Chiuso per lutto

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La politica del non avere numeri

C’è una grave lacuna nelle statistiche giudiziarie – spiega – nessuna rilevazione ha ad oggetto l’incidenza della violenza nei giudizi civili, e soprattutto la verifica dei provvedimenti che sono stati adottati all’esito di questi procedimenti. L’intento è raccogliere nel nostro territorio questi dati, per poi confrontarli con gli esiti dei procedimenti penali. In modo da avere un quadro più completo della risposta di giustizia nei casi di violenza di genere e domestica, per evitare provvedimenti non omogenei o la sottovalutazione degli agiti di violenza.

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Quando nella prefazione di un determinato argomento c’è scritto “dati non disponibili o “statistiche non disponibili”, questo significa che, nonostante intrepidi sforzi, non siamo riuscite a trovare o ad avere accesso alle informazioni. Questi dnd o snd […] costituiscono un modello politicamente rivelatore. Li troviamo continuamente nelle categorie dello stupro, dei maltrattamenti, delle molestie sesuali, dell’incesto e dell’omosessualità; queste sono ancora questioni di cui non si può parlare nella maggior parte del globo. Finché resteranno non dette e poco studiate, un’enorme quantità di sofferenza umana continuerà a non essere riconosciuta e a non essere guarita.

Sisterhood is global (1984) di Robin Morgan, cit. in Un silenzio assordante, La violenza occultata su donne e minori, di Patrizia Romito (FrancoAngeli editore, 2005)

Ne abbiamo parlato in passato, facendo riferimento ad altri paesi europei e non europei, dell’importanza del lavoro di raccolta dati: in Spagna, ad esempio, i risultati emersi dal monitoraggio del Consiglio Generale del Potere Giudiziario nel 2014 mostravano una costante diminuzione della concessione di ordini di protezione con sospensione delle visite ai padri maltrattanti e, allo stesso tempo, un preoccupante aumento dei figlicidi commessi da quel padre che avrebbe dovuto essere allontanato: 31 bambini uccisi in sette anni, 11 dei quali sono morti insieme alla madre, 31 bambini e 11 donne che avrebbero potuto essere salvati. Per questo motivo la Spagna, ha varato una legge che stabilisce che “non possa esserci alcuna custodia condivisa con i padri violenti”.

A seguito del terribile omicidio di Luke Batty in Australia, è stata avviata una Royal Commission sulla violenza domestica: il lavoro di indagine della commissione ha prodotto una serie di raccomandazioni rivolte alle istituzione preposte alla tutela dei soggetti vulnerabili individuati nelle donne e nei bambini coinvolti nel processo di separazione e divorzio, fra le quali mi piace citare la necessità di

Hearing, believing, and not judging women

ascoltare, credere e non giudicare le donne che chiedono aiuto per uscire da un contesto familiare funestato dalla violenza maschile.

Senza dati a disposizione non è possibile identificare un problema, quantificarne la portata, e quindi neanche elaborare strategie atte alla sua risoluzione.

Anni fa facemmo a tale proposito l’esempio della depressione post partum: riconoscere l’esistenza del fenomeno, misurarne le dimensioni, ha permesso l’elaborazione di strategie di valutazione del rischio sulla base delle quali attivare dei protocolli di intervento; ciò ha permesso di contribuire alla progressiva diminuzione nel tempo degli infanticidi attribuibili al maternity blues, un risultato che difficilmente si sarebbe ottenuto se qualcuno avesse obiettato alle campagne di sensibilizzazione sul tema protestando che era anticostituzionale focalizzarsi sulla categoria “donne”, discriminando così metà della popolazione.

Perché parlo di costituzionalità, vi chiederete.

Lo faccio perché a proposito dell’iniziativa del Tribunale di Terni, che intende avviare un progetto che prevede la rilevazione dell’incidenza della violenza di genere e domestica nell’ambito di tutti i procedimenti nei quali è presente una domanda di affidamento dei figli minori –  si è recentemente espresso il papà di tutti i papà separati (che, ricordiamolo, non sono da intendersi come i genitori di sesso maschile che affrontano una separazione o un divorzio), Marino Maglietta, in un articolo dal titolo Affido condiviso previe indagini su violenze domestiche.

Secondo l’ingegner Maglietta parlare di violenza di genere costituirebbe un pregiudizio all’obiettività dell’indagine, visto che, se si va a leggere la più attendibile tra le indagini disponibili ( che a suo parere sarebbe il 2° Rapporto Nazionale sulla condizione dell’infanzia, della preadolescenza e dell’adolescenza pubblicato dall’EURISPES quasi una ventina di anni fa) – si scopre che l’idea che la violenza domestica – considerata in ogni suo aspetto, fisico, sessuale, psicologico ed economico – sia solo maschile non trova riscontro nei fatti.

Insomma, a pochi giorni dal 25 novembre, a ridosso della notizia di efferati femmincidi come l’assassinio di Jessica Novaro – freddata dal compagno della madre mentre cercava di difenderla – o di Aurelia Laurenti, letteralmente massacrata dal padre dei suoi figli, Marino Maglietta tira fuori dal cilindro un vecchio rapporto delle chiamate al Telefono Azzurro (che non si occupa di violenza sulle donne e neanche cita, fra le tipologie di abusi subiti dai bambini, la violenza assistita) per bacchettare i promotori del progetto di Terni, colpevoli, a suo dire, di essere vittime di preconcetti nei confronti degli uomini.

Intanto partiamo dalle definizioni. Ci dice la Convenzione di Istanbul che con l’espressione violenza domestica dobbiamo intendere

tutti gli atti di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all’interno della famiglia o del nucleo familiare o tra attuali o precedenti coniugi o partner, indipendentemente dal fatto che l’autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima;

“la più attendibile fra le indagini disponibili” secondo Maglietta non si occupava di fornire dati sulla violenze perpetrate su attuali o precedenti coniugi o partner, motivo per il quale usarne le percentuali per giungere a delle conclusioni in merito è quantomeno scorretto.

Altrettanto scorretto è associare l’espressione usata nel report del Telefono Azzurro – abusi psicologici – all’unica violenza che Maglietta abbia mai considerato degna di attenzione, ovvero il caso in cui un bambino rifiuta di incontrare uno dei genitori, comportamento causato da una manipolazione della sua volontà, cioè di un maltrattamento psicologico (altrettanto grave, se non di più) da parte dell’altro genitore,

insomma la cara, vecchia, alienazione genitoriale, che, secondo Maglietta, è altrettanto grave, se non più grave della violenza domestica.

In realtà, il Telefono Azzurro, quando parla di abusi psicologici intende:

una modalità ripetuta da parte dell’adulto che comunica al bambino (o adolescente) messaggi negativi che tendono a svalutarlo: il fatto di essere sbagliato, senza valore, non amato o non voluto, oppure che il suo valore è legato alla soddisfazione di bisogni altrui,

una definizione che non ha nulla, ma proprio nulla a che fare con la personale ossessione di Marino Maglietta, né tantomeno con divorzi, separazioni e decisioni in merito all’affido dei figli.

Ciò che il progetto umbro di propone di fare è andare a vedere che tipo di influenza hanno i procedimenti penali sulle decisioni in merito all’affido dei minori; se si è deciso di avviare un’indagine statistica su questa materia è perché vi sono evidenze aneddotiche che fanno sospettare vi sia anche in Italia la tendenza, quando si tratta di valutare le competenze genitoriali, a sottovalutare la pericolosità di soggetti colpevoli di violenze anche gravi contro le donne dalle quali hanno avuto i figli dei quali pretendono la custodia; occorre andare a fondo della questione per verificare, numeri alla mano, se si tratta di casi isolati, attribuibili a casuali errate valutazioni, oppure se dobbiamo fare i conti con la diffusa convinzione fra gli operatori di giustizia che l’eventuale violenza verso un ex coniuge non vada ad intaccare il rapporto con la prole.

Se Marino Maglietta può produrre dei casi nel quali il Tribunale ha deciso in favore di madri indagate per maltrattamenti verso i propri figli o verso l’ex coniuge, allora è questo che dovrebbe portare all’attenzione del Tribunale di Terni.

Altrimenti può rimettersi il suo rapporto più attendibile in tasca, e magari pensare di chiedere scusa a chiunque negli ultimi vent’anni ha condotto un’indagine sulla violenza domestica per averli accusati di rivolgere ai soggetti identificati “domande suggestive”.

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Gli uomini vecchi

“When a man starts my program, he often says, “I am here because I lose control of myself sometimes. I need to get a better grip.” I always correct him: “Your problem is not that you lose control of yourself, it’s that you take control of your partner. In order to change, you don’t need to gain control over yourself, you need to let go of control of her.”

