I bambini stanno bene

Una traduzione da Children living with a step-parent or a lone parent are as happy as those living with two biological parents, the British Sociological Association’s annual conference in Leeds heard.

I bambini che vivono con il patrigno o la matrigna o un genitore soltanto sono felici come quelli che vivono con due genitori biologici, lo abbiamo ascoltato alla conferenza annuale dell’British Sociological Association.

In uno studio britannico sul benessere, i ricercatori del NatCen Social Research hanno analizzato i dati del Millennium Cohort Study riguardanti 12.877 bambini di sette anni nel 2008 e non hanno trovato rilevanti differenze a proposito della felicità.

Il fatto che vivessero con due genitori biologici, un genitore biologico e il suo/la sua partner, o in una famiglia composta da un unico genitore, non ha fatto la differenza nel modo in cui i bambini hanno valutato la loro felicità: il 64% ha dichiarato di essere felice “a volte o mai”, e il 36% ha dichiarato di essere “felice per tutto il tempo”.

Anche quando i ricercatori hanno rimosso statisticamente gli effetti di altri fattori come la classe sociale dei genitori in modo isolare gli effetti del tipo di famiglia, i risultati non hanno mostrato differenze significative.

Jenny Chanfreau, Senior Researcher di NatCen, ha dichiarato alla conferenza che, al contrario, la felicità è strettamente connessa alla qualità dei rapporti con i genitori e gli altri figli. Ad esempio, i fattori come buoni rapporti con i fratelli e non subire bullismo a scuola sono associati all’essere felici per tutto il tempo.

La sig.ra Chanfreau ha dichiarato di aver ottenuto un risultato analogo analizzando un altro insieme di dati: 2.679 bambini di età compresa tra gli 11 e i 15 anni nel Regno Unito – anche in questo caso non è stata rilevata una differenza statisticamente significativa nel livello di benessere tra i bambini appartenenti ai tre tipi di famiglia quando gli effetti della struttura familiare sono stati isolati da altri fattori.

La sig.ra Chanfreau ha detto alla conferenza: “Abbiamo scoperto che il tipo di famiglia non ha alcun effetto significativo sulla felicità dei bambini di 7 anni o dei ragazzi di età compresa fra gli 11 e i 15 anni.

E’ la qualità delle relazioni in casa che conta – non la composizione familiare. Andare d’accordo con i fratelli, divertirsi con la famiglia durante i fine settimana e avere un genitore che rimprovera raramente o non grida mai quando il bambino si comporta male, sono tutti elementi collegati ad una maggiore probabilità di essere sempre felici intorno ai sette anni.

“Anche le relazioni che si instaurano a scuola sono importanti: essere vittime di bullismo a scuola o essere “orribili” per gli altri è associato ad un livello più basso di felicità nei sette anni.”

Hanno collaborato all’analisi e alla relazione Cheryl Lloyd, Christos Byron, Caireen Roberts, Rachel Craig e Sally McManus del NatCen Research e Danielle De Feo del Dipartimento della Salute.

Riepilogo dei risultati:

I dati del Millennium Cohort Study raccolti nel 2008 riguardano 12.877 bambini di sette anni e i loro genitori.

Di quei bambini che vivono con due genitori biologici (o adottivi): il 64% ha dichiarato di essere “a volte o mai” felice e il 36% ha dichiarato di essere felice “tutto il tempo”. Le stesse percentuali sono state rilevate tra coloro che vivono con un genitore biologico e il partner e coloro che vivono con un genitore solo.

I ricercatori poi hanno controllatlo statisticamente i dati tenendo conto di altri fattori, come come la classe di appartenenza dei genitori e il livello di povertà nella zona dove era collocata l’abitazione, in modo da studiare l’influenza del tipo di famiglia isolatamente.

Dopo averlo fatto, hanno scoperto che coloro che vivono con un un genitore biologico e il partner e coloro che vivono con un genitore solo, avevano meno probabilità di rientrare nella categoria “felice per tutto il tempo”, ma la differenza era trascurabile e non statisticamente significativa.

Invece, fattori come i rapporti con gli altri, un buon rapporto con i fratelli, avere amici, divertirsi con la famiglia e non subire bullismo a scuola sono risultati sia importanti che statisticamente rilevanti.

Un quarto tipo di famiglia – i bambini che non vivono con un genitore né un genitore adottivo – era collegato alla ridotta felicità, ma in questa categoria c’erano così pochi bambini (rappresentavano solo lo 0,3% del totale) che non è stato possibile effettuare altre analisi statistiche.

I ricercatori hanno utilizzato anche i dati del’Understanding Society Study, raccolti tra il 2009 e il 2011 esaminando 2.679 ragazzi tra gli 11 e i 15 anni. Dopo aver rimosso altri fattori per isolare l’effetto del tipo di famiglia, i ricercatori hanno scoperto che coloro che vivono con un genitore biologico e il suo partner risultavano leggermente più spesso fra i più felici rispetto quelli che vivevano con due genitori biologici (o adottivi) e che coloro che vivevano con un genitore solo avevano meno probabilità di essere felici rispetto quelli che vivono con due genitori biologici; tuttavia queste differenze sono risultate così lievi da non essere considerate statisticamente significative. Di fatto, il tipo di famiglia non ha alcun effetto sulla felicità degli 11-15enni.

 

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La pressione dei pari

Nel 1955 Solomon Asch, psicologo statunitense di origine polacca, condusse un esperimento finalizzato allo studio dei fenomeni di conformità sociale.

Durante i primi anni della seconda guerra mondiale Asch aveva cominciato ad interrogarsi sugli effetti della propaganda nazista in Germania: com’era possibile che la maggioranza dei cittadini tedeschi si adeguasse in modo acritico ai principi nazional-popolari proposti dal partito?

Elaborò un’ipotesi: l’appartenenza a un gruppo porta l’individuo a modificare il proprio comportamento, i propri giudizi e, in una certa misura, le proprie percezioni per conformarsi alle aspettative del gruppo.

Il protocollo sperimentale prevedeva che 8 soggetti, di cui 7 complici all’insaputa dell’ottavo, si incontrassero in un laboratorio, per quello che veniva presentato come un normale esercizio di discriminazione visiva. Venivano presentate loro delle schede con tre linee di diversa lunghezza; queste andavano confrontate con un’altra linea, di lunghezza uguale ad una delle altre tre linee della prima scheda. A tutti i partecipanti veniva chiesto quale fosse la linea corrispondente nelle due schede. Dopo un paio di ripetizioni “normali”, alla terza serie di domande i complici iniziavano a rispondere in maniera concorde e palesemente errata; il vero soggetto sperimentale, che doveva rispondere per ultimo o penultimo, in un’ampia serie di casi iniziava regolarmente a rispondere anche lui in maniera scorretta, conformemente alla risposta sbagliata data dalla maggioranza di persone che aveva risposto prima.

