Violenza sugli uomini e antifemminismo

Ed è già una fortuna che le donne non riescano più spesso ad esercitare il loro potere, perché, in caso contrario, noi non saremmo in grado di resistere: basta che esse mostrino il più lieve interessamento, e gli uomini cadono tutti alle loro ginocchia, anche se esse sono vecchie e brutte. Questa è per me una verità positiva: una donna, quando non sia addirittura gobba, se le si presenta l’occasione può sposare chi vuole. Ci affrettiamo ad aggiungere, però, che esse, in genere, sono come i buoi nei campi: non si rendono conto della loro forza, altrimenti saremmo fritti. (da “La fiera delle vanità”, di William Makepeace Thackeray)

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Uno dei cavalli di battaglia di chi vorrebbe silenziare le voci che sempre più numerose e agguerrite si levano per denunciare la violenza sistemica e strutturale contro le donne è: “ma anche le donne sono violente!

Come se questo fatto, ovvero che esistano dei soggetti di sesso femminile che si servono della violenza per raggiungere i loro obiettivi, fosse mai stato messo in discussione da qualcuno.

Ieri Libero se ne è uscito con un titolone ad effetto:

libero

A colpirmi innanzi tutto è stata l’espressione “dettagli horror”, anche perché perché nell’articolo non c’è nessun “dettaglio horror”.

Se penso a “dettagli horror”, mi vengono in mente alcuni fatti di cronaca, ad esempio il brutale omicidio di Lucia Perez, oppure la feroce aggressione di una studentessa indiana del 2012, della quale potete leggere i particolari più cruenti qui, giusto per darvi un’idea di cosa io intendo quando uso la parola “horror”.

In merito allo stupro e omicidio della ventitreenne indiana, “colpevole” di essere andata al cinema la sera con il suo fidanzato e di aver deciso di tornarsene con lui a casa in autobus, vi consiglio di approfondire leggendo le considerazioni di Mukesh Singh, l’autista del bus:

“Una ragazza decente non se ne va in giro alle nove di sera. Una donna è molto più responsabile di uno stupro di quanto lo sia un uomo”.

I lavori di casa sono per le ragazze, non andarsene in giro per discoteche e bar durante la notte a fare cose sbagliate, indossando vestiti sconci. Solo il 20% delle ragazze si comporta in modo corretto.

Le persone “hanno il dovere di dare a queste ragazze una lezione”.

Quando vengono violentate, non dovrebbero ribellarsi. Dovrebbero solo stare in silenzio e accettare lo stupro, così quei ragazzi sarebbero scesi dal bus subito dopo averla violentata e avrebbero picchiato solo il ragazzo”.

La pena di morte non farà altro che rendere le cose più pericolose per le ragazze. Adesso, quando gli uomini violenteranno, non lasceranno la ragazza come facemmo noi. La uccideranno. Prima, avrebbero violentato e poi detto “lasciala andare, non lo dirà a nessuno”. Adesso quando violenteranno, specialmente i tipi criminali, uccideranno la ragazza. Morta.

Ma c’è anche un altro episodio che mi torna alla memoria, se penso ai dettagli horror, ed è lo stupro di un ragazzino di 14 anni avvenuto con un compressore.

Una violenza per la quale Vincenzo Iacolare, 24 anni, è stato condannato a 12 anni di prigione e 200.000 euro di risarcimento.

Di vicende analoghe a queste non troverete traccia nell’articolo di Libero, che invece cita il lavoro di Lara Stample, professoressa di diritto alla UCLA (University of California), del quale vi fornisco il link.

Il titolo della sua ricerca è “La vittimizzazione sessuale degli uomini in America: i nuovi dati sfidano le vecchie ipotesi”, e l’ipotesi contro la quale si scaglia Stample è questa:

“men rarely experience sexual victimization”

 ovvero “raramente gli uomini sono vittime di violenza sessuale”.

Stample, all’inizio del suo articolo, cita The National Intimate Partner and Sexual Violence Survey – 2010 Summary Report Prevention per affermare che

“men and women had a similar prevalence of nonconsensual sex”.

A tale proposito vorrei consigliarvi il lavoro svolto da un altro blog, che ha analizzato nel dettaglio il report:

Le donne sono violente tanto quanto gli uomini? Falso!

Le donne sono violente tanto quanto gli uomini? Falso! (Parte 2)

Le donne sono violente tanto quanto gli uomini? Falso! (Parte 3)

Le donne sono violente tanto quanto gli uomini? Falso! (Parte 4-fine)

Ci dice la blogger:

Quello che possiamo concludere dall’analisi dei dati relativi allo stupro e alle violenze sessuali è che:
esse sono compiute, con una predominanza schiacciante (>90%), da uomini, sia su uomini che su donne;
– le vittime uomini sono molte meno delle vittime donne (non che sia una gara, ma è intellettualmente disonesto affermare il contrario): 18,3% contro 1,4%;
– le vittime uomini sono in maggioranza bambini di età fino a 10 anni (27,8%), mentre la fetta più grossa di vittime donne sono giovani fra i 18 e i 24 (37,4%).

Non possiamo non notare una apparente discrepanza fra le conclusioni cui giunge Lara Stample, (non c’è grande differenza fra il numero di donne e il numero di uomini che subiscono sesso non consensuale) e le conclusioni della blogger (la maggior parte delle vittime di violenza sessuale è di sesso femminile).

Da cosa dipende?

Vi rimando ad un altro articolo che cita il lavoro della Stemple, pubblicato su Vice, nel quale leggiamo:

Il nuovo studio di Stemple, con la sua inclusività, interpreta gli ultimi sondaggi dei CDC facendo notare che il 68,6 percento di uomini che dicono di essere stati vittima di violenze sessuali parlano di stupratrici donne. E, tra gli uomini che dichiarano di essere stati costretti alla penetrazione—”la forma di rapporto non consensuale che gli uomini hanno più probabilità di esperire nell’arco della loro vita,” secondo lo studio—il 79,2 percento fa riferimento a donne.

Vediamo invece cosa dice la blogger de Il Ragno in proposito:

nella categoria sexual violence sono elecate una serie di sottocategorie; se osservate la prima tabella, noterete una prima suddivisione in due macrosottocategorie, “rape” e “other sexual violence”, le quali a loro volta si suddividono in atti specifici – la penetrazione rientra nella categoria “rape”, mentre “essere forzati a penetrare qualcuno” rientra nella categoria “altre violenze sessuali”. Veniamo ai dati, cito testualmente:

La maggioranza delle vittime di stupro uomini (93,3%) ha riportato di essere stato stuprato solo da perpetratori uomini [si sta parlando della categoria “rape”]. Per tre delle altre forme di violenza sessuale [si sta parlando della categoria “other sexual violence”] la maggioranza delle vittime uomini ha riportato solo perpetratori donne: essere forzati a penetrare qualcuno (79,2%), coercizione sessuale (83,6%) e contatti sessuali non consensuali (53,1%). Per le molestie sessuali senza contatto, circa metà delle vittime uomini (49%) ha riportato solo perpetratori uomini e più di 1/3 (37,7%) solo perpetratori donne.