Lundy Bancroft, Why Does He Do That?: Inside the Minds of Angry and Controlling Men

Quando un uomo inizia il mio programma, spesso esordisce dicendo: “Sono qui perché perdo il controllo. Ho bisogno di acquistare padronanza dei miei impulsi. Io lo correggo sempre: “Il problema non è che non hai il controllo di te stesso, ma che pretendi il controllo sulla tua partner. Non hai bisogno di acquisire il controllo di te stesso, ma di smettere di controllare lei.”

 

Un paio di giorni fa GQ ha pubblicato un articolo dal titolo Storia di un uomo violento: «Ho sbagliato, ma oggi sono un uomo nuovo».

Si tratta di una lunga intervista ad un uomo che sta affrontando un percorso con il Centro Aiuto Uomini Maltrattanti allo scopo di trascorrere più tempo con la figlia, dopo una denuncia – si presume – per maltrattamenti.

L’uomo ci racconta di aver imparato tante cose dal programma che sta seguendo, ad esempio che

la violenza si manifesta sempre a partire da alcuni punti fissi: stress, problemi economici, problemi sociali, sentirsi non compresi.

oppure che i suoi problemi erano il “troppo amore”

Il mio amore verso di lei era esagerato

e, naturalmente, il pessimo carattere della sua compagna.

Nel corso della loro convivenza, infatti, quella dispotica donna si è rivelata incapace di comprendere le sue esigenze al punto da arrivare colpevolizzarlo per il semplice fatto che, da bravo breadwinner, dedicava troppo tempo al lavoro

Non riuscivo a trovare quel tempo da poter dedicare alla bimba, non potevo rinunciare al lavoro perché era l’unico stipendio in casa e lei non lo capiva),

per non parlare del fatto che pretendeva di comandarlo a bacchetta:

Se mi svegliavo alle 5.40 di mattina per andare a lavorare era per entrambi. Per le spese, per i viaggi, potevo e avevo la capacità di poterlo fare, la mia responsabilità in quel caso, tutta la mia vita, era rivolta solo ed esclusivamente al nostro rapporto. Dai miei genitori andavo una volta al mese, avevo chiuso i rapporti con tutti, mi stavo isolando. Facevo quello che voleva lei, perché pensavo fosse il bene della famiglia, ma in realtà mi demoralizzavo, mi facevo male e senza accorgermene facevo del male anche a lei».

Ma soprattutto ha imparato a gestire i suoi momenti di crisi: se prima

andavo in blackout, nonostante sia una persona pacata. Non riuscivo a metabolizzare e a calmarmi interiormente e poi agivo violenza.

adesso è in grado di approcciarsi alle discussioni in modo più pacato:

Prima reagivo con impeto. Ho capito che posso fermarmi, cercare un dialogo.

Insomma, se confrontiamo le conclusioni a cui è giunto questo “uomo nuovo” con la citazione con cui ho paerto questo post, esse somigliano molto alle convinzioni di partenza che Lundy Bancroft, nel suo approccio agli uomini maltrattanti, si propone di smontare.

Convinzioni che somigliano anche pericolosamente alle versioni dei femminicidi che siamo abituati a leggere sulla stampa mainstream, sempre pronta a descrivere le vittime come responsabili della violenza che subiscono.

C’è un passo dell’intervista, ad esempio, che sembra copiato pari pari dalle recenti dichiarazioni della madre di un femminicida; mettiamole a confronto:

Giuseppe tornava dal lavoro e doveva pulire, cucinare, lavarsi, aiutare il bambino nei compiti. Doveva fare tutto lui. In questo periodo di emergenza Covid era stanco per i turni e le aveva chiesto di aiutarlo.

Racconta il nostro “uomo nuovo”:

Di solito lei alle 21 andava a letto con la bambina e io dovevo fare tutto: rimettere a posto la cucina, pulire il bagno, caricare la lavatrice, dopo una giornata di lavoro. Poi quando andavo a letto, lei mi diceva: “Vai sul divano”. Non era vita.

Noi sappiamo che la versione della madre di Giuseppe Forciniti, una storia nella quale il femminicida di Roveredo è un ragazzo meraviglioso portato all’esasperazione da una stronza, stride parecchio con l’altra versione della storia, portata alla luce dal padre della vittima, massacrata con venti coltellate:

Questa estate mia figlia aveva visto il cellulare di Giuseppe, lo aveva controllato e aveva trovato l’evidenza di almeno una relazione con un’altra donna; ce n’era anche una seconda, ne sono certo”. Aurelia ha lasciato la casa a Roveredo ed è venuta coi bambini da noi. È stato un momento bruttissimo, poi è tornata da lui, per non far del male ai mie nipoti.

Non c’è neanche un momento, nell’intervista pubblicata da GQ, in cui il cosiddetto “uomo nuovo” dimostra di aver provato a prendere in considerazione se non i sentimenti, almeno le ragioni della compagna maltrattata, non c’è una frase che denoti un briciolo di empatia per la donna alla quale ha causato tanta sofferenza, perché l’aspetto che più gli preme di sottolineare è che lui soffriva e che il dolore di lei era solo la necessaria conseguenza del suo soffrire:

mi facevo male e senza accorgermene facevo del male anche a lei.

Insomma di assunzione di responsabilità, in questa intervista, non ce n’è neanche l’ombra. Come non c’è neanche un accenno alla questione di genere: se la violenza scoppia a causa di stress, problemi economici o il sentirsi incompresi, dovremmo desumere che questi problemi colpiscono quasi esclusivamente gli uomini? Le donne non avvertono il peso delle difficoltà economiche, non patiscono alcun tipo di stress, non si sentono mai incomprese?

Penso di non aver mai letto peggiore pubblicità ai CAM in tutta la mia vita.

Se il percorso in un centro è funzionale a rafforzare nella mente dei maltrattanti e nell’opinione pubblica la storiella degli uomini che perdono il controllo e agiscono con violenza in preda a raptus incontrollabili (raptus incontrollabili che curiosamente avvengono solo in assenza di testimoni), più che utili a combattere il fenomeno della violenza contro le donne a me appaiono controproducenti.

Ai posteri l’ardua sentenza.

 

Per approfondire:

La fabbricazione dell’uomo abusante

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25 novembre 2020

Su 42.143 post e tweet analizzati, più di 1 su 10 (il 14%) è offensivo, discriminatorio o hate speech. Il tema “donne e diritti” continua a essere marginale, presente solo nell’1% dei commenti analizzati. Nonostante questo, circa 2 commenti su 3 hanno un’accezione negativa, mentre più del 29% è offensivo, discriminatorio o considerato hate speech. Inoltre, quando si parla di questo tema, i commenti offensivi, discriminatori o di odio, hanno nella maggior parte dei casi proprio le donne come bersaglio (23,2%, di cui 2,3% hate speech).

E questo non può essere un caso: le donne, infatti, in una società di stampo patriarcale come la nostra, non vengono offese solo per le proprie idee o per le proprie parole, ma spesso solo per il fatto di essere donne. Con la scusa, misogina e maschilista, secondo la quale le donne che pensano o che esprimono la propria opinione, sono spesso etichettate come “rompicoglioni” o problematiche.

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Pubblico questi screenshot di mail ricevute di recente, cosa che normalmente non farei.

Non lo faccio quasi mai, perché se lo facessi dovrei affrontare il tema “vittimismo” e la differenza che intercorre fra il crogiolarsi nell’illusione di essere vittime di ingiustizia allo scopo di non affrontare le proprie incapacità e fallimenti e il giustificato sconforto che simili gratuiti e immotivati gesti di aggressività procurano a chi li subisce.

Oggi, però, forse perché sono molto, molto stanca, mi lascio trasportare dall’impulso di condividere questo peso con chi mi segue con affetto (alcuni di voi sono tanto affettuosi, grazie!).

L’intento non è scatenare una fatwa contro chi si diletta nell’hate speech: c’è abbastanza odio nel web, non aggiungiamone altro.

Lo faccio solo perché oggi mi sembra il giorno giusto per ricordare a me stessa e ai miei lettori perché certe tematiche ci appassionano, perché abbiamo bisogno di leggere, studiare, scrivere, confrontarci, comunicare, perché questo spazio esiste e perché, nonostante la stanchezza, torno sempre qui.

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Il problema non è la sessualità delle donne, ma quella degli uomini

Per tutti questi secoli le donne hano avuto la funzione di specchi, dal potere magico e delizioso di riflettere raddoppiata la figura dell’uomo.

Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé

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Sta facendo molto discutere la vicenda giudiziaria che vede coinvolta una maestra e la sua dirigente.

Mentre il nostro sistema giudiziario ha perseguito e persegue i comportamenti che il nostro ordinamento giudica dannosi nei confronti dell’individuo e della società nel suo complesso – ovvero la diffusione di  immagini o video di organi sessuali o a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate (articolo 612 ter del codice penale) – la stampa sta offrendo grande spazio alle giustificazioni dei responsabili: se mandi filmati osé devi mettere in conto il rischio che qualcuno li divulghi, ha dichiarato a La Stampa uno dei “qualcuno” che li ha divulgati, definendo il reato di revenge porn “una goliardata da uomo“.

