Il “dramma” dei padri separati

In questi giorni l’efferato omicidio di due bambini di 12 anni, Elena e Diego Bressi, ha sconvolto l’Italia. Il padre, Mario Bressi, si è allontanato per un weekend con i bambini (“Mi fidavo di lui”, avrebbe dichiarato la madre, Daniela Fumagalli, agli inquirenti) probabilmente li ha sedati e poi soffocati, quindi ha inviato una serie di messaggi alla donna nei quali le annunciava che non li avrebbe mai più rivisti.

Daniela Fumagalli si è precipitata nell’appartamento di Margno, in alta Valsassina, ma era troppo tardi: dei suoi figli erano rimasti solo i corpi senza vita.

Sebbene ancora non si abbiano tutti gli elementi per giungere a conclusioni inconfutabili, questo terrificante evento sembra rientrare in quella particolare categoria di figlicidio conosciuta come “spousal revenge filicide”, figlicidio per vendetta del coniuge (Resnick PJ. Child murder by parents: a psychiatric review of filicide), nel quale la motivazione che spinge l’assassino ad uccidere i suoi stessi figli è la ferrea volontà di arrecare un’enorme sofferenza all’altro genitore.

Una tipologia di figlicidio nella quale – ci dicono le ricerche sui grandi numeri svolte in altri paesila maggioranza dei perpetratori sono i padri, che molto spesso – proprio come Bressi – dopo l’omicidio si tolgono la vita.

Tempo fa avevo tradotto un articolo di Elizabeth Yardley che trattava proprio di padri che uccidono i figli; l’autrice, che è docente di criminologia presso la Birmingham City University, faceva alcune interessanti considerazioni sul suo lavoro di ricerca, che ha riguardato gli anni dal 1980 al 2012; l’analisi di ben tre decadi le ha permesso di confermare che un sesso è predominante fra quelli che chiama “family annihilator”, un dettaglio che l’ha condotta a concludere (leggiamo qui) che per iniziare a risolvere questo problema, si deve riconoscere il ruolo del fattore genere: i family annihilators generalmente non sono uomini infelici o disperati a causa di una lunga catena di fallimenti, anzi, più spesso sono uomini di successo o che non hanno alcun tipo di problema nella loro vita professionale; ciò che li logora, piuttosto, è la loro idea di mascolinità e di potere; lo status di padre di famiglia è il fulcro dell’idea di mascolinità di questi assassini e gli omicidi rappresentano un ultimo disperato tentativo di ricoprire un ruolo maschile.

Yardley descrive quattro profili di family annihilator, il primo dei quali pare calzare a pennello a Mario Bressi: l’assassino cerca di scaricare la responsabilità dei suoi crimini sulla madre che ritiene responsabile della distruzione della famiglia. Ciò può comportare che l’assassino avvisi la partner prima dell’omicidio per spiegare cosa sta per fare. Per questi uomini, è fondamentale mantenere lo status di capofamiglia e la loro idea di famiglia ideale.

“Hai rovinato la nostra famiglia, non li rivedrai mai più, resterai sola”: questi gli ultimi messaggi di Mario Bressi alla moglie che poco tempo prima aveva chiesto il divorzio.

Un orrendo caso da manuale, insomma, di fronte al quale, tuttavia, non si può che restare  attoniti e sgomenti.

La stampa italiana, purtroppo, non è molto competente in materia. In molti si sono limitati a citare una “separazione difficile” dalla moglie per spiegare il delitto, e ha fatto scalpore un post de Il Mattino che introduceva la notizia citando “il dramma dei papà separati”:

fonte

Questa narrazione ha causato la reazione indignata di chi vi ha letto un inappropriato tentativo di suscitare empatia nei confronti del carnefice, che per di più avalla il suo perverso desiderio di colpevolizzare la madre per la morte dei suoi figli.

…in un mondo che tenta a fatica di riconoscere la violenza sulle donne, che ancora stenta ad attribuire al termine “femminicidio” il suo senso sociologico, che ha la capacità di cercare una giustificazione anche di fronte alla morte assurda di due bambini che quell’uomo, il padre senza mai una parola fuori posto, avrebbe dovuto amare a prescindere dalla sua vicenda sentimentale con la moglie, applicare ad un tale orrore una attenuante di fondo è solo la conferma che c’è un problema culturale. Quello che magari anche in maniera inconscia – ma molto più spesso assolutamente consapevole – accetta le logiche del patriarcato, del possesso, della riduzione della donna e dei bambini ad oggetti che esistono solo in relazione al loro rapporto col marito/padre e della famiglia come unità inscindibile, da salvaguardare ad ogni costo – scrive Simona Musco su il Dubbio – Continuiamo a ribadire che una comunicazione così sciatta e superficiale sul tema della violenza maschile sulle donne non solo non è più tollerabile, ma non è nemmeno più concepibile, considerato che sono trascorsi già otto anni dalla ratifica della Convenzione di Istanbul da parte dello Stato italiano e tre anni dalla sottoscrizione, da parte di numerosi sindacati, associazioni e giornalisti singoli, del Manifesto di Venezia per il rispetto della parità di genere nell’informazione. Parlare ancora oggi di “dramma della separazione” di fronte ad un femminicidio o di un figlicidio commesso da un uomo per vendetta nei confronti della donna che vuole separarsi da lui, significa agire ulteriore violenza nei confronti della donna stessa, legittimando le motivazioni del carnefice. tuona dalla sua pagina facebook l’Unione Donne in Italia, mentre sull’Huffington Post interviene Elisabetta Savini: “Il dramma dei padri separati” è il dramma di una stampa e di una cultura che ci propone sempre e solo il punto di vista del soggetto forte, privilegiato, bianco e maschio. È il racconto del privilegio, dell’esercizio della forza e del potere, è l’idea che dominio e possesso non siano un abominio, ma l’assoluta normalità. Una normalità che, quando si manifesta nella sua violenza, ci sgomenta, ma che poi, nel momento del racconto, torna ad incardinarsi nelle logiche rese secolari dal patriarcato. E così scompaiono i molteplici punti di vista e ne emerge uno solo: “il dramma dei padri separati”. Gli altri drammi ci sono, ma sono minori. Perché, se “per tutti il dolore degli altri è un dolore a metà” e così anche per il patriarcato che urla il suo dolore e tace quello delle sue vittime.

Il Mattino, dopo aver modificato il post che ha scatenato l’ira dei lettori, ha chiesto scusa:

La fretta, si sa, è cattiva consigliera. E per la fretta capita di sbagliare. Ieri è capitato a noi: sui social, nel lancio che accompagnava la terribile notizia di Lecco. Siamo caduti in errore, una banalizzazione sbagliata sul dramma di una famiglia distrutta dalla follia omicida di un papà incapace di accettare la separazione dalla moglie, una semplificazione fuori luogo sul dramma dei padri separati che nulla c’entra con l’omicidio-suicidio…

Nel frattempo Davide Colombo, l’avvocato che gestiva la separazione per conto di Daniela Fumagalli, si è fatto intervistare per rassicurare il pubblico sul fatto che

non c’erano apparenti tensioni che potessero giustificare o far prevedere un gesto del genere. Tra loro due non era in corso nessuna separazione violenta né litigiosa, assolutamente. La signora non aveva alcuna intenzione di portargli via i figli, anzi. Contro il padre non aveva nulla da eccepire.

La precisazione dell’avvocato ci costringe a contestualizzare l’espressione “dramma dei papà separati”, che non si riferisce soltanto al dolore e alla frustrazione che qualunque uomo sposato e con figli può provare nel momento della separazione (la realtà separativa è fatta di dolore ma soprattutto di tanto amore verso i propri figli che purtroppo portano i genitori ad affrontare percorsi giudiziari difficili e complessi – scrive in un comunicato l’associazione Padri in Movimento, ribadendo che non c’è dolore che possa rendere comprensibile un gesto del genere: i veri padri separati non sono degli assassini e amano senza soluzione di continuità i propri figli), ma soprattutto ad una precisa strategia comunicativa portata avanti da soggetti ben precisi al duplice scopo di ottenere una serie di modifiche del nostro impianto normativo per ciò che concerne la separazione, il divorzio e l’affido dei figli e di creare un ambiente svaforevole alle rivendicazioni delle donne, soprattutto quando chiedono a gran voce che venga riconosciuta e pubblicamente condannata la violenza intrafamiliare.

 

Dell’argomento abbiamo parlato diffusamente in questo blog.

I “papà separati” sono un movimento organizzato, anche a livello internazionale, diretta emanazione di un più di un più vasto e complesso movimento per i diritti degli uomini, che ha preso forma in concomitanza e in opposizione alla seconda ondata femminista, intorno agli anni ’70.

Il loro mantra, ripetuto a oltranza e costellato di aneddoti, è che i padri siano privati ​​dei loro “diritti” e sottoposti a discriminazione sistematica in quanto uomini e in quanto padri, in un sistema sbilanciato verso le donne e dominato dalle femministe.

Per fare un esempio, leggiamo un articolo pubblicato lo scorso dicembre su il Giornale e firmato da Elena Barlozzari e Alessandra Benignetti, che proclama: quella dei padri separati è una vera e propria emergenza sociale:

Secondo l’organismo pastorale della Cei per la carità su 4 milioni di padri separati presenti nel nostro Paese 800mila sarebbero sotto la soglia di povertà. Tra loro c’è anche chi si arrende e si abbandona a gesti estremi come il suicidi.

Se non abbiamo nessun motivo per dubitare della storia di Michele (la separazione impoverisce tanto gli uomini quanto le donne), i dati riportati a dimostrazione dell’esistenza di un fenomeno massiccio che riguarda un solo sesso sono falsi e sarebbe interessante chiedere alle giornaliste dove li hanno trovati.

Forse li ha forniti l’intervistato Roberto Castelli, fondatore di Genitori Sottratti, che rientra in quel coordinamento Colibrì di cui è membro attivissimo il senatore Simone Pillon.

Ma la mia è solo un’ipotesi.

La cifra 4 milioni è riccorrente. Sono anni che viene citata in articoli che trattano della presunta “emergenza sociale” dei padri separati, ma io non sono mai riuscita a risalire ad una ricerca statistica in grado di confermarne la fondatezza, e neanche i miei affezionati lettori sono mai stati in grado di fornirmi un appiglio.

Ad esempio ritroviamo la cifra 4 milioni in questo articolo del 2016 del Corriere, ma stavolta la fonte citata è l’Eurispes:

In Italia, secondo i dati dell’Eurispes, su 4 milioni di papà separati circa 800 mila vivono sotto la soglia di povertà, mentre un milione e mezzo vive in condizione di indigenza. Molti di questi, finiscono per strada, senza una casa o un posto in cui dormire.

Se andiamo più indietro nel tempo, troviamo i 4 miliani in un articolo nel 2012 pubblicato da l’Espresso, nel quale si intervistano altre realtà associative – l’Associazione SOS Padri separati, l’associazione Papà separati – nonché la PM Carmen Pugliese, responsabile di aver diffuso l’idea che quasi nell’80 per cento dei casi le accuse di violenza e abusi domestici mosse dalle donne siano false.

Le false accuse delle donne” sono un altro importante cavallo di battaglia del movimento dei padri (insieme ai suicidi degli uomini e al “rischio evolutivo” che patirebbero i bambini), anche in questo caso senza che vi siano dati a supporto.

Sono anni che la stampa ci propina cifre allarmanti e percentuali inventate allo scopo di convincere l’opinione pubblica che si possa documentare un fenomeno sociale nominato “dramma dei papà separati”.

La convinzione che un simile fenomeno coinvolga milioni di maschi costringe professionisti come Davide Colombo a difendere preventivamente la sua assistita dall’accusa infamante di essere una “tipica madre separata“, un profilo criminale che, al contrario del family annihilator, non può essere ricondotto ad alcun serio lavoro di ricerca, ma ciononostante si erge a categoria interpretativa in grado di spiegare il divorzio e la separazione nella nostra società.

La medesima convinzione porta qualsiasi giornalista italiano, ormai intossicato da un decennio di interviste all’associazione “papà separati” di turno, a collocare l’omicidio dei piccoli Bressi in un mondo parallelo nel quale ad essere sistematicamente vessati e discriminati sono gli uomini (così vessati e discriminati da finire col perdere il senno).

E’ ora di smantellare questa narrazione tossica, perché l’unico modo per impedire che altri bambini inncenti facciano la fine di Elena e Diego è affrontare la vera funzione che il genere svolge in questi delitti: gli omicidi rappresentano un ultimo disperato tentativo di ricoprire un ruolo maschile, che sottende un’idea di mascolinità che gli uomini devono smettere di incarnare.

Pubblicato in attualità, notizie, riflessioni, scienza, società | Contrassegnato , , , , , , , , | 18 commenti

Uomini che (non) si mettono in discussione

L’8 giugno Internazionale pubblica un lungo articolo dedicato a Maschile Plurale, dal titolo “Uomini che si mettono in discussione“.

Le attività dell’associazione, descritta come una rete di uomini impegnati contro la violenza maschile sulle donne e gli stereotipi di genere, sono raccontate attraverso le parole dei suoi stessi membri, che narrano del percorso che li ha portati ad impegnarsi in un lavoro su se stessi che prende le distanze da altri movimenti maschili (vengono citati i Maschi Selvatici, gli Uomini 3000 e i Maschi Beta, ma anche l’emergente e preoccupante fenomeno degli incel) soprattutto per la sua capacità di non ergersi in fiera contrapposizione al movimento femminista.

