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Il caso Juana Rivas Gómez

Il Corriere parla di “bambini contesi“, ma in Spagna la vicenda è descritta in tutt’altro modo:

Una juez obliga a una madre a entregar a sus dos hijos al padre, un italiano condenado por maltrato

Un giudice costringe una madre a consegnare i suoi due figli al padre, un italiano condannato per abusi, titola El Mundo.

Nel 2009, infatti, Francesco Arcuri è stato riconosciuto colpevole e condannatoa 3 mesi di reclusione, con la la decadenza dal diritto di eleggibilità per tutta la durata della pena, privazione del diritto di possedere e portare armi per un anno e tre mesi e e il divieto di evvicinarsi a meno di 200 metri da Juana Rivas Gómez presso la sua abitazione, sul posto di lavoro o qualunque altro luogo per un anno e tre mesi, e di comunicare con lei tramite qualsiasi mezzo durante lo stesso periodo“.

A dispetto della condanna e dei referti medici che testimoniano che quella notte del 7 maggio del 2009 a colpire ripetutamente la donna fino a causarle delle lesioni è stato lui e del testo di una sentenza che chiarisce che l’ordine di allontamento non può definirsi “reciproco“,  Arcuri sostiene su Il Mattino che fu Juana Rivas Gómez a “prenderlo a schiaffi” e di essere stato condannato “senza processo e senza appello“.

La stampa spagnola riporta un’altra sua dichiarazione, nella quale Arcuri afferma di aver mentito allora, di aver ammesso la violenza al solo scopo di ottenere una riduzione della pena: «Se trata de una sentencia de conformidad, que, en el 90% de los casos, son arreglos entre los abogados para agilizar las actuaciones: si reconoces el delito, te rebajan la pena».

Adesso, invece, starebbe dicendo la verità.

Ciò che accade dopo la prima condanna di Francesco Arcuri è che 4 anni dopo la sentenza  i due tornano insieme. Lei lo raggiunge a Carloforte, sull’isola di San Pietro, in Sardegna.

«He cambiado», «eres la mujer más maravillosa del universo»… Estas fueron algunas de las frases con las que convenció a la joven de que podían comenzar una nueva vida juntos. Fueron años de insistencia.

Leggiamo su El País:

Allí, según la versión de la asesora de Rivas, la vida para ella era “una vida de esclava, alejada de todo contacto social y trabajando todo el día en un hotel rural que regentaban a ocho kilómetros de la localidad más cercana y a tres horas en ferry del juzgado más próximo”.

Lì, afferma il legale della donna, Juana Rivas Gòmez conduceva una vita da schiava, senza contatti sociali e costretta a lavorare tutto il giorno in un hotel rurale che l’uomo gestiva situato a otto chilometri dalla città più vicina e a tre ore dal traghetto.

Dall’isola Juana è fuggita con i figli nel maggio 2016, trovando rifugio nel Centro de la Mujer di Maracena, nella provincia di Granada, in Spagna, dove viene redatta una nuove denuncia per maltrattamenti, fisici e psicologici.

Questa ultima denuncia, presentata più di un anno fa, è ancora in attesa di essere tradotta per essere inviata in Italia.

Francesco Arcuri ha presentato denuncia per sottrazione illecita di minori.

Questa denuncia, invece, è stata tempestivamente accolta.

Pochi giorni fa, tutti i partiti spagnoli presenti al Congresso hanno raggiunto e firmato un accordo per combattere e prevenire la violenza domestica che prevede, fra l’altro, che non possa esserci alcuna custodia condivisa con i padri violenti.

Juana Riva Gòmez si è resa irreperibile insieme ai suoi due figli.

Sui social media, intanto, spopola l’hashtag #JuanaEstáEnMiCasa e #YoSoyJuanaRivas.

Di fronte ad un’ingiustizia la disobbedienza è legittima, ci dice questo comunicato in supporto alla decisione di Juana Rivas Gòmez di non piegarsi alla decisione del tribunale.

 

 

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Manfred e il vittimismo degli attivisti per i diritti degli uomini

Grazie ad un’amica e al sito The Mary Sue, ho scoperto questo video straordinario, che mi ha fatto ridere a crepapelle; ad ispirare i burloni che lo hanno girato, il successo della serie TV tratta da “Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood, un romanzo distopico ambientato in un futuro nel quale l’inquinamento ha ridotto drasticamente il numero delle gravidanze e gli Stati Uniti sono diventati una teocrazia totalitaria che ha ridotto le donne in schiavitù, annientando ogni loro diritto. Le poche donne in grado di avere figli, chiamate “ancelle” ed identificabili grazie all’obbligatoria veste rossa alla quale si accompagna un copricapo monacale fornito di alette, sono di proprietà dei Comandanti, i depositari del potere, e destinate alla procreazione coatta.

Se alla protagonista del romanzo, dopo essere stata arrestata dal regime, separata dal marito e dalla figlia e costretta a diventare ancella, viene tolto persino il nome ed è costretta a diventare Offred (ovvero “of Fred”, colei che appartiene a Fred), anche il protagonista del simpatico video, che si chiama Fred e si dichiara ridotto in schiavitù dalle nazifemministe, ha dovuto accettare un altro nome: Manfred, un nome che all’originale si aggiunge “man”, uomo.

“I was asleep before. When they didn’t date us because of feminism, we didn’t wake up. They ruined Ghostbusters, and we didn’t wake up then either. And when they were being shrill bitches 24/7, we didn’t wake up. And now, we are Handmen. The feminazis own us … like more or less. My name is Manfred.

Quando hanno iniziato a non voler uscire con noi per via del femminismo – ci dice il povero Fred – non abbiamo fatto niente. Hanno rovinato Ghostbuster, e non abbiamo fatto niente. Hanno cominciato a comportarsi come isteriche puttane 24 ore su 24, sette giorni a settimana, e non abbiamo fatto niente. Adesso, siamo “ancelli”. Apparteniamo alle nazifemministe… più o meno.

Gli ancelli non sono più liberi di parlare: non possono più definire il femminismo una “roba per donne brutte”, né hanno il permesso commentare senza remore le tette di chicchessia, ma soprattutto sono costretti a vivere in un mondo nel quale anche le donne non lesbiche sembrano delle lesbiche.

Ormai possono esprimere la loro “strong, masculine core” (forte essenza di maschi) solo in luoghi virtuali, nei quali sono protetti dal’anonimato.

Non so voi, ma io ho trovato il video assolutamente geniale.

Purtroppo il Men’s Rights Movement è ormai così diffuso anche in Italia che, di fronte al dramma di Manfred, costretto a fronteggiare isteriche nazifemministe che reclamano il diritto delle donne ad essere considerate esseri umani, non abbiamo difficoltà a ricollegarlo al gran numero di pagine e siti strenuamente impegnati a dimostrare non solo che il genere femminile non è discriminato, ma che tutti coloro che cianciano di “violenza contro le donne” e baggianate del genere discriminano gli uomini in quanto maschi.