La risposta delle persone di buon senso a simili giustificazioni è che non c’è nulla di riprovevole in una persona adulta che, nell’intimità di una relazione, esprime il suo desiderio sessuale anche attraverso la produzione di immagini erotiche, destinate a risvegliare il desiderio di chi è a sua volta desiderato.

Ciò di cui vorrei parlare io, invece è il tradimento di colui al quale quelle immagini erano state affidate, che, invece di rispettare il voto di fiducia che è alla base di ogni relazione umana – sentimentale, commerciale o professionale che sia – ha deciso di diffonderle, ma soprattutto dello scopo che ha reso necessario quel tradimento, ovvero vivere uno di quei momenti in cui gli uomini costruiscono la loro identità condivisa di maschi a partire dalla deumanizzazione della donna.

Preferisco concentrarmi su questo aspetto non perché non ritenga importante difendere il diritto delle donne a fare sesso quando, come e con chiunque abbiano voglia di farlo (posto che non decidano di farlo proprio mentre badano alla classe di treenni di cui sono le maestre, l’unica circostanza che ci costringerebbe ad assumere anche il punto di vista del genitore preoccupato dello sviluppo psicosessuale della prole), ma perché credo che una delle più grandi minacce ai diritti sessuali delle donne (nonché all’opportunità di costruire una società equa e giusta, nella quale nessuna venga più discriminata in quanto donna) si collochi proprio lì, in quei conciliaboli fra uomini di cui discuteva con grande indulgenza un articolo di Vice agli albori del dibattito pubblico sul revenge porn in Italia: conciliaboli dei quali la stragrande maggioranza della gente è in grado di riconoscere l’orrore (lo ammetteva nel suo articolo lo stesso Niccolò Carradori) e ciononostante continua a liquidare come condizione imprescindibile alla socializzazione del maschio.

Non per nulla il termine che spesso si usa in questi casi è goliardia, un’espressione che evoca lo spirito di comunione nel divertimento che accomuna quei giovani universitari desiderosi di sentirsi parte integrante di un gruppo nel momento in cui sono lontani da casa e si apprestano ad affrontare i primi scampoli della loro vita da adulti.

Diventare un membro della comunità dei maschi, contribuire alla costruzione di un’identità collettiva fondata sul comune disprezzo per tutte le donne: questi sono gli obiettivi di tutti coloro che si sono scambiati quelle immagini, immagini che non sono esecrabili – come si raccontano le loro compagne per distogliere lo sguardo da quell’orrore – perché il soggetto rappresentato ha deciso autonomamente di immortalarsi nell’atto di godere del proprio desiderio sessuale (se c’è una cosa che ci hanno insegnato i gruppi dedicati a questi commerci – gli amanti della phica, ad esempio – è che persino la foto di una mamma rubata mentre è sotto la doccia o lo scatto di una sconosciuta che prova un paio di scarpe in un negozio possono diventare merce di scambio), ma semplicemente perché il soggetto rappresentato è una donna.

Vorrei che il discorso si spostasse da cosa le donne sono legittimate a fare per arrivare ad un orgasmo a cosa gli uomini devono smettere di fare, ovvero convincersi l’un l’altro a edificare la propria virilità sul vilipendio del genere femminile.

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Di slogan e fallimenti

Un mio lettore mi ha consigliato di dare un’occhiata all’account Instagram de La Repubblica e in particolare a questi due post:

5 giorni fa, il quotidiano la Repubblica ha postato l’immagine rosa, corredata dal testo:

Il femminicidio non ha a che fare con il genere della vittima – certo che vengono uccisi anche gli uomini – ma con il movente di un omicidio: le donne vengono uccise in quanto donne, e nello specifico in quanto donne libere. Libere di amare chi vogliono, libere di uscire con chi vogliono, libere di vestirsi come vogliono. Libere.

La reazione dei lettori – per lo più infuriati – ha convinto la redazione a rettificare con l’immagine in giallo, implicitamente scusandosi per l’indebita generalizzazione: non tutti gli uomini (#NotAllMen) uccidono, solo alcuni lo fanno. All’immagine ha aggiunto un testo più articolato del precedente:

La parità di genere è un obiettivo ancora non raggiunto. La storica discriminazione nei confronti delle donne ci impone una maggiore attenzione nei confronti di fenomeni come il femminicidio, in cui la vittima è colpevolizzata in quanto donna. Questo non significa che tutti gli uomini siano assassini, ovviamente. Ma non possiamo nemmeno trascurare la matrice patriarcale di questa specifica categoria di omicidi. Lo specifichiamo per i lettori che ce lo hanno chiesto.

Nei primi sei mesi del 2020 in Italia è calato il numero degli omicidi, ma è aumentato quello dei femminicidi. Un report rilasciato dal Servizio analisi criminale interforze del Ministero dell’Interno mette in luce come la violenza di genere sia aumentata durante il periodo di lockdown dovuto alla pandemia. Sono state 59 le donne uccise nel primo semestre del 2020 e, se nel 2019 costituivano il 35% degli omicidi totali, quest’anno l’incidenza si attesta al 45%.

Ma dove avvengono questi omicidi? Restringendo ancora l’analisi si capisce chiaramente e senza possibilità di sbagliare che il 77% degli omicidi sono avvenuti in ambito familiare ed affettivo ed hanno riguardato persone di sesso femminile. Su 69 omicidi avvenuti in famiglia, 53 sono state le vittime di sesso femminile.

Prendiamo a prestito un’immagine dell’illustratrice Anarkikka per partire dal primo errore di Repubblica (che, al confronto con Anarkikka, di femminismo ne mastica poco o niente):

Qual è la differenza fra lo slogan di Anakikka e quello di Anarkikka?

Anarkikka critica in modo chiaro ed inequivocabile una pessima e consolidata abitudine del giornalista medio, che quando si tratta di descrivere un femminicidio tende a spostare l’attenzione dal perpetratore. Ad esempio:

Il 6 marzo 2015 Yuri Nardi ha ucciso a Città di Castello Laura Arcaleni. Per il giornalista de La Nazione, però, non è stato Yuri Nardi, bensì “la gelosia” a sparare a Laura con un fucile a pompa.

Secondo chi si assume l’onere di narrare la violenza sulle donne, queste vengono uccise dai raptus, dalla gelosia, dall’amore criminale, e molto più raramente dagli uomini che materialmente le strangolano, le finiscono a colpi di arma da fuoco o le colpiscono a morte coi più svariati corpi contundenti. Questa particolare grammatica del femminicidio, che occulta l’agente, ottiene il duplice risultato di deresponsabilizzarlo almeno parzialmente agli occhi del pubblico (e ai suoi stessi occhi, ovviamente) e di assimilare gli assassinii delle donne alla dipartita delle vittime di tragedie ineluttabili: cosa possiamo fare contro “la gelosia”? Come contrastare “l’amore malato”? Si può prevedere il “raptus di follia“?

Siamo impotenti di fronte all’evanescenza di simili concetti astratti e la violenza contro le donne, invece che l’espressione di valori e atteggiamenti che possono cambiare, viene percepita come un fenomeno inevitabile, come la morte o le tasse (cit. da E. Buchwald, P. Fletcher, M. Roth, “Transforming a Rape Culture“).

Tutto questo Repubblica non lo sa, motivo per cui la sua iniziativa a supporto della lotta alla violenza contro le donne è riuscita soltanto a scatenare le orde di quelli che di fronte al termine femminicidio replicano “la violenza non ha genere”:

A questo punto Repubblica aveva l’opportunità di rimediare all’errore commesso, prendere coscienza del reale significato dello slogan femminista malamente riportato e parlare di quel contesto – la narrazione che del femminicidio offrono i media – che lo ha reso tanto popolare tra chi si occupa a tempo pieno della tematica.

E invece no.

Invece ci ritroviamo la vignetta gialla, che ha il medesimo effetto esilarante di quella che vi propongo qui:

A ridosso del 25 novembre.

Come se non bastasse la pandemia a precipitarci nella depressione più nera.

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Gender Reveal

Sta facendo scalpore, in questi giorni, la notizia di un’intervista a Emily Ratajkowski nella quale, secondo fanpage.it, la modella avrebbe dichiarato a proposito della sua gravidanza che

non rivelerà il sesso di suo figlio, perché sarà lui a deciderlo liberamente quando sarà maggiorenne e avrà consapevolezza di chi è davvero.

Grazie ad un amico che mi ha fornito prontamente il link, sono risalita all’articolo originale pubblicato da Vogue e ho scoperto che – come sovente accade, purtroppo – quanto riportato in italiano non corrisponde affatto alle dichiarazioni di Ratajkowski, ma somiglia piuttosto ad uno squallido tentativo di alzare i toni del dibattito in corso fra chi ha un approccio queer alla questione degli stereotipi di genere e chi invece si definisce gender critical, un dibattito che non abbisogna di ulteriore benzina sul fuoco, ma al quale gioverebbe, invece, la lettura del testo intergrale.

