Gli “allontanamenti facili” e la colpevolizzazione della vittima

La notizia è del 3 agosto: i protagonisti sono una coppia con figlio conteso, una situazione purtroppo comune, alla Kramer contro Kramer – ci spiega l’articolo – che si differenzierebbe però dal celebre film per il fatto che il padre è stato condannato a un anno e otto mesi di reclusione, con la condizionale, per maltrattamenti in famiglia.

Poiché l’uomo è di fatto libero, madre e bambino sono costretti ad abbandonare la loro abitazione e vengono accolti in una struttura a Ovada, in provincia di Alessandria (a quasi cento chilometri da Pietra Ligure), dove sono seguiti dai servizi sociali, i quali – dopo un periodo in cui la donna, a causa di una broncopolmonite, finisce in ospedale, valutano come più opportuno allontanare il minore dalla madre per affidarlo alle cure del padre.

La situazione descritta, insomma, coincide appieno con quanto previsto dal commentatore Robert, al quale ho dedicato qui un paio di post (questo e questo); un fatto che, a mio avviso, non ci permette di liquidare la sua opinione in merito al “superiore interesse del minore” come mero trollaggio, visto che casi di cronaca come questo ci suggeriscono che gli operatori del settore potrebbero condividerla appieno.

A tale proposito, vorrei riprendere le fila del dibattito originato da quei post, che continua a distanza di settimane dalla pubblicazione di quei post e che è dominato dagli interventi di ferrara2835, un commentatore accorso a supporto di Robert che si è qualificato come ESPERTO DEL CAMPO CON FORMAZIONE ACCADEMICA (il maiuscolo è dell’originale), dipendente MIUR da più di trent’anni, con formazione psicologico-psichiatrica, che ha agito quasi sempre in contesti “difficili” (il virgolettato è dell’originale).

Dal 12 luglio in poi, ferrara 2835 ha inserito più di settanta commenti (l’ultimo stamani alle 2:22) allo scopo di condividere con noi la sua autorevole opinione professionale sulla faccenda, una teoria che proverò ora qui a riassumere per i miei lettori, che comunque possono trovare i suoi commenti pubblicati sotto i post precedentemente citati.

Secondo ferrara2835, quando si tratta di tutelare un bambino che ha vissuto o vive in un contesto caratterizzato dalla violenza domestica, le autorità competenti dovrebbero provvedere ad allontanarlo da entrambi i genitori, provvedendo a collocarlo al più presto presso terzi, affinché non abbia più nessun contatto né con il padre maltrattante, né tantomeno con la madre maltrattata: ENTRMBI I GENITORI COME COPPIA RAPPRESENTANO UN PERICOLO (il maiuscolo è sempre dell’originale), un pericolo per l’identità del bambino.

Andiamo a vedere come è giunto a questa conclusione e quali sono le fonti che cita a supporto della sua tesi.

Partiamo dalle definizioni che ferrara2835 ci fornisce.

La violenza domestica viene descritta come una SITUAZIONE PROBLEMATICA COSTITUITA DA UN RETICOLO DI CONFLITTI (il maiuscolo è ancora dell’originale), il primo dei quali sarebbe tra i due genitori per il controllo del potere (il grassetto invece lo aggiungo io, sempre).

Che ferrara2835 sia fermamente convinto che non si debba distinguere la violenza domestica dal conflitto interpersonale, lo si evince anche da altri commenti; in uno scrive: solo perche lì non litiga nessuno, quella e una buona famiglia? evitiamo un becero, idiota, bieco, perbenistico affrontare le cose con semplicioneria…. non la violenza rende una famiglia “pericolosa” per i figli, ma la rinuncia a tutelarli… ci sono famiglie dove i genitori, dal carattere forte, fanno esplodere i conflitti in forma anche aggressiva… ma se ci sta l’ accordo su come educare i figli, li la famiglia resta salda… altre famiglie dove i genitori non litigano, ma i figli passano tutta la giornata ad annoiarsi davanti alla playstation… li bisogna intervenire…
se un padre pensa piu al potere che alla tutela DEVE CESSARE di essere padre… se una madre pensa alla paura piu che alla tutela DEVE CESSARE di essere madre… in quei contesti, giocoforza o i figli li togli ad entrambi, o invece li lasci ad entrambi… e con entrambi non possono piu stare…

Sia ben chiaro, ferrara2835 non nega l’esistenza di un sistema patriarcale a tutt’oggi a fondamento della tipica famiglia italiana (in un commento descrive la nostra società come patrocentrica), ma ritiene che la violenza sulle donne non sia una delle manifestazioni di quel disequilibrio di potere tra i generi causato dalla sua struttura gerarchica, ma è piuttosto la conseguenza dell’occasionale attrito fra due “caratteri forti” e non procura alcun danno ai bambini che ne sono testimoni, se ci sta l’accordo su come educare i figli.

