Male tears

Qualche giorno fa commentavamo su facebook la nomina di Marta Carbia alla presidenza della Corte Costizionale a partire da un articolo di Marta Capesciotti pubblicato sul sito inGenere.

La questione, che avevamo affrontato in passato anche in questo blog a partire proprio dai dati sulle donne giuriste, è interessante, perché – se tentenzialmente alla notizia di una donna che conquista per la prima volta una posizione preclusa al suo genere siamo pronte ad investire in fuochi d’artificio e bollicine per celebrare l’evento – una riflessione più approfondita smorza di molto gli iniziali entusiasmi.

E’ vero, e lo abbiamo toccato con mano, che l’improvvisa presenza di donne in un’istituzione non basta da sola a stravolgere un sistema valoriale, soprattutto se impone una gerarchia fra i generi da così tanto tempo che buona parte delle oppresse ha perso la capacità di riconoscere gli strumenti per mezzo dei quali è relegata sui gradini più bassi della scala sociale e condivide quegli stereotipi legati alla violenza o anche solo al ruolo sociale subalterno della donna come fossero immutabili leggi della natura che si possono soltanto constatare.

Ma, sebbene sia importante rimanere realiste e combattive, permettetemi di prendermi un momentino di pausa per godere di uno degli effetti positivi generati da eventi come la nomina di Marta Cartabia, perché – il più delle volte non sembra, lo so – sono una persona che, fra le altre cose, ama anche farsi una risata.

Ebbene, quando ho letto l’articolo che Camillo Langone ha scritto a proposito di Marta Cartabia, io non ho potuto fare a meno di ridere, perché la sua sofferenza è così sincera, così spontanea e senza filtri, che per un attimo ho desiderato acquistare una di quelle tazze che tanto fanno orrore a chi ritiene che non possa esistere un umorismo femminista.

Ma andiamo a leggere cosa scrive uno dei più noti misogini del nostro Belpaese.

Camillo Langone è così cristallino nel suo maschilismo che si fa fatica a credere che esista davvero e non sia piuttosto di uno di quei comici che esaspera uno o più aspetti deprecabili della società contemporanea per farne un personaggio che risulti così ridicolo da esporre al pubblico ludibrio tutto quello che – quando si presesenta con colori più tenui – siamo abituati a tollerare.

Chissà – fantastico a volte – forse Camillo Langone è davvero una Martina Dell’Ombra che la sera sveste i panni da Paul Elam de’ noantri e commenta con le sue amiche l’ultimo libro di Roxane Gay, covando nel suo cuore la speranza che le sue preghierine risveglino nelle donne contemporanee la rabbia necessaria a portare avanti la lotta contro il patriarcato con più determinazione.

Purtroppo – e lo dico perché di persone come Langone ne ho conosciute parecchie e di un altro che pubblica cose analoghe avevamo parlato qui – è più probabile che Langone sia proprio il Langone che leggiamo e nulla più.

Quindi, diciamoci la verità: l’idea dei vetri del simbolico soffitto che gli si conficcano nelle carni colmandolo di tristezza, non vi allarga il sorriso sul volto? Non vi viene voglia di riempire il bicchiere delle sue lacrime versate sulla copertina del Time e brindare con me?

Forse la nomina di Cartabia non merita i fuochi d’artificio e neanche lo spumante, ma magari una tazza celebrativa ce la possiamo comprare.

 

Per approfondire:

Il sorpasso

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#Familytoo

In una intervista sul sito della George Washington University (GW) dal titolo #FamiliesToo: Family Courts Discredit Women’s Abuse AllegationsJoan S. Meier, docente presso la GW e avvocata che ha difeso per anni adulti e bambini vittime di abusi presso la Corte suprema degli Stati Uniti e nei tribunali statali, parla di un recente studio al quale ha lavorato: Child Custody Outcomes in Cases Involving Parental Alienation and Abuse Allegations.

Il primo obiettivo di questo progetto – leggiamo nell’abstract – era accertare se l’evidenza empirica conferma l’ipotesi che l’alienazione genitoriale (definita una teoria pseudo-scientifica) è viziata da un pregiudizio di genere nella pratica e nei risultati. In secondo luogo, lo studio ha cercato di analizzare i risultati nelle controversie legali in materia di affido/maltrattamenti in base al genere e per diversi tipi di maltrattamento.

L’analisi di oltre 2000 pareri del tribunale ha confermato che i tribunali sono scettici nei confronti delle denunce di abuso presentate dalle madri contro i padri; questo scetticismo è maggiore quando le madri denunciano maltrattamenti sui minori. I risultati confermano che quando i padri rispondono alle accuse chiamando in causa l’alienazione genitoriale, aumenta (praticamente raddoppia) il rigetto da parte dei tribunali delle denunce materne e raddoppiano le decisioni di negare l’affido alle madri in favore dei padri denunciati.

Confrontando questi dati con le risposte dei tribunali quando sono i padri ad accusare le madri di maltrattamenti o violenza, si rileva una differenza di genere significativa.

Infine, i risultati indicano che laddove vengono nominati tutori legali o consulenti, i risultati sfavorevoli per le madri e le differenze di genere aumentano.

“Questa ricerca è maturata in anni di patrocinio, contenziosi, borse di studio e corsi di formazione giudiziaria che ho fatto insieme ai miei colleghi in tutto il paese. Abbiamo notato una tendenza preoccupante nei tribunali familiari della nazione: quando le madri denunciano di aver subito violenza o che i loro figli hanno subito violenza da parte dei padri, le denunce non vengono prese sul serio” ha raccontato Meier nel corso dell’intervista, aggiungendo che “una ricerca sui bambini che sono stati assassinati da un genitore separato o divorziatom ha identificato quasi 100 bambini che i tribunali della famiglia si erano  rifiutati di proteggere dopo che il genitore protettivo aveva denunciato la pericolosità dell’ex partner.”

“I precedenti studi sulla custodia e la violenza domestica indicavano già che i tribunali statali esaminati non tenevano sempre conto della violenza domestica in modo sufficiente o non ne tenevano conto affatto nel prendere decisioni sull’affido e il diritto di visita. In altre parole, la ricerca esistente aveva confermato l’esistenza di un problema senza riuscire ad attirare l’attenzione nazionale né avere un concreto impatto sulle pratiche giudiziarie o sui responsabili politici”; questo è il motivo per cui Maier ritiene che fossero necessari dati empirici, oggettivi, in grado di rendere visibili gli effetti della teoria dell’alienazione genitoriale su donne e bambini.

“I giudici non sono adeguatamente formati sulla violenza domestica e sono ancora meno formati sulle violenze e l’abuso sessuale di minori – ha dichiarato Meier – Inoltre, i consulenti nominati dai tribunali , così come molti giudici, tendono ad affidarsi all’alienazione genitoriale e sono molto scettici nei confronti delle denunce di abuso quando sono mosse dalle donne.”

Meier spiega anche perché ha deciso di chiamare il suo lavoro #Familytoo, sulla scia del movimento #Metto: se il #Metoo ha portato alla ribalta le enormi difficoltà che affrontano le vittime di violenza sessuale in ambito lavorativo, difficoltà dovute al fatto che le loro denunce vengono respinte, banalizzate e demonizzate, #Familytoo si propone di evidenziare come la mancanza di credibilità che lamentano le donne nel corso delle controversie legali per l’affido dei loro figli è un fenomeno analogo ed egualmente diffuso, del quale il grande pubblico ancora ignora la portata e le drammatiche conseguenze.

Solo la consapevolezza e la preoccupazione del pubblico – conclude Meier – ha il potere di cambiare i cuori e le menti di coloro che hanno il potere di proteggere i bambini.

 

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Accadde il 25 novembre

Il 25 novembre, per ricordarci tutte le ragioni per cui è importante celebrare la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne, il programma televisivo La Prova del cuoco ha mandato in onda l’esempio perfetto di ciò che si intende per famiglia di stampo patriarcale: una concorrente poco più che trentenne, interpellata sulla sua vita privata dalla conduttrice, ha colto l’occasione per ringraziare pubblicamente il suo novello sposo, poiché egli, mostrando estrema magnanimità e tenendo a bada un’indole “gelosina”, le aveva concesso di prendere parte al programma televisivo tutta da sola.

A quelli che si stanno ancora chiedendo se l’evento sia stato causato da un warmhole che ha fatto precipitare fra noi da una donna appartenente ad un lontano passato, vorrei rispondere che stupirsi della naturalezza con cui è stato pronunciato l’omaggio al marito-padrone è insensato tanto quanto lo è dichiararsi scioccati dall’ennesimo sondaggio ISTAT che conferma la significativa percentuale di italiani che indulgono nella colpevolizzazione della vittima.

Invece di far finta di cadere dal pero ogni volta, ammettete piuttosto che non ve ne importa un piffero, perché sono anni che sento ripetere la frase il problema della violenza sulle donne è strutturale“, al punto che ormai all’idea di spiegarvela di nuovo mi viene la nausea.

