Avanguardia

Qui non stiamo facendo né propaganda, né maschilismo, né femminismo, per piacere. Sgrombriamo il campo da queste categorie che appartengono al passato. (Senatore Simone Pillon, Convegno sulla riforma di Legge 54/06, 7 giugno 2018)

La buona madre non deve essere, come la mia, una semplice creatura di sacrificio: deve essere una donna, una persona umana.” (Sibilla Aleramo, “Una donna”)

Come annunciato, è stato presentato al Senato il ddl che mira a riformare le norme in materia di affido condiviso. “Innovativo disegno di legge”, lo definisce la pagina web del Coordinamento Interassociativo Colibrì, ma non è chiaro quali sarebbero le “novità”, visto che da anni sentiamo sempre le stesse proposte (a seguire, ad esempio, quelle del 2012):

Non è neanche nuova l’alleanza fra il popolo del Family Day (del quale Simone Pillon è una delle figure di spicco nonché co-fondatore del comitato organizzatore della manifestazione) e quella “chiassosa pletora di associazioni di coniugi o ex tali, e soprattutto di genitori, specie padri, separati o divorziati che siano” (così l’ha definita poco tempo fa il magistrato Geremia Casaburi in un articolo dedicato alle loro proposte), che per comodità siamo soliti chiamare i “papà separati“.

Eppure, quello che i promotori vogliono darci ad intendere è che questo disegno di legge sia in linea con “le conoscenze più aggiornate a livello mondiale“…

al contrario di concetti obsoleti come “maschilismo” e “femminismo”.

Una delle associazioni che sostengono il disegno di legge, “Mantenimento Diretto Movimenti per l’Uguaglianza Genitoriale”, a tale proposito ha indirizzato al Consiglio Superiore della Magistratura
 una lettera per spiegare l’ “innovativa” prospettiva sulla questione: secondo l’associazione una riforma delle norme si ritiene necessaria perché

La divisione dei ruoli in ambito familiare è ormai solo un retaggio del passato privo di riscontro nella società.

Ora, non so a voi, ma a me, da gente che sale sul palco con Costanza Miriano, autrice di “Sposati e sii sottomessa” e articoli di questa risma:

scritti evidentemente allo scopo di esortare le donne a rinchiudersi in casa per badare ai bambini e agli anziani mentre gli uomini sono fuori a fare “gli alberi maestri” (una metafora vagamente fallica, vi pare?), non mi va di farmi prendere in giro in questo modo.

Dirsi che viviamo in un mondo egualitario è bendarsi gli occhi e mentire“, ha affermato recentemente Marie Laguerre, e questa gente mente spudoratamente.

Ne abbiamo discusso proprio poco tempo fa, a proposito del rapporto di Save The Children sulla maternità in Italia: “La crescita dei figli viene vissuta oggi come un peso che grava esclusivamente sulle spalle delle donne”, e se non trascorrere tempi paritetici con entrambi i genitori è davvero dannoso per la salute dei bambini, come sostengono i promotori del disegno di legge, in questo paese la stragrande maggioranza dei bambini è malata e non basterà di certo un disegno di legge per le famiglie separate a risolvere il problema.

Sono propensa a ritenere che la salute dei bambini non sia altro che un bel paravento, dietro il quale si celano ben altre questioni, alcune molto, molto spinose.

Ad esempio la violenza domestica.

Parliamo ad esempio della mediazione familiare obbligatoria.

A proposito della mediazione, la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul)  afferma che “Le parti devono adottare le necessarie misure legislative o di altro tipo per vietare il ricorso obbligatorio a procedimenti di soluzione alternativa delle controversie, incluse la mediazione e la conciliazione, in relazione a tutte le forme di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione”.

Una raccomandazione che il disegno di legge omette del tutto di considerare.

Ma d’altra parte, in nessuna parte del disegno di legge si fa cenno alla violenza domestica o alla violenza assistita, anzi, quando vi si fa cenno, lo si fa per tradire quanto disposto dalla Convenzione di Istanbul.

L’articolo 11 (comma 1 e 2) recita:

L’articolo 337-ter del codice civile è sostituito dal seguente:

  1. Indipendentemente dai rapporti intercorrenti tra i due genitori, il figlio minore, nel proprio esclusivo interesse morale e materiale, ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con il padre e con la madre, di ricevere cura, educazione e istruzione e assistenza morale da entrambe le figure genitoriali, con paritetica assunzione di responsabilità e di impegni e con pari opportunità. Ha anche il diritto di trascorrere con ciascuno dei genitori tempi paritetici o equipollenti, salvo i casi di impossibilità materiale.
  2. Qualora uno dei genitori ne faccia richiesta e non sussistano oggettivi elementi ostativi, il giudice assicura con idoneo provvedimento il diritto del minore di trascorrere tempi paritetici in ragione della metà del proprio tempo, compresi i pernottamenti, con ciascuno dei genitori. Salvo diverso accordo tra le parti, deve in ogni caso essere garantita alla prole la permanenza di non meno di 12 giorni al mese, compresi i pernottamenti, presso il padre e presso la madre, salvo comprovato e motivato pericolo di pregiudizio per la salute psico-fisica del figlio minore in caso di:
  • Violenza
  • Abuso sessuale
  • Trascuratezza
  • Indisponibilità di un genitore
  • Inadeguatezza evidente degli spazi predisposti per la vita del minore.

Fra i casi che il giudice deve tenere in considerazione nel valutare un affido esclusivo è citata la “violenza”, ma non si fa esplicitamente nesuncenno alla violenza contro il partner.

Considerato che, purtroppo, si stima siano ben 427mila i bambini che negli ultimi 5 anni hanno patito e patiscono le conseguenze della violenza assistita, che nel nostro codice penale non esiste una norma specifica che punisca il reato, che ancora esercitano magistrati convinti che un uomo maltrattante possa essere un bravo genitore e che la Convenzione di Istanbul lo prevede espressamente, una menzione era doverosa.

Ma non è questo il peggio.

Leggo più avanti:

Il giudice, nei casi di cui all’art. 337-ter, comma 2 [quindi violenza, abuso sessuale, trascuratezza, ecc.], può disporre temporaneamente l’affidamento dei figli ad uno solo dei genitori qualora ritenga con provvedimento motivato che l’affidamento all’altro sia contrario all’interesse del minore. In ogni caso deve garantire il diritto del minore alla bi-genitorialità disponendo tempi adeguati di frequentazione dei figli minori col genitore non affidatario e promuovendo azioni concrete per rimuovere le cause che hanno portato all’affidamento esclusivo.

Devo commentare?

Devo aggiungere un commento al fatto che il giudice, in ogni caso, anche di fronte ad un genitore accusato di violenze o abusi sessuali, non solo non è obbligato a disporre l’affido esclusivo all’altro genitore, ma deve disporre tempi adeguati di frequentazione dei figli minori – vittime di quelle violenze e quegli abusi sessuali – con il perpetratore di quegli abusi con l’obiettivo di garantire non il benessere delle persone coinvolte, dei bambini, bensì la bigenitorialità?

Se pensate che aver sancito che la bigenitorialità è un principo superiore persino alla tutela del bambino maltrattato (per non parlare della donna maltrattata) sia intollerabile, aspettate di leggere questo passo:

All’articolo 342-bis del codice civile (Ordini di protezione contro gli abusi familiari) dopo il comma 1, è aggiunto il seguente:
“Quando in fase di separazione dei genitori o dopo essa la condotta di un genitore è causa di grave pregiudizio ai diritti relazionali del figlio minore e degli altri familiari, ostacolando il mantenimento di un rapporto equilibrato e continuativo con l’altro genitore e la conservazione rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale, il giudice, su istanza di parte, può adottare con decreto uno o più dei provvedimenti di cui agli artt. 342 ter e 342 quater. I provvedimenti di cui a quest’ultimo articolo possono essere applicati – nell’esclusivo interesse del minore – anche quando – pur in assenza di evidenti condotte di uno dei genitori – il figlio minore manifesti comunque rifiuto, alienazione o estraniazione con riguardo ad uno di essi.

La prova sufficiente per condannare un genitore è la condotta del figlio: quello che in modo molto subdolo sta dicendo questa gente è che quando un bambino rifiuta il rapporto con uno dei genitori, il magistrato deve supporre che la colpa sia dell’altro genitore. Non sono citate altre possibilità.

Sappiamo che una donna è già stata condannata con queste assurde motivazioni, con una sentenza di condanna che ne sanciva paradossalmente l’innocenza.