Le sottocategorie della violenza sessuale sono in totale 7, sia per gli uomini, sia per le donne. La prevalenza di donne perpetratrici di violenza sessuale sugli uomini risulta in 3 categorie su 7: essere forzati a penetrare qualcuno, coerzione sessuale e contatti sessuali non desiderati

Avete a disposizione le tabelle, con i numeri delle vittime.

Io ho fatto un po’ di somme, una stima molto approssimativa, spero mi perdonerete e vorrete integrare correggendomi, nel caso aveste voglia di fare un lavoro più accurato.

Vittime donne delle 7 categorie: 75.014.000; vittime uomini della categoria “rape”: 1.581.000. Totale: 76.595.000. Per tutte queste vittime la prevalenza (non la totalità) dei perpetratori è di sesso maschile.

Vittime uomini delle 3 categorie nelle quali prevalgono (prevalgono, non sono la totalità) le donne nel ruolo di perpetratrici della violenza: 25.553.000.

Ribadisco, è molto approssimativo il mio lavoro, perché non ho tempo né voglia di fare una cosa precisa calcolando tutte le percentuali ecc. Però volevo darvi almeno un’idea del perché normalmente si scrive che la maggioranza dei perpetratori di violenze sessuali è di sesso maschile e la maggioranza delle vittime è di sesso femminile.

Non è una questione di “stereotipi” o di “pregiudizi”, è solo una questione di numeri.

Stample, però, da tutti questi numeri estrapola una serie di dati dai quali giunge a determinate conclusioni: quando la violenza sessuale riguarda i maschi, questa viene sottovalutata (e quando riguarda le donne invece?), e solo perché la violenza subita non consiste nell’essere penetrati, ma rientra nella categoria “Other sexual violence”, “altre tipologie di violenza sessuale”.

Scrive Stample:

some federal agencies use outdated definitions and categories of sexual victimization. This has entailed the prioritization of the types of harm women are more likely to experience as well as the exclusion of men from the definition of rape.

Detta così sembra quasi che le “datate definizioni e categorie di vittimizzazione sessuale” siano funzionali ad escludere gli uomini dalle statistiche sulla violenza sessuale.

Ma se riflettiamo sul fatto che chi parla di stupro solo come penetrazione non esclude soltanto gli uomini che subiscono “other sexual violence” (25.130.000), ma anche tutte le donne che subiscono questo genere di violenza (53.174.300), ci rendiamo conto che non ci troviamo nel bel mezzo di un complotto volto ad oscurare il fenomeno della violenza delle donne sugli uomini, soprattutto perché questa sottocategoria di abusi sessuali è quella che miete più vittime non solo fra gli uomini, ma anche fra le donne.

Secondo Stample, la “stereotipo” che descrive il maschio come perpetratore della violenza sessuale e la donna come “vittima” della violenza sessuale rende difficile percepire la violenza sessuale perpetrata contro gli uomini.

E chi è secondo Stample il principale responsabile di questo occultamento della violenza contro gli uomini? Ovviamente il femminismo:

Some posit that because dominant feminist theory relies heavily on the idea that men use sexual aggression to subordinate women, findings perceived to conflict with this theory, such as female-perpetrated violence against men, are politically unpalatable. Others argue that researchers have a conformity bias, leading them to overlook research data that conflict with their prior beliefs.

Soffermiamoci un attimo su un dettaglio: “dominant feminist theory“.

La dominante teoria femminista???

kiddingLa tolleranza nei confronti della violenza riguarda anche le vittime di sesso femminile, a dispetto del lavoro svolto fino ad oggi del femminismo, e le donne vittime di stupro non hanno la vita facile che sottitende Stample, come si evince da casi eclatanti quali lo stupro di Steubenville o quello di Stanford.

Vorrei chiarire una cosa, sulla teoria femminista a proposito dello stupro, e vorrei farlo a partire dalle dichiarazioni Mukesh Singh, che ci dice

Le persone “hanno il dovere di dare a queste ragazze una lezione”.

Qual è la lezione che devono imparare le ragazze stuprate?

La lezione consiste nell’imparare chi detiene il potere e chi lo subisce; chi detta le regole e chi è costretto a seguirle, volente o nolente; la lezione consiste nell’imparare chi comanda e chi non ha altre possibilità che obbedire.

Il femminismo ci dice che la violenza sessuale ha poco a che fare con il sesso e il desiderio sessuale, e molto di più con il potere e il controllo.

Il fatto che subiscano violenza sessuale molte più donne che uomini, non dipende dal fatto che gli uomini sono “naturalmente” inclini ad una sessualità predatoria, ma che viviamo in un contesto sociale che educa gli uomini, più che le donne, a ritenere di essere titolari del potere di dettare le regole e del potere di farle rispettare per mezzo della violenza.

Ci dice il femminismo che è il patriarcato che ha creato quegli stereotipi che Stample elenca fra le credenze lesive dell’emergere nella coscienza collettiva del problema della violenza sessuale sugli uomini; ad esempio, il mito che racconta che “men as sexually insatiable”, che “for men, virtually all sex is welcome”, non lede soltanto le vittime di sesso maschile, ma è responsabile, insieme a tanti altri miti, di quella cultura dello stupro che è alla radice della violenza sessuale sulle donne.

E’ ironico, a mio avviso, che le armi per mezzo delle quali normalmente si minimizza e si giustifica la violenza sessuale sulle donne, si ritorcano contro gli uomini che subiscono una violenza.

Ed è triste che la denuncia di un fenomeno – la violenza sessuale sugli uomini – non sembri mossa con l’obiettivo di creare nell’opinione pubblica l’esigenza di un dibattito serio sugli stereotipi di genere e i loro effetti (che ancora, a dispetto di quanto sostiene Stample a proposito delle “dominanti teorie femminste”, non c’è affatto), o su una sessualità pervasa da un’immaginario popolato di sottomessi/e e dominanti, o sui soggetti vittimizzati in particolari condizioni di vulnerabilità (come la prigione), ma si trasformi in un mero pretesto per suggerire che il femminismo, e il suo impegno nel denunciare la discriminazione della donna in una società ancora fortemente maschilista, sia un fattore di rischio per gli uomini vittime di violenza sessuale in quanto responsabile di occultare la violenza perpetrata dalle donne.

Perché senza il femminismo, la categoria “other sexual violence” neanche esisterebbe.

 

Sullo stesso argomento:

Lo stupro di Shia LaBeouf

 

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Alienazione parentale o PAS: non può produrre danno alcuno ai bambini perché è un concetto privo di logica e di basi scientifiche

Recentemente, un sito dedicato ai professionisti della giustizia ha pubblicato un’intervista ad uno “dei maggiori studiosi del settore” a proposito di alienazione genitoriale.

Nel corso di questa intervista lo “studioso”, alla domanda “Ci sono dei dati sul fenomeno?” [ovvero: esiste qualcosa di concreto che dimostri che quello che racconta è fondato sulla ricerca scientifica?], risponde candidamente “Attualmente no, ma stiamo lavorando…”

Attualmente NO.