Il 75% dei soggetti si adeguò alla risposta errata del gruppo almeno una volta su 12 somministrazioni. In termini assoluti i soggetti sperimentali diedero risposte palesemente errate in un terzo dei casi (32%), mentre, senza il condizionamento del gruppo le risposte esatte salivano al 98%. Con l’introduzione di un altro soggetto sperimentale, la percentuale delle risposte errate calò al 10%. In un’altra variante fu introdotto un complice che rispondeva sempre correttamente, in questo caso la percentuale di risposte errate fu solo del 5,5%. L’ipotesi del conformarsi del singolo ad una maggioranza unanime risultava quindi verificata.

La maggior parte dei veri soggetti sperimentali dopo l’esperimento ha ammesso che sapeva benissimo di dare la risposta sbagliata (come si evince dal linguaggio non verbale dei filmati), ma non volevano sembrare ridicoli di fronte agli altri.

Molti dei partecipanti alla ricerca hanno riportato che forse, visto che tutti gli altri davano quella risposta, si trattava di persone più intelligenti o meglio informate di loro.

In psicologia sociale, per descrivere questo fenomeno, si parla di acquiescenza: un gruppo, nei confronti dell’individuo, esercita una pressione che lo porta a conformarsi;  va chiarito che “pressione” non significa che il gruppo impone esplicitamente o attivamente un certo punto di vista; la semplice constatazione delle regolarità dell’altrui comportamento fa sì che il singolo che si trova in minoranza possa decidere di adeguarsi.

Come mostra lo stesso esperimento, ci sono dei fattori che condizionano il fenomeno: la dimensione numerica del gruppo e la sua dimensione numerica in rapporto alla minoranza discorde, ad esempio, o la discrepanza tra il giudizio della maggioranza e i fatti.

Ciò che rimane comunque evidente, considerati tutti questi fattori, è la tendenza dell’individuo ad uniformarsi.

Perché “We want to be liked“.

Sotto uno dei miei ultimi post a proposito della pressione sociale che subiscono le donne in tema di bellezza si è svolta la solita, noiosissima conversazione: le persone sono libere, spontanee, fanno quello che vogliono, è solo una questione di gusti, le norme sociali non esistono, ecc.

Uno degli argomenti che salta sempre fuori, in questi casi, è la depilazione.

Parliamo allora di depilazione e pressione sociale.

Questo è un articolo recentemente condiviso dalla pagina facebook di Vanity Fair:

E questi sono alcuni dei commenti:

Come potete facilmente verificare navigando la pagina, la maggior parte dei commenti si attesta sul “che schifo”.

I peli “non si possono guardare”, “puzzano”, “sono sporchi” (e quindi chi non si depila è uno sciatto zozzone), e chi non si depila di sicuro non lo fa semplicemente perché  non ha voglia di depilarsi, ma per qualche squallido secondo fine: per farsi notare e quindi diventare celebre senza avere alcun altro merito che non siano i suoi peli o per sbandierare agli altri che il suo status gli concede il privilegio di fregarsene delle norme sociali che tutte le altre persone devono seguire: “noi soffriamo e guarda la figlia di madonna“, commenta una ragazza. I commentatori non si sono limitati ad un giudizio di tipo estetico (le ascelle pelose fanno schifo), quindi, ma hanno aggiunto anche valutazioni di tipo morale (chi non si depila sotto sotto è una brutta persona).

Alla luce di questi commenti è interessante notare il fatto che, dopo questa discussione, a qualcuna sia venuta la voglia di cospargersi di ceretta, sebbene il clima di questi giorni non sia il più adatto a mostrare le ascelle e sebbene nessuno abbia formalmente invitato le donne a depilarsi o decretato che la depilazione è “obbligatoria”.

Vorrei aggiungere che depilarsi non è una questione igienica, o almeno non lo è oggi allo stesso modo in cui poteva esserlo per gli antichi egizi (i quali si rasavano anche la testa), visto che più o meno tutti viviamo in condizioni che rendono difficile il trovarsi sotto le ascelle o in altre zone ospiti indesiderati.

Tra l’altro, sebbene i pidocchi che infestano il cuoio capelluto siano oggi molto più diffusi di quelli che preferiscono altri peli (e i genitori che mi leggono potranno confermarvelo), non ho mai sentito nessuno dire “rasiamoci la testa a zero, è una questione igienica”.

Per tornare al tema di questo post, la norma sociale è quell’insieme di idee e riferimenti ampiamente condivisi a proposito di ciò che le persone dovrebbero pensare o a come le persone dovrebbero comportarsi.

Se la maggioranza delle persone ritiene che “è meglio depilarsi” (perché così siamo più puliti e non sgradevoli all’olfatto, e perché evitiamo di fare schifo alla maggioranza della gente che ci guarda), la depilazione può definirsi una norma sociale.

Ci dice la psicologia sociale che tendiamo a conformarci maggiormente ad una norma proprio quando non la percepiamo come tale.

Quando le nostre credenze (la depilazione è una questione di igiene) ed i valori sociali (chi non si depila fa schifo) si traducono in comportamenti “spontanei” caratterizzati da una bassa disposizione ad interrogarsi sulla ragione per cui ci si comporta in quel modo piuttosto che in un altro, in altri termini: quando ci comportiamo “come noi vogliamo”, il più delle volte stiamo assecondando orientamenti all’azione conformistici.

Una delle utilità della tendenza alla conformità, infatti, è quella di alleggerirci dal compito di interrogarci sulle necessità e le motivazioni del nostro comportamento, assicurandoci un punto di vista condiviso da “tutti” e dunque non discutibile.

 

Ecco perché una ragazza che comincia a porsi delle domande sui suoi peli o su qualsiasi altra dolorosa consuetudine che di solito la gente liquida con frasi del tipo “le cose vanno così” o “le cose sono sempre andate così” o “è naturale che le cose vadano così” o ancora “non so di cosa stai parlando, la gente è libera di fare quello che vuole“, è generalmente considerata “pesante”.

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Delitto d’onore

“Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni.
Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona, che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella. Se il colpevole cagiona, nelle stesse circostanze, alle dette persone, una lesione personale, le pene stabilite negli articoli 582 e 583 sono ridotte a un terzo; se dalla lesione personale deriva la morte, la pena è della reclusione da due a cinque anni.
Non è punibile chi, nelle stesse circostanze, commette contro le dette persone il fatto preveduto dall’articolo 581”.

Questo l’articolo soppresso il 5 agosto 1981 grazie al n. 442, che ha abrogato la rilevanza penale della “causa d’onore”.

Un articolo pubblicato ieri da il Mattino, articolo corredato da una foto che ritrae in primo piano la vittima e l’assassino (lei ha il capo teneramente abbandonato sulla spalla di lui):

Le ultime due righe dell’articolo ci ricordano brevemente che l’assassino aveva i “precedenti per rapina e lesioni personali”.

Il presunto rapporto tra le due donne è emerso esclusivamente dal racconto di Marfisi, ma comunque, sebbene nessun cittadino di Ortona abbia confermato il presunto clima di dileggio che tormentava l’assassino, si è ritenuto opportuno dedicare a questa versione della storia gran parte dell’articolo.