Se questa norma dovesse essere approvata, sarà ancora più facile condannare persone  innocenti, e con loro saranno condannati tutti quei bambini che hanno ben altre ragioni per non voler frequentare uno dei genitori.

Un ultimo accenno alla violenza domestica, per non farci mancare proprio nulla.

Non se ricordate le polemiche che seguirono l’intervento del fondatore del percorso neocatecumenale Kiko Arguello al Family Day del 2015.

Quanto segue è ciò che dichiarò in proposito Simone Pillon:

Potete trovare il report dell’Istat qui e controllare che l’Istituto Nazionale di Statistica, con buona pace dei cattolici, nelle sue misurazioni non fa troppe distinzioni fra “partner” e “mariti”, ma solo fra partner, ex partner e sconosciuti. A pag.6 trovate una tabella, nella quale si fa differenza fra donne coniugate, nubili, separate/divorziate o vedove (non si parla di conviventi), ma i dati non fanno riferimento al perpetratore. Lì potete trovare il dato 63,9%, mentre il dato 7,5% si trova in un’altra pagina, a pag.8: “Tra gli autori della violenza al primo posto si collocano gli ex mariti/ex conviventi (22,4%), seguiti dagli ex fidanzati (13,7%), dai mariti o conviventi attuali (7,5%) e infine dai fidanzati attuali (5,9%).

Ciò che ci dice in realtà quel report (pagg.7 e 8) è che “I partner, attuali ed ex, sono responsabili della quota più elevata di tutte le forme di violenza fisica rilevate e di alcuni tipi di violenza sessuale come lo stupro nonché i rapporti sessuali non desiderati, ma subiti per paura delle conseguenze. Il 69,7% degli stupri, infatti, è opera di partner, il 55,5% degli ex partner, il 14,3% del partner attuale, il 17,4% di un conoscente. Solo il 6,2% è stato opera di estranei” E in nota è aggiunto: “Per violenza da un ex partner si considera sia quella effettuata da questi durante la relazione di coppia (quando quindi l’expartner era un partner attuale), sia quella effettuata fuori dalla relazione di coppia (ovvero quando il partner era già un expartner). Tuttavia, solo una parte limitata delle violenze commesse da un ex partner si sono verificate dopo che la relazione di coppia si era già interrotta. Nella maggior parte dei casi, quindi, l’ex partner era un partner al momento della violenza. Solo una parte limitata di queste si è protratta dopo la separazione.”

Quindi no, la famiglia non è un “luogo di prevenzione della violenza“, ma una legge del genere potrebbe contribuire a creare l’illusione che lo sia.

Questo di Pillon, fondato su dati estrapolati e manipolati ad arte, è un ragionamento che spiega in parte la sua piena adesione ad un progetto che, poiché abusa della parola uguaglianza, sembrerebbe in contrasto con i valori espressi dai suoi amici del Family Day. Ma la contraddizione è solo apparente: l’enfatizzazione del legame tra padre e prole, infatti, lungi dal collocarsi in un contesto scientifico, è funzionale all’eliminazione dell’assegno di mantenimento e all’eventualità di non vedersi assegnata la casa coniugale, quindi uno strumento mirato a ridurre la possibilità materiale di emanciparsi dal matrimonio per una donna con scarse risorse economiche.

E sappiamo bene che rimanere a casa a curare bambini e anziani mentre gli uomini fanno gli alberi maestri non garantisce certo un reddito, così sempre più “luoghi di prevenzione della violenza” rimarranno integri.

Il ddl 735 è, in un certo senso, all’avanguardia, è l’avanguardia di una porzione di uomini decisi a rimettere le donne al loro posto, in seno a quella famiglia nella quale – checché ne dica Miriano – torneranno ad essere prigioniere.

Inoltre, grazie all’enfasi sulla bigenitorialità a discapito della sicurezza e del benessere di donne e minori vittime di abusi, maltrattamenti, e violenza domestica, si configura come la norma ideale per quei maltrattanti ansiosi di mantenere il controllo sulle loro vittime anche dopo che avranno tentato di fuggire.

Vorrei aver poter dire di aver capito male. Vorrei tanto aver frainteso. Le norme sono scritte qui, ditemi pure il vostro parere.

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Ángela González

Una traduzione da El Estado deberá pagar 600.000 euros a la madre de una hija asesinada por su padre

Ángela González, la donna il cui ex compagno assassinò la figlia 15 anni fa, sarà indennizzata con 600000 euro per danni morali così come deciso questo venerdì la Sala de lo Contencioso-Administrativo del Tribunal Supremo. L’uomo uccise la figlia, Andrea, di 7 anni, nel 2003, durante una delle visite non vigilate stabilite dal tribunale di Madrid dopo la separazione, dopo che la donna lo aveva denunciato in 47 occasioni per maltrattamenti e altre cause. Dopo aver ucciso la minore l’uomo si suicidò. La madre tentó tutte le vie giudiziarie in spagna per avere un indennizzo e visto che in Spagna non ebbe giustizia ricorse all’ONU che le diede ragione. Adesso il Supremo obbliga lo stato a rispettare la risoluzione delle Nazioni Unite.

La donna aveva denunciato per la prima volta il marito per maltrattamenti nel 1996 quando era incinta di Andrea. Nel 1999 quando González fuggì di casa con la bambina le aggressioni continuarono. Durante il processo di divorzio il giudice concesse al padre un regime di visite vigilate. Ma due anni dopo, appoggiandosi su un rapporto dei servizi sociali che facevano la supervisione degli incontri nel quale non si raccomandava espressamente che le visite fossero vigilate, un giudice accettò un ricorso dell’uomo e permise che si prendesse la bambina un giorno alla settimana dall’uscita da scuola alle 20.

Il giorno in cui la uccise, il 24 aprile del 2003, c’era stato un processo per decidere a chi corrispondesse l’uso dell’abitazione famigliare. All’uscita, l’uomo minacció González: “ti toglierò quello che più ami” le disse. Quel pomeriggio, a Arroyomolinos, sparò tre volte alla bambina e poi si siucidò.

La madre dopo il crimine presentò al ministero della giustizia una richiesta di “responsabilità patrimoniale” dello Stato per funzionamento anormale della giustizia. Nella richiesta affermò che la morte della figlia si sarebbe potuta evitare se le visite fossero state vigilate, ma il Governo considerò corretto l’operato del tribunale e rifiutò la richiesta, una decisione confermata dalla Audiencia nacional e dal Supremo. La donna ricorse al tribunale costituzionale che le diede torto.

Allora González e le sue avvocate decisero di ricorrere al CEDAW che affermò che la Spagna non aveva agito con la dovuta diligenza. Con la decisione dell’organismo internazionale il caso riprese il suo corso anche se la donna dovette lottare ancora perchè venisse rispettata la decisione dell’ONU. Il governo non procedette a ratificare la decisione e la donna portò il caso all’Audiencia Nacional che lo rifiutò nuovamente considerando che il giudice che modificò il regime delle visite non aveva dati che indicassero che la bambina fosse in pericolo. Questa risoluzione è quella ribaltata ora dal Supremo che ha condannato lo stato a indennizzare la donna con 600000 euro (lei chiedeva 1,2 milioni).

Per approfondire:

Angela e Andrea

Il diritto di visita del genitore abusante

 

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Sulla condanna penale di Juana Rivas

 

Una traduzione (sentitevi liberi di migliorarla) del comunicato dell’Asociación de Mujeres Juezas de España (AMJE): Sobre la condena penal a Juana Rivas, esta es nuestra opinión

 

Oggi è stata resa pubblica la sentenzapronunciata il 18 luglio 2018, che condanna Juana Rivas per  rapimento di minori a cinque anni di prigione, a risarcire il suo ex marito con 30.000 euro, comminandole in aggiunta a la sospensione per sei anni della responsabilità genitoriale.

Partendo dal rispetto assoluto di tutte le decisioni giudiziarie, è evidente la gravità e la abnormità delle pene inflitte, poiché non condannano solo l’imputata, ma anche i due figli a perdere il legame con la madre, nonostante il fatto che Relazioni specialistiche, compresa quella su cui si basa la sentenza, confermino una relazione positiva e vincolante tra i minori e la loro madre.

Noi di AMJE continuiamo a sostenere che quelle che vengono percepite come decisioni sproporzionate o dettate al di fuori della realtà sociale sono il prodotto dell’ignoranza dell’obbligo di integrare la prospettiva di genere all’applicazione della legge e con essa interpretare la norma che salvaguarda i diritti umani.

