Sex work o non sex work

L’8 marzo e le manifestazioni femministe volte a celebrare la Giornata internazionale della donna hanno contribuito a gettare benzina sull’accesissimo dibattito che coinvolge le attiviste attorno al tema della prostituzione.

In Francia, ad esempio, il collettivo Osez le féminisme! ha denunciato aggressioni ai danni di chi ha scelto di marciare esponendo cartelli abolizionisti – alcune militanti per l’abolizione del sistema prostituente e pornocriminale sono state insultate, strattonate, attaccate, minacciate di morte, leggiamo sul loro sitomentre in Italia un episodio di scontro diretto si è verificato a Firenze, dove – racconta un comunicato di La Comune attiviste contro la piaga della prostituzione sono state attaccate e minacciate di violenza fisica da un uomo con il volto mascherato e da alcune donne autoproclamatesi padroni/e della piazza, e i loro cartelli (prostituzione = stupro a pagamento, No alla misoginia) strappati perché secondo il dogma transfemminista la prostituzione va rispettata e difesa in quanto “libera scelta”.

L’episodio italiano è stato fieramente rivendicato da La magnifica occupata, casa occupata delle donne* transfemminista, via lorenzo il magnifico nr 100, Firenze, con un post su facebook nel quale si sostiene che un cartello come quello esposto (“prostituzione= stupro a pagamento”) in una piazza femminista non ci dovesse stare:

Seppur due compagne sex workers hanno provato a tentare di arrivare col dialogo alla rimozione del cartello, non è stato possibile per via di queste figure – raccontano – Abbiamo quindi scelto di strappare il cartello ribadendo che il dialogo lo teniamo fino a un certo punto. Queste soggette oggi millantano un’aggressione, un attacco alla libertà di opinione, accusano di fascismo persino le compagne di nonunadimeno firenze. Ebbene chiariamo da subito che la libertà di opinione non è la libertà di spargere schifezze stigmatizzanti e fasciste.

Alla luce di quanto esposto, la frattura fra i due schieramenti appare insanabile: da un parte abbiamo il femminismo abolizionista, che descrive la prostituzione come la massima espressione di un sistema patriarcale che non si reggerebbe senza continuare a ridurre la sessualità femminile a merce, dall’altra c’è un femminismo che ritiene che non vi sia nulla di intrinsecamente dannoso del pagare/essere pagati per fare sesso, se acquirente e venditore sono entrambi consenzienti, poiché ogni individuo ha il diritto di decidere autonomamente dell’uso che fa del suo corpo.

Se per la prima fazione chiunque rifiuti di affrontare il fenomeno della prostituzione a partire dalla evidente connotazione di genere (la prostituta, statistiche alla mano, è per lo più donna) non può reclamare la patente di femminista, le altre, quelle che si dichiarano dalla parte delle sex worker autodeterminate, guardano con crescente orrore chiunque non lotti per la libertà di essere puttane, associando l’analisi abolizionista ad una violenta intrusione nella sfera intima e privata delle decisioni che dovrebbero rimanere patrimonio del singolo individuo, nonché una delle fonti che alimenta lo stigma che grava pesantemente su chi pratica orgogliosamente il mestiere più antico del mondo.

Combattere la stigmatizzazione della libera sex worker: questo, ci viene detto, dovrebbe essere l’unico obiettivo di chi voglia definirsi femminista. Su questa linea di pensiero si colloca anche l’Università di Leicester, protagonista di un articolo pubblicato dal network DonnexDiritti che ha recentemente dato fuoco alle polveri.

L’articolo, scritto da una studentessa universitaria, con un tono molto indignato contesta la decisione di alcuni atenei britannici di fornire ai dipendenti delle linee guida in materia di prostituzione; per la precisione, ciò che si contesta è il taglio delle linee guida, il cui obiettivo dichiarato è sensibilizzare l’opinione pubblica affinché no student should have to face the societal stigma that students in sex work do.

We are committed to ensuring that any students who are sex workers feel supported and valued as part of the Leicester community – commenta in proposito il Professor Nishan Canagarajah, Vice-Chancellor dell’ateneo di Leicester, ovvero: ci impegneremo ad assicurare che ogni studente che lavora come sex worker si senta supportato e considerato parte integrante della comunità.

Il “lavoratore del sesso” – che non ha un sesso ben definito, nell’analisi di chi lotta contro lo stigma sociale nei confronti dei sex workers – è un/una cittadino/a che sceglie un particolare modo di guadagnarsi da vivere nell’ambito della legalità e viene ingiustamente discriminato da una società incapace di comprendere che la prestazione sessuale è da considerarsi oggetto di un contratto di lavoro come qualsiasi altra prestazione: se posso assumere un/una massaggiatore/trice, un/una baby sitter, un/a badante, allora posso assumere un/a sex worker, e il modo in cui la gente sbarca il lunario non dovrebbe in alcun modo andare ad intaccare la sua dignità di essere umano e men che meno il suo diritto ad accedere ad un’istruzione superiore.

Se andiamo a leggere nel dettaglio il toolkit fornito allo staff dell’ateneo, sebbene in una sezione dedicata si accenni al fatto che A large proportion of student sex workers are from marginalised backgrounds from groups such as LGBTQ, people with disabilities or migrants/international students, si parla esplicitamente del genere come elemento caratterizzante del fenomeno soltanto in termini di povertà: the gendered nature of austerity means that women are disproportionately impoverished. Se la stragrande maggioranza degli studenti-sex worker è donna, è soltanto perché la povertà è determinata dal genere, e la povertà è la principale ragione che muove le categorie più emarginate nel mercato del sesso.

Le linee guida, inoltre, non accennano mai alla tratta di esseri umani, che vede come vittime principali donne e ragazze (il 68%, ci dice Save the Children), le quali sono destinate principalmente alla prostituzione (86%).

Perché parlarne? – replicherebbe, immagino, una delle puttane autodeterminate che ha diffuso il comunicato de La Magnifica occupata casa delle donne – non c’è alcun rapporto fra la minorenne di un paese straniero trafficata dalla criminalità organizzata e il/la sex worker.

Non è del tutto vero, a mio avviso. Se spostiamo il focus dall’offerta alla domanda, emerge prepotentemente la richiesta di servizi sessuali forniti da donne. Se la criminalità organizzata traffica giovani donne, è perché è questo che il mercato del sesso richiede, non perché non vi siano al mondo altrettanti uomini resi vulnerabili dalle medesime circostanze (infatti anche gli uomini e i ragazzi vengono trafficati, ma per essere destinati ad altre forme di schiavitù che non hanno a che fare con il sesso); allora mi sento di ipotizzare che forse la stragrande maggioranza degli studenti/sex worker è donna non perché ci sono più studentesse povere che studenti poveri, ma perché è la domanda a determinare l’offerta e il fruitore del serivizio sessuale è prevalentemente un uomo che paga una donna.