Per ulteriori delucidazioni sulla questione, potete rivolgervi alla giunta del comune di Forlì.

Sempre il 25 novembre, il consigliere leghista Umberto La Morgia, in rappresentanza di tutti gli italici Men’s Rights, Fathers’ Rights, Incel e compagnia briscola, ci ha ricordato in modo sintetico a particolarmente efficace gli argomenti di chi la Giornata contro la violenza sulle donne proprio non riesce a digerirla:

  • la confusione fra pari opportunità e pari probabilità di venire ucciso dal/dalla proprio/a partner/ex/collega/amante ecc.
  • l’alienazione genitoriale
  • le migliaia e migliaia di false accuse mosse dalle donne che sono il 90% delle accuse, no scusate, me l’ha detto qualcuno ed era un uomo quindi perché non credergli sulla parola? Mi sono sbagliato, sono stato frainteso, non ero io, quel giorno non c’ero, abbasso le ideologie e viva il Codice Rosso.

 

Ancora il 25 novembre, la ditta di pompe funebri Taffo che tutto il web (compresa me) adora(va) incondizionatamente per le campagne caratterizzate da uno straordinario black humor (ho amato e cantato la loro hit dell’estate), ha deciso di intervenire sul tema violenza sulle donne con un’immagine potente: sotto la scritta “Ci sono due tipi di donne”,  l’immagine di una bara affiancata ad un’altra scritta, “quelle che denunciano”.

Così, in barba a Marianna Manduca, uccisa dopo ben 12 denunce, e a tutte quelle donne che come lei debbono combattere non solo contro la violenza dei singoli maltrattanti, ma anche contro l’inerzia di un’intera società che – grazie alle teorie prima esposte e poi ritrattate da La Morgia – di fronte alle loro richieste d’aiuto fa troppo spesso orecchie da mercante, Taffo per una volta rinuncia a puntare sull’originalità per accodarsi alla più rassicurante delle narrazioni sul femminicidio, perdendo un po’ della stima di quella fetta di pubblico (me compresa) che aveva apprezzato il suo coraggio di osare.

Peccato.

Questo non è che un assaggio dell’impegno che ogni anno il popolo italiano ci mette per ricordarci quanto è importante che ognuna di noi continui a lottare.

Sentitevi libere di contribuire e allungare la lista di tutti gli “inspirational moments” del 25 novembre, quelli che rafforzano in ogni femminista la consapevolezza che

 

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Non è tanto dell’aiuto degli Amici che noi abbiamo bisogno

“Essere bigotti non è una novità. – ha dichiarato – Se non viene capita una canzone il problema è il loro, probabilmente siamo solo di generazioni diverse. Quando fai tante cose belle, le persone se le dimenticano. Quando arrivi a fare una sola cosa, magari apparentemente sbagliata, le persone se la ricordano a vita. Funziona così”.

Skioffi, da Il Fatto Quotidiano, 23/11/2019

“Siete ‘na massa di mongoloidi, porca troia. Femministe care, siete una massa di idiote, una massa di imbecilli. Di handicappate (unico termine per il quale si è scusato alla fine dello sfogo delirante). Vi piscio in testa. Dovete scopare di più, andate a lavorare e scopate di più. Fatevi una vita, scopate e badate ai vostri figli. Teste di cazzo! Coglione! Siete malate di mente. Se questa storia va avanti vi faccio passare i guai, vi tappo la bocca.”

Sempre Skioffi, da Lettera Donna, 29/10/2018

A un anno dalla querelle che ha fatto conoscere al grande pubblico il lavoro del giovane talento di Casalvieri Giorgo Iacobelli, meglio noto come Skioffi (alla quale aveva preso parte anche questo blog), il pezzo incriminato “Yolandi” torna alla ribalta grazie al talent show Amici di Maria De Filippi, che offre al cantautore l’opportunità di voltare pagina e abbandonare per sempre la vecchia immagine di rapper incline al turpiloquio.

Una parte del pubblico, però, non ci sta:

A dispetto di quello che potreste pensare – visto che in passato mi sono espressa in modo critico rispetto alle canzoni di Skioffi e dell’atteggiamento di molti giovani cantanti nei confronti delle rimostranze delle colleghe e di quella parte del pubblico femminile sensibile alla tematica della violenza contro le donne – concordo con chi dice che l’ammissione di Skioffi dovrebbe prendere in considerazione l’attuale posizione dell’autore prima che la sua passata produzione.

Peccato che il “nuovo” Skioffi sia poco diverso dal vecchio, visto che, anche se non ci propone più “Yolandi” né chiama più teste di cazzo chi non ha apprezzato il brano, continua a propinarci la medesima difesa di allora: chi ha criticato Yolandi non ne ha compreso il senso.

“Volevo far apparire altro rispetto a quello che si dice, fare una cosa contro la violenza. Comunque sia, è tranquillamente fraintendibile. L’ho spiegato per tre anni, ma nessuno l’ha capito” ha infatti dichiarato, concedendo a chi insiste nel condannare il suo testo l’attenuante della facile “fraintendibilità”.

In altri termini, il radicale cambiamento di Skioffi sta nel fatto che nel corso di questo ultimo anno è diventato più comprensivo: non azzanna più quelle sfigate che hanno sfogato la loro frustrazione sessuale contestando il suo lavoro, perché ha raggiunto la consapevolezza che il problema sta nel fatto che non riescono a capirlo, nonostante la buona volontà che ci ha messo lui per spiegarlo, e che non lo capiranno mai.

D’altra parte, è un brutto vizio di noi idiote femministe, quello di non voler capire quando gli uomini ci spiegano le cose.

Prima di lasciare che la polemica finisca nel dimenticatoio, vorrei però chiarire – di nuovo – un paio di cosette rispetto alla versione di Skioffi e dei suoi fan:

Più volte Skioffi ha rimarcato che la sia intenzione era produrre qualcosa di strano e folle (Mi piace scrivere cose strane, raccontare storie folli. L’ho sempre fatto. Quella volta l’ho fatto e ho esagerato un po’ troppo. Non sono un maschilista…), e a nulla sono valsi i tentativi di molti amanti della musica di convincerlo con tanto di elenchi esaustivi di autori e liriche che il suo testo non ci scandalizza perché è “diverso” dai testi che siamo soliti ascoltare, ma ci ha esasperate perché più di ogni altra cosa vorremmo sentire dai giovani talenti qualcosa di veramente, radicalmente nuovo sul tema della violenza contro le donne.

A chi, per contro, si appella agli esempi del passato per giustificare l’esistenza dei pezzi di Skioffi, vorrei dire che evidentemente la sensibilità di un certo pubblico femminile sta cambiando e l’incapacità di troppo artisti uomini di recepire i contenuti sul tema prodotti dalle donne in anni e anni di lotte, di proclami, di campagne, di manifestazioni, di libri, di cortei e di convegni, la loro pervicacia nel riproporci l’ennesima storiella del delitto compiuto dall’innamorato in un raptus di follia, assomiglia tanto alla supponenza.

E’ vero, il pezzo di Skioffi si colloca sulla scia di un ricchissimo filone narrativo, che vanta pregevoli interpreti, ma che comunque ci ha stufato; continuare a ripeterci che siamo insofferenti perché “non capiamo”, ci convince sempre di più che dietro tanta ostinazione non c’è altro che la maschilista convinzione di saperne comunque di più, su ogni argomento, violenza sulle donne compresa, in quanto maschi.

Concludendo: Skioffi è stato ammesso ad Amici, e mi dispiace che questo non si sia tradotto nell’occasione, per questo giovane cantautore, di capire che nessuna delle persone che ha reagito con veemenza di fronte alla sua produzione del passato lo ha fatto perché lo giudica un criminale, uno psicopatico, un violento, un soggetto pericoloso e/o disturbato; piuttosto, chi si è indispettito lo ha fatto perché ha riconosciuto in lui il normale, normalissimo uomo medio italiano, quello fermo nella convinzione di essere perfettamente in grado di fare una cosa contro la violenza senza alcuna preparazione a riguardo.

Gli uomini pensano di sapere cose che le donne non sanno e, senza farsi domande, iniziano a spiegarle; sembra impossibile abbattere quel muro di tracotanza che impedisce ad alcuni di loro di arrendersi all’idea che è possibile se non molto probabile che non sappiano di cosa stanno parlando. La mia impressione è che Skioffi sia ancora trincerato dietro quel muro.

Per fortuna, questa querelle ha mostrato anche qualcos’altro: sempre più giovani donne si dimostrano fermamente decise a cambiare lo stato delle cose.