La persistenza di stereotipi nel lavoro giudiziario, come quelli che affermano l’esistenza di un profilo tipico del maltrattante, primitivo e atavico, sulla base del quale si ritiene che questi debba necessariamente essere percepito non solo dalla vittima, ma anche dal suo ambiente, o quelli che mettono in discussione la veridicità della testimonianza della donna per non aver riportato i fatti mentre i maltrattamenti avevano luogo, portano a valutazioni delelle prove e interpretazioni della norma che, sebbene legali, corrono il rischio di consacrare un’ingiustizia manifesta.

Ci sono sentenze recenti che integrano espressamente il mandato di applicare la prospettiva di genere e la necessità di affrontare le particolari circostanze che possono sorgere di fronte a coloro che sostengono di essere vittime di violenza sessista. La sentenza della Seconda Camera della Corte Suprema del 13 giugno 2018 è chiara quando afferma che:

“Né sarà un elemento negativo nei confronti della vittima il fatto che ci vuole tempo per denunciare atti di violenza di genere, date le circostanze particolari in cui si collocano questi casi, per cui le vittime possono prendere tempo prima di prendere la decisione di presentare una denuncia perché il convenuto è il suo partner, o ex-partner, un fatto che può influenzare quei dubbi delle vittime che sono soggette a quella particolare posizione psicologica in cui chi li ha attaccati è il loro partner.”

La non integrazione di questa prospettiva e un posizionamento della giustizia che non ha affrontato in modo adeguato le accuse di maltrattamenti fatti dalla madre di un minore ha già coinvolto la ben nota condanna della Commissione CEDAW delle Nazioni Unite in Spagna per l’omicidio della figlia di Angela González (Parere del 16 luglio 2014) tra le cui raccomandazioni al nostro paese, include espressamente:

“Prendere misure appropriate ed efficaci in modo che la storia della violenza domestica sia presa in considerazione quando si stipulano accordi di custodia e di visita relativi ai minori, in modo che l’esercizio dei diritti di visita o di custodia non metta in pericolo la sicurezza delle vittime di violenza, compresi i bambini.”

Parere, la cui efficacia è stata parzialmente soddisfatta nella recente sentenza della 3a Sezione della Corte Suprema del 17 luglio 2018, che ha riconosciuto il suo diritto a essere indennizzata per l’inefficace protezione accordata a lei e a sua figlia dalle istituzioni e dagli organi Tribunali spagnoli, condannando l’amministrazione dello Stato generale per anormale funzionamento dell’Amministrazione della giustizia.

Non possiamo persistere negli stessi errori e continuare a ignorare i mandati giuridici e giurisprudenziali che richiedono una giustizia che ponga adeguatamente i fatti e la legge applicabile a partire, sempre, dal principio di uguaglianza e dalla protezione dei minori.

Dobbiamo smettere di essere eredi di una giustizia patriarcale che la società non tollera e la comunità internazionale condanna, perché solo così possiamo mantenere la fiducia dei cittadini nelle loro istituzioni.

28 luglio 2018

 

Per approfondire:

Il caso Juana Rivas

Spagna, femministe in rivolta. Un’altra sentenza shock

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Te la sei cercata

Dopo le discussioni seguite alla pubblicazione, a mezzo stampa, della sentenza di Cassazione che ha rigettato il ricorso di due imputati in un processo per stupro di gruppo, ci tengo a ringraziare i lettori della mia pagina facebook per avermi dimostrato che è ancora possibile sostenere una conversazione interessante e costruttiva persino partendo da posizioni non concordanti. Grazie al contributo di tutti e alle informazioni reperite nel corso del confronto, ho potuto farmi un’idea più precisa delle ragioni dell’indignazione e delle ragioni di chi ha difeso la sentenza.

Grazie, davvero: siete un faro nella tempesta.

Per ciò che riguarda la vicenda in sé, ormai dovrebbe essere chiaro a tutti che, sebbene alcuni dei commenti che hanno contestato la decisione dei giudici sottintendeva che l’ubriachezza della ragazza fosse stata considerata un’attenuante per i colpevoli, ciò che ha fatto in realtà la Cassazione è stato fornire un’interpretazione dell’art. 609 ter, comma 1, numero 2, del codice penale: non si può applicare l’aggravante dell’uso di sostanze alcoliche prevista per il reato di violenza sessuale, se la vittima le ha ingerite volontariamente.

Leggiamo nella sentenza: “si deve rilevare che l’assunzione volontaria dell’alcol esclude la sussistenza dell’aggravante, poiché la norma prevede l’uso di armi o di sostanze alcoliche, narcotiche o stupefacenti (o di altri strumenti o sostanze gravemente lesivi della salute della persona offesa). L’uso delle sostanze alcoliche deve essere, quindi, necessariamente strumentale alla violenza sessuale, ovvero deve essere il soggetto attivo del reato che usa l’alcol per la violenza, somministrandolo alla vittima; invece l’uso volontario incide sì, come visto, sulla valutazione del valido consenso, ma non anche sulla sussistenza dell’aggravante.

L’avvocato penalista Raffaele Bergaglio, interpellato sulla questione, ritiene che “se questi [il soggetto attivo del reato] non obbliga la vittima, con violenza o minaccia, ad ingurgitare il liquido, sarebbe improprio parlare di costrizione e, quindi, di uso di sostanze alcoliche contro la volontà della persona offesa, nell’ipotesi in cui nessuno l’abbia costretta a bere il vino versatole nel bicchiere.

Alla luce dell’interpretazione del penalista, l’aggravante dell’uso di sostanze alcoliche sarebbe incompatibile con la descrizione del reato fornita dalla sentenza, perché “la violenza sessuale per cui è stata pronunciata condanna non è consistita in una condotta violenta (forma di manifestazione più comune di questo odioso reato), ma nell’avere approfittato dello stato di ubriachezza della donna, condizione che non le avrebbe consentito di esprimere validamente il consenso ai rapporti sessuali”.

Questo non significa, naturalmente, che la Cassazione l’abbia di fatto esclusa, perché questo è competenza della Corte d’Appello di Torino.

L’articolo 609 bis prevede diverse modalità esecutive e circostanze del reato di stupro: la libertà sessuale della vittima può essere compromessa tramite coercizione (“con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità”), oppure per induzione, profittando “delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento del fatto” o “traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona”.

Quest’ultimo caso, giova ricordarlo, è praticamente assente nelle statistiche giudiziarie, sebbene sia ben presente nella mente degli amanti della materia di Bretagna; per chi non lo fosse, suggerisco una ricerca sul concepimento di re Artù, figlio illegittimo del re Uther Pendragon, il quale grazie a Merlino, per giacere con Igraine e metterla incinta del leggendario guerriero della tavola rotonda, assunse le sembianze del di lei marito.

La seconda circostanza, invece, è ben nota a chiunque, visto che non solo è al centro di accesi dibattiti e comporta esiti drammatici per le vittime – che dopo lo stupro spesso debbono sopportare una spaventosa mole di ulteriore violenza da tutti coloro che le ritengono le uniche responsabili o comunque corresponsabili di ciò che hanno subito – ma è anche uno dei principali leitmotiv di quello che alcuni definiscono (impropriamente, a mio avviso) “umorismo nero”:

“Questa sentenza afferma qualcosa che non è affatto scontato nei tribunali italiani: se una donna è ubriaca, anche se ha bevuto spontaneamente e non è stata indotta o costretta a bere, è stupro”, ci ricorda Nadia Somma dalle pagine de Il Fatto Quotidiano, e che non sia scontato è tristemente vero.

A confermarlo ci sono le parole con le quali sono stati assolti gli imputati del processo per lo stupro di gruppo di una ragazza di 16 anni nel modenese qualche anno fa: “Se è vero che il comportamento passivo della vittima e il fatto che scivolasse nella doccia, avrebbero dovuto indurli a sospettare che la stessa avesse perso la lucidità necessaria per presentare un valido consenso all’atto sessuale, è altrettanto vero che l’assenza di azioni di respingimento e di invocazioni di aiuto avrebbero potuto ingenerare la convinzione che la sedicenne fosse consenziente”.