Non vi nascondo che una delle ragioni per cui personalmente faccio fatica a prendere in seria considerazione gli argomenti di chi difende la necessità di regolamentare il sex work e/o combatte per la normalizzazione della vendita di “servizi sessuali” è proprio il fatto che una delle strategie per perseguire i loro obiettivi sia l’occultamento del divario di genere nella domanda e nell’offerta di tali “servizi” attraverso l’utilizzo di un linguaggio fastidiosamente neutro.

La neutralità, in questo caso, non è una scelta rispettosa delle diverse individualità coinvolte, piuttosto somiglia pericolosamente alla strategia adottata da quelli che, per mettere a tacere ogni dibattito sul femminicidio, si fingono “umanisti” declamando lo slogan “la violenza non ha sesso”.

Invece di adoperarsi per mettere a tacere questa o quella voce, è urgente che si riapra un dibattito serio e argomentato sulla prostituzione all’interno del movimento femminista, che ricomprenda a pieno diritto tutte le posizioni, perché, da quel che emerge dal toolkit dell’Università di Leicester, le donne sono già quasi scomparse del tutto dalla discussione.

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Doppio standard

Nella notte tra domenica e lunedì le forze dell’ordine irrompono nella casa di Patrizia Coluzzi a Cisliano, nell’hinterland milanese, dove trovano il corpicino senza vita di Edith, due anni.

Non sappiamo ancora come, ma è molto probabile se non certo che ad ucciderla sia stata proprio Patrizia Coluzzi, la madre, che poche ore prima dell’intervento dei carabinieri aveva chiamato l’ex marito per annunciargli che la figlia “non esisteva più”.

Gli elementi atti a definire il quadro di un figlicidio per vendetta del coniuge ci sono tutti: da ciò che leggiamo sui giornali è un caso da manuale, orrendo e crudele come lo sono sempre i casi di questo genere.

L’aspetto più pertubante di queste vicende è che nel figlicidio per vendetta la vittima scompare completamente come persona umana, per trasformarsi in mero strumento di rivalsa nelle mani di chi sa che le sue azioni scellerate costringeranno il genitore-bersaglio a confrontarsi ogni giorno della sua vita con un dolore indicibile, impossibile da lenire.

Il fatto che ad uccidere, premeditatamente e spietatamente, possa in questo caso essere stata una donna invece di un uomo, non toglie né aggiunge nulla allo sgomento che ci coglie ogni volta che un bambino innocente muore per mano della persona deputata a frapporsi fra lui e gli orrori del mondo, che di questi si rivela l’incarnazione più feroce che si possa immaginare.

Parlo dello sgomento che coglie noi persone normali, quelle in grado di empatizzare con la piccola Edith e con l’enorme sofferenza di coloro che l’amavano – il povero padre su tutti, gravato dell’orrido peso di quelle sadiche telefonate prima della sua morte – perché poi c’è tutta un’altra categoria di persone, quelli che di fronte alla morte di Edith vanno in brodo di giuggiole: i misogini, gli odiatori di donne  e sopratutto delle femministe che difendono le donne vittime di violenza, quelli che passano il tempo in rete a scrivere accorati articoli in difesa di tutti i Mario Bressi che infestano la cronaca nera (Mario Bressi è l’uomo che la scorsa primavera ha ucciso i figli Elena e Diego per comunicare alla ex moglie che sarebbe “rimasta sola”) e che quando finalmente incappano in una donna assassina si trasformano istantaneamente da pacati argomentatori contro le criminalizzazioni facili a organizzatori di sabba sulla pira di Patrizia Coluzzi, che deve bruciare assieme a tutte le organizzatrici delle manifestazioni per l’8 marzo, colpevoli di essere le mandanti morali di ogni figlicidio, omicidio, rapina e tsunami commessi nella storia dell’umanità.

Siccome oggi ho avuto la sventura di incappare in uno dei prodotti di questi avvilenti personaggi, voglio proporvi un esercizio di analisi testuale: mettere a confronto il recente articolo su Patrizia Coluzzi con un elaborato ospitato dal medesimo sito misogino (dategli un’occhiata, è misoginia nella sua forma più cristallina, al punto da sembrare quasi una parodia), ma dedicato ad un assassino di sesso diverso, Alessandro Pontin.

Non so se vi ricordate di Alessandro Pontin, l’uomo che ha rincorso e sgozzato i due figli di 15 e 13 anni con un coltello da cucina poco prima di Natale; per riferirci all’articolo a lui dedicato parleremo di articolo 2, mentre con articolo 1 si intenderà il testo dedicato a Patrizia Coluzzi.

Articolo 1:

Articolo 2:

Sulla base di quale argomento è lecito definire il primo reato un figlicidio per vendetta, mentre nel secondo caso il movente sarebbe “nebuloso”? Perché un padre che racconta di aver ricevuto dalla ex messaggi inequivocabili dei suoi intenti malvagi contro la figlia è un testimone attendibile, mentre una madre che fa la stessa cosa di fronte all’assassinio dei suoi due ragazzi è una bugiarda dedita a diffamare a mezzo stampa un povero suicida sventurato che, en passant, ha massacrato due ragazzini?

Si tratta di pregiudizi di genere, esattamente ciò di cui ci occupiamo qui e ciò di cui il femminismo si occupa (ed è subito chiaro perché i redattori di questi capolavori detestino in primis le femministe).

Se nell’articolo 1 leggiamo della “furia vendicativa” di Patrizia Coluzzi, nell’articolo 2 chi a mezzo stampa attribuisce ai padri assassini l’intento di ferire le ex compagne pecca di “assenza di profondità”, mentre se si tratta di giornaliste allora abbiamo a che fare con commentatrici che in passato si sono distinte per commenti di vero e proprio odio antimaschile o per spregevoli volgarità nei confronti dei padri separati, del tutto incapaci di comprendere che gli uomini in quanto portatori di cromosoma Y non sono in grado di architettare piani meschini sull’onda del rancore e del risentimento, ma sono sempre e solo vittime delle donne; allora Pontin era un poveretto, portato alla follia da una società che discrimina i maschi

mentre Patrizia Coluzzi, vittima delle sue due X, era una donna sanissima, ma estremamente perversa e disumana:

Il maschilismo di cui queste “analisi” sono intrise è così lapalissiano, che denunciarlo mi mette quasiin difficoltà e mentre scrivo mi rendo conto che ,volendo affrontare l’orribile ed ingiusta morte di Edith, ci sarebbero molte altre cose più importanti da dire.

Ad esempio dovremmo chiederci perché, in un paese come il nostro nel quale non si esita ad allontanare dalla madre un ragazzino colpevole di smaltarsi le unghie, adducendo come motivazione che la relazione con troppe e fagocitanti figure femminili sta compromettendo il suo processo di identificazione sessuale, Edith è stata lasciata sola con una donna che aveva già tentato il suicidio. E chi di dovere era stato debitamente allertato, ricordiamolo.