A parlare di questo aspetto in particolare è chiamato Stefano Ciccone, che spiega come uno degli aspetti più discussi dentro Maschile plurale è la relazione con i vari femminismi e le loro istanze. Nel farlo cita un lungo e articolato confronto fra l’associazione e altri soggetti che ha avuto luogo anche su questo blog a partire da un post del 2014: Violenza di genere: lettera aperta a Maschile Plurale.

Ciccone ne parla così:

In un paio di situazioni uomini che facevano parte della rete sono stati accusati dalle proprie compagne di aver avuto comportamenti psicologicamente violenti e una parte del femminismo ha colto l’occasione per esprimere il fastidio e la diffidenza verso il movimento maschile, sostenendo che non ci sono uomini affidabili e buoni, e che dietro gli uomini c’è sempre una fregatura.

Visto che quella vicenda mi ha riguardato molto da vicino, coinvolgendomi al punto da prendere parte in prima persona ad un incontro sul tema che si svolse presso la Libreria delle Donne di Milano, scoprire che tutto ciò che è rimasto a Stefano Ciccone dell’esperienza sia uno dei più beceri stereotipi sul femminismo dopo quello sulla loro bruttezza (ovvero “le femministe odiano gli uomini!”), mi ha sconvolto non poco.

Soprattutto se una critica del genere viene mossa da persone che si fregiano di essere “gli uomini che hanno messo in discussione proprio il loro sentirsi buoni”.

Perché se i Maschi Plurali dicono di se stessi che non sono uomini buoni è un passo avanti nel loro percorso di consapevolezza, ma se glielo fa notare qualcun altro lo si accusa di essere ingiustamente diffidente?

A quel tempo al dibattito parteciparono molte persone, uomini e donne, per lo più femministe ma non solo, vennero pubblicati svariati interventi su molti blog e altri siti, alcuni dei quali oggi non sono più online. Che non si possa recuperare tutto è un vero peccato, perché, a dispetto del fatto che processi alle intenzioni di chi decise di scrivere vennero intentati anche allora, non ricordo di nessuna delle penne femministe che dichiarò di aver imparato da quell’esperienza che non ci sono uomini affidabili e buoni, o che dietro gli uomini c’è sempre una fregatura.

Purtroppo, come dicevo, recuperare tutto ciò che venne scritto è impossibile. Tuttavia, quanto è stato scritto qui è ancora disponibile: il link alla prima lettera aperta lo avete già, e i post che seguirono sono questi:

Risposta a Maschile Plurale: i centri antiviolenza rispettano la privacy

Pubblica denuncia

Mai ascoltata da Maschile Plurale

La discussione alla Libreria delle Donne

Maschile Plurale e la sua Ombra

A partire da questo resoconto dell’incontro svoltosi a Milano vergato da Massimo Lizzi è possibile risalire ad altri documenti inerenti il dibattito, fra i quali un importante intervento di Monica Lanfranco e il richiamo al caso di Daniel Welzer-Lang di Maria Rossi.

Mi rendo conto che riprendere in mano una simile mole di scritti può sembrare un’impresa tanto estenuante quanto vana, ma farlo è l’unico modo per fugare ogni dubbio sul fatto che prendere la parola, per tutti i soggetti estranei a Maschile Plurale che intervennero allora, non era un espediente volto a screditare l’uomo in quanto creatura “per sua natura” inaffidabile e ingannatrice, né tantomeno una scusa per affossare un’associazione che si dichiara contro la violenza sulle donne soltanto perché i suoi membri sono maschi.

Quello che si diceva allora è che un’associazione di uomini che ha dichiarato di  impegnarsi pubblicamente e personalmente per l’eliminazione di ogni forma di violenza di genere fisica e psicologica (così recita il suo statuto), aveva reagito in modo molto deludente quando si era trovata a dover fronteggiare accuse precise e circostanziate verso uno dei suoi membri, dichiarando di non sentirsi in dovere di prendere alcun provvedimento in merito.

Stefano Ciccone disse in proposito che gli uomini di Maschile Plurale avevano fatto la scelta “di non caratterizzarsi come gli uomini che condannano gli altri uomini”, chiedendoci di credere che sia possibile condannare la violenza contro le donne senza esprimere un giudizio di condanna nei confronti degli uomini che la perpetrano o che per riconoscere l’esistenza di un contesto culturale che minimizza e favorisce la violenza sulle donne – un contesto nel quale siamo immersi tutti/e come pesci nel mare – sia necessario sospendere ogni giudizio sui singoli uomini che si rendono responsabili di specifici comportamenti violenti.

La violenza è una scelta, non un destino al quale gli uomini sono condannati dal patriarcato, una scelta che gli uomini fanno più spesso quando ritengono che molto probabilmente non subiranno alcuna concreta conseguenza per le loro azioni. Per questo motivo ritenevo allora, come lo ritengo oggi, che gli uomini che decidono di non condannare gli altri uomini scelgono di non impegnarsi nell’eliminazione ogni forma di violenza di genere fisica e psicologica.

Del fatto che la violenza sia una scelta piuttosto che una sorte avversa, Stefano Ciccone non sembra molto convinto, tanto che l’articolo di Internazionale si conclude con questa sua controversa dichiarazione, nella quale l’uomo violento è descritto non come una persona colpevole di atti riprovevoli e per questo degno di biasimo, ma come un soggetto incapace di controllarsi e bisognoso di supporto:

Ciccone spiega che gli uomini maltrattanti con cui entra in contatto si raccontano spesso come delle pentole a pressione che a un certo punto devono scoppiare. Non possono farlo piangendo né tanto meno chiedendo aiuto, dicono, l’unica emozione concessa è la rabbia. “Per questo stiamo pensando a un telefono nazionale di ascolto per uomini così da intervenire prima che questa rabbia esploda”.

Quella che leggiamo qui è la versione degli uomini maltrattanti, la stessa versione che leggiamo tante volte sui giornali: il raptus di follia, la storia dell’uomo preda di una “soverchiante tempesta emotiva” che sfocia in una rabbia incontrollabile.

Una versione che Stefano Ciccone ritiene credibile al punto da ideare un servizio ad hoc per “aiutare” questi uomini, a dispetto del fatto che a supporto della sua veridicità ci sia solo la loro parola, dimostrando che, se i Maschi Plurali mettono in discussione qualcosa, questo qualcosa non riguarda il differente peso che hanno le parole di un uomo e quelle di una donna (ad esempio una che affermi di aver subito violenza) nel contesto di una società profondamente maschilista.

E a dispetto del fatto che questa versione spesso alla luce dei fatti risulti essere solo una squallida strategia difensiva.

Lei ha mai sentito dire di qualcuno colto da raptus che ha assalito un uomo grande e grosso? – spiegava lo psichiatra Claudio Mecacci dalle pagine del Corriere nel 2014, aggiungendo che il successo della teoria del raptus deriva più che altro dal suo risultare molto utile a chi fa le perizie per giustificare le azioni di grande violenza e attenuare la gravità del fatto e la colpa di chi le commette.

Gli uomini non sono “pentole a pressione” e il raptus non esiste.

E io sono rimasta la stessa acida femminista diffidente di sei anni fa.

 

 

 

Sullo stesso argomento:

Uomini che «si mettono in discussione». Ma non si fidano delle donne

Pubblicato in attualità, riflessioni, società | Contrassegnato , , , , , | 1 commento

L’affaire Rowling

Ci sono ragioni molto personali per cui questa storia di JK Rowling mi tormenta, ovviamente.

Quando ho iniziato ad usare questo nom de plume, per molti lettori non riuscire ad identificare il mio sesso è stato un grosso problema. Molti mi chiedevano ossesivamente “ma sei un uomo o una donna?” e io rispondevo “saperlo modificherebbe la tua idea su ciò che ho scritto?”. Qualcuno si era convinto tempo fa che io fossi il blogger Massimo Lizzi e così mi chiamava (i commenti in questione li trovate qui – a proposito, se avete tempo rileggetevi quel vecchio post, perché ne riparleremo a breve), finché, per rispetto soprattutto a Massimo, ho dovuto chiarire che non ero lui.

Tutto per dire che a dispetto delle tematiche di cui scrivevo e scrivo, i fatti ci suggeriscono che la mia scrittura non ha sesso. Forse, spesso, c’è molto più sesso biologico negli occhi di chi guarda di quanto ce ne sia in chi se lo porta appresso, se capite cosa intendo.

Tuttavia non posso negare che, proprio come dice di sé la scrittrice inglese, il mio sesso abbia impresso un’impronta profonda nella mia vita e certo non a causa degli ormoni.

Tutti coloro che hanno letto “Dalla parte delle bambine” di Elena Gianini Belotti non hanno bisogno di ulteriori spiegazioni se dico che un determinato apparato sessuale determina un trattamento diverso ancor prima della nascita e chi non lo ha ancora letto, beh dovrebbe farlo. Vi assicuro che, nonostante sia stato scritto diverso tempo fa, è un testo ancora necessario.

Ci sono svariate ragioni per cui ritengo che si possa serenamente parlare di transfobia nell’analisi di quanto Rowling va scrivendo da un po’.

In uno dei tweet che hanno scatenato questo putiferio, ad esempio, rivolgendosi alle persone transessuali ha scritto «se foste discriminati in quanto trans manifesterei con voi» (I’d march with you if you were discriminated), esprimendo chiaramente un dubbio a proposito della discriminazione, un dubbio che è inaccettabile alla luce dei dati sulla violenza che le colpisce e le difficoltà che debbono affrontare e che suggerisce un certo scollamento dalla realtà della quale si pretende di parlare.

Per ciò che riguarda invece il tema del linguaggio inclusivo, invece, e la teoria che un’espressione come “persone con le mestruazioni” (people who menstruate) sia mirata alla “cancellazione delle donne”, è sufficiente aprire l’articolo incriminato, nel quale leggiamo che si parla delle difficoltà di 1.8 billion girls, women, and gender non-binary persons che hanno le mestruazioni, una frase che rende evidente che il problema della Rowling non è la “scomparsa delle donne” (se sono citate non vedo come possano lamentarsi di essere scomparse), quanto piuttosto la comparsa di altri soggetti che con le donne hanno in comune il bisogno di menstrual materials, safe access to toilets, soap, water, and private spaces in the face of lockdown living conditions that have eliminated privacy for many populations.

Quello che Rowling dice, quando a proposito del suo sgomento di fronte all’articolo, precisa in un tweet successivo il sesso è reale, è che se hai le mestruazioni quando si parla pubblicamente di te si deve usare la parola donna, perché nessun’altra parola è adeguata, anzi, qualunque altra parola è offensiva.

Di fronte ad una frase del genere si dovrebbe aprire un dibattito serio. Purtroppo, per tutta una serie di ragioni, questo non sembra più possibile, e la mia opinione è che è un vero peccato.

Non è possibile aprire un dibattito serio e pacato perché da una parte c’è questo insistere  pretestuoso sul tema della cancellazione delle “vere” donne, che fa tanto Family Day. Leggendo Rowling, mi risuonano nelle orecchie frasi come La parola italiana matrimonio continua la voce latina matrimonium, formata dal genitivo singolare di mater, ovvero matris, unito al suffisso –monium, collegato, in maniera trasparente, al sostantivo munus ‘dovere, compito’, quindi NO, i gay non si possono sposare, è un attentato alla famiglia autentica! ed è un effetto molto, molto irritante.

Dall’altra, c’è la reazione scomposta e violentissima di chi da queste affermazioni si è sentito leso, della quale non si può non parlare:

In un articolo dal titolo Why abuse of JK Rowling is a problem for trans rights activists, Gina Davidson parla della gran quantità di messaggi che  le dicono di “soffocarsi” con la loro appendice o parlano di come vogliono “fotterla” e osserva: Per coloro che stanno seriamente cercando di migliorare la vita delle persone transgender affrontando la discriminazione, affinché siano accettate e siano in grado di accedere ai servizi sanitari e al supporto di cui hanno bisogno, questo furore non fa loro alcun favore. L’unico effetto dell’odio è indurire le menti delle persone. Perché una donna dovrebbe accettare di condividere spazi privati come spogliatoi o servizi igienici con le stesse persone che abusano di Rowling?

Un colpo al cerchio e uno alla botte? – vi starete chiedendo.

Non credo. Se è necessario ammettere che c’è della transfobia in quello che Rowling scrive, è altrettanto necessario dire che se la tua risposta ai suoi messaggi è “succhiami il cazzo”, stai tirando acqua al suo mulino, non al tuo.

Infatti, l’effetto immediato di questa shitstorm è stata una globale levata di scudi:

Noi femministe sosteniamo J.K. Rowling contro il linciaggio degli attivisti trans, leggiamo su FigaroVox, un pezzo che  cita la violenza di un certo attivismo: Selina Todd, una storica britannica, (…) ha dovuto assumere guardie del corpo a seguito delle minacce di alcuni trans-attivisti estremisti. Rosa Freedman, una professoressa di giurisprudenza, è stata spinta e minacciata di stupro.