In questo caso il giudice sostiene che è comprensibile che un giovane, di fronte ad una donna incapace persino di reggersi in piedi, dia per scontato il suo consenso ad un rapporto sessuale, qualora ella non compia chiare “azioni di respingimento”: il riconscimento del reato è vincolato a precisi comportamenti della vittima, insomma, e tutte quelle donne che per qualunque ragione (perché basta il terrore ad inibire simili reazioni) non sono in grado di esprimere chiaramente il loro dissenso hanno poche speranze di ottenere giustizia.

Siamo molto lontani, in Italia, dall’accoglimento del concetto di “consenso esplicito” così come ce lo descrive la professoressa di diritto dell’università di A Coruña, Patricia Faraldo Cabana: “Può ancora essere stupro anche se la vittima non resiste. Se è nuda, partecipa attivamente e si diverte, c’è ovviamente il consenso. Se piange, è inerte come una bambola gonfiabile e chiaramente non si sta divertendo, allora non c’è”.

 

Sono le palesi ingiustizie di cui siamo regolarmente testimoni la ragione meramente emotiva delle reazioni alla sentenza della Cassazione, come sostiene Nadia Somma, oppure c’è qualcosa di intrinsecamente disturbante in quell’accenno all’uso volontario di sostanze alcoliche da parte della vittima?

Per ciò che mi riguarda, a disturbarmi è lo scenario che una simile interpretazione dell’aggravante ci dipinge.

Si chiede giustamente l’avvocato Bergaglio: come possiamo parlare “di uso di sostanze alcoliche contro la volontà della persona offesa, nell’ipotesi in cui nessuno l’abbia costretta a bere il vino versatole nel bicchiere“?

In altri termini: come piego la volontà di qualcuno, se non con la violenza o l’intimidazione?

Del medesimo avviso erano i redattori della norma, come possiamo leggere nel volume “I delitti contro la libertà sessuale” (pag.234):

Durante i lavori preparatori della novella dei delitti sessuali del 1996, sono state avanzate forti perplessità in ordine all’equiparazione tra l’utilizzo delle armi o delle sostanze narcotiche fatte ingerire alla vittima a sua insaputa, da un lato, e l’uso di sostanze alcoliche anche solo semplicemente offerte alla medesima. A seguito di un lungo dibattito, si giunse a specificare che l’utilizzo delle sostanze alcoliche deve ‘riguardare la persona che commette il reato di violenza sessuale obbligando qualcuno ad assumere tali sostanze e non il caso in cui spontaneamente la persona offesa abbia fatto uso di sostanze alcoliche’.

Quanti casi giudiziari conoscete nei quali uno stupratore disposto ad usare una condotta violenta abbia perso tempo a costringere la sua vittima a scolarsi un bicchiere dopo l’altro allo scopo di ridurla in uno stato di impotenza?

Io credo che il numero si aggiri intorno alla casistica relativa alla strategia di Uther Pendragon.

Del mio stesso avviso sembrerebbe la penalista Caterina Malavenda, che ha commentato: “Tu puoi bere senza rendertene conto se c’è qualcuno che ti riempie continuamente il bicchiere. Ma perché lo sta facendo?

Interessante è il confronto fra questa enfasi sulla volontà della vittima e la totale assenza della stessa nella valutazione della sussistenza dell’aggravante in questo caso: “in una fattispecie di violenza sessuale consumata ai danni di alcune pazienti da parte di un medico anestesista, la Corte ha avuto modo di soffermarsi sulla fattispecie aggravata di cui all’art. 609 ter, comma primo, n. 2 c.p., affermando che il delitto de quo è configurabile in tale forma aggravata quando la perdita dello stato di conoscenza delle vittime sia stato provocato mediante la somministrazione di farmaci anestetici allo scopo di consentire al reo di porre in essere la condotta vietata (nella specie consistita nel denudare, toccare e fotografare gli organi sessuali delle pazienti).

La ricostruzione dei fatti: “Il professionista, approfittando del ruolo che ricopriva all’ interno della struttura ospedaliera pubblica, attirava le vittime nell’ambulatorio, le faceva adagiare sul lettino operatorio e con una siringa somministrava loro il cocktail anestetico contenente medicinali, vari tipi di sostanze stupefacenti e narcotici. Una volta che le pazienti perdevano completamente i sensi e il loro stato psico fisico era alterato dalla droga, iniziava a spogliarle e a toccarle nelle parti intime: poi iniziava a fotografarle nude, era lui stesso a decidere come immortalarle, ritraendole nelle pose erotiche che più lo dilettavano e lo ispiravano.”

In nessuno degli articoli relativi a questa incresciosa vicenda si cenno al fatto che la somministrazione delle sostanze stupefacenti avvenne contro la volontà delle pazienti o a loro insaputa; le donne coinvolte si recavano nello studio del medico di loro iniziativa e di certo non potevano non accorgersi che la siringa veniva infilata nel loro braccio, mentre erano ovviamente ignare di ciò che sarebbe avvenuto mentre erano anestetizzate.

L’aggravante, in questo caso, trova il suo fondamento nell’evidenza del piano criminoso del reo e si riconosce che a rendere possibile il reato è stato il rapporto di fiducia che il medico aveva instaurato con le sue pazienti, le quali salivano sul lettino convinte di non avere nulla da temere.

 

Sia chiaro che non sono qui a negare le conseguenze nefaste dell’abuso di sostanze alcoliche. L’alcol è la sostanza in circolazione più accessibile, eco­nomica, diffusa e capace di fare danni perché tollerata dal punto di vista normativo ed etico: l’alcol è degustazione, cultura, arte persino, e gli dedichiamo ogni genere di evento celebrativo.

Ciononostante, ci dice l’Organizzazione Mondiale della Sanità,l’alcol è causa di centinaia di differenti condizioni e disfunzioni patologiche che possono riguardare tutti gli organi ed apparati dell’organismo. Numerose patologie epatiche, gastrointestinali, cerebrovascolari, disordini psichici e comportamentali, patologie immunologiche, infertilità e problemi prenatali, tumori sono condizioni parzialmente o totalmente alcol-correlate tanto frequenti che (…) l’impatto su mortalità, morbilità e disabilità in tutte le realtà mondiali misura e riferisce sempre e comunque un impatto negativo espresso correttamente al netto dei possibili, scarsi effetti benefici riportati in letteratura.”

Non esistono livelli “sicuri” se parliamo di assunzione di alcol e l’unico criterio raccomandabile quando si tratta di consumarne è “meno è meglio“: meno di quanto siamo abituati a considerare il normale innocuo quotidiano consumo, di sicuro meno di quanto vorremmo consumarne, anzi, sarebbe meglio non consumarne affatto.

Ma questa è un’altra storia.

Vorrei parlare invece del fatto che nell’ultimo ventennio le modalità di consumo dell’alcol sono radicalmente cambiate, soprattutto rispetto al genere di chi ne fa uso.

Se l‘abuso di alcol è stato in passato un fenomeno prevalentemente maschile, oggi non solo le donne ne consumano molto di più di quanto abbiano mai fatto, ma anche i loro comportamenti alcol-correlati diventano sempre più simili a quelli degli uomini.

Le donne prima bevevano in casa da sole e a scopo autoterapeutico, diversamente dagli uomini per i quali l’alcol è sempre stato uno strumento di socializzazione, da consumare fuori casa e in compagnia a scopo ricreativo.

Questo finché le ragazze hanno deciso che era giunto il momento di non nascondersi più e scatenarsi come l’altra metà del cielo.

Per descrivere l’emergente fenomeno delle donne che ritenevano di poter “invadere” questo territorio tradizionalmente maschile, negli anni ’90 è stato coniato un termine dispregiativo: ladette (da “lad”, giovanotto).

Le donne ladette sono “sfrontate, affamate di divertimento, pronte a togliersi i vestiti e disposte a sfidare ogni maschio ad una gara di bevute“; sicuramente un “prodotto della crescente uguaglianza fra i generi” – ci racconta Wired in un articolo dal titolo “L’ascesa e la caduta della Ladette” – ma un prodotto che non è per niente piaciuto, mai: a dispetto delle apparenze, abbiamo continuato a vivere in un mondo in cui “è accettabile che un uomo alzi il gomito di tanto in tanto e sia sessualmente promiscuo, mentre non è accettabile per una donna“.

Per questo motivo, continua l’articolo “Il panico ha pervaso l’establishment. Il messaggio era chiaro: ti è permesso comportarti come un ragazzo a patto che non ti allontani troppo dall’ideale conservatore della donna come dovrebbe essere. Ubriacati, se vuoi, ma non troppo.”