Oppure potremmo avviare una riflessione sull’abusato concetto di “istinto alla cura” delle donne, che ammicca a profonde e radicate differenze nella psiche maschile e femminile, mentre casi come questo rendono ancora più evidente che tutto ciò che ci rende diversi, causando ad esempio la sproporzione numerica nel sesso dei perpetratori di questo particolare tipo di delitti, non è la “natura”, bensì il nostro bagaglio culturale. Di sicuro lo faremo più avanti, con il pensiero rivolto a Edith.

Tuttavia, da femminista, non posso nascondervi che mi ferisce che l’assassinio di Edith, nelle mani degli squallidi oppositori dei centri antiviolenza e delle campagne di sensibilizzazione contro la violenza sulle donne, divenga un mero strumento di propaganda: è come se venisse deumanizzata di nuovo.

Mi scrive una mia cara amica che i redattori del sito oggetto di questo post si stanno organizzando “per entrare nelle scuole”, proponendosi come soggetti portatori di una narrazione diversa, alternativa, civile e argomentata sulle questioni di genere.

Quindi, se avete dei figli, fate attenzione a chi si propone di affrontare certe tematiche coi vostri ragazzi: potrebbero essere questi qua.

So che quanto avete letto fin qui può far apparire eccessiva la mia preoccupazione a riguardo, ma non dimentichiamoci che alcuni di loro sono già finiti in prima serata sulla RAI e non troppo tempo fa:

Non sottovalutiamoli.

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Bisbetiche sempre

Quanlche anno fa proponevo come lettura a partire dalla quale avviare una riflessione sulla violenza maschile perpetrata nell’ambito della relazione amorosa la commedia shakespeariana “La bisbetica domata”, suggerendo ai miei lettori di rileggerla provando a pensare che le strategie messe in atto da Petruccio per “addomesticare”  Caterina non sono poi tanto diverse da quelle che utilizzerebbe un qualunque maltrattante di oggi.

Chiunque conosca la commedia, per averne vista la celebre versione cinematografica con Richard Burton ed Elizabeth Taylor o averne goduto a teatro, sa che un elemento fondamentale nel disegno criminoso di Petruccio sono le parole: egli sommerge la moglie di una mole di discorsi del tutto privi di ragionevolezza e ammantati da un’aura di leziosa cavalleria mista ad un millantato virile istinto di protezione, che hanno lo scopo di renderle impossibile non tanto il ribellarsi (quello non potrebbe mai farlo), quanto di toglierle la possibilità di verbalizzare il suo scorno a fronte delle vessazioni cui è sottoposta:

quel che m’indispone più di tutto, ben al di là di queste privazioni, è lui, che vuol impormi tutto questo con l’aria di chi intende solo farlo per il mio personale giovamento

dirà Caterina trascorsa la prima notte di tormenti da donna sposata.

Perché oggi, dopo tanto tempo che non scrivevo un rigo, torno a parlare della povera Caterina?

Perché tutto questo ciarlare sui giornali di direttori e direttrici d’orchestra, condito della solita parata di loschi figuri che si affanna a rimpolpare la polemica ribadendo tesi prive di  fondamento (dei quali vi ripropongo due tristi esempi)

mi ha ricordato gli sproloqui di Petruccio.

Considerato che sono anni, anzi, decenni che frotte di linguisti e linguiste, armati di dizionari e una pazienza che manco un certosino imbottito di ansiolitici, hanno spiegato e rispiegato che il genere grammaticale femminile in italiano esiste (il neutro no) e che le resistenze ad utilizzarlo in determinate occasioni hanno poco o nulla a che fare con la struttura della nostra madrelingua e molto di più con la storia e la struttura della nostra società, come altro dovrei sentirmi di fronte a gente che, con l’aria di donarci perle di rara saggezza e argomenti degni di chi ha ingurgitato qualche barile di grappa di troppo, cerca di convincermi che l’espressione “direttrice d’orchestra” è contraria al buonsenso?

Mi sento esattamente come Caterina di fronte ad un Petruccio che indica il sole pretendendo che lo si chiami luna e poi ritratta subito dopo, lesto come un Pillon che si aggrappa al sesso biologico delle persone per affermare l’importanza del genere maschile/femminile delle parole non appena si tratta di genitore 1 e genitore 2.

Dove stanno la logica, la coerenza, un nesso qualsiasi con la ragionevolezza in questi deliri?

Non ce ne sono, non ce ne sono mai stati, non ce ne saranno mai.

Il fatto è che comincio a sospettare che la stragrande maggioranza dei partecipanti alla contesa lo sappia benissimo, che sta solo affastellando minchiate quando solleva fiera il vessillo del “direttore donna”, proprio come il caro vecchio Petruccio sa distinguere il sole dalla luna, e che tutto questo dibattere altro non sia che un astuto piano per fiaccarci sulla lunga distanza e trasformarci lentamente in tante spossate bisbetiche domate.

Un piano astuto davvero, perché organizzare un discorso fondato su dati concreti e argomenti logici comporta sempre una discreta dose di prostrazione per l’intelletto, mentre berciare sciocchezze sul buonsenso è cosa che si può fare per tanto, tanto tempo, un tempo quasi infinito, senza sentirsene punto affaticati.

Che fare, dunque? Come si resiste alla retorica burchiellesca di chi vuole indurci a pensare che solo alcune donne particolarmente talentuose, dopo anni di duro lavoro, possano arrivare a conquistarsi una declinazione al maschile, senza rimanere invischiate in un gioco al massacro che ci vedrà inevitabilmente sconfitte?

Perché non è tanto importante ciò che le parole significano – dizionario alla mano e pazienza certosina – quanto piuttosto «chi è che comanda», come ci ricorda il saggio Humpty Dumpty.

Giuro, non lo so.

Da una parte hanno tutta la mia ammirazione quelle appassionate lottatrici che si rimettono a snocciolare i diversi tipi di sostantivi della lingua italiana (genere fisso, genere mobile, genere promiscuo…), fingendo di credere che gli spiritosoni dell’ autist-o e del pediatr-o non abbiano mai frenquentato la scuola elementare e una lezioncina fatta bene li riporterà sulla retta via (siete le mie signore Dubose, l’emblema vivente di quel coraggio che “è quando sai di essere spacciato prima di cominciare ma cominci lo stesso e vai avanti senza preoccuparti di altro” e vi amo, lo giuro).

Dall’altra non ce la faccio più, come Magda:

Tuttavia sono una bisbetica indomabile, non c’è Amadeus o Petruccio che tenga.

Quindi, nel caso in cui a dirigere un’orchestra v’è una donna, si dice “direttrice d’orchestra” e se tutto il mondo è teatro, come diceva il Bardo, voi che vi arrabattate a sostenere altrimenti siete dei Petrucci nella commedia sbagliata, personaggi smarriti in cerca di un autore che è morto tanto tempo fa e anche quando era vivo e vi scriveva battute migliori non vi stimava abbastanza da riuscire a dipingervi meno tristi e avvilenti di ciò che siete.

