25 novembre 2020

Su 42.143 post e tweet analizzati, più di 1 su 10 (il 14%) è offensivo, discriminatorio o hate speech. Il tema “donne e diritti” continua a essere marginale, presente solo nell’1% dei commenti analizzati. Nonostante questo, circa 2 commenti su 3 hanno un’accezione negativa, mentre più del 29% è offensivo, discriminatorio o considerato hate speech. Inoltre, quando si parla di questo tema, i commenti offensivi, discriminatori o di odio, hanno nella maggior parte dei casi proprio le donne come bersaglio (23,2%, di cui 2,3% hate speech).

E questo non può essere un caso: le donne, infatti, in una società di stampo patriarcale come la nostra, non vengono offese solo per le proprie idee o per le proprie parole, ma spesso solo per il fatto di essere donne. Con la scusa, misogina e maschilista, secondo la quale le donne che pensano o che esprimono la propria opinione, sono spesso etichettate come “rompicoglioni” o problematiche.

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Pubblico questi screenshot di mail ricevute di recente, cosa che normalmente non farei.

Non lo faccio quasi mai, perché se lo facessi dovrei affrontare il tema “vittimismo” e la differenza che intercorre fra il crogiolarsi nell’illusione di essere vittime di ingiustizia allo scopo di non affrontare le proprie incapacità e fallimenti e il giustificato sconforto che simili gratuiti e immotivati gesti di aggressività procurano a chi li subisce.

Oggi, però, forse perché sono molto, molto stanca, mi lascio trasportare dall’impulso di condividere questo peso con chi mi segue con affetto (alcuni di voi sono tanto affettuosi, grazie!).

L’intento non è scatenare una fatwa contro chi si diletta nell’hate speech: c’è abbastanza odio nel web, non aggiungiamone altro.

Lo faccio solo perché oggi mi sembra il giorno giusto per ricordare a me stessa e ai miei lettori perché certe tematiche ci appassionano, perché abbiamo bisogno di leggere, studiare, scrivere, confrontarci, comunicare, perché questo spazio esiste e perché, nonostante la stanchezza, torno sempre qui.

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Il problema non è la sessualità delle donne, ma quella degli uomini

Per tutti questi secoli le donne hano avuto la funzione di specchi, dal potere magico e delizioso di riflettere raddoppiata la figura dell’uomo.

Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé

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Sta facendo molto discutere la vicenda giudiziaria che vede coinvolta una maestra e la sua dirigente.

Mentre il nostro sistema giudiziario ha perseguito e persegue i comportamenti che il nostro ordinamento giudica dannosi nei confronti dell’individuo e della società nel suo complesso – ovvero la diffusione di  immagini o video di organi sessuali o a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate (articolo 612 ter del codice penale) – la stampa sta offrendo grande spazio alle giustificazioni dei responsabili: se mandi filmati osé devi mettere in conto il rischio che qualcuno li divulghi, ha dichiarato a La Stampa uno dei “qualcuno” che li ha divulgati, definendo il reato di revenge porn “una goliardata da uomo“.

La risposta delle persone di buon senso a simili giustificazioni è che non c’è nulla di riprovevole in una persona adulta che, nell’intimità di una relazione, esprime il suo desiderio sessuale anche attraverso la produzione di immagini erotiche, destinate a risvegliare il desiderio di chi è a sua volta desiderato.

Ciò di cui vorrei parlare io, invece è il tradimento di colui al quale quelle immagini erano state affidate, che, invece di rispettare il voto di fiducia che è alla base di ogni relazione umana – sentimentale, commerciale o professionale che sia – ha deciso di diffonderle, ma soprattutto dello scopo che ha reso necessario quel tradimento, ovvero vivere uno di quei momenti in cui gli uomini costruiscono la loro identità condivisa di maschi a partire dalla deumanizzazione della donna.

Preferisco concentrarmi su questo aspetto non perché non ritenga importante difendere il diritto delle donne a fare sesso quando, come e con chiunque abbiano voglia di farlo (posto che non decidano di farlo proprio mentre badano alla classe di treenni di cui sono le maestre, l’unica circostanza che ci costringerebbe ad assumere anche il punto di vista del genitore preoccupato dello sviluppo psicosessuale della prole), ma perché credo che una delle più grandi minacce ai diritti sessuali delle donne (nonché all’opportunità di costruire una società equa e giusta, nella quale nessuna venga più discriminata in quanto donna) si collochi proprio lì, in quei conciliaboli fra uomini di cui discuteva con grande indulgenza un articolo di Vice agli albori del dibattito pubblico sul revenge porn in Italia: conciliaboli dei quali la stragrande maggioranza della gente è in grado di riconoscere l’orrore (lo ammetteva nel suo articolo lo stesso Niccolò Carradori) e ciononostante continua a liquidare come condizione imprescindibile alla socializzazione del maschio.

Non per nulla il termine che spesso si usa in questi casi è goliardia, un’espressione che evoca lo spirito di comunione nel divertimento che accomuna quei giovani universitari desiderosi di sentirsi parte integrante di un gruppo nel momento in cui sono lontani da casa e si apprestano ad affrontare i primi scampoli della loro vita da adulti.

Diventare un membro della comunità dei maschi, contribuire alla costruzione di un’identità collettiva fondata sul comune disprezzo per tutte le donne: questi sono gli obiettivi di tutti coloro che si sono scambiati quelle immagini, immagini che non sono esecrabili – come si raccontano le loro compagne per distogliere lo sguardo da quell’orrore – perché il soggetto rappresentato ha deciso autonomamente di immortalarsi nell’atto di godere del proprio desiderio sessuale (se c’è una cosa che ci hanno insegnato i gruppi dedicati a questi commerci – gli amanti della phica, ad esempio – è che persino la foto di una mamma rubata mentre è sotto la doccia o lo scatto di una sconosciuta che prova un paio di scarpe in un negozio possono diventare merce di scambio), ma semplicemente perché il soggetto rappresentato è una donna.

Vorrei che il discorso si spostasse da cosa le donne sono legittimate a fare per arrivare ad un orgasmo a cosa gli uomini devono smettere di fare, ovvero convincersi l’un l’altro a edificare la propria virilità sul vilipendio del genere femminile.

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Di slogan e fallimenti

Un mio lettore mi ha consigliato di dare un’occhiata all’account Instagram de La Repubblica e in particolare a questi due post:

5 giorni fa, il quotidiano la Repubblica ha postato l’immagine rosa, corredata dal testo:

Il femminicidio non ha a che fare con il genere della vittima – certo che vengono uccisi anche gli uomini – ma con il movente di un omicidio: le donne vengono uccise in quanto donne, e nello specifico in quanto donne libere. Libere di amare chi vogliono, libere di uscire con chi vogliono, libere di vestirsi come vogliono. Libere.

La reazione dei lettori – per lo più infuriati – ha convinto la redazione a rettificare con l’immagine in giallo, implicitamente scusandosi per l’indebita generalizzazione: non tutti gli uomini (#NotAllMen) uccidono, solo alcuni lo fanno. All’immagine ha aggiunto un testo più articolato del precedente:

La parità di genere è un obiettivo ancora non raggiunto. La storica discriminazione nei confronti delle donne ci impone una maggiore attenzione nei confronti di fenomeni come il femminicidio, in cui la vittima è colpevolizzata in quanto donna. Questo non significa che tutti gli uomini siano assassini, ovviamente. Ma non possiamo nemmeno trascurare la matrice patriarcale di questa specifica categoria di omicidi. Lo specifichiamo per i lettori che ce lo hanno chiesto.

Nei primi sei mesi del 2020 in Italia è calato il numero degli omicidi, ma è aumentato quello dei femminicidi. Un report rilasciato dal Servizio analisi criminale interforze del Ministero dell’Interno mette in luce come la violenza di genere sia aumentata durante il periodo di lockdown dovuto alla pandemia. Sono state 59 le donne uccise nel primo semestre del 2020 e, se nel 2019 costituivano il 35% degli omicidi totali, quest’anno l’incidenza si attesta al 45%.

Ma dove avvengono questi omicidi? Restringendo ancora l’analisi si capisce chiaramente e senza possibilità di sbagliare che il 77% degli omicidi sono avvenuti in ambito familiare ed affettivo ed hanno riguardato persone di sesso femminile. Su 69 omicidi avvenuti in famiglia, 53 sono state le vittime di sesso femminile.

Prendiamo a prestito un’immagine dell’illustratrice Anarkikka per partire dal primo errore di Repubblica (che, al confronto con Anarkikka, di femminismo ne mastica poco o niente):

Qual è la differenza fra lo slogan di Anakikka e quello di Anarkikka?

Anarkikka critica in modo chiaro ed inequivocabile una pessima e consolidata abitudine del giornalista medio, che quando si tratta di descrivere un femminicidio tende a spostare l’attenzione dal perpetratore. Ad esempio:

Il 6 marzo 2015 Yuri Nardi ha ucciso a Città di Castello Laura Arcaleni. Per il giornalista de La Nazione, però, non è stato Yuri Nardi, bensì “la gelosia” a sparare a Laura con un fucile a pompa.

Secondo chi si assume l’onere di narrare la violenza sulle donne, queste vengono uccise dai raptus, dalla gelosia, dall’amore criminale, e molto più raramente dagli uomini che materialmente le strangolano, le finiscono a colpi di arma da fuoco o le colpiscono a morte coi più svariati corpi contundenti. Questa particolare grammatica del femminicidio, che occulta l’agente, ottiene il duplice risultato di deresponsabilizzarlo almeno parzialmente agli occhi del pubblico (e ai suoi stessi occhi, ovviamente) e di assimilare gli assassinii delle donne alla dipartita delle vittime di tragedie ineluttabili: cosa possiamo fare contro “la gelosia”? Come contrastare “l’amore malato”? Si può prevedere il “raptus di follia“?

Siamo impotenti di fronte all’evanescenza di simili concetti astratti e la violenza contro le donne, invece che l’espressione di valori e atteggiamenti che possono cambiare, viene percepita come un fenomeno inevitabile, come la morte o le tasse (cit. da E. Buchwald, P. Fletcher, M. Roth, “Transforming a Rape Culture“).

Tutto questo Repubblica non lo sa, motivo per cui la sua iniziativa a supporto della lotta alla violenza contro le donne è riuscita soltanto a scatenare le orde di quelli che di fronte al termine femminicidio replicano “la violenza non ha genere”:

A questo punto Repubblica aveva l’opportunità di rimediare all’errore commesso, prendere coscienza del reale significato dello slogan femminista malamente riportato e parlare di quel contesto – la narrazione che del femminicidio offrono i media – che lo ha reso tanto popolare tra chi si occupa a tempo pieno della tematica.

E invece no.

Invece ci ritroviamo la vignetta gialla, che ha il medesimo effetto esilarante di quella che vi propongo qui:

A ridosso del 25 novembre.

Come se non bastasse la pandemia a precipitarci nella depressione più nera.

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Gender Reveal

Sta facendo scalpore, in questi giorni, la notizia di un’intervista a Emily Ratajkowski nella quale, secondo fanpage.it, la modella avrebbe dichiarato a proposito della sua gravidanza che

non rivelerà il sesso di suo figlio, perché sarà lui a deciderlo liberamente quando sarà maggiorenne e avrà consapevolezza di chi è davvero.

Grazie ad un amico che mi ha fornito prontamente il link, sono risalita all’articolo originale pubblicato da Vogue e ho scoperto che – come sovente accade, purtroppo – quanto riportato in italiano non corrisponde affatto alle dichiarazioni di Ratajkowski, ma somiglia piuttosto ad uno squallido tentativo di alzare i toni del dibattito in corso fra chi ha un approccio queer alla questione degli stereotipi di genere e chi invece si definisce gender critical, un dibattito che non abbisogna di ulteriore benzina sul fuoco, ma al quale gioverebbe, invece, la lettura del testo intergrale.