Non è certo un fenomeno da prendere alla leggera, soprattutto per il credito presso le istituzioni di cui godono oggi alcuni esponenti del movimento.

Tuttavia, come ho scritto altrove, ridere anche quando la situazione è emotivamente devastante o concretamente pericolosa è un’espressione della resilienza degli individui, cioè della nostra capacità di far fronte alle avversità, ma anche di costruire e riuscire a riorganizzare positivamente la nostra vita nonostante tutte quelle difficoltà che possono far pensare pensare ad un esito molto probabilmente negativo.

Ridere può essere un’eccellente strategia per resistere e lottare, e per questo vi segnalo il video.

 

Per approfondire:

I diritti degli uomini

Québec, Italia… una faccia e una razza

Dalla Francia: i papà separati, un movimento internazionale

MASCOLINISMO: I NUOVI MACHOS

Chi ha paurla di Paul Elam? Ovvero i papà separati degli USA

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Il diritto di visita del genitore abusante

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Misoginia nel web: la vacca

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Donne poco sveglie

Ieri leggevo su globalist.it la notizia della scarcerazione di Luigi Garofalo per scadenza dei termini di custodia cautelare.

Il caso era finito su tutti i giornali in primavera, quando Elena Farina aveva deciso di raccontare pubblicamente il suo calvario, perché – dichiarò – “la prossima volta potrei finire sui giornali senza poterlo raccontare, da morta.”

A quei tempi Luigi Garofalo era stato arrestato già tre volte, sempre per atti persecutori contro l’ex moglie; ogni volta che era tornato in libertà aveva ricominciato a perseguitare la sua famiglia, arrivando a puntare una pistola contro il figlio maggiore, accorso in difesa della madre.

“La nostra non è più vita – raccontava Elena Farina – ho fatto almeno 15 segnalazioni nell’ultimo periodo, è venuto al bar ci ha minacciato. Ho il sospetto che sia stato lui a tagliarmi le gomme della macchina. Ci seguiva, abbiamo già cambiato casa più di una volta. E poi ci sono le telefonate, decine di messaggi. Una sera mi ha chiamato dicendo che il mio bar stava andando a fuoco e non era vero. Secondo me voleva controllare dove fossi. Non avrebbe potuto avvicinasi a questo locale ma ogni volta passava qui davanti e suonava il clacson per farsi sentire, per dirci che ci teneva d’occhio“.

Da il Corriere:

Non ho modo di fermarlo”, è l’amara constatazione di Elena. “Sono andata alla polizia – ricorda – son stati bravissimi, mi hanno protetta, lo hanno arrestato. Ma il problema sono i giudici. Lo lasciano uscire, e lui torna da noi”.

Dopo il clamore destato dal disperato appello della donna, Luigi Garofalo aveva giocato la carta del pentimento:

«Mi ha scritto che è pentito, che non vuole farmi del male, che gli dispiace», dice all’Ansa la donna, che alla vigilia dell’udienza di convalida dell’arresto ha chiesto pubblicamente che l’uomo fosse trattenuto in cella. «Io non gli credo – aggiunge la donna -. Gli ho creduto troppe volte. Non gli auguro il male, ma il mio aiuto non lo avrà mai». Nei giorni scorsi la donna era stata chiarissima: “«Ho paura di morire. Io chiedo aiuto al giudice, se quell’uomo esce dal carcere viene qui e mi ammazza, sono sicura”.

Il legale che lo rappresenta, Fabrizio Bonfante, in primavera aveva descritto così la situazione:

«Loro sono una di quelle coppie che un giorno si ama e il giorno dopo si odia. E il mio cliente racconta che, durante i litigi, le minacce arrivavano da entrambe le parti. Luigi faticava ad accettare una relazione che la sua ex moglie avrebbe iniziato con un altro uomo. Questo era motivo di tensione».

attribuendo a Elena Farina un comportamento violento al pari di Garofalo.

Allo stesso modo, a proposito della lettera fatta avere all’ex moglie, dichiara che a scrivere sarebbe anche lei:

“Con il legale della donna Foti abbiamo operato per riappacificarli. In questi mesi si sono scambiati lettere affettuose, il che fa ben sperare”.

La donna, ovviamente, nega:

“Non è vero, esca dalla mia vita. Nessun riavvicinamento. La storia delle lettere è invenzione del mio ex per dare buona impressione”. Elena ha spiegato di essere preoccupata.”Sparisca dalla mia vita e quella dei nostri figli, si rassegni e se ne torni a Salerno…”.

Elena Farina, oggi, è di nuovo sola con la sua paura.

Non le resta che sperare che il suo carnefice, per una volta, abbia detto la verità e non torni a presentarsi armato alla sua porta.

Cosa altro potrebbe fare?

Secondo Paolo Crepet “si dovrebbe svegliare”.

In un’intervista pubblicata qualche giorno fa, infatti, il noto psichiatra (del quale avevo già scritto tempo fa a proposito della sua discutibile teoria sulla causa della violenza contro le donne) ha commentato l’ennesimo femminicidio puntando il dito contro “le donne ingenue”:

«Le donne devono smettere di essere ingenue. E i figli, non devono essere motivo di sensi di colpa. Devono allontanare il violento, sempre. I sensi di colpa sono una ruggine che mangia tutto. E noi professionisti non possiamo limitarci a dare pacche sulle spalle. Dobbiamo mettere le donne di fronte alla realtà: se ci sono figli ci si allontana lo stesso. I figli di questa donna ora sono orfani della madre e con un padre che, se va bene e lo speriamo, si farà vent’anni di carcere. Era meglio se stavano con lei da sola».

E che si fa, se una volta che lo abbiamo allontanato, l’uomo violento torna deciso a vendicarsi? Che si fa se, dopo un breve periodo in custodia cautelare, torna in libertà pronto ad inventare scambi di lettere affettuose e comuni progetti di riappacificazione, allo scopo di gettare fumo negli occhi di chi dovrebbe tutelarci dal il suo chiaro intento di tornare alla carica?

Che si fa se, a proposito dei figli, il giudice ci dice che non importa se il padre ci ha picchiate, perché “l’eventuale violenza nei confronti di un ex coniuge non va ad intaccare il rapporto con la prole” e “l’uomo che abbia posto atteggiamenti aggressivi e violenti contro la ex moglie… non perde l’affidamento dei figli“?

Crepet ci parla di “quattro amiche belle toste“, evocando uno scenario alla Tarantino, popolato di donne dallo sguardo glaciale pronte a menare le mani…

La soluzione, insomma, sarebbe rispondere all’intimidazione con l’intimidazione, alle minacce con altre minacce. Perché rivolgersi alle istituzioni? Compriamoci tutte una katana, andiamo in giro in branco, impariamo a spaventare chi si diverte a terrorizzarci, e il problema si risolve senza affaticare giudici e poliziotti.