Come era prevedibile, sulla pagina facebook del giornale troviamo questi commenti:

La norma non esiste più da oltre trent’anni, ma nella mente di chi scrive come di chi ci invita ad entrare in empatia con chi si è armato di due coltelli con le lame di 15 e 19 centimetri, ha massacrato Letizia Primiterra con non meno di 15 fendenti, poi ha infierito con 18 colpi sull’amica Laura Pezzella, quindi “davanti al marito della Pezzella e alla suocera di lei, «abbassato il finestrino dell’auto, faceva loro il segno di aver tagliato la gola alla Pezzella»”, l’attenuante c’è ancora.

Perché non basta eliminare una norma per cancellare secoli e secoli di storia.

La domanda che dobbiamo porci è: una narrazione del genere, che stimola l’emotività del lettore richiamando alla memoria l’offesa all’onor suo o della famiglia e sposta il disvalore sociale della condotta dalla violenza perpetrata sulla vittima a quelle azioni della vittima che hanno “dato scandalo”, macchiando la reputazione dell’assassino (“lo deridevano?” sottolinea il secondo commentatore – non sappiamo se perché sinceramente sconvolto o per ironizzare sul tono dell’articolo), contribuisce a perpetuare quella cultura patriarcale della quale il fenomeno della violenza contro le donne si nutre?

Se è vero che la responsabilità di una condotta criminosa è di chi la compie e di nessun altro, non dovremmo però tutti sentirci responsabili di quell’immaginario collettivo che legittima tali condotte e combatterlo, invece di supportarlo?

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Chiusura

Ci risentiamo dopo la Pasqua, più o meno.

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Dovrei essere bella

Ci sono troppe donne interessanti che ho perso l’occasione di incontrare nella mia vita perché… mi è stato fatto il lavaggio del cervello. Non è mai stata una commedia, per me.

(Dustin Hoffman, a proposito della sua esperienza nel ruolo di Dorothy Michaels, una donna non abbastanza bella)

 

Una mia lettrice mi ha segnalato stasera i commenti che sono seguiti ad un’immagine pubblicata dalla pagina Le foto che hanno segnato un’epoca, l’immagine di una giovane Angela Merkel insieme al suo primo marito.

C’è chi si stupisce che abbia avuto più di un partner (perché non ne meritava neanche uno), chi ci ricorda che è una “culona inchiavabile”, chi le dà della “puttana”, chi la accusa di essere troppo mascolina (“Potete anche indicare chi dei due è la merkel“), chi, volendo dire qualcosa di carino, ci ricorda che oggi è una cicciona (“non era affatto male da giovane la Merkel…42 anni (e 30 kg) fa…”), chi le dà del “rospo”, chi della “supposta spuntata” e chi invece annuncia che “due bottarelle” gliele avrebbe date…

Insomma, i soliti commenti che seguono sempre le immagini di donne affermate.

Qualche commentatrice si dichiara stufa di questo atteggiamento.

Subito viene rimproverata di mancanza di senso dell’umorismo.

E poi rimbeccata: “Ah le donne non giudicano gli uomini dall aspetto fisico adesso? Ma taci va che fai piu bella figura.”

Di sicuro le donne giudicano l’aspetto fisico degli uomini.

E questo agli uomini non piace affatto, e protestano animatamente.

Non ci credete? Provate a leggere i commenti a questo link.

“ma paghereste anche me, per scrivere di codeste idiozie?” scrive qualcuno,Mi devo giustamente preoccupare di sembrare comunque figo?inveisce indignato un altro uomo, perché  l’articolo di Bettina Zagnoli solo ricorda alle lettrici le “doti” di Michael Fassbender con una fotografia dello stesso (ne metto una anche io, per crearvi la medesima ansia – mi sto rivolgendo a quei quattro lettori maschi eterossesuali che vanto)

ma si permette pure di suggerire agli uomini che il loro aspetto potrebbe essere molto importante per le loro partner.

Ha ragione, quel commentatore, perché è stressante preoccuparsi di “sembrare fighi”, ci distrae da quello che stiamo facendo, ci toglie energie ma soprattutto ci toglie la gioia di godere di momenti che sarebbero molto più eccitanti se non fossero funestati dal timore del giudizio altrui su qualcosa di così poco rilevante come l’essere “belli”.

Di sicuro le donne giudicano l’aspetto fisico degli uomini, dicevamo, ma è vero che le donne giudicano gli uomini in base all’aspetto fisico? Perché è una domanda diversa.

Ci sarà un motivo se, come ci racconta Dustin Hoffman nella toccante intervista che vi ho postato qui sopra, nessun uomo è abituato a considerare il suo aspetto fisico come l’unità di misura del proprio valore.

Quando Hoffman si vede truccato da donna, reagisce con grande sgomento, perché scopre di non essere attraente e dice ai truccatori: “Mi avete fatto sembrare una donna, ora dovete rendermi una bella donna. Dovevo essere bella. Se dovevo essere una donna, dovevo essere il più bella possibile.

E’ in quel momento, racconta Hoffman, che ha avuto un’epifania, una rivelazione. Tornato a casa, è scoppiato a piangere, e ha annunciato a sua moglie che doveva fare quel film. “Perché?” gli ha chiesto lei. “Perché credo di essere una donna interessante (…) ma se ad una festa avessi incontrato una donna come me non mi sarei mai rivolto la parola, perché non corrispondo a quegli standard che ci hanno fatto credere che una donna debba soddisfare.

Di sicuro dobbiamo al metodo Strasberg una così intensa rivelazione, ma sono convinta che le donne che ritengono che la bellezza – intesa come “quegli standard che ci hanno fatto credere che una donna debba soddisfare” – abbia il medesimo valore sociale per una donna e per un uomo, possano arrivare a rendersi conto che stanno mentendo a loro stesse senza frequentare un’accademia di arte drammatica e magari giudicare con meno severità quelle “nazi-femministe frustrate” che richiedono ai moderatori di una pagina facebook di non consentire simili sfoghi sotto l’immagine di una donna, al fine di contribuire attivamente ad una società nella quale nessuna donna debba più dirsi, guardandosi allo specchio: “Dovrei essere bella, più bella per meritare un posto in questo mondo.”

 

Per approfondire:

Guardare o essere guardate: la bellezza delle donne

La bellezza delle donne

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La protesta delle mamme tedesche

Una traduzione dalla patizione pubblicata su change.org “Wir protestieren gegen das BGH Urteil zum Wechselmodell!

