni settimana [n.d.t: i bambini francesi non vanno a scuola il mercoledì] spezzetta troppo la vita del bambino e che non è di notte che un padre crea legami con suo figlio, ma li costruisce condividendo con lui attività e momenti di discussione.
A ciò occorre aggiungere la metà delle vacanze scolastiche, senza oltrepassare la durata di quindici giorni consecutivi con il padre a condizione di mantenere contatti sufficienti e non intrusivi con la madre e viceversa.
Questo calendario è usato in caso di conflitto coniugale importante da diversi tribunali americani (King County Family Court Services, 1989 ; Spokane County Superior Court, 1996).

Un aggiustamento del calendario può essere attuato se richiesto da entrambi i genitori, ciò che li spingerebbe all’esercizio di una bigenitorialità il meno conflittuale possibile.

NOTE
[1] Il tasso di accordo è del 100% nelle separazioni consensuali, dell’84% in quelle giudiziali e del 70% per i bambini nati fuori dal matrimonio. In caso di accordo i genitori scelgono allora la residenza presso la madre nel 71% dei casi, presso il padre nel 10% dei casi e la residenza alternata nel 19% dei casi.
[2] Disturbi descritti in Berger M, Ciccone A, Guedeney N., Rottman H nel 2004
[3] Presidente del REPPEA – Rete di professionisti per la protezione dell’infanzia e dell’adolescenza.
[4] L’insieme di queste constatazioni ha condotto alla pubblicazione di due opere collettive: « Le livre noir de la résidence alternée », J. Phélip, 2005, Dunod ; et « Divorce, séparations. Les enfants sont-ils protégés ? », J. Phélip, M. Berger, 2012, Dunod
[5] Un’analisi dettagliata di questa cronologia è stata presentata da M. Berger nel corso di due colloqui su questo tema, organizzati dalla Société Française de Psychiatrie de l’Enfant e dal ramo francese dell’Associazione Mondiale di Psichiatria della Prima Infanzia. Vedi mauriceberger.net
[6] Principi metodologici auspicabili per gli studi riguardanti la residenza alternata:

Differenziare le problematiche in base alle età ( 0-2 anni, 2-5 anni, 5-12 anni, adolescenza), perché l’impatto della residenza alternata non è lo stesso a seconda del livello di sviluppo del bambino.
Effettuare, se possibile, un confronto tra tre gruppi:

  • bambini cresciuti da genitori non separati
  • bambini cresciuti da genitori separati che vivono prevalentemente da uno dei due
  • bambini cresciuti da genitori separati in residenza alternata.

Precisare i tempi effettivi dell’alternanza. La maggior parte degli studi internazionali riguardano la residenza alternata 35/65%, il che, in quantità annuale, corrisponde al «diritto di visita e di affido esteso» francese (un weekend su due, una notte l’altra settimana e la metà delle vacanze scolastiche). Benché non si tratti di un ritmo di alternanza 50/50, che è raro fuori dalla Francia e dal Belgio, si osservano già differenze significative rispetto ai bambini cresciuti in affido prevalente, ossia principalmente presso uno dei due genitori.

Valutare, con scale precise, il livello di conflittualità della coppia genitoriale, perché il conflitto influenza lo stato affettivo del bambino fin dalla più giovane età.
Se possibile, avere degli studi longitudinali che permettano di valutare i cambiamenti della modalità di affido nel tempo

Non confondere Joint Custody, che significa semplicemente “autorità genitoriale condivisa” e Joint Physical Custody, termine che riguarda il luogo di residenza e significa “affido condiviso”, generalmente ripartito secondo la scansione 30/70 (o 25/75)

Prendere in considerazione i fattori di distorsione nel reclutamento del campione. Ad esempio, nello studio di Solomon e George il 30% delle madri e il 32% dei padri contattati hanno rifiutato di partecipare. Forse si tratta del desiderio di preservare la propria intimità famigliare, ma può trattarsi anche di un “nocciolo duro”: certi genitori sono ostili a qualsiasi valutazione perché i loro figli stanno molto male.

La raccolta di queste ricerche si trova in « Parenting Plan Evaluations. Applied Research for the Family Court », 2012, Oxford University Press, 612 p.