[Dovremmo dedurre a questo punto che si parla di violenza domestica e violenza assistita solo quando gli adulti coinvolti sono in disaccordo su come educare i figli? Se sull’educazione dei figli i due si trovassero concordi, lividi e urla non sortirebbero sui bambini alcun effetto nefasto?]

Il patriarcato, prosegue ferrara2835, è un’organizzazione sociale di per sé del tutto innocua e non ha alcun ruolo in quel “conflitto aggressivo” che noi chiamiamo violenza domestica e che lui chiama “rapporto malato”; con le sue parole: patriarcato significa solo che la figura paterna, che gestisce il patri-monio, gestisce anche la vita di chi con esso viene sostentato…
ci sono dei maschi che amministrano in modo dittatoriale, maschi che amministrano in modo condiviso, maschi che invece amministrano in modo delegativo, maschi che non hanno nulla da amministrare perche sono precari da una vita e maschi felicemente single che amministrano solo se stessi… sono tutte patriarcato [“cosa”] ma hanno tutti cause, organizzazioni e conseguenze differenti [“il cosa”]
a questa differenza di organizzazioni, corrispondono anche ruoli differenti della donna nel nucleo familiare… vittima se il padre e un dittatore, socia se il padre e un condivisore, complice se il padre e delegativo, surrogante se il padre non ce la fa o assente se nel nucleo neanche ci sta…
quindi, ad un ruolo rappresentativo [rappresentativo???] dell’ uomo non deve per forza corrispondere un ruolo subordinato della donna…
nelle famiglie ebree, l’ uomo comanda sul nucleo familiare, ma solo la madre puo trasmettere l’ appartenenza ebraica ai figli, e solo la madre puo consacrare l’ inizio dell’osservanza del sabato…
quindi non occorre arrivare per forza al conflitto, o al matriarcato (che pure esiste nel mondo) per garantire alla donna un ruolo centrale negli equilibri familiari…

Non la asimmetria fa il rapporto malato, ci spiega altrove, visto che esistono relazioni nelle quali la sottomissione di uno all’altro è il frutto della libera scelta di due adulti consenzienti. Che cosa renda un rapporto malato, invece, diventa sempre più nebuloso mano a mano che i commenti si susseguono, visto che il profilo della donna maltrattata che ferrara2835 ci delinea cita ripetutamente la di lei libera scelta, senza chiarire in cosa consista quella rinuncia ad una libera interruzione del legame che a suo dire costituirebbe il nocciolo della patologia della relazione.

La donna maltrattata, secondo ferrara2835, è vittima di violenza a causa del suo inconscio desiderio di non sopravvivenza; ella, infatti, ha scelto un partner violento perché senza la paura non si sente viva, apprezzata ed amata.

Quella nei confronti della violenza esercitata dal partner, secondo ferrara 2835, è per la donna una vera e propria dipendenza: ora, quando tu mi dici “vittima di violenza” a cosa pensi? che ci sta un maschio vigilante 24 ore al giorno, sempre con gli occhi aperti e con la mano sul collo? cosa impedisce alla donna di fuggire nelle ore in cui il maschio non c’ e? cosa impedisce alla donna di ucciderlo mentre dorme? l’ attesa! l’attesa del ritorno a casa, l’attesa che si svegli di nuovo, l’attesa di poter diventare di nuovo vittima

Insomma, ciò di cui ferrara2835 ci sta parlando, altro non è che il caro, vecchio, masochismo femminile. Non per nulla, fra le sue fonti appare spesso e volentieri Sigmund Freud, con la raccomandazione a coloro che fossero interessati ad approfondire di affrontarlo nei due originali in tedesco e in ebraico (qui il commento con il resto della bibliografia).

Che il desiderio di morte sia radicato nel profondo della donna maltrattata al punto da diventare il suo “modo naturale” di vere l’affettività, sarebbe confermato da quelle statistiche (non citate) che ci raccontano dei ripetuti tentativi falliti di lasciare il maltrattante: QUASI TUTTE LE DONNE VITTIME DI VIOLENZA TENDONO A PERDONARE IL CARNEFICE ED A TORNARE CON LUI…sono dati statistici, e non necessitano di valutazione morale…

Secondo ferrara2835, le donne in realtà non vogliono abbandonare il violento, anche quando fanno le denunce, o entrano in sistemi di protezione, perché  POI RITIRANO LA DENUNCIA…

O meglio: non possono abbandonare il violento, perché , non è possibile salvare la vittima dalla sua stessa fragilità, perché preferirà sempre sentirsi protetta dal violento di turno che sentirsi libera in una vita che ha paura di gestire da sola

E qui veniamo ad uno dei passi più problematici della sua teoria: aiutare una donna maltrattata a liberarsi del suo aguzzino, sarebbe una forma di violenza contro di lei: forzare o convincere uno dei due a rompere il legame vuol dire garantirgli SOLO LA INTEGRITA FISICA, NON ANCHE QUELLA IDENTITARIA, perche lo/la si costringerebbe a vivere la sua affettivita in maniera per lui/lei innaturale…”. NON PUOI COSTRINGERE UNA PERSONA A VIVERE diversamente di come e o di come sente di essere… senno le faresti violenza pure tu!

