Delusioni

Qualche giorno fa ho condiviso un articolo che avevo trovato interessante.

Non è la prima volta che tratto la discriminazione di genere nello sport, né tantomeno la prima volta che condivido articoli che trattano dell’intersessualità o della transessualità, sebbene da un po’ di tempo i toni che contraddistinguono la trattazione di queste tematiche me li rendano invisi. Per quanto sia convinta che la pretesa di neutralità sia una strategia troppo spesso motivata dalla vigliaccheria, i toni da tifoseria non sono mai stati nelle mie corde (o almeno è così che percepisco me stessa, se mi concedete una boutade), per non parlare del fatto che trovo i testi fondanti della cosiddetta queer theory particolarmente ostici rispetto ad altre letture; mi trovo costretta ad ammettere che ancora devo farmi un’idea abbastanza precisa e non mi sento così sicura da mettere nero su bianco le mie riflessioni.

Comunque, ho condiviso questo articolo, principalmente perché mi sembrava un interessante approfondimento dopo un post sul tema che avevo scritto un anno fa, nonché un tema di enorme attualità, se ancora oggi dobbiamo leggere di una donna cacciata in malomodo da una manifestazione sportiva perché donna.

La reazione su facebook mi ha enormemente sconvolta.

Le accuse mosse sono state pesanti, sono volate parole grosse, come “tradimento” e “propaganda”, e particolarmente dolorosa – sono onesta – è stata l’accusa di ricevere fantomatici compensi allo scopo di orientare l’opinione pubblica in una direzione piuttosto che in un’altra.

L’accusa di strumentalizzare le vicissitudini di soggetti vulnerabili per raggiungere obiettivi abietti non mi è nuova, anzi: questo piccolo scontro sui social mi ha riportato ad un periodo in cui in seno alle compagnie femministe che bazzicavo si respirava un’aria molto, molto pesante, condita da attacchi personali forse ancora più violenti di questi. Gli argomenti su cui si dibatteva erano altri, ma le accuse erano le stesse, ad esempio agire non perché si condividono sinceramente idee o battaglie, ma allo scopo meschino di ottenere una gratificazione personale.

Lo scrivo oggi, di nuovo, come lo scrissi allora: per quanto un argomento possa coinvolgerci emotivamente, questo rimane un modo scorretto di confrontarsi. Lo tollero dalla mia piccola crew di troll, perché un blog senza affettuosi detrattori che discettano puntuali ad ogni post dei disturbi emotivi e delle tue carenze intellettuali del blogger in carica non credo neanche si possa definire un vero blog, ma nel contesto dell’attivismo per i diritti umani, quando rimane l’unico argomento, diventa difficile da digerire.

Sono stata molto fiera dei miei lettori in passato: mi avete offerto spunti, consigliato letture, messo in difficoltà con discussioni dense di contenuti.

Oggi sono delusa.

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Colpevole in quanto donna

Stamattina mi sono svegliata con una buona notizia: la CEDU, Corte Europea per i Diritti dell’Uomo, ha condannato l’Italia in relazione al caso di “stupro della Fortezza dal Basso“, per aver violato l’art.8 Convenzione europea dei diritti umani, che prevede il diritto al rispetto della vita privata e familiare: La Corte ritiene che i diritti e gli interessi della ricorrente derivanti dall’art. 8 non sono stati adeguatamente tutelati in considerazione del contenuto della sentenza della Corte d’Appello di Firenzeriporta il sito dell’Associazione Nazionale D.i.Re “Donne in Rete contro la violenza”Ne consegue che le autorità nazionali non hanno tutelato la ricorrente dalla vittimizzazione secondaria durante tutto il procedimento, di cui la redazione della sentenza è parte integrante.

Un eccellente risultato, del quale dovrei essere più che lieta, se non fosse che neanche 15 giorni fa la stessa Corte si è espressa contro un’altra donna, che denunciava la violazione di un altro articolo della Convenzione, la cui osservanza è venuta meno per le stesse identiche ragioni: una cultura carica di stereotipi e pregiudizi che impedisce alle nostre istituzioni di affrontare con imparzialità qualsivoglia caso che coinvolga una donna nelle vesti di accusatrice di uno o più uomini che commettono violenza.

Il caso di Antonella Penati è così semplice che le giustificazioni addotte dagli attori coinvolti e riportate nella sentenza assumono i toni grotteschi del balbettio del bambino colto in flagrante per non aver fatto i compiti.

L’evidenza della colpa di tutte le persone coinvolte nel caso, dalla prima all’ultima, sta nelle 17 denunce che la ricorrente ha presentato a chi di dovere, tutte documentate e tutte riportanti l’evidenza della pericolosità dell’assassino: ci sono i messaggi ingiuriosi e le minacce, tutt’altro che velate, ci sono le lesioni subite dalla ricorrente, refertate, ci sono i precedenti, anch’essi noti a chi di dovere, c’è l’attestazione del comportamento della piccola vittima, terrorizzata all’idea di incontrare il suo aguzzino; l’unica cosa della quale si può lamentare la mancanza è un’attestazione giurata nella quale l’assassino indichi con chiarezza la data e le modalità del crimine che intendeva commettere, perché, a quanto si evince dal surreale succedersi degli eventi, soltanto un atto formale avrebbe potuto convincere il Tribunale e i servizi sociali che non avevano a che fare con una donna affetta da nevrosi isterica (così è stata descritta nell’ordinanza che affidava Federico ai servizi di assistenza pubblica del Comune di San Donato Milanese, in altri termini nient’altro che una mitomane che millantava pericoli inesistenti), ma con una madre angosciata e impotente che tentava in tutti i modi di tutelarsi e tutelare suo figlio da un uomo violento, e continuava a rimbalzare contro un muro di indifferenza (testimonia l’avvocato di Antonella Penati che una delle imputate, la psicologa assegnata al caso, aveva regito ad un suo tentativo di aprire un canale di comunicazione lamentandosi che Penati la “molestava” e che aveva altro oltre a questo caso sulla sua scrivania).

Ma soprattutto, c’è l’ampiezza dell’arco temporale nel quale si sono consumati i fatti: parliamo di 4 anni, dalla prima denuncia del 2005 fino all’infanticidio, consumatosi nel febbraio del 2009, 4 anni nel corso dei quali nessuno si è premurato di verificare che quanto Antonella Penati andava raccontando alle forze dell’ordine, ai magistrati, ad avvocati, psicologi, insegnanti ed educatori non era il frutto di una mente alterata, egocentrica e incline all’esagerazione, ma la pura e semplice verità.