L’articolo, infatti, è un’interessante riflessione a partire dalla gravidanza (potremmo dire “partendo da sé”) sulle aspettative di genere che gravano sulle creature ancora non nate.

Inizia così:

Quando io e mio marito informiamo gli amici che sono incinta, la loro prima domanda dopo “Congratulazioni” è quasi sempre “Sai cosa vuoi?” Ci piace rispondere che non sapremo il sesso fino a quando nostro figlio non avrà compiuto 18 anni e ce lo farà sapere. Tutti ridono. Ma c’è qualcosa di vero nella nostra risposta, tuttavia, che accenna a possibilità che sono molto più complesse di qualunque genitale con cui potrebbe nascere nostro figlio: la verità è che in realtà non abbiamo idea di chi – piuttosto che cosa – sta crescendo nella mia pancia. Chi sarà questa persona? Di che tipo di persona diventeremo i genitori? Come cambieranno le nostre vite e chi siamo? E’ un pensiero insieme meraviglioso e terrificante, che ci fa sentire impotenti e umili. Mi piace l’idea che imporrò a mio figlio il minor numero possibile di stereotipi di genere. Ma per quanto progressista possa sperare di essere, capisco il desiderio di conoscere il sesso del nostro feto; sembra la prima vera opportunità per intravedere chi potrebbe essere. Poiché il mio corpo cambia in modi bizzarri e insoliti, è confortante ottenere una qualsiasi informazione che possa rendere più reale ciò che sta arrivando.

Noterete che, restituendo la frase incriminata al suo contesto, essa diventa qualcosa di molto diverso da ciò che è stato recepito dai lettori italiani: si tratta solo di una battuta scherzosa, una boutade, non di un proposito.

Ratajkowski riconosce che il sesso del nascituro è una delle poche informazioni certe che si possono ottenere fintanto che rimane all’interno del ventre materno: non è un granché, come informazione, ma se non altro è qualcosa in grado di rendere più concreta l’idea che quella protuberanza che si va gonfiando è prodromica all’arrivo di un essere umano che avrà un ruolo determinante nelle vite di chi lo accoglierà.

Ma – e per questo ha deciso di rispondere agli amici e parenti con la battuta riportata dalla stampa italiana – riconosce anche che quell’informazione ne porta con sé tante altre che poco o nulla hanno a che fare con la biologia del corpo umano e tutto con una cultura di stampo patriarcale che influenzerà pesantemente la vita della figlia o del figlio che verrà, e questo a prescindere dall’educazione che i genitori sceglieranno di impartire.

I ragazzi sviluppano più lentamente. Sono più faticosi delle ragazze da piccole, ma amano così tanto le loro mamme! Le ragazze maturano più velocemente ma sono così sensibili! – sono alcune delle frasi che la mamma in attesa si sente dire da amici desiderosi di prepararla a ciò che sta per accadere. Hanno qualche fondamento di verità? E’ vero che possedere due cromosomi XX comporta ipersensibilità? O che avere un pene influenza il grado di affezione verso la propria madre?

No. Non c’è niente di biologico in quasi tutto quello che siamo soliti raccontare su bambini e bambine. Partorire una bambina invece che un maschietto non offre alcuna assicurazione che i suoi primi anni di vita saranno meno faticosi per i neogenitori, ma – e questo è il lato più negativo degli stereotipi di genere – se credessi davvero che una neonata dovrebbe starsene nella culla buona buona perché sono i maschi quelli faticosi, nel caso in cui mia figlia dovesse indulgere nel pianto potrei finire col convincermi  ha qualcosa che non va, che è malata o in qualche modo sbagliata o che sono io quella sbagliata; quest’idea potrebbe provocarmi un’ansia tale da rendermi difficile l’applicare quei piccoli trucchetti atti a calmare un bimbo che piange, gettando entrambe in una spirale di frustrazione e sofferenza.

A volte gli stereotipi di genere possono trasformare la vita delle persone in un vero e proprio inferno ed è per questo che l’inventrice dei “gender reveal party”, Jenna Myers Karvunidis, si dichiaraoggi pentita di aver dato il via ad un’usanza che li rafforza e li esaspera.

Quando nasce un bambino ricevi tutte le informazioni in una volta: il sesso, il colore dei suoi capelli, a chi assomiglia, quanto è lungo, quanto in fretta batte il suo cuore. Il gender reveal isola un aspetto di questa persona. Quando quell’aspetto viene elevato a fulcro della tua identità, diventa problematico. – ha dichiarato in un articolo pubblicato da The Guardian nel 2019, nel quale racconta anche di quanto l’abbia preoccupata e intristita la reazione di una delle sue figlie nel ricevere in regalo una scatola di mattoncini Lego: la bimba, che aveva tre anni, scoppiò in lacrime perché non voleva “un regalo da maschio” con la scatola di colore blu.

Come si evince da questo video che ho trovato in rete, se la festa organizzata per rivelare il sesso del bambino o della bambina è un’occasione per rendere familiari e amici emotivamente partecipi all’evento della nascita (un obiettivo lodevole se si concorda col vecchio adagio “per crescere un bambino di vuole un’intero villaggio”), è anche il prodotto di una società in cui i membri sono prima di ogni altra cosa consumatori: Quando entriamo nei negozi – spiega il papà – non sappiamo se andare in direzione maschio o in direzione femmina, e la mamma aggiunge: Da oggi lo sapremo e anche per Natale possiamo scatenarci con gli acquisti.

Consumo, dunque sono si intitola un celebre saggio di Zygmunt Bauman al quale vi rimando per approfondire questo particolare aspetto della questione, insieme all’articolo pubblicato da The Atlantic qualche anno fa nel quale si denunciava la sempre più massiccia genderizzazione dei prodotti per bambini.

Ci sono altri due punti su quali vorrei soffermarmi prima di concludere.

Il primo riguarda un passo nel quale Ratajkowski replica un po’ stizzita all’entusiasmo del padre della sua creatura:

A mio marito piace dire che “siamo incinti”. Gli dico che sebbene il sentimento sia dolce, non corrisponde del tutto al vero. Mi infastidisce il fatto che il DNA di tutta la sua famiglia sia dentro di me ma che il mio DNA non sia dentro di lui. “Sembra ingiusto”, dico, e ridiamo entrambi. È una specie di scherzo, ma proprio come l’osservazione che facciamo sul sesso di nostro figlio, c’è della verità dietro. La gravidanza è per natura un’esperienza solitaria; è qualcosa che una donna fa da sola, dentro il suo corpo, non importa quali siano le  circostanze. Nonostante abbia un partner amorevole e molte amiche pronte a condividere i dettagli più crudi delle loro gravidanze, alla fine sono da sola con il mio corpo in questa avventura. Non c’è nessuno che la senta con me: gli acuti dolori muscolari nel mio addome che si presentano all’improvviso mentre guardo un film o la pesantezza dolorosa dei miei seni che mi saluta ogni mattina. Mio marito non ha sintomi fisici della “nostra” gravidanza, un promemoria di quanto diverse possano essere l’esperienza di vita di una donna e quella di un uomo.

Il secondo è un riferimento di Jenna Myers Karvunidis ai diritti delle donne:

“Sono pro-choice”, dice. “Come altro potrei dichiararmi? Ho tre figlie.” Ai suoi occhi la moda del gender-reveal ha giovato a coloro che cercano di limitare l’autonomia delle donne. “Negli Stati Uniti, i nostri diritti riproduttivi vengono ridotti a nulla. Una palla di cellule di sei giorni può eclissare le decisioni in merito alla sua salute di una donna adulta. Non è un giocatore di football o una ballerina, è un feto, ma il fenomeno del gender-reveal aiuta le persone a dimenticarlo”.

Non sento il bisogno di aggiungere altro.

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Mignonnes e altri racconti

Brooke Shields a 12 anni, quando girò il controverso “Pretty Baby“; la giovanissima attrice già a 10 anni era stata protagonista di uno scatto senza veli (era il 1975), del quale da adulta provò ad impedire l’uso, perdendo però la causa in tribunale (motivo per cui potete guardare la foto ancora oggi e giudicare da soli se davvero può definirsi “non sessualmente suggestiva”)

Tempo fa avevo proposto ai miei lettori di leggere il “Report of the APA Task Force on the Sexualization of Girls”; il fenomeno della sessualizzazione delle donne, delle ragazze e delle bambine non è né recente, come suggerisce la foto che ho scelto per aprire il post, né particolarmente sconvolgente per la stragrande maggioranza delle persone; anzi, spiega l’APA, uno dei problemi è proprio che la mole di immagini sessualizzate di bambine, ragazze e donne a disposizione del pubblico è tale da rendere la sessualizzazione accettabile, se non addirittura una cosa buona.

Prima di andare oltre, ricordiamo cosa si intende con sessualizzazione; si parla di sessualizzazione quando

  • il valore di una persona viene fatto derivare soltanto dal suo sex appeal, escludendo altre caratteristiche (ricordate quando Amadeus, nel presentare le donne invitate a Sanremo, ci tenne a far sapere al suo pubblico che ovviamente sarebbero state tutte molto belle? A dispetto della loro bravura, delle competenze, non c’è spazio pubblico per le donne non-belle, e se capita che se lo prendano, la reazione è sempre una valanga di commenti sgradevoli sulla loro inadeguatezza, pensate a Cristoforetti);
  • una persona è tenuta a conformarsi ad uno standard, che equipara l’attrazione fisica – intesa in senso stretto – con l’essere sexy (“Se una donna esce di casa e gli uomini non le mettono gli occhi addosso deve preoccuparsi”, spiegava in proposito lo psichiatra Raffaele Morelli);
  • le persone sono viste come oggetti adibiti all’uso sessuale altrui, piuttosto che come individui in possesso della capacità di agire e prendere decisioni autonomamente (ne abbiamo parlato citando l’esempio dei breastaurant, luoghi nei quali le cameriere sono parte integrante del menù, ma un esempio più recente potrebbe essere la polemica suscitata dalla canzoncina promozionale scelta comune di Lazise, che invita i turisti a provare le belle donne della città, le quali non potran dire di no);
  • la sessualità è inappropriatamente imposta a qualcuno (per comprendere cosa si intende con inappropriatamente basta tornare all’immagine della giovanissima Brooke Shields, che una volta diventata abbastanza grande da comprendere il messaggio implicito nelle immagini che la ritraevano ha provato disperatamente a farle scomparire).

Come ho provato a riassumere nel post dedicato al report, la sessualizzazione comporta una serie di conseguenze dannose per i singoli individui e per la società nel suo complesso.

Ad esempio – spiega il report a pag.2 –  ci sono prove che la sessualizzazione contribuisca a compromettere le abilità cognitive nelle donne in età universitaria e la ricerca correlata suggerisce che la visione di materiale sessualmente oggettivante può contribuire all’insoddisfazione nei confronti del proprio corpo, all’insorgenza di disturbi alimentari e depressione, alla bassa autostima, e persino creare problemi di salute alle ragazze delle scuole superiori e nelle giovani donne. La sessualizzazione delle ragazze non è solo il prodotto di atteggiamenti sessisti, della tolleranza sociale verso la violenza sessuale e dello sfruttamento di ragazze e donne, ma può anche contribuire al loro perpetuarsi.

E questi sono solo degli esempi.

Per citare studi più recenti, un sondaggio del Pew Research Center nel 2017 ha chiesto alle persone di nominare la qualità che la società apprezza maggiormente negli uomini e nelle donne; al primo posto per le donne – corrispondente al 35% degli intervistati – c’è l’essere fisicamente attraenti, mentre per gli uomini il bell’aspetto compare solo al sesto posto nella lista.