Apro una piccola parentesi: che alla radice della violenza domestica vi sia il masochismo femminile, cozza a mio avviso con la descrizione della violenza domestica come “conflitto per il controllo del potere”; l’obiettivo della donna così descritta non è il controllo degli altri membri della famiglia, ma ciò che agogna è l’essere controllata da una figura dominante a causa di una fisiologica incapacità a gestirsi in autonomia.

Sono certa che interverrà l’autore a spiegarmi (e a spiegarvi) in cosa è manchevole questa mia personale osservazione.

Ma veniamo ora al profilo dell’uomo maltrattante: lui che problemi ha? A quanto pare, principlamente aver avuto la sventura di incontrare una donna/delle donne tanto disturbata/e con la quale/le quali instaurare una “dinamica malata“: domanda, e qui spunta il vero discrimine… ma il maschio violento di cui stiamo parlando lo è ovunque o solo a casa? se lo è ovunque, con tutte le donne, allora si tratta di una cosa soggettiva, indipendente dalla femmina interlocutrice, ed il problema è solo suo… se invece tratta tutte bene, e poi a casa diventa violento con la “sua” donna, allora non si tratta di una persona malata, ma di una dinamica malata, ed in questo caso violenza e sottomissione sono due malattie diverse ma nessuno dei due sta abbastanza sereno da poter allevare figli.

Quando ho provato a far notare che non sempre l’uomo violento fra le pareti domestiche si comporta altrove come un integerrimo Dr. Jeckyll, ma che la violenza domestica è spesso connessa ad altre forme di violenza (citavo questo articolo: Like Most Mass Shootings, The Chicago Hospital Attack Began With Domestic Violence), la risposta è stata: ma tu dai ragione a me… questi che stanno a sparare sono cresciuti male… oggi vediamo il bossolo e l’ adulto, ma ieri non avevamo visto in tempo i capricci ed il bambino… figli di genitori inadeguati trasmettono intergenerazionalmente la loro inadeguatezza… 

Dove si parli di “genitori inadeguati” nell’articolo dell’Huffington Post, lo lascio scoprire a voi, perché io non sono riuscita a capirlo, come non sono riuscita a capire perché tutti i casi in cui gli uomini violenti con la partner e anche fuori casa non confutano la teoria della “dinamica malata”, smentendo al contempo la descrizione della donna ansiosa di non sopravvivere.

Comunque, il profilo dell’uomo maltrattante poco interessa a ferrara2835, visto che, a differenza di Robert, non ritiene gli si debbano affidare bambini.

Ciò che gli interessa davvero è convincermi dell’inadeguatezza delle madri maltrattate, che sono sempre e comunque da considerarsi genitori dannosi al sano sviluppo di un figlio.

Vediamo di elencare succintamente le motivazioni:

  1. abbiamo già visto che, secondo ferrara2835 se una relazione di coppia è “malata” VUOL DIRE CHE MALATI LO SONO ENTRAMBI!… QUINDI IL FIGLIO VA TOLTO AD ENTRAMBI;
  2. una donna che “ha scelto” l’uomo sbagliato”, come può essere ritenuta in grado di fare scelte adeguate per i suoi figli? (il commento: se affermiamo che una donna vittima non e responsabile del suo essere vittima, come facciamo a dire che una donna madre e responsabile del suo essere madre? magari nello scegliere QUELL’ uomo ha scelto di impulso, condizionata dalla avvenenza della forza fisica, dal bisogno di protezione, o da spinte familiari… non decidi per te per diciotto anni, perche per te decidono tuo padre E TUA MADRE… non decidi neanche bene gli uomini “giusti” dai 18 anni fino alla crisi coniugale… e dovresti essere in condizione di decidere le cose giuste per i tuoi figli?);
  3. la madre maltrattata è da considerarsi moralmente responsabile della violenza assisistita patita dal figlio, visto che è stata così scema (si, ad un certo punto parla proprio di scemenza della donna che ha difficoltà a percepirsi come vittima di violenza domestica) da rimanere per un certo periodo con il maltrattante (farsi vedere con lividi che durano per giorni rende la madre carnefice del figlio… la violenza non e solo picchiare… la violenza e fare percepire normale quello che non è…1. qui il dibattito si ferma sempre e soltanto alla violenza dell’ uomo verso la donna, e non si tiene conto che la cosa non fa soffrire solo la donna
    1bis. dunque tutto il dibattito si ferma alla aggressione fisica, e non tiene conto di quella morale
    1ter. se tenesse conto di quella morale, entrambi sarebbero carnefici allo stesso modo nei confronti della prole, dato che il non reagire della madre oggi si trasforma in un non reagire delle figlie domani…
    );
  4. affidare un bambino alla madre maltrattata creerebbe nel bambino la convinzione che uno dei due genitori è migliore dell’altro (soprattutto a causa dell’incapacità della donna maltrattata nel trattenersi a denigrare l’ex maltrattante), con un grave danno al suo sviluppo:  come nessuno dovrebbe dividere piu figli minorenni, dato che sono legati da vincolo affettivo “forte”, nessuno neanche dovrebbe dividere i due genitori dalla percezione dei figli… lasciarli con uno dei due significa dire: uno era migliore e l’ altro era peggiore… SOLO CHE I FIGLI CERCANO COSTANTEMENTE DENTRO DI SE LE TRACCE DI ENTRAMBI… quindi il sottaciuto sarebbe: guarda che dentro di te ci sta una parte migliore ed una parte peggiore…
    A NESSUN MINORE PUO MAI ESSERE DETTA O FATTA CAPIRE UNA COSA DEL GENERE! …pensiamo che il genitore-vittima sarebbe neutrale nel descrivere il genitore-carnefice a rapporto conchiuso? NO!… e questo “NO!” rende inadeguata anche la madre e chiude il discorso; in un altro commento questo concetto è così approfondito: io non penso… io non debbo pensare… io debbo non pensare… io non ho il diritto di pensare…
    io ho solo il dovere di chiedere al figlio, purtroppo rispondendo io, se quelle persone IN COPPIA si sono dimostrate con lui bravi genitori oppure no…
    NESSUNO PUO O POTREBBE chiedere al bimbo di scegliere, e nessuno a nome suo puo scegliere…
    nel vissuto del bimbo quella COPPIA sussiste come coppia, deve essere vissuta come coppia, stare dentro la sua vita come coppia, oppure uscirne come coppia!
    il minore coinvolto in queste situazioni ha sempre la percezione di inadeguatezza per il non riuscire a proteggere la madre… se lui resta solo con lei, gli resta invece l’impotenza di non avere salvato il rapporto tra i due, e si dara da solo la colpa di aver perso il padre…
    come i bambini ai primi giorni di scuola, che cercano un “parafulmine affettivo” per elaborare il lutto, un bimbo del genere che scelta mentale ha? dare la colpa alla madre, anche lei vittima? no! dare la colpa al padre, di cui magari ha ancora paura pure lui? no!
    alla fine pensa: “colpa mia”…
    IL FALLIMENTO DI UNA COPPIA NON PUO ESSERE SANATO DA UNO DEI DUE, perche per definizione la parte “migliore” suppone una parte “peggiore”, e nessuno puo dire ad un bimbo che lui sia fatto per meta da una parte “peggiore”…
    come detto da quando sono entrato qui: colpa o meno del padre? irrilevante! colpa o meno della madre? irrilevante!… questi sono solo affari loro e devono essere gestiti all’ interno del mondo degli adulti… se ci sta un minore, non puo essere lasciato “ad un genitore” perche lui penserebbe di essere lasciato “a mezza coppia parentale” e si sentirebbe abbandonato dall’ altra mezza, senza poter mai piu elaborare il lutto
    DEVONO SPARIRE ENTRAMBIIII [sto urlando, ma a voce contenuta….];
  5. nessuno è indispensabile, neanche una madre, che è perfettamente surrogabile da altre figure; inoltre il futuro di un bimbo non deve contenere e non deve basarsi su elementi del passato… noi non possiamo e non dobbiamo chiederci se la madre ami il figlio… dobbiamo chiederci se il figlio ricollega lei a dinamiche di odio… la risposta è sì… perché il figlio, specie se piccolo, non fa differenza fra carnefice e vittima, ma fra silenzio e urla, tra una notte di sonno e una notte di veglia per andare al pronto soccorso, tra una stanza pulita ed una sporca di sangue… la madre per il figlio E UN BRUTTO RICORDO… non una brutta persona, ma comunque un brutto ricordo… e il futuro di quel bimbo non puo basarsi sulla stagnazione di un ricordo brutto, ma sulla elaborazione fatta con risorse affettive nuove…

Alla base di queste considerazioni ci sarebbero, oltre che Freud, anche Piaget, Montessori, la teoria dei ruoli di Moreno, ed Ervin Goffman.

Ferrara2835 afferma di occuparsi di tutela dell’infanzia.

Io non ho davvero più nulla da aggiungere a questo estenuante dibattito.

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Gli “amanti” della phica, odiatori di donne

«A lungo si è creduto che uomini e donne fossero completamente diversi e che ogni differenza sessuale fosse codificata a livello biologico nel cervello. Ma il cervello è plastico e cambia a seconda delle esperienze. È un processo di proliferazione e potatura. Si creano numerosissime connessioni celebrali e quelle usate si rafforzano, mentre quelle meno usate muoiono. Può trattarsi di empatia, aggressività, abilità spaziali o verbali. Le cose su cui il bambino passerà più tempo diventeranno i suoi punti di forza».

«Abbracciamo pienamente una cultura che svaluta ciò che è “femminile”. Abbiamo etichettato come femminili le relazioni, le emozioni, l’empatia, tutte cose importanti. Quindi i ragazzi iniziano a sminuire il loro lato relazionale, i loro bisogni e i loro desideri relazionali; nell’adolescenza il loro linguaggio emotivo scompare».