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Chiuso per lutto

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La politica del non avere numeri

C’è una grave lacuna nelle statistiche giudiziarie – spiega – nessuna rilevazione ha ad oggetto l’incidenza della violenza nei giudizi civili, e soprattutto la verifica dei provvedimenti che sono stati adottati all’esito di questi procedimenti. L’intento è raccogliere nel nostro territorio questi dati, per poi confrontarli con gli esiti dei procedimenti penali. In modo da avere un quadro più completo della risposta di giustizia nei casi di violenza di genere e domestica, per evitare provvedimenti non omogenei o la sottovalutazione degli agiti di violenza.

fonte

Quando nella prefazione di un determinato argomento c’è scritto “dati non disponibili o “statistiche non disponibili”, questo significa che, nonostante intrepidi sforzi, non siamo riuscite a trovare o ad avere accesso alle informazioni. Questi dnd o snd […] costituiscono un modello politicamente rivelatore. Li troviamo continuamente nelle categorie dello stupro, dei maltrattamenti, delle molestie sesuali, dell’incesto e dell’omosessualità; queste sono ancora questioni di cui non si può parlare nella maggior parte del globo. Finché resteranno non dette e poco studiate, un’enorme quantità di sofferenza umana continuerà a non essere riconosciuta e a non essere guarita.

Sisterhood is global (1984) di Robin Morgan, cit. in Un silenzio assordante, La violenza occultata su donne e minori, di Patrizia Romito (FrancoAngeli editore, 2005)

Ne abbiamo parlato in passato, facendo riferimento ad altri paesi europei e non europei, dell’importanza del lavoro di raccolta dati: in Spagna, ad esempio, i risultati emersi dal monitoraggio del Consiglio Generale del Potere Giudiziario nel 2014 mostravano una costante diminuzione della concessione di ordini di protezione con sospensione delle visite ai padri maltrattanti e, allo stesso tempo, un preoccupante aumento dei figlicidi commessi da quel padre che avrebbe dovuto essere allontanato: 31 bambini uccisi in sette anni, 11 dei quali sono morti insieme alla madre, 31 bambini e 11 donne che avrebbero potuto essere salvati. Per questo motivo la Spagna, ha varato una legge che stabilisce che “non possa esserci alcuna custodia condivisa con i padri violenti”.

A seguito del terribile omicidio di Luke Batty in Australia, è stata avviata una Royal Commission sulla violenza domestica: il lavoro di indagine della commissione ha prodotto una serie di raccomandazioni rivolte alle istituzione preposte alla tutela dei soggetti vulnerabili individuati nelle donne e nei bambini coinvolti nel processo di separazione e divorzio, fra le quali mi piace citare la necessità di

Hearing, believing, and not judging women

ascoltare, credere e non giudicare le donne che chiedono aiuto per uscire da un contesto familiare funestato dalla violenza maschile.

Senza dati a disposizione non è possibile identificare un problema, quantificarne la portata, e quindi neanche elaborare strategie atte alla sua risoluzione.

Anni fa facemmo a tale proposito l’esempio della depressione post partum: riconoscere l’esistenza del fenomeno, misurarne le dimensioni, ha permesso l’elaborazione di strategie di valutazione del rischio sulla base delle quali attivare dei protocolli di intervento; ciò ha permesso di contribuire alla progressiva diminuzione nel tempo degli infanticidi attribuibili al maternity blues, un risultato che difficilmente si sarebbe ottenuto se qualcuno avesse obiettato alle campagne di sensibilizzazione sul tema protestando che era anticostituzionale focalizzarsi sulla categoria “donne”, discriminando così metà della popolazione.

Perché parlo di costituzionalità, vi chiederete.

Lo faccio perché a proposito dell’iniziativa del Tribunale di Terni, che intende avviare un progetto che prevede la rilevazione dell’incidenza della violenza di genere e domestica nell’ambito di tutti i procedimenti nei quali è presente una domanda di affidamento dei figli minori –  si è recentemente espresso il papà di tutti i papà separati (che, ricordiamolo, non sono da intendersi come i genitori di sesso maschile che affrontano una separazione o un divorzio), Marino Maglietta, in un articolo dal titolo Affido condiviso previe indagini su violenze domestiche.

Secondo l’ingegner Maglietta parlare di violenza di genere costituirebbe un pregiudizio all’obiettività dell’indagine, visto che, se si va a leggere la più attendibile tra le indagini disponibili ( che a suo parere sarebbe il 2° Rapporto Nazionale sulla condizione dell’infanzia, della preadolescenza e dell’adolescenza pubblicato dall’EURISPES quasi una ventina di anni fa) – si scopre che l’idea che la violenza domestica – considerata in ogni suo aspetto, fisico, sessuale, psicologico ed economico – sia solo maschile non trova riscontro nei fatti.

Insomma, a pochi giorni dal 25 novembre, a ridosso della notizia di efferati femmincidi come l’assassinio di Jessica Novaro – freddata dal compagno della madre mentre cercava di difenderla – o di Aurelia Laurenti, letteralmente massacrata dal padre dei suoi figli, Marino Maglietta tira fuori dal cilindro un vecchio rapporto delle chiamate al Telefono Azzurro (che non si occupa di violenza sulle donne e neanche cita, fra le tipologie di abusi subiti dai bambini, la violenza assistita) per bacchettare i promotori del progetto di Terni, colpevoli, a suo dire, di essere vittime di preconcetti nei confronti degli uomini.

Intanto partiamo dalle definizioni. Ci dice la Convenzione di Istanbul che con l’espressione violenza domestica dobbiamo intendere

tutti gli atti di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all’interno della famiglia o del nucleo familiare o tra attuali o precedenti coniugi o partner, indipendentemente dal fatto che l’autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima;

“la più attendibile fra le indagini disponibili” secondo Maglietta non si occupava di fornire dati sulla violenze perpetrate su attuali o precedenti coniugi o partner, motivo per il quale usarne le percentuali per giungere a delle conclusioni in merito è quantomeno scorretto.

Altrettanto scorretto è associare l’espressione usata nel report del Telefono Azzurro – abusi psicologici – all’unica violenza che Maglietta abbia mai considerato degna di attenzione, ovvero il caso in cui un bambino rifiuta di incontrare uno dei genitori, comportamento causato da una manipolazione della sua volontà, cioè di un maltrattamento psicologico (altrettanto grave, se non di più) da parte dell’altro genitore,

insomma la cara, vecchia, alienazione genitoriale, che, secondo Maglietta, è altrettanto grave, se non più grave della violenza domestica.

In realtà, il Telefono Azzurro, quando parla di abusi psicologici intende:

una modalità ripetuta da parte dell’adulto che comunica al bambino (o adolescente) messaggi negativi che tendono a svalutarlo: il fatto di essere sbagliato, senza valore, non amato o non voluto, oppure che il suo valore è legato alla soddisfazione di bisogni altrui,

una definizione che non ha nulla, ma proprio nulla a che fare con la personale ossessione di Marino Maglietta, né tantomeno con divorzi, separazioni e decisioni in merito all’affido dei figli.