Uno studio inglese del 2015 che ha osservato 1.000 ragazzini fra gli 8 e i 14 anni ha rilevato che la pressione sociale che impone di avere un bell’aspetto e possedere la “roba giusta” è dannosa per molti bambini e adolescenti, perché se da una parte il contesto culturale li convince che perseguire questi obiettivi è fondamentale per essere felici (Perché mai una mamma non dovrebbe far felice la sua bambina?’, si è recentemente giustificata Maria Monsé di fronte a chi criticava la sua decisione di sottoporre la figlia di 14 anni al suo primo intervento di chirurgia estetica), spesso gli effetti sono l’esatto opposto di quanto desiderato: un peggioramento della qualità delle relazioni tra pari e la depressione.

Ci sono alcune differenze interessanti tra ragazzi e ragazze – spiega chi ha condotto la ricerca – i sintomi depressivi nei ragazzi tendono a prevedere un aumento del loro materialismo, mentre i sintomi depressivi nelle ragazze tendono a predire l’interiorizzazione delle preoccupazioni sull’aspetto.

I social media, leggiamo in un articolo di Rebecca Huntley, contribuiscono in modo determinante alla pressione sulle ragazze. Huntley, che ha condotto una ricerca con donne di età compresa fra la prima adolescenza e i vent’anni volta ad esplorare come l’uso dei social media influenza le loro opinioni sulla bellezza, sul loro corpo e sulla chirurgia plastica, ha constatato che, sebbene le partecipanti fossero consapevoli del fatto che le immagini perfette che consumano ogni giorno siano scelte con cura, modificate, filtrate e adattate per produrre i migliori risultati possibili e quindi propongano un’idea distorta della realtà, questa consapevolezza non ha ridotto l’impatto che quelle immagini hanno avuto sulla loro percezione del corpo.

A volte ti senti come se fosse difficile disimpegnarti. Osservi le persone per strada e ti confronti con loro, ma non si ferma quando torni a casa perché passi ai social media e hai tutte queste foto di persone belle. Quindi è una pressione costante, non necessariamente dall’esterno ma anche quando sei da sola con tutte queste immagini, tutto il tempo. È un costante promemoria di come dovresti apparire perché questo è ciò che è accettabile nella società ha spiegato una delle giovani coinvolte nella ricerca.

Se esiste – ed è innegabile che esista – una pressione costante che spinge le donne ad apparire sempre belle, sensuali e provocanti, essa si colloca in un contesto sociale schizofrenico che a momenti premia e a momenti stigmatizza la donna che vi si adegua.

Sii una signora – dicono-. La tua gonna è troppo corta. La tua camicia è troppo stretta. Non mostrare così tanta pelle. Lascia qualcosa all’immaginazione. Non fare la tentatrice. Gli uomini non possono controllarsi. Gli uomini hanno dei bisogni. Sii sexy. Sembra attraente. Non essere così provocante. Te la sei cercata. Indossa il nero. Indossa i tacchi. Sei troppo vestita. Sei troppo svestita. Ti stai lasciando andare.

Inizia così il video virale scritto da Camille Rainville e recitato da Cynthia Nixon che mette in evidenza come la misoginia si concretizzi nel colpevolizzare le donne qualsiasi cosa facciano. Non esiste la gonna della misura giusta o la formula per bilanciare  la giusta dose di sex appeal e modestia, esiste solo l’arbitraria decisione di chi in quel particolare momento può trarre vantaggio dal collocare la sventurata sottoposta a giudizio fra le apprezzate o le donne da biasimare: ecco allora che nel nello stesso periodo possiamo leggere di un professore universitario che deride pubblicamente la vicepresidente dell’Emilia Romagna per la sua scarsa appetibilità (“ma che è, n’omo? … Vanno di moda così, di recente. Le più belle sono tutte nel porno, o nell’harem di qualche multimiliardario, o entrambe le cose. Al popolo restano le racchie ecologiste e speronamotovedette“), e di una vicepreside che invita le studentesse a non attirare l’attenzione dei professori maschi con un abbigliamento troppo provocante (e rivendica il termine femminista per definire la sua idea di dress code), rendendo il ribellarsi contemporaneamente ad entrambi diktat (sii più sexy – non essere così sexy)  un’impresa che solo Arturo Brachetti potrebbe portare a termine con successo.

A tale proposito giova sottolineare che non molto tempo fa l’Istat ha rilevato in Italia che quasi 1 persona su 4 (23,9%) ritiene che un modo di vestire succinto possa provocare una violenza sessuale.

Il film Mignonnes, che tanti guai ha causato a Netflix ultimamente, affronta il tema della sessualizzazione proponendosi di sottolineare, grazie ad un’astuta regia che contrappone costantemente un contesto familiare tradizionalista alla passione delle giovanissime per le #dancechallenge sui social, che di contraddittorio nello stigmatizzare sia la donna che si scopre troppo che quella che non si scopre abbastanza non c’è proprio nulla: sono due facce della stessa medaglia.

La protagonista del film, l’undicenne Amy, vive quel delicato momento di passaggio dall’infanzia all’adolescenza che comporta l’entrare in conflitto con le figure di riferimento, un conflitto esacerbato dalla crisi che la madre di Amy sta vivendo a causa della decisione del marito di portare a casa dal Senegal una seconda moglie. Mentre la madre si chiude a riccio nella sofferenza, affidando alla zia (che assolve l’ingrato ruolo della matrigna delle fiabe) il compito di traghettare Amy nel solco di quelle tradizioni familiari che sono la causa del suo dolore, la ragazzina trova nella vicina di casa e coetanea Angelica l’ispirazione per uscire dal guscio di una famiglia della quale comincia a percepire i lati oscuri e problematici, ed entrare a far parte della sua piccola e sgangherata crew diventa piano piano la sua ossessione.

Il film si apre con una riunione alla quale Amy partecipa con la madre e la zia, nel corso della quale l’incaricata di diffondere nella comunità femminile le raccomandazioni di Allah spiega che all’inferno ci saranno molte più donne che uomini perché  Sapete dove risiede lo spirito del male? Nel corpo delle donne nude.

Non è un segreto per nessuno che Dio odi le donne, come ha titolato Giuliana Sgrena, e che uno dei modi in cui dimostra la sua avversione è costringendole a mostrarsi il meno possibile: sottomissione, pudore, castità, modestia, impurità sono i termini nascosti associati dalle religioni alle donne per sminuire la loro potenzialità.

Viene da sé che quando si subisce un’educazione del genere, che mira alla mortificazione del corpo affinché le donne debbano convivere costantemente con la vergogna di ciò che sono, è un potente atto di ribellione liberarsi dall’oppressione degli abiti per scatenarsi nella danza, come fa Amy quando viene sottoposta dalla madre e dalla zia ad un umiliante rituale di purificazione.

Tuttavia, nel disperato tentativo di uscire da un ambiente domestico divenuto per lei angosciante e penoso, la ragazzina salta dalla proverbiale padella alla brace.

L’esperienza della crew, infatti, non è affatto per Amy un momento di riappacifazione col proprio corpo per mezzo dell’arte coreutica, né l’occasione per costruire delle relazioni affettive appaganti al di fuori del nucleo familiare, ma piuttosto una diversa e altrettanto crudele forma di mortificazione. Seppure per ragioni diverse, anche fra le coetanee il suo rimane un corpo sbagliato, un corpo del quale vergognarsi: non è abbastanza sexy (sei piatta come una tavola, non si distingue il davanti dal dietro, la scherniscono le altre ragazze), non indossa gli abiti giusti (la ragazzina arriverà a derubare la madre pur di acquistare gli indumenti necessari a farsi accettare), e, quando prova a trasformare se stessa per corrispondere allo standard che immagina le permetterà di ottenere quel successo sui social necessario garantirle un posto sicuro nel gruppo dei pari, scopre quanto è semplice passare dal “non abbastanza sexy” al “troppo provocante”, perdendo in un attimo tutto ciò che credeva di aver conquistato.

Sappiamo, purtroppo, quanto drammatiche possono essere le conseguenze di una foto diffusa incautamente o involontariamente.

Il film, tuttavia, non sfocia mai nel dramma, perché l’unico punto di vista dal quale osserviamo la storia è quello delle piccole protagoniste, che come qualsiasi bambina di 11 anni stanno solo giocando e non hanno alcuna reale consapevolezza delle insidie del gioco al quale prendono parte, al punto che anche noi spettatori quasi dimentichiamo che l’ipersessualizzazione è un fenomeno non soltanto collegato ai problemi di autostima, ai disturbi alimentari, alla depressione o alle difficoltà che le donne incontrano quando vogliono essere prese in considerazione per qualcosa di diverso dall’essere belle, sexy e desiderate, ma è anche un fenomeno correlato alla violenza di genere.

Più gli uomini sono esposti a raffigurazioni oggettivanti, più penseranno alle donne come entità che esistono per la gratificazione sessuale degli uomini e che questa prospettiva disumanizzante può essere utilizzata per ispirare gli atteggiamenti riguardanti la violenza sessuale  – spiegava qualche anno fa un articolo dal titolo Why Objectifying Women Makes Men Violent, dal quale è possibile risalire alla bibliografia scientifica in grado di dimostrare l’incontestabile nesso fra aggressività maschile, colpevolizzazione della vittima e il modo in cui i media rappresentano le donne.

Le bambine prendevano tutto come un gioco, ripeteva una delle protagoniste di un altro  film sull’oggettivazione e la sessualizzazione delle bambine che consiglio a chiunque abbia trovato interessante il discorso stimolato da Mignonnes: Bellissime, un documentario di Elisa Amoruso del 2019 che ripercorre l’infanzia di tre baby-modelle e le ripercussioni che il lavoro ha avuto sulla loro vita di giovani adulte e sulla vita della madre-artefice delle loro carriere.

Se è vero che per le bambine come Amy, Angelica o le tre piccole sorelle Goglino della Amoruso ammiccare al pubblico può essere un gioco innocente, è altrettanto vero che questo le rende estremamente vulnerabili e non possiamo continuare ad ignorare il mondo adulto che ne approfitta per lucrare ma soprattutto per nutrire il suo animo misogino.

Forse dovremmo smettere di puntare l’occhio di bue solo sulle bambine e allargare lo sguardo per ricomprendere soprattuto quelli che in questi film rimangono sullo sfondo, come se con la questione non avessero nulla a che fare: gli uomini. Perché parlare di ipersessualizzazione o di oggettificazione senza parlare anche di sguardo maschile o di violenza di genere rischia di compromettere la possibilità di elaborare una strategia per venirne fuori.

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The 100

Recentemente il giornale Avvenire ha denunciato l’ennesimo caso di minori sottratti forzosamente alla famiglia: un bambina di sette anni è stata allontanata dalla fattoria dove viveva con la madre e i nonni con un dispiegamento di forze degno di un boss della malavita organizzata; 32 persone fra carabinieri, assistenti sociali e guardie zoofile (caso mai a qualcuno fosse venuto in mente di suggerire agli animali che quattro gambe buono, due gambe cattivo!) per trascinare via una bimba scalza e in pigiama, “colpevole” di non riuscire ad affezionarsi ad un padre che l’aveva abbandonata alla nascita, rendendosi irreperibile per i primi quattro anni della sua vita (un comportamento lesivo del diritto del diritto della figlia al supporto emotivo ed economico di entrambi i genitori che di solito garantisce al genitore presente e coscenzioso l’affido esclusivo della prole allo scopo di garantire quella stabilità e sicurezza di cui ogni bambino abbisogna).

Gli allontanamenti coatti e le decisioni di magistrati apparentemente indifferenti a fenomeni come la violenza domestica e quella assistita (emblematico un caso denunciato da il Vibonese qualche mese fa, che racconta di violenze tanto evidenti nel corpo della madre da rendere la decisione di affidare una bambina di 2 anni all’uomo che le ha perpetrate tanto incomprensibile quanto ingiustificabile) hanno convinto la Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio ad avviare un’indagine sui temi dell’alienazione genitoriale e dell’affido dei minori.

Una decisione che si può commentare soltanto con l’avverbio “finalmente”.