Crepet ci ricorda poi che, se le donne finiscono in certe situazioni, molto probabilmente è perché se la sono andata a cercare:

«Alla donna solo vittima e all’uomo solo carnefice, io non credo affatto. E mi permetto di dire qualcosa di scomodo: ci sono donne a cui piace, in fondo, l’uomo padrone che la controlla, che è padrone del suo corpo a letto ma anche della sua anima, del telefonino. Come professionisti questa è una domanda che ci dobbiamo porre e anche tante donne si devono interrogare.»

Quindi conclude con un ultimo suggerimento:

«Gli uomini devono imparare il rispetto per le donne (e viceversa) e il rispetto lo devono insegnare le donne. Se la mia morosa mi lascia perché ho alzato la voce o le ho dato uno schiaffo, la prossima donna la rispetto. Per non essere lasciato. Quindi, donne, fatevi rispettare! Senza attendere alcuna grazia divina».

Di solito, quando una morosa lascia l’uomo che l’ha maltrattata, fa una brutta fine, il che mi fa sorgere qualche dubbio sull’effettivo potere pedagogico del gesto.

Ma Crepet non ha dubbi: il problema alla radice della violenza contro le donne sono le donne, ergo le donne devono attivarsi per risolverlo.

Le donne “devono smettere di essere ingenue”, le donne “devono allontanare il violento” – da sole o al massimo in compagnia di amiche tostele donne “si devono interrogare”, le donne “devono insegnare”…

Gli uomini, invece, possono passare il tempo a spiegare alle donne cosa fare.

Dimenticavo: le donne devono arrabbiarsi.

In effetti, dopo aver letto l’intervista, mi sento parecchio arrabbiata.

Con Crepet, però.

 

Sullo stesso argomento:

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Lo stalker

«La retta comprensione di un fatto, e il fraintendimento di questo stesso fatto, non si escludono a vicenda per intero». (Franz Kafka, “Il Processo”)

Ci dice un recente articolo dell’Ansa che, secondo l’Istat, sono

“3 milioni e 466 mila in Italia, secondo l’Istat, le donne che nell’arco della propria vita hanno subito stalking, ovvero atti persecutori da parte di qualcuno, il 16% delle donne tra i 16 e i 70 anni. Di queste, 2 milioni e 151 mila sono le vittime di comportamenti persecutori dell’ex partner. Ma il 78% delle donne che ha subito stalking, quasi 8 su 10, non si è rivolta ad alcuna istituzione e non ha cercato aiuto.”

Se fate caso ai numeri, quasi i due terzi delle vittime di atti persecutori si dichiarano tormentate dall’ex partner.

E’ di questi giorni la notizia della morte di Maria Archetta Mennella, uccisa con quattro coltellate dall’uomo dal quale si era separata. A proposito del movente leggiamo che

“A indurre Antonio Ascione, 44 anni, a uccidere l’ex moglie sarebbero stati alcuni messaggi “rubati” sul cellulare della donna: l’uomo avrebbe preso il cellulare di Maria Archetta Mennella e avrebbe iniziato a leggere i suoi messaggi, violando la privacy di quella che un tempo era stata sua moglie, ma che ora aveva tutte le legittime intenzioni di rifarsi una vita.”

Sempre di questi giorni è la notizia che a Torino la procura ha richiesto l’archiviazione del caso di una donna ripetutamente minacciata di morte dal marito, perché

“non sono maltrattamenti, ma dinamiche di una«contingente crisi coniugale»“.

Non è violenza, ma “conflitto”: un’analisi piuttosto comune dei casi di separazione nel corso dei quali una donna lamenti di essere vittima di abusi.

A tale proposito vorrei parlarvi oggi di un decreto interessante emesso dal Tribunale di Salerno e recentemente commentato con toni entusiastici sul sito Studio Cataldi, un sito che tempo fa ci deliziò informandoci che le avvocatesse italiane sono le più belle d’Europa e che, ormai da un po’, ha deciso di accogliere fra i suoi autori nientepopodimeno che Marino Maglietta, presidente dell’associazione Crescere Insieme nonché paladino del movimento dei papà separati.

Il decreto riguarda le modalità di affido di una bambina di quattro anni, per la quale lo scorso anno era stato disposto l’affido condiviso ad entrambi i genitori “su istanza congiunta delle parti” (ovvero entrambi i genitori erano d’accordo).

Ad un certo punto, però, leggiamo che la madre decide di non rispettare più gli accordi presi, impedendo al padre di incontrare la figlia se non in rare occasioni e sotto la stretta sorveglianza del nonno materno.

Come mai?

La donna viene ascoltata dal giudice al quale fa presente di avere presentato contro l’uomo una denuncia per stalking.

A proposito di ciò che la madre testimonia, scrive il giudice nel decreto:

…non è dato riscontrare il reiterato compimento di condotte violente verso la madre o verso la prole caratterizzante altre decisioni di disporre l’affido esclusivo di un minore: vi sarebbe un unico episodio di scontro violento con la madre di cui è per controverso se sia la causa dell’esclusione del padre dalla gestione della prole o l’effetto e che comunque non è di per sé dimostrativo di personalità violenta.

Notate come l’episodio di violenza verso la donna (del quale il decreto omette qualsiasi altro dettaglio oltre a quanto qui riportato) è descritto come “uno scontro con”, espressione che solitamente descrive un diverbio piuttosto acceso, del quale entrambe le parti sono corresponsabili.

Notate anche come, secondo il giudice, ci sono situazioni nelle quali l’uso della violenza è in qualche modo giustificato, ovvero quelle situazioni nelle quali un uomo voglia far valere i suoi diritti di padre.

… le condotte paterne non integrano violazioni delle regole dell’affido condiviso (…) al più emerge un aver parlato della madre in termini inopportuni, come l’aver confidato alla figlia [di 4 anni] che avrebbe voluto continuare la relazione con la madre

A proposito del “parlare in termini inopportuni” ad una bambina di 4 anni, occorre specificare che risulta dal decreto che la madre ha intrapreso una nuova relazione sentimentale, che la bambina ha conosciuto il nuovo partner della madre nel corso di una giornata al mare, e che il padre, incurante della volontà della donna di lasciarsi definitivamente alle spalle la relazione con lui, avrebbe confidato alla figlia un “segreto da non dire alla mamma”, ovvero che “il padre e la madre si sposeranno“.

Abbiamo qui un uomo che evidentemente non accetta la fine della relazione con la madre della bambina, che già si è reso responsabile di una aggressione fisica nei suoi confronti, e abbiamo una donna che afferma di avere paura, per sé e per sua figlia, una paura che, a suo dire, sarebbe la causa del suo comportamento ostativo nei confronti dell’uomo.

Il giudice non le crede e afferma che non c’è violenza o persecuzione, ma solo “conflitti interni alla coppia genitoriale“, e che la denuncia per stalking è da ritenersi “astratta e strumentale alla condotta apprensiva materna“.

Secondo il giudice, il fatto che l’uomo annunci alla figlia di 4 anni che sposerà la madre, la quale non intende affatto sposarlo visto che è innamorata di un altro uomo il quale la ricambia, non è un comportamento che possa mettere in allarme una donna o che possa considersi pregiudizievole per una bambina.