Vogliono darci ad intendere che il feroce assassinio di Federico Barakat sia stato un imprevedibile coup de théâtre che nessuno, a meno che non si fosse dotato della proverbiale palla di cristallo, avrebbe potuto prevedere. Dalle carte emerge invece la storia di una tragedia annunciata, nella quale ad Antonella Penati tocca l’ingrato ruolo di Cassandra.

Crudele l’appunto del governo italiano che, nelle osservazioni in sua difesa, ha avuto il coraggio di contestare ad Antonella Penati che a sbagliare è stata lei – in quegli anni in cui subiva minacce di morte da una parte e accuse di isteria dall’altra – non avendo avuto l’accortezza di chiedere nei suoi ricorsi al Tribunale dei Minori adeguate misure di sicurezza (la madre avrebbe potuto proporre un ricorso al tribunale minorile per chiedere la modifica delle condizioni o addirittura l’esclusione del diritto di visita e altre misure di protezione, leggiamo nella sentenza), come se fosse un dovere del cittadino indicare alle autorità le opportune modalità di intervento in sua difesa e non un preciso onere dello Stato, nel momento in cui viene messo a conoscenza di fatti che suggeriscono un concreto pericolo, attivarsi per accertare la fondatezza della minaccia e predisporre un piano di protezione.

Il caso di Antonella Penati è così semplice che l’unico modo in cui la Corte ha potuto liquidarlo senza condannare l’Italia è stato rifiutandosi di entrare nel merito, sancendo che la ricorrente non aveva alcun diritto di adire alla CEDU.

Una beffa.

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Le vecchie favole

Le vecchie favole propongono donne miti, passive, inespresse, unicamente occupate della loro bellezza, decisamente inette e incapaci. Di contro le figure maschili sono attive, forti, coraggiose, leali, intelligenti. Oggi le favole non si raccontano quasi più ai bambini, che le hanno sostituite con la televisione e le storie inventate per loro, ma alcune tra le più note sono sopravvissute e tutti le conoscono.

Cappuccetto Rosso è la storia di una bambina al limite dell’insufficienza mentale che viene mandata in giro da una madre irresponsabile per cupi boschi infestati da lupi per portare alla nonna panierini colmi di ciambelle. Con simili presupposti, la sua fine non stupisce affatto. Ma tanta storditezza, che non sarebbe mai stata attribuita a un maschio, riposa sulla fiducia che si trova sempre nel posto giusto al momento giusto un cacciatore coraggioso e pieno di acume pronto a salvare dal lupo nonna e nipote.

Biancaneve è anche lei una stolida ochetta che accetta la prima mela che le viene offerta, per quanto sia stata severamente ammonita di non fidarsi di nessuno. Quando i sette nani accettano di ospitarla, i ruoli si ricompongono: loro andranno a lavorare, ma lei gli terrà la casa in ordine, rammenderà, scoperà, cucinerà e aspetterà il loro ritorno. Anche lei vive con la testa nel sacco, l’unica qualità che le si riconosce è la bellezza ma, visto che essere belli è un dono di natura nel quale la volontà di un individuo c’entra ben poco, anche questo non le fa molto onore. Riesce sempre a mettersi negli impicci, ma per tirarla fuori deve, come sempre, intervenire un uomo, il Principe Azzurro, che regolarmente la sposerà.

Cenerentola è il prototipo delle virtù domestiche, dell’umiltà, della pazienza, del servilismo, del “sottosviluppo della coscienza”, ma non è molto diversa dai tipi femminili descritti negli odierni libri di testo. Anche lei non muove un dito per uscire da una situazione intollerabile, ingoia umiliazioni e sopraffazioni, è priva di dignità e di coraggio. Anche lei accetta il salvataggio che le viene offerto da un uomo come unica risorsa, ma non è poi certo che costui la tratterà meglio di quanto sia stata trattata fino allora.

[…]

Le figure femminili delle favole appartengono a due categorie fondamentali: le buone e inette e le malvagie. E’ stato calcolato che nelle fiabe dei Grimm l’80% dei personaggi negativi siano femmine. Non esiste, per quanta cura si ponga nel cercarla, una figura femminile intelligente, coraggiosa, attiva, leale. Anche le fate benefiche non usano le proprie risorse personali, ma un magico potere che è stato loro conferito e che è positivo senza ragioni logiche, così come nelle streghe è malvagio. La figura femminile provvista di motivazioni umane, altruistiche, che sceglie lucidamente e con coraggio come comportarsi, manca del tutto.

La forza emotiva con cui i bambini si identificano in questi personaggi conferisce loro un grande potere di suggestione, che viene rafforzato dagli innumerevoli e concordi messaggi sociali. Se si trattasse di miti isolati sopravvissuti in una cultura che non li fa più suoi, la loro influenza sarebbe trascurabile, ma al contrario la cultura è permeata dagli stessi valori che queste storie contrabbandano, sia pure indeboliti e sfumati.

 Elena Gianini Belotti, Dalla parte delle bambine, Milano, Feltrinelli, 2000, pp.119-121

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Mostri mitologici: la mamma

Si avvicina la festa della mamma.

Per affrontare con spirito polemico questa ricorrenza, vorrei proporvi due spaccati dell’Italia che celebra questa controversa figura genitoriale: il primo è tratto dalla pagina umoristica “Sii come Bill”, che su facebook celebra la mamma con un’idea regalo, il secondo invece è un articolo di critica al duo comico di Pio e Amedeo pubblicato da Globalist.

Partiamo dalla tazza:

Billa-mamma è la tipica mamma delle pubblicità strappalacrime alla Procter & Gamble, la mamma che non dorme mai ma non è mai stanca, che ha sempre una torta nel forno e nonostante le torte ha sempre l’aspetto di una fotomodella – anche quando i suoi sei pargoli sono ormai all’università – che combatte i batteri del bucato e i bulli del quartiere con lo stesso piglio da Vedova Nera, che ti aiuta coi compiti, con gli allenamenti, i tornadi, il calcare nel bagno e non chiede mai neanche un grazie, perché è troppo buona e generosa e altruista e, come giustamente hanno rilevato i lettori della pagina, sti cazzi!

