Il silenzio delle femministe

  1. Puntuali come la morte e le tasse, quando accade che il presunto omicida di una donna non è italiano, arrivano quelli (e quelle) che si lamentano del silenzio delle femministe.

Il più delle volte sono quelli che, quando invece il perpetratore è italiano, si appellano all’istinto primordiale del maschio, poi accusano le donne di andarsene in giro con troppa disinvoltura, come il Senatore D’Anna, oppure che la vicenda è “molto ma molto strana”, perché gli italiani non le fanno certe cose.

Sono quelli che non esitano ad augurare ad altre donne una sorte orrenda, quelli che, quando parli di femminicidio, rivolgono gli occhi al cielo invocando sul vocabolo e chi lo pronuncia tutte le piaghe d’Egitto.

Poco tempo fa, proprio Pollenza, il paesino di poco più di seimila anime che è stato il teatro del macabro ritrovamento di ciò che rimaneva del corpo di Pamela Mastropietro, è finita sulle pagine di cronaca per la brutale aggressione di una sua cittadina da parte dell’ex marito:  investita, colpita alla testa con un martello prima e una chiave a triangolo poi, credo che la signora non si sia più risvegliata dal coma.

Ma non ve lo so dire con certezza, perché la sua vicenda non ha destato l’interesse del grande pubblico.

Forse perché la vittima non era italiana, forse perché non era una bella ragazza, forse perché tra moglie e marito è meglio non mettere il dito – e comunque lei gli voleva portare via la casa, a quel pover’uomo, che le ex mogli sono una razzaccia brutta e lui era un gran lavoratore – o forse perché le martellate in testa non sono abbastanza splatter… chi lo sa.

Non sono questi gli eventi a proposito dei quali si richiede il parere delle femministe, anzi: di queste sordide vicende coniugali è meglio non parlare affatto. Infatti, pochi giorni dopo l’aggressione, Pollenza ha celebrato il 25 novembre con tante belle iniziative (scarpette rosse, manichini insanguinati, sedie vuote, opere d’arte, poesie, palloncini) e nessuno ha speso una parola per la concittadina di origine albanese in coma, nessuno dei commossi partecipanti ha fatto il suo nome, un nome che nemmeno io sono in grado di fare, oggi, perché in rete non ne ho trovato traccia.

A Macerata si sta organizzando una “Manifestazione nazionale contro fascismo e razzismo” per rispondere all’ignobile gesto di Luca Traini, che per giustificare il suo desiderio di “ucciderli tutti” [i neri], ha tirato in ballo la morte di Pamela Mastropietro.

Come scrive Giulia Siviero su il Post, è sufficiente che lo dica Traini, che la strage che non è riuscito a portare a compimento sia stata causata dal dolore provato al pensiero del corpo straziato di Pamela Mastropietro, per far sì che in molti si sentano in dovere di mostrarsi solidali e comprensivi, perché quale uomo che sia un vero uomo non perderebbe il controllo di sé di fronte ad un simile oltraggio?

L’avvocato di Traini, Giancarlo Giulianelli, ha detto che “la morte di Pamela ha creato un blackout totale nella sua mente che potrebbe configurare l’incapacità di intendere e di volere al momento del gesto“. I coraggiosi difensori delle donne italiane che in questi giorni applaudono al gesto di Traini non sono in grado di notare che questa interpretazione del desiderio di Luca Traini di uccidere tutti gli uomini (e le donne) di colore è simile a quella che si trova sempre per ogni individuo che decida di far fuori la sua compagna, moglie, fidanzata: un raptus di follia, ha perso la testa, era una relazione conflittuale, lui era disoccupato da tempo, una tragedia.

Un’interpretazione che non è altro che un’assunzione acritica del punto di vista del carnefice, che inibisce l’empatia nei confronti delle sue vittime, contribuendo quindi alla loro deumanizzazione, e normalizza la scelta di servirsi della violenza: perché gli uomini sono fatti così, sono tutti un po’ folli, non sanno controllarsi, è il testosterone.

Proprio di questo discutevamo, qualche giorno prima di quel sabato 3 febbraio, su facebook: di quanto sia tossica, questa narrazione della mascolinità come intrinsecamente bestiale e predatoria, che descrive l’uomo come una pentola a pressione pronta ad esplodere, di fronte alla quale è opportuno “tenere sempre alta la guardia“.

Soprattutto perché la medesima narrazione può essere usata per difendere chi ha ucciso e fatto a pezzi Pamela Mastropietro, cosa della quale nessuno dei fan di Luca Traini sembra rendersi conto: se quello che vi interessa è che Pamela Mastropietro ottenga giustizia, lo state facendo nel modo sbagliato.

Ma non raccontiamoci balle, non è quello che vi interessa.

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Contro lo sfruttamento sessuale

Ricevo e pubblico, visto che l’appello è aperto alle firme di donne e associazioni. (Per vedere chi ha già firmato questo appello seguire il link)

(Le donne interrogano la politica)

Il voto delle donne e le domande ai politici sull’impegno contro lo sfruttamento sessuale, la prostituzione, la tratta

Nella democrazia molte cose sono cambiate perché le donne hanno spinto per il cambiamento con grande concretezza scegliendo di volta in volta obiettivi parziali ma prodromici al raggiungimento di nuovi traguardi.

Le donne hanno ottenuto leggi importanti per la cui applicazione si battono ancora: dal diritto alla rappresentanza alla legge 194, dalla riforma del diritto di famiglia alle norme a contrasto della violenza sessuata e infine la legge Merlin contro lo sfruttamento della prostituzione.

Di fronte alle vigenti nuove, relativamente, istanze derivanti dalla Convenzione di Istanbul (contro tutte le violenze degli uomini sulle donne) e la risoluzione Honeyball ancora la politica mostra le stesse inerzie ed opposizioni mostrate di fronte alla legge Merlin nel 1958. Si tratta da una parte di incapacità e dall’altra di un atteggiamento strategico per invalidare il varco aperto teso alla sconfitta dell’oppressione sessuale.

Di fronte all’evidenza della normalizzazione della schiavitù di centinaia di migliaia di donne provenienti dalla tratta e da condizioni di povertà e violenza, si tratta di dare finalmente impulso al perseguimento reale degli sfruttatori e di tutti coloro che godono d’impunità per gravi reati violenza su donne e minori, approfittando dell’inerzia applicativa di una legge dello stato (Merlin e collegate) e delle nuove convenzioni, per altro ratificate dall’Italia nelle sedi proprie.

Tra le urgenze che la politica non vede, è necessario che venga riconosciuto e portato in una dimensione normativa il contrasto reale alla prostituzione e alla tratta, il che è oggettivamente la precondizione per l’ulteriore avanzamento della democrazia. La prostituzione è l’inaccettabile normalizzazione della violenza e del dominio sessuale degli uomini sulle donne, un tema non negoziabile nel percorso di liberazione femminile.

Abbiamo inviato ai responsabili politici un documento/manifesto [a seguire] che illustra in modo inequivocabile tutte le conseguenze che le diverse soluzioni adottate dai vari sistemi statali sulla prostituzione possono avere sulla vita delle donne. Per l’importanza di questo tema quindi, come donne e cittadine, chiediamo ai politici di chiarire le loro intenzioni nei confronti della prostituzione rispondendo a queste DUE domande:

Siete favorevoli a legiferare sulla scorta del modello francese e nordico perché la prostituzione sia considerata violenza sulle donne, la domanda sia perseguita (i clienti) e le donne in prostituzione salvaguardate nei loro diritti umani come vittime di violenza?

Si NO

Siete favorevoli all’introduzione di attiviste della rete antiviolenza nei centri di prima accoglienza per migranti, per accogliere come presunte vittime di stupro, violenza e tratta le donne che arrivano nel nostro paese e instradarle nell’alveo delle richiedenti asilo/protezione sussidiaria?

SI NO

Ci attendiamo delle risposte.

MANIFESTO FEMMINISTA CONTRO LO SFRUTTAMENTO SESSUALE

DELLE DONNE E DELLE BAMBINE

AI partiti, ai movimenti politici, alle donne

La lotta alle schiavitù antiche e nuove è la frontiera mondiale alla quale tutti i paesi di democrazia avanzata, come l’Italia, devono dare il loro contributo.

Vere e proprie piaghe che colpiscono donne, bambini e uomini di tutte le età, permangono in modo manifesto o strisciante anche nel nostro paese a causa di interessi criminali ma anche di usi e comportamenti, a vario titolo, tollerati nel tessuto politico e sociale.

Una delle forme di schiavizzazione sostanziale più immutate nel tempo è quella della prostituzione femminile che, ormai è evidente a tutti, si incrocia da una parte con la tratta di esseri umani e dall’altra con una realtà di violenze psicologiche, economiche e sessuali esercitate sulle donne in quanto donne. La risoluzione europea Honeyball del 2014 sulla prostituzione, approvata in seguito alla lettura di dettagliate ricerche e alla pubblicazione di un vero e proprio rapporto/denuncia sulla dimensione spaventosa in fatto di numeri, volume di utili e modalità di reclutamento (dalla ricerca è risultato che l’esercizio della prostituzione nel 90% dei casi consegue a stupri e vessazioni), nel nostro paese non ha prodotto significative prese di coscienza nella maggioranza dei responsabili politici.

Nonostante la consapevolezza comune del fatto che una parte dell’emergenza umanitaria in Europa (di cui i viaggi della disperazione migrante sono segno tangibile) è generata e mossa dalla richiesta di un mercato che usa la prostituzione come fine e come mezzo di profitti illeciti, c’è una parte della politica che affronta l’ampia tematica delle schiavitù sessuali approcciando unicamente la prostituzione nel suo aspetto commerciale, ovvero in quello che appare come apparente libera transazione di denaro tra cliente e prostituta.