L’articolo, infatti, è un’interessante riflessione a partire dalla gravidanza (potremmo dire “partendo da sé”) sulle aspettative di genere che gravano sulle creature ancora non nate.

Inizia così:

Quando io e mio marito informiamo gli amici che sono incinta, la loro prima domanda dopo “Congratulazioni” è quasi sempre “Sai cosa vuoi?” Ci piace rispondere che non sapremo il sesso fino a quando nostro figlio non avrà compiuto 18 anni e ce lo farà sapere. Tutti ridono. Ma c’è qualcosa di vero nella nostra risposta, tuttavia, che accenna a possibilità che sono molto più complesse di qualunque genitale con cui potrebbe nascere nostro figlio: la verità è che in realtà non abbiamo idea di chi – piuttosto che cosa – sta crescendo nella mia pancia. Chi sarà questa persona? Di che tipo di persona diventeremo i genitori? Come cambieranno le nostre vite e chi siamo? E’ un pensiero insieme meraviglioso e terrificante, che ci fa sentire impotenti e umili. Mi piace l’idea che imporrò a mio figlio il minor numero possibile di stereotipi di genere. Ma per quanto progressista possa sperare di essere, capisco il desiderio di conoscere il sesso del nostro feto; sembra la prima vera opportunità per intravedere chi potrebbe essere. Poiché il mio corpo cambia in modi bizzarri e insoliti, è confortante ottenere una qualsiasi informazione che possa rendere più reale ciò che sta arrivando.

Noterete che, restituendo la frase incriminata al suo contesto, essa diventa qualcosa di molto diverso da ciò che è stato recepito dai lettori italiani: si tratta solo di una battuta scherzosa, una boutade, non di un proposito.

Ratajkowski riconosce che il sesso del nascituro è una delle poche informazioni certe che si possono ottenere fintanto che rimane all’interno del ventre materno: non è un granché, come informazione, ma se non altro è qualcosa in grado di rendere più concreta l’idea che quella protuberanza che si va gonfiando è prodromica all’arrivo di un essere umano che avrà un ruolo determinante nelle vite di chi lo accoglierà.

Ma – e per questo ha deciso di rispondere agli amici e parenti con la battuta riportata dalla stampa italiana – riconosce anche che quell’informazione ne porta con sé tante altre che poco o nulla hanno a che fare con la biologia del corpo umano e tutto con una cultura di stampo patriarcale che influenzerà pesantemente la vita della figlia o del figlio che verrà, e questo a prescindere dall’educazione che i genitori sceglieranno di impartire.

I ragazzi sviluppano più lentamente. Sono più faticosi delle ragazze da piccole, ma amano così tanto le loro mamme! Le ragazze maturano più velocemente ma sono così sensibili! – sono alcune delle frasi che la mamma in attesa si sente dire da amici desiderosi di prepararla a ciò che sta per accadere. Hanno qualche fondamento di verità? E’ vero che possedere due cromosomi XX comporta ipersensibilità? O che avere un pene influenza il grado di affezione verso la propria madre?

No. Non c’è niente di biologico in quasi tutto quello che siamo soliti raccontare su bambini e bambine. Partorire una bambina invece che un maschietto non offre alcuna assicurazione che i suoi primi anni di vita saranno meno faticosi per i neogenitori, ma – e questo è il lato più negativo degli stereotipi di genere – se credessi davvero che una neonata dovrebbe starsene nella culla buona buona perché sono i maschi quelli faticosi, nel caso in cui mia figlia dovesse indulgere nel pianto potrei finire col convincermi  ha qualcosa che non va, che è malata o in qualche modo sbagliata o che sono io quella sbagliata; quest’idea potrebbe provocarmi un’ansia tale da rendermi difficile l’applicare quei piccoli trucchetti atti a calmare un bimbo che piange, gettando entrambe in una spirale di frustrazione e sofferenza.

A volte gli stereotipi di genere possono trasformare la vita delle persone in un vero e proprio inferno ed è per questo che l’inventrice dei “gender reveal party”, Jenna Myers Karvunidis, si dichiaraoggi pentita di aver dato il via ad un’usanza che li rafforza e li esaspera.

Quando nasce un bambino ricevi tutte le informazioni in una volta: il sesso, il colore dei suoi capelli, a chi assomiglia, quanto è lungo, quanto in fretta batte il suo cuore. Il gender reveal isola un aspetto di questa persona. Quando quell’aspetto viene elevato a fulcro della tua identità, diventa problematico. – ha dichiarato in un articolo pubblicato da The Guardian nel 2019, nel quale racconta anche di quanto l’abbia preoccupata e intristita la reazione di una delle sue figlie nel ricevere in regalo una scatola di mattoncini Lego: la bimba, che aveva tre anni, scoppiò in lacrime perché non voleva “un regalo da maschio” con la scatola di colore blu.

Come si evince da questo video che ho trovato in rete, se la festa organizzata per rivelare il sesso del bambino o della bambina è un’occasione per rendere familiari e amici emotivamente partecipi all’evento della nascita (un obiettivo lodevole se si concorda col vecchio adagio “per crescere un bambino di vuole un’intero villaggio”), è anche il prodotto di una società in cui i membri sono prima di ogni altra cosa consumatori: Quando entriamo nei negozi – spiega il papà – non sappiamo se andare in direzione maschio o in direzione femmina, e la mamma aggiunge: Da oggi lo sapremo e anche per Natale possiamo scatenarci con gli acquisti.

Consumo, dunque sono si intitola un celebre saggio di Zygmunt Bauman al quale vi rimando per approfondire questo particolare aspetto della questione, insieme all’articolo pubblicato da The Atlantic qualche anno fa nel quale si denunciava la sempre più massiccia genderizzazione dei prodotti per bambini.

Ci sono altri due punti su quali vorrei soffermarmi prima di concludere.

Il primo riguarda un passo nel quale Ratajkowski replica un po’ stizzita all’entusiasmo del padre della sua creatura:

A mio marito piace dire che “siamo incinti”. Gli dico che sebbene il sentimento sia dolce, non corrisponde del tutto al vero. Mi infastidisce il fatto che il DNA di tutta la sua famiglia sia dentro di me ma che il mio DNA non sia dentro di lui. “Sembra ingiusto”, dico, e ridiamo entrambi. È una specie di scherzo, ma proprio come l’osservazione che facciamo sul sesso di nostro figlio, c’è della verità dietro. La gravidanza è per natura un’esperienza solitaria; è qualcosa che una donna fa da sola, dentro il suo corpo, non importa quali siano le  circostanze. Nonostante abbia un partner amorevole e molte amiche pronte a condividere i dettagli più crudi delle loro gravidanze, alla fine sono da sola con il mio corpo in questa avventura. Non c’è nessuno che la senta con me: gli acuti dolori muscolari nel mio addome che si presentano all’improvviso mentre guardo un film o la pesantezza dolorosa dei miei seni che mi saluta ogni mattina. Mio marito non ha sintomi fisici della “nostra” gravidanza, un promemoria di quanto diverse possano essere l’esperienza di vita di una donna e quella di un uomo.

Il secondo è un riferimento di Jenna Myers Karvunidis ai diritti delle donne:

“Sono pro-choice”, dice. “Come altro potrei dichiararmi? Ho tre figlie.” Ai suoi occhi la moda del gender-reveal ha giovato a coloro che cercano di limitare l’autonomia delle donne. “Negli Stati Uniti, i nostri diritti riproduttivi vengono ridotti a nulla. Una palla di cellule di sei giorni può eclissare le decisioni in merito alla sua salute di una donna adulta. Non è un giocatore di football o una ballerina, è un feto, ma il fenomeno del gender-reveal aiuta le persone a dimenticarlo”.

Non sento il bisogno di aggiungere altro.

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Mignonnes e altri racconti

Brooke Shields a 12 anni, quando girò il controverso “Pretty Baby“; la giovanissima attrice già a 10 anni era stata protagonista di uno scatto senza veli (era il 1975), del quale da adulta provò ad impedire l’uso, perdendo però la causa in tribunale (motivo per cui potete guardare la foto ancora oggi e giudicare da soli se davvero può definirsi “non sessualmente suggestiva”)

Tempo fa avevo proposto ai miei lettori di leggere il “Report of the APA Task Force on the Sexualization of Girls”; il fenomeno della sessualizzazione delle donne, delle ragazze e delle bambine non è né recente, come suggerisce la foto che ho scelto per aprire il post, né particolarmente sconvolgente per la stragrande maggioranza delle persone; anzi, spiega l’APA, uno dei problemi è proprio che la mole di immagini sessualizzate di bambine, ragazze e donne a disposizione del pubblico è tale da rendere la sessualizzazione accettabile, se non addirittura una cosa buona.