[7] Per la descrizione della ricerca di McIntosh e colleghi dopo i 5 anni di età e quella di Smart sugli adolescenti che vivono in residenza alternata, cfr. mauriceberger.net.
[8] Nota: esistono sensibilità individuali di ciascun bambino piccolo alla separazione. Che si fa quando un bambino non sopporta la residenza alternata? Benché in queste circostanze le psicoterapie falliscano quasi sempre nel trattamento dei disturbi dei bambini di età inferiore ai 4 anni, in Francia, nella maggior parte dei casi, i magistrati non ritornano sui propri passi rivedendo la decisione iniziale quando si può supporre che all’origine dei disturbi vi sia l’affido in residenza alternata.
[9] Conflicts or due to parents : p 91
Parental cooperation
Research on divorce as well as on child welfare expertise has pointed out that a well-functioning 50/50 arrangement requires a relatively high standard of parental cooperation. To avoid the life of their common child becoming fragmented, parents need to exchange information about practical issues, to discuss matters concerning child well being, and to establish a basic level of common normative standards. Similarly, parental flexibility and generosity around the practical organisation of the living arrangement appear to be crucial for the chil’s ability to integrate
the two family lives in a harmonious way. Some divorced parents are notable to meet the minimal level of parental cooperation. This puts a strain on the children, sometimes leading to further trouble with respect to the practical aspects of their everyday life. If one parent, for instance, initiates activities for the child (e.g. extra homework, a diet, or attendance in sport), while the other parent ignores such initiatives, it becomes difficult for the child. Other children with equally shared residence are sharing the fate with other children of divorced parents (not living in 50/50 arrangements) in that their parents have fraught relationships or are even in open conflict. These children are stuck in dilemmas of loyalty or drawn into allying themselves with one parent against the other. To cope with such critical parental relationships some children exercise self censorship or refrain from talking about what is going on in the other household. They navigate through life by hiding feelings for the one parent from the other. As a result they may come to have two completely separate family lives.
p 93
” Finally, in continuation of the topic of broken families, we will draw attention to the children who spend an equal time in both parents’ households. Shared living arrangements may not be a risk factor per se, but when such arrangements are established on the basis of parental claims for ”equal shares” according to a Solomon principle, such solutions may not be in the best interests of the child”
[10] Questo calendario, pubblicato per la prima volta in « Ce qu’un enfant doit avoir », T.Brazelton, S.Greespan, 2001, Stock, p.84-86 è abitualmente presentato in modo deformato e caricaturale dalle associazioni dei padri separati. Suggeriamo al lettore di prestare attenzione alle sfumature che contiene.
[11] Si obietterà che un bambino iscritto all’asilo nido si assenta più a lungo nel corso della giornata dal domicilio della madre. Ma nel suo caso l’asilo nido tiene conto delle indicazioni del genitore affidatario nell’organizzazione del suo modo di vita e nel rispetto delle sue routines e l’affidamento avviene in modo sereno senza essere oggetto di contese, al contrario di quanto accade nel caso vi sia una situazione conflittuale fra i genitori.

BIBILOGRAFIA
Bauserman R, 2002, « Child adjustment in joint custody versus sole custody », journal of Family Psycholoy, 16, pp 91-102.
Berger M , 2009, “La résidence alternée pour les enfants de moins de trois ans : une pièce sombre”, Spirale, n° 49, pp 43-56.
Berger M, Ciccone A., Guedeney N., Rottman H, 2004, « La résidence alternée chez les enfants de moins de six ans : une situation à haut risque psychique », Devenir, vol. 16, n°3, pp. 213-228.
Bergström M., 2017, « Preschool children living in joint physical custody arrangements show less psychological symptoms than those living mostly or only with one parent », Acta Paediatrica, on lien, 7 septembre 2017
Guedeney N. 2011, « l’attachement un lien vital », Yapaka.be.
Fabricius W., Suh G.W. 2017, « Should infants and toddlers have frequent overnight parenting time with fathers ? The policy debate and new data », Psychology, Public Policy, and law, février, pp. 68-84.
Izard E., 2009, « Troubles psychiques observés chez les enfants vivant en résidence alternée non conflictuelle », Revue de neuropsychiatrie de l’enfance et de l’adolescence, 57, pp. 167-245.
Izard E., 2012, Troubles psychiques observés chez les enfants in J. Phelib & M. Berger, Divorce, séparation : les enfants sont-ils protégés ? Paris, Dunod, pp 77-102.
McIntosh J., Smyth B., Kelaher M. 2010, « Post-separation parenting arrangements and developmental outcomes for infants and children. https://www.ag.gov.au/FamiliesAndMarriage/Families/FamilyViolence… · Fichier PDF
Nielsen L., 2011, « Shared parenting after divorce : a review of shared residential parenting research, Journal of divorce and remarriage, 52, p.586-609.
Nielsen L., 2017, « Re-examining the research on parental conflict, coparenting, and custody arrangements », Psychology, Public Policy, and Law, vol.23, n°2, pp. 211-231.
Phélip J. 2006, Le livre noir de la garde alternée, Paris, Dunod.
Phélip J., Berger M. 2012, Divorce, séparation : les enfants sont-ils protégés ? Paris, Dunod.
Lévy-Soussan P., (2006). « Résidence alternée : risque de maltraitance au nom de l’enfant » in J. Phélip , Le Livre noir de la garde alternée, Paris, Dunod, pp. 123-131.
Rottman H. (2006). « Le syndrome de Salomon », in J. Phélip Le Livre noir de la garde alternée, Paros, Dunod, pp. 114-121.
Schiratzki J. 2009. « Custody of children in Sweden. Recent Developments », Stockholm Institute for Scandivavian Law.
Solomon J., George C., 1999, « The effects on attachment of overnight visitation in divorced and separated familles », Attachment and Human Development, 1, pp. 243-264.
Solomon J., George C. (1999), « The development of attachment in separated and divorced families. Effects of overnight visitation, parent and couple variables », Attachement and Human Development, 1, pp. 2-33.
Tornello S.L. and coll,2013, “Overnight custody arrangements, attachment, and adjustment among very young children”, Journal of Marriage and Family, 75, pp. 871-885