Fin dall’approvazione della legge Merlin l’Italia ha inscritto nella democrazia il principio dell’inalienabile diritto delle cittadine a disporre della propria libertà abbattendo il principio dell’utilità pubblica del corpo delle donne come “palestra” della virilità intesa come esercizio unilaterale, e non relazionale, nell’accoppiamento sessuale. Fu la stessa legge a suggerire un ripensamento sulle relazioni tra uomini e donne imponendo la chiusura dei bordelli, luoghi dove la violenza sulle donne veniva considerata fisiologica, dove si incarnava quel principio (che il femminismo anni 70 avrebbe abbattuto) della divisione della identità femminile tra la casa, la cura dei figli gratuita e la sessualità mercificata, con lo slogan rivoluzionario: “Né puttane né madonne solo donne”.

La legge Merlin, come indicazione di politiche e azioni di governo, finora in gran parte disattese, è perfettamente integrabile nelle direttive della Risoluzione del 2014, e in qualche modo pone il nostro paese in una posizione privilegiata nella lotta alla schiavitù sessuale. La legge Merlin non ha mai messo fuori legge le prostitute, ha messo fuori legge lo sfruttamento e la regolamentazione della prostituzione da parte di uno stato.

La Risoluzione Honeyball, ha statuito sulla prostituzione un principio di civiltà in linea con la convenzione di Istanbul, “riconosce che la prostituzione, la prostituzione forzata e lo sfruttamento sessuale sono questioni altamente legate al genere, nonché violazioni della dignità umana, contrari ai principi dei diritti umani, tra cui la parità di genere, e pertanto in contrasto con i principi della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, compresi l’obiettivo e il principio della parità di genere”; ovvero che la prostituzione rientra nelle modalità di fare violenza, opprimere le donne e relegare ad un ruolo subalterno e come tale essa è forma di femminicidio. La Risoluzione inoltre: ” è del parere che considerare la prostituzione un «lavoro sessuale» legale, depenalizzare l’industria del sesso in generale e rendere legale lo sfruttamento della prostituzione, non sia una soluzione per proteggere donne e ragazze minorenni vulnerabili dalla violenza e dallo sfruttamento, ma che sortisca l’effetto contrario esponendole al pericolo di subire un livello più elevato di violenza, promuovendo al contempo i mercati della prostituzione e, di conseguenza, accrescendo il numero di donne e ragazze minorenni oggetto di abusi”.

Nonostante l’importanza delle sue statuizioni questa Risoluzione rimane massimamente non recepita, non conosciuta e non diffusa, anzi addirittura confutata da nostri parlamentari cha auspicano l’inclusione del sex work tra le attività lecitamente svolte ( vedi varie proposte di legge giacenti), in contrasto con normative più rispettose della dignità delle donne come da ultima quella della legge francese, esempio virtuoso ed ultimo (2016) di una nazione che ha saputo affermare con forza e senza se e ma che la prostituzione è una forma di violenza contro tutte le donne.

Tenendo invece conto che grazie al clima creatosi intorno agli orrori generati dalla tratta e dello sfruttamento sessuale molti paesi Europei hanno riaperto la prospettiva del contrasto alla schiavitù sessuale e alla prostituzione, riconoscendo in quelle non solo una grave violazione dei diritti umani ma anche il mezzo per l’esercizio di altri traffici illeciti, non ultimo quello delle droghe pesanti. Parliamo di paesi nei quali la prostituzione è stata regolamentata, la Germania per esempio, e dove il ripensamento ha origine nella constatazione da parte degli stessi organi di controllo dello stato (polizia e pubblici ministeri) del fallimento di un modello. Questo modello messo in piedi nel 2002 doveva garantire il discrimen utopico tra prostituzione liberamente scelta e prostituzione trafficata dalla criminalità. Non è stato così: il discrimen è saltato e sotto il consenso liberamente dato si è nascosto il ricatto, il sequestro, le minacce dei criminali, trasformati da sfruttatori in imprenditori, essendo stato offerto loro un canale legale per veicolare altri traffici illeciti che necessitano di manovalanza e di clientela.

La tolleranza, anche politica e qualche volta al servizio di politici, verso la mala applicazione della Merlin e l’inapplicazione della Honeyball è il terreno di coltura di un’oppressione incombente su tutte le cittadine, che singolarmente e per le proprie figlie e figli vedono la riproposizione reiterata di ruoli sessuali gerarchizzati per genere e che imputano alla semplice clandestinità “del mestiere più antico del mondo” i guasti della violenza insita nel rapporto mercificato tra uomini e donne ed indicano come unico obiettivo l’ordine legale e il decoro cittadino.

Tutta la materia che afferisce alla difesa dei diritti delle donne è in gran parte condizionata dalla tolleranza fattuale di tutta la fenomenologia che viene designata col termine “prostituzione”, e in gran parte a questa tolleranza contribuisce l’aver creato ad arte una netta separazione tra vittime di violenza maschile e vittime della tratta. La convenzione di Istanbul riguarda tutte le donne del pianeta e a maggior ragione le vittime non solo dello stupro “iniziatico”, ma dello stupro sistematico e quotidiano dei clienti, che arricchisce gli sfruttatori. Questa separazione tra vittime, sicuramente strumentale e ingiustificabile, si basa sulla falsa vulgata di un mercato tendenzialmente misto: va detto chiaramente che le prostitute donne e adolescenti donne sono più dell’80% tra tutti coloro che vengono mercificati.

In questa, che è una disputa sui diritti umani e civili delle donne, viene spesso chiamata in causa la libertà sessuale delle donne, e non abbiamo dubbi che la politica che vuole la riapertura delle case di tolleranza sarà propensa, come non è altrimenti, a prestare ascolto a una parte del movimento delle donne che parla in difesa della libertà di prostituirsi. Ma il movimento femminista ha difeso il diritto della singola in nome del diritto di tutte, quindi anche quelli delle vittime di tratta, che solo attraverso una chiara impostazione ed estensione della legislazione a tutta la sfera della Convenzione di Istanbul, può essere rivendicata come diritto universale.

Le donne hanno sì guadagnato la loro libertà sessuale, ma non al servizio del patriarcato. Patriarcato e diritti delle donne sono un ossimoro evidente. Libertà e patriarcato sono altrettanto un ossimoro ed altrettanto un inganno voluto.

Viene usata la parola “emersione” come chiave impropria (tratta dal contesto commerciale dell’evasione fiscale) del meccanismo che dovrebbe sconfiggere la schiavitù nel mercato sessuale, restituendo libertà alle vittime in un contesto di legalizzazione dello sfruttamento della prostituzione.

Dobbiamo ancora lamentare che le retate “antiprostituzione” si risolvano spesso solo con l’espulsione di quelle che vengono chiamate clandestine, che dovrebbero in quanto vittime essere tutelate. Una palese digressione dalle garanzie previste dalla Merlin e una lesione dei principi delle convenzioni Internazionali, che non puniscono ma proteggono le donne.

I dati sulle attuali contraddizioni dell’inserimento della prostituzione nel lavoro di mercato (attraverso le varie misure: la legalizzazione/ regolamentazione /depenalizzazione) ci dicono che:

– la prostituzione come servizio sessuale, implica l’equiparazione del lavoro sessuale ad ogni altro tipo di lavoro, ma ciò non è vero perché è un lavoro vietato ai minorenni e ciò impedisce alla pari di altri lavori che possa figurare nell’orientamento professionale ad opera delle scuole, nel progetto di alternanza lavoro, e nei tirocini formativi, ecc. ecc.

-la prostituzione delegittima la parità di trattamento uomo donna nel lavoro (e si mette fuori da ogni legge prevista a riguardo), sancendo nel lavoro sessuale la evidente disparità di posizioni di potere uomo/donna senza accesso ad ascensori sociali o a inversioni di ruolo: la prostituzione al 90% ( dati internazionali e mondiali su prostituzione) è femminile mentre al 95% i clienti sono maschi (anche della residuale prostituzione maschile);

– la prostituzione legittima la presenza di zone franche nella violenza contro le donne perché le violenze sessuali, fisiche e psicologiche perpetrate dai clienti in questo ambito (e considerate da ricerche europee maggiorate dal 30 al 50% in più delle violenze attribuite all’ambito domestico) saranno addebitati ad inconvenienti del mestiere, ed il femminicidio sarà di categoria B (anch’esso rubricato come incidente di percorso) rispetto agli altri. In più sconvolgenti sono i dati diffusi in Germania sulla violenza in questa professione che parlano di 87% di violenze fisiche sulle prostitute a parte di clienti, di 59% di violenze sessuali, e 82% di violenza psicologica. (BMFSFJ – Federal Government (2007), Health, Well-Being and Personal Safety of Women in Germany: A Representative Study of Violence against Women in Germany);

– la prostituzione nasconde la tratta e lo sfruttamento sessuale di donne e minori dietro le forme imprenditoriali (House, holding, centri messaggi ecc.) che stanno prendendo piede e che sconfiggono, come avvenuto per altri settori, le singole imprese individuali, impegnando anche centinaia di donne autonome lavoratrici, paganti un affitto in proprio. Il dato oggettivo è che la prostituzione è l’oggetto più cospicuo del traffico di esseri umani (il 59%) e che dentro questa fetta di tratta a scopo sessuale troviamo il 97% di donne e bambine, (UNODOC (United Nations Office on Drugs and Crime, 2014) Global Report on Trafficking in Persons, New York. pag. 36);

-la prostituzione e la sua legalizzazione costringe la Germania ( il più grande bordello europeo) a fare marcia indietro e ad interrogarsi sulle sue scelte. I pubblici ministeri e la polizia alzano le mani: non è possibile più distinguere donne costrette/trafficate, da donne che liberamente scelgono la prostituzione (stimate insieme ai maschi ed ai trans in un 15% della prostituzione complessiva) come lavoro (sex work) perché generalmente sono sotto ricatto dei trafficanti, il cui ruolo è fornire la materia prima al mercato in espansione della prostituzione costituita dalla esigente e pressante domanda della clientela (al 95% maschile) “The national statistics showed a decrease of almost 25% in the number of victims of trafficking for sexual exploitation identified between 2002 and 2010. Law enforcement authorities repeatedly highlighted that the offences related to trafficking for sexual exploitation are difficult to prove, relying mostly on the statements of the victims. The withdrawal of victims’ statements occurs often, making it very difficult or even impossible to monitor the human trafficking offences” (Schulze, E. et al. (2014) Sexual exploitation and prostitution and its impact on gender equality, Policy Department C: Citizens’ Rights and Constitutional Affairs, European Union, Brussels (pag.44);