Appurato che non ci sono dati che possano supportare ciò che lo “studioso” afferma nelle interviste e scrive sul suo sito “scientifico”, possiamo concludere che le sue non sono altro che ipotesi indimostrate alle quali un professionista non dovrebbe mai fare riferimento nel corso di una causa in Tribunale.

Per garantire un po’ di controinformazione in materia di alienazione genitoriale ho proposto le medesime domande allo psichiatra Andrea Mazzeo, fondatore di un sito di corretta informazione scientifica sulla PAS: http://www.alienazionegenitoriale.org/

junk-science

D. Cos’è l’alienazione parentale?

R. «Dai CTU delle separazioni e affidi dei minori, ma anche da molti assistenti sociali, viene dato questo nome a un fatto che si osserva in alcune separazioni, il rifiuto da parte dei figli di frequentare uno dei genitori, di solito il padre; queste separazioni vengono erroneamente, e in maniera mistificatoria, qualificate come separazioni conflittuali ma in realtà sono separazioni che fanno seguito a un periodo più o meno lungo di violenza in famiglia, violenza del marito verso la moglie e i figli, violenza assistita nei confronti dei figli o di abusi sessuali del padre sui figli. Non esiste alcuna campagna denigratoria ma viene spacciata per denigrazione quella che è la realtà dei fatti denunciata dalle vittime: LA VIOLENZA! Di recente, nel corso di una CTU per una vicenda che vede il padre oggetto di un provvedimento cautelare di divieto di avvicinamento alla madre e divieto di comunicare direttamente con la stessa, emesso dal GIP, il CTU e il CTP del padre hanno cercato di minimizzare la violenza paterna verso l’ex-moglie; e ciò nonostante il provvedimento cautelare emesso da un Giudice di un Tribunale italiano. Non è difficile immaginare cosa devono subire la madri da parte dei CTU quando le violenze sono denunciate ma non ancora oggetto di provvedimenti giudiziari. Nel corso di un’altra CTU quando i bambini ascoltati dal CTU hanno cominciato a parlare della violenza del padre, il CTU ha risposto loro che di violenza non voleva sentire parlare. Viene spacciata per campagna denigratoria quella che è la pura autentica verità: LA VIOLENZA! Né si comprende in che modo il bambino inizierebbe ad acquisire i pensieri del genitore “alienante”, se con modalità bluetooth o altro. Ciò che porta il bambino a rifiutare il padre è la paura che il bambino ha del padre e che il padre ha provocato nel bambino con il suo comportamento, le urla, le scenate, le violenze o gli abusi sessuali.»

D. Da quando si è iniziato a parlare del tema?

R. «Dal 1985, negli USA, a opera di un oscuro medico statunitense, tale Richard Alan Gardner; il suo articolo principale sulla PAS, quello che è divenuto quasi un vangelo per i CTU delle separazioni e affidi, non è stato pubblicato da una rivista scientifica ma da una rivista di opinioni, l’Academy Forum. Per via di questo articolo il Dr Gardner, che frequentava la Columbia University in qualità di medico volontario non remunerato (pur spacciandosi truffaldinamente per professore universitario) venne cacciato dall’Università con voto unanime del Consiglio di Facoltà perché “ignorante nella disciplina di psichiatria e incapace di comprendere come condurre una ricerca scientifica”. L’alienazione parentale o PAS è stata bollata come pseudo-scienza e scienza-spazzatura sin dalla sua iniziale formulazione (Paul Fink, Jon Conte, Carol Bruch, Jennifer Houlth, e tanti altri studiosi); nel mio sito ho pubblicato i link ai documenti psicologico-psichiatrici e giuridici che contestano la teoria della PAS. In Italia la PAS è stata introdotta nel 1997 con la pubblicazione in un testo su affidi e separazioni di un capitolo che era la traduzione in italiano dell’articolo spazzatura di Gardner; è falso quindi che si sia entrati nel vivo del discorso solo qualche anno fa, come affermato da uno psicologo in una recente intervista. L’alienazione parentale non è un fenomeno psicologico, è del tutto sconosciuto alla psicologia clinica. In Italia nell’ottobre del 2012 il Ministro della Salute ha ufficialmente dichiarato che la PAS è priva di riconoscimento scientifico; nel marzo del 2013 la Suprema Corte di Cassazione ha ribadito il principio giuridico per il quale non possono essere usati in Tribunale concetti privi di valore scientifico. In seguito a queste importanti pronunce delle massime autorità istituzionali sanitarie e giuridiche italiane, i CTU che fino a quel momento parlavano della PAS come di una grave malattia che colpiva madri e bambini subito dopo la separazione coniugale, con una giravolta degna di una stella della danza, hanno cominciato ad affermare che sbagliavano i contestatori della PAS a considerarla malattia mentre invece per loro era solo un fenomeno psicologico simile ad altri fenomeni psicologici come mobbing o stalking. Qui, o siamo di fronte a crassa ignoranza o a completa malafede. Mobbing e stalking sono dinamiche persecutorie messe in atto nel mondo del lavoro contro un lavoratore (mobbing) o nelle relazioni interpersonali contro una persona, ex-partner o altro (stalking); sono dinamiche perverse delle relazioni, ben studiate e sistematizzate dai tecnici del settore e riconosciute come specifici reati, che non hanno nulla a che vedere con le separazioni coniugali. Il richiamo dello stalking nel contesto delle separazioni mi sembra il più classico dei lapsus freudiani: il comportamento dei padri, che causa il rifiuto dei figli, ha molti punti di contatto proprio con lo stalking

D. Ci sono delle condizioni che possono essere terreno fertile per questo fenomeno?

R. «Certo, le condizioni che sono terreno fertile per il fenomeno del rifiuto dei figli verso il padre sono la violenza del padre o gli abusi sessuali. Si comprende quindi che il genitore rifiutato, il padre, non è affatto il genitore debole della situazione, come i CTU vanno disinformando. Il genitore rifiutato, il padre, è il carnefice della situazione e le vittime madre e figli, con il rifiuto della relazione cercano solo di sottrarsi alle violenze o agli abusi del loro carnefice. Non è affatto vero che prima della separazione il padre aveva un buon rapporto con i figli; se così fosse i figli non arriverebbero a rifiutare la relazione con il padre. La realtà, che si vuole occultare con la teoria della PAS, è che già prima della separazione i rapporti erano pessimi ed è stato proprio questo il motivo della separazione. Le famiglie felici non si separano; si separano le famiglie infelici.»

D. Lo scopo ultimo dell’alienazione parentale per il genitore alienante?

R. «Come già detto non esistono né l’alienazione parentale né un genitore alienante, è una terminologia che non trova cittadinanza nella psicologia e psichiatria ufficiali; si tratta di una sottocultura psicologica che si è fatta spazio nelle CTU per motivi essenzialmente economici (il genitore accusato di violenze o peggio di abusi sessuali, pur di evitare il processo è disposto a vendersi la camicia; e trova chi gliela compra). Del tutto risibile è la questione del cosiddetto conflitto di lealtà; il bambino che rifiuta il padre non vive alcun conflitto di lealtà, non ha alcun bisogno di manifestare lealtà al suo carnefice; i CTU ormai si rifugiano nelle favolette».