La Corte Federale di Giustizia (Bundesgerichtshof – BGH) ha stabilito che l’affido condiviso – inteso come una più o meno esatta divisione a metà della cura dei bambini tra i genitori – è ora possibile dopo la separazione, anche contro la volontà di un genitore. In pratica, un accordo di affido condiviso significa che anche i bambini piccoli devono cambiare il loro luogo di residenza ad intervalli regolari (ad esempio settimanalmente) e fare la spola tra le famiglie dei genitori per la totalità della loro infanzia, con imprevedibili e gravi effetti a lungo termine sulla loro salute. Inoltre, v’è preoccupazione che questa inequivocabile decisione darà luogo ad una valanga di cause legali, che andrà pesantemente a gravare sui bambini coinvolti.

Ci appelliamo quindi a chi ha così deciso:

Onorevoli Giudici,

In nome dei nostri figli, noi protestiamo contro l’affido condiviso imposto dal tribunale contro la volontà di un genitore.

Motivazione:
Dividere la vita di un bambino a metà per soddisfare gli interessi dei genitori ha conseguenze di vasta portata sulla vita quotidiana e la salute di un bambino. Per giustificare un cambiamento così importante in termini di qualità della vita, è necessario che i genitori siano in grado di relazionarsi senza infliggere al minore dannosi conflitti. Anche in questo caso, esso avrà un impatto significativo sul bambino.

Se, d’altra parte, l’affido condiviso è imposto contro la volontà di un genitore, gli oneri che un bambino dovrà sopportare in quanto pedina nel conflitto tra i genitori avranno un peso maggiore dei vantaggi che un tale modello può portare con sé.

A causa di forti pressioni da parte delle associazioni per i diritti dei padri innumerevoli famiglie sono stati già costrette ad accettare accordi di affido condiviso senza capo né coda.

Una simile decisione sarà di incentivo per i genitori litigiosi, che inonderanno i tribunali con cause per l’affido. I motivi sono spesso simili; alcuni si servono dell’affido condiviso per controllare il loro ex partner. Ma questo genere di accordo comporta anche il non dover più versare l’assegno di mantenimento per i figli all’altro genitore.

Vi chiediamo di affermare chiaramente e con veemenza che il benessere del bambino è della massima precedenza rispetto agli interessi del genitore. Nella sua decisione datata 24 giugno 2015, (1 BvR 486/14), la Corte costituzionale federale tedesca (Bundesverfassungsgericht) ha sottolineato che il benessere del bambino ha la massima priorità, e che la legge costituzionale non garantisce al genitore il diritto ad un’equa suddivisione del tempo da trascorrere con i figli.

Vi invitiamo a entrare in contatto con le famiglie i cui figli subiscono un regime di affido alternato forzato, che includono il trasferimento settimanale, la mancanza di una figura di attaccamento affidabile e un conflitto di lealtà causato dal perdurare del conflitto genitoriale. Molti di questi bambini soffrono di problemi di salute quali enuresi, depressione, disturbi del sonno, ADHS, disturbi alimentari e ansia. Alcuni casi sono gravi al punto da richiedere cure intensive o causano il precoce abbandono scolastico. La maggior parte dei sintomi regredisce una volta abbandonata la modalità di affido alternato.

I bambini colpiti non possono essere interrogati, in quanto invischiati in un doppio legame e nel conflitto di lealtà, e non possono ammettere di non riuscire a far fronte alla situazione. Alla luce di tutto questo, la vostra decisione non aiuta tutelare la salute dei bambini, ma è molto probabile che cementi il conflitto fedeltà e ne aggravi il conseguente impatto sui bambini.

E ‘difficile comprendere come nessuno degli adulti coinvolti riesca a mettersi nei panni del bambino, che deve trascorrere un quarto della sua vita costretto a passare continuamente da un’abitazione all’altra, senza una base sicura.

Dobbiamo riconoscere gli errori della politica familiare degli altri paesi europei (ad esempio http://www.carola-fuchs.de/wechselmodell-in-frankreich) e imparare da loro. Dobbiamo rifocalizzarci sul benessere dei nostri figli senza sacrificarlo in nome di un frainteso ideale di “giustizia”. Dovremmo promuovere i diritti dei bambini, invece di far rispettare i diritti dei genitori.

Onorevoli Giudici, vi chiediamo di prendere in considerazione le nostre ragioni quando deciderete in merito all’affido dei nostri figli.

I genitori per i loro figli

http://www.einzuhausefuerkinder.com/

Per approfondire:

La Francia rigetta l’emendamento dei “papà separati”

Nulla di fatto per i papà seaparati francesi

Post-separation parenting arrangements: Patterns and developmental outcomes. Studies of two risk groups: Lo studio uno e lo studio due

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Violenza e affido esclusivo

Per le donne a cui è stato insegnato ad avere paura, troppo spesso la rabbia è una minaccia di annullamento. Nella costruzione maschile della forza bruta, ci hanno insegnato che le nostre vite dipendevano dal buon volere del potere patriarcale. La rabbia degli altri doveva essere evitata a tutti i costi perchè non poteva insegnarci nulla se non dolore, era un giudizio sul nostro essere state cattive, sul fatto che avevamo delle mancanze, che non avevamo fatto quello che dovevamo fare.

Da “Gli usi della rabbia: la risposta delle donne al razzismo”, “Sorella Outsider”, Audre Lorde

Ho esaminato tutti i casi di omicidio commessi dai genitori a partire dal 1980, osservando tutto ciò che questi padri hanno fatto fino al giorno in cui hanno commesso l’omicidio e ho scoperto alcuni stupefacenti schemi comportamentali. In sette casi su dieci, i bambini si trovavano coinvolti in una dolorosa separazione. Sia chiaro, non sto suggerendo che un divorzio conduce inevitabilmente all’omicidio. Tutt’altro. Tuttavia, ciò che è estremamente preoccupante è che esiste una piccola minoranza di uomini che trova impossibile affrontare la disgregazione della famiglia. Questi uomini provengono da tutti i ceti sociali. Ci sono medici, imprenditori, elettricisti, autisti di camion e guardie di sicurezza. Ma tutti sembrano avere una cosa in comune. Sentono che la loro mascolinità è minacciata. Sono convinti che a causa del divorzio stanno perdendo l’unica cosa che li fa sentire uomini realizzati: la famiglia. Assassinando i loro figli, in qualche modo contorto, sentono di ottenere di nuovo il controllo non solo su di loro, ma spesso anche sulle loro mogli. Uccidere i propri figli è il modo più sconvolgente e drammatico per mezzo del quale pensano di gridare al mondo: Guarda quanto sono potente.

Perché sempre più padri uccidono i loro figli, da un articolo di Elizabeth Yardley

In questi giorni, due notizie speculari:

un uomo di 43 anni rapisce il figlio e tenta di ucciderlo, aprendo una bombola di gas nell’auto dove il bambino si era addormentato; “per i carabinieri è chiaro che il suicidio e il tentato omicidio del figlio fossero stati preparati con cura“, leggiamo su Repubblica, tanto che nell’auto, insieme al cadave dell’uomo, sono state ritrovate “quattro pagine per dire che lui non accettava che il figlio fosse affidato alla madre e che non accettava la fine della relazione”;

nel bergamamsco, una donna di 28 anni viene arrestata dopo aver tentato di uccidersi e di ammazzare con un coltello il figlio di 20 mesi; aveva perso il lavoro poche ore prima di chiudersi in auto con il bambino, che era stato affidato ai nonni materni; la donna era separata dal padre del bambino.