Prima di andare oltre, ricordiamo cosa si intende con sessualizzazione; si parla di sessualizzazione quando

  • il valore di una persona viene fatto derivare soltanto dal suo sex appeal, escludendo altre caratteristiche (ricordate quando Amadeus, nel presentare le donne invitate a Sanremo, ci tenne a far sapere al suo pubblico che ovviamente sarebbero state tutte molto belle? A dispetto della loro bravura, delle competenze, non c’è spazio pubblico per le donne non-belle, e se capita che se lo prendano, la reazione è sempre una valanga di commenti sgradevoli sulla loro inadeguatezza, pensate a Cristoforetti);
  • una persona è tenuta a conformarsi ad uno standard, che equipara l’attrazione fisica – intesa in senso stretto – con l’essere sexy (“Se una donna esce di casa e gli uomini non le mettono gli occhi addosso deve preoccuparsi”, spiegava in proposito lo psichiatra Raffaele Morelli);
  • le persone sono viste come oggetti adibiti all’uso sessuale altrui, piuttosto che come individui in possesso della capacità di agire e prendere decisioni autonomamente (ne abbiamo parlato citando l’esempio dei breastaurant, luoghi nei quali le cameriere sono parte integrante del menù, ma un esempio più recente potrebbe essere la polemica suscitata dalla canzoncina promozionale scelta comune di Lazise, che invita i turisti a provare le belle donne della città, le quali non potran dire di no);
  • la sessualità è inappropriatamente imposta a qualcuno (per comprendere cosa si intende con inappropriatamente basta tornare all’immagine della giovanissima Brooke Shields, che una volta diventata abbastanza grande da comprendere il messaggio implicito nelle immagini che la ritraevano ha provato disperatamente a farle scomparire).

Come ho provato a riassumere nel post dedicato al report, la sessualizzazione comporta una serie di conseguenze dannose per i singoli individui e per la società nel suo complesso.

Ad esempio – spiega il report a pag.2 –  ci sono prove che la sessualizzazione contribuisca a compromettere le abilità cognitive nelle donne in età universitaria e la ricerca correlata suggerisce che la visione di materiale sessualmente oggettivante può contribuire all’insoddisfazione nei confronti del proprio corpo, all’insorgenza di disturbi alimentari e depressione, alla bassa autostima, e persino creare problemi di salute alle ragazze delle scuole superiori e nelle giovani donne. La sessualizzazione delle ragazze non è solo il prodotto di atteggiamenti sessisti, della tolleranza sociale verso la violenza sessuale e dello sfruttamento di ragazze e donne, ma può anche contribuire al loro perpetuarsi.

E questi sono solo degli esempi.

Per citare studi più recenti, un sondaggio del Pew Research Center nel 2017 ha chiesto alle persone di nominare la qualità che la società apprezza maggiormente negli uomini e nelle donne; al primo posto per le donne – corrispondente al 35% degli intervistati – c’è l’essere fisicamente attraenti, mentre per gli uomini il bell’aspetto compare solo al sesto posto nella lista.

Uno studio inglese del 2015 che ha osservato 1.000 ragazzini fra gli 8 e i 14 anni ha rilevato che la pressione sociale che impone di avere un bell’aspetto e possedere la “roba giusta” è dannosa per molti bambini e adolescenti, perché se da una parte il contesto culturale li convince che perseguire questi obiettivi è fondamentale per essere felici (Perché mai una mamma non dovrebbe far felice la sua bambina?’, si è recentemente giustificata Maria Monsé di fronte a chi criticava la sua decisione di sottoporre la figlia di 14 anni al suo primo intervento di chirurgia estetica), spesso gli effetti sono l’esatto opposto di quanto desiderato: un peggioramento della qualità delle relazioni tra pari e la depressione.

Ci sono alcune differenze interessanti tra ragazzi e ragazze – spiega chi ha condotto la ricerca – i sintomi depressivi nei ragazzi tendono a prevedere un aumento del loro materialismo, mentre i sintomi depressivi nelle ragazze tendono a predire l’interiorizzazione delle preoccupazioni sull’aspetto.

I social media, leggiamo in un articolo di Rebecca Huntley, contribuiscono in modo determinante alla pressione sulle ragazze. Huntley, che ha condotto una ricerca con donne di età compresa fra la prima adolescenza e i vent’anni volta ad esplorare come l’uso dei social media influenza le loro opinioni sulla bellezza, sul loro corpo e sulla chirurgia plastica, ha constatato che, sebbene le partecipanti fossero consapevoli del fatto che le immagini perfette che consumano ogni giorno siano scelte con cura, modificate, filtrate e adattate per produrre i migliori risultati possibili e quindi propongano un’idea distorta della realtà, questa consapevolezza non ha ridotto l’impatto che quelle immagini hanno avuto sulla loro percezione del corpo.

A volte ti senti come se fosse difficile disimpegnarti. Osservi le persone per strada e ti confronti con loro, ma non si ferma quando torni a casa perché passi ai social media e hai tutte queste foto di persone belle. Quindi è una pressione costante, non necessariamente dall’esterno ma anche quando sei da sola con tutte queste immagini, tutto il tempo. È un costante promemoria di come dovresti apparire perché questo è ciò che è accettabile nella società ha spiegato una delle giovani coinvolte nella ricerca.

Se esiste – ed è innegabile che esista – una pressione costante che spinge le donne ad apparire sempre belle, sensuali e provocanti, essa si colloca in un contesto sociale schizofrenico che a momenti premia e a momenti stigmatizza la donna che vi si adegua.

Sii una signora – dicono-. La tua gonna è troppo corta. La tua camicia è troppo stretta. Non mostrare così tanta pelle. Lascia qualcosa all’immaginazione. Non fare la tentatrice. Gli uomini non possono controllarsi. Gli uomini hanno dei bisogni. Sii sexy. Sembra attraente. Non essere così provocante. Te la sei cercata. Indossa il nero. Indossa i tacchi. Sei troppo vestita. Sei troppo svestita. Ti stai lasciando andare.

Inizia così il video virale scritto da Camille Rainville e recitato da Cynthia Nixon che mette in evidenza come la misoginia si concretizzi nel colpevolizzare le donne qualsiasi cosa facciano. Non esiste la gonna della misura giusta o la formula per bilanciare  la giusta dose di sex appeal e modestia, esiste solo l’arbitraria decisione di chi in quel particolare momento può trarre vantaggio dal collocare la sventurata sottoposta a giudizio fra le apprezzate o le donne da biasimare: ecco allora che nel nello stesso periodo possiamo leggere di un professore universitario che deride pubblicamente la vicepresidente dell’Emilia Romagna per la sua scarsa appetibilità (“ma che è, n’omo? … Vanno di moda così, di recente. Le più belle sono tutte nel porno, o nell’harem di qualche multimiliardario, o entrambe le cose. Al popolo restano le racchie ecologiste e speronamotovedette“), e di una vicepreside che invita le studentesse a non attirare l’attenzione dei professori maschi con un abbigliamento troppo provocante (e rivendica il termine femminista per definire la sua idea di dress code), rendendo il ribellarsi contemporaneamente ad entrambi diktat (sii più sexy – non essere così sexy)  un’impresa che solo Arturo Brachetti potrebbe portare a termine con successo.

A tale proposito giova sottolineare che non molto tempo fa l’Istat ha rilevato in Italia che quasi 1 persona su 4 (23,9%) ritiene che un modo di vestire succinto possa provocare una violenza sessuale.

Il film Mignonnes, che tanti guai ha causato a Netflix ultimamente, affronta il tema della sessualizzazione proponendosi di sottolineare, grazie ad un’astuta regia che contrappone costantemente un contesto familiare tradizionalista alla passione delle giovanissime per le #dancechallenge sui social, che di contraddittorio nello stigmatizzare sia la donna che si scopre troppo che quella che non si scopre abbastanza non c’è proprio nulla: sono due facce della stessa medaglia.

La protagonista del film, l’undicenne Amy, vive quel delicato momento di passaggio dall’infanzia all’adolescenza che comporta l’entrare in conflitto con le figure di riferimento, un conflitto esacerbato dalla crisi che la madre di Amy sta vivendo a causa della decisione del marito di portare a casa dal Senegal una seconda moglie. Mentre la madre si chiude a riccio nella sofferenza, affidando alla zia (che assolve l’ingrato ruolo della matrigna delle fiabe) il compito di traghettare Amy nel solco di quelle tradizioni familiari che sono la causa del suo dolore, la ragazzina trova nella vicina di casa e coetanea Angelica l’ispirazione per uscire dal guscio di una famiglia della quale comincia a percepire i lati oscuri e problematici, ed entrare a far parte della sua piccola e sgangherata crew diventa piano piano la sua ossessione.