D. E quali effetti sui figli?

R. «Se il bambino viene protetto, tutelato, tenuto lontano dal genitore violento o pedofilo, non subirà conseguenza alcuna. Conosco personalmente una decina di ragazzi ai quali da bambini è stata appioppata la PAS ma sono stati tutelati: sono ragazzi splendidi, dal piccolo campione di calcio, al promettente musicista, ai bravi studenti universitari, ecc. Del resto su questi presunti danni la psichiatria ufficiale ci dice che molti disturbi mentali trovano la loro origine proprio nei traumi subiti nell’infanzia; ci sono lavori scientifici che mostrano una correlazione tra abusi sessuali nell’infanzia e psicosi allucinatorie da adolescenti o adulti. I CIM, i reparti di psichiatria, le comunità psichiatriche residenziali sono pieni di pazienti che da piccoli sono stati vittime di violenze o abusi sessuali. La psicanalista Alice Miller è molto chiara nei suoi scritti: “Malattie mentali e criminalità sono l’espressione cifrata delle prime esperienze infantili”, delle violenze e degli abusi sessuali subiti nell’infanzia. Nel 2006, al XV Congresso di psicoterapia della schizofrenia, che si è svolto a Madrid, sono stati presentati numerosi lavori che dimostrano che gli abusi sessuali sono la prima causa di schizofrenia. Questi studi sono del tutto sconosciuti ai CTU delle separazioni; che si aggiornino ogni tanto. Studiare non fa male alla salute.»

D. Ci sono dei dati sul fenomeno?

R. «In una recente intervista uno psicologo ammette, con disarmante candore, che dopo ben 30 anni dalla nascita del concetto di PAS non vi sono dati che ne dimostrino gli effetti sui figli; e se non vi sono dati vuol dire che sui figli non c’è nessuna conseguenza. Sono diverse in Italia le Università che continuano a fare questo tipo di ricerche, “La Sapienza” di Roma, la “Bicocca” di Milano, di recente l’Università di Chieti, ma di tanto in tanto spuntano tesi di laurea o di master in diverse Università italiane. Trovo strano che i Presidi di Facoltà e i Rettori di queste Università consentano lo spreco di denaro pubblico in questo tipo di ricerche; forse il MIUR dovrebbe cominciare a interessarsi della questione dell’utilizzo delle risorse per la ricerca scientifica. Uno studio fatto alcuni anni fa da due psicologi dell’Università “La Sapienza” di Roma, ha documentato che i test psicologici somministrati durante le CTU non mostravano alcuna differenza tra i bambini cui era stata diagnosticata la PAS e i bambini ai quali non era stata diagnosticata la PAS nel corso delle CTU; se i CTU non conoscono questi studi mostrano solo di non essere in grado di svolgere la funzione di CTU, dato che al CTU è richiesto il massimo aggiornamento scientifico. Con queste litanie su PAS e alienazione parentale, ormai le CTU sono fatte con il copia-incolla, sono tutte identiche; letta una lette tutte.

D. C’è un riconoscimento dal punto di vista giurisprudenziale?

R. «Può la giurisprudenza riconoscere una cosa che non esiste? Sarebbe paradossale. Il diritto è la scienza dei fatti umani non della metafisica (Francesco Bellomo), o della parapsicologia nel caso specifico; se davanti al giudice vengono portati fatti concreti il giudizio sarà conseguente, se i giudici danno retta a psicologi amanti della parapsicologia ne verranno fuori sentenze surreali. Circa la PAS o alienazione parentale (le due cose sono identiche) un punto fermo è stato posto dalla sentenza numero 7041 del 2013 della Suprema Corte di Cassazione: non si possono utilizzare in tribunale concetti privi di basi scientifiche. Il concetto di alienazione parentale ha molti punti di contatto con quello di plagio; in merito c’è la storica sentenza della Corte Costituzionale del 1981. Per la Corte Costituzionale: “Presupponendo la natura psichica dell’azione plagiante è chiaro che questa, per raggiungere l’effetto di porre la vittima in stato di totale soggezione, dovrebbe essere esercitata da persona che possiede una vigoria psichica capace di compiere un siffatto risultato. Non esistono però elementi o modalità per potere accertare queste particolari ed eccezionali qualità né è possibile ricorrere ad accertamenti di cui all’art. 314 c.p.p. (attualmente art. 220 c.p.p.) non essendo ammesse nel nostro ordinamento perizie sulle qualità psichiche indipendenti da cause patologiche. Né è dimostrabile, in base alle attuali conoscenze ed esperienze, che possano esistere esseri capaci di ottenere con soli mezzi psichici l’asservimento totale di una persona”. Giovanni Flora, docente di Diritto penale a Firenze, non nega la possibile esistenza di condotte condizionanti la personalità psichica ma specifica che una tale condotta messa in atto ai danni di un’altra persona (il minore nel caso delle separazioni) “non potrà che assumere veste di continuità ed essere dolosamente indirizzata a determinare un vero e proprio stato di isolamento dagli altri del soggetto passivo con impedimento ad attingere a fonti diverse da quelle imposte dallo stesso soggetto attivo e con deterioramento della capacità di autodeterminazione”. Come si può affermare che un bambino che frequenta regolarmente la scuola, socievole, pieno di amichetti, impegnato in diverse attività extra-scolastiche, non isolato dal suo contesto psico-sociale, possa essere condizionato? Significa non conoscere la psicologia.»

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Backlash

Si avvicina il 25 novembre, la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

E’ una ricorrenza istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, tramite la risoluzione numero 54/134 del 17 dicembre 1999, nella quale, fra le altre motivazioni, possiamo leggere:

Recognizing that violence against women is a manifestation of historically unequal power relations between men and women, which have led to domination over and discrimination against women by men and to the prevention of their full advancement, and that violence against women is one of the crucial social mechanisms by which women are forced into subordinate positions, compared with men,

Recognizing also that the human rights of women and of the girl child are an inalienable, integral and indivisible part of universal human rights, and recognizing further the need to promote and protect all human rights of women and girls,

Alarmed that women do not fully enjoy their human rights and fundamental freedoms, and concerned about the long-standing failure to protect and promote those rights and freedoms in relation to violence against women…

Traduco:

“Riconoscendo che la violenza contro le donne è una manifestazione delle relazioni di potere storicamente disuguali tra uomini e donne, che ha portato alla dominazione e alla discriminazione contro le donne da parte degli uomini e ha impedito il pieno avanzamento delle donne, e che la violenza contro le donne è uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini

Riconoscendo inoltre che i diritti umani delle donne e delle bambine sono parte inalienabile, integrale e indivisibile dei diritti umani universali, e riconoscendo inoltre la necessità di promuovere e proteggere tutti i diritti umani di donne e bambine,

Allarmati dal fatto che le donne non godono pienamente dei loro diritti umani e delle libertà fondamentali, e preoccupati per la lunga incapacità di proteggere e promuovere i diritti e libertà delle donne a cuasa della violenza…”

Come tutti gli anni, in questo periodo quella porzione di popolazione non disponibile a riconoscere l’esistenza di quelle “relazioni di potere storicamente disuguali tra uomini e donne” conducono una campagna volta a dimostrare che la violenza contro le donne non può e non deve essere considerata “uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini”.