Ma perché, se oggettivamente non vi è nel comportamento paterno alcuna ragione che giustifichi il mutamento avvenuto nella madre, una donna che inizialmente era d’accordo sull’affido congiunto improvvisamente avrebbe deciso di ostacolare il rapporto padre-figlia?

E’ “apprensiva”, ci spiega il giudice, ovvero si preoccupa troppo in circostanze che non dovrebbero destare alcuna preoccupazione.

Tenendo conto della “piena idoneità paterna“, il giudice nomina uno psicologo che sarà responsabile di valutare “la capacità genitoriali di ciascun genitore” (non si capisce perché, visto che il padre è stato già descritto nel decreto come pienamente idoneo e la madre come incapace di “educare alla bigenitorialità la figlia“, quindi come il genitore manchevole) e di operare “per l’introduzione di un regime di frequentazione bilanciato, in modo che sia conforme all’interesse della figlia e idoneo a garantire il mantenimento di un rapporto equilibrato, continuativo e sereno con entrambi i genitori“.

Ogni volta che vi chiedete “ma perché le donne non colgono i segnali d’allarme?”, pensate a questa frase: “uno scontro violento non è di per sé dimostrativo di personalità violenta“.

Nel contesto culturale odierno è difficile che vengano colti gli indicatori di una situazione a rischio ed è per questo che, quando è troppo tardi, si finisce col parlare di “raptus”.

Mi auguro di tutto cuore che non sia questo il caso.

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Pausa

Solo per qualche giorno… A presto!

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L’approccio dello spettatore – II

Nel lavoro che svolgo con i miei colleghi nell’ambito sportivo, nell’esercito degli Stati Uniti e nelle scuole, abbiamo sperimentato il metodo chiamato l’approccio dello spettatore alla prevenzione della violenza di genere. Voglio darvi i punti salienti dell’approccio dello spettatore, perché è un grande cambiamento di paradigma, il cui focus è spostare lo sguardo dalla combinazione di uomini come autori e donne come vittime, o donne come autrici e uomini come vittime. Invece di concentrarci su chi subisce o fa la violenza lo sguardo si posa su quelli che chiamiamo spettatori. Lo spettatore è chi non è autore o vittima in una data situazione: si tratta degli amici, dei compagni di squadra, dei colleghi, dei familiari, quelli di noi che non sono coinvolti direttamente in una diade di abuso, ma stanno nella vita sociale, nella famiglia, nel lavoro, nella scuola e nelle altre relazioni culturali con persone che potrebbero essere in quella situazione.

(…)

L’approccio dello spettatore ha come obiettivo dare strumenti alle persone per interrompere questo processo e creare un clima culturale tra pari in cui il comportamento abusivo sia visto come inaccettabile, non solo perché illegale, ma perché sbagliato e intollerabile nella cultura dei pari. E se siamo in grado di raggiungere il punto nel quale gli uomini che agiscono in modo sessista perderanno di status, otterremo che anche i ragazzi che agiscono in modo sessista e molesto verso le ragazze e le donne, così come verso altri ragazzi e uomini, perderanno status/posizione sociale. Vedremo così una diminuzione radicale della violenza. Perché il tipico autore della violenza maschile non è una persona malata o una mente contorta. È un ragazzo normale in ogni altro aspetto. Non è forse così?

da “Trasformare ogni uomo in un femminista”, di Jason Katz

(in Marea, n.3, settembre 2016, pag.41)

La notizia: la sera del 13 luglio un operaio di 56 anni ha aggredito la sua ex, 42 anni, nell’abitazione delle donne anziane che accudiva. Secondo la ricostruzione degli eventi, l’uomo avrebbe fatto irruzione in casa in piena notte, buttato in terra una delle due donne a cui l’ex compagna faceva da badante, per poi rincorrere lei con un coltello preso in cucina, procurandole ferite da arma da taglio al fegato e al polmone destro. Il tutto, pare, sarebbe avvenuto in presenza del figlio della coppia, di soli 9 anni. La donna, trasportata all’ospedale, è morta alle 6 della mattina successiva per le gravi lesioni riportate.

Ci dice l’Istat che le donne separate o divorziate subiscono violenze fisiche o sessuali in misura maggiore rispetto alle altre, il 51,4% contro il 31,5%1.

Secondo i dati forniti dall’Eures, se si osservano i dati degli omicidi di donne, si scopre che 7 su 10 avvengono in famiglia, e che quasi la metà di questi avviene nel lasso di tempo dei primi tre mesi dopo la rottura della relazione: “La percentuale dei femminicidi scende all’11,8% tra i 90 e i 180 giorni dalla separazione, per risalire al 16,1% nella fascia temporale compresa tra 6 e 12 mesi, al 14,9% in quella tra 1 e 3 anni ed al 6,2% in quella tra 3 e 5 anni, dove giocano un ruolo rilevante le decisioni legali ed i tentativi di ricostruire nuovi percorsi di vita.

Tutte le statistiche sulla violenza domestica, italiane o straniere, suggeriscono che la perdita di controllo sulla donna conseguente alla separazione può rendere l’uomo maltrattante incline a perpetrare violenze di maggiore intensità.

Molti “spettatori”, però, sono convinti che ci sia un’altra spiegazione.

A seguire, alcune reazioni dei lettori de il Fatto Quotidiano:

Un commentatore legge “ex moglie” e la prima parola che gli viene in mente di scrivere è “parassita”.

Vi ricordo che parassita è una parola che stava sulla bocca di molti/e, un paio di mesi fa…

A dispetto della campagna di disinformazione messa in atto dalla stampa a proposito della presunta “rivoluzione” in ambito giurisprudenziale, che permetterebbe agli uomini di conservare intatto il sudato patrimonio anche in caso di divorzio, e a dispetto delle strombazzate notizie di pigre ed avide ex mogli lasciate in brache di tela da coscienziosi magistrati, nella mente di molti “spettatori” l’omicidio rimane la soluzione meno onerosa, nel caso ci si voglia liberare di una consorte, come raccontava qualche anno fa Massimo Travaglio.

(fonte dello screenshot)

Da notare come, a dispetto del fatto che molti sostengano che comminare delle pene esemplari a chi si macchia di questo tipo di delitti non abbia un concreto effetto deterrente, per questo commentatore

la sostanziale impunità garantita da una pena lieve è da considerarsi un fattore determinante quando si tratta di scegliere se accoltellare la propria ex moglie oppure no.

Per altri, invece, la motivazione dell’omicida è più nobile: non si tratta solo di denaro, ma di libertà.

Il matrimonio è una trappola, una prigione e la donna ne è il carceriere.