Pubblicato in affido e alienazione genitoriale, politica, riflessioni, scienza, società | Contrassegnato , | 5 commenti

Particelle per la giustizia

Una traduzione da Statement on a Recent Talk at CERN

La dichiarazione è basata su eventi ampiamente riportati, diapositive rese pubbliche e resoconti di testimoni oculari. Tutti gli autori e i firmatari rappresentano se stessi e non le loro istituzioni.

Venerdì 28 settembre 2018, al CERN, è stato tenuto un discorso da Alessandro Strumia, noto teorico delle particelle che è professore di fisica all’Università di Pisa e attualmente associato al dipartimento di teoria del CERN. In questo discorso ha sostenuto che la  principale motivazione delle discrepanze tra uomini e donne nella fisica teorica è che le donne sono intrinsecamente meno capaci. In quanto fisici delle particelle, siamo sconvolti dalle azioni di Strumia e dalle opinioni da lui espresse sulle donne nella fisica delle alte energie.

Qui scriviamo innanzitutto per affermare con la massima fermezza che l’umanità di qualsiasi individuo, a prescindere da razza, etnia, identità ed espressione di genere, religione, disabilità o orientamento sessuale, non è in discussione. La fisica e la scienza fanno parte dell’eredità condivisa da tutte le persone, così come l’arte, la musica e la letteratura, e dovremmo cercare di garantire a tutti l’opportunità di diventare uno scienziato. La questione della discriminazione basata sugli stereotipi è morale e scriviamo per affermare che la discriminazione non è una caratteristica benvenuta del nostro campo, per quanto possa essere pervasiva. È chiaro che il nostro ambiente sociale influisce sulla partecipazione di persone tradizionalmente emarginate e che gli studi sulle donne e di genere, gli studi scientifici e sociali, la ricerca sulla didattica della fisica, l’antropologia, la sociologia, la filosofia e i black studies hanno avuto molto da dire nel corso degli anni su come opera questa emarginazione. La sottile patina di rigore scientifico con cui il discorso di Strumia è iniziato si è poi trasformata in aperta discriminazione e attacchi personali, che condanniamo incondizionatamente.

In secondo luogo, scriviamo per affermare con forza che la nostra opinione è che le argomentazioni scientifiche presentate da Strumia siano del tutto fallaci. È chiaro a tutti noi che Strumia non è un esperto di questi argomenti e sta abusando delle sue credenziali di fisico per accreditarsi come tale. Inoltre, coloro tra noi che hanno familiarità con la letteratura pertinente sanno che le conclusioni di Strumia sono in netto disaccordo con quelle degli esperti. L’errore basilare in cui spesso è incorso è confondere la correlazione con la causalità, e se ha sostenuto di poter dimostrare che non esiste discriminazione contro le donne, i suoi argomenti erano radicati in una lettura parziale e faziosa dei dati disponibili, al punto da promuovere proprio una prospettiva prevenuta contro le donne. L’origine e la validità dei dati che ha presentato non è ancora stata confermata, ma prendendo quei dati per buoni, ci sono ovvie spiegazioni alternative offerte dalle discipline summenzionate che non sono state prese in considerazione e che sono in contraddizione con le sue conclusioni. Ecco alcuni esempi, nell’ordine in cui appaiono nella presentazione:

  1. Strumia sostiene che la massiccia presenza di donne nelle discipline umanistiche prova che non siano discriminate nel mondo scientifico, presumibilmente perché la distinzione fra giusto e sbagliato è “meno chiara” nelle scienze umane, e quindi sarebbe più facile discriminarle. Oltre all’arroganza accademica di questo argomento, non fa alcun tentativo di controllare l’ovvia alternativa, ovvero che ci sono meno donne nell’ambiente scientifico a causa dell’ostilità e della discriminazione sistemiche. La presenza di tale ostilità e discriminazione è stata ben documentata, per esempio vedi  Hodari et al. (1), Johnson et al. (2), e il recente rapporto NASEM (3) sulle molestie sessuali nelle scienze accademiche, ingegneria e medicina.
  2. Strumia sostiene che, poiché le donne sono maggiormente rappresentate nella fisica teorica in paesi in cui la discriminazione è più sfacciatamente istituzionalizzata, il fatto che ci siano poche fisiche non ha nulla a che fare con la discriminazione. Questa affermazione ignora le differenze culturali e anche la possibilità che le donne in quei paesi abbiano meno possibilità di carriera al di fuori del mondo accademico. Senza controllare queste variabili, qualsiasi tentativo di trarre conclusioni non ha senso.
  3. Strumia sostiene che, dal momento che uomini e donne citano più o meno le stesse ricerche con la stessa frequenza, gli uomini non discriminano le donne. Tuttavia, la scelta dei riferimenti è soggetta a pregiudizi inconsci oltre alla discriminazione consapevole. Tale pregiudizio inconscio si trova spesso a livelli simili (4) sia negli uomini che nelle donne. Anche senza considerare questo aspetto, questo dato può suggerire al massimo che gli scienziati maschi e femmine sono ugualmente in grado di identificare i documenti più citati nel loro campo, e come discutiamo qui sotto il conteggio delle citazioni non ci dice nulla della qualità dei lavori citati.
  4. Strumia sostiene che, dal momento che i documenti più citati sono prodotti dagli uomini, gli uomini sono intrinsecamente più bravi in ​​fisica. Tra l’abilità intrinseca e il conteggio delle citazioni, tuttavia, vi è l’enorme e complicato processo di formazione, assunzione e percezione dei fisici. Anche a livello di personale docente, la discriminazione può ancora svolgere un ruolo importante (come ad esempio lo squilibrio nel tempo di assegnazione del telescopio alle ricercatrici (5)). Senza una comprensione approfondita di questi processi, è impossibile concludere qualcosa sulle capacità innate delle persone.
  5. Strumia si lamenta di non essere stato assunto per una posizione per cui è stata assunta una donna, nonostante abbia un numero maggiore di citazioni rispetto a lei. Ha persino paragonato il numero di citazioni che lo riguardano a quello di un membro (femminile) del comitato di ricerca per questo lavoro. Questa informazione è sicuramente utile per comprendere le ragioni psicologiche del discorso di Strumia, ma non è un’indicazione dell’ingiustizia nel processo di assunzione. Infatti le citazioni si accumulano per tanti tipi di ragioni, alcune lodevoli e altre no, e il loro uso per valutare la qualità scientifica è molto problematico; qualsiasi responsabile processo di assunzione prenderà in considerazione molto più del conteggio delle semplici citazioni, soprattutto per un ruolo di gestione, come nel caso della posizione in questione. Come esempio della non appropriatezza delle citazioni come strumento di valutazione, quasi 1/3 delle citazioni di Strumia derivano dall’essere uno dei migliaia di autori citati nell’articolo sulla scoperta del bosone di Higgs, a proposito del quale possiamo tranquillamente concludere che il suo contributo (come teorico in una collaborazione sperimentale) è stato modesto. Centinaia di altre citazioni provengono da articoli sulla fluttuazione statisticamente insignificante 750 GeV al CERN, scomparsa una volta che i dati sono stai integrati. In quanto fisici, siamo abituati a un dibattito vigoroso e spesso acceso su idee e teorie, ma il fatto che Strumia abbia colto l’opportunità per attaccare personalmente gli scienziati attivi nel migliorare la situazione delle minoranze e delle donne nella fisica, al di là dell’apparente gelosia per il fatto che siano stati loro offerti lavori per i quali egli aveva fatto domanda, è deplorevole e inaccettabile.
  6. Strumia sostiene che il numero di citazioni per le donne aumenti più lentamente rispetto quello degli uomini man mano che le loro carriere progrediscono e che questo costituisca una prova [dell’intrinseca superiorità maschile]. I suoi numeri tuttavia non tengono conto di molti fattori, comprese le aspettative sociali che possono avere come conseguenza il fatto che le donne assumano più spesso degli uomini il ruolo di caregiver primario a casa o assumano ruoli nei dipartimenti nelle prime fasi della carriera. In effetti, queste ipotesi potrebbero adattarsi meglio ai suoi dati rispetto alla conclusione che le donne siano inferiori, visto che il declino di cui parla non inizierebbe prima del livello post-dottorato.
  7. Strumia sostiene che il premio Nobel di Marie Curie è una prova contro la discriminazione. Lodare un individuo eccezionale non esclude l’oppressione di migliaia di altri. Inoltre, va notato che Marie Curie ha affrontato la resistenza xenofoba e sessista al suo lavoro sia durante le sue ricerche che durante il processo di ricezione del Premio Nobel. Il suo successo, nonostante questa resistenza, è eroico e ammirevole, e non un esempio di come le donne siano accolte a braccia aperte dalla comunità come invece suggerisce Strumia. Inoltre ci sono almeno quattro donne il cui lavoro è rilevante per la fisica delle particelle che sono universalmente considerate meritevoli del premio Nobel ma che non lo hanno ricevuto, in alcuni casi anche se i loro colleghi maschi lo hanno ricevuto: Chien-Shiung Wu, Vera Rubin, Lise Meitner e Jocelyn Bell Burnell. Mentre siamo contenti di vedere i successi della Prof. Strickland riconosciuti quest’anno, un intervallo di 55 anni dall’ultima donna che ha vinto il Premio Nobel per la Fisica non suggerisce che le donne nel nostro campo non debbano affrontare ostacoli  al successo. I casi ben noti in cui le conquiste delle donne non sono state formalmente riconosciute suggeriscono che omissioni simili potrebbero verificarsi a tutti i livelli e forniscono un’altra ragione plausibile del differenziale nelle citazioni precedentemente discusse.
  8. Strumia sostiene che in realtà sono gli uomini a subire discriminazioni, dal momento che sono più propensi a servire nelle guerre e ad essere usati nel lavoro forzato. Mentre molte persone di talento di tutti i generi affrontano ancora ostacoli a causa di guerre e conflitti, queste preoccupazioni non fanno parte dell’esperienza della maggior parte dei fisici maschi bianchi nati e cresciuti in Europa o in Nord America in questo momento storico. Egli menziona erroneamente la convenzione di Istanbul sostenendo che affermi che gli uomini non possono essere discriminati, quando il testo in realtà dice “le misure speciali necessarie per prevenire e proteggere le donne dalla violenza di genere non devono essere considerate discriminazioni ai sensi della presente Convenzione”. (Convenzione di Istanbul, capo 1, articolo 4, paragrafo 4)