Ciò che il progetto umbro di propone di fare è andare a vedere che tipo di influenza hanno i procedimenti penali sulle decisioni in merito all’affido dei minori; se si è deciso di avviare un’indagine statistica su questa materia è perché vi sono evidenze aneddotiche che fanno sospettare vi sia anche in Italia la tendenza, quando si tratta di valutare le competenze genitoriali, a sottovalutare la pericolosità di soggetti colpevoli di violenze anche gravi contro le donne dalle quali hanno avuto i figli dei quali pretendono la custodia; occorre andare a fondo della questione per verificare, numeri alla mano, se si tratta di casi isolati, attribuibili a casuali errate valutazioni, oppure se dobbiamo fare i conti con la diffusa convinzione fra gli operatori di giustizia che l’eventuale violenza verso un ex coniuge non vada ad intaccare il rapporto con la prole.

Se Marino Maglietta può produrre dei casi nel quali il Tribunale ha deciso in favore di madri indagate per maltrattamenti verso i propri figli o verso l’ex coniuge, allora è questo che dovrebbe portare all’attenzione del Tribunale di Terni.

Altrimenti può rimettersi il suo rapporto più attendibile in tasca, e magari pensare di chiedere scusa a chiunque negli ultimi vent’anni ha condotto un’indagine sulla violenza domestica per averli accusati di rivolgere ai soggetti identificati “domande suggestive”.

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Gli uomini vecchi

“When a man starts my program, he often says, “I am here because I lose control of myself sometimes. I need to get a better grip.” I always correct him: “Your problem is not that you lose control of yourself, it’s that you take control of your partner. In order to change, you don’t need to gain control over yourself, you need to let go of control of her.”

Lundy Bancroft, Why Does He Do That?: Inside the Minds of Angry and Controlling Men

Quando un uomo inizia il mio programma, spesso esordisce dicendo: “Sono qui perché perdo il controllo. Ho bisogno di acquistare padronanza dei miei impulsi. Io lo correggo sempre: “Il problema non è che non hai il controllo di te stesso, ma che pretendi il controllo sulla tua partner. Non hai bisogno di acquisire il controllo di te stesso, ma di smettere di controllare lei.”

 

Un paio di giorni fa GQ ha pubblicato un articolo dal titolo Storia di un uomo violento: «Ho sbagliato, ma oggi sono un uomo nuovo».

Si tratta di una lunga intervista ad un uomo che sta affrontando un percorso con il Centro Aiuto Uomini Maltrattanti allo scopo di trascorrere più tempo con la figlia, dopo una denuncia – si presume – per maltrattamenti.

L’uomo ci racconta di aver imparato tante cose dal programma che sta seguendo, ad esempio che

la violenza si manifesta sempre a partire da alcuni punti fissi: stress, problemi economici, problemi sociali, sentirsi non compresi.

oppure che i suoi problemi erano il “troppo amore”

Il mio amore verso di lei era esagerato

e, naturalmente, il pessimo carattere della sua compagna.

Nel corso della loro convivenza, infatti, quella dispotica donna si è rivelata incapace di comprendere le sue esigenze al punto da arrivare colpevolizzarlo per il semplice fatto che, da bravo breadwinner, dedicava troppo tempo al lavoro

Non riuscivo a trovare quel tempo da poter dedicare alla bimba, non potevo rinunciare al lavoro perché era l’unico stipendio in casa e lei non lo capiva),

per non parlare del fatto che pretendeva di comandarlo a bacchetta:

Se mi svegliavo alle 5.40 di mattina per andare a lavorare era per entrambi. Per le spese, per i viaggi, potevo e avevo la capacità di poterlo fare, la mia responsabilità in quel caso, tutta la mia vita, era rivolta solo ed esclusivamente al nostro rapporto. Dai miei genitori andavo una volta al mese, avevo chiuso i rapporti con tutti, mi stavo isolando. Facevo quello che voleva lei, perché pensavo fosse il bene della famiglia, ma in realtà mi demoralizzavo, mi facevo male e senza accorgermene facevo del male anche a lei».

Ma soprattutto ha imparato a gestire i suoi momenti di crisi: se prima

andavo in blackout, nonostante sia una persona pacata. Non riuscivo a metabolizzare e a calmarmi interiormente e poi agivo violenza.

adesso è in grado di approcciarsi alle discussioni in modo più pacato:

Prima reagivo con impeto. Ho capito che posso fermarmi, cercare un dialogo.

Insomma, se confrontiamo le conclusioni a cui è giunto questo “uomo nuovo” con la citazione con cui ho paerto questo post, esse somigliano molto alle convinzioni di partenza che Lundy Bancroft, nel suo approccio agli uomini maltrattanti, si propone di smontare.

Convinzioni che somigliano anche pericolosamente alle versioni dei femminicidi che siamo abituati a leggere sulla stampa mainstream, sempre pronta a descrivere le vittime come responsabili della violenza che subiscono.

C’è un passo dell’intervista, ad esempio, che sembra copiato pari pari dalle recenti dichiarazioni della madre di un femminicida; mettiamole a confronto:

Giuseppe tornava dal lavoro e doveva pulire, cucinare, lavarsi, aiutare il bambino nei compiti. Doveva fare tutto lui. In questo periodo di emergenza Covid era stanco per i turni e le aveva chiesto di aiutarlo.

Racconta il nostro “uomo nuovo”:

Di solito lei alle 21 andava a letto con la bambina e io dovevo fare tutto: rimettere a posto la cucina, pulire il bagno, caricare la lavatrice, dopo una giornata di lavoro. Poi quando andavo a letto, lei mi diceva: “Vai sul divano”. Non era vita.

Noi sappiamo che la versione della madre di Giuseppe Forciniti, una storia nella quale il femminicida di Roveredo è un ragazzo meraviglioso portato all’esasperazione da una stronza, stride parecchio con l’altra versione della storia, portata alla luce dal padre della vittima, massacrata con venti coltellate:

Questa estate mia figlia aveva visto il cellulare di Giuseppe, lo aveva controllato e aveva trovato l’evidenza di almeno una relazione con un’altra donna; ce n’era anche una seconda, ne sono certo”. Aurelia ha lasciato la casa a Roveredo ed è venuta coi bambini da noi. È stato un momento bruttissimo, poi è tornata da lui, per non far del male ai mie nipoti.

Non c’è neanche un momento, nell’intervista pubblicata da GQ, in cui il cosiddetto “uomo nuovo” dimostra di aver provato a prendere in considerazione se non i sentimenti, almeno le ragioni della compagna maltrattata, non c’è una frase che denoti un briciolo di empatia per la donna alla quale ha causato tanta sofferenza, perché l’aspetto che più gli preme di sottolineare è che lui soffriva e che il dolore di lei era solo la necessaria conseguenza del suo soffrire:

mi facevo male e senza accorgermene facevo del male anche a lei.