«Io chiamo ciò che facciamo ai nostri uomini e ragazzi “la grande trappola”. Alleviamo i ragazzi per farne degli uomini la cui identità è basata sul rigetto della femminilità e poi ci sorprendiamo se non considerano le donne esseri umani. Quindi li intrappoliamo. Prendiamo i ragazzi e ne facciamo uomini che non rispettano le donne a livello profondo e poi ci chiediamo perché la cultura dominante sia questa».

da “La maschera che indossi, quella della mascolinità tossica”

La notizia è dello scorso anno: dopo un servizio delle Iene, ci racconta il Corriere che alla Polizia Postale di Firenze sono arrivate più di 100 denunce di ragazze che hanno trovato foto che le ritraggono ( in posa davanti a un obiettivo, ragazze sorridenti, vestite eleganti per una cena o in riva al mare davanti a un tramonto. Istantanee di vita quotidiana ) in un sito internet pieno di contenuti porno, postate allo scopo di renderle bersaglio di gente in preda a commenti crudi e farneticanti.

Il sito nel quale le vittime sono finite a loro insaputa si chiama phica.net,

un luogo virtuale che, a dispetto di ciò che leggiamo nell’articolo ( Il primo obiettivo sarà chiudere questi siti ) è ancora online e continua indisturbato la sua attività.

Ne riparliamo oggi grazie a due mie lettrici, che mi hanno letteralmente inondato di screenshot tratti dal forum che dimostrano inequivocabilmente che l’attività del forum continua indisturbata.

Mi scrive una delle ragazze:

Volevo brevemente spiegarti come sono venuta a conoscenza del sito.
Stavo scorrendo tra le storie di Instagram, quando mi compare una storia che cita il suddetto sito: la ragazza che l’ha postato (purtroppo non ho fatto lo screen e non ricordo il nome) ha messo lo screen di un thread del sito dove facevano una classifica delle ragazze più “attraenti” della sua città (detta cosi sembra anche una cosa innocua),

[ma non lo è, come un gran numero di ragazza ha ben compreso]

postando ovviamente foto varie al fine di riuscire meglio nella catalogazione.
Sono andata sul sito e ho controllato se era avvenuta la stessa cosa nella mia zona e si, lo hanno fatto anche per il luogo in cui abito io.
Le foto che vengono usate sono, principalmente, quelle che le ragazze in questione postano sui social: foto al mare, con le amiche, in discoteca, screen delle storie di Instagram… qualsiasi foto provoca agli utenti di questo sito dei pensieri erotici. E dico qualsiasi foto perché è davvero qualsiasi foto: foto in costume, foto in abito da sposa, foto nude, foto in cui il soggetto e completamente vestito.
Il tutto contornato da una quantità immane di commenti espliciti su “cosa le farei”, ecc.
(…)


La cosa che mi ha lasciato lo schifo addosso e stato vedere come di alcune ragazze non solo sapessero nome e cognome, ma sapevano anche dove lavorano/lavoravano! Mi sembra solo di un paio, ma direi che basta e avanza cosi. Oltre ovviamente al fatto che i soggetti delle foto sono ignare di tutto!

Io non so cosa si possa effettivamente fare a riguardo, se si possa far chiudere il sito, se la legge sul Revenge Porn è applicabile in questo caso.

Continua in un’altra email:

Una cosa che mi ha colpito è che esiste una pagina all’interno di questo sito, denominata “La mia donna… senza certificazione”, dove praticamente si postano le foto della propria partner per ottenere l’account certificato, ossia: “si fanno 3 foto (almeno), con la scritta “www.phica.net” in e la data in una zona che sia visibile alla donna stessa (es.: no schiena, no culo, no gambe che potrebbero essere di un uomo) + Il NICK dell’account che volete certificare.” Usare il corpo della propria fidanzata/moglie/partner per ottenere cosa? Un certificazione su un sito porno. Quando NON SOLO ci sono mille siti porno gratis, ma vuole l’iscrizione a un sito porno dove gli altri mariti/fidanzati fanno la stessa cosa e dove puoi rintracciare chi vive nella tua zona, dato che come ti ho detto, alcuni hanno scritto nomi, cognomi e dove lavorano delle donne della mia zona. E fino qui tutto “regolare”, perché almeno ste poverette sanno in cosa si mettono (forse).

[o forse no, come ci ha insegnato la tragica morte di Tiziana Cantone]

Poi passiamo al forum “spy”, ed è esattamente coome sembra: foto fatte di nascosto, magari in momenti di nudità, dove il soggetto è ignaro di tutto. Si spazia dagli spogliatoi delle piscine, alla propria sorella in doccia, alle sconosciute in giro per strada, ecc. ecc.
E i commenti degli uomini… sono sempre quelli.