All’indagine hanno deciso di contribuire anche 100 intellettuali, accademici e professionisti esperti in materia Psicoforense, che hanno reso pubblico il testo del memorandum inviato alla Commissione.

La lettera è corredata di firme eccellenti, fatto che rende il testo ancora più imbarazzante, e da sola suggerisce che alla radice di tante infauste decisioni – alcune delle quali hanno prodotto esiti terribili – c’è proprio l’impianto teorico che sottende il lavoro di questi professionisti esperti, i quali nulla sanno né vogliono sapere delle dinamiche della violenza di genere.

Il memorandum esordisce citando le proteste delle madri che si sentono danneggiate dalle consulenze tecniche d’ufficio (CTU) esperite durante il loro processo di separazione per l’affidamento dei figli, anche a causa di una diagnosi chiamata “Sindrome di Alienazione Genitoriale” (PAS) di cui si sarebbero rese responsabili per aver ostacolato l’incontro del figlio con l’altro genitore, madri che affermano che le loro vicissitudini siano dovute ad  un preconcetto anti-femminile da parte degli operatori forensi.

Un’idea che questo blog condivide appieno, e ha argomentato spesso e volentieri fornendo eloquenti esempi e ricerche empiriche che riportano evidenze del pregiudizio di genere che vizia i risultati nelle controversie legali in materia di affido/maltrattamenti. La ricerca condotta dalla professoressa Joan S. Meier, ad esempio, mettendo a confronto le risposte dei Tribunali alle accuse di un genitore verso l’altro, ha dimostrato che dipendono dal sesso dell’accusatore, ovvero che le denunce delle donne vengono prese meno sul serio di quelle mosse dagli uomini.

Per i 100, tuttavia, simili affermazioni sarebbero prive di fondamento, al punto che, se si dichiarano soddisfatti dell’istituzione di una Commissione, è solo perché una lavoro di indagine potrebbe tornare utile ad evidenziare “vere” problematiche: Diciamo subito che vediamo di buon auspicio la creazione di questo genere di Commissioni, come quella che potrebbe, per esempio, indagare sui molti errori giudiziari che vengono compiuti nelle aule di tribunale e che talvolta portano alla condanna e carcerazione di persone innocenti: l’Innocent Project negli Stati Uniti, operante dal 1992, ha portato alla scarcerazione, ad oggi, di 375 persone condannate, di cui alcune si trovavano nel braccio della morte (lo Stato italiano non prevede la pena di morte in nessun caso, ricordiamolo).

Andiamo a vedere quali sarebbero, secondo i 100, le prove dell’insussistenza delle proteste delle madri.

La prima è che nelle cause di separazione e di divorzio e che comunque comportano l’affidamento dei figli le donne sono di gran lunga preferite rispetto all’uomo. A dimostrazione di quanto affermato, il memorandum riporta una tabella dell’Istat, dalla quale deduciamo che si fa riferimento al maggior numero di affidi esclusivi concessi alle madri rispetto al numero di affidi esclusivi concessi ai padri.

Quello che si evince dalle tabelle dell’Istat, in realtà, è che la stragrande maggioranza dei bambini coinvolti in una separazione o un divorzio è in regime di affido condiviso (40.000 su 44.000 nel 2017, praticamente il 90%) , a dispetto del fatto che tutte le ricerche sulla condivisione del lavoro di cura ci dicano che, nelle famiglie italiane (quindi prima della separazione e del divorzio), il lavoro domestico e di cura sia quasi interamente sulle spalle delle donne, tra l’altro con palesi ripercussioni sui livelli occupazionali femminili; come abbiamo detto tante volte, se la legge 54/2006 si proponeva di garantire il diritto del minore di mantenere (cioè far durare e rimanere inalterato) un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori, nella realtà dei fatti quel rapporto equilibrato spesso e volentieri non sussisteva prima della decisione di crearlo ex novo con un affido condiviso, il che a mio avviso dimostra inequivocabilmente la volontà di incoraggiare e favorire il coinvolgimento paterno, più che il perdurare della maternal preference (ne abbiamo discusso qui a proposito di una sentenza che dichiarava esplicitamente l’intento “educativo” nei confronti di quei padri che ignorano la “fatica quotidiana di gestire i figli”).

Incoraggiare un maggiore coinvolgimento paterno, in linea di principio, è cosa buona e giusta, ma lo è soltanto se non va a cozzare con il diritto all’incolumità e al benessere fisico e psicologico degli altri componenti della famiglia, che è proprio ciò le madri che protestano tentano di portare all’attenzione delle istituzioni.

Poco più di 2.600 mamme che ottengono l’affido esclusivo dei figli corrispondono più o meno al 6% del totale; una percentuale irrisoria, anche se indubbiamente maggiore dell’1% di affidi esclusivi ai padri, ma che comunque ci dice poco delle questioni di cui si discute alla Commissione femminicidio, ovvero il sessismo implicito nella teoria dell’alienazione genitoriale (denunciato sin dal suo ingresso nei Tribunali tramite i testi di Richard Gardner), e la scarsa credibilità di cui godono le accuse mosse dalle donne.

Non dimentichiamo, en passant, che l’Italia è il paese dove la metà delle vittime di femminicidio si era rivolta alle istituzioni in cerca di protezione prima di venire uccisa dall’uomo che aveva denunciato, e questo accade, ha sentenziato la Corte di Strasburgo, per via di quelle attitudini socio-culturali che condonano la violenza domestica.

La seconda ragione sarebbe che la maggior parte di chi giudica in questa materia è “donna”, come si può rilevare dalla composizione dei magistrati delle sezioni famiglia di Milano, Roma, Napoli e Palermo, a titolo esemplificativo, in cui le donne giudici rappresentano il 74% del totale, rispetto al 26% dei colleghi uomini.

Questo è un argomento che abbiamo dibattuto qui qualche tempo fa, giungendo a constatare, anche alla luce di alcuni casi che hanno fatto scalpore, che anche le donne sono maschiliste, visto che non sussiste alcuna correlazione fra il sesso di un individuo e gli stereotipi e i pregiudizi che inficiano le sue valutazioni. Pertanto, la presenza più o meno massiccia di giudici o consulenti di un certo sesso non ci racconta nulla su quelle che sono le loro idee e un apparato forense composto per lo più da donne che si suppone instauri, per un preconcetto antifemminile, una “violenza istituzionale” nei confronti di madri è tutt’altro che uno scenario inconcepibile.

Piuttosto è inconcepibile immaginare che qualcuno possa ritenere questa considerazione degna di essere messa nero su bianco.

Il memorandum passa poi a spiegare il criterio dell’accesso, affidandosi nientepopodimeno che a Khalil Gibran, il quale con il suddetto criterio c’entra come i proverbiali cavoli a merenda.

Il criterio dell’accesso, noto anche come friendly parent provision, è un concetto sulla base del quale si pretende di giudicare la competenza genitoriale in sede di separazione: il bravo genitore è un genitore “friendly” (letteralmente “amichevole”), ovvero un genitore che – dopo la separazione – è capace di cooperare con l’altro genitore e di agire in modo da incoraggiare e favorire i contatti del minore con lui. Solo un pericolo grave, concreto ed attuale per il figlio può limitare o escludere questo accesso all’altro genitore – spiegano i 100 – ed esso deve comunque essere vagliato da un terzo, ovvero dal magistrato.

L’applicazione pratica del criterio dell’accesso ha creato non pochi problemi alle vittime di violenza domestica o alle madri che denunciavano maltrattamenti o condotte pregiudizievoli dell’altro genitore, e la ragione è facilmente intuibile andandosi a leggere una sentenza recente che ha affrontato la questione del “pericolo grave, concreto e attuale” che rende giustificabile la decisione di un genitore di non mostrarsi “friendly” nei confronti dell’ex partner: di fronte ad una donna inferma a causa dei maltrattamenti subiti dal padre di suo figlio, siamo costretti a leggere di un giudice che l’ha ritenuta responsabile di condotta pregiudizievole verso il figlio a causa di sentimenti personali di rifiuto nei confronti dell’uomo, i cui maltrattamenti non vengono negati (sarebbe impossibile), bensi “ridimensionati”.

L’Italia è quel paese assurdo nel quale da una parte abbiamo una Leosini che pubblicamente stigmatizza il comportamento delle donne che non mollano il marito al primo schiaffone, dall’altra dei magistrati che condannano quelle donne che, dopo aver allontanato un uomo che è andato ben oltre il primo schiaffone, se lo vedono ripiombare nella loro vita in veste di affabile genitore perfettamente in grado di collaborare facendo in modo che non si ripetano i comportamenti violenti e prevaricanti, e questo perché quei magistrati si ostinano ad ignorare che una modalità di affido condiviso, quando il divorzio è stato causato da violenza domestica, non serve ad altro che a prolungare gli abusi.

Il criterio dell’accesso, così come viene enunciato, è che la perfetta espressione di una cultura che condona la violenza domestica a meno che non sia “abbastanza grave”, e se non è abbastanza grave che una donna sia costretta a vita a deambulare con una stampella, viene da sé che forse l’unica donna autorizzata a provare sentimenti personali di rifiuto verso il suo aguzzino sia la donna morta.

Il problema della percezione della violenza verso donne e bambini da parte di questi operatori della giustizia è serio, e si evince anche dalla discussione attorno al concetto stesso di violenza, quella diretta e quella assistita.

A proposito della violenza assistita, a dispetto del fatto che ormai sia accertato (come riporta, ad esempio, Save The Children) che un bambino che assiste a una violenza su una persona per lui fondamentale come la madre vive un trauma e avrà delle conseguenze uguali a quelle di un bambino che abbia subito direttamente maltrattamento e violenza, i 100 ci informano che invece, a loro avviso, affermare che la violenza indiretta sia equivalente a quella diretta non è solo un errore concettuale, ma è pericoloso.

E perché sarebbe pericoloso? Perché se diventasse di dominio pubblico che un padre che picchia la moglie davanti al figlio è passibile di essere condannato anche per il danno causato al figlio (un danno che è certo, riscontrato da una vasta letteratura), questo potrebbe convincere i mariti violenti a picchiare anche i figli. Come dire – ditemi se l’analogia vi sembra appropriata – che se condanno un uomo per violenza sessuale anche quando non c’è penetrazione (cosa che di fatto avviene), corro il pericolo di istigare i molestatori a perpetrare violenze più efferate.

Sarei interessata a conoscere gli studi sulla deterrenza che hanno generato questo tipo di considerazione.

Ma andiamo avanti, perché la parte più greve è questa: Quando si parla di violenza occorre denotarla correttamente per non usarla in modo connotativo, così altrimenti vi rientrano fenomeni che sono violenza solo nella percezione di uno dei soggetti. (…) Ricordiamo che le Brigate Rosse hanno ucciso o gambizzato dei dirigenti aziendali quale – a detta loro – “risposta” alla “violenza delle multinazionali”.

Insomma, per i 100 parlare di violenza indiretta equivale ad usare un linguaggio poetico: non è “vera” violenza, quanto piuttosto una metafora funzionale a comunicare uno stato d’animo soggettivo (e sono connotazioni tipiche dei terroristi, attenti!).

E questo nonostante sia acclarato il fatto che essere costretti a vivere in un clima di terrore danneggi concretamente la salute delle persone, a prescindere dal fatto che quelle persone subiscano in prima persona aggressioni fisiche o meno.

Arriviamo alla parte più esilarante del memorandum, quella in cui si cerca di dimostrare la fondatezza scientifica del costrutto dell’alienazione genitoriale mettendo a confronto il numero di citazioni dell’espressione “alienazione parentale” con il numero di citazioni della parola “chiromanzia” in una serie di database.

Vi dico solo che se scrivo “unicorn” nel database Pubmed ottengo 245 articoli, ovvero 16 volte quelli che hanno ottenuto i 100 scrivendo “chiromanzia”. Cosa dovrei dedurre da questi numeri?