Torno un attimo a ciò che scrive Rowling: Quindi voglio che le donne trans siano al sicuro. Allo stesso tempo, non voglio che le persone nate donne si sentano meno al sicuro. Quando permetti che le porte dei bagni e dei camerini siano aperti a qualunque uomo creda o si senta di essere una donna – in quanto, come ho spiegato, i certificati di conferma dell’identità di genere potrebbero essere consegnati senza bisogno di operazione chirurgica o ormoni – allora stai anche aprendo la porta a tutti gli uomini che desiderino entrare in quei luoghi.

La paura della violenza, soprattutto della violenza sessuale, è una costante nella vita di ogni donna, in ogni paese di questo mondo. La paura degli uomini è una costante nella vita di molte donne, in ogni paese di questo mondo e non è una paura infondata. Questo è un fatto ed è una delle ragioni per cui, al di là di ogni ragionevole discussione sulla questione, la reazione di molte donne è di chiudersi a riccio. Perché la paura, per sua stessa natura, ha poco a che fare con la razionalità.

Se l’argomento “la presenza di un pene non fa sentire le donne al sicuro” per chiedere l’esclusione delle donne transessuali dai luoghi riservati alle donne è un argomento che appare debole di fronte alle ragioni espresse da chi scrive di questi temi, questo modo di manifestare contro le donne che lo portano avanti ne aumenta la credibilità, soprattutto alla luce del fatto che 1 donna su 3 (35%) delle donne in tutto il mondo ha subito violenze fisiche e/o sessuali perpetrate da chi aveva un pene.

La situazione al momento sembra quasi uno stallo alla messicana, in cui tutte le fazioni si gridano addosso “sei violenta!”, “no tu sei violenta!”, “mi vuoi cancellare!”, “no, sei tu che mi vuoi cancellare!”; in uno stallo alla messicana l’unica cosa sensata da fare è deporre le armi e ricominciare a parlare.

Sono tante le questioni che attivismo trans e femminismo debbono affrontare per costruire un’allenza che non sfoci in una guerra. Non sono questioni semplici che si possono liquidare con uno slogan, occorre prendersi del tempo, ragionarci su.

Voglio provare a fare un esempio, trattando brevemente solo un aspetto della controversia.

Nonostante alcuni pensino l’idea sia datata e inadeguata a descrivere una realtà molto più sfaccettata, io credo fortmente che abbia senso parlare di un privilegio maschile.

Molte persone transgender se ne dichiarano consapevoli proprio grazie al fatto di aver potuto vivere sia da uomini che da donne: “Cultural sexism in the world is very real when you’ve lived on both sides of the coin” dice un ragazzo intervistato dal Time.

Molti uomini trans con cui ho parlato hanno detto che non avevano idea di quanto le donne al lavoro se la passassero male fino alla transizione – leggiamo nell’articolo –  Una volta diventati uomini, i loro passi falsi hanno cominciato ad essere minimizzati e i loro successi amplificati. Spesso, raccontano, le loro parole hanno un peso maggiore: sembravano aver guadagnato autorità e rispetto professionale dall’oggi al domani.

Anche le donne transessuali intervistate confermano questa versione dei fatti:

Joan Roughgarden, professoressa di biologia a Stanford e donna transgender, afferma che è diventato molto più difficile pubblicare il suo lavoro da quando si firma con un nome femminile. “Quando scrivevo un articolo e lo sottoponevo a una rivista, veniva accettato quasi automaticamente”, ha raccontato del tempo in cui aveva il nome di un uomo. “Ma dopo la transizione, tutto ad un tratto pubblicare è diventato più difficile, ottenere sovvenzioni è diventato più difficile, tutto è diventato più difficile.”

Se sei un uomo, si presume che tu sia competente, salvo prova contraria, afferma, Se sei una donna, invece, sei incompetente fino a prova contraria.

Ethan Bonali, attivista transgender non binario, dalle pagine de Il Fatto Quotidiano dichiara che non si può parlare di privilegio maschile quando si parla di persone transessuali:

“Rowling insiste sul concetto, caro al femminismo radicale anni ’70, secondo il quale l’esperienza di oppressione delle donne è dovuta alla propria anatomia e quindi esclude le donne trans a priori in quanto esse hanno beneficiato dei privilegi maschili. Questo ragionamento, apparentemente senza errori logici, ne ha ben due molto importanti.” Quali, questi errori? “Il pensiero radicale è stato formulato nella piena ignoranza delle varianti di genere,” sostiene. “Se si osservano con maggiore cura il genere e le realtà di genere, si riesce a comprendere come vi siano delle femminilità e mascolinità che provengono da tutto ciò che è culturalmente scartato dalla mascolinità e femminilità egemoni. Affermare che le donne trans abbiano beneficiato dei privilegi maschili è una affermazione, nella maggior parte dei casi, falsa. Rowling cancella tutti i tipi di oppressione vissuta dalle persone ‘diverse’. Vengono cancellati anni di bullismo, violenza, abbandono scolastico, abbandono da parte delle famiglie”. Per tale ragione, per Bonali, “le frasi della Rowling sono violente. Sono alla base della piramide della violenza sulle persone transgender.”

La questione del “privilegio maschile”, insomma, emerge (come era già accaduto quando a parlare fu Chimamanda Ngozi Adichie) come uno dei nodi su cui confliggono femminismo e transattivismo.

L’autrice trans Imogen Binnie ha scritto su Twitter che “il privilegio maschile è un termine inventato dalle persone cis” che “non si adatta perfettamente alle esperienze trans.” Quando noi transessuali interagiamo con gli altri usando il linguaggio coniato per definire strutture di potere fondamentalmente incentrate sui cisgender, stiamo davvero discutendo onestamente delle nostre esperienze? O stiamo solo confondendo le acque? – ho letto in un articolo pubblicato su Medium.

L’autrice, parlando del suo percorso professionale, conferma come gli intervistati dell’articolo precedente che sarebbe sciocco da parte sua non sospettare che l’essere percepita come un maschio, prima della transizione, non abbia avuto alcun ruolo nei suoi successi. Ciononostante, non ritiene che questo rientri nella definizione di privilegio.

Nel gergo femminista il termine “privilegio” si riferisce a vantaggi immeritati – cose che non si sono guadagnate, ma si ricevono in base alle circostanze. Quello che le femministe cis chiamano il “privilegio maschile” delle donne trans, io lo definirei come “beneficio marginale”, perché credetemi: io ne ho pagato le spese.

Il motivo per cui non riesce a percepire come veri e propri privilegi quelli di cui ha comunque goduto, è il fatto che sin dall’infanzia fosse tormentata dall’idea che c’era un qualcosa di rotto, bizzarro, disgustoso in lei, una sensazione che non l’ha mai veramente abbandonata e che le ha causato ansia e depressione.

Quei benefici marginali derivanti dal “privilegio maschile” mi sono costati parte della mia salute mentale – e questo è il motivo per cui quel concetto è fondamentalmente imperfetto rispetto alla transidentità.

È stato davvero un privilegio crescere così? Ad alcune donne cis piacerebbe fare a cambio di posto?

A questa obiezione si rispondere che anche molte, molte donne cis soffrono di ansia e depressione; l’Organizzazione Mondiale della Sanità sostiene che la depressione non è solo il problema di salute mentale più comune fra le donne, ma risulta in media più persistente nelle donne che negli uomini e gli studi suggeriscono – scrive un articolo pubblicato su The Lancet – che la discriminazione è un fattore che influenza prepotentemente la salute mentale delle donne.

Un’altra autrice, Emi Koyama, è più possibilista sul tema del privilegio maschile:

la prima reazione delle donne trans è di negare di aver mai goduto di un qualsivoglia privilegio maschile nelle loro vite. È comprensibile pensare che il fatto di essere state assegnate al genere maschile alla nascita abbia rappresentato per loro più un peso che un privilegio: molte di loro, crescendo, hanno odiato i propri corpi maschili e il fatto di essere trattate da maschi. Ricordano, per esempio, quanto le mettesse a disagio subire la pressione di doversi comportare da uomini duri e virili. Molte sono state vittime di bullismo e sono state ridicolizzate da altri ragazzi per il loro comportamento non “propriamente” maschile. Sono state spesso indotte a vergognarsi e hanno sofferto di depressione. Anche da adulte vivono con la paura costante di venire scoperte ed esposte, cosa che metterebbe a repentaglio il loro lavoro, le loro relazioni famigliari e di amicizia e la loro sicurezza.

Tuttavia, come transfemministe dobbiamo rifuggire questa reazione semplicistica. Per quanto sia vero che il privilegio maschile investe alcuni uomini molto più di altri, è anche difficile immaginare che le donne trans assegnate uomini alla nascita, non ne abbiano mai beneficiato. La maggior parte delle donne trans sono state percepite e trattate da uomini (seppure effeminati) almeno per un certo periodo della loro vita, e hanno dunque goduto di un trattamento preferenziale a scuola e sul lavoro, indipendentemente dal fatto che fossero felici di essere percepite come uomini. Sono state educate ad essere decise e sicure di sé, e alcune donne trans mantengono queste caratteristiche “mascoline”, spesso a loro vantaggio, dopo la transizione.

Questo dimostra che spesso confondiamo l’oppressione che abbiamo subito per il fatto di non conformarci ai dettami del binarismo di genere, con l’assenza di privilegio maschile. Invece di affermare che non abbiamo mai beneficiato dei vantaggi derivanti dalla supremazia maschile, dovremmo piuttosto sostenere che le nostre esperienze sono il risultato di un’interazione dinamica tra privilegio maschile e svantaggi derivanti dall’essere trans.

Sempre la stessa autrice dice, in un altro testo:

Il fatto che molte donne transessuali abbiano sperimentato una qualche forma di privilegio maschile non è un peso per la loro coscienza e credibilità femministe, ma un vantaggio, a condizione che abbiano l’integrità e la coscienza per riconoscere e affrontare questo e altri privilegi che potrebbero avere ricevuto.

L’obiettivo di Koyama è trovare un terreno comune sul quale costruire un’allenza fra donne, a prescindere dalla loro essere o non essere transessuali, a partire dall’ovvia considerazione che non tutte le donne sono ugualmente privilegiate o oppresse.

Un progetto di alleanza che rischia di non realizzarsi mai.

 

Sullo stesso argomento:

Donne

Lo sport e il genere

Il soffitto di cotone

Pubblicato in attualità, riflessioni, scienza, società | 24 commenti

Ridimensionare la violenza

Fino a quando gli uomini si convincono di poter colpire la madre dei loro figli senza essere cattivi padri, è lecito temere che continueranno a farlo. Finché le donne si convincono che i loro coniugi possono colpirle senza essere cattivi padri, è lecito temere,  purtroppo, che rimarranno con loro.

Discours de M. Édouard PHILIPPE, Premier ministre
Hôtel de Matignon – Mardi 3 septembre 2019

un’immagine dalla campagna #PerUnaGiustaCasa

Sta facendo discutere l’ordinanza della Cassazione (la trovate qui) che rigetta il ricorso di una madre che si opponeva alla decisione del Tribunale di collocare il figlio minore presso una comunità insieme al padre, con lo scopo di aiutare il bambino a recuperare il rapporto col padre e, al contempo, di consentire il superamento delle problematiche di tipo personologico manifestate dal padre (cit. pag.8 dell’ordinanza suddetta).

La vicenda ha destato scalpore qualche mese fa, non riuscendo comunque a raggiungere i media nazionali e rimanendo confinata alla stampa locale; su Il Tacco d’Italia possiamo ancora guardare il video del prelevamento del minore, corredato da un articolo che spiega che questa madre si sposta con una stampella perché ha riportato danni permanenti al ginocchio a causa di una della tante aggressioni del padre del bambino, sul quale gravano ben tre procedimenti penali per i reati di cui agli artt. 572, 582 e 585 cod.pen. (maltrattamenti contro familiari e conviventi, lesioni personali e relative aggravanti.

In un altro articolo ci viene spiegato nel dettaglio che l’uomo è stato rinviato a giudizio  perché “maltrattava la convivente con continue manifestazioni di violenza fisica e psicologica – lo scrive il PM –, offendendo ed umiliandola con epiteti quali zoccola, puttana, minacciandola reiteratamente e picchiandola abitualmente, tirandole i capelli, strattonandola, colpendola con schiaffi e pugni, sì da cagionarle in diverse occasioni lezioni, consistite in ematomi ed escoriazioni mai refertate, ma constatate dai familiari della donna, giungendo in alcune occasioni a spingerla fuori dall’autovettura in movimento, impedendole altresì di avere rapporti sociali e perfino relazioni con la sua famiglia di origine, così determinando un sistema di vita basato su continue vessazioni, che inducevano la donna lasciare l’abitazione coniugale e a rifugiarsi presso l’abitazione dei genitori”.

Questi procedimenti penali non sono giunti ancora ad una pronuncia giudiziaria, neanche di primo grado.

Nel frattempo, però, il Tribunale per i minorenni di Lecce ha accolto le istanze del padre, che ha proposto un ricorso ai sensi dell’art.333 del cod. civ., chiedendo l’esclusione dalla capacità genitoriale della madre per condotta pregiudizievole nei confronti del bambino.

