L’esasperante comportamento di Barbara Palombelli

Negli ultimi sette giorni sette donne sono state uccise: Giuseppina Di Luca, Alessandra Zorzin, Sonia Lattari, Rita Amenze, Angelica Salis, Ada Rotini, Chiara Ugolini.

I presunti assassini (che sono presunti fintanto che una sentenza non è passata in giudicato, a prescindere dalla confessione o dal fatto che sono stati catturati coperti dai graffi che la vittima gli ha inflitto mentre tentava disperatamente di difendersi) sono tutti uomini: Paolo Vecchia, ex marito reo confesso, Marco Turrin, omicida suicida, Giuseppe Servidio, che ha confessato “di aver perso la testa” ma era già conosciuto dalle forze dell’ordine per aver picchiato la moglie in passato, Pierangelo Pellizzari, che era stato denunciato dalla sua vittima il giorno prima dell’omicidio, Antonio Randaccio, marito reo confesso, Filippo Asero, che dopo aver massacrato la moglie con 40 coltellate ha tentato il suicidio ma è sopravvissuto, ed Emanuele Impellizzeri, che pare avesse gridato alla sua vittima che gliel’avrebbe fatta pagare.

Un dettaglio curioso, questa uniformità nel sesso di vittime e carnefici, un dettaglio che si riscontra in certe specifiche tipologie di delitto violento, come abbiamo visto tempo fa andando ad analizzare i dati sulla criminalità: gli omicidi compiuti da parenti e affini o i reati a sfondo sessuale, ad esempio.

Un dettaglio che dovrebbe suscitare delle riflessioni, e magari condurci a prendere in considerazione che vi sia un qualche legame fra questo fenomeno e quello della discriminazione delle donne.

Invece Barbara Palombelli (il cui programma Forum è aspramente criticato da tempo a causa della sua pervicacia nel fomentare la colpevolizzazione della vittima) sceglie di commentare così questa serrata successione di delitti:

Negli ultimi sette giorni ci sono state sette donne uccise presumibilmente da sette uomini. A volte è lecito anche domandarsi se questi uomini erano completamente fuori di testa, completamente obnubilati oppure c’è stato anche un comportamento esasperante e aggressivo anche dall’altra parte? È una domanda che dobbiamo farci per forza, soprattutto in questa sede, in tribunale bisogna esaminare tutte le ipotesi.

Dice di voler esaminare tutte le ipotesi, Barbara Palombelli, ma ne cita soltanto tre:

  1. che gli assassini fossero “fuori di testa” – un chiaro riferimento all’infermità mentale, nonostante chi è del mestiere abbia dichiarato a mezzo stampa più e più volte che di solito la follia, con questo tipo di delitti, c’entra come i cavoli a merenda;
  2. che le vittime avessero tenuto nei confronti del reo un “comportamento esasperante” – un maldestro e, permettetemi, ignorante riferimento all’attenuante della provocazione;
  3. che le vittime possano essere ritenute responsabili di comportamento aggressivo – paventando la legittima difesa.

Che gli assassini possano essere dei freddi e spietati killer mossi da futili e ingiustificabili motivi non rientra fra le sue ipotesi: ecco perché la domanda è inaccettabilmente tendenziosa e misogina, per non parlare di quanto sia irrispettosa nei confronti delle donne morte, che non hanno la possibilità di replicare alla pubblica accusa di essersela andata a cercare.

Il pubblico, come è già è accaduto in passato, si scaglia contro Forum e Palombelli. Giulia, una associazione di donne giornaliste, doverosamente presenta un esposto all’ordine professionale.

Palombelli, come al solito, fa orecchie da mercante, e risponde alle critiche così:

La violenza familiare, il crescendo di aggressività che prende il posto dell’amore, l’incomprensione che acceca e rende assassini richiedono indagini accurate e ci pongono di fronte a tanti interrogativi Quando un uomo o una donna (ieri a Forum era la protagonista donna ad esercitare violenza sul coniuge) non controllano la rabbia dobbiamo interrogarci. Stabilire ruoli ed emettere condanne senza conoscere i fatti si può fare nei comizi o sulle pagine dei social, non in tribunale. E anche in un’aula televisiva si ha il dovere di guardare la realtà da tutte le angolazioni.

Quando un uomo o una donna è un’espressione particolarmente irritante, perché sembra rispettosa, mentre è soltanto un patetico tentativo di suggerire un’equivalenza che nei fatti non esiste: quando una donna? Quando Palombelli si è imbattutta in sette presunte assassine in sette giorni?

Palombelli, nella sua “aula televisiva” osserva i femminicidi da una sola angolazione: quella più comoda ad occultare il fenomeno della violenza contro le donne.

Per chi è interessato a rispondere, l’indirizzo cui rivolgersi è forum@mediaset.it.

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Cruella

Siamo oneste: se ognuno di noi conosce almeno un bambino/una bambina che ha chiamato Pongo o Peggy il suo cucciolo di dalmata, non c’è una creatura al mondo che abbia mugolato, in un momento qualsiasi della sua vita, “vorrei tanto un vestito da Anita per Carnevale!”

E’ vero, Crudelia Demon è brutta, egoista e vuole scuoiare dei dolcissimi cuccioli per farne una pelliccia maculata: difficile farsi venire in mente un’idea più raccappricciante. Eppure, noi che siamo cresciute con i film del vecchio Walt, dobbiamo ammettere che il confronto, nella pellicola del 1961, lo vince lei e a mani basse, sin dalla prima, meravigliosa battuta:

“Come stai?” le chiede quella figurina insipida che è Anita, e lei risponde: “miseramente cara, come al solito, superbamente a pezzi”.

Io l’ho amata subito, senza sapermene spiegare il perché.