Insomma di assunzione di responsabilità, in questa intervista, non ce n’è neanche l’ombra. Come non c’è neanche un accenno alla questione di genere: se la violenza scoppia a causa di stress, problemi economici o il sentirsi incompresi, dovremmo desumere che questi problemi colpiscono quasi esclusivamente gli uomini? Le donne non avvertono il peso delle difficoltà economiche, non patiscono alcun tipo di stress, non si sentono mai incomprese?

Penso di non aver mai letto peggiore pubblicità ai CAM in tutta la mia vita.

Se il percorso in un centro è funzionale a rafforzare nella mente dei maltrattanti e nell’opinione pubblica la storiella degli uomini che perdono il controllo e agiscono con violenza in preda a raptus incontrollabili (raptus incontrollabili che curiosamente avvengono solo in assenza di testimoni), più che utili a combattere il fenomeno della violenza contro le donne a me appaiono controproducenti.

Ai posteri l’ardua sentenza.

 

Per approfondire:

La fabbricazione dell’uomo abusante

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25 novembre 2020

Su 42.143 post e tweet analizzati, più di 1 su 10 (il 14%) è offensivo, discriminatorio o hate speech. Il tema “donne e diritti” continua a essere marginale, presente solo nell’1% dei commenti analizzati. Nonostante questo, circa 2 commenti su 3 hanno un’accezione negativa, mentre più del 29% è offensivo, discriminatorio o considerato hate speech. Inoltre, quando si parla di questo tema, i commenti offensivi, discriminatori o di odio, hanno nella maggior parte dei casi proprio le donne come bersaglio (23,2%, di cui 2,3% hate speech).

E questo non può essere un caso: le donne, infatti, in una società di stampo patriarcale come la nostra, non vengono offese solo per le proprie idee o per le proprie parole, ma spesso solo per il fatto di essere donne. Con la scusa, misogina e maschilista, secondo la quale le donne che pensano o che esprimono la propria opinione, sono spesso etichettate come “rompicoglioni” o problematiche.

fonte

Pubblico questi screenshot di mail ricevute di recente, cosa che normalmente non farei.

Non lo faccio quasi mai, perché se lo facessi dovrei affrontare il tema “vittimismo” e la differenza che intercorre fra il crogiolarsi nell’illusione di essere vittime di ingiustizia allo scopo di non affrontare le proprie incapacità e fallimenti e il giustificato sconforto che simili gratuiti e immotivati gesti di aggressività procurano a chi li subisce.

Oggi, però, forse perché sono molto, molto stanca, mi lascio trasportare dall’impulso di condividere questo peso con chi mi segue con affetto (alcuni di voi sono tanto affettuosi, grazie!).

L’intento non è scatenare una fatwa contro chi si diletta nell’hate speech: c’è abbastanza odio nel web, non aggiungiamone altro.

Lo faccio solo perché oggi mi sembra il giorno giusto per ricordare a me stessa e ai miei lettori perché certe tematiche ci appassionano, perché abbiamo bisogno di leggere, studiare, scrivere, confrontarci, comunicare, perché questo spazio esiste e perché, nonostante la stanchezza, torno sempre qui.

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Il problema non è la sessualità delle donne, ma quella degli uomini

Per tutti questi secoli le donne hano avuto la funzione di specchi, dal potere magico e delizioso di riflettere raddoppiata la figura dell’uomo.

Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé

fonte

Sta facendo molto discutere la vicenda giudiziaria che vede coinvolta una maestra e la sua dirigente.

Mentre il nostro sistema giudiziario ha perseguito e persegue i comportamenti che il nostro ordinamento giudica dannosi nei confronti dell’individuo e della società nel suo complesso – ovvero la diffusione di  immagini o video di organi sessuali o a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate (articolo 612 ter del codice penale) – la stampa sta offrendo grande spazio alle giustificazioni dei responsabili: se mandi filmati osé devi mettere in conto il rischio che qualcuno li divulghi, ha dichiarato a La Stampa uno dei “qualcuno” che li ha divulgati, definendo il reato di revenge porn “una goliardata da uomo“.

La risposta delle persone di buon senso a simili giustificazioni è che non c’è nulla di riprovevole in una persona adulta che, nell’intimità di una relazione, esprime il suo desiderio sessuale anche attraverso la produzione di immagini erotiche, destinate a risvegliare il desiderio di chi è a sua volta desiderato.

Ciò di cui vorrei parlare io, invece è il tradimento di colui al quale quelle immagini erano state affidate, che, invece di rispettare il voto di fiducia che è alla base di ogni relazione umana – sentimentale, commerciale o professionale che sia – ha deciso di diffonderle, ma soprattutto dello scopo che ha reso necessario quel tradimento, ovvero vivere uno di quei momenti in cui gli uomini costruiscono la loro identità condivisa di maschi a partire dalla deumanizzazione della donna.

Preferisco concentrarmi su questo aspetto non perché non ritenga importante difendere il diritto delle donne a fare sesso quando, come e con chiunque abbiano voglia di farlo (posto che non decidano di farlo proprio mentre badano alla classe di treenni di cui sono le maestre, l’unica circostanza che ci costringerebbe ad assumere anche il punto di vista del genitore preoccupato dello sviluppo psicosessuale della prole), ma perché credo che una delle più grandi minacce ai diritti sessuali delle donne (nonché all’opportunità di costruire una società equa e giusta, nella quale nessuna venga più discriminata in quanto donna) si collochi proprio lì, in quei conciliaboli fra uomini di cui discuteva con grande indulgenza un articolo di Vice agli albori del dibattito pubblico sul revenge porn in Italia: conciliaboli dei quali la stragrande maggioranza della gente è in grado di riconoscere l’orrore (lo ammetteva nel suo articolo lo stesso Niccolò Carradori) e ciononostante continua a liquidare come condizione imprescindibile alla socializzazione del maschio.

Non per nulla il termine che spesso si usa in questi casi è goliardia, un’espressione che evoca lo spirito di comunione nel divertimento che accomuna quei giovani universitari desiderosi di sentirsi parte integrante di un gruppo nel momento in cui sono lontani da casa e si apprestano ad affrontare i primi scampoli della loro vita da adulti.

Diventare un membro della comunità dei maschi, contribuire alla costruzione di un’identità collettiva fondata sul comune disprezzo per tutte le donne: questi sono gli obiettivi di tutti coloro che si sono scambiati quelle immagini, immagini che non sono esecrabili – come si raccontano le loro compagne per distogliere lo sguardo da quell’orrore – perché il soggetto rappresentato ha deciso autonomamente di immortalarsi nell’atto di godere del proprio desiderio sessuale (se c’è una cosa che ci hanno insegnato i gruppi dedicati a questi commerci – gli amanti della phica, ad esempio – è che persino la foto di una mamma rubata mentre è sotto la doccia o lo scatto di una sconosciuta che prova un paio di scarpe in un negozio possono diventare merce di scambio), ma semplicemente perché il soggetto rappresentato è una donna.