A questo scopo, compaiono su diverse testate articoli come quello pubblicato sul Giornale il 20 novembre o lo stesso giorno su blastingnews.it.

A partire dal 2012 sono stati diffusi a mezzo stampa i risultati di una ricerca condotta dal professor Pasquale Giuseppe Marcrì dell’Università di Arezzo, Fabio Nestola, nel consiglio direttivo di Adiantum insieme ad un altro membro bel gruppo, la Psicologa Sara Pezzuolo, che fra le altre cose scrive nel portale http://www.papaseparati.it, e la Dottoressa Yasmin Albo Loha, anche lei membro di Ecpat Italia nonché membro del CSA Fenbi (Centro Studi Applicati Federazione Nazionale per la Bigenitorialità).

Secondo questa ricerca ben 5 milioni di uomini sarebbero vittime di violenza da parte delle donne e 3,8 milioni avrebbero subito violenza sessuale.

Dati allarmanti, tanto che il 26 febbraio 2014 l’On. Tiziana Ciprini, del Gruppo parlamentare Movimento 5 stelle, ha depositato un’interrogazione a risposta scritta sul tema della ‘violenza femminile contro gli uomini’ basata su questo studio.

Se andiamo a leggerlo, lo studio, scopriamo che fra le domande del sondaggio che riguardano la violenza sessuale contro gli uomini, c’è questa: è capitato che una donna abbia iniziato con te i preliminari di un atto sessuale, per poi rifiutarlo senza fartene comprendere il motivo?

Secondo questi “ricercatori”, il fatto di rifiutare un rapporto sessuale completo di penetrazione configurerebbe il reato di violenza sessuale.

Sappiamo che una sentenza della Cassazione ha stabilito che “Integra il reato di violenza sessuale la condotta di chi prosegua un rapporto sessuale quando il consenso della vittima, originariamente prestato, venga poi meno a causa di un ripensamento o della non condivisione della modalità di consumazione del rapporto”.

Insomma, quello che secondo la Cassazione è un abuso verso la donna, da questo studio è descritto come un abuso nei confronti dell’uomo.

Ed è l’abuso maggiormente denunciato dagli intervistati.

Che questo studio, riproposto periodicamente da quotidiani e riviste, sia totalmente privo di valenza scientifica, non lo dico io, ma è stato denunciato sin dalla sua pubblicazione, come potete leggere qui.

Che venga riproposto in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, è, a mio avviso, un segnale chiaro della volontà di vanificare gli obiettivi che l’istituzione di quella giornata si poneva, tra i quali “raise public awareness of the problem of violence against women” (sensibilizzare l’opinione pubblica sulla violenza contro le donne).

L’aspetto più perturbante, al di là delle cifre esorbitanti (5 milioni di uomini, 3,8 milioni di uomini) pubblicate senza che vi sia nessun dato concreto a supporto della proiezione, rimane comunque il concetto espresso di “violenza sessuale”, nel quale la donna è colpevolizzata ed etichettata come “violenta” nel momento in cui nega al partner la piena soddisfazione del suo desiderio sessuale.

Credo che questo, più di ogni altra cosa, dimostri al di là di ogni ragionevole dubbio che viviamo ancora in una società fortemente patriarcale, nella quale per molti (quelli che hanno compilato lo studio e quelli che lo ripropongono annulmente) l’uomo sarebbe titolare di un diritto sul corpo femminile che prevale sul diritto della donna a decidere autonomamente del proprio corpo e della propria sessualità.

E che, a proposito di consapevolezza sul tema della violenza contro le donne, c’è ancora molto, molto lavoro da fare.

A dispetto di questi articoli, colgo l’occasione per ricordare a tutte le donne che hanno il diritto di dire di no, e che insieme lotteremo affinché un giorno ci venga riconosciuto.

i_have_a_right_to_say_no_victims_rights_campaign_by_yellowbronco-d4y2qm0Sullo stesso argomento:

In risposta alla Dott.ssa Pezzuolo

Le due facce della violenza

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Oggetto del contendere

Qualche giorno fa una lettrice mi ha scritto un messaggio molto sconsolato, nel quale si crucciava del fatto che molti suoi contatti di facebook stavano condividendo una “battuta”, e che ogni volta che incappava nel post lo trovava coronato da una moltitudine di commenti diveriti. Peccato che lei non riesca a trovarci proprio nulla da ridere.

La “battuta” è questa:

efattelaunarisata

Qui abbiamo un maschio che si preoccupa che qualcuno abbia sconfinato invadendo il suo territorio (hai messo dei “mi piace” alla mia donna?), e un altro maschio che, per umiliarlo, accenna alla possibilità che quel territorio non sia poi così suo come pensa (visto che c’è chi ci mette qualcosa di più consistente di un “mi piace”).

capre

Cosa c’è di divertente?

Immagino che la parte divertente sia quella in cui il maschio viene ferito nell’onore.

“Ma perché… cagna… trascinasti nel fango l’onorato nome della famiglia Mardocheo?”

Come magistralmente illustra il film “Mimì metallurgico”, l’onore di una famiglia si misura dalla condotta sessuale delle donne. Per questo carpire, seppure con la forza, la “virtù” d’una donna (ovvero stuprarla) è stato, fino alla riforma del 1996, reato contro contro la moralità pubblica e il buon costume, e non un reato contro la persona.

Perché la donna, nella mente di chi se la contende, è tutto fuorché una persona, piuttosto è una proprietà. Quindi la sua volontà è del tutto irrilevante.

La donna è soggetto passivo, o meglio, è oggetto di una serie di azioni che vengono compiute su di lei: le metti un “mi piace”, la metti a pecora…

Questo è patriarcato e per le donne non è affatto divertente.

Come dimostra la battuta che tanto ha turbato chi me l’ha spedita, a dispetto delle innovazioni normative approvate con l’intento di infliggere un duro colpo ad una simile cultura, essa sopravvive ancora oggi.

Sullo stesso argomento:

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Le parole sono importanti II

Trova la differenza:

sesso_bambiniabuso_sessualeE’ sempre più inquietante come molta gente non riesca a cogliere la radicale differenza che intercorre fra il sesso e l’abuso sessuale.

E’ così difficile comprendere che, quando si parla di bambini, non si può e non si deve parlare di sesso?

 

Sullo stesso argomento:

Violenza su minori: le parole sono importanti

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Il sessismo di Donald Trump

kotiomkinPer chi non lo sapesse, Melania (Trump) è l’ultima moglie del neo presidente degli Stati Uniti.

Di lei sappiamo poco, visto che, dopo essere stata accusata di aver plagiato un discorso di Michelle Obama, non ha più avuto occasioni di partecipare attivamente alla campagna elettorale.

Sui giornali possiamo leggere notizie interessanti, come il fatto che sia la prima first lady ad aver posato nuda su una rivista, o che il vestito col quale ha sposato Donal Trump è costato 100.000 dollari.

Oltre alle battutacce tipo questa che ho postato.