Crudelia non ha un marito, o forse ce l’ha, ma di certo non se ne cura; se ne va in giro con la sua macchina (che ovviamente guida come una pazza, perché “donna al volante, pericolo costante”), ha degli scagnozzi al suo servizio, una casa in campagna tutta sua… Una volta letto il Malleus Maleficarum diventa chiaro che la sua ossessione per il massacro dei 101 è solo una proiezione del misogino Walt mirata a scoraggiare nelle giovani donne il desiderio di emanciparsi dal femminile alla Norman Rockwell:

Nessuna donna è Anita, tutte siamo Crudelia Demon, troppo sgraziate, troppo egocentrice, prepotenti, dispotiche, troppo isteriche per questo orrido mondo di maschi.

La Disney, che da tempo ha capito che la seconda ondata femminista ha reso necessario un restyling delle principesse classiche tipo Biancaneve o Cenerentola per riappacificarsi con le nuove mamme, ha deciso di regalarci una nuova Crudelia, che ovviamente è molto bella.

Ma soprattutto ci ha regalato una nuova super-super cattiva da odiare, che non si limita a uccidere cuccioli, stavolta ammazza i bambini.

Non so voi, ma io mentre guardavo Emma Stone con addosso l’iconica parrucca bicolore, potevo sentire il fantasma di Walt che mi sussurrava nelle orecchie: “Ti piaceva Crudelia? Avevi ragione, lei non è davvero, davvero cattiva! Ha avuto solo una madre veramente cattiva!”.

Tutti sanno che Walt odiava le mamme: quelle che non sono morte o scomparse anzitempo sono inutili allo sviluppo dell’eroe (come la mamma del Re Leone o la madre di Mulan) oppure sono soppiantate da delle matrigne odiose; posso consigliarvi Eighty-six the mother: Murder, Matricide, and Good Mothers di Lynda Haas per approfondire.

Vorrei rispondere a Walt Disney che io non ci casco: mi tengo la mia vecchia Crudelia, alla quale debbo l’incauto acquisto di un lungo, nero e lucido bocchino da sigaretta. Io l’ho sempre saputo che lei non è davvero cattiva, così come non lo sono io e non lo è mai stata nessuna delle streghe accusate di fare sesso col demonio o sacrificare innocenti creature.

Come diceva un altro cartone animato molto saggio: siete voi che ci disegnate così.

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Madri in Rivolta

Ricevo e pubblico:

Dal 5 al 17 luglio Madri in Rivolta in presidio davanti alle Prefetture in decine di città italiane

Madri in Rivolta, rete di collettivi, comitati e associazioni attive in tutto il territorio nazionale, da
lunedì 5 a sabato 17 luglio è in presidio davanti alle Prefetture di tutta Italia per dire no ai prelevamenti forzati di minori ed alle imposizioni violente sulla vita di donne e bambine prodotte dall’applicazione della legge 54/2006, e per consegnare un Appello rivolto al Presidente del Consiglio ed ai Ministri dell’Interno, della Giustizia, del Sociale.

Queste le motivazioni delle organizzatrici: “Abbiamo scelto questa modalità di attivazione e di protesta per rivolgere un monito forte al Governo, che deve rendersi parte responsabile nel fermare l’orrore di allontanamenti coatti di bambini amati, curati, che desiderano soltanto restare a casa loro, dalle loro madri protettive ed adeguate.

Chiediamo in particolare alla ministra dell’Interno che verifichi la legittimità dell’operato delle FFOO, che conducono in modo anche violento gli allontanamenti coatti in assenza di qualsiasi rischio per il benessere e la sicurezza die minori, anzi ledendo quel benessere e quella sicurezza che dovrebbero essere il ‘supremo interesse’ dell’azione collettiva.

Individuiamo infatti nella legge 54 del 2006, in particolare il primo comma del primo articolo, su bigenitorialità e affido condiviso, la causa della reintroduzione e legittimazione del principio patriarcale della Patria Potestà, cioè del potere potestativo genitoriale, rendendo un diritto (o maggiore interesse astratto e a priori) l’accesso a quelle che sono relazioni naturali dei bambini con i genitori e le famiglie di origine e per antonomasia libere, ma che paradossalmente viene perseguito anche contro la loro volontà attraverso l’uso della forza pubblica”.

Il primo presidio si è tenuto a Venezia, seguito da quelli a Pisa e Firenze. Venerdì 9 luglio in programma Reggio Emilia, lunedì 12 luglio sarà la volta di Roma, martedì 13 Napoli, giovedì 15 Bologna. L’elenco è in aggiornamento: a queste potrebbero aggiungersi altre città.


Info aggiornate su luoghi e orari: madriinrivolta@gmail.com
Pagina Facebook: Collettivo Donne Incuranti

Le organizzatrici:
Collettivo Donne In-Curanti
MaternaMente
MovimentiAMOci Vicenza
Comitato Madri Unite

Non chiedetemi ulteriori informazioni in merito a questa iniziativa, perché non ne ho. D’altronde sono già elencati in calce i recapiti utili a reperirne.

A prescindere dai dettagli, trovo sia importante che le donne rivittimizzate da un sistema giudiziario viziato da radicati pregiudizi nei confronti del genere femminile, ammantati di finto progressismo e supportati da costrutti pseudoscientifici, abbiano trovato il modo di unirsi e lottare insieme per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica in difesa non solo dei propri interessi, ma anche di quelli dei bambini.

L’unione fra donne è l’unica vera arma contro discriminazione e violenza.

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Delusioni

Qualche giorno fa ho condiviso un articolo che avevo trovato interessante.

Non è la prima volta che tratto la discriminazione di genere nello sport, né tantomeno la prima volta che condivido articoli che trattano dell’intersessualità o della transessualità, sebbene da un po’ di tempo i toni che contraddistinguono la trattazione di queste tematiche me li rendano invisi. Per quanto sia convinta che la pretesa di neutralità sia una strategia troppo spesso motivata dalla vigliaccheria, i toni da tifoseria non sono mai stati nelle mie corde (o almeno è così che percepisco me stessa, se mi concedete una boutade), per non parlare del fatto che trovo i testi fondanti della cosiddetta queer theory particolarmente ostici rispetto ad altre letture; mi trovo costretta ad ammettere che ancora devo farmi un’idea abbastanza precisa e non mi sento così sicura da mettere nero su bianco le mie riflessioni.