 

Per approfondire:

La dimostrazione che i fan di Skioffi sono violenti come suoi testi

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Alienazione genitoriale: un’interrogazione parlamentare

Fonte

Premesso che:

già nel 2012, rispondendo all’interpellanza urgente 2/01706, presentata alla Camera dei deputati sul riconoscimento scientifico della Sindrome di alienazione genitoriale (PAS), il Ministro della salute pro tempore, tramite il Sottosegretario professor Cardinale, dichiarò che “sebbene la PAS sia stata denominata arbitrariamente dai suoi proponenti con il termine « disturbo », in linea con la comunità scientifica internazionale, l’Istituto superiore di sanità non ritiene che tale costrutto abbia né sufficiente sostegno empirico da dati di ricerca, né rilevanza clinica, tali da poter essere considerata una patologia e, dunque, essere inclusa tra i disturbi mentali nei manuali diagnostici”;

da quella data, nonostante altri numerosi tentativi in ambito forense per il riconoscimento scientifico di tale costrutto, nulla di rilevante è mutato e ad oggi la PAS come disturbo continua a sollevare pesanti dubbi nella comunità scientifica, venendo essa anche esclusa dalla nuova stesura del DSM-5, dove compare alla stregua di un problema relazionale, non assurto al livello di sindrome, né disturbo;

la Corte di Cassazione, intervenendo sul tema, ha più volte ritenuto la PAS priva di riconoscimento scientifico e ancora nel 2019, con sentenza n. 13274 della prima Sez. Civile depositata il 18 maggio 2019, ha riconosciuto che la PAS non è sufficiente di per sé sola, e cioè in mancanza di ulteriori e approfondite indagini, ad allontanare il figlio dal genitore;

nonostante dunque le pronunce a livello scientifico e giurisprudenziale, nei tribunali italiani continuano a verificarsi episodi, come testimoniato anche di recente dalle cronache di stampa, nei quali PAS o alienazione parentale o genitoriale sono utilizzate per giustificare il rifiuto del bambino a frequentare un padre dopo la separazione, come se il comportamento in questione fosse un disturbo da curare o su cui intervenire con apposito trattamento sanitario;

di conseguenza, questa diagnostica non può giustificare trattamenti sanitari, medici e/o psicologici che per altro devono far parte di una procedura sanitaria che, a partire dalla diagnosi appropriata di malattia, consiglia (e non impone) il trattamento più adeguato alla luce delle linee guida validate da organismi scientifici nazionali ed internazionali;

inoltre, le prassi diagnostico-terapeutiche vanno poi eseguite nei luoghi opportuni (ospedali, servizi territoriali o studi professionali accreditati e riconosciuti) rispettando, oltre che le procedure scientifiche, anche le norme dei codici deontologici, che prevedono la salvaguardia della libertà del paziente di accettare o meno la terapia proposta, come ricordato dalla sentenza n. 13506 del 2015 della Corte di cassazione;

di contro, alle procedure corrette in campo sanitario, nei casi di diagnosi di PAS/AP (ne è conferma quello di Laura Massaro salito alle cronache recenti) il consulente diagnostica (implicitamente come malattia) un disturbo relazionale inesistente, perché escluso da documenti normativi dell’OMS e nel DSM-5, indicando per di più il trattamento sanitario conseguente, dalle caratteristiche fortemente traumatiche, non approvato né sancito dalla comunità scientifica nella sua impostazione, nonché contrario alla deontologia professionale;

nella quasi maggioranza di questi casi, l’intervento proposto ed attuato dai tribunali è rappresentato da un trattamento sanitario imposto, forzoso, contro la volontà del minore, in presenza di un suo manifesto disagio, in assenza di altro valido consenso scritto, tale da farne un trattamento simil-volontario, ma soprattutto che si configura come un trattamento sanitario obbligatorio, non compreso nelle prerogative della magistratura ma disciplinato dagli articoli 33 e 35 della legge 23 dicembre 1978, n. 833;

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo ritenga utile predisporre una specifica forma di monitoraggio da parte dell’Autorità sanitaria affinché tale costrutto ascientifico (PAS o AP) non venga utilizzato dagli operatori sanitari, né dai consulenti forensi con la qualifica di medici e psicologi;

se intenda promuovere iniziative volte a monitorare l’applicazione di trattamenti sanitari giustificati, esplicitamente o meno, da PAS/AP, nonché a valutare quanto casi di questo genere confliggano con la corretta applicazione della legge n. 833 del 1978 sul trattamento sanitario obbligatorio;

se consideri opportuna l’istituzione presso il Ministero di una commissione ad hoc che si faccia carico, oltre che delle azioni indicate, anche di valutare sia gli esiti di provvedimenti basati su diagnosi e trattamenti sanitari inappropriati, sia l’impatto sulla salute dei bambini coinvolti nelle misure già attuate, valutando anche caso per caso, là dove ve ne sia necessità, tale impatto;

se intenda predisporre, in accordo con il Ministro della giustizia, misure che regolino la gestione dell’intervento sanitario in ambito forense.

Poco più di un mese fa, mi rammaricavo del fatto che il dibattito pubblico sugli affidi in Val d’Enza non si fosse ampliato fino a ricomprendere altri casi di allontanamenti di minori dal nucleo familiare, in particolare quelli che coinvolgono madri che hanno denunciato abusi e violenze da parte del padre-marito-compagno.

Oggi, invece, sono qui a rallegrarmi con voi del fatto che piano piano la questione sta venendo a galla: sempre più testate, sempre più giornalisti offrono a donne come Ginevra Amerighi o Laura Massaro la possibilità di raccontare la loro versione dei fatti, mentre sempre più donne si fanno avanti per rendere di dominio pubblico i loro travagli.

Le storie sono tutte simili.

Ad esempio in questo caso, una testimonianza raccolta di recente dall’Agenzia Dire, una donna può vedere i suoi figli una volta a settimana, e soltanto in modalità protetta; l’allontanamento sarebbe avvenuto a seguito di una perizia disposta in occasione della separazione dal marito, una perizia che parla ‘una triangolazione dei figli nel conflitto tra i genitori che puo’ indurre a un rischio di alienazione parentale; come in molte altre vicende analoghe, la donna parla di una separazione decisa dopo anni di violenza psicologica ed economica perpetrata ai suoi danni dal padre dei suoi figli, culminata in un episodio di violenza fisica tanto cruento dal convincere la donna ad interrompere la relazione.

Invece di accogliere l’ipotesi che il rifiuto dei ragazzi nei confronti della figura paterna fosse causato dalla violenza assistita, si è deciso di classificare la situazione come una “separazione conflittuale“, una descrizione la cui immediata conseguenza è stata definire la madre – verso la quale i bambini non manifestavano alcune ostilità – il soggetto maldisposto, astioso, avverso alla relazione dei figli col padre, e quindi pericoloso per un sano sviluppo della prole.

Di queste storie, ne abbiamo collezionate tante, ma davvero tante negli anni.

Abbiamo dibattuto a lungo, sull’opportunità di affidarsi in questi casi alla letteratura che parla di alienazione genitoriale, legami simbiotici, triangolazioni, alleanze genitori-figli e manipolazioni mentali.

A proposito di alienazione genitoriale ne abbiamo sentite di tutti i colori;

è stata inclusa nel DSM 5 o nell’ICD:

e poi non c’è alcuna ragione per cui dovrebbe esservi inclusa:

si concretizza nel comportamento lesivo di uno dei genitori, che pone in essere un vero e proprio attentato alla relazione dell’altro genitore con i figli:

e poi è un condizionamento psicologico che si verifica con il contributo di entrambi i genitori:

Tutte questioni sicuramente importanti, a proposito delle quali soltanto gli autori di tali contraddizioni potranno dare spiegazioni.

Ma più importante ancora, e meno sviscerata, è quella che riguarda la violenza contro le donne e gli abusi sui bambini, fra i quali è doveroso ricordare la violenza assistita, visto che spesso non è tenuta nella debita considerazione.

E’ questo il principale terreno di scontro fra chi in questi anni si è battutto affinché l’alienazione genitoriale non entrasse nel nostro ordinamento per mezzo delle proposte di riforma delle norme in materia di affido, e chi invece difende a spada tratta la necessità di potersi avvalere del costrutto, o almeno di una versioni proposte.

Come si evince facilmente dal confronto fra le affermazioni dello psicologo e psicoterapeuta Marco Pingitore in merito alla violenza perpetrata in ambito familiare e quanto narrato da Veronica, la donna di cui abbiamo raccontato per sommi capi le vicende giudiziarie facendo riferimento all’Agenzia Dire, fra le due posizioni c’è un abisso incolmabile.

Ci dice Veronica: “Non l’ho mai denunciato”. Ma non solo, a questo aggiunge: “ho accettato perfino in extremis un percorso di terapia di coppia che lui propose per evitare la separazione.”

Andiamo a leggere cosa scrive in proposito Pingitore:

Non si può parlare di alienazione di fronte ad abusi e maltrattamenti, ma quegli abusi e maltrattamenti debbono essere accertati.

E se non basta una denuncia, a farci considerare la possibilità che i maltrattamenti siano realmente accaduti, figuriamoci un caso come quello di Veronica, che la denuncia non si è neanche disturbata a presentarla.

Per persone come gli esperti di alienazione genitoriale, poi, che da anni ci raccontano di percentuali astronomiche di “false accuse” il pregiudizio nei confronti di una donna come Veronica potrebbe risultare determinante.