Se pensate che postare le immagini della propria moglie, fidanzata, ex fidanzata, nipote, cugina, collega riprese a tradimento allo scopo di sollazzare degli sconosciuti di un forum non sia abbastanza sconvolgente, sappiate che gli utenti di phica.net non si fermano neanche di fronte al più trito e ritrito luogo comune sull’uomo italiano:

Le donne, su phica.net, sono tutte troie, cagne, vacche, puttanoni, compresa la mamma o la madre di tuo figlio:

Sono contenitori da riempire, oppure oggetti da abbellire a proprio piacimento (nel rispetto dei canoni imposti dalla pornografia contemporanea, ovviamente),

 

ma soprattutto sono totalmente prive del controllo sulla propria sessualità, che deve asservirsi ai gusti del pubblico che applaude, incita e naturalmente sborra.

 

Lo scopo della violazione della privacy di una enorme quantità di donne ignare della fine che fa la loro immagine, infatti, è ottenere le foto o i filmati degli organi genitali di altri uomini che si masturbano e hanno orgasmi sulle foto caricate

 

oltre a, naturalmente, l’umiliazione, il vilipendio e la denigrazione della donna ritratta.

Mi scrivono le ragazze:

Confesso che quando ho trovato il thread della mia zona mi è venuto il panico: mi sono guardata tutte e 106 le pagine di thread perchè avevo paura di trovarci foto mie (visto che potevano essere foto qualsiasi), di amiche, poi ho guardato l’eta media delle donne di riferimento (poche sotto i 30), e ho iniziato a cercare mia madre, mia zia, conoscenti.

…io veramente ieri sono caduta in uno schifo profondo nel vedere una cosa del genere, mi sono sentita anche ingenua in un certo senso, ho pensato: sarò esagerata io. Ma poi guardando bene non credo che tutto ciò che si trova lì sopra sia lecito.

Sono rimasta davvero turbata… Ho trovato anche foto di una ragazza di cui c’era il nome, tipo una YouTuber, dove scrivevano cose orribili. Non sono riuscita a scriverle.

Uno degli aspetti più inquietanti del sito phica.net è che, a dispetto del fatto che i video e le foto spesso ritraggano persone che non hanno acconsentito alla diffusione del materiale che le riguarda, il regolamento del forum, in merito alla rimozione dei contenuti, recita: “Richieste di rimozione di contenuti saranno prese in considerazione a nostra discrezione”.

Racconta una delle mie lettrici:

Tra gli screen ci sono anche dei post fatti da una ragazza che, ritrovandosi sul sito, ha chiesto la rimozione delle sue foto. Alla sua richiesta i mediatori del sito non solo le hanno chiesto UN DOCUMENTO e delle referenze affidabili ma hanno asserito che la regola del sito è che i post NON SONO CANCELLABILI ma solo cestinabili.. soluzione inutile dal momento che chiunque, come ho fatto io ad esempio, può visualizzare i post cestinati che come unico “blocco” hanno quello di non poter essere più commentati.. questa è la più grande assurdità.

E questo accade nonostante il regolamento del forum ci tenga a precisare che il sito basa la sua forza sull’educazione ed il rispetto, il sito nasce per amore della fica e della donna. Ricordatelo sempre e ricordate di ringraziare le donne che ci deliziano con le loro foto. [Avete mai letto qualcosa di più ipocrita?] Se non vi dovesse piacere ciò che vedete, basta non intervenire e passare ad altro.

 

 

Di queste attività online – che non esito a definire stupri virtuali – avevamo già parlato due anni fa. Dopo l’iniziale interesse della stampa e le discutibili analisi del fenomeno che ne sono conseguite, la questione è caduta nel dimenticatoio.

Come sostengono le neuroscienziate citate nell’articolo de Il Sole 24 Ore che ho citato nell’incipit, non c’è nulla di innato, di intrinseco alla sessualità maschile nel comportamento di questa orda di squallidi voyer. L’immaginario dal quale questi uomini attingono le loro fantasie, come pure il linguaggio che utilizzano per incitare i compagni di merende è quello della pornografia: è la nostra società che li educa, fin dalla più tenera infanzia, a considerare le donne meno che umane, meri strumenti da utilizzare per scaricare la tensione sessuale e per socializzare con altri uomini, in uno squallido gioco di società nel quale anche quelle donne che si illudono di essere chiamate a partecipare alla pari e caricano volontariamente le loro foto non sono altro che pedine.

«Ognuno di noi merita di sentirsi una persona integra e completa e ogni di noi può fare la nostra parte per ampliare il significato di cosa significa essere un uomo. C’è libertà fuori dalle rigide definizioni di virilità. Chiediamo agli uomini di parlare e intervenire per essere parte della soluzione. Dobbiamo ridefinire la forza degli uomini non come potere sugli altri, ma come forza per la giustizia. E giustizia significa uguaglianza e correttezza, lotta alla povertà e impegno contro la diseguaglianza e la violenza. Questa è la vera forza».