Comunque, ho condiviso questo articolo, principalmente perché mi sembrava un interessante approfondimento dopo un post sul tema che avevo scritto un anno fa, nonché un tema di enorme attualità, se ancora oggi dobbiamo leggere di una donna cacciata in malomodo da una manifestazione sportiva perché donna.

La reazione su facebook mi ha enormemente sconvolta.

Le accuse mosse sono state pesanti, sono volate parole grosse, come “tradimento” e “propaganda”, e particolarmente dolorosa – sono onesta – è stata l’accusa di ricevere fantomatici compensi allo scopo di orientare l’opinione pubblica in una direzione piuttosto che in un’altra.

L’accusa di strumentalizzare le vicissitudini di soggetti vulnerabili per raggiungere obiettivi abietti non mi è nuova, anzi: questo piccolo scontro sui social mi ha riportato ad un periodo in cui in seno alle compagnie femministe che bazzicavo si respirava un’aria molto, molto pesante, condita da attacchi personali forse ancora più violenti di questi. Gli argomenti su cui si dibatteva erano altri, ma le accuse erano le stesse, ad esempio agire non perché si condividono sinceramente idee o battaglie, ma allo scopo meschino di ottenere una gratificazione personale.

Lo scrivo oggi, di nuovo, come lo scrissi allora: per quanto un argomento possa coinvolgerci emotivamente, questo rimane un modo scorretto di confrontarsi. Lo tollero dalla mia piccola crew di troll, perché un blog senza affettuosi detrattori che discettano puntuali ad ogni post dei disturbi emotivi e delle tue carenze intellettuali del blogger in carica non credo neanche si possa definire un vero blog, ma nel contesto dell’attivismo per i diritti umani, quando rimane l’unico argomento, diventa difficile da digerire.

Sono stata molto fiera dei miei lettori in passato: mi avete offerto spunti, consigliato letture, messo in difficoltà con discussioni dense di contenuti.

Oggi sono delusa.

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Colpevole in quanto donna

Stamattina mi sono svegliata con una buona notizia: la CEDU, Corte Europea per i Diritti dell’Uomo, ha condannato l’Italia in relazione al caso di “stupro della Fortezza dal Basso“, per aver violato l’art.8 Convenzione europea dei diritti umani, che prevede il diritto al rispetto della vita privata e familiare: La Corte ritiene che i diritti e gli interessi della ricorrente derivanti dall’art. 8 non sono stati adeguatamente tutelati in considerazione del contenuto della sentenza della Corte d’Appello di Firenzeriporta il sito dell’Associazione Nazionale D.i.Re “Donne in Rete contro la violenza”Ne consegue che le autorità nazionali non hanno tutelato la ricorrente dalla vittimizzazione secondaria durante tutto il procedimento, di cui la redazione della sentenza è parte integrante.

Un eccellente risultato, del quale dovrei essere più che lieta, se non fosse che neanche 15 giorni fa la stessa Corte si è espressa contro un’altra donna, che denunciava la violazione di un altro articolo della Convenzione, la cui osservanza è venuta meno per le stesse identiche ragioni: una cultura carica di stereotipi e pregiudizi che impedisce alle nostre istituzioni di affrontare con imparzialità qualsivoglia caso che coinvolga una donna nelle vesti di accusatrice di uno o più uomini che commettono violenza.

Il caso di Antonella Penati è così semplice che le giustificazioni addotte dagli attori coinvolti e riportate nella sentenza assumono i toni grotteschi del balbettio del bambino colto in flagrante per non aver fatto i compiti.

L’evidenza della colpa di tutte le persone coinvolte nel caso, dalla prima all’ultima, sta nelle 17 denunce che la ricorrente ha presentato a chi di dovere, tutte documentate e tutte riportanti l’evidenza della pericolosità dell’assassino: ci sono i messaggi ingiuriosi e le minacce, tutt’altro che velate, ci sono le lesioni subite dalla ricorrente, refertate, ci sono i precedenti, anch’essi noti a chi di dovere, c’è l’attestazione del comportamento della piccola vittima, terrorizzata all’idea di incontrare il suo aguzzino; l’unica cosa della quale si può lamentare la mancanza è un’attestazione giurata nella quale l’assassino indichi con chiarezza la data e le modalità del crimine che intendeva commettere, perché, a quanto si evince dal surreale succedersi degli eventi, soltanto un atto formale avrebbe potuto convincere il Tribunale e i servizi sociali che non avevano a che fare con una donna affetta da nevrosi isterica (così è stata descritta nell’ordinanza che affidava Federico ai servizi di assistenza pubblica del Comune di San Donato Milanese, in altri termini nient’altro che una mitomane che millantava pericoli inesistenti), ma con una madre angosciata e impotente che tentava in tutti i modi di tutelarsi e tutelare suo figlio da un uomo violento, e continuava a rimbalzare contro un muro di indifferenza (testimonia l’avvocato di Antonella Penati che una delle imputate, la psicologa assegnata al caso, aveva regito ad un suo tentativo di aprire un canale di comunicazione lamentandosi che Penati la “molestava” e che aveva altro oltre a questo caso sulla sua scrivania).

Ma soprattutto, c’è l’ampiezza dell’arco temporale nel quale si sono consumati i fatti: parliamo di 4 anni, dalla prima denuncia del 2005 fino all’infanticidio, consumatosi nel febbraio del 2009, 4 anni nel corso dei quali nessuno si è premurato di verificare che quanto Antonella Penati andava raccontando alle forze dell’ordine, ai magistrati, ad avvocati, psicologi, insegnanti ed educatori non era il frutto di una mente alterata, egocentrica e incline all’esagerazione, ma la pura e semplice verità.

Vogliono darci ad intendere che il feroce assassinio di Federico Barakat sia stato un imprevedibile coup de théâtre che nessuno, a meno che non si fosse dotato della proverbiale palla di cristallo, avrebbe potuto prevedere. Dalle carte emerge invece la storia di una tragedia annunciata, nella quale ad Antonella Penati tocca l’ingrato ruolo di Cassandra.