In entrambi i casi, possiamo osservare due genitori giudicati inadeguati alla cura dei loro figli ed evidentemente incapaci di gestire la perdita di controllo sulle loro vite, che reagiscono con inaudita aggressività.

Se c’è una differenza, sta nell’accurata pianificazione del primo caso, nel quale l’omicida non si limita a compiere un atto criminale, ma lascia anche un documento affinché siano ben chiare le motivazioni del suo gesto; dell’uomo, sappiamo anche che si lamentava su facebook, dove “aveva condiviso un video dell’associazione padri separati“.

E naturalmente, una macroscopica differenza sta nel modo in cui le due vicende vengono narrate: nel primo caso il giornalista non manca di sollecitare l’empatia nei confronti del padre («Non chiederei poi molto…vedere il mio cucciolo». Questo scriveva il 28 febbraio scorso sulla sua pagina facebook il padre che si è suicidato. Lo stesso giorno l’uomo aveva condiviso un video dell’associazione padre separati che denunciava come migliaia di uomini separati non possano vedere i propri figli con regolarità), mentre nel secondo si limita a descrivere gli eventi.

Di questi due casi, Michela Marzano, in un articolo dal titolo Smettiamola di privilegiare sempre e solo uno dei due genitori, sceglie di commentarne uno solo, trasformando l’uomo che si è chiuso in auto con il figlioletto di 9 anni nell’emblema di un’intera categoria di vittime di un sistema sociale ingiusto e discriminatorio: quei “papà separati” i cui proclami riempivano la bacheca del quarantreenne fiorentino.

Scrive Michela Marzano:

Il dramma di Montecatini Val di Cecina costringe a riaprire il capitolo sull’affido esclusivo a uno solo dei due genitori quando una coppia con figli si separa, e sull’enorme sofferenza di tutti quei padri che, non solo devono pian piano fare il lutto della fine della propria storia d’amore, ma devono anche rinunciare per sempre a quella quotidianità che, in fondo, rappresenta l’essenza stessa della propria genitorialità.

Ma quanti sono, “tutti quei padri” che “patiscono” l’affido esclusivo?

Una risicata minoranza, ci dicono le statistiche: nel 2015 le separazioni con figli in affido condiviso sono circa l’89% di tutte le separazioni con affido; soltanto l’8,9% dei figli è affidato esclusivamente alla madre.

E questo perché, ci dice la norma, “Il giudice può disporre l’affidamento dei figli ad uno solo dei genitori qualora ritenga con provvedimento motivato che l’affidamento all’altro sia contrario all’interesse del minore.

E quando l’affido condiviso viene giudicato “contrario all’interesse del minore”?

Spesso e volentieri, quando uno dei genitori non risponde ai requisiti richiesti dal concetto di “friendly parent“, noto in Italia come “criterio dell’accesso”, che punta a sanzionare quel genitore incapace di “comprendere ed elaborare il problema della continuità genitoriale, che lega entrambi e perdura oltre e nonostante la separazione, nonché la disponibilità di assicurare al figlio l’accesso all’altro genitore e, con lui, alla sua stirpe ed alla sua storia relazionale.

Questo è quello che sempre più spesso leggiamo nei siti di informazione giuridica:

Purtroppo, in sede di separazione e divorzio, altrettanta attenzione non è data a fenomeni come la violenza domestica, l’abuso sui minori e la violenza assistita, al punto che siamo costretti a leggere sentenze come questa:

Dello stesso parere del Tribunale di Roma sembra essere Michela Marzano quando scrive

“Resto tuttavia dell’idea che ci si dovrebbe di nuovo interrogare sul significato esatto dell’espressione “interesse supremo del minore”, interesse che guida sempre le decisioni dei giudici ma che, talvolta, sembra essere del tutto travisato. Dove risiede l’interesse di un bambino quando si sfascia una famiglia? Non si dovrebbe sempre far di tutto affinché un bimbo o una bimba possano continuare ad amare entrambi e genitori, e quindi vederli regolarmente e vivere con entrambi le piccole e grandi gioie della vita? Non si dovrebbe smetterla di privilegiare sempre e solo uno dei due genitori, anche se alcune volte è proprio per il bene dei bambini che li si separa da uno dei due?”

Qual è il “supremo interesse del minore”? Si chiede Marzano. Non è “il bene del bambino”, visto che non è sufficiente porsi il problema di tutelare la sua incolumità e il suo benessere psicofisico per impedire a uno dei suoi genitori di  vivere quella quotidianità nella quale ella ravvisa l’ “essenza stessa della genitorialità”, ma esso dovrebbe coincidere sempre e comunque con un affido condiviso, di modo che uno dei genitori non risulti “privilegiato”.

Ora, vorrei solo farvi notare come l’ “amore” sia citato a sproposito, in questo paragrafo. Marzano ci lascia intendere che senza “quotidianità”, cioè senza vedere i genitori regolarmente e “vivere con entrambi le piccole e grandi gioie della vita”, il bambino sia limitato nella sua capacità di “amarli entrambi”.

In questa lettura semplicistica delle relazioni affettive all’interno di una famiglia, il “supremo interesse del minore” coincide con quella situazione nella quale il bambino elargisce una pari quantità di amore a ciascuno dei genitori, un amore misurato in secondi, minuti e ore, che vanno contate affinché ciascun genitore possa assicurarsi di non aver ricevuto meno di quanto gli spetta.

La relazione genitore-figlio, per l’intrinseca vulnerabilità che appartiene ai bambini e solo per i bambini può essere una giustificazione, è una relazione asimmetrica, nella quale il figlio è il soggetto più fragile e in quanto tale dovrebbe essere il primo ad essere tutelato.

Eppure, questa descrizione della separazione fornita da Marzano, i soggetti da tutelare sembrano gli adulti, uomini che “non c’è nulla che (li) possa consolare“, vittime di “quel vuoto che si spalanca all’improvviso e che diventa velocemente incolmabile”, un vuoto che il bambino dovrebbe colmare con il suo amore.

E’ vero, che ad un certo punto Marzano scrive

L’amore genitoriale dovrebbe sempre essere capace di tollerare e accettare, anche quando la frustrazione è enorme, anche quando la vita sembra aver perso ogni senso. Amare significa talvolta lasciar andare, talvolta accettare di perdere, talvolta mettersi tra parentesi. Nulla giustifica, quindi, quest’atto disperato. Resta un gesto di puro egoismo da parte di un padre che, forse, ha dimenticato che il compito di un genitore è prima di tutto quello di “prendersi cura”.

e allora perché si pone il problema di garantire a questi genitori egoisti e incompetenti una soluzione fondata su un capovolgimento della relazione, nel quale è il figlio che si “prende cura” del genitore garantendoli la “quantità di amore” che pretende per colmare i suoi vuoti e le sue frustrazioni?