In definitiva, stabilire legami di causa ed effetto è difficile e richiede studi accuratamente concepiti. Estrarre dati post facto per rispondere a queste domande è un modo per giungere a conclusioni errate basate su correlazioni fraintese.

Oltre a queste carenze scientifiche, ribadiamo che gli argomenti di Strumia sono moralmente riprovevoli. Sminuire l’abilità e delegittimare scienziati di colore e donne bianche usando deboli pretesti è vergognoso, e rivela un profondo disprezzo per più della metà dell’umanità, disprezzo che proviene chiaramente da una fonte diversa dalla logica scientifica. Questo innalzerà gli ostacoli che le donne e le minoranze di genere, così come gli uomini di comunità tradizionalmente sottorappresentate, affrontano quotidianamente. Ciò vale soprattutto per le persone su cui Strumia esercita un’influenza professionale, ad esempio scrivendo lettere di raccomandazione e prendendo decisioni di assunzione.

Infine, vorremmo anche sottolineare quanto gravemente immorale sia fornire una falsa immagine del proprio discorso agli organizzatori del workshop per poi promuovere idee agli antipodi al workshop stesso. Attaccare personalmente una delle organizzatrici durante il discorso è ancora peggio. Speriamo che i colleghi e i superiori di Strumia prendano in considerazione questi argomenti in tutte le future decisioni che lo riguarderanno. Speriamo anche che l’intera comunità abbia imparato da questo incidente che gli oratori in seminari sul genere – o altre identità ascritte – in fisica dovrebbero includere esperti riconosciuti, con un curriculum appropriato sull’argomento in questione, i quali dovrebbero essere chiamati a fornire suggerimenti sull’organizzazione dell’evento. Oltre ad altre discipline, la fisica e l’astronomia ospitano molti esperti interni di sociologia e filosofia della fisica (ad esempio (7), (8), (9), (10), (11), (12), (13), (14), (15), (16)). Questo momento ci ricorda di prestare attenzione al loro lavoro.

Accogliamo con favore le firme e il supporto di altri ricercatori, fisici e astronomi al di fuori della fisica delle alte energie, nonché accademici di altre discipline. Il tuo nome e affiliazione saranno elencati nel sito sottostante.