– la prostituzione e la sua depenalizzazione in Nuova Zelanda (modello che viene promosso dai sostenitori dell’industria del sesso) protegge tutti coloro che fanno profitti nell’industria ovvero proprietari di bordello o agenzie di escort, ma non per questo protegge le donne prostituite. Il movimento internazionale delle sopravvissute all’industria del sesso, (che comprende associazioni come SPACE international, Sex Trafficking survivors united e molte altre) e attiviste femministe abolizioniste che sostengono il Modello Nordico denunciano invece come la depenalizzazione totale dell’industria del sesso strappi via ogni forma di autodeterminazione e di potere dalle mani delle donne per dare questo potere ai papponi che si trovano ad essere uomini di affari, manager legittimati a sfruttare impuniti allo stesso tempo donne che hanno scelto l’industria del sesso e vittime di tratta, che diventano così invisibili in un sistema che normalizza la prostituzione come ‘lavoro’. Da tempo ricercatori e donne che sono state o si trovano ancora oggi nei bordelli della Nuova Zelanda denunciano come la Prostitution Reform Act del 2003 non abbia eliminato né lo stigma, né tanto meno la violenza esercitata da sfruttatori e clienti , né abbia migliorato le condizioni di vita delle persone prostituite, ma abbia invece normalizzato lo sfruttamento che sono costrette a subire.

Come cittadine e femministe dichiariamo il nostro interesse prioritario a votare i partiti, gli uomini e donne che li rappresentano, solo se dalle loro risposte ALLE NOSTRE DOMANDE si evincerà che:

– vogliono lavorare nel solco di Lina Merlin contro regolamentazione/depenalizzazione della prostituzione;

– condividono la convenzione di Istanbul contro ogni forma di violenza sulle donne e la risoluzione Honeyball per l’abolizione della prostituzione e l’affermazione del modello nordico/francese: penalizzazione della domanda, ovvero dei clienti, e alternative di uscita per le persone prostituite che lo richiedono.

– si impegnano a sostenere le politiche per il lavoro e l’autonomia delle donne, la parità salariale/reddituale la conciliazione dei tempi, presenza delle donne nei luoghi decisionali e della politica, abbattere in ogni modo il gender gap considerando che uno dei fattori d’ingresso nella prostituzione è la sempre crescente povertà femminile come messo in evidenza di recente dall’Unione Europea http://www.europarl.europa.eu/news/it/press-room/20130308IPR06303/la-poverta-ha-un-volto-femminile-crisi-economica-colpisce-maggiormente-le-donne

Stefania Cantatore, Udi Napoli,

Elvira Reale, Annamaria Raimondi, Associazione Salute Donna

Rosa di Matteo, Clara Pappalardo, Arcidonna Napoli Onlus

Associazione Resistenza Femminista

Esohe Aghatise, Associazione Iroko Onlus

 

Per approfondire:

Cosa ci dice la prostituzione della nostra cultura

Se pensate che la legalizzazione renderà sicura la prostituzione, guardate cosa accade nei mega bordelli tedeschi

Scienziati per un mondo senza prostituzione

E’ come se lei non fosse davvero lì

Gli uomini che comprano sesso: le loro parole

Parliamo delle scelte di lui

Noi non compriamo le donne

 

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Perché la donna incominciò a votare

Pochi giorni fa è deceduta Nunzia Maiorano, 41 anni. Accoltellata. Quella che inizialmente era stata descritta come una “lite tra coniugi” finita in tragedia

si è rivelato essere, grazie soprattutto alle testimonianze di chi ha assistito al delitto, l’ennesimo caso di violenza domestica:

Non posso sentire più la storia che mia sorella l’ha anche lei accoltellato o che è nato tutto da un litigio per un messaggio perché mia sorella è stata aggredita alle spalle da un vigliacco. Questa è la verità.” ha dichiarato il fratello della vittima.

La testimonianza della cugina conferma che l’aggressore non ha mai gridato, mentre da fuori si sentivano le urla disperate della donna che, massacrata di botte e ferita, cercava di sfuggire al suo aggressore.

Ho paura di Salvatore. Se lo lascio mi ammazza” aveva confidato Nunzia al fratello, ma l’immagine di sé che Salvatore Siani offriva al cognato era molto diversa: “cuori e simpatici link“, ma soprattutto tanto amore per la sua famiglia:

Soffriva tanto, Salvatore. E un post di ieri de il Mattino ci spiega perché:

A dispetto del fatto di aver brutalmente assassinato Nunzia, aggredendola alle spalle davanti alla madre di lei e al proprio figlio di soli 5 anni, inondandolo di sangue come se stessero girando un film splatter, Salvatore insiste con la sua versione dei fatti, che prevede una Nunzia crudele tanto quanto lui se non di più: lo voleva addirittura cacciare di casa, la “sua” casa!

E buona parte del pubblico de il Mattino si mostra comprensivo e solidale di fronte al dramma di questo pover’uomo:

Delitti del genere sono imputabili allo schifo che regna in questo paese (uno schifo del quale il povero Salvatore è vittima), dove si assegnano le case alle donne lasciando i mariti in mezzo ad una strada: è per questo che le famiglie vengono distrutte, non certo perché si accoltellano le mogli prima ancora che abbiano chiesto la separazione.

D’altronde le strade sono piene di poveri mariti senzatetto…

E’ ovvio che questi uomini vessati dalle ex (e poco importa che Nunzia non fosse ancora una ex) finiscano col massacrare le arpie che li riducono sul lastrico! Non c’è neanche bisogno di indagare oltre, perché il movente è chiaro, la responsabilità è di una legge iniqua e della “guerra dei sessi”:

(I generi lottano, ma lottano perché uno solo è il genere cattivo: le “mamme”.)

Sopporta e stai zitta: ecco l’essenza della parola “emancipazione”. E non affannatevi a cercare la parola nel dizionario per verificare, perché a causa di tutte queste donne che pretendono di occupare le case degli uomini “che si fanno il mazzo”, il lemma è stato eliminato.

Un giorno qualcuno mi spiegherà perché le donne debbono “emanciparsi” e sopportare, mentre agli uomini non solo non è richiesto con la medesima veemenza di imparare a sopportare, ma ricevono tanto consenso quando smettono di “sopportare” e si armano di coltello.

Solo gli uomini lavorano e si possono permettere una casa: le donne sono dei parassiti che si sposano allo scopo di spodestarli.

Non conosceva Nunzia, chi ha emesso un verdetto di colpevolezza contro di lei, come non conosce Salvatore, ma la versione di lui, la versione dell’omicida, è quella più credibile, per via di quel “fenomeno” tanto noto quanto privo di dati concreti a supporto della sua esistenza che sono le frotte di ex mariti ingiustamente ridotti in povertà.

Più tutele per gli uomini, è questa la soluzione del problema della violenza sulle donne, dell’aumento dei divorzi e del calo delle nascite.

E già che ci siamo, togliamoglielo il diritto di votare, che da quando le donne votano non funziona più niente in questo sciagurato paese.

 

Sullo stesso argomento:

Quando una donna viene uccisa è certamente colpa sua

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Di ripicche e uomini sotto i ponti

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Parità di genere?

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L’approccio dello spettatore – II

 

 

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Sorrideremo un po’, perché ci fa bene

“Francamente, non perdiamo tempo a rispondere. Invece ecco cosa faremo: ascolteremo educatamente le persone come Catherine Deneuve, sorrideremo un po’ perché questo ci fa bene, e poi resteremo concentrate sulla vera questione. Perché i diritti delle donne e la costruzione di una società più giusta sono cose serie.”

Alice Bah Kunkhe, Ministra della cultura e della democrazia svedese, fonte

In effetti, ce ne sono di interventi che strappano una risata, in questi giorni. Se a far ridere di gusto la Ministra svedese è il documento francese che, a proposito delle campagne di denuncia delle molestie sessuali che  hanno letteralmente travolto il web dopo lo scandalo Weinstein, parla di “odio per gli uomini e la sessualità“, noi possiamo sollazzarci con  Claudia Gerini che paventa addirittura la fine del mondo:

Noi donne siamo lusingate dalle attenzioni maschili. Se non ci fossero finirebbe il mondo.

Attente, signore mie, a dire pubblicamente e con sicumera che la mano sul culo in autobus non vi procura un brivido di piacere, perché potrebbe addirittura esplodere il pianeta e dovrete portarvi questo peso sulla coscienza per tutta l’eternità, che trascorrerete in un inferno senza più maschi.

“Who knew that humankind’s very existence depended on women’s silence in the face of abuse?”

Chi pensava che addirittura l’esistenza del genere umano dipendesse dal silenzio delle donne di fronte agli abusi – scherza Jessica Valenti su The Guardian, di fronte al moltiplicarsi degli appelli preoccupati di chi vede nel successo della campagna l’inizio della fine della vita così come la conosciamo.

Per troppo tempo le donne non sono state ascoltate o credute quando hanno osato raccontare la loro verità sul potere di questi uomini. Ma il loro tempo è finito. Il loro tempo è finito!ha tuonato Oprah Winfrey ai Golden Globe.

Come sarebbe che il tempo è finito? – ci dice una Loredana Lipperini nel panico più totale, abbiamo bisogno di più tempo, parliamone, “gli uomini non sono il male“, cosa volete fare, dove volete andare?

Verso l’ignoto, vogliamo andare, verso l’infinito ed oltre, incontro ad un futuro nuovo, per cominciare una vita completamente diversa da quella alla quale siamo abituate da secoli e secoli e secoli, assumendoci la piena responsabilità del cambiamento.