Nella speranza che nessuno di voi decida a causa di questo articolo di imbarcarsi nella ricerca di unicorni, un’ultima precisazione: il memorandum parla dell’alienazione genitoriale in termini di “fenomeno”.

L’alienazione genitoriale non è un fenomeno, bensì una teoria, e fra le due cose c’è una differenza sostanziale.

Non è un fenomeno, non compare nel DSM 5 né tantomeno compariva nell’edizione precedente del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, e il fatto che io o chiunque altro abbia pubblicato una moltitudine di articoli che la citano non influisce in alcun modo sul sostegno empirico da dati di ricerca che una teoria necessita per essere presa in seria considerazione.

Il memorandum si conclude rimarcando che fra  i firmatari di codesto memorandum ci sono tante donne e persino delle madri, una precisazione che se non fornisce informazioni sulla rivittimizzazione subita nei tribunali civili che in tante stanno denunciando a mezzo stampa in questo periodo, ce ne fornisce di ulteriori sul grado di conoscenza che i 100 hanno degli studi di genere: nessuna conoscenza.

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Il gender gap e le categorie di genere

Nel 2018 la Nuova Accademia di Belle Arti (NABA) ha presentato al pubblico i risultati della ricerca “Donne Artiste in Italia – Presenza e Rappresentazione”. I dati raccolti forniscono un quadro desolante: se nelle accademie di belle arti le studentesse sono il 66% contro il 33% dei colleghi maschi, già nelle gallerie la loro presenza cala vertiginosamente al 25%, dato che scende al 19% nel caso delle mostre personali nelle istituzioni e arriva al 13% al Padiglione Italia della Biennale di Venezia: la presenza delle artiste nel mondo dell’arte cala man mano che si sale di grado, un fenomeno solitamente paragonato ad un “tubo che perde“.

Nel mondo della musica le cose non vanno meglio: sempre nel 2018, l’Annenberg Inclusion Initiative dell’University of Southern California ha pubblicato uno studio che analizzava la situazione dell’industria musicale statunitense. La ricerca, che ha esaminato seicento brani di musica pop usciti sul mercato fra il 2012 e il 2017, ha evidenziato come la presenza di brani di artiste femminili andasse da un minimo del 16,8% (rispetto all’83,2% di quelli di artisti uomini) nel 2017 fino al massimo del 2016: il 28,1%. E’ risultato anche che su 2.767 cantautori accreditati, solo il 12,3% era di sesso femminile, mentre degli oltre seicento produttori presi in analisi, il 98% era di sesso maschile e solo il 2% di sesso femminile.

Per ciò che riguarda l’Italia, il paese in cui per elogiare una direttrice d’orchestra si scrive che “è brava come un uomo”, uno studio condotto da Nuovoimaie ha evidenziato che la percentuale delle interpreti femminili nella fascia di età 18-34 anni è del 12,52%, in linea quindi con quella degli Stati Uniti.

Se diamo un’occhiata ai riconoscimenti, scopriamo ad esempio che dal 1984, da quando, cioè, si assegnano le targhe Tenco per il miglior album (uno dei premi più prestigiosi della musica italiana), solo una volta ha vinto una donna: Carmen Consoli, nel 2010. E ancora: tra i primi venti posti nella classifica degli album più venduti in Italia nel 2017 ci sono solo due nomi femminili: Mina (in duo con Adriano Celentano) e Cristina D’Avena.

Spostiamoci dalla musica alla letteratura: su 74 edizioni del Premio Strega le vincitrici donne solo soltanto 11, mentre sono 15 le donne che si sono viste assegnare il Nobel per la letteratura dal 1901 ad oggi, sproporzioni nell’assegnazioni di riconoscimenti che si riscontrano un po’ ovunque in giro per l’Europa.

Cinema: un articolo dello scorso anno ci racconta che le registe e attrici donne in Italia sono il 25% del totale, mentre i film finanziati a donne sono soltanto il 12%. Commenta questa dati la regista Susanna Nicchiarelli: “Nelle scuole di cinema le domande al corso di regia di donne sono solo il 20%. C’è un problema di visibilità. Le donne non pensano di poter diventare registe, perché mancano i modelli. Bisogna farsi vedere, ispirare. Il rischio è di essere invisibili. L’importante oggi è parlare, comunicare. La discriminazione è subliminale”.

Lo studio Gender Bias Without Borders, condotto dalla University of Southern California e commissionato dall’Agenzia delle Nazioni Unite per la parità di genere, si è focalizzato sull’analisi di caratteri femminili presenti nei film in 11 paesi: è emerso che nel 70% dei film visionati nel corso del 2012 sono gli uomini a parlare mentre le donne sono principalmente di scenografia e che su un totale di 1.452 registi solo il 20,5% sono donne.

Per un articolo del 2018 pubblicato sul sito della BBC Miriam Quick, analizzando i lungometraggi vincitori a 10 importanti festival  cinematografici, inclusi gli Oscar, i Golden Globe e Cannes, dal 1990 a quel momento, ha raccolto dati su oltre 2.000 persone che avevano lavorato su 243 film, con un massimo di 11 ruoli per film, includendo fino a sette ruoli principali, più il regista e altre posizioni chiave della troupe come sceneggiatore, montatore e direttore della fotografia; i risultati della ricerca hanno mostrato che in 9 film su 10 la maggioranza di questi ruoli era affidata a uomini, mentre per ciò che riguarda gli attori, il rapporto uomini-donne sullo schermo era 63%-37%.

In questo contesto, nel quale la scarsa visibilità delle donne di talento in manifestazioni, festival e premiazioni di vario genere è al contempo la conseguenza e la causa della discriminazione di genere (come il proverbiale cane che si morde la coda), entra a gamba tesa il Festival di Berlino con la sua decisione di assegnare agli attori premi genderless: i riconoscimenti per il miglior attore e la migliore attrice saranno sostituiti da un Orso d’argento per la migliore interpretazione protagonista e un Orso d’argento per la migliore interpretazione non protagonista, assegnati ciascuno su base neutra rispetto al genere.

Se per chi ha avuto questa idea, l’obiettivo è offrire un segnale di una maggiore consapevolezza di genere nell’industria cinematografica (così hanno detto i due responsabili, l’olandese Mariette Rissenbeek e l’italiano Carlo Chatrian), secondo altre la decisione finirà col produrre la progressiva scomparsa delle donne vincitrici, o almeno ad una situazione che riproporrà il disequilibrio esistente in tutti gli ambiti che non riservano un premio alle donne, finendo col rafforzare le fila del club Strumia, ovvero il gruppo di quelli che ritengono che le donne non svettano semplicemente perché non sono abbastanza brave.

In linea di principio i sostenitori di un premio senza genere hanno pienamente ragione: non c’è nulla che leghi le competenze attoriali al sesso di chi le possiede, se non il fatto che gli attori uomini hanno un maggior numero e una maggiore varietà di ruoli a disposizione (soprattutto mano a mano che si va avanti con l’età e si acquista esperienza), il che permette loro di godere non solo di un maggior numero di occasioni, ma di occasioni più propizie per metterle in mostra. E questa non è una competenza, piuttosto è un privilegio.

La discussione attorno a questo evento è in tutto e per tutto identica a quella che da anni facciamo a proposito delle quote rosa senza raggiungere un accordo: riservare un piccolo spazio alle donne in virtù del loro sesso può contribuire a cambiare la mentalità di chi ritiene che il sesso sia di per sé un’ostacolo allo sviluppo di determinate capacità? Costringere una giuria a premiare delle donne perché vi sono dei posti loro riservati, può contribuire a modificare la mentalità di chi ritiene che il lavoro delle donne sia di poco valore perché viziato dalla loro “femminilità”?

Una cosa è certa: una maggiore visibilità delle donne di talento produce effetti straordinari sulle giovani generazioni. Ad esempio, è stato sufficiente puntare i riflettori sulla nazionale di calcio femminile nel corso dei Mondiali di Francia 2019 per produrre un boom di iscrizioni femminili nelle scuole calcio: parliamo del 35-40% di presenze in più, un dato più che rilevante.

Insomma, la discussione è aperta: scatenatevi.

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WAP

Hit dell’estate, (è la prima collaborazione femminile tra rapper a entrare direttamente al primo posto della Billboard Hot 100, la principale classifica musicale dell’industria discografica statunitense), il singolo WAP  (Wet Ass Pussy) sta facendo discutere le bigotte femministe italiane, che evidentemente non colgono quanto sia rivoluzionario e provvidenziale per la salute delle donne tutte l’inno alla lubrificazione vaginale di Cardi B e Megan Thee Stallion.

Se si celebrasse la lubrificazione vaginale, la masturbazione femminile non sarebbe un tabù, e sia le donne che gli uomini imparerebbero dall’educazione sessuale che l’aumento del flusso sanguigno nei tessuti vaginali consente al fluido di fuoriuscire attraverso le cellule, con conseguente aumento di 3-5 millilitri di lubrificazione. Uomini e donne saprebbero anche che avere bisogno o apprezzare la lubrificazione non è un fallimento personale – scrive la ginecologa Inoltre, aggiunge, per tanto tempo la lubrificazione vaginale è stata erroneamente considerata la prova di una vita sessuale promiscua, mentre l’aridità era sinonimo di castità. Per questa ragione quasi ogni singolo prodotto per l’igiene femminile asciuga la vagina in una certa misura – spiega – ma il danno fisico è così grande che molti aumentano il rischio di alcune infezioni a trasmissione sessuale; inoltre la secchezza riduce anche il piacere sessuale per le donne, trasformandole essenzialmente in ricettacoli per il piacere maschile; infatti, la secchezza può rendere il sesso sgradevole o doloroso per entrambi i partner, ma soprattutto per la donna.

Lo confesso: essendo stata giovane negli anni ’90, un’epoca in cui il panico provocato dall’epidemia di AIDS aveva convinto la maggioranza dei genitori italiani che solo una corretta educazione sessuale e una scorta di preservativi avrebbe potuto salvarci da una drammatica morte prematura, non avrei mai immaginato di dovermi confrontare trenta anni dopo con ridicole credenze vittoriane sulla vagina. Tuttavia è innegabile che il panorama odierno ricomprenda preoccupanti fenomeni come un diffuso analfabetismo funzionale, il complottismo, le sentinelle in piedi, i genitori infuriati per i distributori di condom nelle scuole e Adinolfi che va in radio a spiegare che i preservativi non proteggono dalle malattie sessualmente trasmissibili (che cosa è andato storto è una domanda che mi tormenta quotidianamente), per cui non ho problemi a credere che sciocchezze come i bagni di vapore per la purificazione dell’utero possano davvero costituire una minaccia per la salute pubblica e che sia necessario, se non urgente, ribadire che una vulva bagnata è una vulva sana.

Però.

Però c’è un però, anzi ce ne sono diversi.

Per quanto possa sembrare ingiusto tirare in ballo la coerenza, non posso non storcere il naso al pensiero di eleggere Cardi B paladina della salute delle donne. Qualche tempo fa, infatti, la giovane rapper è stata costretta ad annullare diverse esibizioni a causa degli effetti collaterali di una liposcultura, alla quale aveva deciso di sottoporsi dopo la nascita della sua bambina. Yes, my daughter f—ed me up. She did. She so did (“mia figlia mi ha proprio rovinato”) ha dichiarato alla stampa per giustificare la necessità degli interventi chirurgici, ricordando a tutte le sue fan che chi bella vuole apparire, qualche pena deve soffrire e lanciando un assist allo psichiatra Raffaele Morelli e a tutti quelli che, come lui, sono convinti che uscire di casa solo se si è in condizione di attirare gli sguardi eccitati di tutti gli uomini eterosessuali in circolazione sia un sintomo di sanità mentale per ogni donna che si rispetti, e poco importa se il corpo ne risente e ti ritrovi bloccata a letto coi piedi gonfi come delle zampogne.