Pubblicato in attualità, in the spider's web, riflessioni, scienza, società | Contrassegnato , , , , | 100 commenti

Perché gli uomini non credono alla discriminazione delle donne nella scienza

Una traduzione da “Why Men Don’t Believe the Data on Gender Bias in Science“, di Alison Coil

L’ingegnere di Google James Damore ha pubblicato un trattato sulle differenze di genere in una bacheca aziendale interna e successivamente è stato licenziato. Il memo ha infiammato un dibattito sulla discriminazione sessuale nella Silicon Valley; a questo evento sono seguiti mesi di rapporti sulle accuse di molestie a Uber e altrove. La discriminazione sessuale, le molestie nel settore tecnologico e nell’ambiente scientifico in generale, sono uno dei motivi per cui le donne abbandonano il campo. A livello nazionale, da tempo ci si preoccupa del perché le donne siano sottorappresentate nello STEM (acronimo  di scienza, tecnologia, ingegneria e matematica), il che ha portato a richieste di maggiori tutele, migliori politiche in materia di congedo familiare e workshop progettati per insegnare alle donne come negoziare come gli uomini.

Il mese scorso tre ricercatrici del Salk Institute for Biological Studies di La Jolla hanno intentato delle cause legali per denunciare discriminazioni di genere di lungo corso; le denunce sostengono che le donne non hanno pari accesso ai finanziamenti e alle promozioni interne. Queste cause mettono in luce la vera ragione della mancanza di donne nella scienza: i leader nel campo – uomini e talvolta donne – semplicemente non credono che le donne siano brave a fare scienza.

Una imponente mole di ricerca sociologica mostra studio dopo studio che le donne nella scienza sono considerate inferiori agli uomini e sono considerate meno capaci quando svolgono lavori simili o addirittura identici. Questa svalutazione sistemica delle donne si traduce in una serie di conseguenze concrete: lettere di raccomandazione più brevi e con meno apprezzamenti; un minor numero di assegni di ricerca, premi e inviti a parlare alle conferenze; e tassi di citazione più bassi per il loro lavoro. Una tale ampia svalutazione del lavoro delle donne rende più difficile per loro progredire sul campo.

Uno dei primi studi ha esaminato le domande per borse di studio postdottorato nelle scienze biomediche e ha rilevato che le donne dovevano essere 2,5 volte più produttive degli uomini affinché venisse loro riconosciuta la stessa competenza scientifica dagli coloro che valutavano le loro richieste. Gli autori hanno concluso: “Il nostro studio suggerisce che la peer-review non giudica il merito scientifico indipendentemente dal genere. I risultati maschili vengono sopravvalutati, mentre le  prestazioni femminili sottovalutate.” Lo studio rileva che “le dimensioni del fenomeno che abbiamo osservato … potrebbe interamente spiegare il minore tasso di successo della donna rispetto ai ricercatori maschi nel raggiungimento di un rango accademico elevato“.

Uno studio più recente ha dimostrato che le facoltà di scienze nelle università ad alta intensità di ricerca avevano più probabilità di assumere un direttore di laboratorio maschio, di fargli da mentore, pagarlo di più e valutarlo come più competente di una candidata con lo stesso curriculum. Un altro studio ha rilevato che i docenti rispondono più spesso alle e-mail se sono firmate da potenziali studenti di dottorato di sesso maschile piuttosto che a quelle firmate da studentesse, dimostrando che gli uomini sono favoriti dai professori. Queste sono solo alcune delle centinaia di studi peer-reviewed che mostrano chiaramente che, in media, l’asticella viene posta più in alto per le donne nella scienza.

Data l’enorme quantità di dati a supporto di questi risultati, e dato il campo in questione, si potrebbe pensare che gli scienziati maschi siano propensi ad utilizzare questi risultati per creare una maggiore parità di condizioni. Ma un recente studio ha mostrato che gli uomini che lavorano in ambito STEM hanno apprezzato la qualità  di quelle ricerche che attestano un basso livello di discriminazione di genere, mentre gli accademici maschi preferivano le false ricerche, cioè progettate appositamente per gli scopi dello studio in questione, che pretendevano che non esiste tale pregiudizio.

Perché gli scienziati sottovalutano la ricerca e i dati che produce? I primi ad accettare ciò che la ricerca sottoposta a peer-review mostra costantemente e ad usarlo per migliorare la situazione, dovrebbero essere proprio gli scienziati.

Ma è proprio perché sono scienziati che non vogliono credere a questi studi.