Battutacce in perfetto stile Trump, come dimostra un articolo pubblicato dal Telegraph: Donald Trump sexism tracker: Every offensive comment in one place, o questo articolo pubblicato dal New York Times: Crossing the Line: How Donald Trump Behaved With Women in Private.

Donald Trump è uno che nel suo libro Trump 101: The Way to Success ha scritto:

Beauty and elegance, whether in a woman, a building, or a work of art, is not just superficial or something pretty to see.

inserendo le donne in una lista di oggetti inanimati – caratterizzati si da “bellezza ed eleganza non superficiali” – ma comunque privi dello status di esseri umani.

Il trattamento che Trump riserva alle donne, in pubblico così come nel privato, rispecchia la sua spiccata attitudine a considerarle meno che umane.

Letteralmente ossessionato dall’aspetto fisico, l’unico modo che concepisce per esprimere un apprezzamento ad una donna è fare riferimento al suo essere sessualmente appetibile (per lui), al punto che arriva a dirlo della sua stessa figlia:

If Ivanka weren’t my daughter, perhaps I’d be dating her.

Quelle donne che non incontrano i suoi gusti non hanno alcuna possibilità di essere apprezzate per altre doti, come dimostrano i suoi continui attacchi all’attrice Rosie O’Donnell:

“Rosie O’Donnell is disgusting, both inside and out. If you take a look at her, she’s a slob. How does she even get on television? If I were running The View, I’d fire Rosie. I’d look her right in that fat, ugly face of hers and say, ‘Rosie, you’re fired.’ “We’re all a little chubby but Rosie’s just worse than most of us. But it’s not the chubbiness – Rosie is a very unattractive person, both inside and out.”

Disgustosa, un maiale, e non è per il sovrappeso, è qualcosa di peggio, è che non è attraente.

Ma non ci sono solo gli epiteti con i quali Trump ha etichettato le donne nel corso degli anni.

Ci sono anche la violenza domestica, le molestie sessuali sul luogo di lavoro, le numerose accuse di violenza sessuale.

Tutto questo – e molto altro –  non è abbastanza importante, dicono in molti (e in molte) in questi giorni.

La misoginia (per tacer del razzismo – e non perché non sia altrettanto importante, ma perché probabilmente non spetta a me trattarne) non è un motivo abbastanza valido per decidere di non conferire potere ad un uomo, neanche per le donne.

“Non si vota con la vagina”, hanno dichiarato molte donne italiane sui social “non si vota una donna perché donna.”

La discriminazione delle donne, insomma, non è per molte una questione politica, visto che – politicamente parlando – fra Trump e Clinton non vedono alcuna radicale differenza.

E se è una questione politica, comunque non è una priorità.

Se per le donne ottenere di essere trattate con il rispetto dovuto ad un essere umano invece che come oggetti inanimati venuti al mondo per essere decorativi ed essere predati, non è una priorità, non vedo proprio come potrebbe diventarlo per gli uomini.

Se noi donne non siamo disposte a mettere la nostra incolumità, il nostro benessere, la nostra dignità in cima alla lista delle cose da tutelare, nessun altro lo farà al posto nostro.

 

Per approfondire:

Quelle urne sommerse da sessismo e razzismo

Panel: What does the US election result say about misogyny?

L’appassionato discorso di Michelle Obama contro il sessimo di Donald Trump

White Women Sold Out the Sisterhood and the World by Voting for Trump

Angela Davis: ‘I Am Not So Narcissistic to Say I Cannot Bring Myself to Vote for Hillary Clinton’

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Educazione

Dalla Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul)

Articolo 14 – Educazione

1 Le Parti intraprendono, se del caso, le azioni necessarie per includere nei programmi scolastici di ogni ordine e grado dei materiali didattici su temi quali la parità tra i sessi, i ruoli di genere non stereotipati, il reciproco rispetto, la soluzione non violenta dei conflitti nei rapporti interpersonali, la violenza contro le donne basata sul genere e il diritto all’integrità personale, appropriati al livello cognitivo degli allievi.

lavagnafamiglia

Da il Secolo XIX:

Hanno mediato i Padri Scolopi, e alla fine è stato celebrato un solo funerale, che si è tenuto questo pomeriggio alle 16.30 nella chiesa dell’istituto Calasanzio a Cornigliano: qui sono state celebrate le esequie di Rosa Prete, delle figlie Martina e Giada e del marito di lei, padre delle bimbe, Mauro Agrosì. Quest’ultimo, 49 anni, poliziotto in servizio al reparto Mobile di Bolzaneto, ha sterminato la famiglia mercoledì all’alba nell’appartamento di piazza Mario Conti dove vivevano da tempo.

educazionePer chiunque creda che qui si voglia parlare della “libertà di scelta” dei familiari delle vittime in merito alle esequie dei loro cari, o del perdono in quanto fase più o meno necessaria all’elaborazione del trauma, vi dico subito, a scanso di equivoci, che non sono questi gli argomenti che mi preme trattare.

L’argomento è la funzione educativa della scelta operata dai Padri Scolopi, che hanno convinto i familiari a non mandare “un segnale molto duro” ai compagni scuola delle vittime più giovani di Mauro Agrosì, Giada e Martina.

“Un gesto importante”, un messaggio inviato a “centinaia di ragazzi”.

Ebbene, qual è questo messaggio?

Io posso fare delle ipotesi.

E spero che vogliate farne anche voi.

Io ipotizzo che il messaggio dei Padri Scolopi sia simile al messaggio inviato a suo tempo da Don Tonino, il parroco che celebrò le esequie di Luigi Alfarano, un uomo che, proprio come Mauro Agrosì, aveva sterminato la sua famiglia.

Nessuno si può permettere di fare una graduatoria di buoni e cattivi.” aveva dichiarato Don Tonino, aggiungendo che lui, “con gli occhi della fede”, era in grado di vedere l’assassino in Paradiso “con una mano che tiene la sua sposa e con l’altra abbraccia il suo bambino”.

Il messaggio potrebbe essere che ciò che conta, più di ogni altra cosa, più del diritto alla vita dei singoli individui, è l’integrità della famiglia.

L’importante è che le famiglie rimangano unite, non importa quale sia il prezzo da pagare. Non importa se il prezzo è l’umiliazione, la sofferenza fisica e psicologica di alcuni dei suoi membri, non importa se il prezzo è la vita.

Un altro messaggio potrebbe essere che fra chi uccide e chi viene ucciso non c’è nessuna differenza.

A centinaia di ragazzini potrebbe addirittura essere detto che uccidere i propri familiari è solo un’altro modo di amarli.

Che la violenza è una delle forme che assume l’amore.

Da questa vicenda potrebbero imparare che se un domani si sentiranno infelici e proveranno il desiderio di sterminare le loro famiglie allo scopo di mantenerle unite, potranno contare sulla mediazione dei Padri Scolopi, che si daranno da fare invitando la comunità tutta a partecipare commossa ad una bella celebrazione in loro onore, e chi si azzarderà a puntare il dito contro di loro, chi si azzarderà a disapprovare quanto hanno fatto, sarà a sua volta additato come privo di misericordia.