Quale sia, questa condotta pregiudizievole, è evidente: anche se non la si nomina espressamente (anche perché non si potrebbe in teoria, nel contesto della violenza coniugale), si sta parlando di alienazione genitoriale, ovvero della presenza di un condizionamento da parte di figure parentali, in primo luogo della madre (pag.3), la quale – suggeriva il neuropsichiatra convocato ad analizzare la situazione – a causa dei suoi vissuti traumatici – avrebbe attivato un processo di dipendenza con il figlio.

Leggiamo nell’ordinanza che gli operatori delle strutture socio-sanitarie coinvolte, pur avendo rappresentato le problematiche personologiche del [padre], avevano concordemente evidenziato la necessità di favorire la relazione fra il minore e il padre, in autonomia rispetto alla madre, a causa della sostanziale chiusura di quest’ultima verso ogni progetto di mediazione e recupero della genitorialità, a causa di sentimenti personali di rifiuto nei confronti dell’uomo.

Che strano, vi pare? Perché mai, una donna che è stata maltrattata con continue manifestazioni di violenza fisica e psicologica, umiliata e offesa con epiteti quali zoccola e puttana, una donna minacciata, picchiata e resa zoppa dovrebbe ostinarsi a provare “sentimenti di rifiuto” verso il responsabile di quei comportamenti? Un uomo che il quale, tra l’altro, continua a manifestare anche di fronte a testimoni “problematiche personologiche”?

Problematiche personologiche: uno dei migliori eufemismi che mi sia mai capitato di incontrare.

Comunque, arriviamo al nocciolo della questione. La Cassazione risponde al ricordo della donna, che protesta il mancato rispetto degli artt. 26 e 31 della Convenzione di Istanbul, che obbliga lo Stato ad apprestare specifiche misure per la protezione ed il supporto dei bambini testimoni di violenza e garantisce che, al momento di determinare i diritti di custodia e di visita dei figli, siano presi in considerazione gli episodi di violenza che rientrano nel campo di applicazione della Convenzione, osservando che la Corte di merito non ha affatto omesso di “prendere in considerazione” gli episodi di violenza addebitati al padre, ma ne ha opportunamente ridimensionato la portata, adottando misure volte a garantire i diritti e i bisogni del minore, nell’interesse superiore dello stesso, e di prendere in considerazione, ai fini del suo collocamento, l’esigenza di far sì che il recupero dei rapporti con il padre non vada a detrimento della sua sicurezza. La sicurezza sarebbe garantita dal fatto che il minore non è stato collocato direttamente presso il padre, bensì presso una struttura educativa, sotto la vigilanza di persone professionalmente qualificate.

La Corte avrebbe valutato che i comportamenti paterni non sono così dannosi per lo sviluppo psicofisico del minore, mentre lo sono molto di più i “sentimenti di rifiuto” della madre, la quale è da considerarsi responsabile di ledere il diritto alla bigenitorialità del figlio, principio sulla base del quale si è basata la suddetta valutazione.

La Convenzione sui diritti del fanciullo, (New York 20 novembre 1989), recita nel suo preambolo che il fanciullo, ai fini dello sviluppo armonioso e completo della sua
personalità deve crescere in un ambiente familiare in un clima di felicità, di amore e di comprensione; è vero che la Convenzione riconosce che la famiglia, unità fondamentale della società e ambiente naturale per la crescita e il benessere di tutti i suoi membri e in particolare dei fanciulli, deve ricevere la protezione e l’assistenza di cui necessita per poter svolgere integralmente il suo ruolo nella collettività, ma afferma anche che le autorità competenti possono decidere, sotto riserva di revisione giudiziaria e conformemente con le leggi di procedura applicabili, che questa separazione [la separazione dalla famiglia] è necessaria nell’interesse preminente del fanciullo. Specifica anche che “Una decisione in questo senso può essere necessaria in taluni casi particolari, ad esempio quando i genitori maltrattino o trascurino il fanciullo oppure se vivano separati e una decisione debba essere presa riguardo al luogo di residenza del fanciullo.” La Convenzione riconosce che le istituzioni non debbono intervenire – se non in modo
costruttivo (ovvero protezione e assistenza) – a turbare l’ambiente “naturale” del bambino/a (la sua famiglia), a meno che un intervento non si renda necessario “nell’interesse preminente del fanciullo. L’articolo 9 dice esplicitamente: Gli Stati parti rispettano il diritto del fanciullo separato da entrambi i genitori o da uno di essi, di intrattenere regolarmente rapporti personali e contatti diretti con entrambi i suoi genitori, a meno che ciò non sia contrario all’interesse preminente del fanciullo.

Se l’interesse preminente del fanciullo è la ragione per cui esso può essere allontanato da uno o da entrambi i genitori, viene da sé che intrattenere regolarmente rapporti personali e contatti diretti con entrambi i suoi genitori non coincide con l’interesse preminente del fanciullo.

Infatti, se riflettete sul fatto che a tutela del diritto alla bigenitorialità del bambino, ovvero il diritto a intrattenere regolarmente rapporti personali e contatti diretti con entrambi i suoi genitori, si è deciso di allontanare il bambino da uno dei suoi genitori (la madre), vi renderete conto del fatto che la decisione stessa della Corte va a violare quell’interesse superiore del fanciullo al quale afferma di ispirarsi, negandogli di fatto la bigenitorialità.

Come si evince chiaramente da una caso come questo, di fronte all’ottusa misoginia di un paese profondamente maschilista non c’è Convenzione, codice o prova concreta della violenza che tenga: anche di fronte ad un uomo del quale è impossibile negare le “problematiche personologiche” che lo hanno portato ad azzoppare la madre di suo figlio, il genitore che risulta inadeguato in tribunale è la donna; se di lui si può dire che i maltrattamenti posti in essere nei confronti della madre non possono aver causato danni al proprio figlio (pag.3) – in aperta contraddizione con quanto sappiamo della violenza assistita – i “sentimenti di rifiuto” di lei, descritti come la reazione patologica di una donna problematica e non come la sana reazione di chi ha subito una violenza, rendono necessario l’allontanamento del bambino dalla casa materna, perché quelli sono sicuramente dannosi.

A breve, a causa dei continui rinvii, i reati ascritti all’uomo cadranno in prescrizione.

 

Per approfondire:

I bambini hanno bisogno di essere protetti dai genitori abusanti

 

Pubblicato in affido e alienazione genitoriale, giustizia, notizie, politica, riflessioni, società, tutti i volti della Pas | Contrassegnato , , , , , , , , , , | 2 commenti

Lo sport e il genere

Una delle pratiche culturali più importanti nella costruzione dei ruoli di genere è senza dubbio lo sport. Per gli uomini la pratica sportiva è da tempo immemorabile uno degli ambiti nei quali sviluppare ed esprimere quelle abilità associate alla mascolinità e al potere, mentre l’esclusione delle donne dallo sport ha contribuito alla creazione e al perpetuarsi del mito della fragilità femminile.

De Coubertin, il barone francese che fu il principale artefice del Movimento Olimpico Moderno, si opponeva risolutamente all’agonismo femminile poiché sosteneva che la differente fisiologia della donna e il diverso ruolo nella società la rendevano inadatta all’attività sportiva: un argomento in auge ancora oggi.

In un articolo del 2014, il Post affrontava il tema delle differenze fra uomini e donne citando David Epstein, giornalista e autore del libro “The Sports Gene”, il quale afferma che quello che influisce sulle migliori prestazioni maschili è la conformazione corporea: gli uomini sono generalmente più pesanti e più alti rispetto alle donne, hanno arti più lunghi in relazione all’altezza, cuore e polmoni più grandi, meno grasso, più globuli rossi che trasportano l’ossigeno, scheletri più pesanti che supportano più muscoli, fianchi più stretti, tutti caratteri legati al sesso biologico che rendono necessarie, dal momento della pubertà in poi, competizioni separate fra uomini e donne.

Tuttavia, sempre nello stesso articolo, lo stesso Epstein ammette che questi caratteri non sempre depongono a svantaggio delle donne; a proposito del salto con gli sci, disciplina dalla quale le donne erano escluse fino a poco tempo fa perché troppo pericolosa per il delicato corpo femminile, nota che proprio la particolare conformazione del corpo delle donne può rivelarsi un punto a loro favore: L’obiettivo, dopo tutto, è essere un proiettile incredibilmente leggero. Le donne possono essere capaci di volare tanto quanto gli uomini, o in alcuni casi anche più lontano. E cita il caso della campionessa americana Lindsey Van, che nel 2010 aveva stabilito un record assoluto (battendo quindi donne e uomini) ma comunque venne esclusa dai Giochi Olimpici di Vancouver. Il salto con gli sci femminile, infatti, diventerà disciplina olimpica soltanto nel 2014.

Una curiosità: gli sport sulla neve sono quelli nei quali è minore lo scarto fra i generi. Probabilmente per questo è stata una fra le più grandi sciatrici di tutti i tempi, Lindsey Vonn, a chiedere di poter competere contro i suoi colleghi maschi.

Una proposta che non è stata accolta bene.

Christof Innerhofer, campione del mondo di supergigante nel 2011 e vincitore di diverse medaglie olimpiche e iridate, ha replicato: Lindsey Vonn vuole gareggiare contro gli uomini in una gara di Coppa del Mondo? La trovo un’operazione di triste marketing… È una proposta senza senso, per noi sarebbe una distrazione e il suo numero di pettorale potrebbe essere una variabile importante all’interno di una gara.

In un articolo del 2017 il cui tono fra il paternalistico e lo sfottò emerge sin dal titolo (Cara Vonn, perché tanta ansia di gareggiare con gli uomini?), il giornalista commenta la richiesta di Vonn insinuando che la sciatrice avrebbe scelto per controntarsi con gli sciatori maschi una pista facile (tesi supportata anche dal responsabile della squadra maschile austriaca Paulacher, che avrebbe dichiarato: Perché non chiede di affrontare gli uomini a Kitzbuehel, Beaver Creek o in Gardena?), che ad impedirle di gareggiare con gli uomini ci sarebbero complessi problemi tecnici e assicurativi, che la sua richiesta è da classificarsi come la trovata diabolica di un’atleta in declino determinata a far parlare di sé e che con molta probabilità il verdetto finale sarebbe impietoso, ovvero Vonn ne uscirebbe sconfitta e umiliata, visto che uno studio ha definito in tre secondi su un minuto e mezzo di gara la differenza fra uomini e donne sullo stesso tracciato.

Lindsay Vonn, alla fine, contro gli uomini non ha mai gareggiato.

Ma le atlete sono un fenomeno destabilizzante per gli uomini dello sport (e i loro fan) non soltanto quando si profila all’orizzonte la concreta possibilità che un esponente del loro sesso perda in una competione alla pari con una donna; è sufficiente che una sportiva emerga dall’invisibilità nella quale di solito gareggiano le donne conquistando il cuore del grande pubblico per scatenare il bisogno di rimarcare l’inferiorità femminile.

Ricorderete, probabilmente, il caso Raymond Moore. Accadde nel 2016 che l’amministratore delegato del torneo di tennis di Indian Wells – Moore, appunto – a proposito della WTA (la Women’s Tennis Association) dichiarò che le tenniste sfruttano il successo del tennis maschile e che sono veramente, veramente fortunate. Poi ha aggiunto: Se fossi una tennista, mi inginocchierei ogni notte e ringrazierei dio che Roger Federer e Rafa Nadal siano nati, perché portano avanti questo sport, lo fanno davvero.

Moore si riferiva in particolar modo ai premi in denaro, che secondo lui sono alti per entrambi i tornei, sia quello femminile che quello maschile, solo grazie alle prestazioni e alla qualità del gioco dei tennisti uomini, e Novak Djokovic si è dichiarato d’accordo con lui: io credo che la nostra organizzazione, l’ATP, dovrebbe lottare di più perché le statistiche mostrano che noi, nei tornei maschili, abbiamo più spettatori. Credo che questa sia una ragione per cui, forse, dovremmo essere premiati di più. Le donne dovrebbero lottare per quello che pensano di meritare e noi dovremmo lottare per quello che riteniamo di meritare. (…) Ho un enorme rispetto per ciò che le donne nello sport globale stanno facendo e realizzando. I loro corpi sono molto diversi da quelli degli uomini. Devono affrontare molte cose diverse che non dobbiamo affrontare. Sai, gli ormoni e cose diverse, non abbiamo bisogno di entrare nei dettagli. (…) Ho avuto una donna che era la mia allenatrice ed è stata una parte importante della mia carriera nel tennis. Sono circondato da donne. Sono molto felice di averne sposata una e di avere un figlio.

Gli uomini vendono più biglietti, chiosarono in molti, ed alcuni arrivarono a definire Raymond Moore – costretto a chiedere le dimissioni a seguito delle sue dichiarazioni – una vittima della guerra dei sessi.

D’altronde, perché diamine il pubblico dovrebbe guardare le donne fare una cosa che gli uomini sanno fare meglio?

Come dire: perché dovrei guardare Usain Bolt se al mondo ci sono i giaguari che corrono?