Perché se c’è una cosa che questo lockdown ha messo in evidenza, grazie alle statistiche sul lavoro domestico e di cura e le percentuali esorbitanti di donne che hanno perso il lavoro, è che questa storia della mamma-supereroina è solo un simpatico paravento piazzato lì a nascondere lo sfruttamento di una categoria che ne ha piene le tasche di essere presa per i fondelli dalle tazze encomiastiche.

Soprattutto perché la medesima mamma-sempre-presente/ingrediente-segreto-per-arrivare-alle-olimpiadi-e-scoprirti-campione, all’occorrenza diventa la mamma-troppo-presente, anche conosciuta come la causa ultima di tutte le sciagure di questo sventurato pianeta.

Arriviamo così all’articolo di Nicola Ferrara, nel quale leggiamo che se Pio e Amedeo hanno detto quello che hanno detto (non li ho visti, scusate, ma ultimamente sto seguendo una dieta povera di TV, è per il fegato), è colpa della mamma:

La mamma di Pio e Amedeo, fateci caso, non è solo iper-tutelante, è anche grassa. Non è un dettaglio da poco, tenetelo a mente. La mamma di Pio e Amedeo è grassa e pure sciatta, col suo grembiule unto di sugo. E’ grassa, sciatta e pure poraccia – visto che cresce i figli a frittata di cipolle invece che con l’uovo di Carlo Cracco – insomma, potremmo descriverla in due parole come la nemesi di Chiara Ferragni. Ma, soprattutto, se Pio e Amedeo sfoderano banalità sul “politicamente corretto” in prima serata, la colpa è senza dubbio sua, della mamma.

Vi chiederete: cos’è che differenzia la super-mamma-in servizio 27 ore su 24-perfetta-sotto ogni-aspetto-come-Mary Poppins dalla mamma-chioccia-che-rovina-i-suoi-figli?

E’ una questione di girovita? Di outfit? Di conto in banca? Di classe?

Visto che oggi è il 5 maggio, ai posteri l’ardua sentenza.

Sullo stesso argomento (più o meno):

Il potere generativo

Cherchez la mom

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Orecchie da mercante

“Un giorno, per raccontarne una, un giorno, sul finir della tavola, ne’ momenti della più viva e schietta allegria, che non si sarebbe potuto dire chi più godesse, o la brigata di sparecchiare, o il padrone d’aver apparecchiato, andava stuzzicando, con superiorità amichevole, uno di que’ commensali, il più onesto mangiatore del mondo. Questo, per corrispondere alla celia, senza la minima ombra di malizia, proprio col candore d’un bambino, rispose: – eh! io fo l’orecchio del mercante -.”

Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi

Premessa: la Procura Generale della corte di cassazione nella persona della procuratrice generale Francesca Ceroni il 15 marzo 2021 ha presentato un ricorso sul caso di un bambino allontanato dalla madre e collocato in casa famiglia, dopo le denunce di violenza domestica sporte dalla donna.

L’articolo de Il Sole 24 Ore rimanda al testo integrale della requisitoria e, nel riassumerla, sottolinea come le ragioni della procuratrice trovino la loro ragion d’essere nella necessità di tutelare la donne e i bambini vittime di violenza, motivo per cui si fa espresso riferimento alla Convenzione di Istanbul.

Ciò che scrive la procuratrice, per quanto sia scritto con lo stile involuto e ridondante tipico degli atti giuridici, rimanda ad un susseguirsi di evidenze piuttosto lineare, che potremmo semplificare in una serie di punti:

  • risulta dall’annotazione di servizio dei Carabinieri della Stazione di Valtopina del 19 luglio 2018 che ci sono due procedimenti penali pendenti a carico del padre presso la Procura della Repubblica presso il tribunale di Roma per violenze agite sul figlio; il bambino ha dichiarato alle forze dell’ordine “di essere stato picchiato più volte dal padre OMISSIS, ed anche in modo forte, con schiaffi al viso, anche con pugni allebraccia/spalle ogni qual volta gli faceva presente di voler vedere la madre o soprattutto di volerle raccontare qualche fatto accaduto con il padre”;
  • i giudici di merito però omettono qualsiasi accertamento e valutazionein merito ai fatti riportati dal bambino, come se la violenza denunciata fosse una questione trascurabile ai fini della decisione sul suo affidamento o le dichiarazioni del bambino debbano considerarsi mendaci di default;
  • il giudice decide per l’allontanamento del minore dalla madre, accusata di di aver indotto [il figlio] al convincimento che l’interazione con un genitore (la madre) dovesse determinare l’esclusione dell’altro e del di lui ramo familiare”, senza indicare “alcun fatto, circostanza o comportamento tenuto dalla madre pregiudizievole al figlio”, ma appellandosi ad espressioni vaghe e soggettive quali “eccessivo invischiamento” e “rapporto fusionale”, descrizioni di fronte alle quali, scrive sempre la procuratrice, “è impossibile difendersi” (perché, appunto, non descrivono fatti, circostanze o comportamenti, né tantomeno rimandano a diagnosi che godono di dignità nosologica).

Alla risonanza mediatica che ha avuto tale ricorso risponde il sito Altalex, con un verbosissimo articolo a firma dell’Avvocato Dimartino; il titolo è provocatorio: Alienazione parentale: l’inutile entusiasmo del partito della conservazione sociale, e mette subito  in chiaro che chi si è “entusiasmato” per la requisitoria di Ceroni non sia altro che un retrogrado deciso ad affossare quel processo di cambiamento presente nella società orientato alla tutela del benessere dei bambini, che – è ormai concetto che ha gambe ben solide su cui avanzare – dipende “innanzitutto dal grado di coinvolgimento pieno, diretto e continuativo di entrambi i genitori nei compiti di accudimento e cura”.

Dimartino, bisogna riconoscerglielo, con le parole è bravo; la scelta di un termine come “entusiasmo”, ad esempio, denota l’abilità di suggerire al lettore un campo semantico che se di per sé non avrebbe nulla di negativo, quando è associato ad un ambito grave ed austero come il tribunale, ammicca immediatamente all’irrazionalità e alla faciloneria. Infatti, subito dopo l’accusa di essere contrario al progresso sociale, il ricorso è imputato di essere “caratterizzato da ovvietà, contraddizioni logiche e omissioni che lo rendono più simile alle urla del tifoso che reclama un rigore a centrocampo per la propria squadra che un sottile e raffinato colpo di fioretto del giurista abituato ad intingerlo nel calamaio ed usarlo al posto della penna.”