Poco importa che le statistiche ci dicano che sono gli uomini, quelli più propensi a risposarsi dopo la fine del primo matrimonio (“La tipologia più frequente tra i matrimoni successivi al primo è quella in cui lo sposo è divorziato e la sposa è nubileci dice l’Istat, pag. 7, un dato che farebbe pensare al matrimonio come una condizione più desiderabile per lui, piuttosto che per lei), lo stereotipo che descrive la donna come quella decisa a conquistarsi con ogni mezzo lo status di coniugata è intramontabile:

Lo sappiamo: il femminicidio è una di quelle tipologie di reato nei confronti del quale lo “spettatore” si sente legittimato a discutere degli errori commessi dalla morta, piuttosto che del reato commesso dall’assassino: se tuo marito ti ha uccisa è perché non ti dovevi sposare, perché hai sposato l’uomo sbagliato, perché tu eri in qualche modo una persona sbagliata, perché lo hai lasciato, perché non lo hai lasciato nel momento giusto, perché lo tradivi, perché hai scoperto che ti tradiva e lo hai affrontato, perché lo amavi troppo, perché non lo amavi abbastanza, perché non hai lavato i piatti

Insomma, donna, è ora che cambi, possibile che tu ancora non lo abbia capito?

Tornando alle avide manipolatrici alla ricerca di un pollo da spennare, ovvero le ex mogli –  che lo siano lo avevano già sancito gli ermellini nella succitata sentenza sugli alimenti, dichiarando che è tempo di «superare la concezione patrimonialistica del matrimonio inteso come “sistemazione definitiva”» – voglio condividere con voi una copertina che mi è stata segnalata stamattina, una copertina datata proprio 13 luglio (che coincidenza!):

Dimentichiamoci per un attimo della political correctness: quali possibilità rimangono ad un povero cristo che si è fatto intrappolare da un’avida biancovestita decisa a distruggerlo a colpi di carta di credito?

Le mogli continuano a stressarti anche dopo aver abbandonato il tetto coniugale, diciamolo.

Mettendo un attimo da parte la questione “stress”, qualcuno obietta che l’omicidio potrebbe essere considerato almeno un “eccesso di legittima difesa”, a fronte di un danno che viene prevalentemente descritto come patrimoniale.

Ok, questa donna lavorava, magari mi sono sbagliato – replica il difensore degli ex mariti esasperati – ma ermellini o non ermellini, alimenti o non alimenti, il fatto che questa morta lavorasse non può farci dubitare del fatto che in GENERALE se dici donna dici danno, le ex mogli ti rovinano, le leggi sono inique e quindi gli uomini si fanno giustizia da soli: più chiaro di così…

Alla luce di questa e di molte altre conversazioni simili che si svolgono regolarmente in calce ad ogni notizia di una donna ammazzata dal partner o ex partner, che cosa possiamo fare per contribuire a creare un clima culturale tra pari in cui il comportamento abusivo sia visto come inaccettabile, non solo perché illegale, ma perché sbagliato e intollerabile nella cultura dei pari”?

Se la smettessimo, per cominciare, di perpetuare sciocchi stereotipi come questo?

Se decidessimo di cambiare radicalmente il modo in cui i professionisti del settore e la stampa raccontano il matrimonio, la separazione e il divorzio?

E’ solo un suggerimento, il mio, ma sono aperta alle vostre proposte.

 

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La massaia

Pochi compiti si avvicinano al supplizio di Sisifo più di quello della massaia; giorno per giorno bisogna lavare i piatti, spolverare i mobili, rammendare la biancheria, tutte cose che domani saranno di nuovo sporche, polverose, rotte. La massaia segna sempre il passo; non fa niente; perpetua soltanto il presente, non ha l’impressione di conquistare un Bene positivo ma di lottare continuamente contro il Male. (…) Mangiare, dormire, pulire… gli anni non danno più la scalata al cielo, si presentano uguali e grigi come un nastro orizzontale; ogni giorno è simile all’altro; è un eterno presente inutile e senza speranza. (…) la casa, la stanza, la biancheria sporca, il pavimento, sono cose fissate: ella non può fare altro che espellere continuamente i principi cattivi che vi si infiltrano; lotta contro la polvere, le macchie, il fango, il grasso; combatte il peccato, lotta contro Satana. Ma è un triste destino dover combattere senza tregua un nemico invece di essere volti verso scopi positivi; spesso la massaia lo subisce con rabbia. (…) Ciò che rende ingrata la sorte della donna-domestica è la divisione del lavoro che la vota interamente al generale e all’inessenziale; la casa, il cibo, sono utili alla vita ma non le danno un senso; gli scopi immediati della massaia non sono che mezzi, non veri fini, e in essi si riflettono solo progetti anonimi. E’ chiaro che per incoraggiarsi nel lavoro ella cerca di impegnarvi la propria personalità e di rivestire di un valore assoluto i risultati ottenuti; ha i suoi riti, le sue superstizioni, ci tiene ad apparecchiare la tavola, ordinare il salotto, fare un rammendo, cucinare un piatto a modo suo; è convinta che al suo posto nessuno potrebbe fare altrettanto bene l’arrosto o le pulizie; se il marito o la figlia vogliono aiutarla o fare a meno di lei, ella toglie loro di mano l’ago, la scopa. “Tu non sei capace di attaccare un bottone”. (…) Poiché il lavoro domestico si affanna a mantenere uno status quo, il marito, rientrando in casa, nota il disordine e la negligenza ma l’ordine e la pulizia gli sembrano normali. (…) Il lavoro che la donna esegue all’interno del focolare, non le conferisce un’autonomia; non è direttamente utile alla collettività, non sbocca nell’avvenire, non produce niente. Non acquista senso e dignità se non è integrato alle esistenze che si superano verso la società nella produzione o nell’azione; cioè, lungi dal liberare la matrona, la mette in posizione di dipendenza dal marito e dai figli; ella si giustifica attraverso di loro: non è nelle loro vite che una mediazione inessenziale. Il fatto che il codice abbia cancellato dai suoi doveri l’ “obbedienza” non cambia affatto la sua situazione; questa non si basa sulla volontà dei coniugi ma sulla struttura stessa della comunità coniugale. Non è permesso alla donna di fare un’opera positiva e quindi di farsi riconoscere come una persona compiuta. Per quanto rispettata sia, è sempre subordinata, secondaria, parassita. Il senso stesso della sua esistenza non è il suo potere e questa è la pesante maledizione che pesa su di lei.

(Simone de Beauvoir, “Il secondo sesso”)

Una mia lettrice mi ha segnalato un video, che si intitola “Fare la mamma è il mestiere più difficile che ci sia”.

Racconta la storia di una bambina che, fiera dei suoi risultati scolastici, rimane male quando il padre le annuncia che grazie ai suoi bei voti “diventerà come la mamma”; la bambina, indispettita, annuncia al padre che non è fra i suoi progetti fare la casalinga, piuttosto diventerà “il capo di una grande azienda”. La madre sente la conversazione, coglie il disprezzo della figlia nei suoi confronti ed entra in depressione, finendo col trascorrere le sue giornate ad autocommiserarsi sul divano. Con la madre fuori gioco, la casa va in rovina in breve tempo – non ci sono più abiti puliti da indossare, niente da mangiare – così la bambina è costretta a correre ai ripari: quando la maestra le assegna un tema dal titolo “La persona che vorrei essere”, lo dedica alla madre. La bambina le chiede scusa per averla ferita e dichiara di aver capito che il lavoro della donna è tutt’altro che “inessenziale”. La madre si commuove e torna a ricoprire il suo ruolo di moglie-domestica.