Nessuna donna dovrebbe stare in ginocchio ringraziando per cose del genere, è abbastanza offensivo. Ti posso dire quante persone ogni giorno non guardano tennis se non ci sono io o mia sorella, non posso manco dirvi quanti. Perciò non penso che questa sia un’affermazione esatta. Penso ci siano tante donne che sono entusiasmanti da vedere. Penso ci siano tanti uomini entusiasmanti da vedere. Penso che vada così in entrambi i versi. Penso che queste affermazioni siano molto errate e molto, molto, molto inesatte, aveva replicato Serena Williams, sottolineando quello che secondo lei, e anche secondo me, è il nocciolo della questione: se le donne oggi giocano a tennis o praticano qualsivoglia disciplina sportiva, lo debbono soltanto a se stesse e alla determinazione con cui negli anni tante atlete si sono imposte in un mondo che non le voleva, non aveva nessuna remora a proclamarlo e ancora adesso le tollera a malapena.

Se pensiamo a dati incontestabili come il fatto che una donna adulta in media ha una statura di 7,5–12 cm più bassa dell’uomo, un peso corporeo di 11– 13 KG più leggero, 4,5-6 kg in più di tessuto adiposo, 12–18 kg in meno di massa magra e può raggiungere al massimo i due terzi della forza dell’uomo a causa della minore massa muscolare, il fatto che le sportive abbiano affrontato con audacia e risolutezza l’avversione maschile nei confronti della loro presenza, riuscendo anno dopo anno a conquistarsi un posto nel mondo dello sport agonistico, ci dà la misura di quanto coraggio in più possa celarsi in quei 12 chili di massa magra in meno.

Pensate a Bobby Gibb, che per correre la maratona di Boston, dopo che le avevano rifiutarono il pettorale perché “La corsa è aperta ai soli concorrenti maschi e inoltre le donne non sono fisicamente in grado di correre una maratona” si nascose fra i cespugli e si confuse poi fra i 540 iscritti (uomini) senza dare nell’occhio, o a Kathrine Switzer, che è ricordata come la prima partecipante donna perché il suo inganno venne scoperto da uno degli organizzatori, che cercò di farle interrompere la corsa strattonandola, e quel momento venne immortalato dalla stampa.

Aprite il link e soffermatevi un attimo su quell’immagine: osservate l’uomo che si precipita a strappare il pettorale ad una donna che corre, la sua espressione rabbiosa mentre le grida fuori dalla mia corsa (get the hell out of my race).

Tanta rabbia, assumendo una prospettiva rigorosamente razionale, è del tutto ingiustificata; è ingiustificata per via di quello scheletro, quei muscoli, quei globuli rossi che ci impediscono a tavolino una vittoria sull’atleta uomo a prescindere dal duro allenamento al quale possiamo sottoporci.

Se ciò che contasse fosse la forza bruta, la prestazione, la presenza delle donne nello sport dovrebbe gratificare uomini del genere, invece di gettarli in un simile stato.

Invece, molti, troppi uomini covano un inopportuno livore. Che bisogno c’è di dire ad una tennista che non importa quante coppe vince, perché ci sono almeno 700 uomini che potrebbero batterla? Perché, di fronte ad una nazionale femminile ammessa ai mondiali, si sente il bisogno di osservare che il calcio giocato dalle donne è un fatto al femminile che non c’entra niente con il calcio?

Io credo che sia per via del coraggio.

Come diceva Harper Lee ne “Il buio oltre la siepe”, cos’è il coraggio se non sapere di essere sconfitti prima ancora di cominciare, e cominciare egualmente e arrivare fino in fondo, qualsiasi cosa succeda?

Le donne, dopo secoli di esclusione, si sono conquistate il diritto di fare sport e non sono disposte ad inginocchiarsi davanti a nessuno, a dispetto della loro debole costituzione.

Questo, se ci riflettete, può mettere paura a chi per secoli, in virtù della sua robustezza e vigore, si è arrogato ingiustamente il diritto di dire alle donne cosa avevano il permesso di fare e non fare.

Ultimamente si discute parecchio in rete dei diritti delle donne basati sul sesso, che sarebbero messi a rischio dal concetto di identità di genere.

E’ una polemica che va avanti da diverso tempo e riguarda, fra le altre cose, il diritto delle donne trans di gareggiare nella categoria donne.

Il documento che vi ho linkato afferma:

L’articolo 10 della CEDAW si appella agli Stati perché assicurino che le donne abbiano le stesse opportunità degli uomini di partecipare attivamente agli sport e all’educazione fisica. A causa delle differenze fisiologiche tra donne e uomini, l’esercizio di questo diritto da parte delle donne richiede che certe attività sportive siano divise in base al sesso. Quando gli uomini che rivendicano un’“identità di genere” femminile sono messi in grado di partecipare alle attività sportive riservate alle donne, queste si trovano in un’ingiusta posizione di svantaggio e possono vedere aumentato il rischio di danni fisici. Questo indebolisce la possibilità delle donne e delle ragazze di avere le stesse opportunità degli uomini di partecipare agli sport, e perci costituisce una forma di discriminazione contro le donne e le ragazze che dovrebbe essere eliminata.

Se ricorderete, fece scalpore quando una tesi del genere venne abbracciata pubblicamente dalla tennista Martina Navratilova:

Un uomo può decidere di diventare donna, assumere ormoni come è richiesto dalle associazioni sportive, vincere tutto e allo stesso tempo guadagnare una fortuna, poi può cambiare di nuovo la sua decisione e tornare a fare figli se desidera. È insano e ingannevole. Sarei felice di incontrare una donna transgender, ma non di giocarci contro. Non sarebbe giusto”.

Le dichiarazioni di Navratilova lasciano intendere che la transizione possa essere un mero stratagemma per “vincere tutto”, un trucco, insomma, messo in opera da uomini intenzionati a tornare uomini, ma determinati a sfruttare la terapia ormonale per godersi qualche podio.

Un’interpretazione del fenomeno delle donne trans nello sport alla quale ha risposto Rachel McKinnon, intervistata da Business Insider:

L’argomento principale di Martina [Navratilova] e Paula [Radcliffe, campionessa mondiale di maratona nonché primatista europea della sua specialità, che ha definito l’ingesso delle donne transessuali nerllo sport femminile come “una minaccia”] è che dovremmo bandire tutte le donne trans, tutte le donne trans innocenti, a causa di una fantasia, un personaggio inventato: il truffatore uomo cisgender.

Non si possono negare dei diritti ad un’intera categoria di persone perché c’è la possibilità che una di queste possa decidere di commettere un illecito; sarebbe come espellere tutti gli immigrati perché alcuni di loro potrebbero essere dei terroristi, afferma McKinnon, e continua spiegando perché organizzare una simile frode non sarebbe così semplice come Navratilova lascia intendere. A supporto di questa tesi, sono citate le dichiarazioni del Dottor James Barrett, che dirige la Gender Identity Clinic di Londra:

Ci accorgeremmo che non sei una persona trans, non siamo un negozio [di ormoni]. Non basta entrare e dire che ti piace vivere come una donna.”

Joanna Harper, autrice di un volume sull’argomento, che in un articolo dello scorso anno, affronta la questione dell’ammissione delle donne trans portandoci un po’ di dati.

Harper, che è una fisica medica oltre che l’unica persona transgender ad essere mai stata consulente del Comitato olimpico internazionale in materia di genere e sport, scriveva:

La partecipazione delle atlete transgender negli sport femminili continua ad essere una delle questioni più controverse nello sport. Una fazione sostiene che è ingiusto permettere a chiunque abbia vissuto la pubertà maschile di competere contro le donne, mentre l’altra sostiene che chiunque si identifichi come donna dovrebbe essere autorizzata a competere nello sport femminile.

Io credo in una via di mezzo, che rispetta il diritto di tutte le atlete di godere di una competizione significativa, pur consentendo a quelle donne transgender che hanno subito una transizione medica un percorso verso l’ammissione.

Il mio viaggio personale e la mia ricerca hanno influenzato le mie opinioni. Quando avevo 20 anni, ho corso una maratona in 2:23 e successivamente ho transitato dal maschile al femminile. Dopo nove mesi dall’inizio della terapia ormonale nel 2004, correvo il 12% più lentamente; i corridori maschi seri sono il 10-12% più veloci di quelli femminili altrettanto seri. Nel 2015 ho pubblicato uno studio su otto mezzofondisti che hanno gareggiato a un livello simile prima come uomini e poi come donne dopo la transizione. Per essere chiari, questo è un piccolo studio e riguarda un solo sport.

Prima di iniziare la terapia ormonale, le donne trans hanno tutti i vantaggi degli atleti di sesso maschile, quindi non credo che l’identità di genere da sola dovrebbe  consentire agli atleti transgender di competere a livello di élite.

Tuttavia, la terapia ormonale – composta da un agente anti-androgeno più estrogeni – fa perdere alle donne trans molte componenti dell’atletismo. Non ci sono ancora dati pubblicati sugli sport di forza analoghi al mio studio ed è certamente vero che, anche dopo la terapia ormonale, le donne trans saranno, in media, più alte, più grandi e più forti delle altre donne. Tuttavia, la struttura più possente delle donne trans, se combinata con una ridotta massa muscolare e una ridotta capacità aerobica, può portare degli svantaggi. I vantaggi e gli svantaggi dell’essere donne trans si manifestano in modo diverso in sport diversi.

Diamo un’occhiata alle fortune di una delle donne trans più grandi e più forti che abbia gareggiato contro altre atlete. L’australiana Hannah Mouncey è alta 1,88 m, pesa 100 kg, ha giocato per la squadra di pallamano maschile australiana ed è ancora sui 20 anni. Se dovessimo pensare ad una donna trans in grado di dominare nello sport, quella donna è Mouncey.

Mouncey ha giocato per la squadra di pallamano femminile australiana nei campionati asiatici nel dicembre 2018. I video in rete e diverse immagini di Mouncey la mostrano torreggiare sugli avversari. Ma l’immagine da sola non racconta sempre l’intera storia. Chiaramente, le dimensioni e la forza di Mouncey sono vantaggi, ma è stata solo la terza capocannoniere di una squadra al quinto posto in un torneo a 10 squadre. Né Mouncey né la sua squadra hanno dominato.

Hanna Mouncey è salita alla ribalta nel 2017, quando è stata esclusa dal campionato nazionale di football a causa della sua “forza, resistenza e fisicità”. Tornata alla pallamano, nel 2018 Mouncey ha denunciato pubblicamente di essere stata esclusa dai mondiali perché

le mie compagne mi hanno respinto, non volevano che usassi le loro docce, non mi volevano in spogliatoio con loro e hanno ottenuto la mia esclusione. La selezionatrice ha detto di non avermi chiamato perché non ero in forma, sapendo benissimo che la ragione non era quella: avevo superato tutti i test fisici.

Nel suo articolo Harper prosegue riportando un po’ di grandi numeri. Dal 2011 alle donne trans è consentito competere nelle discipline sportive collegiali americane. Considerato che ogni anno circa 200.000 donne gareggiano negli sport NCAA e che le persone trans rappresentano tra lo 0,5% e l’1,0% della popolazione, dovrebbero esserci più di 1.000 donne trans in competizione ogni anno. Eppure, otto anni dopo l’implementazione delle regole basate sugli ormoni, ci sono solo una manciata di donne trans negli sport collegiali americani e non hanno ottenuto nulla di importante.

Secondo Harper, insomma, le donne transgender attualmente sarebbero tutt’altro che una minaccia.

L’articolo prosegue trattando la questione dei livelli ormonali e suggerendo che l’attuale limite di 10 nanomoli per litro di testosterone per le donne trans è troppo alto e che già 2017 aveva raccomandato al Comitato olimpico internazionale di ridurre il limite a 5 nmol / L per garantire una competizione equa per tutte le atlete.

Quindi conclude ricordando che l’unico modo per affrontare la questione è la ricerca scientifica, soprattutto una che riguardi la memoria muscolare, perché – come spiega Alison Heather, fisiologa dell’ University of Otago, Nuova Zelanda, in un altro articolo sul tema – anche dopo la transizione le donne trans hanno una maggiore capacità, rispetto alle altre donne, di aumentare la massa muscolare.

Heather e i suoi colleghi hanno pubblicato un saggio sul Journal of Medical Ethics, nel quale propongono la creazione un sistema che utilizza un algoritmo per tenere conto di parametri fisiologici come testosterone, livelli di emoglobina, altezza e resistenza, nonché fattori sociali come l’identità di genere e lo stato socioeconomico. Un tale algoritmo sarebbe analogo alle divisioni nelle Paralimpiadi e potrebbe anche includere atleti paralimpici, scrivono. Invece di una suddivisione in maschi e femmine, gli atleti sarebbero suddivisi in un numero maggiore di categorie che tengono in maggior conto parametri fisici e sociali, rendendo più “leale” la competizione. L’algoritmo, naturalmente, dovrebbe essere specifico per ogni sport e Heather e i suoi colleghi riconoscono che produrlo sarebbe un compito difficile.

E’ arduo sostenere che una differenza marcata come quella fra Hanna Mouncey e le sue compagne possa essere trascurata e non mi è difficile credere che la sua esclusione sia effettivamente motivata dal timore che possa costituire una minaccia all’incolumità di chi deve affrontarla in uno sport di contatto. Non credo mi si possa accusare di qualcosa-fobia se scrivo che, quando parliamo di placcaggi, le dimensioni contano.