Il film si apre con una riunione alla quale Amy partecipa con la madre e la zia, nel corso della quale l’incaricata di diffondere nella comunità femminile le raccomandazioni di Allah spiega che all’inferno ci saranno molte più donne che uomini perché  Sapete dove risiede lo spirito del male? Nel corpo delle donne nude.

Non è un segreto per nessuno che Dio odi le donne, come ha titolato Giuliana Sgrena, e che uno dei modi in cui dimostra la sua avversione è costringendole a mostrarsi il meno possibile: sottomissione, pudore, castità, modestia, impurità sono i termini nascosti associati dalle religioni alle donne per sminuire la loro potenzialità.

Viene da sé che quando si subisce un’educazione del genere, che mira alla mortificazione del corpo affinché le donne debbano convivere costantemente con la vergogna di ciò che sono, è un potente atto di ribellione liberarsi dall’oppressione degli abiti per scatenarsi nella danza, come fa Amy quando viene sottoposta dalla madre e dalla zia ad un umiliante rituale di purificazione.

Tuttavia, nel disperato tentativo di uscire da un ambiente domestico divenuto per lei angosciante e penoso, la ragazzina salta dalla proverbiale padella alla brace.

L’esperienza della crew, infatti, non è affatto per Amy un momento di riappacifazione col proprio corpo per mezzo dell’arte coreutica, né l’occasione per costruire delle relazioni affettive appaganti al di fuori del nucleo familiare, ma piuttosto una diversa e altrettanto crudele forma di mortificazione. Seppure per ragioni diverse, anche fra le coetanee il suo rimane un corpo sbagliato, un corpo del quale vergognarsi: non è abbastanza sexy (sei piatta come una tavola, non si distingue il davanti dal dietro, la scherniscono le altre ragazze), non indossa gli abiti giusti (la ragazzina arriverà a derubare la madre pur di acquistare gli indumenti necessari a farsi accettare), e, quando prova a trasformare se stessa per corrispondere allo standard che immagina le permetterà di ottenere quel successo sui social necessario garantirle un posto sicuro nel gruppo dei pari, scopre quanto è semplice passare dal “non abbastanza sexy” al “troppo provocante”, perdendo in un attimo tutto ciò che credeva di aver conquistato.

Sappiamo, purtroppo, quanto drammatiche possono essere le conseguenze di una foto diffusa incautamente o involontariamente.

Il film, tuttavia, non sfocia mai nel dramma, perché l’unico punto di vista dal quale osserviamo la storia è quello delle piccole protagoniste, che come qualsiasi bambina di 11 anni stanno solo giocando e non hanno alcuna reale consapevolezza delle insidie del gioco al quale prendono parte, al punto che anche noi spettatori quasi dimentichiamo che l’ipersessualizzazione è un fenomeno non soltanto collegato ai problemi di autostima, ai disturbi alimentari, alla depressione o alle difficoltà che le donne incontrano quando vogliono essere prese in considerazione per qualcosa di diverso dall’essere belle, sexy e desiderate, ma è anche un fenomeno correlato alla violenza di genere.

Più gli uomini sono esposti a raffigurazioni oggettivanti, più penseranno alle donne come entità che esistono per la gratificazione sessuale degli uomini e che questa prospettiva disumanizzante può essere utilizzata per ispirare gli atteggiamenti riguardanti la violenza sessuale  – spiegava qualche anno fa un articolo dal titolo Why Objectifying Women Makes Men Violent, dal quale è possibile risalire alla bibliografia scientifica in grado di dimostrare l’incontestabile nesso fra aggressività maschile, colpevolizzazione della vittima e il modo in cui i media rappresentano le donne.

Le bambine prendevano tutto come un gioco, ripeteva una delle protagoniste di un altro  film sull’oggettivazione e la sessualizzazione delle bambine che consiglio a chiunque abbia trovato interessante il discorso stimolato da Mignonnes: Bellissime, un documentario di Elisa Amoruso del 2019 che ripercorre l’infanzia di tre baby-modelle e le ripercussioni che il lavoro ha avuto sulla loro vita di giovani adulte e sulla vita della madre-artefice delle loro carriere.

Se è vero che per le bambine come Amy, Angelica o le tre piccole sorelle Goglino della Amoruso ammiccare al pubblico può essere un gioco innocente, è altrettanto vero che questo le rende estremamente vulnerabili e non possiamo continuare ad ignorare il mondo adulto che ne approfitta per lucrare ma soprattutto per nutrire il suo animo misogino.

Forse dovremmo smettere di puntare l’occhio di bue solo sulle bambine e allargare lo sguardo per ricomprendere soprattuto quelli che in questi film rimangono sullo sfondo, come se con la questione non avessero nulla a che fare: gli uomini. Perché parlare di ipersessualizzazione o di oggettificazione senza parlare anche di sguardo maschile o di violenza di genere rischia di compromettere la possibilità di elaborare una strategia per venirne fuori.

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The 100

Recentemente il giornale Avvenire ha denunciato l’ennesimo caso di minori sottratti forzosamente alla famiglia: un bambina di sette anni è stata allontanata dalla fattoria dove viveva con la madre e i nonni con un dispiegamento di forze degno di un boss della malavita organizzata; 32 persone fra carabinieri, assistenti sociali e guardie zoofile (caso mai a qualcuno fosse venuto in mente di suggerire agli animali che quattro gambe buono, due gambe cattivo!) per trascinare via una bimba scalza e in pigiama, “colpevole” di non riuscire ad affezionarsi ad un padre che l’aveva abbandonata alla nascita, rendendosi irreperibile per i primi quattro anni della sua vita (un comportamento lesivo del diritto del diritto della figlia al supporto emotivo ed economico di entrambi i genitori che di solito garantisce al genitore presente e coscenzioso l’affido esclusivo della prole allo scopo di garantire quella stabilità e sicurezza di cui ogni bambino abbisogna).

Gli allontanamenti coatti e le decisioni di magistrati apparentemente indifferenti a fenomeni come la violenza domestica e quella assistita (emblematico un caso denunciato da il Vibonese qualche mese fa, che racconta di violenze tanto evidenti nel corpo della madre da rendere la decisione di affidare una bambina di 2 anni all’uomo che le ha perpetrate tanto incomprensibile quanto ingiustificabile) hanno convinto la Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio ad avviare un’indagine sui temi dell’alienazione genitoriale e dell’affido dei minori.

Una decisione che si può commentare soltanto con l’avverbio “finalmente”.

All’indagine hanno deciso di contribuire anche 100 intellettuali, accademici e professionisti esperti in materia Psicoforense, che hanno reso pubblico il testo del memorandum inviato alla Commissione.

La lettera è corredata di firme eccellenti, fatto che rende il testo ancora più imbarazzante, e da sola suggerisce che alla radice di tante infauste decisioni – alcune delle quali hanno prodotto esiti terribili – c’è proprio l’impianto teorico che sottende il lavoro di questi professionisti esperti, i quali nulla sanno né vogliono sapere delle dinamiche della violenza di genere.

Il memorandum esordisce citando le proteste delle madri che si sentono danneggiate dalle consulenze tecniche d’ufficio (CTU) esperite durante il loro processo di separazione per l’affidamento dei figli, anche a causa di una diagnosi chiamata “Sindrome di Alienazione Genitoriale” (PAS) di cui si sarebbero rese responsabili per aver ostacolato l’incontro del figlio con l’altro genitore, madri che affermano che le loro vicissitudini siano dovute ad  un preconcetto anti-femminile da parte degli operatori forensi.

Un’idea che questo blog condivide appieno, e ha argomentato spesso e volentieri fornendo eloquenti esempi e ricerche empiriche che riportano evidenze del pregiudizio di genere che vizia i risultati nelle controversie legali in materia di affido/maltrattamenti. La ricerca condotta dalla professoressa Joan S. Meier, ad esempio, mettendo a confronto le risposte dei Tribunali alle accuse di un genitore verso l’altro, ha dimostrato che dipendono dal sesso dell’accusatore, ovvero che le denunce delle donne vengono prese meno sul serio di quelle mosse dagli uomini.

Per i 100, tuttavia, simili affermazioni sarebbero prive di fondamento, al punto che, se si dichiarano soddisfatti dell’istituzione di una Commissione, è solo perché una lavoro di indagine potrebbe tornare utile ad evidenziare “vere” problematiche: Diciamo subito che vediamo di buon auspicio la creazione di questo genere di Commissioni, come quella che potrebbe, per esempio, indagare sui molti errori giudiziari che vengono compiuti nelle aule di tribunale e che talvolta portano alla condanna e carcerazione di persone innocenti: l’Innocent Project negli Stati Uniti, operante dal 1992, ha portato alla scarcerazione, ad oggi, di 375 persone condannate, di cui alcune si trovavano nel braccio della morte (lo Stato italiano non prevede la pena di morte in nessun caso, ricordiamolo).