Come potete leggere seguendo il link alla pagina facebook, il giudizio prevalente nei confronti del video è: fa schifo.

Un giudizio che condivido, soprattutto per via della fastidiosa musichetta che lo accompagna.

A parte il sottofondo musicale, a rendere particolarmente disturbante il video è il suo voler giustificare la suddivisione sessuale del lavoro con la biologia: le femmine – tutte le femmine – sono destinate a diventare mamme e quindi casalinghe, a causa della totale incapacità dei maschi di compiere azioni apparentemente semplici come cambiare un pannolino.

Per quanto possa sembrare assurdo, ancora oggi sono in molti a credere che vi sia una relazione di causa ed effetto fra il cromosoma Y e l’indisponibilità ad occuparsi dei lavori domestici: lo credono Costanza Miriano e i suoi fan, per fare un esempio, o tutti quelli che pensano che conciliare lavoro e famiglia sia un problema esclusivamente femminile, e lo credono la maggior parte dei creatori delle pubblicità di detersivi ed elettrodomestici.

A causa dell’ampia diffusione di simili credenze e sebbene molte delle commentatrici sostengano di convivere con uomini in grado di contribuire in casa al 50%, le statistiche ci confermano che anche quando hanno un lavoro retribuito, quello domestico rimane prevalentemente a carico delle donne.

Se in Italia le donne svolgono una quantità di lavoro familiare nettamente superiore agli uomini, spiega un interessante libro sull’argomento che la divisione del lavoro familiare viene percepita come equa anche quando si presenta come quantitativamente squilibrata; in altri termini, poiché “il contributo domestico delle donne è considerato scontato, mentre quello degli uomini no”, il minimo apporto maschile alle fatiche domestiche fa sì che la situazione venga percepita dalle donne come egualitaria, anche quando in termini di tempo e di impegno siamo ben lontani da un’effettiva parità.

Tornando al video, occorre citare il fatto che ci sono molte donne che nel suo messaggio trovano un po’ di conforto; appartengono a questa categoria prevalentemente quelle donne che hanno sempre lavorato in casa:

Come la mamma nel video, queste donne si sentono disprezzate dai loro cari e dal mondo intero. La loro sofferenza, più che dalla impari “lotta contro la polvere, le macchie, il fango, il grasso”, sembra nascere dal biasimo che ricevono in casa e fuori.

In effetti, a dispetto di chi sostiene che “nessuno insulta le casalinghe”, nel corso della conversazione vengono definite dai più creature “squallide e deprimenti”, dalle “menti limitate”, prive di forza di volontà e quindi costrette a farsi mantenere, frustrate, fallite e chi più ne ha più ne metta.

Che sia per la natura intrinseca delle fatiche domestiche, come sostiene Simone de Beauvoir, o che sia per ragioni squisitamente storiche e politiche, per quanto lavoro possa materialmente fare una casalinga

(“naturalmente ho cercato sempre, oltre a tenere la contabilita’ di mio marito artigiano, di fare a casa qualche lavoro, ho dato una mano ad un commercialista, ho battuto a macchina tesi di laurea quando ancora non esisteva il computer, per aiutare un po’ il menage familiare”, racconta una di loro, “a parte i lavoretti fatti per un commercialista e qualche ora a stirare nella tintoria di una mia zia, che mi hanno sempre permesso di guadagnare qualcosa, quando i miei figli sono stati grandi mi sono iscritta ad un corso, durato 6 mesi, di linfodrenaggio e massaggio ayurvedico, bellissimi da fare per me, stupendi per chi li riceveva, avevo le mie clienti fisse e tutte le settimane dedicavo due giorni a questo lavoro che mi piaceva tantissimo, l’ho fatto per 20 anni ho smesso un anno fa per qualche problema alla schiena, comunque continuo a fare la pasta in casa, agnolotti, cappelletti e li vendo, ho i miei clienti fissi, e questo mi permette di comprare le cose che occorrono a me senza nulla chiedere a mio marito, come vedete anche le casalinghe, se vogliono fare, possono comunque guadagnare“, aggiunge un’altra)

esso risulta invisibile e privo di valore:

e quelle donne che cercano di farsi coraggio e rivestire di un qualche significato la propria esistenza non riescono a trovare nelle altre donne nessuna comprensione, anzi:

Alcuni commentatori notano che il titolo del video parla di “mestiere di mamma”, dando per scontato che una mamma debba essere per forza di cose una casalinga:

E’ ovvio che, associando automaticamente “mamma” a “casalinga” – come fa il video – tutte le mamme che lavorano fuori casa si sentano immediatamente sminuite nel loro ruolo genitoriale e la più che giustificata critica al video si tramuta in una bagarre per decidere chi è o chi ha avuto la “mamma migliore”:

Una discussione vana e crudele, che forse nessuno mai si sognerebbe di fare a proposito di altri ruoli.

Vi sognereste di replicare a qualcuno che sta testimoniando l’amore per il proprio figlio dicendo “mio figlio vale più del tuo, perché ha la media dell’otto in pagella, poi è un eccellente atleta, il tuo invece non è niente di eccezionale”, oppure direste mai ad un’amica “ma come fai a stimare tuo padre più del mio, che lavora solo mezza giornata e mi ha sempre aiutato coi compiti di scuola?”

Credo di no.

Molti/e non esitano ad equiparare la casalinga ad una “schiava“.

 

Le offese e la frequenza con cui ricorrono termini come “schiava” o “serva” (un termine che in italiano è usato solo in senso dispregiativo), ci suggeriscono che, a prescindere dal fatto che rimanere a casa sia una “libera scelta” della donna o una condizione dettata dalle circostanze avverse (ci informa Nadia Somma che sono in aumento le neo-madri costrette a dimettersi dal lavoro a causa “dei fenomeni discriminatori che penalizzano fortemente le donne”), a prescindere dal grado di soddisfazione e/o felicità della coppia che opta per una suddivisione sessuale del lavoro, lo status di casalinga è una condizione che toglie dignità alla donna, rendendola una creatura subordinata, inferiore, e quindi indegna di rispetto.

Su un individuo deprivato della dignità è più facile sentirsi legittimati a usare violenza:

Sulla divisione sessuale del lavoro nell’ambito domestico, si riflette e si discute da decenni.

L’argomento è sicuramente vasto e complesso, e dovrebbe ricomprendere quel lavoro domestico “delegato” (“i lavori domestici si dividono in famiglia o si delegano”, scrive una commentatrice) che ricade sulle spalle di una classe di donne che, pur ricevendo una busta paga, vive una condizione più simile alla schiavitù di quella della gran parte delle casalinghe nostrane, donne il cui sfruttamento è invisibile quanto è invisibile il lavoro domestico e di cura che svolgono.