Se non fossi più interessata ai contenuti che alle abilità oratorie, mi complimenterei con l’avvocato. Purtroppo, la frase che segue il paragrafo che vi ho citato rende l’articolo di Altalex un intervento che non posso esimermi dal condannare senza appello.

Questo è il brano cui mi riferisco:

Basti considerare l’affermazione secondo cui: “il principio di bigenitorialità, che non ha dignità costituzionale essendo al centro dell’art.30 Cost. (unitamente agli artt.2,3 e 29 Cost.) il minore ed il suo best interest, cede a fronte del diritto fondamentale del bambino alla integrità fisica e alla sicurezza“. È ovvio – e ci mancherebbe pure – che l’integrità fisica e la sicurezza di un bambino vengano prima della frequentazione con chiunque ne abusi, ricorra alla violenza fisica e psicologica o ne trascuri bisogni morali e materiali, ma dal Pubblico Ministero sarebbe stato lecito attendersi ben altro.

E’ ovvio, ci viene detto, che la cosa più importante è tutelare un bambino dall’abuso e dalla violenza, ma un Pubblico Ministero dovrebbe occuparsi di “ben altro”.

Il che significa che così ovvio non è.

Infatti nei paragrafi successivi Dimartino ci spiega perché troppo spesso l’integrità fisica e la sicurezza di un bambino, nella prassi dei Tribunali, NON vengono prima della frequentazione con chiunque ne abusi, come diversi casi che sono venuti a galla negli ultimi tempi dimostra a chi si attiene ai fatti senza lasciarsi abbindolare dal fioretto dall’arte retorica.

E’ un fatto che nessuno dei meravigliosamente esposti argomenti dell’avvocato Dimartino affronti la questione delle violenze agite dal padre sul figlio, né la questione dell’assenza di indagini che abbiano confermato o confutato tali violenze.

L’avvocato si dilunga sul principio di bigenitorialità, sulla best interests of the child’s doctrine, cita la Corte Costituzionale, la Corte europea dei diritti dell’uomo, la Convenzione sui diritti del fanciullo, e sono tutti principi condivisibili quelli illustrati, se non fosse che servono soltanto ad allontanare la nostra attenzione dal punto principale, anzi, dal punto essenziale a cui si riduce il problema: è stata data notizia di un reato e nessuna autorità si è presa la briga di accertarne la sussistenza.

Invece, proprio come fa l’articolo, si è passati a disquisire di ben altro, trasformando l’ovvio in una faccenda del tutto irrilevante.

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Sex work o non sex work

L’8 marzo e le manifestazioni femministe volte a celebrare la Giornata internazionale della donna hanno contribuito a gettare benzina sull’accesissimo dibattito che coinvolge le attiviste attorno al tema della prostituzione.

In Francia, ad esempio, il collettivo Osez le féminisme! ha denunciato aggressioni ai danni di chi ha scelto di marciare esponendo cartelli abolizionisti – alcune militanti per l’abolizione del sistema prostituente e pornocriminale sono state insultate, strattonate, attaccate, minacciate di morte, leggiamo sul loro sitomentre in Italia un episodio di scontro diretto si è verificato a Firenze, dove – racconta un comunicato di La Comune attiviste contro la piaga della prostituzione sono state attaccate e minacciate di violenza fisica da un uomo con il volto mascherato e da alcune donne autoproclamatesi padroni/e della piazza, e i loro cartelli (prostituzione = stupro a pagamento, No alla misoginia) strappati perché secondo il dogma transfemminista la prostituzione va rispettata e difesa in quanto “libera scelta”.

L’episodio italiano è stato fieramente rivendicato da La magnifica occupata, casa occupata delle donne* transfemminista, via lorenzo il magnifico nr 100, Firenze, con un post su facebook nel quale si sostiene che un cartello come quello esposto (“prostituzione= stupro a pagamento”) in una piazza femminista non ci dovesse stare:

Seppur due compagne sex workers hanno provato a tentare di arrivare col dialogo alla rimozione del cartello, non è stato possibile per via di queste figure – raccontano – Abbiamo quindi scelto di strappare il cartello ribadendo che il dialogo lo teniamo fino a un certo punto. Queste soggette oggi millantano un’aggressione, un attacco alla libertà di opinione, accusano di fascismo persino le compagne di nonunadimeno firenze. Ebbene chiariamo da subito che la libertà di opinione non è la libertà di spargere schifezze stigmatizzanti e fasciste.

Alla luce di quanto esposto, la frattura fra i due schieramenti appare insanabile: da un parte abbiamo il femminismo abolizionista, che descrive la prostituzione come la massima espressione di un sistema patriarcale che non si reggerebbe senza continuare a ridurre la sessualità femminile a merce, dall’altra c’è un femminismo che ritiene che non vi sia nulla di intrinsecamente dannoso del pagare/essere pagati per fare sesso, se acquirente e venditore sono entrambi consenzienti, poiché ogni individuo ha il diritto di decidere autonomamente dell’uso che fa del suo corpo.

Se per la prima fazione chiunque rifiuti di affrontare il fenomeno della prostituzione a partire dalla evidente connotazione di genere (la prostituta, statistiche alla mano, è per lo più donna) non può reclamare la patente di femminista, le altre, quelle che si dichiarano dalla parte delle sex worker autodeterminate, guardano con crescente orrore chiunque non lotti per la libertà di essere puttane, associando l’analisi abolizionista ad una violenta intrusione nella sfera intima e privata delle decisioni che dovrebbero rimanere patrimonio del singolo individuo, nonché una delle fonti che alimenta lo stigma che grava pesantemente su chi pratica orgogliosamente il mestiere più antico del mondo.

Combattere la stigmatizzazione della libera sex worker: questo, ci viene detto, dovrebbe essere l’unico obiettivo di chi voglia definirsi femminista. Su questa linea di pensiero si colloca anche l’Università di Leicester, protagonista di un articolo pubblicato dal network DonnexDiritti che ha recentemente dato fuoco alle polveri.

L’articolo, scritto da una studentessa universitaria, con un tono molto indignato contesta la decisione di alcuni atenei britannici di fornire ai dipendenti delle linee guida in materia di prostituzione; per la precisione, ciò che si contesta è il taglio delle linee guida, il cui obiettivo dichiarato è sensibilizzare l’opinione pubblica affinché no student should have to face the societal stigma that students in sex work do.