Andiamo a vedere quali sarebbero, secondo i 100, le prove dell’insussistenza delle proteste delle madri.

La prima è che nelle cause di separazione e di divorzio e che comunque comportano l’affidamento dei figli le donne sono di gran lunga preferite rispetto all’uomo. A dimostrazione di quanto affermato, il memorandum riporta una tabella dell’Istat, dalla quale deduciamo che si fa riferimento al maggior numero di affidi esclusivi concessi alle madri rispetto al numero di affidi esclusivi concessi ai padri.

Quello che si evince dalle tabelle dell’Istat, in realtà, è che la stragrande maggioranza dei bambini coinvolti in una separazione o un divorzio è in regime di affido condiviso (40.000 su 44.000 nel 2017, praticamente il 90%) , a dispetto del fatto che tutte le ricerche sulla condivisione del lavoro di cura ci dicano che, nelle famiglie italiane (quindi prima della separazione e del divorzio), il lavoro domestico e di cura sia quasi interamente sulle spalle delle donne, tra l’altro con palesi ripercussioni sui livelli occupazionali femminili; come abbiamo detto tante volte, se la legge 54/2006 si proponeva di garantire il diritto del minore di mantenere (cioè far durare e rimanere inalterato) un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori, nella realtà dei fatti quel rapporto equilibrato spesso e volentieri non sussisteva prima della decisione di crearlo ex novo con un affido condiviso, il che a mio avviso dimostra inequivocabilmente la volontà di incoraggiare e favorire il coinvolgimento paterno, più che il perdurare della maternal preference (ne abbiamo discusso qui a proposito di una sentenza che dichiarava esplicitamente l’intento “educativo” nei confronti di quei padri che ignorano la “fatica quotidiana di gestire i figli”).

Incoraggiare un maggiore coinvolgimento paterno, in linea di principio, è cosa buona e giusta, ma lo è soltanto se non va a cozzare con il diritto all’incolumità e al benessere fisico e psicologico degli altri componenti della famiglia, che è proprio ciò le madri che protestano tentano di portare all’attenzione delle istituzioni.

Poco più di 2.600 mamme che ottengono l’affido esclusivo dei figli corrispondono più o meno al 6% del totale; una percentuale irrisoria, anche se indubbiamente maggiore dell’1% di affidi esclusivi ai padri, ma che comunque ci dice poco delle questioni di cui si discute alla Commissione femminicidio, ovvero il sessismo implicito nella teoria dell’alienazione genitoriale (denunciato sin dal suo ingresso nei Tribunali tramite i testi di Richard Gardner), e la scarsa credibilità di cui godono le accuse mosse dalle donne.

Non dimentichiamo, en passant, che l’Italia è il paese dove la metà delle vittime di femminicidio si era rivolta alle istituzioni in cerca di protezione prima di venire uccisa dall’uomo che aveva denunciato, e questo accade, ha sentenziato la Corte di Strasburgo, per via di quelle attitudini socio-culturali che condonano la violenza domestica.

La seconda ragione sarebbe che la maggior parte di chi giudica in questa materia è “donna”, come si può rilevare dalla composizione dei magistrati delle sezioni famiglia di Milano, Roma, Napoli e Palermo, a titolo esemplificativo, in cui le donne giudici rappresentano il 74% del totale, rispetto al 26% dei colleghi uomini.

Questo è un argomento che abbiamo dibattuto qui qualche tempo fa, giungendo a constatare, anche alla luce di alcuni casi che hanno fatto scalpore, che anche le donne sono maschiliste, visto che non sussiste alcuna correlazione fra il sesso di un individuo e gli stereotipi e i pregiudizi che inficiano le sue valutazioni. Pertanto, la presenza più o meno massiccia di giudici o consulenti di un certo sesso non ci racconta nulla su quelle che sono le loro idee e un apparato forense composto per lo più da donne che si suppone instauri, per un preconcetto antifemminile, una “violenza istituzionale” nei confronti di madri è tutt’altro che uno scenario inconcepibile.

Piuttosto è inconcepibile immaginare che qualcuno possa ritenere questa considerazione degna di essere messa nero su bianco.

Il memorandum passa poi a spiegare il criterio dell’accesso, affidandosi nientepopodimeno che a Khalil Gibran, il quale con il suddetto criterio c’entra come i proverbiali cavoli a merenda.

Il criterio dell’accesso, noto anche come friendly parent provision, è un concetto sulla base del quale si pretende di giudicare la competenza genitoriale in sede di separazione: il bravo genitore è un genitore “friendly” (letteralmente “amichevole”), ovvero un genitore che – dopo la separazione – è capace di cooperare con l’altro genitore e di agire in modo da incoraggiare e favorire i contatti del minore con lui. Solo un pericolo grave, concreto ed attuale per il figlio può limitare o escludere questo accesso all’altro genitore – spiegano i 100 – ed esso deve comunque essere vagliato da un terzo, ovvero dal magistrato.

L’applicazione pratica del criterio dell’accesso ha creato non pochi problemi alle vittime di violenza domestica o alle madri che denunciavano maltrattamenti o condotte pregiudizievoli dell’altro genitore, e la ragione è facilmente intuibile andandosi a leggere una sentenza recente che ha affrontato la questione del “pericolo grave, concreto e attuale” che rende giustificabile la decisione di un genitore di non mostrarsi “friendly” nei confronti dell’ex partner: di fronte ad una donna inferma a causa dei maltrattamenti subiti dal padre di suo figlio, siamo costretti a leggere di un giudice che l’ha ritenuta responsabile di condotta pregiudizievole verso il figlio a causa di sentimenti personali di rifiuto nei confronti dell’uomo, i cui maltrattamenti non vengono negati (sarebbe impossibile), bensi “ridimensionati”.

L’Italia è quel paese assurdo nel quale da una parte abbiamo una Leosini che pubblicamente stigmatizza il comportamento delle donne che non mollano il marito al primo schiaffone, dall’altra dei magistrati che condannano quelle donne che, dopo aver allontanato un uomo che è andato ben oltre il primo schiaffone, se lo vedono ripiombare nella loro vita in veste di affabile genitore perfettamente in grado di collaborare facendo in modo che non si ripetano i comportamenti violenti e prevaricanti, e questo perché quei magistrati si ostinano ad ignorare che una modalità di affido condiviso, quando il divorzio è stato causato da violenza domestica, non serve ad altro che a prolungare gli abusi.

Il criterio dell’accesso, così come viene enunciato, è che la perfetta espressione di una cultura che condona la violenza domestica a meno che non sia “abbastanza grave”, e se non è abbastanza grave che una donna sia costretta a vita a deambulare con una stampella, viene da sé che forse l’unica donna autorizzata a provare sentimenti personali di rifiuto verso il suo aguzzino sia la donna morta.

Il problema della percezione della violenza verso donne e bambini da parte di questi operatori della giustizia è serio, e si evince anche dalla discussione attorno al concetto stesso di violenza, quella diretta e quella assistita.

A proposito della violenza assistita, a dispetto del fatto che ormai sia accertato (come riporta, ad esempio, Save The Children) che un bambino che assiste a una violenza su una persona per lui fondamentale come la madre vive un trauma e avrà delle conseguenze uguali a quelle di un bambino che abbia subito direttamente maltrattamento e violenza, i 100 ci informano che invece, a loro avviso, affermare che la violenza indiretta sia equivalente a quella diretta non è solo un errore concettuale, ma è pericoloso.

E perché sarebbe pericoloso? Perché se diventasse di dominio pubblico che un padre che picchia la moglie davanti al figlio è passibile di essere condannato anche per il danno causato al figlio (un danno che è certo, riscontrato da una vasta letteratura), questo potrebbe convincere i mariti violenti a picchiare anche i figli. Come dire – ditemi se l’analogia vi sembra appropriata – che se condanno un uomo per violenza sessuale anche quando non c’è penetrazione (cosa che di fatto avviene), corro il pericolo di istigare i molestatori a perpetrare violenze più efferate.

Sarei interessata a conoscere gli studi sulla deterrenza che hanno generato questo tipo di considerazione.

Ma andiamo avanti, perché la parte più greve è questa: Quando si parla di violenza occorre denotarla correttamente per non usarla in modo connotativo, così altrimenti vi rientrano fenomeni che sono violenza solo nella percezione di uno dei soggetti. (…) Ricordiamo che le Brigate Rosse hanno ucciso o gambizzato dei dirigenti aziendali quale – a detta loro – “risposta” alla “violenza delle multinazionali”.

Insomma, per i 100 parlare di violenza indiretta equivale ad usare un linguaggio poetico: non è “vera” violenza, quanto piuttosto una metafora funzionale a comunicare uno stato d’animo soggettivo (e sono connotazioni tipiche dei terroristi, attenti!).