In tutte queste reazioni terrificate, in questi inviti alla prudenza, alla riflessione pacata e conciliante (perché noi donne dobbiamo sempre essere pacate e concilianti, no?), sono parecchie le scelte lessicali che mi procurano parecchie perplessità.

La più problematica è sicuramente “la zona grigia“, quella la zona che, secondo Lipperini, “attiene ai rapporti fra uomini e donne” ed è il regno del’indistinto, dell’indefinibile, di tutto ciò che non può e non deve essere oggetto di giudizio, perché dal denunciare uno stupro o una molestia alla divisione manichea della popolazione mondiale in “maschi cattivi” e “femmine sante” il passo è breve.

La zona grigia, per chi non lo sapesse, è un termine introdotto da Primo Levi nel suo libro “I sommersi e i salvati”, che io vi consiglierei di rileggere (o di leggere, se non l’avete ancora fatto) per comprendere appieno l’uso improprio che se ne fa in questi giorni, descrivendo “la zona grigia” come quel luogo difficile da delimitare nel quale dalla relazione uomo-donna scompare quel disequilibrio di potere causato dalla discriminazione di genere, o meglio, anche se non scompare, diventa un elemento trascurabile se paragonato al desiderio: “ho visto anche nascere storie d’amore (e di grande amore) fra persone di diverso potere, storie che erano iniziate con “forse per ottenere quel che voglio devo andarci a letto” e “come me la scoperei volentieri”, per esempio. Storie dove la fascinazione verso il potere (di lui) era componente del desiderio. Storie dove la fascinazione verso la giovinezza e la mancanza di potere (di lei) erano ugualmente componenti del desiderio. Questo per dire che è molto difficile entrare nei letti degli altri, e che c’è una soglia dove ci si dovrebbe arrestare” – spiega Lipperini.

Dimentica, Lipperini, che le donne che hanno condiviso i vari hashtag che hanno diffuso la campagna #metoo in tutto il mondo (#WoYeShi in Cina, #balancetonporc in Francia, #quellavoltache in Italia…) non stavano varcando una soglia per introdursi di prepotenza nelle vite di coppie felici e innamorate, ma stavano narrando le loro personali esperienze di molestie sessuali.

Inoltre, considerare il potere un elemento trascurabile nel discorso non solo tradisce l’analisi che Primo Levi ci ha lasciato in eredità che ha dato origine alla fortunata espressione, ma tradisce anche la tanto criticata campagna #metoo, che parla di un sistema di potere, non di erotismo, di amore o di sessualità.

È ingenuo, assurdo e storicamente falso ritenere che un sistema infero, qual era il nazionalsocialismo, santifichi le sue vittime: al contrario, esso le degrada, le assimila a sé“, scriveva Primo Levi e, se è veramente triste dover arrivare a tirare in ballo il Lager in questo contesto (ma non sono io che mi sono messa a scrivere di “zona grigia”), l’obiettivo del portare alla luce del sole la sofferenza generata dall’oppressione non è certo la santificazione di chi – anche quando si colloca in quella “zona grigia” nella quale si diventa in qualche modo conniventi con chi detiene il potere allo scopo di ottenere qualche piccolo vantaggio per sé – quel potere lo subisce, ma il riconoscimento del loro status di vittime di un sistema ingiusto fondato sulla diseguaglianza, un sistema che non scompare nel momento in cui ammettiamo – con la medesima lucidità con cui lo fece Levi – che la sua esistenza corrompe tanto gli oppressori quanto gli oppressi.

Perché non si parla di buoni e di cattivi, ma di privilegiati e soggiogati e in questo non c’è nessuna ambiguità.

Proclamare la guerra al maschio significa considerarci incapaci di respingere un’avance sgradita. Invece, anche se la violenza va sempre condannata, abbiamo la forza di dire di no” ci spiega Gerini.

Mi è sempre riuscito abbastanza bene difendermi (quando ero ragazza e il tipo che voleva presentarmi un caporedattore mi aveva raccomandato di essere molto carina con lui, mi dileguai, e in seguito devo aver rafforzato un po’ la mia facilità nel fare la faccia cattiva), ma gli occhi li ho sempre tenuti aperti.” scrive Lipperini.

E sono in buona compagnia, perché in’intervista la storica Anna Bravo ci comunica che il problema delle donne con le molestie (è un problema delle donne soltanto) è che non sono consapevoli del loro “piccolo potere“, il potere di dire di no:

“Le donne sono consapevoli del proprio valore erotico e sanno come governarlo, anche se non sempre è cosa facile (…) Il sistema cambia solo se le donne si sottraggono alla condizione di vittime. Siamo soggetti: rivendicarlo è un passo importante.”

Sono le donne che devono cambiare per cambiare il sistema.

Signore mie, basta poco, che ce vò?

Se un uomo vi molesta, minacciatelo, come consiglia l’intervistata: “ti do un pugno se non la smetti!

Può essere che il molestatore desista, può essere che vi stupri (li avevate gli occhi aperti?) o magari, se siete fortunate, vi licenzia soltanto, ma sarete “soggetti” stuprati e/o disoccupati, mica vittime! A questo punto il problema dovrebbe ritenersi risolto.

Raccontare una molestia subita non è una dichiarazione di guerra, è un atto di ribellione. C’è una bella differenza.

Molte donne sono stufe di crogiolarsi nell’idea che siamo abbastanza forti da sopravvivere all’iniquità come se questo fosse sempre sufficiente a rendere piena e felice un’esistenza, vogliono spendere le loro energie in qualcosa di diverso dalla resilienza, perché hanno un’infinita quantità di sogni, che spesso finiscono infranti contro l’ostacolo della discriminazione o soffocati dalla violenza che la discriminazione necessariamente porta con sé.

 

So che questo post è un po’ (tanto) caustico, ma la verità è che a me gli uomini piacciono, davvero, non li odio affatto, e proprio per questo sono molto ottimista riguardo il futuro.

Sono convinta che non ci estingueremo a causa del drastico calo del desiderio provocato dalla sempre più diffusa insofferenza nei confronti di battutacce sessiste, apprezzamenti scurrili e fuori contesto, ricatti sessuali e atteggiamenti da stalker: c’è una gran quantità di uomini meravigliosi là fuori, che ancora non sa di essere perfettamente in grado di sopravvivere a tutto questo.

Sono rimasti accanto a noi dopo il suffragio universale, si lasciano curare, difendere, dirigere da noi, ci votano persino, e ne ho sentito qualcuno dire “sindaca” senza accusare attacchi di nausea o giramenti di testa: ce la possono fare, abbiate fiducia.

In fondo sono esseri umani, proprio come noi.

E sono quasi certa che nessuna stia progettando di sterminarli o di spedirli a zappare la terra in stile Mao Tse-tung solo per assaporare il gusto della vendetta. Magari solo qualcuna.

La fine di un sistema oppressivo non necessariamente comporta l’inizio di una nuova forma di oppressione, la storia lo ha ampiamente dimostrato.

Proviamo a sorridere un po’, perché ci fa bene, e poi rimaniamo concentrate sulla vera questione: perché i diritti delle donne e la costruzione di una società più giusta sono cose serie.

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I porci e le loro alleate fanno bene ad agitarsi

Una traduzione da “Les porcs et leurs allié.e.s ont raison de s’inquiéter” : Caroline De Haas et des militantes féministes répondent à la tribune publiée dans “Le Monde

Un testo inaccettabile. Martedì 9 gennaio, 100 donne hanno firmato un appello pubblicato da Le Monde nel quale si difende la “libertà di importunare”, a seguito di  quella che chiamano “campagna di delazione” contro gli uomini accusati di molestie sessuali sulla scia del caso Weinstein. Un testo scritto da diversi personaggi famosi, tra i quali Catherine Millet e Catherine Robbe-Grillet, e firmato da figure note come l’attrice Catherine Deneuve e la giornalista Elisabeth Lévy, che difende, tra le altre cose, la “libertà di infastidire” dei donnaioli a fronte delle “pubbliche denunce e la messa in stato d’accusa di individui (…) collocati esattamente allo stesso livello degli aggressori sessuali”.

A questo appello ha reagito l’attivista femminista Caroline De Haas che ne ha scritto una risposta, co-firmata da una trentina di attivisti e attiviste femministe, per denunciare quello che considera un “#Metoo è stato bello, ma … “.

Ogni volta che i diritti delle donne progrediscono, le coscienze si risvegliano e fanno la loro comparsa le resistenze. Di solito assumono questa forma: “è vero, certo, ma …”. Questo 9 gennaio abbiamo avuto un “#Metoo, è stato bello, ma …”. Non molto nuovo negli argomenti usati. Sono argomenti, quelli presenti nel testo pubblicato su Le Monde, che ascoltiamo al lavoro attorno alla macchina del caffè o durante i pranzi di famiglia. Quelli di cui potrebbe servirsi un collega imbarazzante o lo zio stanco che non capisce cosa sta succedendo.

“Potremmo andare troppo lontano.” Non appena l’uguaglianza avanza, anche di mezzo millimetro, le anime buone ci avvertono immediatamente del fatto che si rischia di scivolare nell’eccesso. Noi ci viviamo, nell’eccesso. Il mondo così com’è è l’eccesso. In Francia, ogni giorno, centinaia di migliaia di donne sono vittime di molestie. Decine di migliaia di aggressioni sessuali. E centinaia di stupri. Questo è eccessivo.

“Non possiamo dire più niente”. Come se il fatto che la nostra società tolleri, un po’ meno di prima, le osservazioni sessiste, come i commenti razzisti o omofobici, possa essere un problema. “Beh, era francamente meglio quando potevamo tranquillamente dare delle troie alle donne, eh?” No. Non era meglio. La lingua influenza il comportamento umano: accettare gli insulti contro le donne significa accettare la violenza. La padronanza della nostra lingua è il segno che la nostra società sta progredendo.

“È puritanesimo.” Fai passare le femministe per delle frigide, delle represse: l’originalità dei firmatari dell’appello è … sconcertante. La violenza colpisce le donne. Tutte. Pesa sulle nostre menti, i nostri corpi, i nostri piaceri e le nostre sessualità. Come si può immaginare una società liberata in cui le donne dispongano liberamente e completamente del proprio corpo e della propria sessualità se più della metà di loro dichiara di aver già subito violenze sessuali?