Abbiamo dimenticato che la bellezza delle donne è sopratutto una questione politica? L’ossessione per un corpo perfetto è the most potent political sedative in women’s history, diceva Naomi Wolf ne “Il mito della bellezza”, raccontando come siamo passate dalle donne ridotte alle loro ovaie (quindi alla loro capacità di generare dei figli) alle donne di oggi, ridotte alla loro bellezza al punto che, quando si convincono (o vengono convinte) di non possederne abbastanza, possono decidere di non essere meritevoli di restare in vita.

Se eleggiamo a femminista dell’anno un’artista che non esita a mettere a rischio la sua salute perché non ha il coraggio di salire sul palco con una pancia meno piatta del solito, non facciamo altro che rimpolpare una cultura che insegna alle nostre figlie, sin dalla più tenera infanzia, che per una donna la bellezza è sempre e comunque più importante di altre competenze, non c’è Grammy che tenga.

Per questo motivo, nonostante io riconosca senza se e senza ma l’importanza della salute sessuale delle donne, faccio fatica a condividere l’idea che la sex-positivity di Cardi B – che si esprime con pezzi di corpo femminile (tette e culi, per la precisione)  che emergono dai muri come giganteschi promemoria di ciò che, se si mantiene tonico e sodo, può renderci la donna perfetta – sia ciò di cui il movimento femminista ha bisogno per contribuire al benessere delle donne nel mondo.

E’ vero che ai Repubblicani conservatori il video non è piaciuto e hanno espresso su Twitter un’ipocrita preoccupazione per l’influenza che potrebbe avere sulle giovanissime generazioni, profittando dell’occasione per accattivarsi il favore dell’elettorato femminile (ad esempio hanno scritto:

Cardi B e Megan Thee Stallion rappresentano ciò che accade quando i bambini vengono allevati senza Dio e senza una forte figura paterna. La loro nuova “canzone” The #WAP (che ho sentito per caso) mi ha fatto venire voglia di versarmi dell’acqua santa nelle orecchie e mi dispiace per le future ragazze se questo è il modello cui si ispirano!

Cardi B e Megan Thee Stallion hanno appena riportato indietro di 100 anni l’intero genere femminile con la loro disgustosa e spregevole canzone “WAP”).

Di conseguenza tutti coloro che si ritengono realmente e sinceramente rispettosi dei diritti delle donne si sono sentiti in dovere di replicare che, come al solito, quei maledetti reazionari non hanno capito niente, perché “WAP” rappresenta l’epitome dell’emancipazione femminile:

Sia Cardi che Megan sono un concentrato di sessualità femminile, indipendenza e potere. In un genere musicale dominato dagli uomini che viene spesso criticato per i suoi testi misogini, le due rapper sono state capaci di riappropriarsi della narrazione della femminilità nell’hip-hop. (…) L’introduzione della canzone è costruita attorno al campionamento di “There Some Whores in This House[ci sono delle puttane in questa casa] di Frank Ski, che ci introduce efficacemente a ciò che vedremo nel video, dove siamo accompagnati in una villa piena di donne che dimostrano il loro abilità sessuale, con una sicurezza senza pari. La struttura della casa è omogenea al quartiere a luci rosse di Amsterdam, dove le prostitute ballano davanti alle finestre per attirare potenziali clienti. Mosse di danza ardue e spaccate olimpioniche – che richiedono ginocchia d’acciaio e flessibilità senza precedenti – rendono omaggio agli strip club da cui hanno avuto origine. Gli stereotipi di genere vengono smantellati nella primissima strofa, poiché Cardi canta: “Non cucino, non pulisco / Ma lascia che ti dica come ho ottenuto questo anello”, non clasciando spazio allo stereotipo della moglie casalinga sottomessa.

Leggiamo in un altro articolo:

In “Wap”, le rapper non giocano coi tropi della sessualità femminile come la vedono gli altri; è una bella lezione sulla sessualità femminile, scritta con gli artigli affilati da due delle donne più potenti dell’hip hop di oggi, che sono parte di una lunga storia di artiste che fanno proprio questo. “WAP” è onesto e gustoso come sa esserlo una canzone quando  tratta di qualcosa – il piacere femminile e il desiderio femminile, con tutto il caos che comportano – che gli uomini considerano ancora troppo volgare per essere nominato. In tempi come questi – e con un presidente che dice che gli piace afferrare donne ignare per la passera – potremmo usare più volgarità femminile.

Laura Hood in The Conversation dice:

A partire dal commercio dei prigionieri africani nella tratta degli schiavi transatlantica e l’uso dei corpi delle donne nere per la ricerca ginecologica, la storia è piena di esempi di donne nere che vengono consumate come oggetti, mercificate e sfruttate per il guadagno di altri. Dicendo: “Voglio che parcheggi quel grosso tir in questo piccolo garage”, Cardi e Megan si fanno valere in quanto agenti della loro mercificazione [agents in their commodification]. Sebbene alcuni sosterrebbero che la rivoluzione non avverrà tra queste cosce, WAP rimane una discussione importante e per certi versi familiare sul percorso appropriato per la liberazione delle donne.

C’è un errore di fondo, in tutti questi discorsi, ed è ritenere che l’unica tipologia di donna funzionale alla sopravvivenza del patriarcato sia la donna angelicata, priva di desideri sessuali, una donna dalla vagina secca, insomma, che ama passare il suo tempo a sfornare crostate mentre fischietta agli uccellini e gli scoiattoli le spazzano il salotto:

Motivo per cui gridare ai quattro venti, “io non cucino, scopiamo piuttosto” e diventare ricche e famose per questo, costituirebbe un feroce attacco allo squilibrio di potere tra i sessi.

Le cose non stanno proprio così.

Come diceva Sant’Agostino: togli via le meretrici dalla vita umana e guasterai tutto col malcostume, perché la donna sconcia, vuota di dignità, colma d’oscenità – cito ancora sant’Agostino è sempre stata un male necessario al mantenimento dello status quo. La professoressa Elisa Giomi spiegava in un’intervista di qualche anno fa: Il 90% delle persone che appaiono in virtù della loro bellezza e sex appeal sono donne, e sono donne quasi il 70% di coloro che appaiono per il proprio ruolo dentro la famiglia… Da un lato le donne sono celebrate ancora per il loro ruolo dentro la casa e  dentro la famiglia, quindi madri e spose perfette… accanto a questo modello ce n’è un altro, di tipo assolutamente opposto: la donna è presentata nella forma della dominatrice sessuale, del soggetto aggressivo, seduttivo, perennemente desideroso e voglioso di sesso, che è una proiezione, una fantasia tipicamente maschile.

Quindi, purtroppo, in WAP le rapper rappresentano la sessualità femminile a partire da uno dei due modelli a disposizione delle donne in cerca di visibilità, senza aggiungere nulla di particolarmente originale o scioccante o rivoluzionario rispetto a quanto siamo da tempo abituati a vedere sugli schermi. Alla luce di questo fatto non so se è più ridicolo fingersi turbati come Ben Shapiro o pretendere di trovarci di fronte ad una elettrizzante novità, come se fossimo afflitti dai medesimi problemi con la memoria a lungo termine della pesciolina Dory.

Per farla breve, è mia opinione che WAP non “smantelli” non un bel niente, a meno di voler considerare il video una sagace parodia degli effetti della pornificazione sull’immaginario erotico, che rende le sue protagoniste più simili a delle caricature della donna sensuale che delle donne in vena di orgasmi.

Ma Cardi e Megan sono agents in their commodification, potrebbe obiettare qualcuna: sono loro a guadagnare dalla scelta di impersonare quel modello di donna, grazie al quale hanno raggiunto una posizione nel mondo del rap che poche artiste possono vantare di aver strappato ai loro colleghi maschi.

Il fatto che una donna, a dispetto di un contesto ostile, riesca a raggiungere i suoi obiettivi personali, non rende quella donna né una femminista né un esempio di attivismo a favore dei diritti umani. Possiamo riconoscere a queste rapper che sono dotate di una dose massiccia di determinazione e tenacia oltre che di una notevole passione per la musica, possiamo citarle per dimostrare che, nonostante i Raffaele Morelli di questo mondo insistano nell’affermare che sostanziali differenze nella psiche guidino necessariamente uomini e donne attraverso progetti di vita radicalmente diversi, i fatti dimostrano che una rapper vuole esattamente ciò che vuole un rapper, ovvero denaro, fama, potere, e proprio come un rapper è in grado di ottenerli ma soprattutto di goderseli, il che rende quest’idea delle sostanziali differenze nella psiche poco realistica, ma definire WAP un compendio del femminismo mi sembra quantomeno azzardato.

Fra le letture con cui mi diletto, c’è la rubrica Ipazia del blog di wordpress OggiScienza; il mese scorso dedicavano un articolo a Margaret Burbidge, l’astronoma che nel 1957 ha svelato il meccanismo che porta alla formazione degli elementi nelle stelle, noto come nucleosintesi. Non era facile, a quell’epoca, per una donna essere accettata in un osservatorio astronomico, e a proposito della discriminazione di genere che ha dovuto patire Burbrige racconta: nella mia vita ha cominciato a operare un principio guida: se un ostacolo di qualsiasi tipo impedisce il raggiungimento dei propri obiettivi, è necessario trovare un modo per aggirarlo – seguire un’altra strada verso la propria meta. Ho dato questo consiglio a molte donne. Ho detto loro: provateci, funziona. Visto che non le veniva permesso di accedere ai telescopi perché era considerato sconveniente che una donna trascorresse le sue serate in compagnia di uomini sposati a guardare le stelle, decise di presentarsi come assistente del marito, un fisico teorico, anche se di fatto era lei a gestire il programma di osservazione. Questo stratagemma permise di fare ciò che amava e raggiungere gli eccellenti risultati per i quali la celebriamo.

Trovare un modo per aggirare gli ostacoli posti dalla discriminazione di genere e arrivare dove si vuole arrivare, tuttavia, non è femminismo; denota intelligenza, risolutezza, audacia, grinta, intraprendenza, ma non è una strategia funzionale a modificare lo stato delle cose affinché quegli ostacoli vengano eliminati e le donne che verranno non debbano affrontarli più.

L’immagine ipersessualizzata che ha permesso ad artiste come Cardi B e Nicki Minaj di scalare vette della scena musicale solitamente precluse alle donne a causa della diffusa convinzione che la musica sia “roba da maschi”, rimane un problema per tutte quelle ragazzine che, guardandole, si persuadono che esiste un unico e specifico modello di femminilità in grado di garantire il successo: quello abbastanza sexy da suscitare l’attenzione di un partner sessuale. Questo rischia di compromettere la loro salute fisica e psicologica per il resto della vita, oltre a definire la loro relazione con l’altro sesso; sì, perché l’esposizione quotidiana ad una enorme quantità di immagini ipersessualizzate di corpi femminili non condiziona solo lo sviluppo di bambine e ragazze, ma anche quello dei ragazzi: è improbabile che un uomo riesca a provare davvero empatia per una donna, quando è abituato a vedere le donne rappresentate come oggetti sessuali, ci ammoniva l’APA in un rapporto del 2008.

In conclusione, di WAP dobbiamo discutere, eccome. Ma appunto, dobbiamo discuterne, non limitarci ad applaudirlo o fischiarlo a seconda della simpatia che ci suscita il politico che lo cita su Twitter.

 

Per approfondire:

“Le donne-oggetto nei programmi tv favoriscono le molestie”

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Le mamme dolenti

Se c’è una cosa che i 15 minuti di celebrità del Signor Distruggere e le sue mamme pancine ci hanno insegnato, è che la mamma – oltre ad essere l’archetipo preferito del pubblicitario in vena di strapparvi una lacrimuccia (piango anche io, cosa credete, è inevitabile temo) – funziona benissimo anche come catalizzatore di odio.