We are committed to ensuring that any students who are sex workers feel supported and valued as part of the Leicester community – commenta in proposito il Professor Nishan Canagarajah, Vice-Chancellor dell’ateneo di Leicester, ovvero: ci impegneremo ad assicurare che ogni studente che lavora come sex worker si senta supportato e considerato parte integrante della comunità.

Il “lavoratore del sesso” – che non ha un sesso ben definito, nell’analisi di chi lotta contro lo stigma sociale nei confronti dei sex workers – è un/una cittadino/a che sceglie un particolare modo di guadagnarsi da vivere nell’ambito della legalità e viene ingiustamente discriminato da una società incapace di comprendere che la prestazione sessuale è da considerarsi oggetto di un contratto di lavoro come qualsiasi altra prestazione: se posso assumere un/una massaggiatore/trice, un/una baby sitter, un/a badante, allora posso assumere un/a sex worker, e il modo in cui la gente sbarca il lunario non dovrebbe in alcun modo andare ad intaccare la sua dignità di essere umano e men che meno il suo diritto ad accedere ad un’istruzione superiore.

Se andiamo a leggere nel dettaglio il toolkit fornito allo staff dell’ateneo, sebbene in una sezione dedicata si accenni al fatto che A large proportion of student sex workers are from marginalised backgrounds from groups such as LGBTQ, people with disabilities or migrants/international students, si parla esplicitamente del genere come elemento caratterizzante del fenomeno soltanto in termini di povertà: the gendered nature of austerity means that women are disproportionately impoverished. Se la stragrande maggioranza degli studenti-sex worker è donna, è soltanto perché la povertà è determinata dal genere, e la povertà è la principale ragione che muove le categorie più emarginate nel mercato del sesso.

Le linee guida, inoltre, non accennano mai alla tratta di esseri umani, che vede come vittime principali donne e ragazze (il 68%, ci dice Save the Children), le quali sono destinate principalmente alla prostituzione (86%).

Perché parlarne? – replicherebbe, immagino, una delle puttane autodeterminate che ha diffuso il comunicato de La Magnifica occupata casa delle donne – non c’è alcun rapporto fra la minorenne di un paese straniero trafficata dalla criminalità organizzata e il/la sex worker.

Non è del tutto vero, a mio avviso. Se spostiamo il focus dall’offerta alla domanda, emerge prepotentemente la richiesta di servizi sessuali forniti da donne. Se la criminalità organizzata traffica giovani donne, è perché è questo che il mercato del sesso richiede, non perché non vi siano al mondo altrettanti uomini resi vulnerabili dalle medesime circostanze (infatti anche gli uomini e i ragazzi vengono trafficati, ma per essere destinati ad altre forme di schiavitù che non hanno a che fare con il sesso); allora mi sento di ipotizzare che forse la stragrande maggioranza degli studenti/sex worker è donna non perché ci sono più studentesse povere che studenti poveri, ma perché è la domanda a determinare l’offerta e il fruitore del serivizio sessuale è prevalentemente un uomo che paga una donna.

Non vi nascondo che una delle ragioni per cui personalmente faccio fatica a prendere in seria considerazione gli argomenti di chi difende la necessità di regolamentare il sex work e/o combatte per la normalizzazione della vendita di “servizi sessuali” è proprio il fatto che una delle strategie per perseguire i loro obiettivi sia l’occultamento del divario di genere nella domanda e nell’offerta di tali “servizi” attraverso l’utilizzo di un linguaggio fastidiosamente neutro.

La neutralità, in questo caso, non è una scelta rispettosa delle diverse individualità coinvolte, piuttosto somiglia pericolosamente alla strategia adottata da quelli che, per mettere a tacere ogni dibattito sul femminicidio, si fingono “umanisti” declamando lo slogan “la violenza non ha sesso”.

Invece di adoperarsi per mettere a tacere questa o quella voce, è urgente che si riapra un dibattito serio e argomentato sulla prostituzione all’interno del movimento femminista, che ricomprenda a pieno diritto tutte le posizioni, perché, da quel che emerge dal toolkit dell’Università di Leicester, le donne sono già quasi scomparse del tutto dalla discussione.

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Doppio standard

Nella notte tra domenica e lunedì le forze dell’ordine irrompono nella casa di Patrizia Coluzzi a Cisliano, nell’hinterland milanese, dove trovano il corpicino senza vita di Edith, due anni.

Non sappiamo ancora come, ma è molto probabile se non certo che ad ucciderla sia stata proprio Patrizia Coluzzi, la madre, che poche ore prima dell’intervento dei carabinieri aveva chiamato l’ex marito per annunciargli che la figlia “non esisteva più”.

Gli elementi atti a definire il quadro di un figlicidio per vendetta del coniuge ci sono tutti: da ciò che leggiamo sui giornali è un caso da manuale, orrendo e crudele come lo sono sempre i casi di questo genere.

L’aspetto più pertubante di queste vicende è che nel figlicidio per vendetta la vittima scompare completamente come persona umana, per trasformarsi in mero strumento di rivalsa nelle mani di chi sa che le sue azioni scellerate costringeranno il genitore-bersaglio a confrontarsi ogni giorno della sua vita con un dolore indicibile, impossibile da lenire.

Il fatto che ad uccidere, premeditatamente e spietatamente, possa in questo caso essere stata una donna invece di un uomo, non toglie né aggiunge nulla allo sgomento che ci coglie ogni volta che un bambino innocente muore per mano della persona deputata a frapporsi fra lui e gli orrori del mondo, che di questi si rivela l’incarnazione più feroce che si possa immaginare.

Parlo dello sgomento che coglie noi persone normali, quelle in grado di empatizzare con la piccola Edith e con l’enorme sofferenza di coloro che l’amavano – il povero padre su tutti, gravato dell’orrido peso di quelle sadiche telefonate prima della sua morte – perché poi c’è tutta un’altra categoria di persone, quelli che di fronte alla morte di Edith vanno in brodo di giuggiole: i misogini, gli odiatori di donne  e sopratutto delle femministe che difendono le donne vittime di violenza, quelli che passano il tempo in rete a scrivere accorati articoli in difesa di tutti i Mario Bressi che infestano la cronaca nera (Mario Bressi è l’uomo che la scorsa primavera ha ucciso i figli Elena e Diego per comunicare alla ex moglie che sarebbe “rimasta sola”) e che quando finalmente incappano in una donna assassina si trasformano istantaneamente da pacati argomentatori contro le criminalizzazioni facili a organizzatori di sabba sulla pira di Patrizia Coluzzi, che deve bruciare assieme a tutte le organizzatrici delle manifestazioni per l’8 marzo, colpevoli di essere le mandanti morali di ogni figlicidio, omicidio, rapina e tsunami commessi nella storia dell’umanità.