Dopo la celebrazione, probabilmente, li attenderà il paradiso.

 

Per approfondire:

Il familismo amorale

 

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L’indipendenza

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La notizia: un uomo, a Cornigliano, ha ucciso moglie e figlie, poi si è tolto la vita.

Pare che nel biglietto lasciato a spiegare le sue ragioni abbia scritto di non voler lasciare la moglie e le figlie «senza marito e senza padre» e per questo di aver deciso di portarle con sé.

«Purtroppo anche questa violenza di genere», ha detto il procuratore capo Francesco Cozzi, «ripropone l’idea distorta dell’indispensabilità maschile, dell’uomo che non riesce a tollerare o immaginare che moglie e figli possano vivere senza di lui».

Poiché la famiglia viveva con il solo stipendio dell’assassino, alcuni hanno pensato che fosse una buona idea invitare le donne a trovarsi un lavoro (fosse facile!), suggerendo che l’indipendenza economica sia la strada giusta per far comprendere al pater familias che da tempo ormai non gode più del diritto di vita e di morte su coniuge e prole.

Ad esempio sull’Huffington Post scrive Deborah Dirani:

C’è da educare (sto facendo una rapida mano di conti su quante mille e mila volte ho scritto questa frase… direi che sono prossima all’infinito) al rispetto della libertà altrui, c’è da insegnare che noi donne è un pezzo che non abbiamo più bisogno di un uomo che provveda alla nostra sopravvivenza: che abbiamo gambe, braccia e cervello a sufficienza per trovarci un lavoro e mantenerci decorosamente.

Perché in una famiglia si tira in due: in ogni senso. Si tira in due a lavare i piatti e passare l’aspirapolvere e si tira in due a portare a casa lo stipendio. Perché se qualcosa non va ognuno (uomo o donna che sia) deve essere libero di poter prendere la porta e pagarsi un monolocale o un attico o quel che vi pare, che tanto alla fine si tratta di non essere legati alla catena della dipendenza economica (fantastica alleata di quella psicologica).

Perché l’autonomia completa rende noi donne più forti e forse (forse) meno disposte ad accettare i compromessi che riteniamo inaccettabili. Ci affranca dalla paura del futuro e, chissà, magari interrompe il loop del possesso che gira in troppi cervelli maschili.

Noi possiamo e dobbiamo provvedere a noi e non possiamo più derogare a questa verità. Dobbiamo ancora (sì lo so che ne abbiamo piene le tasche, ma non abbiamo alternative) dimostrare che da sole ce la facciamo esattamente come ce la facciamo in coppia. Che l’uomo che scegliamo non è il nostro signore e padrone, che non ci compra e non ci mantiene perché noi non abbiamo bisogno di essere comperate o mantenute.

Perché sarà dura cambiare certe teste, ma se non vogliamo continuare a morire per mano di chi crede di avere ogni diritto su di noi, non abbiamo altra strada che questa: renderci autonome e non permettere mai più a nessuno di “prendersi cura di noi”. Perché, mi sembra chiaro, che la differenza tra il desiderio di cura e quello di possesso sia solo una minuscola sfumatura.

Secondo Dirani, per risolvere il problema della violenza sulle donne, le donne debbono imboccare la strada dell’autonomia. Non si tratta solo di trovare un lavoro, ma le donne dovrebbero proprio rinunciare per sempre all’idea che qualcuno possa prendersi cura di loro, perché la differenza fra “prendersi cura” e “possedere” è troppo sottile perché un uomo possa coglierla. (Suona piuttosto offensivo, cari uomini…)

Sembra un suggerimento molto saggio, di certo calza a pennello alla vicenda che lo ha ispirato (se Rosanna Prete avesse avuto un buon lavoro forse Mauro Agrosì non si sarebbe sentito travolto da quei “problemi insormontabili” che lo hanno convinto che sterminare la sua famiglia fosse l’unica soluzione possibile?), ma stride con un’altra delle giustificazioni che comunemente leggiamo quando un uomo stermina la sua famiglia.

Penso ad un caso recente, all’efferato omicidio di Nona Movila, 42 anni, badante, compiuto dal marito Petru Cornel Movila.

Scrive il Tirreno:

Il marito, arrivato in Italia più di recente rispetto alla moglie, Petru Cornel Movila, cinquantenne non in grado di reggere gli impegni di una famiglia numerosa e di una donna che sapeva anche essere indipendente, si è tolto la vita con lo stesso coltello con cui aveva ucciso la madre dei cinque figli.

Anche qui, come a Cornigliano c’era un uomo travolto da “problemi insormontabili”, troviamo un uomo “non in grado di reggere gli impegni”, impegni tra i quali, però, è citata quella che Dirani propone come soluzione: “una donna che sapeva anche essere indipendente“.

L’indipendenza delle donne è spesso uno dei “problemi” che portano l’uomo a decidere di farle fuori.

Ad esempio, a proposito di Loretta Gisotti, make up artist, uccisa a martellate dal marito, scriveva a luglio Repubblica:

una donna solare, dolce, attenta e sensibile, ma che non si faceva mettere i piedi in testa. E’ questo il ritratto fatto da chi la conosceva… (…)

…la donna era conosciuta nel suo paese come una persona dal carattere deciso e combattivo e in un’intervista su un quotidiano di settore, del suo lavoro parlava così: “Al di là di cosa propone la moda, non mi stancherò mai di ripetere che è necessario capire la personalità della cliente”. Quindi una donna di carattere ma sensibile, che oltre a gestire in proprio un’attività, almeno fino al 2013 insegnava anche alla Scuola superiore di estetica di Bellinzona, in Svizzera.

Indipendente, e non solo dal punto di vista economico: Loretta Gisotti era una donna che  sapeva cavarsela egregiamente da sola, che “se aveva qualcosa da dire non se la teneva“, che non aveva paura di mostrarsi agli altri “forte di temperamento“, insomma esattamente l’opposto della donna “disposta ad accettare compromessi” a causa di quella dipendenza psicologica che sarebbe alla base della convinzione maschile di poter disporre della sua donna in quanto “signore e parone”.

Non credo che si possa suggerire alle donne la ricetta perfetta per sfuggire alla violenza maschile; non possiamo dire alle donne, “trovatevi un lavoro, così non vi accadrà mai quello che è accaduto a Rosanna Prete”, perché poi magari capita loro quello che è successo a Loretta Gisotti o a Nona Movila, si dirà che sono morte perché hanno dimostrato di saper essere indipendenti, e loro saranno troppo morte per poterci sbattere in faccia che il suggerimento avremmo fatto meglio a tenercelo per noi.

E non possiamo neanche sindacare le loro scelte in fatto di partner, perché a leggere i giornali gli assassini sono uomini che non lasciano presagire nulla.

Di Mauro Agrosì possiamo leggere che era “un uomo tranquillo, posato, sottoposto a controlli“, uno che “la sera precedente, un’amica, giura: «Era con la famiglia, sembravano tutti sereni, ci siamo salutati e parlati»“.

Di Roberto Scapolo leggiamo che “un marito buono“, “un uomo remissivo, sempre gentile”.