“Non possiamo più flirtare”. I firmatari dell’appello confondono deliberatamente un rapporto di seduzione, basato sul rispetto e il piacere, con la violenza. Mescolare tutto è molto pratico. Si mette tutto sullo stesso piano. In fondo, se la molestia o l’aggressione non sono che un “flirtare inopportuno”, la situazione non è così grave. Le firmatarie hanno torto. Non c’è una differenza di grado tra la seduzione e le molestie, ma una differenza sostanziale. La violenza non è “una seduzione più pesante”. Nella seduzione consideriamo l’altro come un nostro uguale, rispettiamo i suoi desideri, qualunque essi siano. Nella molestia l’altro è un oggetto disponibile, del quale non ci interessano i desideri né tantomeno il consenso.

“È responsabilità delle donne.” Le firmatarie dell’appello parlano dell’educazione da dare alle bambine in modo che non si lascino intimidire. Le donne sono quindi designate come le persone responsabili, quelle che devono attivarsi per non essere aggredite. Quando ci interrogheremo sulla responsabilità degli uomini, quando li educheremo a non violentare o aggredire? E l’educazione dei ragazzi?

Le donne sono esseri umani, come tutti gli altri. Abbiamo il diritto di essere rispettate. Abbiamo il diritto fondamentale di non essere insultate, importunate, aggredite, violentate. Abbiamo il diritto fondamentale di vivere le nostre vite in sicurezza. In Francia, negli Stati Uniti, in Senegal, in Tailandia o in Brasile: oggi non è così. Da nessuna parte.
Molte di loro sono spesso pronte a denunciare il sessismo quando proviene da uomini dei quartieri popolari. Ma la mano sul culo, quando è la mano degli uomini in mezzo a loro, diventa il “diritto di infastidire”. Questa strana ambivalenza ci permette di apprezzare il loro attaccamento al femminismo di cui si vantano.

Con questo testo, cercano di richiudere la cappa di piombo che abbiamo iniziato a sollevare. Non ci riusciranno. Siamo vittime della violenza. Non ci vergogniamo. Siamo in piedi. Forti. Entusiaste. Determinate. Porremo fine alla violenza sessista e sessuale.

I maiali e le loro alleate sono preoccupati? È normale. Il loro vecchio mondo sta scomparendo. Molto lentamente – troppo lentamente – ma inesorabilmente. Alcune reminiscenze polverose non cambieranno nulla, anche se pubblicate su Le Monde.

Hanno firmato questa risposta

Adama Bah, militante afroféministe et antiraciste, Marie-Noëlle Bas, présidente des Chiennes de garde, Lauren Bastide, journaliste, Fatima Benomar, co-porte-parole des Effronté.es, Anaïs Bourdet, fondatrice de Paye ta Shnek, militante féministe, Sophie Busson, militante féministe, Marie Cervetti, directrice du FIT et militante féministe, Pauline Chabbert, militante féministe, Madeline Da Silva, militante féministe, Caroline De Haas, militante féministe, Basma Fadhloun, militante féministe, Giulia Foïs, journaliste, Clara Gonzales, militante féministe, Leila H., de Check tes privilèges, Clémence Helfter, militante féministe et syndicale, Carole Henrion, militante féministe, Anne-Charlotte Jelty, militante féministe, Andréa Lecat, militante féministe, Claire Ludwig, chargée de communication et militante féministe, Maeril, illustratrice et militante féministe
Chloé Marty, assistante sociale et féministe, Angela Muller, militante féministe, Selma Muzet Herrström, militante féministe, Michel Paques, militant féministe, Ndella Paye, militante afroféministe et antiraciste, Chloé Ponce-Voiron, militante féministe, metteuse en scène, réalisatrice et et comédienne, Claire Poursin, coprésidente des Effronté.es, Sophie Rambert, militante féministe, Noémie Renard, animatrice du site Antisexisme.net et militante féministe, Rose de Saint-Jean, militante féministe, Laure Salmona, cofondatrice du collectif Féministes contre le cyberharcèlement et militante féministe, Muriel Salmona, psychiatre, présidente de l’association Mémoire traumatique et victimologie et militante féministe, Nicole Stefan, militante féministe, Mélanie Suhas, militante féministe, Monique Taureau, militante féministe, Clémentine Vagne, militante féministe, l’association En Avant Toute(s), l’association Stop harcèlement de rue.

E la sottoscrivo anche io.

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Nessuno tocchi la Carmen

Sacrilegio: il 7 gennaio, a Firenze, il regista e drammaturgo Leo Muscato ha offeso l’Italia tutta decidendo di non far morire la Carmen di Bizet.

Orrore! Raccapriccio! Il povero Georges si starà rivoltando nella tomba! E’ tutta colpa della Boldrini! Le femministe del “politicamente corretto” all’attacco del patrimonio artistico mondiale! Regime! Dittatura! Censura!

Non ho visto la Carmen incriminata, quindi non intendo esprimermi sul lavoro di Muscato. Magari è davvero brutta, non ne ho idea. Non entro neanche nel merito di quanto affermato dal sindaco Nardella.

Ci tengo solo ad informare tutte le persone che ritengono che l’arte sia in grave pericolo a causa del fanatismo femminista, che la guerra alle opere più celebri ed amate è iniziata tanto tempo fa e vanta parecchi nomi illustri.

Se proprio vogliamo mettere alla gogna Leo Muscato, io ci metterei anche Angela Carter: Barbablù, il gatto con gli stivali, Cappuccetto Rosso, la Bella e la Bestia, Biancaneve, sono tutti capolavori che la giornalista e scrittrice inglese ha devastato a causa della sua ossessione di distruggere l’opera dell’Uomo e guidare le donne al potere. Ci metterei anche Christa Wolf, che decise di riscrivere la Medea oltraggiando il povero Euripide con un finale nel quale la protagonista non uccide i propri figli. Oppure Helen Oyeyemi, che con il suo “Boy, Snow, Bird” si permette di “abusare” del lavoro dei fratelli Grimm per parlare, fra le altre cose, di razzismo. Assurdo!

Voglio svelare un segreto, ai puristi dell’arte che in questi giorni si stanno ergendo in difesa del musicista francese bistrattato: il mondo è popolato di sciacalli che si spacciano per grandi artisti. Goethe scrisse il Faust incurante del fatto che lo aveva già scritto Marlowe, prima di lui. Anche Sarte si è permesso di riscrivere le Coefore di Eschilo intitolandolo “Le mosche”, roba da non credere. Lo sapevate che “L’opera da tre soldi” di Brecht altro non è che una rielaborazione della “Beggar’s Opera” di John Gay? Gente priva di immaginazione, che si appropria del lavoro altrui per infarcirlo delle proprie idee sull’arte, la società, la politica, e riproporcelo riveduto e corretto. Scandaloso! Ma per chi ci hanno preso?

Ma la bomba, qui, è un’altra: Carmen non è un’opera originale di Georges Bizet. Il libretto di Henri Meilhac e Ludovic Halévy è ispirato ad una novella di Prosper Mérimée, e – tenetevi forte – la storia è diversa. Il personaggio di Don José, ad esempio, nel racconto di Mérimée uccide il tenente e il marito di Carmen, mentre nell’opera di Bizet questo non avviene.

Per questi due omicidi in meno nessuno vuole protestare? Si possono far sparire dei cadaveri, così, per il gusto di rendere più “politicamente corretta” un’opera che merita di essere riportata all’originale splendore? A nessuno importa del povero Prosper?

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Girly

Poco prima della fine dell’anno ho pubblicato sulla mia pagina facebook un articolo che biasimava Bono, il frontman degli U2, a causa di un’intervista pubblicata su Rolling Stone.

La frase “incriminata”, che è costata a Bono una vera e propria tempesta di critiche, si colloca in questo contesto: gli viene chiesto come “scopre” musica nuova e Bono parla del contributo dei suoi figli; a proposito di Elijah, che è in una band, dice che il ragazzo “believes that a rock & roll revolution is around the corner”, traduco: ritiene che una rivoluzione rock sia dietro l’angolo. La domanda successiva è “e tu lo credi?”, quindi il cantante risponde:

I think music has gotten very girly. And there are some good things about that, but hip-hop is the only place for young male anger at the moment – and that’s not good. When I was 16, I had a lot of anger in me. You need to find a place for it and for guitars, whether it is with a drum machine – I don’t care. The moment something becomes preserved, it is fucking over. You might as well put it in formaldehyde. In the end, what is rock & roll? Rage is at the heart of it. Some great rock & roll tends to have that, which is why the Who were such a great band. Or Pearl Jam. Eddie has that rage.”

La musica è diventata piuttosto “girly”, afferma Bono. Che scelta infelice.

Girly è una parola che può significare o “appropriato per una ragazza“, nel senso di non attraente per i ragazzi (“it just means she likes pretty things” ci spiega l’Urban Dictionary, cioè si dice di una ragazza cui piacciono cose graziose, come ad esempio il rosa o le “princessy things“), oppure “raffigurante giovani donne nude o parzialmente nude in pose erotiche” (qui una raccolta di girly magazines).

Io ritengo che Bono facesse riferimento al primo significato che ho citato, visto che usa l’espressione “girly music” in contrapposizione a “male anger” (rabbia maschile), dimostrando di essere vittima (come la stragrande maggioranza degli esseri umani di questo pianeta) dei più beceri stereotipi di genere: i ragazzi sono pieni di rabbia, a 16 anni, le ragazze invece no, o se sono arrabbiate non è la stessa collera che anima rock band come gli Who o i Pearl Jam.

Quello di cui si lamenta Bono è che, a causa della troppa  musica “girly” in circolazione, attualmente non ci sia abbastanza spazio per la rabbia rock dei maschi e questo non va bene.