La stampa ha iniziato così ad interessarsi alle donne che bevono, allo scopo di demonizzare il fenomeno il più possibile: se è vero e rassicurante che il consumo generale di alcol è in costante decrescita, l’alcolismo al femminile ci deve preoccupare molto più di quanto quello maschile abbia mai fatto.

E’ in questo clima di biasimo fortemente condizionato rispetto al genere che si collocano gli stupri di gruppo ai danni di donne che hanno bevuto un bicchiere di troppo, come pure le sentenze che li riguardano.

Quello che si percepisce, che io percepisco, è che questi stupri hanno molto poco a che fare con l’incontrollato appetito sessuale, mentre somigliano molto di più ad una punizione collettiva delle donne che infrangono le regole sociali.

Tornando alla sentenza da cui siamo partiti, che possiamo dire?

E’ giusto fermarsi a considerarla solo una sentenza coerente con le norme in vigore, nonché un piccolo passo in avanti verso un sistema più propenso a riconoscere e sanzionare la violenza contro le donne?

La mia opinione è che, a dispetto dell’avvicinamento al modello consensualistico nel pronunciamento della Cassazione, è legittimo protestare contro un sistema giudiziario che non è al passo con i tempi e una norma che, a causa del modo in cui è concepita, permette ancora che si finisca col discutere di quello che le donne hanno fatto e non avrebbero dovuto fare al fine di scongiurare uno stupro, mentre è esclusivamente il comportamento dello stupratore che dovrebbe fornire gli elementi sulla base dei quali valutare la sua maggiore o minore pericolosità.

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#IOSTOCONLAMAMMADIBARESSA

Fonte: La Nuova Sardegna

Mi spiace non aver potuto scrivere una riga, in questi giorni. Mentre i Carabinieri facevano irruzione nella casa dove una madre si barricava insieme alla sua bambina, per strappargliela letteralmente dalle braccia, io ero in sala operatoria. Per diversi giorni non ho potuto muovermi dal mio letto d’ospedale, ma ora che sono a casa, seduta davanti al computer, voglio testimoniare la mia impotente indignazione e tutta la mia solidarietà ad una donna e una comunità che hanno strenuamente lottato contro un potere troppo grande e spietato, affiancando il mio grido (virtuale, essendo ancora impossibilitata a fare altro) a quello di Patrizia Cadau, consigliera comunale di Oristano: è uno scandalo.

La vicenda di Baressa, a quasi un anno dal caso di Juana Rivas, ci conferma che in Italia il tanto sbandierato concetto di “bigenitorialità” non è altro che un arma con la quale colpire crudelmente quelle donne che pretendono che le loro denunce per violenza domestica vengano tenute in debita considerazione nel momento in cui un giudice deve decidere sull’affidamento dei bambini coinvolti, principio sancito dalla Convenzione di Istanbul, che riconosce ai bambini lo status vittime “anche in quanto testimoni di violenze all’interno della famiglia“.

Che la “bigenitorialità” sia una strategia processuale più che una onesta preoccupazione per il sano sviluppo dei bambini, lo dimostra al di là di ogni ragionevole dubbio la contradditoria decisione di una giudice, Fiorella Scarpato, che, sostenendo di perseguire l’obiettivo di garantire alla bambina due genitori, avrebbe concesso all’uomo l’affido esclusivo della bambina, soltanto perché la donna, senza lavoro e con un sostentamento stabilito dalla Corte di 150 euro al mese, è dovuta ovviamente tornare presso i genitori in Sardegna.

Oltre venti Carabinieri, ci dicono i giornali, si sarebbero prestati al sequestro di una bambina di due anni e mezzo.

E’ urgente che le donne di questo paese prendano posizione nei confronti di istituzioni che rifiutano di applicare la ratificata Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica, di fatto rendendo per ogni vittima, che abbia avuto dei figli col suo aguzzino, spaventosa e inconcepibile la sola idea di allontanarsi per smettere di subire.

Ogni madre che si trovi oggi invischiata in una relazione con un uomo maltrattante, nel leggere di quanto accaduto a Baressa, deciderà di rimanere in casa a rischio della sua stessa vita, piuttosto che convivere con il terrore di dover consegnare i suoi figli, deprivata della possibilità di difenderli da quel comportamento abusante del quale hanno fatto esperienza sulla loro pelle.

Perché, è opportuno ricordarlo, “E’ probabile che quei padri che hanno usato violenza sulle compagne adottino anche con i propri figli il medesimo comportamento abusante e le stesse tecniche di controllo psicologico” (fonte: APA Resolution On Male Violence Against Women).

Quindi, in conclusione, se avete uno spazio dal quale potete far sentire la vostra voce, ditelo anche voi il più forte possibile:

#IOSTOCONLAMAMMADIBARESSA

 

Per approfondire sul tema genitorialità e violenza sulle donne:

I miti sul divorzio che mettono a rischio i bambini: La violenza sulle donne non ha niente a che vedere con gli abusi sui bambini

Se chiedo aiuto mi porteranno via i bambini?

Se si tutela la madre, si tutela anche il figlio

In che modo l’enfasi sulla bigenitorialità è pericolosa per le vittime di violenza domestica

Traumi infantili, salute e violenza domestica

Genitorialità condivisa con un ex abusante?

Quando la bigenitorialità uccide

Le competenze genitoriali dell’uomo violento

Crescere i tuoi figli con un ex maltrattante e rimanere sana di mente: è possibile?

Usare i bambini contro le madri: le strategie del violento

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Equilibriste

Non c’è nulla che sia ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali. (Lorenzo Milani)

Oggi ricorre un anniversario: esattamente sei anni mi registravo su wordpress.com.

Scelgo questo giorno per salutarvi, prima di congedarmi per un periodo di riposo.

Come ultimo stimolo alla riflessione, vorrei consigliarvi la lettura del rapporto di Save The Children sulla maternità in Italia, intitolato “Le Equilibriste”.

Il quadro che emerge dall’analisi dei dati è piuttosto desolante: “dai dati emerge un’Italia in cui le madri si trovano ad essere equilibriste tra la vita privata e quella lavorativa. La crescita dei figli viene vissuta oggi come un peso che grava esclusivamente sulle spalle delle donne” (pag.15).

Nella fascia di età 25-44 anni – quella in cui si colloca il maggior numero di madri, la giornata lavorativa di una donna dura in media 11 ore e 39 minuti, a fronte di una giornata lavorativa degli uomini di 9 ore e 47 minuti (pag.9). A confermare che l’asimmetria è causata dal carico di lavoro domestico e di cura c’è un altro indicatore temporale, che restituisce in modo sintetico come viene distribuito il lavoro familiare e offre un’idea della differenza di impegno quotidiano tra uomini e donne: è l’indice di asimmetria di genere, che misura il tempo dedicato al lavoro familiare dedicato dalla donna sul totale del tempo dedicato al lavoro familiare da entrambi i partner, e che per le coppie con bambini arriva al 67,3%.

Se la condizione femminile nel suo complesso, mediando tra le varie fasi della vita di tutte, rimane ancora arretrata rispetto agli altri paesi europei (secondo il Global Gender Gap Report l’Italia si colloca all’82esima posizione su 144 paesi – pag.6), essere madri, oggi, in Italia, significa raggiungere il punto più critico delle differenze di genere.

Ad esempio, la maternità incide pesantemente sulla condizione occupazionale delle donne: se tra i 25-49enni risultano occupati il l’83,6% degli uomini senza figli e il 70,8% delle donne senza figli, la presenza di un bambino aumenta il divario di genere; risultano infatti occupati nella medesima fascia d’età l’88,5% dei padri e solo il 55,2% delle madri (pag.5).

Che alla radice di questo divario di genere vi sia il lavoro familiare di cui principalmente le donne si fanno carico, lo suggeriscono i dati dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro, che in merito alle motivazioni addotte per le dimissioni rileva la preponderanza di quelle legate alla difficoltà di conciliare il lavoro retribuito con la cura della prole (pag.5).

Questi sono solo alcuni dei dati che ci danno la misura di quanto siamo lontani da una situazione che potrebbe essere definita “parità genitoriale”.

Il rapporto di Save The Children si conclude con una serie di suggerimenti a supporto della maternità, nell’ottica di uscire dalla dimensione familista e privata nella quale è relegata; oltre al rafforzamento della tutela delle lavoratrici, la garanzia che i servizi alla prima infanzia diventino un diritto di tutti e la promozione un sistema di valutazione delle politiche aziendali che favoriscono la conciliazione fra famiglia e lavoro, c’è anche un maggiore coinvolgimento degli uomini nel lavoro di cura, a partire dalla proposta di un congedo parentale un po’ meno simbolico dei 4 giorni attualmente a disposizione dei papà italiani.