Si ritiene che gli scienziati dovrebbero essere obiettivi, in grado di valutare dati e risultati senza essere influenzati da emozioni o pregiudizi. Questo è un principio fondamentale della scienza. Ciò che questa vasta letteratura mostra, invece, è che gli scienziati sono persone soggette alle stesse norme e pregiudizi del resto della società. Il sessismo e il razzismo evidenti ogni giorno in questo paese esistono anche all’interno dei confini della scienza. Gli scienziati non sono così obiettivi come pensano di essere. E questa scoperta è estremamente destabilizzante per qualcuno la cui intera carriera è stata fondata sulla fiducia nell’oggettività umana.

Ancora più perniciosa, tuttavia, è la comprensione che risulta dalla lettura di questi studi, ovvero la consapevolezza che coloro che sono riusciti nella scienza (e in molti campi – le implicazioni vanno ben oltre la scienza) non lo hanno fatto interamente a causa del loro innato splendore. Statisticamente parlando, l’essere maschio ti da automaticamente una marcia in più. E nessuno vuole credere di aver raggiunto il successo in virtù del proprio genere o etni, anche se questi fattori hanno influito solo in minima parte. Vogliamo tutti fortemente credere che meritiamo pienamente il successo e i riconoscimenti che abbiamo ricevuto.

E questo è uno dei motivi principali per cui non c’è un maggior numero di donne nella scienza. Mentre le molestie sessuali sono certamente un problema, dobbiamo guardare più in profondità al pregiudizio di genere. Quelle donne che arrivano ai gradi più alti vengono spesso informate che è stato loro concesso quel lavoro o quel premio solo perché sono donne, il che implicherebbe che si ammettono donne meno meritevoli semplicemente per aumentare il loro numero. Ma in realtà la ricerca dimostra che molte delle donne nella scienza devono essere più capaci degli uomini, solo per essere ammesse come loro pari.

E chi lo vuole ammettere?

Pubblicato in attualità, riflessioni, scienza, società | Contrassegnato , | 52 commenti

Il denaro e il potere

La notizia è rimbalzata su tutti i quotidiani:

“Si chiama Sir Benjamin Slade, vanta di titoli nobiliari e ha antenati in comune con l’attuale famiglia reale britannica. Vanta di un patrimonio milionario (in sterline) e da qualche tempo sta dominando l’informazione d’Oltremanica.” ci racconta Repubblica; a 72 anni suonati, Sir Blade “cerca moglie per avere un erede“, scrive Il Fatto Quotidiano. Il baronetto, che promette alla sua futura sposa “un fisso annuale superiore al milione di euro” (il Messaggero) ha precisato: “Ogni cosa riguarda gli affari, anche sposarsi lo è. Vorrei una donna intelligente, magari con capacità gestionali, perché così saprei a chi affidare le grandi responsabilità in futuro e farei un affare doppio”, (The Post Internazionale), e ha aggiunto: “Prima volevo solo una che mi facesse un paio di figli e via. Adesso offro cene romantiche, viaggi in località esotiche, le mie carte di credito che la prescelta potrà usare come vuole, e naturalmente il mio cuore. Credo andrà meglio così” (Quotidiano.net).

Slade cerca moglie da diverso tempo: già lo scorso anno le sue bizzarre richieste (“Deve essere una donna in età fertile, ma non una ragazzina, quindi deve avere tra i 30 e i 40 anni. Inoltre, non deve essere alta più di un metro e 65 centimetri… deve avere anche il porto d’armi e la licenza da pilota di elicotteri, oltre ad accettare di vivere in un castello costruito nel XIII secolo ed essere una buona casalinga e “allevatrice” di bambini”) spopolavano sui tabloid inglesi, ma a quanto pare l’arzillo nobiluomo fatica a trovare una fattrice di suo gusto.

In questi giorni spopola nel web un video che ha sollevato non poche polemiche, soprattutto su facebook, al punto che l’autore ha sentito il bisogno di difendere le sue buone intenzioni: lui voleva strapparci una risata, “diffondere positività“, nonché farci riflettere su quanto siamo “moralisti”. Perché, in fondo, corrisponde a verità il fatto che l’italiano medio la pensi proprio come Sir Benjamin Slade, solo che ha meno denaro da investire.