Siccome oggi ho avuto la sventura di incappare in uno dei prodotti di questi avvilenti personaggi, voglio proporvi un esercizio di analisi testuale: mettere a confronto il recente articolo su Patrizia Coluzzi con un elaborato ospitato dal medesimo sito misogino (dategli un’occhiata, è misoginia nella sua forma più cristallina, al punto da sembrare quasi una parodia), ma dedicato ad un assassino di sesso diverso, Alessandro Pontin.

Non so se vi ricordate di Alessandro Pontin, l’uomo che ha rincorso e sgozzato i due figli di 15 e 13 anni con un coltello da cucina poco prima di Natale; per riferirci all’articolo a lui dedicato parleremo di articolo 2, mentre con articolo 1 si intenderà il testo dedicato a Patrizia Coluzzi.

Articolo 1:

Articolo 2:

Sulla base di quale argomento è lecito definire il primo reato un figlicidio per vendetta, mentre nel secondo caso il movente sarebbe “nebuloso”? Perché un padre che racconta di aver ricevuto dalla ex messaggi inequivocabili dei suoi intenti malvagi contro la figlia è un testimone attendibile, mentre una madre che fa la stessa cosa di fronte all’assassinio dei suoi due ragazzi è una bugiarda dedita a diffamare a mezzo stampa un povero suicida sventurato che, en passant, ha massacrato due ragazzini?

Si tratta di pregiudizi di genere, esattamente ciò di cui ci occupiamo qui e ciò di cui il femminismo si occupa (ed è subito chiaro perché i redattori di questi capolavori detestino in primis le femministe).

Se nell’articolo 1 leggiamo della “furia vendicativa” di Patrizia Coluzzi, nell’articolo 2 chi a mezzo stampa attribuisce ai padri assassini l’intento di ferire le ex compagne pecca di “assenza di profondità”, mentre se si tratta di giornaliste allora abbiamo a che fare con commentatrici che in passato si sono distinte per commenti di vero e proprio odio antimaschile o per spregevoli volgarità nei confronti dei padri separati, del tutto incapaci di comprendere che gli uomini in quanto portatori di cromosoma Y non sono in grado di architettare piani meschini sull’onda del rancore e del risentimento, ma sono sempre e solo vittime delle donne; allora Pontin era un poveretto, portato alla follia da una società che discrimina i maschi

mentre Patrizia Coluzzi, vittima delle sue due X, era una donna sanissima, ma estremamente perversa e disumana:

Il maschilismo di cui queste “analisi” sono intrise è così lapalissiano, che denunciarlo mi mette quasiin difficoltà e mentre scrivo mi rendo conto che ,volendo affrontare l’orribile ed ingiusta morte di Edith, ci sarebbero molte altre cose più importanti da dire.

Ad esempio dovremmo chiederci perché, in un paese come il nostro nel quale non si esita ad allontanare dalla madre un ragazzino colpevole di smaltarsi le unghie, adducendo come motivazione che la relazione con troppe e fagocitanti figure femminili sta compromettendo il suo processo di identificazione sessuale, Edith è stata lasciata sola con una donna che aveva già tentato il suicidio. E chi di dovere era stato debitamente allertato, ricordiamolo.

Oppure potremmo avviare una riflessione sull’abusato concetto di “istinto alla cura” delle donne, che ammicca a profonde e radicate differenze nella psiche maschile e femminile, mentre casi come questo rendono ancora più evidente che tutto ciò che ci rende diversi, causando ad esempio la sproporzione numerica nel sesso dei perpetratori di questo particolare tipo di delitti, non è la “natura”, bensì il nostro bagaglio culturale. Di sicuro lo faremo più avanti, con il pensiero rivolto a Edith.

Tuttavia, da femminista, non posso nascondervi che mi ferisce che l’assassinio di Edith, nelle mani degli squallidi oppositori dei centri antiviolenza e delle campagne di sensibilizzazione contro la violenza sulle donne, divenga un mero strumento di propaganda: è come se venisse deumanizzata di nuovo.

Mi scrive una mia cara amica che i redattori del sito oggetto di questo post si stanno organizzando “per entrare nelle scuole”, proponendosi come soggetti portatori di una narrazione diversa, alternativa, civile e argomentata sulle questioni di genere.

Quindi, se avete dei figli, fate attenzione a chi si propone di affrontare certe tematiche coi vostri ragazzi: potrebbero essere questi qua.

So che quanto avete letto fin qui può far apparire eccessiva la mia preoccupazione a riguardo, ma non dimentichiamoci che alcuni di loro sono già finiti in prima serata sulla RAI e non troppo tempo fa:

Non sottovalutiamoli.

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Bisbetiche sempre

Quanlche anno fa proponevo come lettura a partire dalla quale avviare una riflessione sulla violenza maschile perpetrata nell’ambito della relazione amorosa la commedia shakespeariana “La bisbetica domata”, suggerendo ai miei lettori di rileggerla provando a pensare che le strategie messe in atto da Petruccio per “addomesticare”  Caterina non sono poi tanto diverse da quelle che utilizzerebbe un qualunque maltrattante di oggi.

Chiunque conosca la commedia, per averne vista la celebre versione cinematografica con Richard Burton ed Elizabeth Taylor o averne goduto a teatro, sa che un elemento fondamentale nel disegno criminoso di Petruccio sono le parole: egli sommerge la moglie di una mole di discorsi del tutto privi di ragionevolezza e ammantati da un’aura di leziosa cavalleria mista ad un millantato virile istinto di protezione, che hanno lo scopo di renderle impossibile non tanto il ribellarsi (quello non potrebbe mai farlo), quanto di toglierle la possibilità di verbalizzare il suo scorno a fronte delle vessazioni cui è sottoposta:

quel che m’indispone più di tutto, ben al di là di queste privazioni, è lui, che vuol impormi tutto questo con l’aria di chi intende solo farlo per il mio personale giovamento

dirà Caterina trascorsa la prima notte di tormenti da donna sposata.