E’ il bambino che deve adoperarsi con la sua presenza per rendere il genitore capace di amarlo a sua volta?

La risposta che azzardo è ispirata dalle parole di Audre Lorde che ho citato all’apertura di questo post: forse un articolo del genere viene scritto perché di fronte alla rabbia di un uomo siamo abituate ad andare alla ricerca di quel “buon volere del potere patriarcale” che siamo convinte possa mettere le nostre vite e quelle dei nostri figli al sicuro; perché di fronte alla rabbia di un uomo prima di interrogarci sulle sue ragioni siamo abituate a farlo “sul nostro essere state cattive, sul fatto che avevamo delle mancanze, che non avevamo fatto quello che dovevamo fare”.

Perché è così che reagiamo alla paura di essere annullate: accondiscendendo, nella vana speranza che concedere quanto ci viene richiesto, per quanto ingiusto, sia necessario a impedire l’esplodere di quella rabbia distruttiva che conosciamo tanto bene e che non si ferma davanti a niente, neanche di fronte ad un bambino inerme e indifeso al punto da cercare di salvare il suo stesso aguzzino.

Sullo stesso argomento:

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I mille volti della Pas: la lite temeraria

La mala fede e la colpa grave consistono nell’agire o resistere in giudizio con la consapevolezza del proprio torto, cioè abusando del diritto d’azione o per spirito di emulazione o per fini dilatori ovvero con la mancanza di quel minimo di diligenza o prudenza necessarie per rendersi conto dell’infondatezza della propria pretesa e per valutare le conseguenze dei propri atti. (fonte)

Sta facendo il giro dei siti di informazione giuridica la sentenza del Tribunale che sancirebbe che l’alienazione genitoriale è un comportamento illecito condannabile ai sensi dell’articolo 96, comma 3, del codice di procedura civile.

Poiché i sostenitori dell’esistenza di un grave  “problema sociale e di salute pubblica” denominabile “alienazione genitoriale” non sono riusciti, nonstante i ripetuti tentavi (ad esempio qui o qui), ad ottenere una norma ad hoc, nel tempo hanno provato ad associare l’espressione alle norme esistenti più svariate (un esempio qui), nella convinzione che ottenere una condanna possa conferire una qualche dignità ad un costrutto pseudoscientifico che sembra aver rinunciato a millantarsi patologia.

Abbiamo già visto che è possibile, evocando l’alienazione genitoriale, condannare una donna in base all’articolo 709 ter del Codice di Procedura Civile con una sentenza che afferma che la donna condannata non ha commesso ciò che le viene imputato.

Oggi vedremo, invece, che è possibile condannare una donna ai sensi dell’articolo 96 del del codice di procedura civile – che condanna chi ha agito “in mala fede o colpa grave” – con una sentenza che afferma che le condotte sanzionate “non abbisognano dell’elemento psicologico del dolo essendo sufficiente la colpa o la radice anche patologica delle condotte medesime“.

Insomma, a prescindere da quello che dice la legge o la scienza, alla fine l’importante è condannare la donna che la consulenza tecnica ha definito “alienante”.

Apriamo una piccola parentesi.

Non so se ricordate che qualche tempo fa la Cassazione aveva dichiarato che

non c’è bisogno di disquisire, in astratto, sul fatto se esista o meno la Pas o se sia catalogabile tra le patologie cliniche accertabili.

(in contrasto con una sentenza precedente che, vi ricordo, recitava:

Il giudice del merito, ricorrendo alle proprie cognizioni scientifiche (Cass., 14759 del 2007; Cass., 18 novembre 1997, n. 11440), ovvero avvalendosi di idonei esperti, deve verificare il fondamento, sul piano scientifico, di una consulenza che presenti devianze dalla scienza medica ufficiale (Cass., 3 febbraio 2012, n. 1652; Cass., 25 agosto 2005, n. 17324). Ciò, ad esempio, nel caso in cui il CTU sostenga la presenza di una cd. PAS (sindrome di alienazione genitoriale), ripudiata dalla letteratura scientifica internazionale di maggioranza.)

ma contestualmente rigettava una decisione della Corte d’Appello di Milano perché appariva

“come il risultato di una acritica adesione alle conclusioni finali del c.t.u.”

Sebbene il giudice ha la facoltà di aderire alle conclusioni del c.t.u. senza fornire ulteriori motivazioni, la sua decisione, ci dice la Cassazione, è contestabile nel momento in cui queste conclusioni “formino oggetto di specifiche censure“.

Chiusa parentesi. Ma tenetelo a mente.

Veniamo ai fatti, così come sono descritti nella sentenza oggetto di questo post.

Una coppia si separa nel 2014 e il Tribunale emette un primo decreto per regolare l’esercizio della responsabilità genitoriale (non ce ne viene detto il contenuto).

In seguito, la madre ricorre nuovamente al Tribunale segnalando “che, dopo la pronuncia del decreto giudiziale, sarebbero insorte problematiche serie concernenti i rapporti tra il padre e la figlia minore: in particolare il disinteresse del padre e la conseguente reazione della figlia minore“.

Il padre si costituisce chiedendo il rigetto del ricorso e insistendo per una presa in carico dei Servizi Sociali di zona “per garantire l’effettivo esercizio del diritto di visita“.

Nel 2015, a seguito delle indagini dei Servizi Sociali, il Tribunale decide per l’affido della bambina al Comune, limitando la responsabilità genitoriale delle parti e disponendo ulteriori accertamenti.

Questo decreto viene impugnato dalla madre in Corte d’Appello, che nel 2016 dichiara inammissibile il reclamo.

Sempre su sollecito della madre, lo stesso anno viene disposta una Consulenza Tecnica d’Ufficio.

Questi sono i soli fatti citati nella sentenza, che per il resto si limita a citare pedissequamente “i rilievi della consulente”, cose come

i test, in particolare, rivelano una rigidità della bambina rispetto ai sentimenti ostili verso il padre“.

Ma fatti, neanche uno.

Non sapremo mai, ad esempio, se qualcuno ha indagato in cerca di qualche dato concreto che dimostrasse la sussistenza o l’insussistenza del “disinteresse” inizialmente imputato al padre. Per quanto tempo e quanto spesso il padre stava materialmente con la figlia? La madre ha mai concretamente cercato di impedire che si incontrassero? Il padre è stato visto portarla o riprenderla da scuola? E’ mai stato a colloquio con i suoi/le sue insegnanti o il suo medico? Quante telefonate faceva per parlare con la bambina informarsi sul suo conto?

Di tutto questo non sappiamo niente.

La sentenza riporta invece che la consulente ha rilevato che madre e figlia, nel riportare i fatti, tendono a “distorcere il dato reale” (quale sia il “dato reale” non è dato saperlo, o nessuno reputa questo “dato reale” abbastanza importante da spiegarci in che modo sia stato accertato).