Leggete la bibliografia di questo articolo recente (19/09/2019) corredato dalla simpatica immagine di un naso da Pinocchio, che racconta:

Non sappiamo quale “letteratura recente” dimostri che tra l’85 e il 90% dei casi sono le madri ad avanzare un’accusa nei confronti dell’ex marito, accusa che in 2 casi su 10 circa si rivela falsa (falso positivo).

Nella bibliografia l’unico studio recente sul tema è del 2015 e si intitola “Fraintendimento, psicopatologia e false accuse: analisi di un caso”.

Un caso.

A questo punto dobbiamo citare una ricerca, sempre del 2015, dal titolo Between Scylla and Charybdis: A Literature Review of Sexual Abuse Allegations in Divorce Proceedings.

La letteratura sull’argomento è scarsa e per lo più obsoleta, ci dicono i ricercatori, al punto da non poter fornire risposta certa in merito alla questione degli abusi sui bambini, men che meno sulla dondatezza delle accuse mosse in corso di separazione; i dati a disposizione, tuttavia, suggeriscono che le accuse di violenza sui bambini sono molto rare nei casi di divorzio e solo una piccola percentuale delle accuse risulta infondata e/o mossa nella consapevolezza della loro falsità.

Per ciò che riguarda le accuse di violenza sulle donne, invece, ricordiamo quanto dichiarato da Keir Starmer in veste di quattordicesimo Director of Public Prosecutions (DPP), a capo del Crown Prosecution Service del Governo della Gran Bretagna, dopo 17 mesi di osservazione sui casi di stupro e violenza domestica in Inghilterra e Galles: su  5.651 casi di stupro e 111.891 casi di violenza domestica, le false accuse di stupro risultano essere 35, mentre sono solo 6 i casi di false accuse di violenza domestica e 3 i casi in cui le false accuse erano di stupro e violenza domestica insieme.

Forse è azzardato sostenere che dietro una difesa che si basa sul concetto di alienazione genitoriale si celano sempre abusi e violenze, ma di certo non è difficile immaginare che se chi è chiamato a valutare una “separazione conflittuale” si è formato su una “letteratura” che parla dell’85%-90% di false accuse mosse dalle donne, per gente come Veronica e i suoi figli, seppure raccontassero la verità, ci sarebbe poca speranza di ottenere un provvedimento che tenga in seria considerazione la loro versione dei fatti.

Ciò che occorre ribadire, a proposito dell’alienazione genitoriale e i suoi discepoli, è che, a monte delle disquisizioni sulla probabilità o meno che un bambino possa essere manipolato al punto da detestare un genitore amorevole, c’è una premessa sicuramente falsa: quella che racconta di una acclarata tendenza femminile ad imbastire storie di maltrattamenti e violenze del tutto infondate.

Qualunque concetto si voglia costruire a partire da questa pietra d’angolo, non può che essere un castello di ingannevoli certezze, sulla base del quale si rischia di compromettere l’incolumità, il benessere e la felicità di una moltitudine di donne e bambini.

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Ironia, black humor, sessismo, il gioco Squillo e le parole usate a mentula canis

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In occasione del primo maggio di quest’anno, il movimento No Tav ha distribuito il gioco  “per grandi e piccini” The Madamin’s Game, descritto dalla stampa come un’ironica forma di protesta. Alle carte delle “madamine” si TAV della Torino che conta e degli altri oppositori del movimento, il gioco contrappone la capretta della Valle di Susa, “supereroe della decrescita felice”.

The Madamin’s Game, ovviamente, non è un vero e proprio gioco da tavolo, bensì un tentativo di colpire gli avversari per mezzo della satira.

Perché ne parlo, vi starete chiedendo.

Perché in questi giorni – come avviene di tanto in tanto in concomitanza del Lucca Comics – si è riaperto l’annoso dibattito su Squillo, un gioco di carte vietato ai minori di 18 anni in cui i giocatori interpretano degli sfruttatori di prostitute (“papponi”) in lotta fra loro per ottenere il predominio sugli altri. Ogni giocatore-pappone dovrà sfruttare al massimo le sue carte-squillo per guadagnare il più possibile, ad esempio mandandole a battere, oppure uccidendole e vendendone gli organi (si incassa di più, ma non si può riutilizzare la carta) oppure usando le speciali carte-evento per danneggiare le carte-squillo altrui ( “il taglia gole”, per esempio, “consente di levare di torno una troia nemica”; la carta “inculata da un rottweiler” può “rendere malata la troia che colpisce. La vittima di questa carta si ritrova in punto di morte e, all’inizio del turno del pappone che la possiede, si può scegliere se curarla o lasciarla morire”).

In difesa di Squillo è sceso in campo un articolo di Esquire di Simone Alliva, che nel prendere di mira le dichiarazioni di Maria Elena Boschi (che su facebook ha dichiarato “Non c’è niente di divertente nella vita di una donna sfruttata e obbligata a vendere il proprio corpo. Non c’è niente di vincente in uomini che schiavizzano quelle donne e alimentano i traffici della criminalità organizzata”) sfodera tutto il repertorio del caso, risparmiandomi una rassegna stampa; si parla di ironia, sarcasmo, black humor, satira, cultura sessuofoba, la donna simulacro immacolato identificato con la maternità, e con un tono piuttosto seccato ci spiega:

Il caso scatenato da “Squillo” ha il pregio di fotografare una classe dirigente che invece di preoccuparsi seriamente dei problemi del paese, fa ricorso alla coercizione sessuale e al perbenismo spicciolo per distrarre, portarci lontani dai problemi. E ci riesce. È la politica dello sdegno, cioè una manifestazione di allarmismo priva di qualsiasi contenuto trasformativo. Se non capisci la battuta, figuriamoci la spiegazione.

Onde evitare di ritrovarmi il solito centinaio di commenti terrificati del tipo “aiuto la censura!”, non sono qui a richiedere il ritiro dal mercato del gioco Squillo.

Però ci tengo a manifestare pubblicamente tutto il mio sconcerto nei confronti di un’operazione commerciale che non riesco a catalogare né come satira né come umorismo nero, ma soprattutto mi piacerebbe che qualcuno mi spiegasse una volta per tutte la battuta o la provocazione, perché a me questo gioco rimane sullo stomaco come la maglietta con la svastica di Sid Vicious: più provano a spiegarmene il senso e meno mi risulta comprensibile.

Almeno del punk possiamo dire con certezza – perché a dirlo sono gli stessi che popolavano la scena musicale in quegli anni – che lo spirito che animava quelle provocazioni si poneva l’obiettivo di to piss off everybody and make people think: far girare i coglioni a tutti in modo da costringere la persone a pensare.

Invece in una recente intervista il creatore del gioco Immanuel Casto racconta che Squillo è nato come divertimento personale: “Ho un mio umorismo e Squillo era un prodotto pensato per giocare con gli amici. È stato il mio manager a suggerirmi di trasformarlo in un prodotto commerciale.” Un divertissement, insomma, non creato allo scopo di infastidire qualcuno, come Casto spiega più avanti: “Il gioco è nato appunto per gioco (…) Quando creo qualcosa non penso alle persone a cui darò fastidio, ma a quelle che farò sentire capite, anche solo facendogli fare una risata. A quelle persone che potranno dire: «Ecco, questo è il mio senso dell’umorismo».”

Pensando alla satira non mi verrebbe mai in mente di infilare fra i suoi scopi principali quello di far sentire capite le persone a cui si rivolge; concorderete con me che il gioco The Madamin’s Game non vuole consolare le caprette valsusine, piuttosto mira a sbeffeggiare Capitan Coniglio e questo è il motivo principale per cui citare la satira a proposito del gioco Squillo mi sembra del tutto fuori luogo.

Ma quali sono le persone che si divertono con Squillo e perché si sentono capite giocandoci?

[sono] Persone intelligenti che non ridono del tema, ma che sanno ridere dello stereotipo sul tema, spiega Casto.

Uno stereotipo è una credenza o a un insieme di credenze, non fondate su una conoscenza di tipo scientifico, in base alle quali vengono attribuite determinate caratteristiche a un gruppo di persone. Di stereotipi abbiamo parlato molto, in questo blog, ad esempio di quelli legati alle donne nella scienza; è a causa dell’incapacità di attribuire sufficiente rigore scientifico ad una ricercatrice solo perché donna (uno stereotipo) che l’esaminatore di una rivista consigliò tempo fa a due dottorande di trovare due biologi maschi con cui collaborare, paragonando la naturale inclinazione maschile per il lavoro di ricerca alla “naturale” capacità degli uomini di correre più velocemente delle donne (per la cronaca: il gap nella velocità della corsa sportiva pare si stia progressivamente riducendo).

Quale gruppo di persone e quale stereotipo sono in gioco in Squillo?

Abbiamo i giocatori-papponi e le prostitute-carte; a mio avviso, il fatto che nessun giocatore possa impersonare una prostituta, ma che le squillo siano solo meri strumenti sacrificabili in mano ai giocatori-papponi, suggerisce che uno dei temi fondanti del gioco sia la deumanizzazione del soggetto prostituito, che si fa letteralmente oggetto diventando carta da gioco.