Il riconoscimento del valore del lavoro domestico e di cura non deve di certo assumere l’aspetto di una poetica della natura “femminile” delle mansioni che lo costituiscono, come fa il video, contribuendo così a rinforzare quei costrutti sociali che suddividono il lavoro in “lavori da uomo” e “lavori da donna”.

Ma presupporre ormai realizzata la parità di diritti fra uomini e donne, prospettando come reale la possibilità di scegliere il modello di vita più consono alle proprie esigenze fra un’ampia gamma di opzioni descritte come accessibili a tutti e a tutte alle medesime condizioni, riducendo la suddivisione sessuale del lavoro a mero prodotto di “libere scelte” fatte da singole donne, è altrettanto sbagliato.

Prima di lasciarvi alle vostre personali riflessioni sul valore del lavoro domestico, vi rimando ad un mio vecchio post, che pone un quesito interessante: le donne scelgono lavori di scarso valore per la società oppure alcuni lavori sono considerati di scarso valore dalla società quando sono svolti prevalentemente dalle donne?

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La bambinata

“Come lo vogliamo chiamare… definire… bambinata… forse è il termine… un termine… ma è successo, è un fatto isolato… purtroppo… ma sono tutti minori… dai minori che cosa si può aspettare? [domanda del giornalista: che violentino una ragazza?] No, nel modo più assoluto. E’ successo, ormai è passato.”

fonte

Il male, in un certo senso, è reciproco. Ovviamente la vittima è la ragazza, ma credo che anche i ragazzi siano loro stessi vittime, anche se hanno commesso del male che è giusto anche tra virgolette che scontino, ovviamente non solo per il gusto di scontare, di vendicarsi, dobbiamo un attimo distinguere quella che è la giustizia dalla vendetta, la giustizia ci serve per redimerci, per convertirci, diremmo in linguaggio evangelico, per cambiare vita.”

fonte

Più o meno un anno fa, il parroco di Pimonte don Gennaro Giordano, auspicava la “redenzione” dei minorenni (il più piccolo di neanche 14 anni) che costrinsero una quindicenne a subire abusi sessuali sotto ricatto.

La “redenzione” si sarebbe dovuta invocare per Pimonte tutta, parroco compreso, ma è passato un anno e nessuno sembra aver “cambiato vita”.

Accade in questi giorni che, mentre il sindaco Michele Palummo racconta di “un paese pulito, sano, fatto di persone perbene, di onesti lavoratori“, il garante per l’infanzia e l’adolescenza della Regione Campania Cesare Roman denuncia

 

l’esclusione sociale che la ragazza ha dovuto subire

nei mesi successivi alla denuncia della violenza subita, un’ulteriore violenza perpetrata tutti di “onesti lavoratori” di Pimonte che ha costretto la famiglia a decidere di abbandonare l’Italia e rifugiarsi in Germania.

Oggi quindi, – evidenzia Romano – chi ha avuto il coraggio di denunciare è costretto ad abbandonare la comunità dove era rientrato con entusiasmo e dopo tanti sacrifici, mentre gli autori dei fatti denunciati, che sono stati messi alla prova nello stesso comune, continueranno a scorrazzare indisturbati. Questo il modello per i nostri giovani? Questa la giustizia? Questa la protezione?

A ridosso dell’individuazione dei responsabili della violenza, il parroco di Pimonte parlava di “male reciproco“, di stupratori “vittime” al pari della ragazzina violentata, anzi, di stupratori vittime della ragazzina violentata – se concordiamo tutti sul significato di “reciproco”.

Ci dice il garante che le istituzioni avrebbero dovuto adoperarsi per “stimolare una condanna collettiva dell’accaduto” – una condanna degli stupratori, unici responsabili di un male del quale si possono dire tante cose, fuorché che sia “reciproco”, ma qualcosa deve essere andata storta perché invece, dopo un’anno, ci ritroviamo con un sindaco che parla dell’impossibilità di impedire a dei ragazzi di fare delle “bambinate”:

“ma sono tutti minori… dai minori che cosa si può aspettare?”

Chiede scusa, il sindaco di Pimonte, per “l’espressione infelice” usata, mentre la rete chiede a gran voce le sue dimissioni.

Sarebbe indubbiamente un gesto dal grande valore simbolico, se il sindaco Palummo di dimettesse.

Ma dovremmo chiedere di più.

Dovremmo chiedere alla Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio come è possibile che mentre accadono cose del genere siamo costretti a leggere un resoconto stenografico come quello che riporta gli interventi della seduta n.6 del 31 maggio 2017, nel quale le oratrici invitate a parlare di “violenza di genere” ci tengono a sottolineare più e più volte che “l’ideologia patriarcale non è collegata alla violenza” (pag.21) e che se è vero che il maschilismo esiste (almeno non lo si nega…), la violenza verso le donne è da imputarsi “a culture violente indipendentemente dal genere” (pag.22) e che comportamenti come “uccidere una persona, stuprare una persona” (non diciamo “donna”, per carità, che potrebbero accusarci di misandria!) sono sempre e comunque da attribuire ad una qualche psicopatologia.

Quale? Boh, dipende. Vedremo, ogni caso è un caso a sé, ognuno c’ha la sua, di psicopatologia.

Che vogliamo collegare il caso di Pimonte a quello di San Valentino Torio? Si, è vero, anche lì avevamo una ragazzina attirata con l’inganno, anche lì un branco che profitta della sua buona fede e della superiorità numerica per compiere una violenza sessuale, anche lì una comunità che si scaglia contro la vittima e difende gli stupratori… Ma vi sembrano elementi che abbiano qualcosa a che fare col “genere”? O con una cultura “che incoraggia l’aggressività sessuale maschile e supporta la violenza contro le donne“?

No, questi non sono argomenti che possono convincere i nostri parlamentari… Il raptus, quello li convince.

Mentre il nostro Parlamento dà credito a persone che si ostinano a ripetere che “la cultura non c’entra”, “il maschilismo non c’entra”, una ragazzina stuprata e la sua famiglia hanno dovuto abbandonare la loro casa per fuggire da un paese nel quale le donne sono giudicate colpevoli della violenza che subiscono.

Prima di abbandonarmi all’amarezza, vi rimando ad un testo interessante che una mia lettrice tradusse per il blog tempo fa, dal quale estrapolo per incuriosirvi qualche affermazione: se è vero che “l’interazione con la società è unica per ogni ragazzo” – ci dice l’autore, che ha anni e anni di esperienza con gli uomini maltrattanti  –  è però anche vero che “la violenza non ha nulla a che fare coi problemi psicologici e molto con i valori e le convinzioni”; valori e convinzioni che ognuno di noi assorbe sin dalla prima infanzia da una moltitudine di fonti: “La famiglia in cui i bambini crescono è di solito l’influenza più forte, almeno per i primi anni di vita, ma è solo una fonte fra le altre. Il modo proprio e improprio di comportarsi, la percezione morale di ciò che è giusto o sbagliato, le convinzioni circa i ruoli di genere sono loro trasmessi dalla televisione, dai video, dalle canzoni famose, dai libri per bambini, dagli scherzi… I bambini osservano i comportamenti di amici e parenti, inclusi gli altri adulti cui sono vicini. Osservano per capire quali comportamenti sono premiati – quelli che rendono le persone popolari, ad esempio – e quelli che, al contrario, vengono condannati. A quattro o cinque anni iniziano ad esprimere curiosità per la legge e la polizia, che giocano un ruolo importante nel formare il senso morale. Durante l’adolescenza, i giovani hanno accesso ad una quantità sempre maggiore di messaggi, con sempre meno filtri imposti dagli adulti, mentre sono sempre di più soggetti alla crescente influenza dei loro pari. Anche dopo aver raggiunto l’età adulta, le persone continuano a ricevere messaggi dalla società che li circonda e ad aggiustare i propri valori e le proprie convinzioni in base a ciò che è considerato socialmente accettabile.”