Crudele l’appunto del governo italiano che, nelle osservazioni in sua difesa, ha avuto il coraggio di contestare ad Antonella Penati che a sbagliare è stata lei – in quegli anni in cui subiva minacce di morte da una parte e accuse di isteria dall’altra – non avendo avuto l’accortezza di chiedere nei suoi ricorsi al Tribunale dei Minori adeguate misure di sicurezza (la madre avrebbe potuto proporre un ricorso al tribunale minorile per chiedere la modifica delle condizioni o addirittura l’esclusione del diritto di visita e altre misure di protezione, leggiamo nella sentenza), come se fosse un dovere del cittadino indicare alle autorità le opportune modalità di intervento in sua difesa e non un preciso onere dello Stato, nel momento in cui viene messo a conoscenza di fatti che suggeriscono un concreto pericolo, attivarsi per accertare la fondatezza della minaccia e predisporre un piano di protezione.

Il caso di Antonella Penati è così semplice che l’unico modo in cui la Corte ha potuto liquidarlo senza condannare l’Italia è stato rifiutandosi di entrare nel merito, sancendo che la ricorrente non aveva alcun diritto di adire alla CEDU.

Una beffa.

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Le vecchie favole

Le vecchie favole propongono donne miti, passive, inespresse, unicamente occupate della loro bellezza, decisamente inette e incapaci. Di contro le figure maschili sono attive, forti, coraggiose, leali, intelligenti. Oggi le favole non si raccontano quasi più ai bambini, che le hanno sostituite con la televisione e le storie inventate per loro, ma alcune tra le più note sono sopravvissute e tutti le conoscono.

Cappuccetto Rosso è la storia di una bambina al limite dell’insufficienza mentale che viene mandata in giro da una madre irresponsabile per cupi boschi infestati da lupi per portare alla nonna panierini colmi di ciambelle. Con simili presupposti, la sua fine non stupisce affatto. Ma tanta storditezza, che non sarebbe mai stata attribuita a un maschio, riposa sulla fiducia che si trova sempre nel posto giusto al momento giusto un cacciatore coraggioso e pieno di acume pronto a salvare dal lupo nonna e nipote.

Biancaneve è anche lei una stolida ochetta che accetta la prima mela che le viene offerta, per quanto sia stata severamente ammonita di non fidarsi di nessuno. Quando i sette nani accettano di ospitarla, i ruoli si ricompongono: loro andranno a lavorare, ma lei gli terrà la casa in ordine, rammenderà, scoperà, cucinerà e aspetterà il loro ritorno. Anche lei vive con la testa nel sacco, l’unica qualità che le si riconosce è la bellezza ma, visto che essere belli è un dono di natura nel quale la volontà di un individuo c’entra ben poco, anche questo non le fa molto onore. Riesce sempre a mettersi negli impicci, ma per tirarla fuori deve, come sempre, intervenire un uomo, il Principe Azzurro, che regolarmente la sposerà.

Cenerentola è il prototipo delle virtù domestiche, dell’umiltà, della pazienza, del servilismo, del “sottosviluppo della coscienza”, ma non è molto diversa dai tipi femminili descritti negli odierni libri di testo. Anche lei non muove un dito per uscire da una situazione intollerabile, ingoia umiliazioni e sopraffazioni, è priva di dignità e di coraggio. Anche lei accetta il salvataggio che le viene offerto da un uomo come unica risorsa, ma non è poi certo che costui la tratterà meglio di quanto sia stata trattata fino allora.

[…]

Le figure femminili delle favole appartengono a due categorie fondamentali: le buone e inette e le malvagie. E’ stato calcolato che nelle fiabe dei Grimm l’80% dei personaggi negativi siano femmine. Non esiste, per quanta cura si ponga nel cercarla, una figura femminile intelligente, coraggiosa, attiva, leale. Anche le fate benefiche non usano le proprie risorse personali, ma un magico potere che è stato loro conferito e che è positivo senza ragioni logiche, così come nelle streghe è malvagio. La figura femminile provvista di motivazioni umane, altruistiche, che sceglie lucidamente e con coraggio come comportarsi, manca del tutto.

La forza emotiva con cui i bambini si identificano in questi personaggi conferisce loro un grande potere di suggestione, che viene rafforzato dagli innumerevoli e concordi messaggi sociali. Se si trattasse di miti isolati sopravvissuti in una cultura che non li fa più suoi, la loro influenza sarebbe trascurabile, ma al contrario la cultura è permeata dagli stessi valori che queste storie contrabbandano, sia pure indeboliti e sfumati.

 Elena Gianini Belotti, Dalla parte delle bambine, Milano, Feltrinelli, 2000, pp.119-121

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Mostri mitologici: la mamma

Si avvicina la festa della mamma.

Per affrontare con spirito polemico questa ricorrenza, vorrei proporvi due spaccati dell’Italia che celebra questa controversa figura genitoriale: il primo è tratto dalla pagina umoristica “Sii come Bill”, che su facebook celebra la mamma con un’idea regalo, il secondo invece è un articolo di critica al duo comico di Pio e Amedeo pubblicato da Globalist.

Partiamo dalla tazza:

Billa-mamma è la tipica mamma delle pubblicità strappalacrime alla Procter & Gamble, la mamma che non dorme mai ma non è mai stanca, che ha sempre una torta nel forno e nonostante le torte ha sempre l’aspetto di una fotomodella – anche quando i suoi sei pargoli sono ormai all’università – che combatte i batteri del bucato e i bulli del quartiere con lo stesso piglio da Vedova Nera, che ti aiuta coi compiti, con gli allenamenti, i tornadi, il calcare nel bagno e non chiede mai neanche un grazie, perché è troppo buona e generosa e altruista e, come giustamente hanno rilevato i lettori della pagina, sti cazzi!