In breve, un riassuntino: un giovanotto riaccompagna a casa una ragazza dopo una serata trascorsa insieme. Lei è preoccupata perché ha capito che lui vorrebbe proseguire la serata nel suo appartamento e non sa come comunicargli che non lo inviterà a salire. Tuttavia, visto che lui proprio non le piace, decide di salutarlo con un bacio sulla guancia e  sgusciare fuori dall’auto inventando improbabili impegni. A questo punto compare una scritta: quello che vedremo da questo momento in poi è ciò che lui vorrebbe dirle. Quello che segue è un elenco dettagliato delle spese che il giovane si è accollato nel corso della serata: la benzina, la cena, il costo del parcheggio, per non parlare del fatto che, nella speranza di invogliarla a fare sesso, ha accettato di mangiare cose che non gli piacciono e vedere un film che non gli interessava: il fatto che lei non voglia ripagarlo neanche con un pompino è semplicemente vergognoso. Al ragazzo manca il coraggio di verbalizzare il suo sconforto e riparte deluso verso casa imprecando fra sé e sé e rimpiangendo di non aver optato per una visita ad una prostituta. L’auto si ferma e compare proprio una prostituta, che gli offre del sesso per una somma di molto inferiore alle spese sostenute nel corso della serata. Quando scopre che può permettersi l’agognata scopata, lui sorride felice e soddisfatto.

Potremmo dire che la morale della vicenda è uno dei motti preferiti dei “viaggiatori della gnocca” (gli screenshot sono tratti dal sito gnoccatravels.com):

Le donne sono tutte “diversamente puttane“: a cambiare è solo il prezzo.

Da preferire sono quelle “non ipocrite”, ovvero le donne che chiariscono in anticipo la loro tariffa e il servizio che le corrisponde, e che sono abbastanza oneste da onorare il “contratto” stipulato.

Molti dei fan del video (uomini e donne) concordano: una donna perbene, se non ha intenzione di scopare, non accetta che il cliente paghi la cena! Le cene si offrono ai parenti, agli amici, non alle donne.

Le donne debbono sapere che se lui paga la cena, è solo per avere qualcosa in cambio.

Comunque, quello che riesce a risparmiare è il più “uomo” di tutti.

Come ha cercato di spiegare Paola Tabet col suo lavoro sullo scambio sessuo-economico, la prostituzione in senso stretto è solo una delle forme che assume “l’insieme delle relazioni tra uomini e donne che implicano una transazione economica”.

Sebbene, ci dice Tabet, nella nostra società “transazioni economiche e relazioni intime sono generalmente considerate come incompatibili, farebbero parte di mondi inconciliabili, hostile worlds”, la realtà è che non esiste nessuna “scissione tra una sessualità legittima (per la quale si nega che esista lo scambio) e le altre relazioni”, bensì un continuum, “cioè una serie variabile d’elementi comuni alle diverse relazioni e insieme una serie di elementi che le differenziano”; lo scambio sessuo-economico è una “Una transazione nella quale sonole donne che forniscono servizi  (variabili ma comprendenti un’accessibilità sessuale, un servizio sessuale) e gli uomini a dare un compenso più o meno esplicito per questi servizi. Il compenso è  di tipo e valore variabile: si va dal nome allo status sociale, o al prestigio, a regali o infine al pagamento diretto in denaro. Abbiamo così un insieme di relazioni che vanno dal matrimonio alla prostituzione, con forme di rapporto assai diverse, comprese tra questi due estremi.”

Oltre a quelli che ostinatamente negano l’esistenza di questo fenomeno, c’è anche chi ammette candidamenteche il sesso è il capitale delle donne, la loro terra, e che le donne lo devono ben utilizzare“.

Affinché le donne dipendano dall’utilizzo di questo “capitale”, è necessario che siano impedite nella ricerca di altri modi per migliorare la qualità della loro vita; ecco perché, da sempre, la società patriarcale le relega ai margini del mondo del lavoro, nel contempo caricandole del grosso di tutto il lavoro non retribuito.

Non solo: il ruolo della donna nello scambio sessuo-economico è dipinto come una posizione di privilegio rispetto a quella dell’uomo che gestisce il denaro e il potere.

Le donne possono negare il loro “capitale”, ci dice questo commentatore, ed è questo che le pone in una posizione di privilegio rispetto all’acquirente.

Anche se io ho forti resistenze ad accettare questa lettura del fenomeno, soprattutto alla luce di un Sir Benjamin Slade che, a 72 anni suonati, si lamenta di candidate “oltre la data di scadenza” (il suo patrimonio non scade, ovviamente), o di questo commento, che accenna al fatto che ci sono svariati metodi per far valere i propri diritti sul corpo delle donne, nel caso gli scontrini non dovessero bastare:

Per rispondere all’autore del video: si, è vero, questa storiella offre un quadro piuttosto realistico della realtà, ma non è così divertente.

Ultimamente si discute molto della “libertà” di scelta, soprattutto in relazione al cosiddetto “sex work”: le donne dovrebbero essere libere di prostituirsi, ci dicono.

Quando leggo certe cose a me sembra che quella che manca alle donne, piuttosto, è la possibilità di scegliere di non farlo.

Pubblicato in attualità, riflessioni, società | Contrassegnato , , , , , , , , | 393 commenti