Al contempo non riesco a prendere in considerazione l’eventualità che la sua transizione abbia qualcosa a che spartire con il desiderio di “vincere facile” contro avversarie che sono la metà di lei e mi rattrista enormemente che il suo desiderio di continuare a praticare lo sport l’abbia costretta a subire addirittura minacce di morte.

Non ho scritto questo post per offrire soluzioni: non sono un dottore e non potrei dire nulla di sensato attorno a questioni come il limite più opportuno di testosterone, e se la proposta di rivoluzionare le categorie dello sport rinunciando definitivamente alle tradizionali suddivisioni fra maschi e femmine, abili e disabili mi affascina per il potenziale rivoluzionario che porta con sé (ripensate per un attimo a Lindsey Vonn), mi rendo a malapena conto delle enormi difficoltà nel realizzare una cambiamento così radicale.

I cambiamenti fanno paura e da persona estremamente paurosa (leggi vigliacca) non posso non comprendere il desiderio di arroccarsi sulle proprie conquiste.

Tuttavia sono dell’idea che non dovremo tirarci indietro: noi donne non dovremo proprio farlo.

Se il nostro viaggio nel mondo dello sport è stato caratterizzato fino ad oggi dal coraggio, dobbiamo affrontare con coraggio anche questa sfida, dobbiamo affrontare la nostra rabbia, la nostra frustrazione e trovare il modo di usarle per trasformare questa polemica in un confronto costruttivo che si ponga l’obiettivo di costruire un mondo nuovo nel quale nessuna, neanche Hanna Mouncey, debba sentirsi dire “fuori dal mio sport”.

Pubblicato in attualità, riflessioni, scienza, società | Contrassegnato , , , , | 12 commenti

Tu quoque, giornalista italiano

In un affondo al vetriolo contro il “il piu’ famoso reporter investigativo d’America”, il nuovo esperto di media del New York Times, Ben Smith, stronca i “colpi” giornalistici che hanno fatto guadagnare all’unico figlio biologico di Mia Farrow e Woody Allen il premio Pulitzer – scrive Alessandra Baldini per l’Ansa – corredando l’articolo con un titolo che non lascia adito a dubbi: le inchieste giornalistiche che hanno reso celebre Ronan Farrow in tutto il mondo avrebbero poco a che fare con la verità, parola del New York Times.

Per Federico Rampini, Repubblica, Ronan Farrow sarebbe “caduto” come gli dei che ha detronizzato con le sue inchieste:

Il Tempo, invece, riprende l’Ansa, affermando a sua volta che i I suoi scoop sembrano “troppo belli per essere veri”  e attribuendo l’affermazione all’autore dell’articolo pubblicato dal New York Times che ha tanto emozionato la stampa nostrana.

Ironia della sorte, nel suo articolo Is Ronan Farrow Too Good to Be True? Ben Smith non dice nulla del genere, come avrà già intuito chi mastica un po’ di inglese. L’espressione “troppo bello per essere vero” (too good to be true), infatti, non si riferisce alla veridicità delle sue inchieste (Mr. Farrow, 32, is not a fabulist. His reporting can be misleading but he does not make things upovvero Mr Farrow non racconta favole. Il modo in cui le espone può essere ingannevole, ma non si inventa le cose – scrive ad un certo punto Ben Smith, come potete tranquillamente verificare scorrendo il suo articolo), bensì allo stesso Farrow, il quale, a dispetto dell’indubbio merito di aver raccontato alcune delle storie più importanti del nostro tempo, secondo il collega non sarebbe stato così bravo come è universalmente ritenuto nel raccontarle.

Ciò che manca al suo lavoro, dice Smith, è il rigore: Fornisce narrazioni irresistibilmente cinematografiche – nelle quali è impossibile confondere eroi e cattivi  – e spesso omette fatti complicati e dettagli scomodi che potrebbero renderle meno drammatiche.

La risposta alle accuse non si è fatta attendere.

A reagire, punto su punto, è stato innanzi tutto Michael Luo, editor del sito newyorker.com, con una serie di tweet: nel suo articolo – accusa Luo – [Smith] fa ciò che secondo lui avrebbe fatto Ronan – modellare i contorni scomodi dei fatti affinché collimino con la storia che vuole raccontare; abbiamo fornito dettagliate risposte a Ben che contraddicono quanto afferma, ma non le ha inserite nell’articolo.

C’è chi accusa Ben Smith di “pignoleria”

chi invece parla di ipocrisia, facendo riferimento al periodo in cui Smith lavorava per BuzzFeed:

Naturalmente c’è stato anche chi ha apprezzato il lavoro di Smith, come ad esempio Glenn Greenwald, che ha commentato:

Ciò che è particolarmente prezioso nell’articolo di Smith è la sua perfetta descrizione  di una malattia dei media causata dall’era Trump, che sta rapidamente corrodendo l’integrità giornalistica e legittimamente distruggendo la fiducia nei media. Smith chiama questa patologia “giornalismo della resistenza”, con il quale etichetta quei giornalisti non solo liberi, ma incoraggiati e incentivati, a dire o pubblicare tutto ciò che vogliono, non importa quanto sconsiderato e non supportato dai fatti, a condizione che il loro obiettivo sia qualcuno sufficientemente odiato nelle sedi dei media mainstream liberali  e / o sui social media.

Al di là dell’analisi del lavoro di Farrow, a proposito della quale non potrei entrare nel merito neanche se volessi visto che non ho letto il suo libro, concordo in pieno con questa descrizione.

Paradossalmente, se volessimo una conferma di ciò di cui parla Ben Smith quando scrive che l’urgenza di pubblicare una notizia bomba può condurre un professionista a “dimenticare” dettagli o testimonianze che potrebbero renderla meno appettibile, potremmo citare proprio gli articoli italiani che parlano del suo pezzo, aggiungendo che il soggetto “sufficientemente odiato” dai nostri media non è uno stupratore condannato per i suoi reati, bensì il movimento #metoo e il cambiamento culturale che ha portato con sé.

 

 

Per approfondire:

La presunta morte del #metoo

Pubblicato in in the spider's web, notizie, riflessioni, società | Contrassegnato , , , | 21 commenti

Un mondo migliore

Per bene che ci vada, la vita in questa società è una noia sconfinata. E poiché non esiste aspetto di questa società che abbia la minima rilevanza per le donne, alle femmine dotate di spirito civico, responsabili e avventurose non resta che rovesciare il governo, eliminare il sistema monetario, istituire l’automazione completa e distruggere il sesso maschile.

Valerie Solanas,”Manifesto SCUM”, trad. S. Arcara e D. Ardilli, 2018

Stamattina, dopo aver bevuto il caffé e letto un paio di articoli dedicati all’odio incontenibile che ha investito Silvia Romano al suo rientro in Italia (verrebbe da pensare che se la passava meglio con i suoi aguzzini, scrive Globalist, e non è un pensiero del tutto insensato considerato che c’è chi propone la sua impiccagione), mi sono ritrovata a dover gestire una serie di inviti alla riflessione sugli imperdonabili peccati del femminismo inviatimi ieri sera da uno dei miei lettori.

Ricevo regolarmente saggi consigli da uomini generosi e impegnati nella costruzione di un mondo migliore, nel quale sia cessata una volta per tutte l’insensata guerra dei sessi attualmente in corso; per questi pacati dispensatori di saggezza affinché questo avvenga è importante che le persone come me si arrendano all’evidenza del fatto che la violenza, di per sé, non ha genere e che è fondamentale prendere le distanze da tutte quelle femministe  disposte ad esultare alla morte di un uomo (Valerie Solanas è sempre citata, in questi casi, assieme a fonti autorevoli tipo frasiraccapricciantidellefemministe.com) ed incapaci di riconoscere che anche una donna è capace di atti efferati e imperdonabili.

Questo amico, che a quanto scrive ha inviato accorati appelli anche ad altri luoghi virtuali popolati da femministe recidive (ricevendo per tutta risposta accuse di mansplaining), è disposto persino ad ammettere che i “femminicidi” sono in numero schiacciante, ed è un problema culturale (che deve fare più di così?), purché si riconosca che il femminismo è colpevole di ignorare le violenze che subiscono gli uomini, per non parlare dell’ambiguità che dimostra nei confronti di propaganga estremamente pericolosa come quella prodotta da Valerie Solanas.

Ora, provate a calarevi nei miei panni: da una parte avevo una ragazza che ha subito 18 mesi di prigionia nelle mani di un gruppo  noto per atti terroristici come la strage di Garissa, contro la quale la stampa mainstream sta dando spazio ai deliri più disparati, facendo raggiungere a fenomeni quali la colpevolizzazione della vittima e la rivittimizzazione vette di abiezione difficili da digerire; dall’altra i messaggi di un tizio che si lamenta perché Non una di meno odia i maschi, fornendomi l’ennesimo superfluo esempio di cosa si intende con l’espressione “What about the men“:

Se a questo aggiungo che i messaggi di questo signore erano in risposta proprio al post da cui è tratto il fumetto qui sopra, vi è più chiaro perché in momenti così mi convinco di sperimentare lo stato d’animo con il quale mi piace immaginare che Solanas abbia iniziato il suo Manifesto; quella “noia sconfinata” di cui parla il suo celebre incipit non potrebbe essere analoga allo scoramento che mi assale ogni volta che i social network mi invitano al dibattito con uomini sordi di fronte a dati, argomentazioni, esempi e confutazioni, uomini completamente egocentrici e intrappolati in se stessi, la cui intelligenza – sto parafrasando Solanas – è un mero strumento al servizio dei loro bisogni?

Potremmo passare giorni, settimane, mesi (io ho passato anni, in questo blog) a mostrare a questo genere di uomini le prove tangibili del fatto che l’unico odio feroce ed insensato che investe un’intero genere è quello contro le donne; basterebbe accendere la TV ed osservare per qualche minuto uno dei dibattiti sulla liberazione di Silvia Romano, che sta subendo una lapidazione virtuale che mai, in situazioni analoghe, è stata riservata ad una vittima di sesso maschile, per rendersene conto.

Leggiamo sui giornali che la giovane viene presa di mira con inaudita brutalità perché “libera”, perché coraggiosa, perché non le si perdona l’altruismo che l’ha spinta a lavorare in un orfanotrofio, perché il suo impegno umanitario offende i razzisti, per via del cospicuo riscatto versato a pericolosi terroristi. Eppure io non ricordo tanta ferocia contro il collaboratore di Emergency Francesco Azzarà, nonostante a proposito del suo rapimento abbia affermato: Nel complesso sono stato trattato bene – e in merito al tornare all’estero: Non sono tornato in Africa per la mia famiglia ma non avrei avuto problemi a farlo. Quando sei laggiù senti che stai facendo qualcosa di importante. C’è chi si sente realizzato facendo sempre ripetutamente le stesse cose e chi invece trova soddisfazione facendo altro, andando oltre i confini del proprio paese. Ognuno dovrebbe poter essere libero di aiutare gli altri nel modo che ritiene più opportuno. Stiamo pur sempre parlando di volontariato. Vi risulta che qualcuno abbia mai proposto l’arresto del fotoreporter Gabriele Torsello perché reo di essersi convertito all’Islam, la medesima religione dei suoi rapitori?

A me non risulta.

Ho letto commenti sconclusionati che arrivano a descrivere il rientro di Silvia Romano in Italia come orgogliosamente e profondamente laico e femminista, perché che si vomiti odio contro una femminista senzadio risulta più accettabile della cruda verità: la donna è bersaglio in quanto donna, lo è a prescindere dalle sue scelte, dalle sue idee e dai suoi comportamenti.

Quale donna diventi improvvisamente un bersaglio dipende dalle circostanze, non dalle sue azioni: all’occorrenza può essere una che indossa la minigonna, in un’altra occasione quella con lo jilbab, alla quale si rimprovera di non indossare più la minigonna; un giorno è quella coraggiosa, un altro si biasima la donna che subisce in silenzio, e non si tratta di incoerenza, come qualcuno ha ipotizzato sotto un mio post recente a proposito del senatore Simone Pillon:

Se dovessimo fondare il nostro giudizio esclusivamente su ciò che si può esservare, la conclusione sarebbe “tutto ciò è incoerente”, ma se accettiamo per vera la premessa che alla base c’è l’avversione per le donne in quanto donne, persino messaggi come questo acquistano un significato.

Non per nulla la parola femminicidio incute tanto ribrezzo: la ragione è che nomina esplicitamente ciò che infastidisce tanto il commentatore che mi ha contattato stamani e tutti quelli che come lui amano passare il tempo a raccontarsi che è il femminismo che fomenta una pericolosa guerra tra i sessi.

Ma torniamo un attimo a Valerie Solanas e alla sua idea di eliminare quell’incidente biologico, femmina incompleta, aborto ambulante, escrescenza inerte, morto vivente, o – nel migliore dei casi – noia infinita, inetto inoffensivo, zona grigia a metà strada tra gli umani e le scimmie ma molto peggio delle scimmie, inadatto persino a fare lo stallone che è l’uomo: chiunque dotato di una briciola di onestà intellettuale deve ammettere che il suo approccio essenzialista nel descrivere il genere maschile non è altro che la copia carbone di ciò che le donne si sono sentite dire per secoli e si sentono dire ancora oggi, a volte in modo sfacciatamente sincero, altre sotto forma di “battuta scherzosa” o di ricerca pseudoscientifica, o più semplicemente coi fatti. Scrive Solanas: Le donne non soffrono di invidia del pene; sono gli uomini a invidiare la figa. Devo aggiungere altro? Praticamente si spiega da sé.