Perché se c’è una cosa che questo lockdown ha messo in evidenza, grazie alle statistiche sul lavoro domestico e di cura e le percentuali esorbitanti di donne che hanno perso il lavoro, è che questa storia della mamma-supereroina è solo un simpatico paravento piazzato lì a nascondere lo sfruttamento di una categoria che ne ha piene le tasche di essere presa per i fondelli dalle tazze encomiastiche.

Soprattutto perché la medesima mamma-sempre-presente/ingrediente-segreto-per-arrivare-alle-olimpiadi-e-scoprirti-campione, all’occorrenza diventa la mamma-troppo-presente, anche conosciuta come la causa ultima di tutte le sciagure di questo sventurato pianeta.

Arriviamo così all’articolo di Nicola Ferrara, nel quale leggiamo che se Pio e Amedeo hanno detto quello che hanno detto (non li ho visti, scusate, ma ultimamente sto seguendo una dieta povera di TV, è per il fegato), è colpa della mamma:

La mamma di Pio e Amedeo, fateci caso, non è solo iper-tutelante, è anche grassa. Non è un dettaglio da poco, tenetelo a mente. La mamma di Pio e Amedeo è grassa e pure sciatta, col suo grembiule unto di sugo. E’ grassa, sciatta e pure poraccia – visto che cresce i figli a frittata di cipolle invece che con l’uovo di Carlo Cracco – insomma, potremmo descriverla in due parole come la nemesi di Chiara Ferragni. Ma, soprattutto, se Pio e Amedeo sfoderano banalità sul “politicamente corretto” in prima serata, la colpa è senza dubbio sua, della mamma.

Vi chiederete: cos’è che differenzia la super-mamma-in servizio 27 ore su 24-perfetta-sotto ogni-aspetto-come-Mary Poppins dalla mamma-chioccia-che-rovina-i-suoi-figli?

E’ una questione di girovita? Di outfit? Di conto in banca? Di classe?

Visto che oggi è il 5 maggio, ai posteri l’ardua sentenza.

Sullo stesso argomento (più o meno):

Il potere generativo

Cherchez la mom

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Orecchie da mercante

“Un giorno, per raccontarne una, un giorno, sul finir della tavola, ne’ momenti della più viva e schietta allegria, che non si sarebbe potuto dire chi più godesse, o la brigata di sparecchiare, o il padrone d’aver apparecchiato, andava stuzzicando, con superiorità amichevole, uno di que’ commensali, il più onesto mangiatore del mondo. Questo, per corrispondere alla celia, senza la minima ombra di malizia, proprio col candore d’un bambino, rispose: – eh! io fo l’orecchio del mercante -.”

Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi

Premessa: la Procura Generale della corte di cassazione nella persona della procuratrice generale Francesca Ceroni il 15 marzo 2021 ha presentato un ricorso sul caso di un bambino allontanato dalla madre e collocato in casa famiglia, dopo le denunce di violenza domestica sporte dalla donna.

L’articolo de Il Sole 24 Ore rimanda al testo integrale della requisitoria e, nel riassumerla, sottolinea come le ragioni della procuratrice trovino la loro ragion d’essere nella necessità di tutelare la donne e i bambini vittime di violenza, motivo per cui si fa espresso riferimento alla Convenzione di Istanbul.

Ciò che scrive la procuratrice, per quanto sia scritto con lo stile involuto e ridondante tipico degli atti giuridici, rimanda ad un susseguirsi di evidenze piuttosto lineare, che potremmo semplificare in una serie di punti:

  • risulta dall’annotazione di servizio dei Carabinieri della Stazione di Valtopina del 19 luglio 2018 che ci sono due procedimenti penali pendenti a carico del padre presso la Procura della Repubblica presso il tribunale di Roma per violenze agite sul figlio; il bambino ha dichiarato alle forze dell’ordine “di essere stato picchiato più volte dal padre OMISSIS, ed anche in modo forte, con schiaffi al viso, anche con pugni allebraccia/spalle ogni qual volta gli faceva presente di voler vedere la madre o soprattutto di volerle raccontare qualche fatto accaduto con il padre”;
  • i giudici di merito però omettono qualsiasi accertamento e valutazionein merito ai fatti riportati dal bambino, come se la violenza denunciata fosse una questione trascurabile ai fini della decisione sul suo affidamento o le dichiarazioni del bambino debbano considerarsi mendaci di default;
  • il giudice decide per l’allontanamento del minore dalla madre, accusata di di aver indotto [il figlio] al convincimento che l’interazione con un genitore (la madre) dovesse determinare l’esclusione dell’altro e del di lui ramo familiare”, senza indicare “alcun fatto, circostanza o comportamento tenuto dalla madre pregiudizievole al figlio”, ma appellandosi ad espressioni vaghe e soggettive quali “eccessivo invischiamento” e “rapporto fusionale”, descrizioni di fronte alle quali, scrive sempre la procuratrice, “è impossibile difendersi” (perché, appunto, non descrivono fatti, circostanze o comportamenti, né tantomeno rimandano a diagnosi che godono di dignità nosologica).

Alla risonanza mediatica che ha avuto tale ricorso risponde il sito Altalex, con un verbosissimo articolo a firma dell’Avvocato Dimartino; il titolo è provocatorio: Alienazione parentale: l’inutile entusiasmo del partito della conservazione sociale, e mette subito  in chiaro che chi si è “entusiasmato” per la requisitoria di Ceroni non sia altro che un retrogrado deciso ad affossare quel processo di cambiamento presente nella società orientato alla tutela del benessere dei bambini, che – è ormai concetto che ha gambe ben solide su cui avanzare – dipende “innanzitutto dal grado di coinvolgimento pieno, diretto e continuativo di entrambi i genitori nei compiti di accudimento e cura”.

Dimartino, bisogna riconoscerglielo, con le parole è bravo; la scelta di un termine come “entusiasmo”, ad esempio, denota l’abilità di suggerire al lettore un campo semantico che se di per sé non avrebbe nulla di negativo, quando è associato ad un ambito grave ed austero come il tribunale, ammicca immediatamente all’irrazionalità e alla faciloneria. Infatti, subito dopo l’accusa di essere contrario al progresso sociale, il ricorso è imputato di essere “caratterizzato da ovvietà, contraddizioni logiche e omissioni che lo rendono più simile alle urla del tifoso che reclama un rigore a centrocampo per la propria squadra che un sottile e raffinato colpo di fioretto del giurista abituato ad intingerlo nel calamaio ed usarlo al posto della penna.”