Perché oggi, dopo tanto tempo che non scrivevo un rigo, torno a parlare della povera Caterina?

Perché tutto questo ciarlare sui giornali di direttori e direttrici d’orchestra, condito della solita parata di loschi figuri che si affanna a rimpolpare la polemica ribadendo tesi prive di  fondamento (dei quali vi ripropongo due tristi esempi)

mi ha ricordato gli sproloqui di Petruccio.

Considerato che sono anni, anzi, decenni che frotte di linguisti e linguiste, armati di dizionari e una pazienza che manco un certosino imbottito di ansiolitici, hanno spiegato e rispiegato che il genere grammaticale femminile in italiano esiste (il neutro no) e che le resistenze ad utilizzarlo in determinate occasioni hanno poco o nulla a che fare con la struttura della nostra madrelingua e molto di più con la storia e la struttura della nostra società, come altro dovrei sentirmi di fronte a gente che, con l’aria di donarci perle di rara saggezza e argomenti degni di chi ha ingurgitato qualche barile di grappa di troppo, cerca di convincermi che l’espressione “direttrice d’orchestra” è contraria al buonsenso?

Mi sento esattamente come Caterina di fronte ad un Petruccio che indica il sole pretendendo che lo si chiami luna e poi ritratta subito dopo, lesto come un Pillon che si aggrappa al sesso biologico delle persone per affermare l’importanza del genere maschile/femminile delle parole non appena si tratta di genitore 1 e genitore 2.

Dove stanno la logica, la coerenza, un nesso qualsiasi con la ragionevolezza in questi deliri?

Non ce ne sono, non ce ne sono mai stati, non ce ne saranno mai.

Il fatto è che comincio a sospettare che la stragrande maggioranza dei partecipanti alla contesa lo sappia benissimo, che sta solo affastellando minchiate quando solleva fiera il vessillo del “direttore donna”, proprio come il caro vecchio Petruccio sa distinguere il sole dalla luna, e che tutto questo dibattere altro non sia che un astuto piano per fiaccarci sulla lunga distanza e trasformarci lentamente in tante spossate bisbetiche domate.

Un piano astuto davvero, perché organizzare un discorso fondato su dati concreti e argomenti logici comporta sempre una discreta dose di prostrazione per l’intelletto, mentre berciare sciocchezze sul buonsenso è cosa che si può fare per tanto, tanto tempo, un tempo quasi infinito, senza sentirsene punto affaticati.

Che fare, dunque? Come si resiste alla retorica burchiellesca di chi vuole indurci a pensare che solo alcune donne particolarmente talentuose, dopo anni di duro lavoro, possano arrivare a conquistarsi una declinazione al maschile, senza rimanere invischiate in un gioco al massacro che ci vedrà inevitabilmente sconfitte?

Perché non è tanto importante ciò che le parole significano – dizionario alla mano e pazienza certosina – quanto piuttosto «chi è che comanda», come ci ricorda il saggio Humpty Dumpty.

Giuro, non lo so.

Da una parte hanno tutta la mia ammirazione quelle appassionate lottatrici che si rimettono a snocciolare i diversi tipi di sostantivi della lingua italiana (genere fisso, genere mobile, genere promiscuo…), fingendo di credere che gli spiritosoni dell’ autist-o e del pediatr-o non abbiano mai frenquentato la scuola elementare e una lezioncina fatta bene li riporterà sulla retta via (siete le mie signore Dubose, l’emblema vivente di quel coraggio che “è quando sai di essere spacciato prima di cominciare ma cominci lo stesso e vai avanti senza preoccuparti di altro” e vi amo, lo giuro).

Dall’altra non ce la faccio più, come Magda:

Tuttavia sono una bisbetica indomabile, non c’è Amadeus o Petruccio che tenga.

Quindi, nel caso in cui a dirigere un’orchestra v’è una donna, si dice “direttrice d’orchestra” e se tutto il mondo è teatro, come diceva il Bardo, voi che vi arrabattate a sostenere altrimenti siete dei Petrucci nella commedia sbagliata, personaggi smarriti in cerca di un autore che è morto tanto tempo fa e anche quando era vivo e vi scriveva battute migliori non vi stimava abbastanza da riuscire a dipingervi meno tristi e avvilenti di ciò che siete.

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Chiuso per lutto

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La politica del non avere numeri

C’è una grave lacuna nelle statistiche giudiziarie – spiega – nessuna rilevazione ha ad oggetto l’incidenza della violenza nei giudizi civili, e soprattutto la verifica dei provvedimenti che sono stati adottati all’esito di questi procedimenti. L’intento è raccogliere nel nostro territorio questi dati, per poi confrontarli con gli esiti dei procedimenti penali. In modo da avere un quadro più completo della risposta di giustizia nei casi di violenza di genere e domestica, per evitare provvedimenti non omogenei o la sottovalutazione degli agiti di violenza.

fonte

Quando nella prefazione di un determinato argomento c’è scritto “dati non disponibili o “statistiche non disponibili”, questo significa che, nonostante intrepidi sforzi, non siamo riuscite a trovare o ad avere accesso alle informazioni. Questi dnd o snd […] costituiscono un modello politicamente rivelatore. Li troviamo continuamente nelle categorie dello stupro, dei maltrattamenti, delle molestie sesuali, dell’incesto e dell’omosessualità; queste sono ancora questioni di cui non si può parlare nella maggior parte del globo. Finché resteranno non dette e poco studiate, un’enorme quantità di sofferenza umana continuerà a non essere riconosciuta e a non essere guarita.

Sisterhood is global (1984) di Robin Morgan, cit. in Un silenzio assordante, La violenza occultata su donne e minori, di Patrizia Romito (FrancoAngeli editore, 2005)

Ne abbiamo parlato in passato, facendo riferimento ad altri paesi europei e non europei, dell’importanza del lavoro di raccolta dati: in Spagna, ad esempio, i risultati emersi dal monitoraggio del Consiglio Generale del Potere Giudiziario nel 2014 mostravano una costante diminuzione della concessione di ordini di protezione con sospensione delle visite ai padri maltrattanti e, allo stesso tempo, un preoccupante aumento dei figlicidi commessi da quel padre che avrebbe dovuto essere allontanato: 31 bambini uccisi in sette anni, 11 dei quali sono morti insieme alla madre, 31 bambini e 11 donne che avrebbero potuto essere salvati. Per questo motivo la Spagna, ha varato una legge che stabilisce che “non possa esserci alcuna custodia condivisa con i padri violenti”.