Sarebbe questo lo stereotipo? Associare al pappone la reificazione delle donne che gestisce è un’indebita e arbitraria attribuzione di un comportamento ad un gruppo di persone che non trova fondamento nella realtà?

Oppure è la donna-oggetto sessuale lo stereotipo che il gioco mira a demolire?

Sono domande le mie, alla quali nell’intervista non trovo una risposta.

Alla luce di quello che sappiamo del mercato di esseri umani, soprattutto di quello che traffica donne per immetterle nella prostituzione, io non trovo quanto descritto dal gioco poco aderente alla realtà e neanche un’estremizzazione satirica della realtà: lo trovo semplicemente di cattivo gusto, come è di cattivo gusto gridare “storpio” a qualcuno che zoppica e poi riderci su.

E’ recentissima la condanna per omicidio dei parenti di Gloria Pompili, massacrata di botte dalla zia e dal compagno di questa, che da anni la costringevano a prostituirsi dopo averla attirata in casa loro con il miraggio di un lavoro in un negozio di frutta e verdura. Pare che per costringerla fossero arrivati ad appendere i suoi figli di 3 e 5 anni fuori dal balcone, rinchiusi in una cassetta di legno dalla quale giungevano alla madre le urla di terrore.

I racconti delle giovanissime vittime del mondo della prostituzione, come Gloria Pompili, trovano poco spazio nella narrazione del fenomeno. Spesso ci giungono le stime delle vittime della tratta, in costante aumento, molto più raramente qualcuno indulge nei dettagli dell’inferno che affrontano, perché è troppo crudo per essere messo nero su bianco.

Ogni eventuale rifiuto viene punito con la tortura: acqua bollente addosso o stupri di gruppo, leggiamo in un articolo sulle migliaia di donne trasportate ogni anno dalla Nigeria in Italia per essere vendute come carne da macelloGli ho detto che non volevo. Prima lo avevo fatto qualche volta per bisogno, ma non mi andava che diventasse una cosa quotidiana. Allora lui si è messo a fare il pazzo. Urlava. Mi diceva che mangiavo senza dare niente in cambio. Mi ha scaraventato lo stereo sulla schiena. Mi ha violentata, e frustata con una cinghia. Sono stata costretta a obbedirgli, racconta del suo ingresso nel mondo della prostituzione una ragazza rumena che aveva solo 12 anni quando è stata ceduta dalla madre al suo pappone.

Questa tipologia di donne prostituite sembra però sconosciuta a Immanuel Casto, che nella sua intervista parla di sex worker che andrebbero tassate dallo Stato, come se la maggior parte delle prostitute di questo paese fossero delle libere professioniste che truffano il fisco.

Vorrei leggerla con voi, la sua affermazione:

Sono favorevole alla prostituzione, purché venga tolta dalla strada, inserita in un ambiente controllato e i sex worker tassati. La logica morale per cui si possa fare un gioco sulla guerra e sulla mafia, ma non un board game satirico sulla prostituzione, è la stessa per cui un o una sex worker sta vendendo il suo corpo mentre un uomo che lavora in miniera o in fabbrica tra i fumi tossici non lo sta facendo. Questa per me non è morale, ma moralismo.

Mi chiedo quanti giocatori di giochi di guerra affermerebbero con leggerezza “sono favorevole alla guerra, purché si combatta in un ambiente controllato”, o se qualcuno abbia mai detto pubblicamente “sono favorevole alla mafia, purché paghino le tasse”.

A parte questo, vorrei farvi notare che Casto non parla di donne vendute, come le squillo ridotte a carte del suo gioco o come Gloria Pompili, bensì di sex worker che vendono il loro corpo: la prostituzione che descrive, quella che secondo lui è la prostituzione reale, è popolata di soggetti attivi; contempla l’esistenza di soggetti più sfortunati di altri, come i minatori (ma ci sono ancora miniere attive in Italia?) o gli operai costretti loro malgrado ad ambienti di lavoro poco salubri, ma l’esistenza delle schiave del sesso è del tutto ignorata e questo a dispetto del fatto che si calcola che il 56% delle vittime di traffico di esseri umani (due terzi delle quali sono donne o bambine, perché la prostituzione è sessista) sia destinata allo sfruttamento sessuale.

Insomma l’idea che mi sono fatta, leggendo l’articolo di Esquire e l’intervista a Casto, è che questi giovani universitari intelligenti che ridacchiano mentre impersonano dei papponi che torturano e uccidono le loro squillo e quelle degli avversari, siano persone un po’ fuori dal mondo oppure poco avvezze a volgere lo sgardo al di là del loro piccolo e privilegiato pezzetto di mondo, che si crogiolano nell’idea di irridere col loro gioco una cultura sessuofoba dove un populista di estrema destra spregiudicato come Salvini non a caso ripesca il culto di Maria, perché ignorano o preferiscono ignorare che  Salvini, come Casto, è favorevole alla riapertura delle case chiuse e quindi alla prostituzione, che solo quando si postula la necessità di una donna simulacro immacolato identificato con la maternità si rende necessario il suo alter ego – la troia – e che il gioco non si fa beffe di chi si scandalizza all’idea di baccanali nei quali scorrono a fiumi sperma e vino, bensì  di donne come Gloria Pompili.

Sono persone poco inclini alla riflessione, che trovano divertente il pene gigante del cavallo disegnato sulla carta da gioco o giungono all’affrettata conclusione che il problema di chi solleva periodicamente la questione sia il sesso, incapaci di comprendere che, se nel gioco non è previsto che qualche giocatore impersoni una squillo, probabilmente è perché per le strade le migliaia di donne prostituite non sono esseri umani ma solo strumenti – come le carte da gioco – per quelli che le vendono, le comprano e le uccidono quando non rendono abbastanza.

L’umorismo nero serve a ridere delle cose che fanno così male da risultare insostenibili, ma smette di essere divertente quando si trasforma in una scusa per raccontare alla gente che ciò che è orrendo e inaccettabile potrebbe diventare qualcosa di cui dichiararsi “a favore” purché si svolga in luoghi invisibili a chi è impegnato a giocare coi suoi amici.

Vorrei concludere in modo un po’ punk, perché mi è venuta voglia di fare qualcosa di sgradevole e irritante.

Il gioco Squillo mi fa cagare e se trovo qualcuno a giocarci gli piscio sulle carte. Non c’è niente di più patetico di un qualcuno che si dice “sono troppo intelligente” da solo, soprattutto quando presumibilmente si circonda di gente che ride soltanto perché ha letto “anale” o “succhiare il cazzo”. Certe analisi della scena politica sono argute come una gara di rutti, è imbarazzante l’evidente confusione fra la satira e la brutta copia di un film di Pierino e i disegnetti delle carte non farebbero una bella figura neanche sulla parete del cesso di un autogrill. Se penso a chi si ritrova a giocare a Squillo, mi sento improvvisamente in pace con l’idea dell’incombente disastro climatico: è opportuno estinguerci il più in fretta possibile.

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L’approccio dello spettatore – III

L’approccio dello spettatore ha come obiettivo dare strumenti alle persone per interrompere questo processo e creare un clima culturale tra pari in cui il comportamento abusivo sia visto come inaccettabile, non solo perché illegale, ma perché sbagliato e intollerabile nella cultura dei pari. E se siamo in grado di raggiungere il punto nel quale gli uomini che agiscono in modo sessista perderanno di status, otterremo che anche i ragazzi che agiscono in modo sessista e molesto verso le ragazze e le donne, così come verso altri ragazzi e uomini, perderanno status/posizione sociale. Vedremo così una diminuzione radicale della violenza. Perché il tipico autore della violenza maschile non è una persona malata o una mente contorta. È un ragazzo normale in ogni altro aspetto. Non è forse così?

da “Trasformare ogni uomo in un femminista”, di Jason Katz

(in Marea, n.3, settembre 2016, pag.41)

Fonte

Il video, registrato con un telefonino da un residente nella zona, è diventato virale qualche settimana fa.

Girato probabilmente allo scopo di fornire alle forze dell’ordine una prova del comportamento criminale dell’uomo – che prima di aggredire i poliziotti ha minacciato di morte la moglie gridando come un ossesso in via della Cella a Sampierdarena (un quartiere di Genova) poi ha aggredito un uomo intervenuto per calmarlo brandendo una bombola del gas – è rimbalzato di social in social fino ad attirare l’attenzione della stampa locale.

A me è arrivato tramite un contatto su facebook, e di lì sono risalità ad un post pubblico in calce al quale ho trovato centinaia di commenti.

Il video era introdotto da questo commento:

Che cosa si sono detti gli spettatori?

In molti lo hanno trovato divertente.