Se non fossi più interessata ai contenuti che alle abilità oratorie, mi complimenterei con l’avvocato. Purtroppo, la frase che segue il paragrafo che vi ho citato rende l’articolo di Altalex un intervento che non posso esimermi dal condannare senza appello.

Questo è il brano cui mi riferisco:

Basti considerare l’affermazione secondo cui: “il principio di bigenitorialità, che non ha dignità costituzionale essendo al centro dell’art.30 Cost. (unitamente agli artt.2,3 e 29 Cost.) il minore ed il suo best interest, cede a fronte del diritto fondamentale del bambino alla integrità fisica e alla sicurezza“. È ovvio – e ci mancherebbe pure – che l’integrità fisica e la sicurezza di un bambino vengano prima della frequentazione con chiunque ne abusi, ricorra alla violenza fisica e psicologica o ne trascuri bisogni morali e materiali, ma dal Pubblico Ministero sarebbe stato lecito attendersi ben altro.

E’ ovvio, ci viene detto, che la cosa più importante è tutelare un bambino dall’abuso e dalla violenza, ma un Pubblico Ministero dovrebbe occuparsi di “ben altro”.

Il che significa che così ovvio non è.

Infatti nei paragrafi successivi Dimartino ci spiega perché troppo spesso l’integrità fisica e la sicurezza di un bambino, nella prassi dei Tribunali, NON vengono prima della frequentazione con chiunque ne abusi, come diversi casi che sono venuti a galla negli ultimi tempi dimostra a chi si attiene ai fatti senza lasciarsi abbindolare dal fioretto dall’arte retorica.

E’ un fatto che nessuno dei meravigliosamente esposti argomenti dell’avvocato Dimartino affronti la questione delle violenze agite dal padre sul figlio, né la questione dell’assenza di indagini che abbiano confermato o confutato tali violenze.

L’avvocato si dilunga sul principio di bigenitorialità, sulla best interests of the child’s doctrine, cita la Corte Costituzionale, la Corte europea dei diritti dell’uomo, la Convenzione sui diritti del fanciullo, e sono tutti principi condivisibili quelli illustrati, se non fosse che servono soltanto ad allontanare la nostra attenzione dal punto principale, anzi, dal punto essenziale a cui si riduce il problema: è stata data notizia di un reato e nessuna autorità si è presa la briga di accertarne la sussistenza.

Invece, proprio come fa l’articolo, si è passati a disquisire di ben altro, trasformando l’ovvio in una faccenda del tutto irrilevante.

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Sex work o non sex work

L’8 marzo e le manifestazioni femministe volte a celebrare la Giornata internazionale della donna hanno contribuito a gettare benzina sull’accesissimo dibattito che coinvolge le attiviste attorno al tema della prostituzione.

In Francia, ad esempio, il collettivo Osez le féminisme! ha denunciato aggressioni ai danni di chi ha scelto di marciare esponendo cartelli abolizionisti – alcune militanti per l’abolizione del sistema prostituente e pornocriminale sono state insultate, strattonate, attaccate, minacciate di morte, leggiamo sul loro sitomentre in Italia un episodio di scontro diretto si è verificato a Firenze, dove – racconta un comunicato di La Comune attiviste contro la piaga della prostituzione sono state attaccate e minacciate di violenza fisica da un uomo con il volto mascherato e da alcune donne autoproclamatesi padroni/e della piazza, e i loro cartelli (prostituzione = stupro a pagamento, No alla misoginia) strappati perché secondo il dogma transfemminista la prostituzione va rispettata e difesa in quanto “libera scelta”.

L’episodio italiano è stato fieramente rivendicato da La magnifica occupata, casa occupata delle donne* transfemminista, via lorenzo il magnifico nr 100, Firenze, con un post su facebook nel quale si sostiene che un cartello come quello esposto (“prostituzione= stupro a pagamento”) in una piazza femminista non ci dovesse stare:

Seppur due compagne sex workers hanno provato a tentare di arrivare col dialogo alla rimozione del cartello, non è stato possibile per via di queste figure – raccontano – Abbiamo quindi scelto di strappare il cartello ribadendo che il dialogo lo teniamo fino a un certo punto. Queste soggette oggi millantano un’aggressione, un attacco alla libertà di opinione, accusano di fascismo persino le compagne di nonunadimeno firenze. Ebbene chiariamo da subito che la libertà di opinione non è la libertà di spargere schifezze stigmatizzanti e fasciste.

Alla luce di quanto esposto, la frattura fra i due schieramenti appare insanabile: da un parte abbiamo il femminismo abolizionista, che descrive la prostituzione come la massima espressione di un sistema patriarcale che non si reggerebbe senza continuare a ridurre la sessualità femminile a merce, dall’altra c’è un femminismo che ritiene che non vi sia nulla di intrinsecamente dannoso del pagare/essere pagati per fare sesso, se acquirente e venditore sono entrambi consenzienti, poiché ogni individuo ha il diritto di decidere autonomamente dell’uso che fa del suo corpo.

Se per la prima fazione chiunque rifiuti di affrontare il fenomeno della prostituzione a partire dalla evidente connotazione di genere (la prostituta, statistiche alla mano, è per lo più donna) non può reclamare la patente di femminista, le altre, quelle che si dichiarano dalla parte delle sex worker autodeterminate, guardano con crescente orrore chiunque non lotti per la libertà di essere puttane, associando l’analisi abolizionista ad una violenta intrusione nella sfera intima e privata delle decisioni che dovrebbero rimanere patrimonio del singolo individuo, nonché una delle fonti che alimenta lo stigma che grava pesantemente su chi pratica orgogliosamente il mestiere più antico del mondo.