Io credo sia per questo che è stata coniata la parola femminicidio: perché queste donne vengono uccise in quanto donne, e non perché hanno imboccato la via della dipendenza economica piuttosto che quella del lavoro, o perché hanno scelto un uomo aggressivo in virtù della loro colpevole, supina accettazione di quei beceri stereotipi di genere che associano la virilità all’ostentazione di un comportamento violento.

Le donne subiscono violenza in quanto donne, a prescindere dalle strade che imboccano, dai vestiti che indossano, dalla loro più o meno sviluppata capacità di cogliere i “segnali premonitori” del fatto che l’uomo apparentemente mite, tranquillo e posato che hanno incrociato nel corso della loro vita ha davvero deciso che è il momento di massacrarle in qualche modo.

Quindi forse dovremmo semplicemente smetterla, ogni volta che una donna muore ammazzata da un uomo, di aggiungere alla notizia di cronaca un bel suggerimento alle donne sul corretto stile di vita che scongiura il problema della violenza di genere.

E magari cominciare a suggerire agli uomini una strada che li conduca a non prendere in considerazione la violenza come soluzione ai loro variegati problemi.

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Seminario su alienazione parentale a Catanzaro e raccolta firme

Invito i miei lettori alla lettura di questo documento e ringrazio anticipatamente quanti vorranno sottoscriverlo.

NO PASaran CALABRIA

LA NOTIZIA

Il 18 novembre 2016 si svolgerà all’Università Magna Grecia di Catanzaro il seminario “Alienazione parentale. Innovazioni cliniche e giuridiche”.

Il seminario, organizzato/patrocinato da soggetti del privato sociale e istituzionali (La casa di Nilla, Regione Calabria, Ordine degli Assistenti sociali della Calabria, Ordine degli Psicologi della Calabria), si propone come momento di studio e riflessione su un ipotetico e controverso insieme di disturbi psicologici che riguarderebbe i figli di coppie che si separano in modo gravemente conflittuale.

IL COMMENTO

Nonostante le evidenze scientifiche, un piccolo ma agguerrito gruppo di accademici e professionisti cerca di accreditarsi in convegni e nei tribunali, nei fatti poggiando solo su congetture, supposizioni e senso comune,  l’esistenza del “fenomeno” dell’alienazione parentale.

Nel frattempo un’imponente opera di propaganda agisce sul web, contribuendo alla disinformazione e alla confusione sulla tematica. Una semplice ricerca sul web mostra infatti come questo argomento sia ampiamente utilizzato da gruppi misogini, sessisti, antifemministi…

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L’approccio dello spettatore

pubblicoNel lavoro che svolgo con i miei colleghi nell’ambito sportivo, nell’esercito degli Stati Uniti e nelle scuole, abbiamo sperimentato il metodo chiamato l’approccio dello spettatore alla prevenzione della violenza di genere. Voglio darvi i punti salienti dell’approccio dello spettatore, perché è un grande cambiamento di paradigma (…) Lo spettatore è chi non è autore né vittima in una data situazione: si tratta degli amici, dei compagni di squadra, dei colleghi, dei familiari, quelli di noi che non sono coinvolti direttamente in una diade di abuso, ma stanno nella vita sociale, nella famiglia, nel lavoro, nella scuola e nelle altre relazioni culturali con persone che potrebbero essere in quella situazione.”

da “Trasformare ogni uomo in un femminista”, di Jason Katz

(in Marea, n.3, settembre 2016, pag.41)

ilmattinoda Il Mattino, 25/10/2016

La notizia: Un uomo di 47 anni, a bordo della sua vettura, ha ingranato la retromarcia ed ha investito in pieno un 58enne perché – ci dice il giornalista – questi “aveva una relazione con la moglie“. Nonostante sia stato portata immediatamente in ospedale, a causa delle lesioni numerose e troppo gravi, riportate su tutto il corpo, la vittima è morta.

Nel paragrafo successivo scopriamo che, nonostante più volte l’articolo ribadisca che l’investitore, fermato dai carabinieri e indagato per omicidio stradale, ha agito perché  “convinto di essere stato tradito dalla moglie“, in realtà l’uomo è “separato da qualche anno dalla moglie”, la quale quindi non è più sua moglie né, seppure avesse davvero intrapreso una relazione con la vittima (come sospettava l’omicida), lo stava tradendo.

Questo dettaglio ovviamente sfugge alla stragrande maggioranza dei lettori (forse perché l’articolo continua a chiamarla “moglie”?), tanto che su facebook molti dei commenti sono di questo tenore:

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Il “delitto d’onore” viene abrogato in Italia nel 1981.

La norma originaria, un “residuo legislativo” del Codice Rocco (anni Venti), in vigore dal Fascismo, recitava

“Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella.

Come si può constatare, l’omicidio per causa d’onore era punito con delle pene che possiamo definire irrisorie, messe a confronto con quelle stabilite per l’omicidio comune.

Sebbene di fatto l’attenuante non esista più, è evidente che non basta il colpo di penna di un legislatore per modificare delle realtà ben radicate nel contesto socioculturale.

Per molti spettatori, infatti, è più che legittimo che un uomo, “ferito nell’onore”, decida di eliminare la donna colpevole di avergli recato offesa, allo scopo di lavare con il sangue  l’onta gettata su di sé o addirittura sull’intera famiglia: le donne che tradiscono sono “sporche”, e sbarazzarsi di loro è un modo di fare “pulizia”.

Tempo fa, grazie ad una lettrice che lo tradusse per me, pubblicai un brano di Lundy Bancronft dal volume “Why does he do that? Inside the Minds of Angry and Controlling Men”, nel quale l’autore afferma che

“la violenza [parla della violenza degli uomini sulle donne] non ha nulla a che fare coi problemi psicologici e molto con i valori e le convinzioni.”

Quando Bancroft parla di “valori” e “convinzioni”, intende le idee circa “il modo proprio e improprio di comportarsi, la percezione morale di ciò che è giusto o sbagliato“, che ognuno di noi, sin da bambino, apprende non solo dal contesto familiare, ma anche dalle sue interazioni con la società, ovvero con gli amici, i compagni di squadra, i compagni di scuola, i colleghi, in altri termini: “quelli di noi che non sono coinvolti direttamente in una diade di abuso, ma stanno nella vita sociale, nella famiglia, nel lavoro, nella scuola e nelle altre relazioni culturali con persone che potrebbero essere in quella situazione”, insomma: gli spettatori.

Ed è su questi spettatori che il lavoro di prevenzione della violenza si deve concentrare, sui giovani e giovanissimi (maschi e femmine, come si evince dai commenti) convinti che “la violenza sulle donne è dovuta a raptus momentanei, giustificati dal troppo amore”, che “individua nella donna le responsabilità delle violenze”, che ritiene cheè normale che un uomo tradito diventi violento(da “Rosa Shocking 2. Violenza e stereotipi di genere: generazioni a confronto e prevenzione”).

Perché se una scena si ripropone uguale a se stessa per anni ed anni, è anche perché ha un pubblico disposto ad applaudirla, a gridare “(h)A fatto più che bene”.

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