Si conclude così l’articolo di Federica Ginesu, citando un invito ad immaginare un modo nuovo di condividere questo mondo, che ricomprenda la possibilità che una buona metà della popolazione, quella femminile, non debba aver paura di godersi una nottata di sesso o anche solo di fotografarsi con le amiche al mare perché c’è il concreto rischio di ritrovarsi trasformate in un fenomeni da baraccone ad uso e consumo di orde di sconosciuti pornomani in vena di fare schifo in allegra compagnia; dobbiamo tutti prendere coscienza che il problema, qui, non è il web, ma la totale incapacità di comprendere appieno il significato del consenso come punto di partenza di una seria discussione sulla sessualità.

Perché “convincerla a farne altre” con l’aiuto dei tuoi amichetti segreti, o “tentare finché non cede” allo scopo di produrre un video da applausi non ha niente a che vedere con il sesso davvero consensuale e la condivisione di un’esperienza piacevole e soddisfacente con le donne che sostenete di amare e rispettare.

Questa è violenza, e mi auguro davvero che la nuova legge sul revenge porn possa fare qualcosa affinché chi ne è complice ne prenda coscienza.

 

 

Sullo stesso argomento:

La nuova frontiera dello stupro virtuale sbarca in Italia

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La misandria?

La notizia: a Pachino, provincia di Siracusa, una donna ha tentato di uccidere il marito con una roncola; l’uomo è riuscito a salvarsi rifugiandosi dai vicini, e se l’è cavata con lesioni al capo, agli arti superiori e una frattura allo zigomo guaribili in 30 giorni.

Il giornalista non ha intervistato i vicini per scoprire se la donna soffriva di depressione o aveva il lavoro o era disperata per la fine della loro relazione, né tantomeno si è preso la briga di raccontarci che brava donna fosse stata fino al momento in cui, colta da un improvviso raptus di violenza, si è scagliata contro l’uomo che amava da morire.

Anzi, la parola raptus non c’è proprio, come mancano altre parole chiave usate normalmente nella narrazione della violenza perpetrata sul partner quando la vittima è una donna: follia, tragedia, dramma, amore malato, gelosia, crollo psicologico, rimorso, passione…

Non c’è neanche il minimo accenno a quei tratti della personalità della vittima che potrebbero aver “provocato” la violenza: com’era lui? Troppo debole, troppo forte, troppo presente, poco presente, voleva andarsene, non voleva andarsene?

Non lo sappiamo, come è giusto che sia, visto che è stato preso a roncolate mentre dormiva.

E, naturalmente, mancano le foto che rimandano all’unione fra i due: niente mani intrecciate, come nel caso del recente omicidio di Luciana Bonzanini, niente romantiche  immagini del matrimonio, nessun selfie cheek to cheek, perché alludere all’amore sarebbe sgradevolmente in contrasto con un gesto tanto efferato.

Insomma, da un punto vista squisitamente stilistico, l’articolo è impeccabile.

Come accade piuttosto spesso, quando l’assassina è di sesso femminile.

Ma c’è un ma.

Mi sono imbattuta in questo articolo della Gazzetta del Sud non per caso, bensì perché qualcuno mi ha taggato nei commenti su facebook.

Due lettori, infatti, sono rimasti sconvolti dalle reazioni di alcune lettrici, che hanno reagito al tentato omicidio come se stessero leggendo una buona notizia:

Ogni tanto una gioia, bene bene qualcuno si comincia a svegliare brava, finalmente qualche donna si ribella in modo adeguato, ha fatto bene, fici bonu.

Poi un uomo replica:

Il che è statisticamente corretto (ci raccontano i numeri che le donne sono le vittime del 68,7% dei 134 omicidi in ambito familiare/affettivo, in dettaglio dell’89,6% degli omicidi commessi dal partner e dell’85,7% di quelli commessi dall’ex partner) e inoltre ci restituisce appieno lo spirito guerresco che ha animato i commenti festanti delle donne.

The war on women, la guerra contro le donne, è un’espressione piuttosto comune per chi è avvezzo alla letteratura femminista. Potrei citare Andrea Dworkin, o – come spesso faccio – Susan Faludi, ma l’espressione è ormai entrata nel gergo condiviso da chi si occupa di discriminazione di genere, per indicare quelle politiche e quei fenomeni sociali (fra i quali, appunto, la violenza domestica) che affondano le radici nella misogina che permea ancora la nostra società.

La guerra contro le donne non è una guerra condotta in modo convenzionale, al punto che è impossibile individuare due opposti schieramenti: chi è il nemico, chi sono gli alleati, dove ci si arruola, in che modo si possono imbracciare le armi per diminuire la quota delle donne che patiscono e muoiono ogni anno?

Già in passato abbiato discusso qui di come il mio personale approccio alla questione, invece, sia ispirato anche dalle teorie sulla lotta non violenta.

Ciò non toglie che resto in grado di fare un distinguo tra la frustrazione della fazione che conta cento vittime contro una, e l’indignazione di quelli che non vivono nella paura a causa del loro sesso grazie all’enorme mole di violenza che altri uomini scatenano contro le donne di questo paese.