La mia impressione è che, come è vero anche per molti altri, in un momento storico in cui campagne come #metoo riescono seriamente a mettere in crisi un sistema che da secoli si fonda sulla discriminazione di genere e sull’occultamento del contributo delle donne in ogni campo dello scibile, per Bono quegli scampoli di successo che le donne sono riuscite faticosamente a conquistarsi non possono che comportare un danno per gli uomini: ecco quindi che se c’è qualche donna, ogni tanto, in cima alle classifiche, gli uomini dovrebbero sentirsene sminuiti, o meglio depauperati, deprivati del margine necessario a fare della buona musica.

Davvero, suona piuttosto triste, come titola Jezebel, soprattutto perché, a dispetto del successo di alcune donne, le classifiche rimangono comunque caratterizzate dalla preponderanza di artisti uomini – come qualsiasi altro campo nel quale abbiano il desiderio esprimere la loro “rabbia maschia”, d’altronde.

La discussione che è seguita alla pubblicazione dell’articolo di Rebecca Fishbein ha preso sulla mia pagina una piega surreale: per difendere l’attivismo femminista di Bono (“A proposito: è l’unico cantante che si sia battuto per la parità salariale uomo-donna, con molte iniziative e vari interventi certo ben più importanti di questa complicata dichiarazione” mi ha ricordato una commentatrice) in molti si sono lanciati in ardite interpretazioni della sua affermazione, tutte comunque relative all’eccessivo sculettare delle donne ai vertici delle classifiche musicali:

“…si sa che a una mignottella come la Minaj basta sculettare un minuto per vendere quanto gli U2. Rihanna (bella voce, certo) uguale. In ogni caso la campagna di Bono per la parità salariale è cosa ben più significativa.”

“il concetto che Bono vuole esprimere è proprio questo: per seguire una moda che vuole donne mezze nude e sculettanti hanno snaturato un genere musicale. Cosa che non ha niente a che vedere ad es. Con artiste come Laureen Hill (lei sì che fa hip hop seriamente). E questo genere di immagine che queste donne promuovono (non importa quanto sei brava, basta che tu sia bella, mezza nuda e che sculetti) non ha niente a che vedere col femminismo. Dato l’impegno che ha messo Bono nella lotta contro le disparità di genere mi pare assurdo accusarlo di maschilismo per una frase fuori dal contesto.”

Bono, secondo alcuni/alcune commentatrici, ce l’aveva con artiste come Nicki Minaj, Miley Cyrus o Rihanna, colpevoli di cantare mezze nude

(i maschi del rock, quelli che fanno musica “seriamente”, non si spogliano mai, e comunque non allo scopo di solleticare il desiderio di chi li guarda, giusto?)

 offendendo così tutto il genere femminile:

“…queste starlette si avvicendano a enorme velocità: come gli oggetti, vengono spesso cambiati. E sono loro ad aver scelto questa via, per avere soldi e successo. Una donna dovrebbe detestarle, esattamente come io detesto i maschi che si mostrano vincenti, virili e arroganti (e non mi sogno certo di difenderli).”

La cosa strana è che non c’è un passo, nell’intervista a Bono pubblicata su Rolling Stone, in cui il cantante faccia esplicito o implicito riferimento allo sculettare delle cantanti di successo, anche se immagino che i miei lettori si aspettino che una “girly girl” si muova esclusivamente sculettando, ma soppratutto che i veri uomini si guardino bene dall’agitare il didietro.

In altri termini: la stragrande maggioranza della gente comprende ciò che la circonda attraverso il filtro degli stereotipi di genere.

Ciò che trovo estremamente problematica, nella discussione che ho affrontato, è la netta contrapposizione fra le donne accusate di danneggiare l’intera popolazione femminile per mezzo della rappresentazione sessualizzata e oggettificata del corpo femminile, che sono le cattive da odiare, e il cantante buono e femminista che non può aver detto qualcosa di sessista, perché è noto per le sue battaglie a favore dei diritti delle donne.

Al mondo non è tutto così bianco o nero, la realtà (non l’affermazione di Bono) è più complessa di così.

Prendiamo un artista come Nicki Minaj: se digitate su google il suo nome e le parole “feminist” o “feminism”, troverete un mucchio di articoli nei quali ci si interroga sul suo contributo alla causa femminista; c’è chi la definisce un’ “icona femminista” o “la femminista sentivamo il bisogno”, ma c’è anche chi le rimprovera di non essere in grado di “scrivere una rima per le tue figlie rotte“, come recita un celebre poema che le ha dedicato Jasmine Mans.

Se invece andate a cercare qual è il suo pensiero in proposito… beh io non sono riuscita a trovare un’intervista nella quale lei stessa si definisca una femminista o solo minimamente interessata alla questione.

In quest’articolo, ad esempio, le viene chiesto: “What’s your relationship with feminism at the moment?” e lei risponde:
You know, I feel like certain words can box you in. I think of myself as a woman who wants other women to be bosses and to be strong and to be go-getters. I’ve always said that, since I came in the game, even when I was doing mixtapes. I don’t know. There are things that I do that feminists don’t like, and there are things that I do that they do like. I don’t label myself. I just say the truth about what I feel: I feel like women can do anything that they put their minds to. That’s really the truth—I started off with just a dream.”

E’ femminista? Non lo sa, non le interessa, non credo neanche che riesca a trovare il tempo di sedersi e leggersi con calma le 700 e più pagine de “Il secondo sesso” di Simone de Beauvoir. Forse non è consapevole dei limiti concreti e spesso invalicabili che una società maschilista impone alle donne, impedendo loro, molto più spesso di quanto la maggior parte della gente sia disposta ad ammettere, di fare “qualunque cosa venga loro in mente”, o forse non coglie la differenza fra le potenzialità di una donna (ciò che potrebbe fare in virtù delle sue intrinseche qualità) e la realtà (ciò che riesce ad ottenere) e che tipo di compromessi si debbono accettare affinché si colmi il divario fra le due cose. Non ho difficoltà a immaginare che fosse impegnata a fare altro, considerato che dal 2007 – anno in cui ha fatto la sua comparsa sulla scena musicale – ad oggi è riuscita a diventare “la rapper femminile più influente di tutti i tempi” (Nicki Minaj Crashes Hip-Hop’s Boys Club titolava The New York Times già nel 2012), perché per quanto si favoleggi del fatto che ad una donna basti sbattere le ciglia e mostrare le tette, non è solo questo che fa lei: compone, canta, balla, recita, e sono tutte cose che si impiega tempo e fatica per imparare.

Citavo Jasmine Mans, qulche paragrafo fa. In rete ho trovato un suo commento al poema dedicato alla rapper, nel quale scrive che il suo poema voleva essere una sfida lanciata all’artista.

“Non voglio che Nicki Minaj sia la prossima Lauryn Hill o MC Lyte, voglio che lei faccia rap come se esistessero donne come Assata Shakur e Toni Morrison. (…) Barbie [N.d.T. il poema è anche conosciuto col titolo “The Mis-Education of a Barbie Doll”] “è una chiamata all’azione non solo per Nicki Minaj, ma per tutte le donne dell’industria dell’intrattenimento. La mia poesia si rivolge a Nicki Minaj perché sono una fan di lunga data e seguace del suo lavoro. Riconosco e applaudo le sue capacità liriche e l’affetto che ha su donne più grandi e più giovani di me. Se noi, come pubblico, non diamo uno specchio ai nostri artisti, allora chi lo farà? (…) lei ha chiesto di essere famosa. Si è ingegnata per essere più commerciabile in modo che ciò potesse accadere. Ora che è successo, cosa farà con quel potere? Sarà egoista a spese dei suoi fan? O sarà allo stesso tempo divertente, sexy e contribuirà al progresso sociale delle donne? Non vogliamo che la Nicki che conosciamo vada via, vogliamo che la Nicki che conosciamo sia tridimensionale. W.E.B. Du Bois ha detto che tutta l’arte è propaganda e dovrebbe essere usata per elevare e sfidare la comunità afroamericana, e se l’arte non lo fa è inutile. Nicki Minaj è troppo potente per essere inutile.”

A noi tutti piacerebbe che le persone di successo – cantanti, attori, scienziati, campioni dello sport – fossero in grado di discutere di questioni di genere con sensibilità e consapevolezza, che sentissero il bisogno di “usare” la loro influenza per migliorare altri aspetti della società, oltre a quelli strettamente collegati al loro lavoro.

La triste realtà è che spesso queste persone sono troppo impegnate a raggiungere il successo nel loro ambito di competenza e non hanno gli strumenti per farlo, come non li hanno per comprendere appieno le critiche che ricevono.

C’è anche da considerare che non siamo abituati a non considerare l’attivismo finalizzato a produrre cambiamenti sociali come uno specifico ambito di competenza, per il quale occorrono il medesimo tempo e la fatica che servono a diventare provetti in qualsiasi altro ramo.

Forse le nostre “icone femministe” non dovremmo cercarle sui palcoscenici o nei laboratori, quanto piuttosto fra quelle donne che hanno fatto della lotta alla discriminazione di genere il loro obiettivo primario, mentre con quelle che detengono il potere che deriva dalla popolarità dovremmo trovare il modo di dialogare, riconoscendo quelle che sono le loro oggettive capacità e senza indulgere in epiteti offensivi.

E questa è una critica che ora sto muovendo anche a me stessa.

 

Per approfondire:

Bono laments the “girly” state of music

Genderizzazione

Ipersessualizzazione e auto-oggettificazione

Ipersessualizzazione

 

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Cattive femministe

How do we reconcile the imperfections of feminism with all the good it can do? In truth, feminism is flawed because it is a movement powered by people and people are inherently flawed. For whatever reason, we hold feminism to an unreasonable standard where the movement must be everything we want and must always make the best choices. When feminism falls short of our expectations, we decide the problem is with feminism rather than with the flawed people who act in the name of the movement…

Feminism, as of late, has suffered from a certain guilt by association because we conflate feminism with women who advocate feminism as part of their personal brand. When these figureheads say what we want to hear, we put them up on the Feminist Pedestal, and when they do something we don’t like, we knock them right off and then say there’s something wrong with feminism because our feminist leaders have failed us…

I openly embrace the label of bad feminist… I embrace the label of bad feminist because I am human. I am messy. I’m not trying to be an example. I am not trying to be perfect. I am not trying to say I have all the answers. I am not trying to say I’m right. I am just trying — trying to support what I believe in, trying to do some good in this world, trying to make some noise with my writing while also being myself: a woman who loves pink and likes to get freaky and sometimes dances her ass off to music she knows, she knows, is terrible for women and who sometimes plays dumb with repairmen because it’s just easier to let them feel macho than it is to stand on the moral high ground.