E questo nonostante sia acclarato il fatto che essere costretti a vivere in un clima di terrore danneggi concretamente la salute delle persone, a prescindere dal fatto che quelle persone subiscano in prima persona aggressioni fisiche o meno.

Arriviamo alla parte più esilarante del memorandum, quella in cui si cerca di dimostrare la fondatezza scientifica del costrutto dell’alienazione genitoriale mettendo a confronto il numero di citazioni dell’espressione “alienazione parentale” con il numero di citazioni della parola “chiromanzia” in una serie di database.

Vi dico solo che se scrivo “unicorn” nel database Pubmed ottengo 245 articoli, ovvero 16 volte quelli che hanno ottenuto i 100 scrivendo “chiromanzia”. Cosa dovrei dedurre da questi numeri?

Nella speranza che nessuno di voi decida a causa di questo articolo di imbarcarsi nella ricerca di unicorni, un’ultima precisazione: il memorandum parla dell’alienazione genitoriale in termini di “fenomeno”.

L’alienazione genitoriale non è un fenomeno, bensì una teoria, e fra le due cose c’è una differenza sostanziale.

Non è un fenomeno, non compare nel DSM 5 né tantomeno compariva nell’edizione precedente del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, e il fatto che io o chiunque altro abbia pubblicato una moltitudine di articoli che la citano non influisce in alcun modo sul sostegno empirico da dati di ricerca che una teoria necessita per essere presa in seria considerazione.

Il memorandum si conclude rimarcando che fra  i firmatari di codesto memorandum ci sono tante donne e persino delle madri, una precisazione che se non fornisce informazioni sulla rivittimizzazione subita nei tribunali civili che in tante stanno denunciando a mezzo stampa in questo periodo, ce ne fornisce di ulteriori sul grado di conoscenza che i 100 hanno degli studi di genere: nessuna conoscenza.

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Il gender gap e le categorie di genere

Nel 2018 la Nuova Accademia di Belle Arti (NABA) ha presentato al pubblico i risultati della ricerca “Donne Artiste in Italia – Presenza e Rappresentazione”. I dati raccolti forniscono un quadro desolante: se nelle accademie di belle arti le studentesse sono il 66% contro il 33% dei colleghi maschi, già nelle gallerie la loro presenza cala vertiginosamente al 25%, dato che scende al 19% nel caso delle mostre personali nelle istituzioni e arriva al 13% al Padiglione Italia della Biennale di Venezia: la presenza delle artiste nel mondo dell’arte cala man mano che si sale di grado, un fenomeno solitamente paragonato ad un “tubo che perde“.

Nel mondo della musica le cose non vanno meglio: sempre nel 2018, l’Annenberg Inclusion Initiative dell’University of Southern California ha pubblicato uno studio che analizzava la situazione dell’industria musicale statunitense. La ricerca, che ha esaminato seicento brani di musica pop usciti sul mercato fra il 2012 e il 2017, ha evidenziato come la presenza di brani di artiste femminili andasse da un minimo del 16,8% (rispetto all’83,2% di quelli di artisti uomini) nel 2017 fino al massimo del 2016: il 28,1%. E’ risultato anche che su 2.767 cantautori accreditati, solo il 12,3% era di sesso femminile, mentre degli oltre seicento produttori presi in analisi, il 98% era di sesso maschile e solo il 2% di sesso femminile.

Per ciò che riguarda l’Italia, il paese in cui per elogiare una direttrice d’orchestra si scrive che “è brava come un uomo”, uno studio condotto da Nuovoimaie ha evidenziato che la percentuale delle interpreti femminili nella fascia di età 18-34 anni è del 12,52%, in linea quindi con quella degli Stati Uniti.

Se diamo un’occhiata ai riconoscimenti, scopriamo ad esempio che dal 1984, da quando, cioè, si assegnano le targhe Tenco per il miglior album (uno dei premi più prestigiosi della musica italiana), solo una volta ha vinto una donna: Carmen Consoli, nel 2010. E ancora: tra i primi venti posti nella classifica degli album più venduti in Italia nel 2017 ci sono solo due nomi femminili: Mina (in duo con Adriano Celentano) e Cristina D’Avena.

Spostiamoci dalla musica alla letteratura: su 74 edizioni del Premio Strega le vincitrici donne solo soltanto 11, mentre sono 15 le donne che si sono viste assegnare il Nobel per la letteratura dal 1901 ad oggi, sproporzioni nell’assegnazioni di riconoscimenti che si riscontrano un po’ ovunque in giro per l’Europa.

Cinema: un articolo dello scorso anno ci racconta che le registe e attrici donne in Italia sono il 25% del totale, mentre i film finanziati a donne sono soltanto il 12%. Commenta questa dati la regista Susanna Nicchiarelli: “Nelle scuole di cinema le domande al corso di regia di donne sono solo il 20%. C’è un problema di visibilità. Le donne non pensano di poter diventare registe, perché mancano i modelli. Bisogna farsi vedere, ispirare. Il rischio è di essere invisibili. L’importante oggi è parlare, comunicare. La discriminazione è subliminale”.

Lo studio Gender Bias Without Borders, condotto dalla University of Southern California e commissionato dall’Agenzia delle Nazioni Unite per la parità di genere, si è focalizzato sull’analisi di caratteri femminili presenti nei film in 11 paesi: è emerso che nel 70% dei film visionati nel corso del 2012 sono gli uomini a parlare mentre le donne sono principalmente di scenografia e che su un totale di 1.452 registi solo il 20,5% sono donne.

Per un articolo del 2018 pubblicato sul sito della BBC Miriam Quick, analizzando i lungometraggi vincitori a 10 importanti festival  cinematografici, inclusi gli Oscar, i Golden Globe e Cannes, dal 1990 a quel momento, ha raccolto dati su oltre 2.000 persone che avevano lavorato su 243 film, con un massimo di 11 ruoli per film, includendo fino a sette ruoli principali, più il regista e altre posizioni chiave della troupe come sceneggiatore, montatore e direttore della fotografia; i risultati della ricerca hanno mostrato che in 9 film su 10 la maggioranza di questi ruoli era affidata a uomini, mentre per ciò che riguarda gli attori, il rapporto uomini-donne sullo schermo era 63%-37%.

In questo contesto, nel quale la scarsa visibilità delle donne di talento in manifestazioni, festival e premiazioni di vario genere è al contempo la conseguenza e la causa della discriminazione di genere (come il proverbiale cane che si morde la coda), entra a gamba tesa il Festival di Berlino con la sua decisione di assegnare agli attori premi genderless: i riconoscimenti per il miglior attore e la migliore attrice saranno sostituiti da un Orso d’argento per la migliore interpretazione protagonista e un Orso d’argento per la migliore interpretazione non protagonista, assegnati ciascuno su base neutra rispetto al genere.

Se per chi ha avuto questa idea, l’obiettivo è offrire un segnale di una maggiore consapevolezza di genere nell’industria cinematografica (così hanno detto i due responsabili, l’olandese Mariette Rissenbeek e l’italiano Carlo Chatrian), secondo altre la decisione finirà col produrre la progressiva scomparsa delle donne vincitrici, o almeno ad una situazione che riproporrà il disequilibrio esistente in tutti gli ambiti che non riservano un premio alle donne, finendo col rafforzare le fila del club Strumia, ovvero il gruppo di quelli che ritengono che le donne non svettano semplicemente perché non sono abbastanza brave.

In linea di principio i sostenitori di un premio senza genere hanno pienamente ragione: non c’è nulla che leghi le competenze attoriali al sesso di chi le possiede, se non il fatto che gli attori uomini hanno un maggior numero e una maggiore varietà di ruoli a disposizione (soprattutto mano a mano che si va avanti con l’età e si acquista esperienza), il che permette loro di godere non solo di un maggior numero di occasioni, ma di occasioni più propizie per metterle in mostra. E questa non è una competenza, piuttosto è un privilegio.

La discussione attorno a questo evento è in tutto e per tutto identica a quella che da anni facciamo a proposito delle quote rosa senza raggiungere un accordo: riservare un piccolo spazio alle donne in virtù del loro sesso può contribuire a cambiare la mentalità di chi ritiene che il sesso sia di per sé un’ostacolo allo sviluppo di determinate capacità? Costringere una giuria a premiare delle donne perché vi sono dei posti loro riservati, può contribuire a modificare la mentalità di chi ritiene che il lavoro delle donne sia di poco valore perché viziato dalla loro “femminilità”?

Una cosa è certa: una maggiore visibilità delle donne di talento produce effetti straordinari sulle giovani generazioni. Ad esempio, è stato sufficiente puntare i riflettori sulla nazionale di calcio femminile nel corso dei Mondiali di Francia 2019 per produrre un boom di iscrizioni femminili nelle scuole calcio: parliamo del 35-40% di presenze in più, un dato più che rilevante.

Insomma, la discussione è aperta: scatenatevi.

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