Questa non pretende di essere un’analisi esaustiva dell’opera (non ne è neppure un pallido abbozzo, ovviamente), ma è a mio avviso la ragione per cui è molto probabile che una donna reagisca al testo come l’autrice della biografia “The Defiant Life of the Woman Who Wrote Scum, and Shot Andy Warhol” (I remember really vividly the first time I read the SCUM Manifesto because I felt these incredibly deep, deep levels of humor in it, and I remember just laughing to myself really, really loudly, almost in this inappropriate way), e cioè con una grassa risata liberatoria, mentre un uomo può seriamente pensare di usarlo per avviare una discussione sui sadici intenti “gendericidi” di chi denuncia in vari modi l’oppressione delle donne.

Tutto questo per dire cosa? – vi starete chiedendo.

Per sfogarmi un poco.

E naturalmente per ribadire che no, non sto pianificando uno sterminio; voglio rassicurare i miei lettori sul fatto che nessuno dei blog o collettivi ai quali rivolgete i vostri timori si sta organizzando in tal senso, MA, se il vostro obiettivo è che non si giunga mai ad ordire tutte insieme piani di guerra che ricomprendano omicidi di massa, continuare a tormentarmi con messaggi di questo tenore o linkarmi qualche sporadico caso di povero marito vessato nella speranza che acquisti il volume di Glenda Mancini e giunga a più miti consigli, non è una strategia vincente.

Un ultimo consiglio: ogni volta che vi sembra di riscontrare in un blog o una pagina femminista segnali evidenti di “misandria”, uscite, arrivate fino all’edicola e compratevi una copia di Libero: quella è misoginia e non esiste niente, niente al mondo di analogo contro gli uomini.

Pubblicato in affido e alienazione genitoriale, attualità, politica, riflessioni, società | Contrassegnato , , , , , , | 9 commenti

Il fatto stesso di essere una donna

Una traduzione da Michael Bloomberg and the Long History of Misogyny Toward Mothers, di

La misoginia riservata specificamente alle madri è una cosa curiosa. Le attuali discussioni sul sessismo di solito trattano le conseguenze che le donne affrontano per aver assunto comportamenti poco femminili – per aver trasgredito il ruolo loro assegnato: sono state troppo rumorose, troppo arrabbiate, troppo grandi, troppo forti, troppo. Ma il grande paradosso della misoginia è che il suo oggetto è la femminilità stessa – non la femminilità tradizionale o la femminilità non tradizionale, ma il fatto stesso di essere una donna. Non si può schivare rimanendo al proprio posto. Anche nel ruolo archetipicamente femminile della madre, le donne finiscono col ritrovarsi oggetti di quell’odio vecchio e leggendario.

Esistono molte specie di odio verso le madri. Sospetto che il più antico sia lo stile libertino, in cui la maternità è insultata per aver trasformato giovani donne vivaci e nubili in versioni più morbide, più sagge e meno disponibili sessualmente della precedente versione di sé. Il prototipo del libertino, il Marchese de Sade, sognava di torturare e uccidere donne in gravidanza, madri e i loro bambini. Uno dei passi più significativi nella sua opera è questa frase tratta dal suo estenuante romanzo del 18 ° secolo “Juliette”: “Immagina di dare alla luce questo tesoro del tuo cuore; ecco quella massa informe di carne contorcersi appiccicosa e vacillare dalla cavità dove credi che si possa trovare la felicità. ” Quanto amore per il futuro della razza umana; il libertino non ha tempo per queste cose, e nemmeno lo stile libertino di valutare le donne, che trova miserabili le cose sessualmente interessanti e disponibili, e di nessun valore la madre.

Poi c’è lo stile psicoanalitico nell’odio materno. Questo è forse un po’ passé oggi, ma c’è stato un momento in cui tutti, dai decantati intellettuali al borghese di New York, sospettavano che Freud avesse la giusta idea sul sesso e sulla società. In questa narrazione, le madri prepotenti hanno regolarmente evirato i figli maschi con la loro petulanza infliggendo loro sensi di colpa, finendo col provocare una reazione misogina nei figli, che tentano in questo modo di recuperare la dignità perduta o di crearsi un’identità maschile separata. Come scrisse la sociologa femminista Miriam M. Johnson nel suo libro del 1990, “Strong Mothers, Weak Wives”: “La svalutazione delle donne (sia da parte delle donne che degli uomini) non è la reazione inevitabile all’importanza delle donne nella prima infanzia. È una scelta.” Il fatto che si sentisse il bisogno di tale intervento fosse è una messa in stato tanto di una contorta impalcatura morale quanto delle bizzare mode in psicologia.

Più familiare per noi dell’era dei social media è un tipo di odio materno che emana principalmente dai padri, una gelosia particolarmente dannosa per i propri figli. “Non sopporto i miei figli per aver rubato l’amore di mia moglie”, leggiamo in una confessione pubblicata sul Daily Mail. (Naturalmente, il risentimento è rivolto principalmente verso moglie, non sulla progenie fortunata della coppia: “c’era un altro uomo in casa che mia moglie adorava più di quanto non adorasse me”, racconta il padre a proposito del figlio piccolo) Questa specie di mammafobia condanna le madri per aver spostato le loro energie dal soddisfare i bisogni degli uomini al soddisfacimento dei bisogni dei bambini, e forse per essersi affermate in tal modo, come sostiene la poetessa Adrienne Rich nel suo libro “Of Woman Born”. “L’idea del potere materno è stata addomesticata”, avverte, poiché costituisce una minaccia allo sfruttamento delle donne.

Poi ci sono le forme moderne di odio verso le madri: il genere eugenetico, che diffama le donne povere, disabili e non bianche colpevoli di aumentare le fila di coloro che le élite considerano inadatte alla vita. E c’è il tipo capitalista, che disprezza le madri perché pretendono  una pausa dal lavoro (per non parlare della retribuzione) per partorire e prendersi cura dei bambini.

 

Una mia lettrice mi ha suggerito questo articolo, che mi ha colpito a causa di una reazione particolarmente violenta suscita da un mio scritto di qualche tempo fa.

Quando ho iniziato a scrivere dei temi con i quali, a mio avviso, il femminismo oggi dovrebbe confrontarsi, sono partita parlando di alienazione genitoriale e rivittimizzazione delle vittime di violenza domestica da parte delle istituzioni deputate a valutare l’affido dei bambini coinvolti.

Le ragioni per cui sono partita con questo tema e non con altri sono svariate: è un tema che tratto da diverso tempo e sul quale ho raccolto parecchia documentazione; è un tema ignorato per anni dalla stampa mainstream, che, grazie alla tenacia delle attiviste, ha trovato solo recentemente il giusto spazio per contrastare una narrazione totalmente assorbita da una retorica sul divorzio e la separazione come i peggiori mali che possono colpire l’infanzia; per non parlare del fatto che la ferrea convinzione che la condizione di madre permetta alle donne di entrare a far parte di un gruppo privilegiato rispetto alle altre donne (una convinzione del tutto infondata, almeno io la vedo così), alimenta la solitudine e il senso di inadeguatezza di tutte quelle donne che devono affrontare la maternità in un paese nel quale essere madri, oggi, spesso significa raggiungere un punto critico delle differenze di genere.

Come vi raccontavo, la mia decisione ha scatenato una reazione che francamente non mi aspettavo:

Di temi più importanti me ne vengono molti. In ordine sparso: combattere la tratta, combattere l’oggettivizzazione, il soffitto di cristallo, la disparità nelle paghe… Cose che affliggono TUTTE le donne in TUTTO il mondo. Non solo alcune madri in alcuni stati.
Ad esempio, più importante di quello proposto da te sarebbe finalmente far capire a tante donne che vivono ancora nel ‘700 che una donna ha bisogno in primis di un lavoro (così non dipenderà da un uomo che magari, se si scoprisse violento, non potrebbero lasciare perché non sanno come mantenersi) e un lavoro serio, non un part-time a 600€ al mese, perché tanto il resto lo mette lui.
Sarebbe da far capire loro che si devono realizzare come PERSONE e che figliare non può e non deve essere il loro unico obiettivo, perché questo le annichila come persone e se va l’autostima, poi non si accorgono del violento in casa. Si potrebbe far notare loro che BEN PRIMA di fare un figlio (che ti lega per la vita) col primo che capita (e se leggi Rubrica Lilla o Distruggere su fb ne conti a pacchi) sarebbe da spendere qualche anno a conoscere il signore in questione. Ma se credono che valgono solo se partoriscono, non lo faranno mai.
Ah, se una non vuole/può avere figli o allattare non vale di meno (ho visto di quelle cattiverie da donne ad altre donne per questo). Lo pensano solo perché figliare è tutto ciò che sanno fare e ne va della loro autostima, visto che hanno rinunciato a tutto il resto per quello che il patriarcato dice loro, cioè “non sei donna se non figli”.
Ma continuiamo a pensare che il tema numero uno del femminismo sia aiutare madri idiote a non accorgersi che possono essere persone complete, per carità.
Ancora tantissimi mesi fa ti avevo chiesto di leggere alcuni siti childfree che ti avevo linkato per capire la discriminazione che viviamo ogni gg e magari parlarne. Ma evidentemente, anche per te non siamo donne sul serio.

Non credo, onestamente, che esista una problematica che affligga allo stesso modo tutte le donne; non tutte le donne sono vittime di tratta, ad esempio, come non tutte le donne avvertono allo stesso modo il soffitto di cristallo; sebbene l’ossessione per il proprio aspetto sia ancora una caratteristica prevalentemente femminile, non tutte le donne vivono come problematico il rapporto con il loro corpo, mentre ci sono parecchie le donne che vivono l’analisi femminista della sovraesposizione mediatica di corpi femminili giovanissimi, sexy e ammiccanti come una futile nonché irrispettosa invasione della loro libertà di espressione. Per comprendere quanto sia difficile e potenzialmente esplosivo affrontare il tema dell’oggettivazione del corpo delle donne, basta dare uno sguardo alle polemiche esplose attorno ad alcuni scatti di Emma Watson, o tornare con la memoria al dibattito sorto a causa della camicia di Matt Taylor.

Insomma, stilare una qualche lista di temi o di strategie di lotta al patriarcato in grado di mettere d’accordo tutte, ma proprio tutte le donne, mi appare come un’impresa impossibile.

Allo stesso tempo non credo che la scelta personale di dedicarsi ad una tematica piuttosto che ad un’altra possa costituire automaticamente un atto d’accusa nei confronti di chi ritiene di avere cose più importanti di cui occuparsi. Di certo non è vero nel mio caso, visto che, aproposito delle cosiddette childfree, avevo parlato in questo blog del progetto “Lunàdigas”, cogliendo l’occasione per ricordare che sulla scelta di essere donna senza essere madre pesano il pregiudizio e uno stigma sociale che non si possono negare  e criticare una campagna sulla fertilità connotata dalla colpevolizzazione delle donne che la fanno: affermazioni poco compatibili con l’idea che mi si possa attribuire la convinzione che le donne senza figli “non siano donne sul serio”.

Ciò di cui in realtà sono convinta è che in una società patriarcale nessuna donna, neppure la donna-madre, è “abbastanza donna”, come si evince da una pubblicità che mi hanno recentemente segnalato:

“Femminilità” è proprio il termine che utilizzava Simone de Beauvoir ne “Il secondo sesso”, descrivendola come quell’essenza vaga e abbagliante che viene richiesto alle donne di incarnare, senza tuttavia spiegare loro in cosa consista.

La femminilità, come ci ricordano questi produttori di sexy camicie da notte, non risiede neppure in ovaie perfettamente funzionanti e uteri accoglienti – visto che a causa della gravidanza c’è il rischio di perderla ed occorre intervenire con acquisti mirati a tenersela stretta – ma è sempre altrove, e le donne possono solo rincorrerla, senza arrivare mai a sentirsi soddisfatte della versione imperfetta di donna che di volta in volta mettono in scena.

La “donna senza figli” e la “madre” – scriveva Adrienne Rich nel già citato “Nato di donna” – sono una falsa contrapposizionel’abisso “tra “madri” e “non madri” sarà colmato solo quando arriveremo a capire che la maternità e la non-maternità sono state manipolate per trasformare le donne in quantità negative, o portatrici del male. [pag.354, Garzanti Editore, 1996] Maternità e non maternità sono concetti così pieni di sfumature per noi proprio perché, quale che sia stata la nostra scelta, ci è stata sempre rivoltata contro [ibidem, pag.359].

Quindi, concludendo, il mio augurio a tutte le donne nel giorno in cui si “festeggia” l’istituto della maternità è di avviare una riflessione sul fatto che se è vero che il patriarcato assegna “un posto” ben preciso alle donne, non c’è ruolo, neanche il ruolo di mamma, in grado di tutelarci dall’odio vecchio e leggendario che ci investe tutte per il semplice fatto di essere delle donne.