I am a bad feminist because I never want to be placed on a Feminist Pedestal. People who are placed on pedestals are expected to pose, perfectly. Then they get knocked off when they fuck it up. I regularly fuck it up. Consider me already knocked off.

Roxane Gay, “Bad Feminist”

Come conciliare le imperfezioni del femminismo con tutto il bene che può fare? In verità, il femminismo è imperfetto perché è un movimento alimentato da persone e le persone sono intrinsecamente imperfette. Per qualche ragione, pretendiamo che il femminismo rispetti uno standard irragionevole: deve essere tutto ciò che vogliamo e deve sempre fare le scelte migliori. Quando il femminismo non soddisfa le nostre aspettative, decidiamo che il problema è il femminismo piuttosto che le persone imperfette che agiscono in nome del movimento…

Il femminismo, ultimamente, viene colpevolizzato per associazione, perché confondiamo il femminismo con donne che sostengono il femminismo, che ne fanno il loro marchio personale. Quando queste prestanome dicono quello che vogliamo sentire, le mettiamo sul Piedistallo Femminista, quando fanno qualcosa che non ci piace le buttiamo giù e poi diciamo che c’è qualcosa di sbagliato nel femminismo perché le nostre leader femministe ci hanno deluso…

Abbraccio apertamente l’etichetta della cattiva femminista… abbraccio l’etichetta della cattiva femminista perché sono umana. Sono un macello. Non sto cercando di essere un esempio. Non sto cercando di essere perfetta. Non dico che ho tutte le risposte. Non dico che ho ragione. Sto solo cercando di sostenere ciò in cui credo, fare del bene in questo mondo, fare rumore con la mia scrittura rimanendo me stessa: una donna che ama il rosa e ama dare di matto e a volte si scatena sulla pista da ballo con la musica che conosce, e lo sa, è terribile per le donne e chi a volte gioca a fare la stupida con i tecnici lo fa semplicemente perché è più facile farli sentire dei macho di quanto non lo sia fare sempre quella moralmente superiore.

Sono una pessima femminista perché non voglio essere messa su un Piedistallo Femminista. Ci si aspetta che le persone poste sui piedistalli agiscano perfettamente. Poi vengono buttate giù quando mandano tutto a puttane. Io regolarmente mando tutto a puttane. Consideratemi già buttata giù.

Buone feste! Ci risentiamo dopo le vacanze.

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I bambini vittime della violenza contro le donne

Un estratto da Children: Victims of Violence against Women

Ogni anno tra 133 milioni e 275 milioni di bambini in tutto il mondo soffrono a causa della violenza domestica, secondo il rapporto mondiale “Violenza contro i bambini”, scritto per le Nazioni Unite dall’esperto indipendente Paulo Sérgio Pinheiro.
Questa cifra, tuttavia, è una stima prudente se confrontata con quella  dell’UNICEF, il cui ultimo studio ha evidenziato che una cifra sbalorditiva di 300 milioni di bambini di età compresa tra due e quattro anni subisce abusi in casa, 176 milioni dei quali vivono con una madre che subisce violenze dal suo partner.

Le aggressioni e gli abusi contro le donne perpetrati di famiglia spesso conducono ad abusi sui minori e possono persino portare alla morte. Solo in Spagna, finora otto bambini sono stati uccisi per mano dei loro genitori quest’anno; la stragrande maggioranza di loro è stata uccisa per vendicarsi della madre del bambino, secondo i dati raccolti dall’Osservatorio di Stato del Paese sulla violenza contro le donne.

Questi dati contrastano nettamente con la cifra del 2016, in cui un bambino morto è stato registrato. Mentre questo accadeva in Spagna, nello stesso anno il numero di bambini uccisi dai loro genitori è arrivato a 25 in Francia.

In altri paesi come l’Australia, in particolare nel Nuovo Galles del Sud, 65 bambini sono morti tra il 2000 e il 2014, secondo uno studio della Corte dei coroner locali.

Questi crimini sono il risultato di un’epidemia silenziosa che non fa distinzione di religione, razza, classe sociale o provenienza geografica. Più della metà dei bambini sotto i 5 anni in Afghanistan vive con una madre che subisce abusi dal suo partner. Nel Regno Unito, 750.000 minori sono vittime di abusi domestici ogni anno. In Israele, 500.000 bambini sono esposti alla violenza nelle loro case, con solo 2.000 casi segnalati, e negli Stati Uniti 10 milioni di bambini vivono con un genitore violento.

Incubi ricorrenti su un evento traumatico come le percosse o la morte della madre di fronte a loro sono gli effetti immediati nella vita di un bambino che vive in un contesto di violenza domestica. Tuttavia, gli studi dimostrano che situazioni di ripetuti abusi e aggressioni possono causare un disturbi del sistema nervoso e immunitario e possono portare a limitazioni sociali, emotive e cognitive, oltre a problemi gastrointestinali, allergie, stress, crescita stentata e ritardo del linguaggio.

Tuttavia, è necessario distinguere tra gruppi di età. I minori di 5 anni che si sentono responsabili dei conflitti tra i genitori sono il gruppo più vulnerabile. Spesso, mostrano  disturbi del sonno, disturbi alimentari, pianto incontrollabile, tristezza, stallo del peso e perdita del controllo della vescica.
I bambini tra i 6 e i 12 anni possono soffrire di depressione, bassa autostima, ansia, isolamento e scarse prestazioni scolastiche.

 

Per approfondire:

La violenza assistita

Più che la violenza poté l’immaturità

Violenza e affido esclusivo

Proposte di modifica del codice civile

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Freak show

Se ci ferite noi non sanguiniamo? Se ci solleticate noi non ridiamo? Se ci avvelenate noi non moriamo? E se ci fate un torto non ci vendicheremo?

(“Il Mercante di Venezia”, William Shakespeare)

“Freak of nature” viene normalmente tradotto con l’espressione “scherzo della natura” ed oggi come oggi è un epiteto che può tranquillamente essere usato con valenza positiva o negativa.

I freaks cui voglio fare riferimento, però, non sono gli hungry freaks di cui cantava Frank Zappa, che orgogliosamente si fregiavano del termine per esprimere il loro dissenso nei confronti della società, bensì quelle bizzarrie umane, quelle “curiosità” – come le definiva Phineas Taylor Barnum, il celebre imprenditore circense – che nei secoli passati venivano esibite per stupire, ma soprattutto divertire, un pubblico in cerca di emozioni forti.

L’uomo elefante, il ragazzo foca, la meraviglia senza braccia, l’uomo scheletro, e poi nani, grassoni, gemelli siamesi, ermafroditi: quelle che per la gente che pagava il biglietto erano occasioni per provare un brivido di disgusto unito all’insopprimibile desiderio di farsi una sonora risata, spesso erano persone sfruttate sin dalla più tenera infanzia e destinate ad una fine dolorosa e grottesca, come Julia Pastrana, nota come la “donna più brutta del mondo”, cui il nostro Marco Ferreri dedicò un film negli anni sessanta.

All’inizio del XX secolo il “freak show” perse il suo fascino. Un articolo del 1908 (“Circus and Museum Freaks, curiosities of pathology“), pubblicato nel The New York Medical Journal, è considerato il primo passo verso il declino di questo genere di attrazione, anche se il passaggio da fenomeni da baraccone a soggetti patologici cui la scienza deve porre un rimedio non credo si possa considerare anche un passo verso la fine dell’emarginazione che i freak erano e sono costretti a patire.

Perché vi racconto queste cose, vi starete chiedendo.

Perché qualche giorno fa ho pubblicato sulla mia pagina facebook un articolo che ha scatenato un acceso dibattito attorno ad una delle pagine che al momento gode di grande popolarità: il Signor Distruggere e le sue “mamme-pancine”.

Un po’ “fenomeni” in grado di risvegliare il dotto interesse degli esperti e un po’ patetiche e ridicole attrazioni alle quali il pubblico del web non vuole assolutamente rinunciare, il fascino esercitato dalle stravaganze delle mamme-pancine a me ricorda molto le esposizioni dei “freaks of nature”: come nel caso dei freak show – nei quali la mistificazione era parte integrante dello spettacolo tanto quanto lo erano le attrazioni – anche nel caso del Signor Distruggere non possiamo sapere quanto ci sia di vero e quanto di artificiosamente adattato allo scopo di destare meraviglia e sgomento; a dirlo è lo stesso ideatore della pagina: “Non ci è possibile verificare l’autenticità dei post, perché vengono condivisi in anonimo su pagine e gruppi legati al tema della maternitàha dichiarato Vincenzo Maisto in un’intervista all’Espresso, e che molti di quei post non siano l’autentica espressione del tormento di una mamma-pancina me lo hanno confermato le persone che sono intervenute al dibattito. Una in particolare mi ha scritto:

“Io sto in un gruppo chiuso di giovani, a tema prevalentemente leggero e umoristico (non dico qual è perché è legato a una pagina), e qualche mese fa molti membri di questo gruppo si iscrivevano in massa ai gruppi delle cosiddette “pancine” per pubblicare post e commenti fake e troll. Solo da quel gruppo provenivano decine se non centinaia di persone, figuriamoci dagli altri… Non erano legate direttamente al Signor Distruggere, e lo scopo principale non era mandare screen a lui. Era per divertirsi tra di loro e per postare gli screen all’interno del nostro gruppo. Alcune erano proprio state rifiutate dalle admin dei gruppi di madri, altre avevano pubblicato dei post veramente demenziali (tipo quelli di distruggere, appunto) e avevano pubblicato gli screen nel nostro gruppo. Alcuni commenti erano di altre ragazze del gruppo nostro che si erano ugualmente infiltrate per scrivere commenti demenziali, altri commenti invece erano dei membri autentici del gruppo di madri ed era chiaro che le avevano sgamate subito. Infatti poi erano anche state bannate, mi sa.”