Per la cronaca: solo il 30% degli uomini italiani usufruisce del congedo di paternità, mentre ne usufruiscono il 62% dei padri francesi (che hanno due settimane retribuite al 100%), il 75% dei padri spagnoli (4 settimane), mentre il 71% dei padri svedesi usufruisce di almeno 2 mesi delle 15 settimane che hanno a disposizione.

Ecco, vorrei che rifletteste su tutti questi dati ogni volta che leggerete sui giornali quanto sia importante garantire la “parità genitoriale”, per verificare se le proposte volte a garantirla trattano almeno una delle questioni poste dal rapporto di Save The Children.

Non so quando ci risentiremo. A breve subirò un intervento chirurgico, ma spero di rimettermi presto.

Quindi, se non riuscirò a moderare i commenti, spero che capirete.

 

 

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Gli stereotipi di genere non sono salutari

«Era la sua ironia, leggera. Me l’ha ricordata la canzone Giudizi universali di Samuele Bersani, che ha un linguaggio maschile: “Si può star bene senza complicare il pane”. Vedi? La praticità poetica di voi uomini».

Una metafora lavorativa, semplice: è più maschile?

«Sì, il pane è semplice, la ricetta non va complicata. Gli uomini usano metafore semplici, figurative. Una donna avrebbe detto “si può star bene senza abbandonarsi alle illusioni”. La stessa cosa, in maniera diversa».

(…)

Ha un’idea vintage di uomo. Oggi è d’obbligo la parità.

«A me piacciono gli uomini sicuri di essere uomini, che hanno quella cosa che ti fa sentire protetta. Anche la vostra ingenuità mi protegge, noi siamo più iene, voi a certi pensieri laterali non ci arrivate. è un bene, ci insegnate la leggerezza. Come nel testo di Emma Dante letto al concerto ieri: oltre le nuvole c’è il sole, ricorda il ragazzo. Non avete questa contorsione delle mestruazioni, che una volta al mese fanno girare gli ormoni. Voi sdrammatizzate in momenti in cui succederebbe l’inferno. Le dici ok, hai ragione, pensi che è scema tanto poi ci ripensa, poi la prendi a freddo».

(…)

«…è lo zio a Carlo, gli insegna a farsi la barba con la panna e la pipì in piedi. O masculo la fa in piedi. Non ce lo posso insegnare io. Cose da uomini».

Fonte: Carmen Consoli: «Le case chiuse vanno riaperte, l’ipocrisia non è mai salutare»

“Confusa e felice” cantava Carmen Consoli ai tempi del suo primo grande successo commerciale.

Sono passati più di 10 anni, ma la “cantantessa” è ancora confusa, e parecchio, anche.

Se, da una parte, Consoli sembra aver preso coscienza che i ruoli tradizionalmente affibbiati agli individui sulla base del loro sesso biologico siano non tanto una questione di “natura” maschile e femminile, quanto piuttosto la conseguenza della socializzazione Ma niente: la donna per cultura aspetta a casa l’uomo che va in guerra», afferma ad un certo punto), nel corso dell’intervista dimostra di essere al contempo fermamente convinta che comunque gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere.

Non solo, a causare quelle presunte differenze caratteriali che ci renderebbero “masculi e fimmine” sarebbero… le mestruazioni.

Le donne hanno bisogno di sentirsi protette, gli uomini forniscono protezione; le donne sono “iene”, gli uomini sono diretti e sinceri; le donne sono complicate, emotive, tendono a “drammatizzare”, gli uomini, invece, sono pragmatici, realistici: dipende dagli ormoni.

E invece no.

Questi sono beceri stereotipi di genere, inesatte generalizzazioni degli attributi maschili e femminili, e diffondere l’idea che possano avere un qualche fondamento nella chimica del corpo umano equivale a diffondere quell’ignoranza di cui Carmen Consoli si lamenta proprio nella medesima intervista: «Una volta gli ignoranti non fiatavano, oggi tutti sanno tutto, spiegano e non ascoltano. Tutti Wikipedia sono! Tutti specialisti!»

Anche gli studi di genere sono una specializzazione, cara Consoli. E tu non sei preparata, neanche un po’.

Neanche in storia.

Altrimenti sapresti che le “case chiuse” si chiamavano così per via dell’abitudine consolidata di tenere le finestre serrate, per impedirne la visione dall’esterno: cos’è questa, se non ipocrisia?

Inoltre: la diffusione delle malattie sessualmente trasmissibili si evita con una corretta educazione sessuale, non con la riapertura delle case di tolleranza. Anche perché l’argomento salute è stato già usato in passato per attaccare la legge Merlin ed i numeri non l’hanno supportato.

Nel 1955 la sifilide aveva però ripreso la sua ascesa: nel 1950 ci fu un aumento del 18 per cento sull’anno precedente, nel 1957 un altro lieve aumento, e nel 1958 la curva del grafico salì ancora più risolutamente: 19 per cento. Dal 1958 al 1960 la curva s’impennò addirittura; i casi di sifilide di nuovo contagio passarono da 3222 a 6404 con un aumento del 99 per cento. Nel 1961 ci furono ancora circa 8000 casi nuovi. Contemporaneamente il ministero dalla Difesa diffondeva i dati tra i militari di leva: negli ultimi quattro anni c’era stato un incremento dal 500 per cento.
Le date coincidevano: la legge Merlin aveva avuto l’effetto di minare la salute degli italiani. La riprova era offerta dal confronto con altri paesi: in Italia, su 100 mila abitanti, c’erano, nel 1961, 16 ammalati di sifilide contro i 7 degli Stati Uniti, i 5,5 della Francia e i 3 della Svizzera. Fu in questa atmosfera di psicosi collettiva che cominciò a prendere corpo il disegno di legge giunto in discussione la settimana scorsa in Parlamento. Ma il disegno di legge era ancora allo stato di abbozzo quando la situazione cominciò rapidamente a cambiare. Nel 1963 (quando L’Espresso pubblicò un’inchiesta sulla prostituzione in Italia) anche gli specialisti che si dicevano più seriamente allarmati non potevano fare a meno d’accennare a una caratteristica tipica della sifilide, cioè quella di essere soggetta a cicli ascendenti e discendenti, che si susseguono l’uno all’altro a intervalli variabili dai 5 ai 15 anni. Uno di questi cicli di diffusione della malattia era venuto a coincidere con l’abolizione delle case chiuse. L’entrata in vigore della legge Merlin aveva probabilmente contribuito ad aggravare il fenomeno, ma non era stata la sola a determinarlo.
In Italia le statistiche camminano con cronica lentezza, quasi come i disegni di legge. Soltanto venerdì 30 settembre, quando i nemici della Merlin avevano già l’impressione che la battaglia in Senato stesse prendendo una piega favorevole a un parziale ritorno all’antico, il ministero della Sanità ha rotto il silenzio: dal 1963 ad oggi [1965], esso ha dichiarato, c’è stata una continua diminuzione nel numero dei contagi da lue. Nel 1964, i nuovi ammalati di sifilide sono stati, in Italia, poco più di 9 per ogni 100 mila abitanti. È una cifra che deve far riflettere, ma non è tale da autorizzare lo stato di psicosi nazionale. Soprattutto, non è tale da offrire un solido aiuto a chi vorrebbe cancellare buona parte dei benefici effetti civili introdotti dalla legge Merlin in nome di una pur doverosa “caccia al microbo”.

Per approfondire:

Genderizzazione

Attenta Signora ai “padroni” e a tutti coloro che vivono di noi

 

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Il Callicebo e l’affido condiviso

Era il 2013, quando l’avvocato Simone Pillon (recentemente balzato agli onori della cronaca per la sua battaglia contro la stregoneria) e il dottor Vittorio Vezzetti promuovevano la riforma della legge 54/2006.

Domani saranno nuovamente a Roma col medesimo progetto, ma con nuovi partner, sebbene definirli “nuovi” non sia del tutto corretto: l’impegno dell’Onorevole Bonafede a fianco delle associazioni di padri separati è tutt’altro che una novità, visto che, sempre nel 2013 aveva presentato un’interrogazione parlamentare parlando di residenze partagée paritaire, mentre la Senatrice Gallone fu la relatrice in Commissione Giustizia al Senato del disegno di legge 957, che 10 anni fa proponeva l’introduzione nel nostro ordinamento del termine Pas (sindrome da alienazione genitoriale). A proposito di alienazione genitoriale, la presenza del professor Camerini ci rassicura sul fatto che l’ex-sindrome sarà di sicuro uno degli temi della giornata.