Abbiamo discusso altrove del fatto che la retorica della maternità, che seduce tante donne convincendole a fregiarsene, non è altro che una subdola arma a doppio taglio che condanna le mamme in carne ed ossa al fallimento in quanto donne e in quanto madri, oltre a togliere a tutti gli altri la capacità di considerarle individui rendendole il bersaglio ideale di indebite generalizzazioni.

Ad esempio, quanti nel periodo del lockdown hanno sfogato la loro frustrazione sul primo runner a disposizione? Tante, forse troppe.

Tutti ricorderete il vicesindaco di Ferrara, che diffuse un video nel quale si riprendeva mentre inveiva contro un uomo che correva per le vie deserte della città scatenando una gogna sui social, al quale replicò con fermezza il Comitato Ferrarese Area Disabili facendo notare che non si può condannare qualcuno prima di avergli dato la possibilità di difendersi.

Concorderete tutti che basandosi solo su questo episodio non si può giungere alla conclusione che tutti i vicesindaci amino indulgere in simili comportamenti, ma quando si tratta di una mamma è esattamente ciò che accade: è sufficiente che un’aggressione simile provenga da una “chat delle mamme” perché tutte le chat delle mamme vengano descritte come covi di brutte persone, ovvero luoghi virtuali nei quali si riscontra una quantità di brutte persone (tutte mamme, ovviamente) maggiore che in qualunque altro luogo.

Che ci siano o non ci siano delle prove, dei dati concreti a supporto di una tesi del genere, è irrilevante: basta appellarsi alla propria autorevolezza.

Ci sono una infinita varietà di mamme, al mondo, e ciò che le accomuna tutte non è certo una precisa disposizione d’animo. Quello che invece si può dire, dati alla mano, è che tutte le mamme condividono un fardello: il lavoro domestico e di cura.

Tutti i giornali ne hanno parlato: nei mesi di sospensioni e lockdown, le donne con figli hanno lavorato più dei papà, facendosi carico di una mole maggiore di lavoro domestico rispetto al solito e occupando ben 4 ore al giorno nella didattica a distanza coi figli, motivo per il quale molte di loro (ben 1 su 3) mette in conto di trovarsi costretta a lasciare il lavoro retribuito in caso dovessimo affrontare una seconda ondata di coronavirus.

Che ci piaccia o meno, dobbiamo fare i conti con la realtà: in Italia la divisione sessuale del lavoro è ancora la struttura portante su cui poggia la società, motivo per cui se, ad esempio, si discute di scuola, chi se ne interessa in famiglia sono le donne.

I giornali, invece di cercare di coivolgere nella discussione anche i papà, rafforzano la tendenza omettendo religiosamente di nominarli o evitando di optare per termini più inclusivi, come ad esempio “i genitori”.

Parliamo un attimo di scuola, perché il momento è delicato e i nodi al pettine sono tanti: sono state prese le misure necessarie per garantire il distanziamento sociale nelle aule? Cosa accadrà nel caso uno studente, un insegnante o un qualunque altro membro del personale scolastico dovesse risultare positivo? E’ vero che, se uno studente dovesse sentirsi male a scuola, sarebbe tempestivamente prelevato da personale sanitario e posto in isolamento? (No, questa è una bufala che gira in questi giorni…)

Alle preoccupazioni connesse alla paura del virus, si aggiungono le preoccupazioni relative al benessere dei ragazzi: è un fatto che l’assenza prolungata dalle aule compromette l’apprendimento e lo sviluppo degli studenti, soprattutto quelli provenienti dalle famiglie più povere e in difficoltà, contribuendo ad aumentare disparità e ingiustizia sociale.

In un’intervista del mese scorso, la sociologa Chiara Saraceno ha puntato il dito contro il disinteresse collettivo versi quelli che chiama i diritti educativi di bambini e ragazzi; dispersione scolastica, contrasto alle disuguaglianze educative, questi sono temi importanti – ci ricorda – tanto quanto lo sono i posti di lavoro a rischio degli adulti, eppure non sembrano destare nella classe politica le medesime preoccupazioni.

Uno dei pochi aspetti positivi della pandemia è stata la scoperta, innanzitutto da parte dei genitori, dell’importanza della scuola come luogo di apprendimento ma anche di socialità, di formazione all’autonomia e di “spazio per sé” dei bambini e ragazzi – ha aggiunto in un’altra intervista Io spero che questa attenzione rimanga al di là dell’emergenza e che genitori e ragazzi continuino a battersi, possibilmente insieme agli insegnanti, perché la scuola non venga più messa ai margini e si continuino a investire risorse, non solo finanziarie ma intellettuali e di creatività, perché essa realizzi la sua funzione di costruzione di pari opportunità per bambini e ragazzi.

In questo momento storico così difficile, Linkiesta sceglie di pubblicare un articolo dal titolo Le mamme dolenti del ceto medio riflessivo che non si rassegnano alla pandemia, una scelta a mio avviso imperdonabile: per quanto sia vecchia e consolidata l’abitudine di cogliere ogni occasione per mettere alla berlina “le madri”, il ritratto che l’autrice fa della “mamma del ceto medio” (qualunque cosa significhi, visto che c’è chi ritiene la categoria “ceto medio” quasi estinta, come i panda) non colpisce soltanto le donne, ma contribuisce anche a distogliere l’attenzione dall’impellente esigenza di mettere la scuola pubblica fra le priorità dello Stato.

Il genitore responsabile che si batte affinché la scuola non venga più messa ai margini e si continuino a investire risorse descritto da Saraceno, agli occhi di Guia Soncini è una mamma lamentosa e ipocrita, che si fa scudo di presunte necessità dei ragazzi allo scopo di mascherare il fatto che l’unica ad avere dei problemi è lei, perché i figli a casa tutto il giorno sono un inferno che neanche Sartre avrebbe potuto mettere in scena.

Forse vorrebbe risultare spiritosa, Soncini, e invece scrive un pezzo nel quale – con lo stesso spirito del vicesindaco di Ferrara che rincorreva il runner disabile – accusa la mamma italiana di ignorare colpevolmente i rischi connessi alla riapertura degli istituti scolastici (ovunque abbiano aperto, dalla Germania alla Georgia, sono ricominciati i contagi, com’è ovvio – scrive) perché è tanto indolente e pigra da non volere che i figli le stiano tutto il giorno fra le palle, riuscendo in un colpo solo a banalizzare così tante questioni – il tema della povertà educativa, delle diseguaglianze sociali, della discriminazione di genere, del coinvolgimento paterno  – che leggendola sei quasi tentato di controllare che si tratti di un vero quotodiano.

Basta, tutto qui: il dibattito sulla riapertura delle scuole si riassume nell’inadeguatezza materna.

Io ho controllato: è proprio un quotidiano.

Ma d’altra parte Vincenzo Maisto (il Signor Distruggere) è pubblicato da Rizzoli.

Che tristezza.

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Le femministe ci hanno avvertito

fonte dell’immagine

 

Una traduzione da Feminists have warned us — and now another “men’s rights activist” turns to murder

I misogini arrabbiati che commettono omicidi non sono lupi solitari, ma fanno parte di un movimento sempre più violento

Quando sabato sera il figlio e il marito di Esther Salas, un giudice federale nel New Jersey, sono stati colpiti a casa da un uomo vestito da fattorino della Fed Ex, l’attenzione si è concentrata sul ruolo di Salas in un caso finanziario che ha coinvolto la Deutsche Bank e Jeffrey Epstein. Successivamente, tuttavia, si è scoperto che l’aggressore – che ha tolto la vita a Daniel Anderl, il figlio ventenne di Salas – non era coinvolto in quel caso. Si trattava di Roy Den Hollander, un avvocato e noto troll per i “diritti degli uomini” che aveva una lunga storia di frivole cause legali volte a “dimostrare” che gli uomini, non le donne, sono le vere vittime della discriminazione sessuale. Dopo quello che sembra essere stato un tentativo di assassinio di Salas, Den Hollander è tornato a casa e si è ucciso.

Den Hollander aveva citato in giudizio le discoteche per le “Ladies Nights”, nel corso delle quali alle donne sono offerti ingresso e bevande a prezzi ribassati, e aveva fatto causa alla Columbia University semplicemente per avere un women’s studies program. Ha anche accusato la sua ex moglie, una donna nata in Russia che lo ha scaricato una volta ottenuta la carta verde, di essere parte di un’organizzazione criminale internazionale che includeva i suoi avvocati divorzisti, una banca a Cipro, un detective della polizia di New York e un topless bar. (Questo caso, ovviamente, è stato archiviato.) Come ha chiarito un articolo del New Yorker nel 2007, Den Hollander era ossessionato dall’idea di avere il diritto di avere donne più giovani e disponibili sessualmente – o, usando le sue parole, “ansiose di offrire delizie, comprensione e lealtà “. Dal momento che le cose non gli andavano proprio così, si era infuriato e citava in giudizio chiunque gli capitasse a tiro, nel disperato tentativo di dimostrare che le uniche vere vittime di oppressione sono gli uomini.

Per gran parte della carriera di Den Hollander come misogino professionista, gli osservatori liberali lo hanno trattato come un buffone. Anche io l’ho preso in giro nel mio ex blog per la sua azione legale contro le “Ladies Nights”, definendolo uno di quei ragazzi che vuole credere credere che “alla spogliarellista lui piace davvero”. Den Hollander una volta è stato il bersaglio delle battute a “The Colbert Report”. Su Fox News, tuttavia, è stato accolto come un eroe e provocato a sostenere che le donne “sono una classe sospetta” che “calpesta gli uomini con i tacchi a spillo”.

Questa sparatoria è un promemoria che fa riflettere su una triste realtà, e cioè che la misoginia che spacciava Den Hollander può diventare troppo facilmente oscura e trasformarsi in violenza. Incoraggiati da una comunità online di rancorosi odiatori di donne che incolpano il femminismo per tutti i loro guai, uomini come Den Hollander spesso si rivolgono al vero terrorismo contro le istituzioni e le comunità che non hanno dato loro tutte le delizie che ritengono spettino loro di diritto in virtù del loro sesso.

Il caso che Den Hollander aveva discusso di fronte a Salas, una causa che metteva in discussione il fatto che la registrazione del Selective Service System [N.d.T. un’agenzia indipendente del governo degli Stati Uniti che raccoglie informazioni su coloro che potenzialmente sono soggetti a coscrizione militare – non vi ricorda qualcosa di già sentito almeno un milione di volte?] è riservata solo ai giovani uomini, è stato un altro debole sforzo per dimostrare che gli uomini sono vittime di discriminazione sessuale, anche se non si reclutano obbligatoriamente soldati da decenni. Tuttavia, Salas ha effettivamente permesso al processo di proseguire, anche se Den Hollander l’ha definita “una pigra e incompetente latina nominata da Obama” sul suo sito web nel 2019. Il caso è stato trasferito ad altri avvocati l’anno scorso.

Quali che siano i dettagli di questo tragico omicidio, la morale è ovvia: Den Hollander è solo l’ultimo di una lunga serie di uomini che preferiscono incolpare il femminismo che fare i conti con i loro fallimenti personali e che si sono scagliati contro il mondo con omicidi o atti di terrorismo.

Il più famoso di questi, ovviamente, è Elliot Rodger, protagonista della sparatoria del 2014 a Isla Vista, in California; ha ucciso sei persone e ne ha ferite altre 14, apparentemente in cerca di vendetta a causa del fatto che, a suo dire, “voi ragazze non siete mai state attratte da me “. Rodger, descritto come “incel”, che è l’abbreviazione di “involontariamente celibe”, rappresenta al meglio quell’ideologia di uomini convinti che, a causa del femminismo, viene loro negato il sesso con le donne sexy che credono di meritare.