Le mamme-pancine così come sono descritte da Maisto non possono quindi definirsi un fenomeno sociale, perché il lavoro del Signor Distruggere non è materiale che ne dimostri l’effettiva esistenza; la sua pagina può essere definita uno spettacolo, appositamente creato per solleticare quel gusto del pubblico per ciò è sì mostruoso, ma in modo abbastanza inoffensivo da risultare ridicolo.

Insomma, se fossi un’antropologa mi interesserebbe indagare più questo revival del freak show che ha trovato nel mondo virtuale un nuovo modo per tornare in auge, piuttosto che stilare il profilo di una fantomatica “mamma pancina”, che, più che vivere rintanata in qualche gruppo chiuso di facebook, sembra vivere nella nostra immaginazione, come le fantasie grottesche che gli illustratori del Medioevo e del Rinascimento non si stancavano di ritrarre.

Come alla radice delle creature un po’ bestia e un po’ uomo che popolavano gli incubi dei nostri antenati c’era molto probabilmente qualcosa di reale, anche il mito della mamma-pancina sarà nato dall’osservazione di persone vere che popolano la nostra società.

Quelle che vengono proposte oggi come “sconvolgenti scoperte” del Signor Distruggere, infatti, spesso non sono altro che tematiche delle quali si è già ampiamento discusso sulla stampa mainstream. La crassa e diffusa ignoranza in tema di sessualità, ad esempio, è una fonte di ilarità dai tempi delle imbarazzanti lettere a Cioè, nonché un problema al quale, nonostante venga periodicamente denunciato, il nostro paese è deciso a non porre rimedio; mentre il massiccio ricorso a maghi, sensitivi e guaritori è da sempre un mercato floridissimo che sembra coinvolga attualmente 13 milioni di italiani. In un articolo recente sull’argomento leggiamo che si tratterebbe di un italiano su quattro: “Ma chi sono i fruitori dell’occultismo? Data la diffusione, è difficile inquadrare un profilo specifico. L’unica certezza è che quasi tutti sono a rischio, compresi i giovanissimi. Età e ceto sociale non contano.”

Nessuno, quindi, può mettere in dubbio che fra i post e i commenti del Signor Distruggere ve ne siano di veri, cioè pubblicati da una donna che ama definirsi mamma-pancina, che frequenta gruppi virtuali e che è inequivocabilmente ignorante, arrogante e portatrice di un ridicolo nonché preoccupante attaccamento alla prole, sebbene sia difficile giungere alla conclusione che ignoranza, cattivo gusto, arroganza e un morboso e malsano rapporto coi  propri figli siano caratteristiche necessarie alla frequentazione di gruppi virtuali dedicati alla maternità.

In altri termini: le pancine sono tante, tutte diverse tra loro e molte si sentono ferite dall’immagine che questo freak show virtuale sta dando di loro e delle comunità che hanno contribuito a sostenerle nel corso della gravidanza e dei primi anni da mamme.

A dispetto della sensatezza di questo tipo di puntualizzazione, il freak show delle mamme-pancine continua ad avere un grande successo di pubblico, il quale si dichiara entusiasta del fatto che finalmente si siano accesi i riflettori su una simile mostruosità: “E’ accettabile il bullismo creatosi sulla pagine de Il Distruggere? Certamente no. Ciò però non può fare da copertura alla maleducazione e all’ignoranza genitoriale dilaganti da lui, semplicemente, svelate” – mi scrive una lettrice, e un altra:il fatto di stanarli e, magari (ma è difficile), farli un po’ vergognare o riportarli nel mondo reale non è necessariamente una cosa negativa. Si può condannare solo il bullismo di alcuni followers ma credere che “siamo in un mondo libero quindi ognuno ha il diritto di diffondere o cibarsi di ignoranza” è una stupidaggine colossale. L’ignoranza va curata, la stupidità contagiosa va colpita e chi alla lunga subirà i danni di tali stupidità ed ignoranza va difeso. Anche attraverso il biasimo sociale.”

Se qualcuno ne soffre (ma sono in grado di soffrire, questi mostri?), è un male necessario: quella che i lettori ma soprattutto le lettrici di Distruggere stanno conducendo è una battaglia per epurare la società dall’ignoranza attraverso il dileggio e l’emarginazione.

L’impressione che ho ricevuto, leggendo i commenti, è che molte donne siano convinte che l’attacco alle pancine sia un legittimo attacco ad una categoria privilegiata, difesa dai critici di Distruggere in virtù di uno status che concederebbe l’impunità: le madri, appunto.

Me lo hanno fatto pensare frasi come “Le madri non sono intoccabili, le persone non sono intoccabili. E leggo qua solo un messaggio: la maternità è sacra, tenera, da proteggere, delicata, piena d’amore. Anche no…. Che la maternità in Italia sia un TANTINO esagerata, penso siamo tutti d’accordo…. Insomma, le mammine si devono difendere in quanto tali perché culla della vita.”

L’articolo che avevo postato (potete leggerlo qui) non mira certo a difendere “le mammine” in generale, né a descriverle come creature angelicate, rese perfette sotto ogni aspetto dalla gestazione.

Le madri non sono perfette, sono esseri umani.

Piuttosto è l’articolo di una donna che porta la sua personale esperienza di pancina (che di certo non può riassumere quella di tutte, ma ci sono più probabilità che sia vera di quante non ce ne siano che sia vero il ritratto della mamma-pancina che emerge dalla pagina del Signor Distruggere) e cerca di spiegare che tipo di supporto emotivo può trovare una donna in un gruppo dedicato alle sue simili che condividono una specifica esperienza: “la gioia incontenibile per un test di gravidanza positivo, la paura del parto, l’ansia per i primi momenti mamma-bimbo/a, l’orgoglio di mostrare foto del proprio figlio/a, il terrore che non mangi abbastanza, il tutto favorito dai grandi cambiamenti emotivi, anche provocati dagli ormoni, che sconvolgono una donna quando diventa madre e non certo agevolato da una società dove le madri sono al centro del marketing ma ricevono ben poco supporto reale.

E’ un articolo che si sforza di stimolare l’empatia, un sentimento che rovina tutto il divertimento allo spettatore del freak show.

Pochi sanno che uno dei mali che affligge una neo mamma è la solitudine.

Ci sono diversi studi che riportano questo dato: la stragrande maggioranza delle donne, limitate dal neonato nella possibilità di conservare intatti i legami sociali, si sente improvvisamente “tagliata fuori” dalla vita.

E’ facile comprendere come la rete possa diventare la più immediata soluzione al senso di isolamento per una persona che ha poche occasioni di uscire di casa.

Un altro aspetto che molti ignorano è l’opprimente senso di inadeguatezza che affligge le madri: tutt’altro che intoccabili, non solo le mamme vengono continuamente criticate per il modo in cui si rapportano con i loro figli, ma patiscono enormemente le aspettative sociali prodotte da una cultura che dipinge la madre ideale come una creatura in grado di fare l’impossibile senza nessuna fatica:

Questo video, che a prima vista appare come un’affettuoso tributo, è in realtà – come giustamente osserva una delle intervistate – un “almost cruel, a very very sick, twisted joke”: un crudele, perverso scherzo.

Una madre altro non è che un essere umano: ha bisogno di dormire, di mangiare, di riposarsi come chiunque altro; descriverla come una sorta di wonder woman in grado di annullare ogni bisogno fisico ed emotivo per i suoi figli ed essere comunque felice, è un modo perverso per condannare ogni singola madre che lo guarda a non sentirsi mai all’altezza del compito che è chiamata ad assolvere.

Per questo non trovo così “mostruoso” che una mamma cerchi un luogo nel quale isolarsi dalle critiche distruttive e richieda ai suoi interlocutori comprensione e appoggio.

Questa super-mamma che la nostra cultura ci propina, tuttavia, ferisce tutte le donne: quelle che sono madri e quelle che non sono madri, che si sentono sminuite ed umiliate da questi continui ed ingiustificati tributi alla “superiore natura” della donna-madre, una madre che non possono mai aver incontrato, perché non esiste.

Motivo per il quale mi riesce altrettanto facile, da un punto di vista emotivo, comprendere la rabbia di quelle donne che si scagliano contro la mamma-pancina, il mostro meschino che finalmente svela la scomoda “verità” celata da un modello tanto osannato quanto irrealistico (è vero che le mamme non sono perfette, ma solo esseri umani, quindi fra le madri possono esserci persino dei pessimi esseri umani), come pure è facile comprendere il successo della pagina di Distruggere.

Quello che mi sconcerta, però, è che molti non sembrino consapevoli del fatto che è di uno show che stiamo parlando, non di un’indagine sociologica, ma soprattutto che dietro quei messaggi screenshottati potrebbero anche trovarsi delle persone in carne ed ossa dotate di sentimenti umani, oltretutto gettate sul palcoscenico contro la loro volontà e contro la loro volontà esposte al pubblico ludibrio in veste di fenomeni da baraccone.

A questo punto vorrei tornare all’immagine con la quale ho aperto questo post, tratta dal celebre film di Tod Browning, Freaks (del quale vi consiglio la visione, per comprendermi appieno), allo scopo di porvi una domanda: se trattiamo quelli che consideriamo mostri in modo disumano, non dimostriamo di essere anche noi, in fondo, dei mostri?

 

Per approfondire:

Il Signor Distruggere le prove

Parenthood leaves half of mother and fathers feeling lonely

Most Mothers Feel Judged, With Families Often the Worst Critics

Society: Don’t blame the mothers

La dea madre

Cherchez la mom

 

 

 

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