Questo perché, ad un certo punto del video, l’aggessore tira fuori il telefonino per chiamare Ciro, al quale intima di raggiungerlo, visto che sta per compiere una strage (vuole uccidere non solo la moglie, ma anche tutta la sua famiglia); questo dettaglio ha ricordato agli spettatori un triste momento della televisione italiana d’altri tempi: era il 1990, quando una telefonata raggiunse la conduttrice Sandra Milo nello studio della Rai “L’amore è una cosa meravigliosa” per annunciarle che il figlio è rimasto vittima di un incidente e le sue condizioni erano molto gravi; Milo corse via in lacrime gridando il nome del figlio, che, appunto, si chiama Ciro. Una volta scoperto che in realtà si era trattato soltanto di uno scherzo di pessimo gusto, programmi di satira come Striscia la notizia o Blob mandarono in onda lo spezzone più volte, rendendo quell’urlo angosciato un vero e proprio tormentone.

Alla domanda “Le dà ancora fastidio rivedere in tv la sequenza in cui urla il nome di suo figlio Ciro?”, in una recente intervista a Io Donna risponderà Sandra Milo: “È tremendo, è un dolore che torna a farsi sentire, incancellabile, c’è sempre. Non mi fa piacere neppure parlarne.”

Non c’è nulla di male nell’esorcizzare una tremenda prospettiva – che un figlio amato possa essere ricoverato in ospedale in fin di vita, ad esempio – cogliendo gli aspetti più ridicoli di una scena che la evoca per concedersi una risata liberatoria e stemperare il terrore che suscita. Subito dopo, però, bisognrebbe essere in grado di andare oltre la becera comicità, soprattutto di fronte ad un fenomeno come la violenza sulle donne perpetrata in ambito familiare, visto che in Italia 3 donne su 4 di quelle che vengono uccise, vengono uccise dal partner, e soprattutto se si vuole consegnare un messaggio al pubblico, perché si rischia di suggerire che una scena del genere possa trasformarsi in un simpatico intrattenimento. Il che farebbe indubbiamente del male a chi ne è il protagonista.

Molti altri spettatori si sono lamentati del fatto che all’aggressione dell’uomo non sia seguita da un’esecuzione sommaria da parte dei residenti che palesavano la loro preoccupazione gridando dalle finestre della via.

Quello che viene sollecitato da commenti analoghi a questo non è un intervento a tutela della donna minacciata, bensì un vero e proprio pestaggio ai danno dell’uomo: violenza che genera altra violenza, odio che genera altro odio, “una spirale discendente” che porta alla distruzione per tutti, diceva in proposito Martin Luther King.

Per un altro gruppo di commentatori il problema è la malattia mentale: l’uomo è un pazzo, uno fuori di testa, un malato grave.

Quanto sia sbagliato associare automenticamente la violenza al disturba di tipo psichiatrico, ne abbiamo già parlato in questo blog, citando anche pareri eccellenti.

Le possibilità sembrano qui ridursi a due: la pazzia oppure una accurata analisi del contesto ci fornirebbe le buone ragioni che hanno condotto l’uomo ad un simile comportamento.

Qualcosa non torna, ci dice invece quest’altro commento, spiegando che le ragioni sufficienti a rendere comprensibile il comportamento dell’uomo si possono desumere dal video stesso, senza bisogno di ulteriori indagini sul contesto.

Non è un pazzo, e neanche un uomo cattivo; si vede chiaramente che “lei lo istiga” e poi lui afferma di amare il figlio: come può non essere un uomo fondamentalmente buono?

Lei è una donna che minaccia un povero padre di allontanarlo per sempre dall’amato figlio, lei è una che ha usato violenza psicologica contro di lui, è una che cerca di “farsele dare”, insomma sarebbe lei l’occulta regista della sceneggiata pubblica: è questa la lettura più probabile delle immagini che scorrono sullo schermo, perché l’esperienza insegna che sono davvero tante le donne cattive d’animo che agiscono con crudeltà senza alcuna ragione.

La cattiveria, in buona sostanza, sarebbe una peculiarità delle donne: gli uomini che agiscono con violenza o sono malati o sono portati ad azioni disperate da un contesto che rende se non legittime almeno umanamente comprensibili le loro azioni oppure sono vittime del subdolo complotto di una di queste streghe animate da immotivata crudeltà delle quali il mondo sarebbe pieno.

D’altronde

ne abbiamo discusso fino alla nausea in questo blog: la donna coinvolta in una relazione con un uomo violento, per alcuni, non può non essere considerata corresponsabile della violenza che subisce.

La comprensione sembra sorgere più spontanea nei confronti di uno, che, in fondo, non l’ha neppure picchiata:

Avrebbe potuto ucciderla (davanti ad un mucchio di testimoni, fra i quali uno che sta ostentatamente filmando tutta la scena), invece si è fermato, dimostrando così tutto il suo buon cuore. Come fa a non farci pena?

Qualche giorno fa parlavamo dei fratelli Hart. A proposito dell’omicidio della madre e della sorella ad opera del padre, raccontano che ciò che li ferì delle reazioni di chi riportò i fatti, nell’immediato, fu che, in assenza della possibilità di conoscere il contesto in cui gli omicidi si collocavano, in molti scelsero di schierarsi dalla parte dell’assassino.

In Italia ogni due giorni viene uccisa una donna e nella stragrande maggioranza dei casi nell’ambito di una relazione sentimentale: la conclusione che una parte degli spettatori sembra trarre da questi dati è che la stragrande maggioranza delle donne sia così cattiva da meritarselo.

Certo, alcuni non sono d’accordo:

Ma siamo molto lontani da quel clima culturale intollerante nei contronti di comportamenti del genere che potrebbe contribuire a ridurre radicalmente la violenza contro le donne.

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Adolescenti in terapia

Il National Health Service (NHS) britannico lancia l’allarme: il numero dei teenager che lamentano disfunzioni sessuali e chiedono aiuto è più che triplicato negli ultimini due anni. Sarebbero 4.600 i ragazzi al di sotto dei 19 anni che hanno richiesto un trattamento psico-sessuologico, a fronte dei 1.400 del biennio immediatamente precedente.

Per gli esperti il responsabile di questa impennata è soprattutto il porno.

fonte

Muriel O’Driscoll, una consulente e terapista che ha in cura gli adolescenti, ha dichiarato: “I giovani, nonostante la disponibilità dell’educazione sessuale, spesso non sanno cosa stanno facendo o si aspettano che il sesso sia perfetto ogni volta. Non sanno cosa stanno facendo perché il loro metro di giudizio sono i video pornografici su Facebook e su tutti gli altri media. Si aspettano che le persone abbiano orgasmi in un batter d’occhio. ”

O’Driscoll, che ha lavorato per il NHS, i Brook Advisory Centers e ora esercita privatamente, ha aggiunto che i ragazzi e le ragazze erano anche preoccupati che i loro genitali non assomigliassero o si adeguassero a quelli che avevano visto online.

I bambini inciampano sulla pornografia online a partire dai sette anni, afferma una ricerca pubblicata di recente. Secondo il British Board of Film Classification, la maggior parte dei giovani è incappata nella pornografia accidentalmente (il 62% dei ragazzi fra gli 11 e i 13 anni) e ha raccontato di essersi sentita “disgustata” e “confusa”, in particolare quelli per i quali la prima volta risale a quando avevano meno di 10 anni.

Inoltre, il 41% dei giovani che conoscevano la pornografia si è dichiarato d’accordo sul fatto che guardarla rende le persone meno rispettose del sesso opposto. Le ragazze, in particolare, hanno parlato della loro paura che le rappresentazioni aggressive del sesso sarebbero state considerate “normali” dai giovani spettatori di pornografia di sesso maschile, e di conseguenza copiate in incontri sessuali nella vita reale.

Alla luce dei sempre più freuqenti casi di strangolamenti denunciati dal Guardian nel luglio di quest’anno, la loro paura sembra tutt’altro che ingiustificata.

In un articolo dal titolo “The fatal, hateful rise of choking during sex”, Anna Moore and Coco Khan raccontano che negli ultimi 10 anni gli omicidi descritti come “giochi sessuali finiti male” sono aumentati del 90%, due terzi dei quali riguardano lo strangolamento.

Anche nell’articolo del Guardian, il dito è puntato contro la pornografia: “Schiaffegiare, soffocare e sputare è diventato l’alfa e l’omega di qualsiasi scena porno e non in un contesto BDSM”, ha spiegato Erika Lust, regista di film pornografici: “Sono presentati come modi standard di fare sesso quando, in realtà, sono di nicchia”.

Un giovane che ha parlato con il Guardian per questo articolo ha raccontato che soffoca la sua ragazza, e lo fa da diversi anni, “perché a lei piace”. Giorni dopo, ha ricontattato il giornale: “Ho pensato alla nostra conversazione e le ho parlato. Ha detto che in realtà non le piace; pensava che mi piacesse. Ma il fatto è che a me non piace: pensavo che fosse quello che voleva.”

Non risulta nessun caso in cui, a causa di un “gioco sessuale”, a morire sia stato un uomo.