Ci sono stati molti altri attacchi di questo tipo: Chris Harper-Mercer, che ha ucciso nove persone in un college dell’Oregon nel 2017, ha citato Rodger come fonte di ispirazione. Scott Beierle è piombato in un centro yoga in Florida nel 2018, uccidendo due donne e ferendo altre quattro persone. Alek Minassian ha guidato il suo furgone tra la folla a Toronto nel 2018, uccidendo 10 persone e ferendone 16, e anche lui ha dichiarato di essere stato ispirato da Rodger. Emmanuel Deshawn Aranda ha gettato un bambino di 5 anni dal terzo piano di un centro commerciale in un impeto di indignazione per il fatto che le donne non facevano sesso con lui. All’inizio di quest’anno, un adolescente che si è identificato come “incel” ha attaccato le donne in una sala massaggi di Toronto, uccidendone una. A maggio, il ventenne “incel” Armando Hernandez ha trasmesso in streaming la sua folle sparatoria in un centro commerciale dell’Arizona, prendendo di mira coppie eterosessuali. Proprio il mese scorso, un altro “incel” si è fatto saltare la mano nel tentativo di creare una bomba progettata per uccidere “cheerleader sexy”.

Ben prima di Rodger, c’era George Sodini, che aveva fatto irruzione in una palestra nella periferia di Pittsburgh nel 2009, uccidendo tre donne e ferendone altre nove. Era arrabbiato perché – indovina un po’! – si sentiva in diritto di fare sesso con le donne dal corpo tonico che vedeva lì, e non ci riusciva.

Den Hollander fa anche parte di una lunga schiera di uomini che prendono di mira giudici e tribunali, credendo che “il sistema” sia contro di loro perché hanno perso battaglie legali con ex mogli o hanno subito accuse di violenza contro le donne.

 

fonte

 

Uno di questi uomini, Thomas Ball, si è dato fuoco fuori un tribunale del New Hampshire nel 2011, apparentemente per protestare contro la richiesta di divorzio di sua moglie e le sentenze giudiziarie contro di lui. In un manifesto postumo inviato a un giornale, imputava ciò che gli era accaduto alle “femministe che odiano gli uomini” che presumibilmente gestiscono il governo. Il manifesto di Ball, tuttavia, ci suggerisce le vere ragioni: Ball ammette di aver “schiaffeggiato” sua figlia di 4 anni abbastanza gravemente da spaccarle il labbro, fatto che lui considerava una piccola trasgressione ma che la maggior parte delle persone normali considererebbe un abuso di minori.

Il drammatico suicidio di Ball divenne un motivo di aggregazione per la comunità degli “attivisti per i diritti degli uomini”, che lo celebrarono come un martire della loro causa, invece di riconoscere che era un misogino, violento e narcisista con la tendenza all’autocommiserazione. Il manifesto di Ball è stato pubblicato su siti come A Voice for Men e la sua chiamata a incendiare i tribunali è stata descritta come una fonte di ispirazione.

Questa reazione alla violenza misogina è comune nel mondo degli attivisti per i diritti degli uomini e degli “incel” e di altri forum online in cui gli uomini che odiano le donne si riuniscono per raccontarsi che sono le vere vittime della società. Dopo gli omicidi di Sodini, Tracy Clark-Flory, scrivendo per Salon, ha scoperto che il mondo online dei  “pick-up artist” – un altro gruppo di uomini che si sentono autorizzati a fare sesso e si arrabbiano quando non ottengono ciò che vogliono – era solidale con questo assassino, e lo descriveva come una vittima sfortunata invece che un killer malvagio. Il lungo manifesto autocommiserante di Rodger è diventato una specie di Bibbia per la comunità “incel”, che spesso si riferisce a lui come “San Elliot“.

Nonostante tutto, i media tendono ancora a raccontare questi atti di violenza misogina come atti isolati perpetrati da eccezionali “lupi solitari”, invece che come esplosioni letali da un movimento semi-organizzato impegnato nel “terrorismo stocastico“, i cui leader politici o gli attivisti del movimento usano deliberatamente un linguaggio provocatorio e incitante nella speranza di ispirare i loro seguaci a commettere atti di terrorismo (pur rimanendo nei margini della negazione plausibile).

(Non dimentichiamo la lunga storia di violenza contro gli abortisti, un’espressione diversa ma correlata della violenza maschile intesa a controllare e punire le donne per il desiderio di autonomia).

La misoginia online è distribuita su vari siti Web e forum, ma costituisce un movimento riconoscibile, proprio come il movimento “boogaloo” e altri movimenti suprematisti bianchi che funzionano allo stesso modo. Hanno il loro gergo, i loro tropi e le loro convinzioni fondamentali – e condividono un certo entusiasmo per la celebrazione di singoli atti di caos o terrorismo, nella speranza di incoraggiarne di più.

Ma quando Reddit ha recentemente dichiarato guerra all’hate speech, in reazione al movimento Black Lives Matter, sbarazzandosi di forum come The_Donald che spacciano odio razzista, hanno per lo più ignorato le dozzine di forum dedicati a fomentare l’odio misogino.

È facile capire perché. Come chiarisce la copertura mediatica della carriera di Den Hollander, gli uomini che odiano le donne sono troppo facilmente normalizzati nella nostra società e sono troppo spesso oggetti di pietà e simpatia piuttosto che raccontati come i bigotti che sono. La simpatia per l’assassino incel ha persino raggiunto le pagine del New York Times, quando l’editorialista conservatore Ross Douthat scrisse pietosamente dell’ “l’infelicità degli incel” compatendoli per la loro esclusione dal mercato sessuale, invece di vederli per quello che sono: misogini oltraggiati dal fatto che le donne hanno oggi il diritto di dire di no.

La filosofa Kate Manne ha coniato il termine “himpatia” per reazioni empatiche che antepongono i sentimenti degli uomini, persino quelli degli uomini veramente odiosi, a quelli delle donne che, dopo tutto, sono ancora oggetto di molestie sessuali, aggressioni sessuali e violenza domestica ad un ritmo allarmante. Mentre gli himpathizer si presentano spesso come se cercassero di trovare una soluzione al problema – se solo potessimo aiutare quegli incel, forse non farebbero male alle donne! – in realtà, questo atteggiamento non fa che rafforzare il vero problema, che è il privilegio maschile.

Un uomo come Den Hollander faceva ridere, senza dubbio. Le sue pretese, un uomo di mezza età che si aspettava di essere venerato dalle studentesse universitarie, era innegabilmente esilarante. Ma la sua presenza in reti come Fox News, ancora la rete di notizie via cavo più seguita della nazione, ha dimostrato che esiste ancora un considerevole sostegno sociale per le sue idee di base – condivise da una comunità online sempre più rancorosa e violenta – ovvero che le donne esistano per servire gli uomini e che la loro riluttanza a essere servili è una violazione dei diritti degli uomini. Il movimento #MeToo ha fatto molto negli ultimi anni per aiutare a smantellare questa visione, ma abbiamo chiaramente ancora molta strada da fare.

un articolo di Amanda Marcotte

Qualche tempo fa un padre separato mi ha scritto perché era molto turbato da quello che aveva letto in un gruppo chiuso dedicato agli uomini separati con figli. La sua opinione è che certi gruppi andrebbero “segnalati in massa e chiusi“.

Ma perché questo padre era così sconvolto? Per spiegarmelo, mi ha inviato alcuni screenshot delle conversazioni che si svolgono nel gruppo.

Gran parte delle conversazioni che questo papà mi ha inviato riguardano Mario Bressi, il padre quasi separato che ha ucciso entrambi i suoi figli, un caso del quale abbiamo parlato non troppo tempo fa.

Se ricordate, i messaggi che Bressi aveva inviato alla moglie poco prima di compiere il delitto ci permettono di classificare l’omicidio-suicidio come figlicidio per vendetta del coniuge, nel quale la motivazione che spinge l’assassino ad uccidere i suoi stessi figli è il desiderio di arrecare un’enorme sofferenza all’altro genitore.

Come si evince dalla conversazione, molti membri del gruppo – a differenza del papà che mi ha scritto – condividono il medesimo immaginario dell’assassino, dipinto come una vittima delle circostanze avverse che gli avrebbero sconvolto la mente; secondo questa gente i veri colpevoli della morte dei piccoli Elena e Diego sono Daniela Fumagalli, la madre (rea di aver chiesto il divorzio) e naturalmente un sistema giudiziario viziato dal pregiudizio di genere (maschile) che vessa i poveri uomini costringendoli a patire da soli le drammatiche conseguenze della separazione. Per quanto si sforzino di prendere le distanze dal duplice omicidio di due bambini innocenti, gli utenti del gruppo non riescono a mascherare l’alto livello di immedesimazione con il carnefice che un gesto del genere suscita in loro.

Recentemente il forum degli incel italiani ha pubblicato un manifesto nel quale si afferma che il movimento rigetta la violenza in ogni sua forma e prende le distanze da qualunque pseudo-fenomeno italiano e/o estero e/o da atti violenti e farneticazioni varie che l’informazione, con superficialità, riconduce ed associa al fenomeno incel italiano. Se vi prendete un po’ di tempo per leggere l’esperienza di chi nel forum c’ha passato un po’ di tempo, concorderete che simili affermazioni non possono che suonare insincere.

In un articolo dedicato al manifesto degli incel italiani comparso in uno dei luoghi più misogini del web – il blog “Stalker sarai tu” – l’autore Rino Della Vecchia, dopo aver definito “sciacallaggio” l’associazione fra il movimento nel suo complesso e gli autoproclamatesi incel stragisti e minimizzato la violenza del linguaggio usato negli spazi pubblici di discussione dei suoi membri (descritto come “alcune affermazioni inacidite sulle donne in generale” che sarebbero “usate capziosamente” dai detrattori), conclude con una chiamata alle armi mirata a unire nell’odio comune tutte le correnti dell’attivismo per i diritti degli uomini, una chiamata che stride sgradevolmente con quelle affermazioni del manifesto incel che parlano di “impegno pacifico di uomini e donne per più armonici rapporti tra i sessi, in un’ottica di dialogo costruttivo“:

Incel siamo noi. Siamo Incel, MGTOW, MRA, padri separati. Siamo tombeur de femmes o vergini, impotenti o siffrediani, accoppiati o single per un motivo, per un altro motivo, per nessun motivo (apparente). Non lo siamo? Lo siamo stati. Non lo siamo stati? Lo saremo. Non può accadere? Poteva e potrà accaderci. Oggi siamo uomini che avviano il racconto della propria storia in quanto Genere, coinvolti in una guerra che non abbiamo voluto, che non vogliamo e che combattiamo contro natura, letteralmente. Ma la combattiamo con la nostra divisa e in queste trincee non ci sono “sfigati”, né loser, né “quelli che se la sono cercata”. Né furbi né fessi qui. Solo commilitoni. Commilitoni tutti siamo, giunti qui attraverso percorsi individuali, certo, dopo traversie e sofferenze, disillusioni e amarezze. Tutte degne, tutte nobili. Se anche non le comprendiamo è certo che le rispettiamo tutte. L’epopea del nostro racconto ha pagine sufficienti per tutto il nostro male e tutto il nostro bene. Bene dunque la sortita del Forum degli Incel a spaccare l’assedio. Si punti sempre più decisamente a esigere una dignità più che dovuta. E magari a un’unità trasversale di intenti e azioni. Allons enfants!

Difficile non lasciarsi scappare almeno una risatina di fronte a gruppi di uomini che parlano seriamente di “riprendere la parola”, come se davvero qualcuno li avesse scalzati, in qualche momento della storia o in qualche luogo del mondo, dal ruolo di genere (o Genere, come preferiscono definirsi) dominante in questa società.

Purtroppo, gli anni spesi a sbeffeggiare il patetico Den Hollander ci dimostrano che una risata non basta a seppellire la portata distruttiva di questi focolai d’odio e il rischio che sfocino in veri e propri atti di violenza è dietro l’angolo.

Noi vi abbiamo avvertito.

 

Per approfondire:

Before the Media Treated Him as a Threat, They Treated Him as a Joke

 

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