Combattere la stigmatizzazione della libera sex worker: questo, ci viene detto, dovrebbe essere l’unico obiettivo di chi voglia definirsi femminista. Su questa linea di pensiero si colloca anche l’Università di Leicester, protagonista di un articolo pubblicato dal network DonnexDiritti che ha recentemente dato fuoco alle polveri.

L’articolo, scritto da una studentessa universitaria, con un tono molto indignato contesta la decisione di alcuni atenei britannici di fornire ai dipendenti delle linee guida in materia di prostituzione; per la precisione, ciò che si contesta è il taglio delle linee guida, il cui obiettivo dichiarato è sensibilizzare l’opinione pubblica affinché no student should have to face the societal stigma that students in sex work do.

We are committed to ensuring that any students who are sex workers feel supported and valued as part of the Leicester community – commenta in proposito il Professor Nishan Canagarajah, Vice-Chancellor dell’ateneo di Leicester, ovvero: ci impegneremo ad assicurare che ogni studente che lavora come sex worker si senta supportato e considerato parte integrante della comunità.

Il “lavoratore del sesso” – che non ha un sesso ben definito, nell’analisi di chi lotta contro lo stigma sociale nei confronti dei sex workers – è un/una cittadino/a che sceglie un particolare modo di guadagnarsi da vivere nell’ambito della legalità e viene ingiustamente discriminato da una società incapace di comprendere che la prestazione sessuale è da considerarsi oggetto di un contratto di lavoro come qualsiasi altra prestazione: se posso assumere un/una massaggiatore/trice, un/una baby sitter, un/a badante, allora posso assumere un/a sex worker, e il modo in cui la gente sbarca il lunario non dovrebbe in alcun modo andare ad intaccare la sua dignità di essere umano e men che meno il suo diritto ad accedere ad un’istruzione superiore.

Se andiamo a leggere nel dettaglio il toolkit fornito allo staff dell’ateneo, sebbene in una sezione dedicata si accenni al fatto che A large proportion of student sex workers are from marginalised backgrounds from groups such as LGBTQ, people with disabilities or migrants/international students, si parla esplicitamente del genere come elemento caratterizzante del fenomeno soltanto in termini di povertà: the gendered nature of austerity means that women are disproportionately impoverished. Se la stragrande maggioranza degli studenti-sex worker è donna, è soltanto perché la povertà è determinata dal genere, e la povertà è la principale ragione che muove le categorie più emarginate nel mercato del sesso.

Le linee guida, inoltre, non accennano mai alla tratta di esseri umani, che vede come vittime principali donne e ragazze (il 68%, ci dice Save the Children), le quali sono destinate principalmente alla prostituzione (86%).

Perché parlarne? – replicherebbe, immagino, una delle puttane autodeterminate che ha diffuso il comunicato de La Magnifica occupata casa delle donne – non c’è alcun rapporto fra la minorenne di un paese straniero trafficata dalla criminalità organizzata e il/la sex worker.

Non è del tutto vero, a mio avviso. Se spostiamo il focus dall’offerta alla domanda, emerge prepotentemente la richiesta di servizi sessuali forniti da donne. Se la criminalità organizzata traffica giovani donne, è perché è questo che il mercato del sesso richiede, non perché non vi siano al mondo altrettanti uomini resi vulnerabili dalle medesime circostanze (infatti anche gli uomini e i ragazzi vengono trafficati, ma per essere destinati ad altre forme di schiavitù che non hanno a che fare con il sesso); allora mi sento di ipotizzare che forse la stragrande maggioranza degli studenti/sex worker è donna non perché ci sono più studentesse povere che studenti poveri, ma perché è la domanda a determinare l’offerta e il fruitore del serivizio sessuale è prevalentemente un uomo che paga una donna.

Non vi nascondo che una delle ragioni per cui personalmente faccio fatica a prendere in seria considerazione gli argomenti di chi difende la necessità di regolamentare il sex work e/o combatte per la normalizzazione della vendita di “servizi sessuali” è proprio il fatto che una delle strategie per perseguire i loro obiettivi sia l’occultamento del divario di genere nella domanda e nell’offerta di tali “servizi” attraverso l’utilizzo di un linguaggio fastidiosamente neutro.

La neutralità, in questo caso, non è una scelta rispettosa delle diverse individualità coinvolte, piuttosto somiglia pericolosamente alla strategia adottata da quelli che, per mettere a tacere ogni dibattito sul femminicidio, si fingono “umanisti” declamando lo slogan “la violenza non ha sesso”.

Invece di adoperarsi per mettere a tacere questa o quella voce, è urgente che si riapra un dibattito serio e argomentato sulla prostituzione all’interno del movimento femminista, che ricomprenda a pieno diritto tutte le posizioni, perché, da quel che emerge dal toolkit dell’Università di Leicester, le donne sono già quasi scomparse del tutto dalla discussione.

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Doppio standard

Nella notte tra domenica e lunedì le forze dell’ordine irrompono nella casa di Patrizia Coluzzi a Cisliano, nell’hinterland milanese, dove trovano il corpicino senza vita di Edith, due anni.

Non sappiamo ancora come, ma è molto probabile se non certo che ad ucciderla sia stata proprio Patrizia Coluzzi, la madre, che poche ore prima dell’intervento dei carabinieri aveva chiamato l’ex marito per annunciargli che la figlia “non esisteva più”.

Gli elementi atti a definire il quadro di un figlicidio per vendetta del coniuge ci sono tutti: da ciò che leggiamo sui giornali è un caso da manuale, orrendo e crudele come lo sono sempre i casi di questo genere.

L’aspetto più pertubante di queste vicende è che nel figlicidio per vendetta la vittima scompare completamente come persona umana, per trasformarsi in mero strumento di rivalsa nelle mani di chi sa che le sue azioni scellerate costringeranno il genitore-bersaglio a confrontarsi ogni giorno della sua vita con un dolore indicibile, impossibile da lenire.