In pratica questa sentenza consiste in unaacritica adesione alle conclusioni finali della c.t.u.”, che viene citata testualmente.

FIGLIA è una bambina sofferente …. (OMISSIS) il suo pensiero rigidamente negativo sul padre appare distorto e non direttamente fondato sull’autonoma esperienza che la bambina ha avuto di lui. ….. Si è riscontrata nella signora MADRE una durevole condizione di interesse clinico, caratterizzata da una dispercezione della realtà e da un rilevante deficit di mentalizzazione. Tale condizione si accompagna a: una lettura distorta della relazione con il signor PADRE e degli accadimenti vissuti con lui; l’incapacità di trasmettere alla figlia un’immagine realistica e non distorta del padre; l’incapacità della signora di fornire alla figlia un rispecchiamento adeguato, all’interno del quale crescere ed assumere un’identità propria e un pensiero corretto su se stessa e sugli altri. Nel signor PADRE si sono osservate alcune limitazioni e fragilità personali, che tuttavia non assumono rilevanza clinica. (OMISSIS) Causa centrale del rifiuto della bambina e dell’immagine rigidamente negativa che FIGLIA ha del padre è la madre, che, consciamente o inconsciamente, ha inevitabilmente e costantemente trasmesso alla figlia i propri distorti convincimenti negativi, paurosi e pericolosi sulla figura paterna. Va purtroppo riferito che la situazione esaminata è complessa, preoccupante e grave.

Si rimprovera alla madre, a causa di “una durevole condizione di interesse clinico, caratterizzata da una dispercezione della realtà e da un rilevante deficit di mentalizzazione”, di non essere in grado di trasmettere alla figlia un’immagine realistica (ovvero positiva) del padre.

La donna non riesce a vedere nulla di positivo in lui. E questo, a dispetto del fatto che sia sempre mostrata collaborativa e abbia sempre partecipato a tutte le sedute con i Servizi Sociali e la consulente, accompagnando la figlia senza fare storie.

Un padre che la stessa consulente descrive così

nel PADRE si osservano: «sufficienti, se pure modeste, risorse; un pensiero concreto e pratico, semplice, e tuttavia privo di scivolamenti; uno stress e un sovraccarico evidenti; una scarsa modulazione emotiva, per cui talvolta è sopraffatto dalle emozioni e non sa contenersi; un umore molto deflesso; un atteggiamento pessimista, attendista, spesso passivo e querulo; dei probabili aspetti di dipendenza irrisolti, che lo portano a un eccessivo bisogno della rassicurazione e della conferma altrui.

(Se questa immagine sembra poco positiva anche a voi, aggiungo che è stato rilevato un interesse per la figlia “profondo, affettivo a autentico“, ma non posso dirvi in che modo questo interesse si sia manifestato, perché non c’è scritto).

Mi soffermo sul “Non sa contenersi“.

Vorrei sottolineare che la donna colpevole, secondo la consulente, di “distorcere la realtà”, viene in un altro passo biasimata per il fatto di attribuire “al padre modalità comportamentali solo riferibili alla categoria dell’aggressività“.

Chissà se il fatto di “non sapersi contenere” (ma solo talvolta, non sempre) è una caratteristica che rientra nella categoria dell’aggressività.

Aggiunge, la consulente che l’attribuire”al padre modalità comportamentali solo riferibili alla categoria dell’aggressività” sarebbe motivato dalla volontà  “di renderlo inammissibile agli occhi di una figlia piccola.” Insomma, se anche il “non sapersi contenere” rientrasse nella categoria dell’aggressività, non solo esso è più occasionale di quanto la madre voglia dare ad intendere, ma ella lo denuncia per rendere l’uomo inammissibile agli occhi della figlia, e non perché reputi quell’aggressività inammissibile in sé e per sé.

Un’affermazione questa, in aperta contraddizione con le stesse conclusioni della consulente, nelle quali la certezza della volontà materna (ovvero il famoso dolo) di denigrare la figura paterna viene meno:

Causa centrale del rifiuto della bambina e dell’immagine rigidamente negativa che FIGLIA ha del padre è la madre, che, consciamente o inconsciamente, ha inevitabilmente e costantemente trasmesso alla figlia i propri distorti convincimenti negativi, paurosi e pericolosi sulla figura paterna.

Abbiamo la descrizione una donna fermamente e tenacemente convinta che il padre di sua figlia sia pericoloso e aggressivo.

Sebbene la consulente abbia rilevato in questo padre

una scarsa modulazione emotiva, per cui talvolta è sopraffatto dalle emozioni e non sa contenersi,

ritiene che le convinzioni della donna siano errate perché, nel corso dell’indagine, sarebbero emerse “contraddizioni, incongruenze ed aporie” nei suoi racconti. Racconti i cui fatti nessuno pare si sia premurato di accertare la veridicità per mezzo di una qualsiasi altra fonte che non fosse l’indagine della consulente.

Ci dice la consulente che le medesime convinzioni si riscontrano anche nella bambina, che esse non possono essere state causate dal comportamento paterno, ma sono necessariamente state trasmesse dalla madre, consciamente o inconsciamente.

Perché “Nel signor PADRE si sono osservate alcune limitazioni e fragilità personali, che tuttavia non assumono rilevanza clinica.”

A questo punto scrive il Giudice

come noto, il termine alienazione genitoriale – se non altro per la prevalente e più accreditata dottrina scientifica e per la migliore giurisprudenza – non integra una nozione di patologia clinicamente accertabile, bensì un insieme di comportamenti posti in essere dal genitore collocatario per emarginare e neutralizzare l’altra figura genitoriale; condotte che non abbisognano dell’elemento psicologico del dolo essendo sufficiente la colpa o la radice anche patologia delle condotte medesime. Nel caso di specie, la consulente ha chiaramente accertato che la madre denigra la figura paterna e addirittura esclude che la figlia dal padre possa trarre alcun vantaggio o elemento positivo. I comportamenti della madre hanno causato uno stato di forte stress nel padre e anche una situazione di pericolosa vulnerabilità in FIGLIA, che si trova sull’orlo di una declinazione patologica della propria condizione di bambina travolta dal conflitto. Al lume di questi dati, occorre interrogarsi circa gli strumenti di intervento del Tribunale.

Non sappiamo a quale “prevalente e accreditata dottrina scientifica” si faccia riferimento o cosa si intenda con “migliore giurisprudenza” (mi piacerebbe sapere qual è “la peggiore” e chi vi fa riferimento), ma è certo che per poter condannare qualcuno ai sensi dell’articolo 96, comma 3, del codice di procedura civile, a dispetto di quanto affermato, l’elemento soggettivo appare rilevante, visto che non solo la malafede o colpa grave nella condotta della parte condannata debbono sussistere (almeno così sembra, se si legge la norma…), ma secondo la giurisprudenza (quella migliore? la peggiore?), debbono anche essere provate (per approfondimenti qui).

Come sempre, sono disponibile a ricevere dei chiarimenti in proposito.