Una “bambinata” è socialmente accettabile, “uno stupro” no.

Ecco perché certe “espressioni infelici” sono imperdonabili, caro sindaco.

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Che cerchi un lavoro!

E’ accaduto il 27 giugno: Concetta Candido, 46 anni ha gridato “Mi hanno licenziata, sono esasperata, non ce la faccio più” e poi si è data fuoco davanti agli sportelli ufficio Inps di corso Giulio Cesare 290, a Torino.

E’ un mondo senza solidarietà“, ha commentato il fratello per spiegare il gesto disperato di Concetta.

 

Forse non c’entra, ma forse si, oggi il Mattino pubblica una notizia che ripesca la “rivoluzione” tanto strombazzata un mese fa:

Intanto cogliamo l’occasione per ribadire che l’affermazione di Viviana De Vita – “Un mantenimento garantito fino a poco tempo fa” – è assolutamente falsa.

Come avevo precisato all’epoca della pubblicazione della notizia, né la norma né  l’interpretazione fornita dalla Cassazione hanno mai garantito l’assegno divorzile, né tantomeno un assegno divorzile che permettesse di “mantenere lo stesso tenore di vita matrimoniale”come ho già spiegato – ma soprattutto giova ricordare che una sentenza che neghi l’assegno divorzile non è affatto una novità (ribadiamo che le donne divorziate che lo ricevono sono da tempo una risicata minoranza – nel 2015 il 20,5% delle ex mogli ci dice l’Istat – da molto prima che i giornalisti decidessero di inventarsi di sana pianta un “brusco cambiamento di rotta” nella giurisprudenza in grado di stravolgere la vita degli italiani), come non è una novità che esso venga negato anche a donne disoccupate.

Avevo ipotizzato che questo modo di porgere le notizie fosse funzionale a scatenare l’ira funesta del commentatore medio contro le donne “parassite e furbette”, e le osservazioni sulla pagina de il Mattino sembrerebbero corroborare l’ipotesi:

Approfittatrici, scroccone, zoccole…  mentre il maschio italico vomita i peggiori luoghi comuni, una sfilza di donne chiosano rassicurandoli sul fatto che loro, come molte altre donne degne di questo nome, non lo vogliono l’assegno divorzile, ma si rimboccano le maniche, fanno 3 lavori, si alzano alle sei, e se questo non basta sono disposte persino ad andare sotto i ponti, ma chiedere soldi agli uomini (anche se hanno abbastanza da rifarsi una vita nuova di zecca), mai e poi mai!

Perché lasciare il lavoro per occuparsi della famiglia è “una libera scelta” (nonché “una pacchia”) e la donna e solo lei ne deve pagare le conseguenze.

Quello che dimenticano, tutti questi commentatori, e lo dimenticano pure gli ermellini quando affermano che il matrimonio “è soltanto un’unione di affetti“,

è che una moglie che abbandona il lavoro retribuito per occuparsi a tempo pieno di casa e famiglia (è stato calcolato che, in media, una casalinga ha più o meno lo stesso tempo libero di un uomo che lavora – fonte: figura 3) svolge un lavoro che ha un “valore sociale ed anche economico”, come possiamo leggere qui e come ha riconosciuto la Corte Costituzionale con la sentenza n. 28 del 1995.

(Lo so, sono noiosa, ripeto sempre le stesse cose…)

E’ una cifra, una signora cifra, ci raccontava Verdone.

Una cifra della quale il marito ha liberamente scelto (al pari della consorte) di beneficiare in costanza di matrimonio. Che una donna rimanga a casa, insomma, non può che essere definita come una libera scelta di entrambi (a meno di non postulare una sudditanza dell’uomo nei confronti della sua partner), o al massimo una scelta obbligata per entrambi dalle circostanze avverse (come raccontava la Uil nel rapporto “Possiamo permetterci un figlio?“), una scelta che però – non garantendo alla donna l’accumulo di alcun patrimonio personale né la possibilità di vedersi riconosciute dal mercato del lavoro le competenze acquisite in anni ed anni di gestione di marito, casa e figli – in caso di divorzio produce una situazione di estremo svantaggio soltanto per lei.

Se questa è giustizia, significa che io ho non ho mai compreso il significato del termine “giustizia”.

Inoltre, senza entrare nel merito del caso di specie, del quale in effetti non sappiamo nulla (forse la donna è ricca di famiglia?), in un momento storico in cui la gente si dà letteralmente fuoco perché non arriva alla fine del mese e non sa più a che santo votarsi, citare, in un articolo di giornale, come unici parametri atti a stabilire se una donna può trovare a breve un’occupazione, l’età e la capacità di lavoro è indizio di un grave distacco dalla realtà.

Leggiamo su AdnKronos:

nonostante [la donna] sia senza lavoro e con due figli, ha un mestiere – fa l’estetista – e può trovarselo.

Davvero vogliamo considerare accettabile un’affermazione che sottintende che in Italia sono disoccupate solo le persone prive delle competenze necessarie a svolgere un lavoro?

Davvero?

Stiamo tornando indietro di secoli, al punto di sostenere che la povertà non è altro che una colpa del singolo individuo? Che le difficoltà economiche sono del tutto sconnesse dal contesto sociale, che l’unico elemento degno di nota è la volontà della persona di non essere povera?

Non posso non notare che nell’articolo pubblicato su AdnKronos l’avvocata De Martino, legale dell’ex marito, osserva: “…in generale credo che non si possa sottovalutare che in questo modo le donne potrebbero essere oggetto di violenza economica. Potrebbero ossia essere costrette a prendere la decisione di non separarsi perché non autonome. E’ un aspetto di cui tenere conto”.

Certo non in questo caso, non in un suo caso. Lei, d’altra parte, segue anche il Centro Antiviolenza Spazio Donna…

A prescindere da questo specifico caso, il rischio è innegabile ed è chiaro anche a coloro che plaudono sentenze del genere.

Più sopportazione, signore mie, sopportazione e sacrificio: questa è la strada tracciata dagli ermellini.

Una strada che le donne non solo conoscono fin troppo bene, ma – e lo dico dopo aver letto con attenzione i commenti sulla pagina facebook de il Mattino – sono ancora orgogliose di imboccare.

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