Insomma, le cose non sembrano cambiate molto da allora, c’è persino un nuovo (si fa per dire) articolo del dottor Vezzetti, volto a promuovere “l’affido materialmente condiviso” come soluzione al problema della traumatica “perdita dei genitori” a causa del divorzio.

Secondo il dottor Vezzetti, che cita la Svezia come esempio virtuoso, il maggiore coinvolgimento paterno dei padri svedesi sarebbe da attribuire alle modalità di affido dei figli per le famiglie separate. Dimentica, il dottor Vezzetti, che la Svezia – per favorire la parità fra uomini e donne nei confronti del lavoro di cura della prole – ha adottato ben altre misure:

“Già nel 1974 quando la Svezia ha introdotto il congedo parentale, la legge era uguale per donne e uomini. Fino ad ora questa opportunità non era mai stata offerta agli uomini e la riforma svedese era quindi unica a livello storico ed internazionale. Anche se la percentuale di congedo di paternità che veniva fruito dai padri inizialmente raggiungeva solo il 0,5%, possiamo certamente dire che era un grande passo per una società con più parità tra i sessi e da allora i numeri sono sempre in aumento. Oggigiorno [l’articolo è del 2015], i padri svedesi usano un quarto del congedo parentale in totale e la tendenza mostra che i numeri continuano a salire. Secondo i dati dell’Istituto svedese di previdenza sociale Försäkringskassan, dal 2014 il 90% dei padri svedesi aveva fruito di almeno un giorno del congedo spettante, di cui il 71% ne aveva fruito di almeno due mesi. (…) Oggi, in Svezia, le famiglie con un neonato o un bambino adottato hanno diritto a 480 giorni di congedo parentale pagato. Fra questi, 90 giorni sono riservati alla madre e 90 giorni al padre [in Italia i giorni riservati ai padri sono 4 e solo da quest’anno], ma i restanti giorni possono essere divisi liberalmente tra i genitori. Per accelerare lo sviluppo della parità di genere è stato introdotto nel 2008 il cosiddetto Jämställdhetsbonus, il bonus dell’uguaglianza di genere, un contributo finanziario in più per i genitori che condividono il congedo parentale equamente.”

Non potrebbe essere il sempre maggiore coinvolgimento paterno prima della separazione l’elemento in grado di influenzare il minor rischio di abbandono della prole dopo la separazione?

L’articolo del dottor Vezzetti non prende in considerazione questa possibilità.

D’altronde questo genere di “parità materiale” – la reale e concreta condivisione degli oneri fra uomini e donne – non interessa né associazioni come i Colibrì, né tantomeno l’attuale Governo, che continua ad esprimersi in termini di “politiche per consentire alle donne di conciliare i tempi della famiglia con quelli del lavoro ”.

Eppure, è proprio il carico di lavoro familiare, insieme alla cronica carenza di servizi alla famiglia, che impedisce alle donne di affermarsi nel mondo del lavoro e colmare quel gap di genere che le rende molto più vulnerabili dei loro partner di sesso maschile.

Purtroppo, della vulnerabilità delle donne abbiamo ormai perso ogni consapevolezza, anche a causa di una martellante propaganda che è riuscita non solo ad occultare l’effettiva portata del lavoro domestico e di cura – che tanti sacrifici costa alle donne in termini di reddito e qualità della vita – ma è riuscita addirittura a ribaltare la frittata, creando l’illusione collettiva che i padri siano vittime di un contesto sociale discriminatorio che li depriva della possibilità di un trattamento equo in sede di divorzio.

I tempi della famiglia sono tempi delle donne, ce lo dicono gli studi sull’uso del tempo e lo riafferma l’attuale coalizione al Governo. O almeno, lo sono e continueranno ad esserlo fino alla separazione: dopo, per il bene dei bambini (ma prima come stavano?), è importante che siano condivisi al 50%.

Sulla carta.

Se ci andiamo a leggere l’articolo da cui è tratto lo screenshot, ad esempio, scopriamo che “è stato accolto il ricorso di un padre a cui era stato negato l’affidamento condiviso della figlia. L’affidamento condiviso non era stato concesso perché i due ex-coniugi si trovavano in una situazione di forte conflitto e perché l’uomo si disinteressava della figlia, con ciò determinando il rifiuto della minore di vedere il padre.

Come osservato da un articolo francese che ho pubblicato tempo fa, in questo caso l’affido condiviso ha ben poco a che fare con la reale e concreta la presa in carico dell’accudimento dei figli: esso ha un valore meramente simbolico, funzionale ad assicurare l’esercizio dell’autorità paterna; grazie al paravento dell’apparente equità affermata dall’uso improprio della parola “condivisione”, il padre, a dispetto della sua dimostrata e dannosa negligenza, rimane titolare del suo potere decisionale, nonché della libertà di continuare a sottrarsi all’impegno concreto di genitore.

Dubito si possano ascoltare commenti a sentenze di questo tipo nel corso dell’evento di domani.

L’articolo del Vezzetti cita anche l’Australia e gli eccellenti risultati dal Family Law Act del 2006.

Risultati così eccellenti che, dopo un attento monitoraggio degli esiti, esso è stato modificato nel 2011 dal Family Law Legislation Amendment (Family Violence and Other Measures) Act.

Alla luce di tutte le ricerche condotte, oltre ad eliminare la friendly parent provision (criterio dell’accesso, in Italia), il Family Law Legislation Amendment (che come sottotitolo porta “misure riguardanti la violenza domestica”), ha modificato le definizioni di “violenza domestica” e “abuso”, imponendo che la priorità, quando si tratta di decidere per l’affidamento di un minorenne coinvolto in una separazione, debba essere la sua incolumità. La parola usata in inglese è “safety”, intesa come “freedom from risk” (libertà dal rischio). Il bambino deve essere innanzi tutto essere protetto da ciò che può costituire un rischio concreto per la sua vita e per il suo benessere. Questo perché, spiega il magistrato David Halligan in una guida alla riforma per gli operatori: “the emphasis on maintaining parental relationships after separation and the friendly parent provisions have lead to matters of family violence and child abuse being given inadequate importance or consideration.

L’enfasi sulla bigenitorialità e sul concetto di “friendly parent” ha portato i tribunali a dare scarsa importanza e inadeguata attenzione al problema della violenza domestica e del maltrattamento dei bambini.

Scrivevo, nel 2013:

Il potenziale progressista contenuto nell’idea di ripartizione delle responsabilità genitoriali tende ad essere rovinato dal modo in cui viene recuperato da un movimento reazionario che cerca semplicemente di attribuire più potere agli uomini. [..] Dopo essere stato un ideale progressista all’inizio del movimento femminista, il concetto di bigenitorialità sembra essere diventato un cavallo di Troia [..] Questi recenti sviluppi possono essere interpretati come parte di un processo di ricostruzione del patriarcato”.

Lo scrivevo allora, e lo penso ancora oggi.

Soprattutto quando mi trovo costretta a leggere, in questi giorni, commenti come questo:

Ci sarebbe molto e molto altro da dire, se non fosse che da qualche parte, in questo blog, l’ho già detto.

Vi lascio con una piccola nota di colore, perché è importante non dimenticarsi mai di sorridere, anche in tempi tanto bui.

In un passo del suo “nuovo” articolo, il dottor Vezzetti ci parla di animali. Il suo intento è mostrare come la perdita di una figura genitoriale danneggi fisicamente anche altre creature oltre l’uomo. Peccato che, come sovente gli capita, non sappia cosa sta citando.

Il dottor Vezzetti, alla ricerca di animali monogami che condividono la cura della prole, si è imbattuto in uno studio sul callicebo, una scimmia sudamericana.

Una scimmia monogama, verissimo, ma che condivida la cura della prole proprio non lo si può affermare:

L’aspetto più curioso di queste scimmie, infatti, è che il caregiver primario non è la madre, bensì il padre: In natura, i neonati vengono trasportati esclusivamente dal maschio, tranne durante la pulizia e l’allattamento da parte della madre. In cattività, i piccoli vengono trovati per la maggior parte del tempo in contatto con il padre e l’interazione con la madre è descritta come infrequente. A partire dalla prima settimana di vita, il padre diventa il portatore predominante del piccolo e la madre lo tiene solo per il 20% del tempo la prima settimana dopo il parto. Il ruolo di portatore è pienamente assunto dal padre entro alcune settimane dalla nascita.