Il fatto che ad uccidere, premeditatamente e spietatamente, possa in questo caso essere stata una donna invece di un uomo, non toglie né aggiunge nulla allo sgomento che ci coglie ogni volta che un bambino innocente muore per mano della persona deputata a frapporsi fra lui e gli orrori del mondo, che di questi si rivela l’incarnazione più feroce che si possa immaginare.

Parlo dello sgomento che coglie noi persone normali, quelle in grado di empatizzare con la piccola Edith e con l’enorme sofferenza di coloro che l’amavano – il povero padre su tutti, gravato dell’orrido peso di quelle sadiche telefonate prima della sua morte – perché poi c’è tutta un’altra categoria di persone, quelli che di fronte alla morte di Edith vanno in brodo di giuggiole: i misogini, gli odiatori di donne  e sopratutto delle femministe che difendono le donne vittime di violenza, quelli che passano il tempo in rete a scrivere accorati articoli in difesa di tutti i Mario Bressi che infestano la cronaca nera (Mario Bressi è l’uomo che la scorsa primavera ha ucciso i figli Elena e Diego per comunicare alla ex moglie che sarebbe “rimasta sola”) e che quando finalmente incappano in una donna assassina si trasformano istantaneamente da pacati argomentatori contro le criminalizzazioni facili a organizzatori di sabba sulla pira di Patrizia Coluzzi, che deve bruciare assieme a tutte le organizzatrici delle manifestazioni per l’8 marzo, colpevoli di essere le mandanti morali di ogni figlicidio, omicidio, rapina e tsunami commessi nella storia dell’umanità.

Siccome oggi ho avuto la sventura di incappare in uno dei prodotti di questi avvilenti personaggi, voglio proporvi un esercizio di analisi testuale: mettere a confronto il recente articolo su Patrizia Coluzzi con un elaborato ospitato dal medesimo sito misogino (dategli un’occhiata, è misoginia nella sua forma più cristallina, al punto da sembrare quasi una parodia), ma dedicato ad un assassino di sesso diverso, Alessandro Pontin.

Non so se vi ricordate di Alessandro Pontin, l’uomo che ha rincorso e sgozzato i due figli di 15 e 13 anni con un coltello da cucina poco prima di Natale; per riferirci all’articolo a lui dedicato parleremo di articolo 2, mentre con articolo 1 si intenderà il testo dedicato a Patrizia Coluzzi.

Articolo 1:

Articolo 2:

Sulla base di quale argomento è lecito definire il primo reato un figlicidio per vendetta, mentre nel secondo caso il movente sarebbe “nebuloso”? Perché un padre che racconta di aver ricevuto dalla ex messaggi inequivocabili dei suoi intenti malvagi contro la figlia è un testimone attendibile, mentre una madre che fa la stessa cosa di fronte all’assassinio dei suoi due ragazzi è una bugiarda dedita a diffamare a mezzo stampa un povero suicida sventurato che, en passant, ha massacrato due ragazzini?

Si tratta di pregiudizi di genere, esattamente ciò di cui ci occupiamo qui e ciò di cui il femminismo si occupa (ed è subito chiaro perché i redattori di questi capolavori detestino in primis le femministe).

Se nell’articolo 1 leggiamo della “furia vendicativa” di Patrizia Coluzzi, nell’articolo 2 chi a mezzo stampa attribuisce ai padri assassini l’intento di ferire le ex compagne pecca di “assenza di profondità”, mentre se si tratta di giornaliste allora abbiamo a che fare con commentatrici che in passato si sono distinte per commenti di vero e proprio odio antimaschile o per spregevoli volgarità nei confronti dei padri separati, del tutto incapaci di comprendere che gli uomini in quanto portatori di cromosoma Y non sono in grado di architettare piani meschini sull’onda del rancore e del risentimento, ma sono sempre e solo vittime delle donne; allora Pontin era un poveretto, portato alla follia da una società che discrimina i maschi

mentre Patrizia Coluzzi, vittima delle sue due X, era una donna sanissima, ma estremamente perversa e disumana:

Il maschilismo di cui queste “analisi” sono intrise è così lapalissiano, che denunciarlo mi mette quasiin difficoltà e mentre scrivo mi rendo conto che ,volendo affrontare l’orribile ed ingiusta morte di Edith, ci sarebbero molte altre cose più importanti da dire.

Ad esempio dovremmo chiederci perché, in un paese come il nostro nel quale non si esita ad allontanare dalla madre un ragazzino colpevole di smaltarsi le unghie, adducendo come motivazione che la relazione con troppe e fagocitanti figure femminili sta compromettendo il suo processo di identificazione sessuale, Edith è stata lasciata sola con una donna che aveva già tentato il suicidio. E chi di dovere era stato debitamente allertato, ricordiamolo.

Oppure potremmo avviare una riflessione sull’abusato concetto di “istinto alla cura” delle donne, che ammicca a profonde e radicate differenze nella psiche maschile e femminile, mentre casi come questo rendono ancora più evidente che tutto ciò che ci rende diversi, causando ad esempio la sproporzione numerica nel sesso dei perpetratori di questo particolare tipo di delitti, non è la “natura”, bensì il nostro bagaglio culturale. Di sicuro lo faremo più avanti, con il pensiero rivolto a Edith.

Tuttavia, da femminista, non posso nascondervi che mi ferisce che l’assassinio di Edith, nelle mani degli squallidi oppositori dei centri antiviolenza e delle campagne di sensibilizzazione contro la violenza sulle donne, divenga un mero strumento di propaganda: è come se venisse deumanizzata di nuovo.

Mi scrive una mia cara amica che i redattori del sito oggetto di questo post si stanno organizzando “per entrare nelle scuole”, proponendosi come soggetti portatori di una narrazione diversa, alternativa, civile e argomentata sulle questioni di genere.

Quindi, se avete dei figli, fate attenzione a chi si propone di affrontare certe tematiche coi vostri ragazzi: potrebbero essere questi qua.

So che quanto avete letto fin qui può far apparire eccessiva la mia preoccupazione a riguardo, ma non dimentichiamoci che alcuni di loro sono già finiti in prima serata sulla RAI e non troppo tempo fa:

Non sottovalutiamoli.

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