Mary Sharpe, amministratrice delegata dell’associazione benefica The Reward Foundation, ha dichiarato: “L’uso eccessivo della tecnologia sta creando adolescenti ansiosi, depressi e con problemi psicosessuali. Dall’avvento della banda larga ad alta velocità nel 2006, la prevalenza di problemi di salute mentale è aumentata tra i giovani. Le industrie di Internet e della pornografia stanno facendo del loro meglio per negarlo, ma pensiamo che i due fenomeni siano collegati perché i sintomi spesso si risolvono una volta che le persone passano attraverso una disintossicazione digitale che consente ai loro cervelli di rimettersi ai piaceri quotidiani.”

Claire Murdoch, direttrice nazionale per la salute mentale del NHS inglese, ha dichiarato: “Ciò che sta diventando sempre più chiaro è la necessità che altre parti della società inizino ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni.”

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Il capolavoro

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La notte dell’11 ottobre a Orta Nova, provincia di Foggia, Ciro Curcelli ha ucciso la moglie Teresa e le figlie Valentina e Miriana di 18 e 12 anni, poi si è suicidato sparandosi un colpo alla gola. Unico superstite della strage è il figlio Antonio, che si trovava in quei giorni a Ravenna.

Erano brave persone, tranquille senza problemi” racconta il fidanzato di Valentina alla stampa, “[Valentina] Non mi ha mai parlato di nulla o di problemi familiari”. I vicini rincarano la dose: “Erano bravissime persone. Le conoscevo da anni. Ogni tanto lei si arrabbiava con le figlie. Ma sono cose normali che fanno tutte le mamme”; certo, “ultimamente lui era un po’ depresso. Stava un po’ tra le nuvole.” ma  “stravedeva per la moglie e le figlie e anche per l’altro figlio che lavora a Ravenna.”

Non avrei mai potuto pensare a una cosa del genere, sono sconvolto“, conferma il figlio superstite, Antonio, che da anni lavora a Ravenna, ma aggiunge che “Antonio non sembrava depresso, anzi, i suoi erano apparsi sereni l’ultima volta che li ha visti, non c’era nulla che gli facesse percepire una sofferenza in famiglia, altrimenti non avrebbe mai lasciato soli i suoi”.

Depresso o non depresso, ci dice il Vescovo che la cosa più importante, ora che Teresa, Valentina e Miriana sono morte, è non parlare male del suo assassino, perché la famiglia è la cosa più importante.

Torniamo un po’ indietro nel tempo: 19 luglio 2016.

Claire Hart e sua figlia Charlotte, 19 anni, escono dal centro ricreativo di Spalding, Lincolnshire, e si dirigono verso la macchina; sono state in piscina, come facevano spesso. Lungo il breve tragitto che le separa dall’auto, Lance Hart, marito di Claire e padre di Charlotte, le uccide a colpi di pistola, quindi rivolge l’arma verso se stesso e si uccide.

I giornali riportano le parole di un vicino che afferma che: “[Lance was] the nicest guy you could ever meet, he would do anything for anyone” (la persona più buona che si possa incontrare, uno che avrebbe fatto di tutto per gli altri), un altro descrive la coppia come “the loveliest couple ever” (la coppia più adorabile di sempre), altri ancora parlano di “a friendly guy”, una persona a proposito della quale non sarebbe stato possibile dire qualcosa di male.

Ma non tutti sono della medesima opinione.

Soprattutto i suoi figli sopravvissuti, Ryan a Luke. Sconvolti dal fatto che qualcuno possa definire pubblicamente l’omicidio di Claire e Charlotte come “un contorto atto d’amore”, dichiarano alla stampa:

“Our father was a terrorist living within our own home; he had no cause but to frighten his family and to generate his own esteem from trampling and bullying us.”

Nostro padre era un terrorista che viveva nella nostra casa; non aveva altre ragione di vita che terrorizzare la sua famiglia e rimpolpare la sua autostima opprimendoci e bullizzandoci.

Non è la storia della famiglia Hart, che mi interessa raccontare in questo momento, sebbene mi prema informarvi che da allora i due fratelli sopravvissuti hanno scritto un libro, bensì approfondire un aspetto in particolare della loro testimonianza.

Quelli che si sono espressi nell’immediato, hanno ammesso Luke a Ryan, non potevano sapere cosa avveniva all’interno delle mura domestiche; ma è comunque “weird” – strano, bizzarro, anormale – che in assenza di informazioni abbiano deciso di schierarsi dalla parte dell’assassino.

Ci raccontano:

Abbiamo quindi assistito ai commenti dei media, che intervistavano quelli che “conoscevano nostro padre” e lo descrivevano come “un brav’uomo”, “sempre attento” e “bravo nel fai-da-te”. Un articolo descriveva gli omicidi come “comprensibili”.

Dopo gli omicidi, abbiamo iniziato a vedere la misoginia che affligge la nostra società. Se la vita delle donne diventa scomoda, la struttura morale collettiva viene  rielaborata per consentire agli uomini di rimanere “uomini buoni”, nonostante non avessero ragioni per uccidere. E’ uno standard molto basso, per “gli uomini buoni”. Secondo questa logica, è difficile pensare ad un modo in cui un uomo potrebbe non esserlo. La società incolpa spesso e preferibilmente le armi per gli omicidi, le gonne corte per gli stupri stupro o l’alcol per le aggressioni. Tutto tranne l’uomo responsabile.

Perché allora la società pensa che gli uomini uccidano? Si tratta sempre di “infanzie difficili”, di “emozioni maschili incontrollabili” o di “provocazioni da parte della vittima”. Tuttavia, le donne vivono nello stesso mondo e non vediamo tutti questi uomini morti per mano loro. Gli uomini uccidono perché possono, perché noi tutti cambiamo le regole del gioco al fine di giustificare le azioni maschili. Siamo disposti a degradare le donne pur di spiegare le azioni degli uomini.

Finché la cosa più importante, per la nostra società, rimarrà “non parlare male” dell’uomo che ha ucciso, in assenza di informazioni continueremo a scegliere la parte dell’assassino; dovremmo cominciare a vedere che questa non è una scelta di neutralità di fronte ad “una verità che ci sfugge”, ma solo ostinazione di fronte all’evidenza della misoginia che permea la nostra società, nonché una delle ragioni per cui non c’è nessuna variazione, anno dopo anno, nel numero delle donne che muoiono per mano di questi “uomini buoni”.

 

Sullo stesso argomento:

La violenza invisibile degli uomini insospettabili

Sora, prof Gilberta Palleschi uccisa. Cassazione, nuovo sconto di pena per femminicidio: discontrollo di impulsi

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Un’occasione persa

Era da poco arrivata l’estate, quando la notizia dell’inchiesta “angeli e demoni” conquistava le prime pagine dei giornali.

Prima che qualcuno pensasse di utilizzare le indagini per attaccare un partito politico…

prima che venissero nominate allo scopo di screditare le fonti che riportano il fenomeno dei maltrattamenti sull’infanzia o della violenza domestica (con un comunicato stampa datato 29 giugno un gruppo denominato LUI – Lega degli Uomini d’Italia coglieva l’occasione per definire il femminicidio un’emergenza artatamente sovrastimata), prima che il caso venisse usato per parlare di immigrazione, diritti LGBT e chi più ne ha più ne metta, auspicavamo, in questo blog, che l’improvvisa e inaspettata attenzione rispetto un tema per lo più ignorato dalla stampa fosse il principio di un’indagine ad ampio spettro capace di raccogliere al suo interno anche altri casi di allontanamenti di minori, e ne citavamo alcuni: il caso Juana Rivas, che in Spagna ha profondamente scosso l’opinione pubblica e che invece in Italia è stato a malapena citato dalla stampa mainstream, o il caso della mamma di Baressa, che nonostante abbia smosso un’intero paese della Sardegna, disposto a fare da scudo col proprio corpo alla donna e alla sua bambina, non è risultato degno di troppa attenzione.

Ma se ne potrebbero citare molti altri.

Proprio in quel periodo, ad esempio, si consumava in Puglia un ennesimo prelievo forzoso, a proposito del quale la stampa locale titolava: Se il Tribunale consegna il bimbo all’orco, un articolo del quale consiglio caldamente la lettura integrale per scoprire i retroscena della vicenda, una storia che parla di soprusi, di violenze fisiche e psicologiche e di un bambino che ha paura.

Ancora, sempre a giugno faceva scalpore la decisione del Tribunale di Padova di affidare un figlio al padre, nonostante quest’ultimo avesse alle spalle una sentenza di condanna in due gradi di giudizio per violenza e lesioni contro l’ex moglie, maltrattamenti in famiglia e violenza assistita (l’uomo avrebbe  “massacrato di botte” – con lesioni anche permanenti – insultato, minacciato, demolito psicologicamente, isolato, tenuto senza soldi e senza cibo l’ex moglie, con l’aggravante di averlo fatto alla presenza dei figli minorenni), mentre  in agosto, a Pietra Ligure, un bambino veniva tolto alla madre e affidato ad un padre sempre condannato per violenza domestica.