Mi scuso con i callicebi per essere stati, loro malgrado, coinvolti in queste umane e incresciose vicende.

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Pregiudizi e comprensione del testo

Da giorni ormai, da quando ho iniziato a diffondere tramite la pagina facebook articoli sugli eventi di Francavilla al Mare, uno sparuto gruppo di commentatori li correda di articoli su figlicidi commessi da donne.

In questo esempio potete vedere un esempio delle “conversazioni” cui vi accennavo.

L’articolo postato è un articolo di Nadia Somma, nel quale l’autrice critica aspramente un commento pubblicato su Avvenire. Ad essere posto sotto accusa è (cito da Somma) “Un punto di vista pericoloso e iniquo che pone sullo stesso piano l’assassino e le vittime con uno sfregio alla verità e alla giustizia“, ma soprattutto la mancanza di “empatia per la sorte di Marina e Ludovica”, le vittime di Fausto Filippone, che vengono a malapena citate in un testo che rivolge tutta la sua “misericordia immensa” (sono le esatte parole usate da Marina Corradi) alla figura del “pover’uomo” (cito sempre testualmente), descritto come un “soldato” (davvero arduo comprendere il perché, visto che Fausto Filippone non era un militare) che lotta strenuamente per la sua vita contro “forze immani” (immane: di enorme grandezza o portata, con un senso accentuato di minaccia e crudeltà). Non ci è dato sapere quali fossero, queste “forze” che l’avevano precedentemente “spinto all’inaudito: uccidere la figlia”.

Nadia Somma giustamente rileva che espressioni melodrammatiche come “L’epilogo della tremenda battaglia“, che descrivono la morte di Fausto Filippone in modo da farlo apparire agli occhi di chi legge un eroe da tragedia, sono “uno sfregio alla verità e alla giustizia.”

Il commentatore, che si presenta con questa immagine del profilo:

[se vi interessa il quadro da cui è tratto un dettaglio è la Calunnia, di Sandro Botticelli]

risponde con un articolo de il Caffé dei Castelli Romani, sostenendo (supportato dal Marmotta, che accusa di partigianeria e vigliaccheria chiunque non condivida il loro punto di vista) che la vicenda avvenuta a Cecchina, frazione di Albano, sia narrata coi medesimi toni usati da Marina Corradi.

Andiamo a vedere le parole usate dal Caffé per descrivere l’autrice del figlicidio:

  • Una donna marocchina di 43 anni ha ucciso la figlia di 18 con diverse coltellate di cui una alla gola, ha dato fuoco alla casa e si è suicidata gettandosi dal terrazzo del quarto piano. L’episodio sarebbe accaduto al culmine di una lite.
  • Di recente, da quanto è stato ricostruito, erano sempre più frequenti le liti tra madre e figlia, la ragazza soffriva di un forte stato ansioso e in più occasioni anche a scuola erano dovuti intervenire le forze dell’ordine e i sanitari del 118 per calmarla e farla trasportare al pronto soccorso di Albano.

Da nessuna parte, mi risulta, la “donna marocchina di 43 anni” diventa una “povera donna”, né tantomeno una soldatessa che combatte estenuanti ed impari battaglie contro misteriose ed immani forze avverse responsabili del suo orrendo gesto in sua vece; nessuno invoca per lei la nostra pietà.

Nel riportato commento dei servizi sociali alla vicenda, seppure si accenni vagamente alla generica necessità di supportare “i membri più fragili della nostra comunità“, si sottolinea che la famiglia “non aveva denunciato situazioni di disagio e che non aveva mai sentito il bisogno di rivolgersi ai Servizi Sociali”, una frase che ci fa capire che, anche se i servizi sociali della zona sono pronti a farsi carico dei “bisogni e le situazioni più critiche”, è di fatto impossibile aiutare chi non ha mai chiesto aiuto.

Ciò di cui queste “situazioni di disagio“, hanno bisogno, è l’occhio attento di “una comunità coesa” che permetta il tempestivo intervento delle istituzioni dedicate, ad fine di prevenire simili orrendi delitti.

Insomma, a me sembra che, piuttosto che chiedere misericordia per l’assassina, questo articolo si sforzi di sollecitare una sorta di responsabilità collettiva nei confronti di tutti quei segnali che possono far presagire una situazione familiare caratterizzata dalla violenza.

Io credo che ci sia una grande differenza nel tono e nelle scelte lessicali fra l’articolo de il Caffé e quello pubblicato da Avvenire, una differenza che va a confutare proprio la tesi espressa da questo gruppetto di commentatori:

Ma l’incompetente, senza palle, vigliacca e partigiana potrei essere io, per carità.

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Cuore di papà

Premessa: esiste un legame di cause ed effetto fra disturbi mentali e violenza?

La risposta a questa domanda, sulla base di una ricerca condotta dall’American Psychological Association di qualche anno fa, è NO. La ricerca ha analizzato gli omicidi commessi da persone con un disturbo mentale, in particolare depressione maggiore, schizofrenia e disturbo bipolare, giungendo alla conclusione che molto raramente gli omicidi sembrerebbero legati in modo diretto ai disturbi mentali.

Chi soffre di un disturbo mentale non è, di solito, più violento o più pericoloso di una persona che non soffre di alcun disturbo mentale. Quello che accade è piuttosto il contrario, cioè che una persona che ha un disturbo mentale è più probabile che sia vittima di violenza (Crump et al. 2013 “Mental disorders and vulnerability to homicidal death: Swedish nationwide cohort study”).

Secondo il Messaggero, invece, che titola “Francavilla, uccide la moglie e la figlia 11enne: 8 ore di follia del manager pescarese. Depresso dopo morte della madre” (la depressione è addirittura evidenziata in rosso), alla radice dei feroci omicidi perpetrati da Fausto Filippone vi sarebbe “quel tarlo che scavava nel cuore… quella depressione che si sarebbe annidata nel cuore di Fausto Filippone dopo la recente scomparsa della mamma e che l’avrebbe spinto a distruggere una famiglia normale, la sua, che ieri, in un dramma dopo l’altro, è andata in pezzi.”

Non è stato Fausto Filippone a lanciare Marina Angrilli dalla finestra del bagno del loro appartamento, non è stato lui a fornire false generalità della moglie ai soccorsi giunti sul posto, probabilmente allo scopo di raggiungere la figlia Ludovica di undici anni a casa del nonno senza che le forze dell’ordine potessero fermarlo, non è stato lui trascinarla su un viadotto dell’autostrada A14 per lanciarla nel vuoto. Non è stato Fausto Filippone: è stata la depressione.

Fausto Filippone, ci dice l’articolo, era “stremato e straziato“, chiedeva scusa, e poi, sul posto di lavoro, godeva della “stima e l’affetto di dirigenti e collaboratori“.

Non può essere stato lui, la sua era “una famiglia normalissima, sana e di buoni principi!“, lo ribadiscono pure i parenti.

Sono molto preoccupati, i parenti, che il fatto che qualche giornalista abbia insinuato che Fausto Filippone e Marini Angrilli fossero conviventi. Non è vero, ripetiamolo, erano regolarmente sposati!

Perché un parente che convive getta un’ombra di vergogna sulla famiglia, mentre un parente che assassina la sua legittima moglie e la figlia legittima, invece, no. Perché non è stato davvero lui, è stata la malattia.

 

Associare automaticamente violenza e disturbo mentale è un modo semplicistico di spiegare il comportamento umano. E’ rassicurante raccontarsi che atti di violenza tanto crudeli ed insensati derivino tout court dalla malattia mentale, così noi “sani” possiamo tirarcene fuori e fingere che la cosa ci riguardi tanto quanto ci riguarda la trama di un film dell’orrore.

Ma questo atteggiamento fa del male a chi di un disturbo come la depressione soffre davvero. La paura dello stigma, la paura di essere percepiti come un mostro dal quale è meglio stare alla larga, ingigantisce la difficoltà di chi è veramente affetto da questo tipo di patologia nel chiedere aiuto.

Invece di aggrapparci alla spiegazione più consolatoria, dovremmo affrontare l’elefante nella stanza e chiederci: perché i depressi che massacrano la famiglia appartengono il più delle volte al genere maschile?

 

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