A seguito del terribile omicidio di Luke Batty in Australia, è stata avviata una Royal Commission sulla violenza domestica: il lavoro di indagine della commissione ha prodotto una serie di raccomandazioni rivolte alle istituzione preposte alla tutela dei soggetti vulnerabili individuati nelle donne e nei bambini coinvolti nel processo di separazione e divorzio, fra le quali mi piace citare la necessità di

Hearing, believing, and not judging women

ascoltare, credere e non giudicare le donne che chiedono aiuto per uscire da un contesto familiare funestato dalla violenza maschile.

Senza dati a disposizione non è possibile identificare un problema, quantificarne la portata, e quindi neanche elaborare strategie atte alla sua risoluzione.

Anni fa facemmo a tale proposito l’esempio della depressione post partum: riconoscere l’esistenza del fenomeno, misurarne le dimensioni, ha permesso l’elaborazione di strategie di valutazione del rischio sulla base delle quali attivare dei protocolli di intervento; ciò ha permesso di contribuire alla progressiva diminuzione nel tempo degli infanticidi attribuibili al maternity blues, un risultato che difficilmente si sarebbe ottenuto se qualcuno avesse obiettato alle campagne di sensibilizzazione sul tema protestando che era anticostituzionale focalizzarsi sulla categoria “donne”, discriminando così metà della popolazione.

Perché parlo di costituzionalità, vi chiederete.

Lo faccio perché a proposito dell’iniziativa del Tribunale di Terni, che intende avviare un progetto che prevede la rilevazione dell’incidenza della violenza di genere e domestica nell’ambito di tutti i procedimenti nei quali è presente una domanda di affidamento dei figli minori –  si è recentemente espresso il papà di tutti i papà separati (che, ricordiamolo, non sono da intendersi come i genitori di sesso maschile che affrontano una separazione o un divorzio), Marino Maglietta, in un articolo dal titolo Affido condiviso previe indagini su violenze domestiche.

Secondo l’ingegner Maglietta parlare di violenza di genere costituirebbe un pregiudizio all’obiettività dell’indagine, visto che, se si va a leggere la più attendibile tra le indagini disponibili ( che a suo parere sarebbe il 2° Rapporto Nazionale sulla condizione dell’infanzia, della preadolescenza e dell’adolescenza pubblicato dall’EURISPES quasi una ventina di anni fa) – si scopre che l’idea che la violenza domestica – considerata in ogni suo aspetto, fisico, sessuale, psicologico ed economico – sia solo maschile non trova riscontro nei fatti.

Insomma, a pochi giorni dal 25 novembre, a ridosso della notizia di efferati femmincidi come l’assassinio di Jessica Novaro – freddata dal compagno della madre mentre cercava di difenderla – o di Aurelia Laurenti, letteralmente massacrata dal padre dei suoi figli, Marino Maglietta tira fuori dal cilindro un vecchio rapporto delle chiamate al Telefono Azzurro (che non si occupa di violenza sulle donne e neanche cita, fra le tipologie di abusi subiti dai bambini, la violenza assistita) per bacchettare i promotori del progetto di Terni, colpevoli, a suo dire, di essere vittime di preconcetti nei confronti degli uomini.

Intanto partiamo dalle definizioni. Ci dice la Convenzione di Istanbul che con l’espressione violenza domestica dobbiamo intendere

tutti gli atti di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all’interno della famiglia o del nucleo familiare o tra attuali o precedenti coniugi o partner, indipendentemente dal fatto che l’autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima;

“la più attendibile fra le indagini disponibili” secondo Maglietta non si occupava di fornire dati sulla violenze perpetrate su attuali o precedenti coniugi o partner, motivo per il quale usarne le percentuali per giungere a delle conclusioni in merito è quantomeno scorretto.

Altrettanto scorretto è associare l’espressione usata nel report del Telefono Azzurro – abusi psicologici – all’unica violenza che Maglietta abbia mai considerato degna di attenzione, ovvero il caso in cui un bambino rifiuta di incontrare uno dei genitori, comportamento causato da una manipolazione della sua volontà, cioè di un maltrattamento psicologico (altrettanto grave, se non di più) da parte dell’altro genitore,

insomma la cara, vecchia, alienazione genitoriale, che, secondo Maglietta, è altrettanto grave, se non più grave della violenza domestica.

In realtà, il Telefono Azzurro, quando parla di abusi psicologici intende:

una modalità ripetuta da parte dell’adulto che comunica al bambino (o adolescente) messaggi negativi che tendono a svalutarlo: il fatto di essere sbagliato, senza valore, non amato o non voluto, oppure che il suo valore è legato alla soddisfazione di bisogni altrui,

una definizione che non ha nulla, ma proprio nulla a che fare con la personale ossessione di Marino Maglietta, né tantomeno con divorzi, separazioni e decisioni in merito all’affido dei figli.

Ciò che il progetto umbro di propone di fare è andare a vedere che tipo di influenza hanno i procedimenti penali sulle decisioni in merito all’affido dei minori; se si è deciso di avviare un’indagine statistica su questa materia è perché vi sono evidenze aneddotiche che fanno sospettare vi sia anche in Italia la tendenza, quando si tratta di valutare le competenze genitoriali, a sottovalutare la pericolosità di soggetti colpevoli di violenze anche gravi contro le donne dalle quali hanno avuto i figli dei quali pretendono la custodia; occorre andare a fondo della questione per verificare, numeri alla mano, se si tratta di casi isolati, attribuibili a casuali errate valutazioni, oppure se dobbiamo fare i conti con la diffusa convinzione fra gli operatori di giustizia che l’eventuale violenza verso un ex coniuge non vada ad intaccare il rapporto con la prole.

Se Marino Maglietta può produrre dei casi nel quali il Tribunale ha deciso in favore di madri indagate per maltrattamenti verso i propri figli o verso l’ex coniuge, allora è questo che dovrebbe portare all’attenzione del Tribunale di Terni.

Altrimenti può rimettersi il suo rapporto più attendibile in tasca, e magari pensare di chiedere scusa a chiunque negli ultimi vent’anni ha condotto un’indagine sulla violenza domestica per averli accusati di rivolgere ai soggetti identificati “domande suggestive”.

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