Vorrei che il discorso si spostasse da cosa le donne sono legittimate a fare per arrivare ad un orgasmo a cosa gli uomini devono smettere di fare, ovvero convincersi l’un l’altro a edificare la propria virilità sul vilipendio del genere femminile.

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Di slogan e fallimenti

Un mio lettore mi ha consigliato di dare un’occhiata all’account Instagram de La Repubblica e in particolare a questi due post:

5 giorni fa, il quotidiano la Repubblica ha postato l’immagine rosa, corredata dal testo:

Il femminicidio non ha a che fare con il genere della vittima – certo che vengono uccisi anche gli uomini – ma con il movente di un omicidio: le donne vengono uccise in quanto donne, e nello specifico in quanto donne libere. Libere di amare chi vogliono, libere di uscire con chi vogliono, libere di vestirsi come vogliono. Libere.

La reazione dei lettori – per lo più infuriati – ha convinto la redazione a rettificare con l’immagine in giallo, implicitamente scusandosi per l’indebita generalizzazione: non tutti gli uomini (#NotAllMen) uccidono, solo alcuni lo fanno. All’immagine ha aggiunto un testo più articolato del precedente:

La parità di genere è un obiettivo ancora non raggiunto. La storica discriminazione nei confronti delle donne ci impone una maggiore attenzione nei confronti di fenomeni come il femminicidio, in cui la vittima è colpevolizzata in quanto donna. Questo non significa che tutti gli uomini siano assassini, ovviamente. Ma non possiamo nemmeno trascurare la matrice patriarcale di questa specifica categoria di omicidi. Lo specifichiamo per i lettori che ce lo hanno chiesto.

Nei primi sei mesi del 2020 in Italia è calato il numero degli omicidi, ma è aumentato quello dei femminicidi. Un report rilasciato dal Servizio analisi criminale interforze del Ministero dell’Interno mette in luce come la violenza di genere sia aumentata durante il periodo di lockdown dovuto alla pandemia. Sono state 59 le donne uccise nel primo semestre del 2020 e, se nel 2019 costituivano il 35% degli omicidi totali, quest’anno l’incidenza si attesta al 45%.

Ma dove avvengono questi omicidi? Restringendo ancora l’analisi si capisce chiaramente e senza possibilità di sbagliare che il 77% degli omicidi sono avvenuti in ambito familiare ed affettivo ed hanno riguardato persone di sesso femminile. Su 69 omicidi avvenuti in famiglia, 53 sono state le vittime di sesso femminile.

Prendiamo a prestito un’immagine dell’illustratrice Anarkikka per partire dal primo errore di Repubblica (che, al confronto con Anarkikka, di femminismo ne mastica poco o niente):

Qual è la differenza fra lo slogan di Anakikka e quello di Anarkikka?

Anarkikka critica in modo chiaro ed inequivocabile una pessima e consolidata abitudine del giornalista medio, che quando si tratta di descrivere un femminicidio tende a spostare l’attenzione dal perpetratore. Ad esempio:

Il 6 marzo 2015 Yuri Nardi ha ucciso a Città di Castello Laura Arcaleni. Per il giornalista de La Nazione, però, non è stato Yuri Nardi, bensì “la gelosia” a sparare a Laura con un fucile a pompa.

Secondo chi si assume l’onere di narrare la violenza sulle donne, queste vengono uccise dai raptus, dalla gelosia, dall’amore criminale, e molto più raramente dagli uomini che materialmente le strangolano, le finiscono a colpi di arma da fuoco o le colpiscono a morte coi più svariati corpi contundenti. Questa particolare grammatica del femminicidio, che occulta l’agente, ottiene il duplice risultato di deresponsabilizzarlo almeno parzialmente agli occhi del pubblico (e ai suoi stessi occhi, ovviamente) e di assimilare gli assassinii delle donne alla dipartita delle vittime di tragedie ineluttabili: cosa possiamo fare contro “la gelosia”? Come contrastare “l’amore malato”? Si può prevedere il “raptus di follia“?

Siamo impotenti di fronte all’evanescenza di simili concetti astratti e la violenza contro le donne, invece che l’espressione di valori e atteggiamenti che possono cambiare, viene percepita come un fenomeno inevitabile, come la morte o le tasse (cit. da E. Buchwald, P. Fletcher, M. Roth, “Transforming a Rape Culture“).

Tutto questo Repubblica non lo sa, motivo per cui la sua iniziativa a supporto della lotta alla violenza contro le donne è riuscita soltanto a scatenare le orde di quelli che di fronte al termine femminicidio replicano “la violenza non ha genere”:

A questo punto Repubblica aveva l’opportunità di rimediare all’errore commesso, prendere coscienza del reale significato dello slogan femminista malamente riportato e parlare di quel contesto – la narrazione che del femminicidio offrono i media – che lo ha reso tanto popolare tra chi si occupa a tempo pieno della tematica.

E invece no.

Invece ci ritroviamo la vignetta gialla, che ha il medesimo effetto esilarante di quella che vi propongo qui:

A ridosso del 25 novembre.

Come se non bastasse la pandemia a precipitarci nella depressione più nera.

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Gender Reveal

Sta facendo scalpore, in questi giorni, la notizia di un’intervista a Emily Ratajkowski nella quale, secondo fanpage.it, la modella avrebbe dichiarato a proposito della sua gravidanza che

non rivelerà il sesso di suo figlio, perché sarà lui a deciderlo liberamente quando sarà maggiorenne e avrà consapevolezza di chi è davvero.

Grazie ad un amico che mi ha fornito prontamente il link, sono risalita all’articolo originale pubblicato da Vogue e ho scoperto che – come sovente accade, purtroppo – quanto riportato in italiano non corrisponde affatto alle dichiarazioni di Ratajkowski, ma somiglia piuttosto ad uno squallido tentativo di alzare i toni del dibattito in corso fra chi ha un approccio queer alla questione degli stereotipi di genere e chi invece si definisce gender critical, un dibattito che non abbisogna di ulteriore benzina sul fuoco, ma al quale gioverebbe, invece, la lettura del testo intergrale.

L’articolo, infatti, è un’interessante riflessione a partire dalla gravidanza (potremmo dire “partendo da sé”) sulle aspettative di genere che gravano sulle creature ancora non nate.