A proposito dell’accreditata dottrina scientifica sulla Pas, vi ricordo il parere di uno psichiatra infantile, Bernard Golse:

L’invocazione sempre più frequente della PAS pone un grave problema. Questo concetto, che non si fonda su alcuna base scientifica  inerente alla sua definizione, alla sua eziologia o ai suoi criteri diagnostici, serve generalmente ad occultare l’aggressività e le carenze del genitore, se non un comportamento maltrattante, sotto gli orpelli di una falsa scienza.

 

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La rivincita dei nerd

 

La notizia: i giovani democratici del Piemonte, in un comunicato stampa diffuso su facebook, hanno recentemente preso posizione contro un poster diffuso per pubblicizzare una festa in discoteca rivolta a studenti universitari, chiedendone il ritiro immediato.

In un commento in risposta alle polemiche suscitate dalla nota, l’amministratore della pagina, per chiarire il senso della protesta, ha dichiarato:

qui nessuno dice che il sesso orale sia una cosa brutta o da non fare.
Qui si dice che catalogare come figo uno in base ad una foto in cui si simula un atto di sesso orale è un messaggio sbagliato perché usa la figura della donna come tramite per il successo dell’uomo.
Il sesso orale è bello se libero e se divertente per tutti e due i partner, non quando è usato per affermare la propria virilità o figaggine.

Un chiarimento, questo, che rimanda al concetto di donna-trofeo del quale abbiamo parlato a proposito del nazista dell’Illinois.

Il termine ‘nerd‘ è usato nella lingua inglese con accezione negativa, ed in italiano può essere tradotto, generalmente, con secchione o, per certi versi, con sfigato (sentitevi liberi di correggermi, se rilevate delle inesattezze). L’aspetto esteriore è rappresentato da un cliché ben definito: indossano vestiti niente affatto alla moda, a volte tipici di persone più in là con gli anni (come gilet o mocassini), e spesso portano gli occhiali.

Come ha narrato egregiamente il personaggio di Howard Wolowitz nella serie “The big bang Theory” – il cui umorismo deve tutto ai più comuni stereotipi su femminilità e mascolinità, genere e intelligenza – uno dei più grossi problemi del nerd è il non riuscire a condurre la stessa avventurosa e promiscua vita sessuale del tipico maschio alpha (perché, narra la leggenda, non c’è maschio degno di essere chiamato maschio che non voglia accoppiarsi a tutte le ore e con il maggior numero di donne possibile).

A proposito del maschio alpha, per non perdermi in ulteriori descrizioni, mi rifaccio al Ryan Gosling di Crazy Stupid Love, del quale, senza alcuna ragione che abbia a che fare con ciò che voglio dire, fornisco un’immagine.

Assumendo che il contesto nel quale si colloca ed assume un significato la pubblicità della serata studentesca è un contesto abitato dai tipi umani e sub-umani (il maschio alpha, il nerd e la donna-trofeo) appena descritti, è chiaro a tutti, almeno spero, cosa promette agli studenti uomini la suddetta locandina, quando garantisce una serata all’insegna della “rivincita” corredata dall’immagine contestata.

Pertanto comprendo e condivido lo sconforto dei giovani che hanno redatto il comunicato stampa, come comprendo e condivido il loro desiderio di un mondo nel quale poter vivere “una sessualità #libera, volontaria e sincera, dove nessuno sia un #trofeo da esibire, ma dove sia riconosciuta e rispettata la #dignità, la #parità e la #libertà di scelta delle persone“.

Ma.

Ebbene si, c’è un “ma”. Ed è quell’accenno alla “libera scelta” che ha confuso i commentatori e ha fatto deragliare la discussione verso il solito, vecchio ed abusato refrain: le donne “svelgono liberamente di farsi oggetto, perché dunque protestare”?

Infatti un utente, indignato dalle accuse mosse alla locandina, rimprovera la pagina di occuparsi di “aria fritta” e replica:

Subito un altro utente prima accusa velatamente la pagina di “sessismo inverso” e poi torna a parlare della “libertà” della ragazza fotografata:

La “libera scelta” di chi si è fatto fotografare – il ragazzo occhialuto come la ragazza in ginocchio – o la “libera scelta” di chi andrà in discoteca con lo scopo di fare o farsi fare dei pompini, con l’analisi dell’immagine pubblicitaria non ha nulla, ma proprio nulla a che fare.

Vi dirò di più: neanche il fatto che gli individui fotografati siano consapevoli o meno dei significati veicolati dall’immagine associata al testo in relazione agli stereotipi evocati, è rilevante, qui.

Il comunicato stampa non intendeva minimamente mettere sotto accusa i soggetti fotografati, tanto che se al posto di due modelli ci fosse stato un disegno, il comunicato stampa sarebbe rimasto identico, nel testo come nel significato.

Il dito è puntato contro il messaggio e non contro le persone. E’ puntato contro strategie di marketing che usano gli stereotipi e i ruoli di genere rinforzandoli, contribuendo così a corroborare l’idea ancora fin troppo diffusa che le donne non sono esseri umani, ma solo un mero strumento per mezzo del quale ottenere alcuni risultati: l’immediata gratificazione sessuale e l’ottenimento di una posizione sociale superiore all’interno di una gerarchia di maschi in lotta fra loro.

 

Per approfondire:

Ipersessualizzazione e auto-oggettificazione

Ipersessualizzazione

Ridotte a pezzi di corpo

Di uomini, stress e torte

Donne, biciclette e animali domestici

Breastaurant: gli effetti dell’oggettificazione sulle impiegate

L’oggettificazione del corpo femminile

L’anticamera della violenza

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Si era “invaghito”

Notizia Ansa:

A colpirmi di questa vicenda, lo confesso, è stata l’arma del delitto: una pistola per sopprimere i maiali.

Al di là del fatto che la particolare natura dell’oggetto fa sì che non si possa parlare di “raptus” – visto che dubito che anche il più solerte dei macellatori vada abitualmente in giro coi ferri del mestiere – questa efferata esecuzione non può non assumere ai miei occhi una particolare valenza simbolica.

Si era invaghito, incapricciato, si era preso una cotta, Francesco Serra. Ergo, quella donna che vedeva una volta a settimana era una cosa sua, come appartengono all’allevatore i maiali da prosciutto.

Voleva fare un viaggio per le vacanze di Pasqua, Ana Maria.

Ma le vacanze spettano agli esseri umani, non certo alle bestie da compagnia.

Quelle, le abbandoniamo ai lati delle strade prima della partenza.

Questo omicidio, consumato mentre ancora non si è spenta l’eco delle polemiche attorno al programma “Parliamone sabato” sulle “donne dell’est”,  dovrebbe far riflettere Paola Perego – che ora piange lamentandosi che si è scatenata una tempasta “su una cosa che non esiste” – a proposito fatto che, secondo i suoi invitati, Ana Maria apparteneva ad una delle razze più docili e obbedienti, adatta a diventare una compagna fedele ed affettuosa.

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