Purtroppo questa tipologia di casi, sebbene a mio avviso sia altrettanto degna di suscitare dubbi sull’operato delle istituzioni a tutela dei bambini, non è riuscita a rientrare nel novero di quelli da riesaminare, al punto che chi si dichiarava “con il cuore a Bibbiano”, accanto alle piccole vittime allontanate dalla famiglia…

oggi può dichiararsi concorde con il prelievo coatto di un bambino che sarebbe felice di restare dove sta, senza dover temere di risultare incoerente:

Del caso in questione, insomma, non sentiremo parlare nei talk show serali (nel blog ne avevamo accennato in questo post), pertanto dobbiamo affidarci a facebook e al comunicato delle associazioni che si sono schierate a fianco della madre:

I Centri Antiviolenza, le associazioni e organizzazioni che si sono unite e hanno lottato contro il Ddl Pillon si oppongono al decreto emesso ieri in data 11 ottobre 2019 dal Tribunale dei Minorenni di Roma nei confronti del figlio minore di Laura Massaro con il quale si decide di sottrarre forzosamente il piccolo alla madre per portarlo al padre di cui ha paura e che non frequenta da oltre sei anni. Inoltre il decreto dà alla madre la possibilità di vederlo solo ogni 15 giorni.
Ancora una volta la cosiddetta PAS – sindrome da alienazione parentale, non riconosciuta dalla comunità scientifica e giudicata senza fondamento da una sentenza della Cassazione – viene utilizzata contro una donna e suo figlio nei tribunali italiani.
Consideriamo questo decreto l’espressione massima di violenza istituzionale perché fortemente e sicuramente lesivo della salute psico-fisica di Laura e soprattutto di suo figlio. Ci opporremo con tutte noi stesse a questa decisione che riteniamo impossibile da applicare. Saremo presenti con i nostri corpi e raccoglieremo attorno a noi tutte e tutti coloro che pensano sia arrivato il momento di una riflessione e di azioni che portino a un cambiamento culturale radicale in cui le persone tornino al centro dell’attenzione e della cura delle istituzioni e di tutta la società.
Abbiamo pensato sino all’ultimo che il Tribunale trovasse una soluzione che tenesse presenti la violenza subita da Laura e l’esposizione del bambino alla violenza assistita. Così non è stato.
Ci appelliamo alla presidente del Tribunale dei Minorenni dott.sa Montaldi affinché intervenga per non far vivere al bambino questa decisione che sarebbe per il piccolo, affetto anche da una patologia grave, una violenza e quindi un trauma per decisione del Tribunale che presiede.
Non ci fermeremo e saremo presenti per monitorare la situazione e perché non abbia la fine tragica che è stata già decretata.

Differenza Donna Ong
D.i.Re – Donne in rete contro la violenza
Rete nazionale dei Telefoni rosa
Assist
Associazione Federico nel Cuore Onlus
FIGHT4CHILDPROTECTION
Casa internazionale delle donne
Fondazione Pangea
CGIL
Rebel Network
UDI – Unione donne in Italia
UIL

Sia chiaro: questo mio post non intende minimamente negare la gravità delle accuse mosse agli operatori inquisiti per gli affidi in Val d’Enza, che, secondo quanto abbiamo letto in questi mesi, avrebbero prodotto una serie di relazioni caratterizzate da “tendenziosa rappresentazione dei fatti e, a volte, da falsa rappresentazione della realtà” oppure “omissione di circostanze rilevanti”  (Nell’ordinanza, ad esempio, viene riportato come una casa definita in una relazione dei servizi sociali come fatiscente, con cibo avariato sui mobili e non adatta a un minore, fosse invece risultata un’abitazione normale durante l’ispezione dei carabinieri. Altre dichiarazioni false riguardavano “frasi testuali asseritamente pronunciate” da un minore “indicandole tra virgolette e in realtà frutto di sintesi ed elaborazioni degli indagati”. Quanto alle omissioni, invece, viene raccontato il caso di una bambina i cui comportamenti vengono fatti risalire tutti a un presunto abuso, omettendo che soffriva di epilessia; oppure veniva scritto che questa non voleva incontrare i genitori per paura di essere rapita, “circostanza risultata falsa dalle intercettazioni ambientali delle sedute di psicoterapia”. Venivano poi riferite ai periti informazioni parziali, come ad esempio sogni raccontati in maniera differente – fonte: Valigia Blu).

Semplicemente, vorrei cercare con voi di comprendere il perché alcuni casi ottengono una enorme risonanza mediatica, mentre altri rimangono confinati nell’ambito di chi si occupa di violenza domestica e violenza assistita.

Secondo il link fornito dal senatore Pillon – il sito alienazione.genitoriale.com – il nocciolo di entrambe le vicende – Bibbiano come il caso di Laura Massaro – sarebbe la manipolazione mentale:

E che differenza c’è tra gli psicologi di Bibbiano e quelli di questo caso di Roma? Gli psicologi di Bibbiano cercavano di manipolare psicologicamente i bambini per convincerli di aver subito abusi da parte di un genitore (spesso il padre). Invece quelli di Roma avrebbero accertato che la madre aveva manipolato psicologicamente il figlio per convincerlo a rifiutare il padre.

Sebbene nessuno sappia, nel dettaglio, quali sono le accuse mosse contro i genitori dei bambini coinvolti nell’inchiesta “angeli e demoni” (qualcosa possiamo leggerlo qui), sappiamo che si tratta di accuse contro i genitori archiviate in sede penale, che hanno destato l’interesse degli inquirenti a causa del comportamento scorretto dei servizi sociali, i quali, oltre a fornire false dichiarazioni, nel corso delle sedute coi bambini si sarebbero serviti di significative induzioni, suggestioni, contaminazioni e, in alcuni casi, una vera e propria attività preparatoria in vista di ‘ascolti’ in sede giudiziaria che interferiscono, quindi, con le diverse attività investigative/giudiziarie e che rischiano fortemente di contribuire alla costruzione di falsi ricordi.

Nel caso di Laura Massaro e di tutti gli altri casi analoghi che abbiamo citato, invece, (casi che un Comitato di recente costituzione definisce casi di “madri vittime di violenza istituzionale”) le accuse non sono mosse dagli operatori, ma dalla madre contro il padre.

Sempre secondo il sito fornito dal senatore, la madre si sarebbe macchiata della medesima colpa degli operatori di Bibbiano, ovvero avrebbe suggestionato il figlio convincendolo di essere stato testimone di abusi e violenze o di aver subito lui stesso abusi e violenze mai perpetrati.

Se però, come giustamente lo stesso sito alienazione.genitoriale.com riconosce, nel caso di Bibbiano esistono delle registrazioni degli incontri che proverebbero le “suggestioni, induzioni e contaminazioni” poste in essere dagli operatori indagati, a carico di questa donna, o delle altre citate, che cosa esiste, di concreto che possa dimostrare l’opera di condizionamento di cui sono accusate?

Apparentemente nulla, nulla a parte le dichiarazioni di operatori che, come il caso di Bibbiano ci suggerisce, possono mentire come qualsiasi altro essere umano.

Inoltre, non dobbiamo dimenticare che, in alcuni dei casi che abbiamo citato, i presunti “padri alienati” sono stati condannati per le violenze che i figli e/o le madri rimproverano loro.

Tornando alla domanda che mi sono posta e che vi ho posto: se Bibbiano ha ottenuto tanta attenzione, mentre vicende come quella di Laura Massaro, della mamma di Baressa o della mamma di Lecce non sollecitano l’avvio di alcuna indagine sull’operato dei Tribunali coinvolti pur riguardando casi di bambini sottratti ai genitori, non sarà forse perché preferiamo una narrazione rassicurante, che relega i maltrattamenti in famiglia e la violenza contro le donne nell’ambito dell’eccezionalità, alla dura realtà della pervasività del fenomeno?

In occasione della giornata internazionale delle bambine (11 ottobre), è stata diffusa l’ottava edizione del Dossier della Campagna “indifesa”. Leggiamo sul sito di Terres des Hommes che è in aumento il numero dei minori vittime di reati in Italia: 5.990 nel 2018, il 3% in più dell’anno precedente e il 43% in più rispetto al 2009, quando erano 4.178. Nel 2018 un terzo delle vittime ha subito reati all’interno della famiglia, proprio nel contesto che più dovrebbe proteggerle. I maltrattamenti in famiglia, con 1.965 vittime (il 52,47% di sesso femminile) sono cresciuti del 14%, e l’abuso dei mezzi di correzione (con 374 vittime) è salito del 7% rispetto all’anno precedente.

Ecco, riflettiamoci su.

 

Per approfondire:

The memo of concern: 172 esperti da tutto il mondo scrivono all’OMS per esprimere la loro preoccupazione in merito all’ipotesi di citare l’alienazione genitoriale nell’ultima versione dell’ICD 

Decreto choc del Tribunale dei minori, in nome della Pas

Le donne rischiano di perdere la custodia dei figli quando i tribunali credono ai partner abusanti

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