Inizia così:

Quando io e mio marito informiamo gli amici che sono incinta, la loro prima domanda dopo “Congratulazioni” è quasi sempre “Sai cosa vuoi?” Ci piace rispondere che non sapremo il sesso fino a quando nostro figlio non avrà compiuto 18 anni e ce lo farà sapere. Tutti ridono. Ma c’è qualcosa di vero nella nostra risposta, tuttavia, che accenna a possibilità che sono molto più complesse di qualunque genitale con cui potrebbe nascere nostro figlio: la verità è che in realtà non abbiamo idea di chi – piuttosto che cosa – sta crescendo nella mia pancia. Chi sarà questa persona? Di che tipo di persona diventeremo i genitori? Come cambieranno le nostre vite e chi siamo? E’ un pensiero insieme meraviglioso e terrificante, che ci fa sentire impotenti e umili. Mi piace l’idea che imporrò a mio figlio il minor numero possibile di stereotipi di genere. Ma per quanto progressista possa sperare di essere, capisco il desiderio di conoscere il sesso del nostro feto; sembra la prima vera opportunità per intravedere chi potrebbe essere. Poiché il mio corpo cambia in modi bizzarri e insoliti, è confortante ottenere una qualsiasi informazione che possa rendere più reale ciò che sta arrivando.

Noterete che, restituendo la frase incriminata al suo contesto, essa diventa qualcosa di molto diverso da ciò che è stato recepito dai lettori italiani: si tratta solo di una battuta scherzosa, una boutade, non di un proposito.

Ratajkowski riconosce che il sesso del nascituro è una delle poche informazioni certe che si possono ottenere fintanto che rimane all’interno del ventre materno: non è un granché, come informazione, ma se non altro è qualcosa in grado di rendere più concreta l’idea che quella protuberanza che si va gonfiando è prodromica all’arrivo di un essere umano che avrà un ruolo determinante nelle vite di chi lo accoglierà.

Ma – e per questo ha deciso di rispondere agli amici e parenti con la battuta riportata dalla stampa italiana – riconosce anche che quell’informazione ne porta con sé tante altre che poco o nulla hanno a che fare con la biologia del corpo umano e tutto con una cultura di stampo patriarcale che influenzerà pesantemente la vita della figlia o del figlio che verrà, e questo a prescindere dall’educazione che i genitori sceglieranno di impartire.

I ragazzi sviluppano più lentamente. Sono più faticosi delle ragazze da piccole, ma amano così tanto le loro mamme! Le ragazze maturano più velocemente ma sono così sensibili! – sono alcune delle frasi che la mamma in attesa si sente dire da amici desiderosi di prepararla a ciò che sta per accadere. Hanno qualche fondamento di verità? E’ vero che possedere due cromosomi XX comporta ipersensibilità? O che avere un pene influenza il grado di affezione verso la propria madre?

No. Non c’è niente di biologico in quasi tutto quello che siamo soliti raccontare su bambini e bambine. Partorire una bambina invece che un maschietto non offre alcuna assicurazione che i suoi primi anni di vita saranno meno faticosi per i neogenitori, ma – e questo è il lato più negativo degli stereotipi di genere – se credessi davvero che una neonata dovrebbe starsene nella culla buona buona perché sono i maschi quelli faticosi, nel caso in cui mia figlia dovesse indulgere nel pianto potrei finire col convincermi  ha qualcosa che non va, che è malata o in qualche modo sbagliata o che sono io quella sbagliata; quest’idea potrebbe provocarmi un’ansia tale da rendermi difficile l’applicare quei piccoli trucchetti atti a calmare un bimbo che piange, gettando entrambe in una spirale di frustrazione e sofferenza.

A volte gli stereotipi di genere possono trasformare la vita delle persone in un vero e proprio inferno ed è per questo che l’inventrice dei “gender reveal party”, Jenna Myers Karvunidis, si dichiaraoggi pentita di aver dato il via ad un’usanza che li rafforza e li esaspera.

Quando nasce un bambino ricevi tutte le informazioni in una volta: il sesso, il colore dei suoi capelli, a chi assomiglia, quanto è lungo, quanto in fretta batte il suo cuore. Il gender reveal isola un aspetto di questa persona. Quando quell’aspetto viene elevato a fulcro della tua identità, diventa problematico. – ha dichiarato in un articolo pubblicato da The Guardian nel 2019, nel quale racconta anche di quanto l’abbia preoccupata e intristita la reazione di una delle sue figlie nel ricevere in regalo una scatola di mattoncini Lego: la bimba, che aveva tre anni, scoppiò in lacrime perché non voleva “un regalo da maschio” con la scatola di colore blu.

Come si evince da questo video che ho trovato in rete, se la festa organizzata per rivelare il sesso del bambino o della bambina è un’occasione per rendere familiari e amici emotivamente partecipi all’evento della nascita (un obiettivo lodevole se si concorda col vecchio adagio “per crescere un bambino di vuole un’intero villaggio”), è anche il prodotto di una società in cui i membri sono prima di ogni altra cosa consumatori: Quando entriamo nei negozi – spiega il papà – non sappiamo se andare in direzione maschio o in direzione femmina, e la mamma aggiunge: Da oggi lo sapremo e anche per Natale possiamo scatenarci con gli acquisti.

Consumo, dunque sono si intitola un celebre saggio di Zygmunt Bauman al quale vi rimando per approfondire questo particolare aspetto della questione, insieme all’articolo pubblicato da The Atlantic qualche anno fa nel quale si denunciava la sempre più massiccia genderizzazione dei prodotti per bambini.

Ci sono altri due punti su quali vorrei soffermarmi prima di concludere.

Il primo riguarda un passo nel quale Ratajkowski replica un po’ stizzita all’entusiasmo del padre della sua creatura:

A mio marito piace dire che “siamo incinti”. Gli dico che sebbene il sentimento sia dolce, non corrisponde del tutto al vero. Mi infastidisce il fatto che il DNA di tutta la sua famiglia sia dentro di me ma che il mio DNA non sia dentro di lui. “Sembra ingiusto”, dico, e ridiamo entrambi. È una specie di scherzo, ma proprio come l’osservazione che facciamo sul sesso di nostro figlio, c’è della verità dietro. La gravidanza è per natura un’esperienza solitaria; è qualcosa che una donna fa da sola, dentro il suo corpo, non importa quali siano le  circostanze. Nonostante abbia un partner amorevole e molte amiche pronte a condividere i dettagli più crudi delle loro gravidanze, alla fine sono da sola con il mio corpo in questa avventura. Non c’è nessuno che la senta con me: gli acuti dolori muscolari nel mio addome che si presentano all’improvviso mentre guardo un film o la pesantezza dolorosa dei miei seni che mi saluta ogni mattina. Mio marito non ha sintomi fisici della “nostra” gravidanza, un promemoria di quanto diverse possano essere l’esperienza di vita di una donna e quella di un uomo.

Il secondo è un riferimento di Jenna Myers Karvunidis ai diritti delle donne:

“Sono pro-choice”, dice. “Come altro potrei dichiararmi? Ho tre figlie.” Ai suoi occhi la moda del gender-reveal ha giovato a coloro che cercano di limitare l’autonomia delle donne. “Negli Stati Uniti, i nostri diritti riproduttivi vengono ridotti a nulla. Una palla di cellule di sei giorni può eclissare le decisioni in merito alla sua salute di una donna adulta. Non è un giocatore di football o una ballerina, è un feto, ma il fenomeno del gender-reveal aiuta le persone a dimenticarlo”.

Non sento il bisogno di aggiungere altro.

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