 

Sullo stesso argomento:

Il potere generativo

Pubblicato in attualità, riflessioni, società | Contrassegnato , , , , , , | 2 commenti

La sorella di Shakespeare

Ieri sera andava in onda il film “Il giovane Karl Marx“, che, come il titolo spiega perfettamente rendendo questo inciso piuttosto ridondante, racconta gli anni di formazione del filosofo tedesco.

Uno degli eventi fondamentali nella vita di Marx come nella storia della filosofia e della politica è l’incontro con Friedrich Engels. Il film lo racconta così: Engels è a casa di Arnold Ruge, per discutere dei suoi articoli pubblicati sulla rivista che Ruge ha fondato e per la quale scrive anche Karl Marx, quando Marx irrompe nella stanza chiedendo a gran voce di essere pagato per il suo lavoro: “Ho una bambina piccola che sta male!” si lamenta (o qualcosa del genere). Ruge dapprima replica che non ha denaro da dargli, poi, di fronte all’irruenza di Marx, esce dalla stanza promettendo che rimedierà qualcosa. Marx ed Engels, rimasti soli, si scoprono ferventi ammiratori l’uno dell’altro, gettando le basi di quella che – spoiler – diventerà una proficua collaborazione. Quando Arnold Ruge torna in salotto con i soldi per la bambina malata, i due novelli amici se ne sono andati a proseguire altrove le loro dissertazioni sulle ingiustizie del mondo.

Io l’ho trovata una scena meravigliosa.

Probabilmente senza averne l’intenzione, questa scena ci mostra con estrema chiarezza in cosa consiste quel “carico mentale” che è l’ossatura di tutto il lavoro che serve per soddisfare i bisogni dei membri della famiglia, in termini di cura quotidiana ma anche di salute: lavoro gratuito, escluso dal mercato nonostante produca valore, svolto prevalentemente dalle donne e, secondo le femministe materialiste, la posta in gioco di un rapporto di sfruttamento e di espropriazione.

Mentre osservavo sullo schermo della TV quei fini pensatori che si perdevano nei loro ragionamenti finendo per godere della reciproca compagnia (e grosse quantità di alcolici) fino a notte inoltrata, riflettevo sul fatto che se io fossi uscita per recuperare dei soldi necessari al sostentamento di mio figlio, avrei potuto imbattermi in Marx, Engels, Proudhon, Hegel e persino un branco di unicorni desiderosi di mettermi a parte del senso della vita, ma non avrei mai lasciato il signor Ruge con il denaro in mano a fissare stupefatto una sedia vuota. E badate, non lo dico per dipingermi come una persona particolarmente “virtuosa”, come si evince dal mio ultimo post (quello che citava Titiou Lecoq), dal quale emerge prepotentemente come lo sfruttamento maschile del lavoro domestico e di cura trovi il suo fondamento proprio nella pretesa che le donne si conformino ad un ruolo di genere che le vuole disposte al sacrificio in nome del benessere dei cari congiunti (per usare un termine in voga), un sacrificio che agli uomini non è richiesto, motivo per il quale è impossibile percepirne le inadempienze come tali.

Quando ho condiviso su facebook la vicenda di Lecoq, ad esempio, c’è stato chi ha obiettato che rifiutarsi di portare il figlio dal pediatra, anche se sta male quindi ne avrebbe urgentemente bisogno, perchè il padre non vuole farlo è da irresponsabile totale, biasimandomi per non aver esplicitamente condannato un comportamento che in una madre è da stigmatizzare; un commento che conferma che padri e madri non hanno le medesime responsabilità agli occhi di chi giudica il loro comportamento e siamo avvezzi a distribuire fra loro lodi e rampogne sulla base di criteri diversi.

Cosa avremmo detto di una madre che, povera in canna e con una figlioletta a casa malata, se ne fosse andata con un’amica a bere?

“Ma poi Marx ed Engels hanno scritto il Manifesto del Partito Comunista”, risponderanno quelli che hanno colto quest’ultimo riferimento al film e ritengono che il tempo che gli uomini non dedicano al lavoro domestico e di cura sia comunque messo a frutto per il bene della collettività.

Chi invece ha colto nel titolo di questo post il riferimento a Virginia Woolf, sa bene che a causa della discriminazione di genere è probabile che l’umanità sia stata depredata di decine e decine di altrettanto pregevoli manifesti, perché le loro talentuose potenziali autrici erano impegnate a pulire il moccio al naso della febbricitante prole.

E’ difficile immaginare di mettere sui piatti di una bilancia il Manifesto del partito comunista da una parte e la salute di un’infante dall’altra e decidere cosa pesi di più, ma non è quello che mi preme; ho condiviso coi miei lettori l’aneddoto della blogger francese, perché volevo sottolineare che, se abbiamo ben chiaro che il lavoro domestico e di cura è necessario e indifferibile, quando si pone in modo pressante il problema della sua iniqua distribuzione, la sconfitta delle ragioni delle donne pare inevitabile.

Lo vediamo in questi giorni, in cui un manipolo di maschi pensatori ha elaborato una fase 2 senza minimamente considerare nei loro piani i bambini, i loro diritti e le loro esigenze, gettando comprensibilmente nel panico tutti coloro che – dovendo fare i conti con un mondo del lavoro salariato a misura di uomo (cioè di persona che non ha nessun bisogno di porsi il problema di chi dipende dal suo lavoro domestico e di cura) – erano abituati a barcamenarsi fra scuola, nonni e altre forme di sostegno altrettanto impraticabili a causa della pandemia (come oratori, doposcuola eccetera).

Uno degli aspetti della discussione pubblica che si sta svolgendo è un errore nel quale si incorre spesso, quando si tratta di suddivisione sessuale del lavoro, e vorrei affrontarlo a partire da un articolo comparso su La 27esima Ora: Mollate il potere in casa, prendete quello fuori.

L’invito a “mollare il potere” di cui parla il titolo è rivolto alle donne, colpevoli – secondo l’autrice – di non rassegnarsi ad uscire dalla scena come madri, una scelta necessaria per rivendicare altri ruoli e conquistarsi un po’ del “potere di fuori”. Un simile invito è rivolto a partire dalla premessa che esista un “potere in casa”, che avrebbe a che fare con quel lavoro domestico e di cura di cui abbiamo lungamente parlato.

C’è anche l’incapacità delle donne a delegare il potere tradizionale in famiglia e rivendicare quello pubblico – scrive Valeria Palumbo – C’è una concezione del potere simile a quella dello Stato: ovvero un potere che si esercita in quanto i sottoposti (i figli, gli anziani e, in casa, anche i mariti) sono dei pasticcioni incapaci e inconsapevoli dei rischi che corrono.

Non so se mi è sfuggito il tono ironico di una simile affermazione, ma ho paura di no, visto che dopo prosegue parlando di sultane hanno controllato l’impero dall’harem senza mai uscirne, donne come Carmen Polo, moglie di Francisco Franco, [che] ha orientato la politica della dittatura, senza mettere il naso fuori casa.

Prosegue l’articolo accusando le donne di aver saputo rendere il controllo (faticosissimo) su mariti, figli, anziani e altri soggetti da nutrire, vestire, rimproverare e contenere, un vero sistema di potere. Analogo e speculare a quello dello Stato, e altrettanto soffocante. Non a caso nelle teocrazie (penso all’Arabia Saudita di oggi e all’Iran) sono proprio le donne le custodi più feroci di un sistema che le opprime in un modo che a noi sembra insopportabile. O meglio, che ci sembra insopportabile finché non assume gli aspetti del nostro cattolico, italico, familiare sistema. Non c’è alcuna ragione per cui oggi le donne non deleghino ai loro compagni figli e casa. O meglio: che non impongano loro un’equa distribuzione dei carichi. Perfino in questa quarantena si sono visti uomini incollati al computer con la scusa dello smart working, che non hanno mosso un dito per far funzionare la nuova organizzazione familiare. Perché non sono stati strappati dalle loro postazioncine? 

Questa analisi fa acqua da tutte le parti: che farsi carico di tutto quel faticoso e frustrante lavoro routinario equivalga ad acquistare un qualche potere o controllo sui mariti non è solo ridicolo, ma anche affine al meccanismo della colpevolizzazione della vittima.

Su cosa si fonderebbe un simile potere? “Mio caro, se non fai quello che dico puoi scordarti i calzini puliti la prossima settimana e ti toccherà andare in Parlamento con le camicie tutte spiegazzate.  Sta’ attento, che se insisti su questa linea non solo non troverai una tazzina pulita per il tuo caffé, ma non cambio il pannolone alla nonna!” Terrorizzante, nevvero? Chi non scatterebbe sull’attenti come un bravo soldatino?

Di fronte alla domanda legittima “perché non strappare dalle loro posizioncine quegli uomini incollati al computer con la scusa dello smart working, che non hanno mosso un dito per far funzionare la nuova organizzazione familiare?” non possiamo inventarci la consolatoria storiella del “potere della casalinga” che governa interi stati grazie alla sua superba ricetta della torta foresta nera e il superpotere di trovare immediamente la felpa celata nei meandri dell’armadio.

Come scrive Mila Campisi Agosti in un articolo che ho citato più sopra, avere la responsabilità della gestione familiare non significa averne il controllo, perché essere un ingranaggio, seppur fondamentale, non significa avere il controllo dell’intero macchinario.

Quella di uscire dalla trappola della suddivisione sessuale del lavoro non è una responsabilità che il femminismo può accollare interamente alla singola donna, perché non c’è nessun “potere casalingo” che ella può barattare con l’uomo seduto davanti al computer, né si può pensare ad uno scenario in cui quel lavoro non venga svolto da nessuno o che una soluzione praticabile sia far svolgere quel lavoro ad altre donne.

Quella che si combatte in casa non è una guerra ad armi pari. La ragione per cui le donne non possono delegare agli uomini è che gli uomini quel lavoro non intendono farlo e sono tutt’altro che controllati e controllabili da chi li nutre e li veste.

Per questo le donne hanno bisogno di altre donne, e l’unica soluzione alla questione non potrà che essere trovata tutte insieme.

Pubblicato in attualità, notizie, politica, riflessioni, società | Contrassegnato , , , , , , , | 19 commenti

I figli, le mamme e la fase 2

Una paio d’anni fa, per informarmi su quanto il femminismo fosse pericoloso per la salute e il benessere dell’umanità, uno dei miei affezionati lettori mi segnalò la scandalosa vicenda di Titiou Lecoq.

Per chi non ne avessed mai sentito parlare, un breve riassunto: in un’intervista dedicata alla promozione del suo libro Libérées! Le combat féministe se gagne devant le panier de linge sale (Liberate! La battaglia femminista si vince davanti alla cesta dei panni sporchi), la giornalista e blogger francese raccontò un episodio della sua vita privata per illuminarci sulla strenua resistenza che debbono affrontare fra le mura di casa quelle donne che pretendono dai partner maschi un’equa suddivisione del lavoro domestico e di cura.

Riportava la testata Tempi:

«Ho vissuto l’esperienza di avere mio figlio malato, che non ho voluto portare dal pediatra perché toccava sempre a me farlo. Così ho detto a suo padre: “Te ne devi occupare tu!”. Lui non è riuscito a farlo in tempo e mio figlio è finito con un timpano perforato.

Dall’asilo mi hanno telefonato per dirmi che non potevano accettarlo [in quello stato]. So che quello che ho fatto è orribile, ma non era il mio turno di portarlo dal pediatra. Non bisogna cedere solo perché il proprio bambino soffre. E ora il risultato è che, per quanto riguarda le visite dal pediatra, ce le dividiamo in modo perfetto».

Finché la casa, conclude, «resterà un territorio femminile, le donne non conquisteranno mai il loro posto nel resto della società».

Tutti coloro che in Italia citarono il caso, lo fecero calcando la mano sulla crudeltà della donna, descrivendola come una squilibrata a tal punto imbevuta di perversa ideologia femminista da sacrificare la salute di quello che avrebbe dovuto essere il suo bene più caro.

Perché nessuno di questi scandalizzati difensori dell’infanzia si è accorto che nella storia si citava anche un altro genitore ugualmente responsabile del pargolo, il quale si rifiutò altrettanto caparbiamente di correre dal pediatra? Perché il padre non è percepito come altrettanto egoista, altrettanto obnubilato da un’idea (che sia dovere delle donne – e non un onere da condividere – accorrere alle richieste d’aiuto dei figli) da compromettere l’incolumità del proprio erede?

La risposta, chi mi segue, la sa già; la risposta è “patriarcato”.

L’Italia si prepara ad affrontare la “fase 2”: allentamento delle misure di contenimento, ripresa graduale delle attività produttive, insomma dobbiamo ricominciare a lavorare. Alcuni si domandano atterriti: ma ora che i nonni sono fuori gioco a causa del coronavirus, come faranno quelle famiglie che hanno deciso di mettere al mondo dei figli?

Chi si occuperà dei bambini?

La risposta è di nuovo piuttosto ovvia: saranno le mamme, perché, come ci insegna la storia di Titiou Lecoq, se non lo fanno le mamme, c’è il rischio concreto che i bambini restino a casa da soli.

 

Per approfondire:

Ma quanto lavoriamo?

Il paese che odia le madri

Pubblicato in attualità, riflessioni, società | Contrassegnato , , , , , , , | 9 commenti