Non sono qui a giustificare l’inopportuno giubilo di chi gioisce delle ferite altrui, perché se è vero che ancora le donne faticano a vedersi riconosciuto la status di esseri umani al pari degli uomini, è mia opinione che non è agitando a casaccio una roncola che si può davvero risolvere questo millenario problema.

Ma vorrei invitare quelli che indignano a riflettere sul fatto che la rabbia è, in questo caso, una reazione fisiologica all’oppressione. Una reazione sbagliata quanto volete, ma non è la stessa rabbia che anima la mano dell’oppressore e nutre il suo livore contro le vittime della guerra alle donne.

Vorrei invitare alla riflessione anche le donne che usano la loro rabbia per incitarsi a vicenda alla violenza indiscriminata: la rabbia, se diversamente incanalata, può trasformarsi da squallido trolling in rete a potente fonte di energia al servizio del progresso e del cambiamento.

Siete arrabbiate, e lo comprendo, allora trasformate quella rabbia in qualcosa di costruttivo, invece di farne cartucce per chi pensa che questo spazio, come altri luoghi del web che trattano di queste tematiche, non dovrebbe esistere.

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Ancora sulla rivittimizzazione: la discussione in corso

SENZA DARE GIUDIZI DI TIPO ETICO O MORALE…
resta il fatto che chiunque si avvii verso percorsi di auto-distruzione, dimostra di avere, per se e la discendenza, un inconscio desiderio di non-sopravvivenza… clinicamente, ROBERT HA RAGIONE! i tassi di recidiva su queste cose sono altissimi: chi fuma una volta tende quasi sempre a farlo per sempre, chi attraversa fuori dalle strisce pedonali da solo tende a farlo anche quando tiene il figliolo per mano, chi viene salvato in tempo da un tentativo di suicidio molto spesso ci riprova, E QUASI TUTTE LE DONNE VITTIME DI VIOLENZA TENDONO A PERDONARE IL CARNEFICE ED A TORNARE CON LUI…
sono dati statistici, e non necessitano di valutazione morale… poiche vivere e piu importante che pensare, poiche vivere e piu importante che provare sentimenti, CHI AGISCE CONTRO LA VITA, propria o di terzi, DEVE ESSERE INTERDETTO DALLA POTESTA GENITORIALE…

da un commento nel blog

se pensi che la vittima non sceglie, dai per scontata una certa inevitabilita, quindi la colpa e solo del violento, ma non si ci puo fare niente… TI SBAGLI, E DI GROSSO! qui non si tratta di militari vittime di nonnismo, di alunni di catechismo vittime di parroci pedofili, di figli o figlie maltrattati da parenti… QUESTI sono i casi in cui una persona non puo scegliere in che contesto stare! ma se si parla di famiglia COSTITUITA DA DUE ADULTI CONSENZIENTI, solo la presenza di entrambi i SI legittima l’ unione!

(…)

non posso salvare il carnefice dalla sua stessa crudelta, perche arrechera danni ad altri, ma mai a lui stesso… non posso salvare la vittima dalla sua stessa fragilita, perche preferira sempre sentirsi protetta dal violento di turno che sentirsi libera in una vita che ha paura di gestire da sola… debbo IN PRIMIS salvare sempre e comunque i figli, per parecchi motivi alcuni dei quali gia precedentemente scritti, e gli altri anche semplicemente intuibili con il buon senso…chi in ambito psichiatrico si occupa di dipendenze sa che e possibile curare UNA dipendenza, ma quasi impossibile curare LA dipendenza… chi smette di giocare comincia a fumare di piu, chi smette di fumare comincia a mangiare di piu… il corpo e la mente HANNO UN OGGETTIVO E NON SOGGETTIVO bisogno di sostituire una emozione forte con una uguale o ancora piu forte, quasi mai con una piu delicata… qui la violenza non c’ entra: vale anche nello sport, con il bungee-jumping, nel divertimento, con l’ otto volante, nei viaggi, con i safari… si tratta proprio di una dimensione affettiva dell’ uomo…
la cosa vale per il carnefice che ogni giorno aumenta la rabbia per essere piu cattivo, ma vale per la vittima, che senza la paura non si sente viva, apprezzata ed amata… paradossalmente, in una coppia cosi, forzare o convincere uno dei due a rompere il legame vuol dire garantirgli SOLO LA INTEGRITA FISICA, NON ANCHE QUELLA IDENTITARIA, perche lo/la si costringerebbe a vivere la sua affettivita in maniera per lui/lei innaturale…

da un commento nel blog

Il mio articolo dedicato a Rob e alle sue idee sulle donne vittime di violenza maschile ha scaldato parecchio gli animi dei lettori, soprattutto quello delle mie lettrici.

In molte hanno osservato che i maltrattamenti in famiglia sono l’unico reato che riesce sempre a suscitare un maggiore interesse nei confronti dei tratti della personalità della donna vittima di quanto sdegno possa suscitare nei confronti del perpetratore:

Ora proviamo a ragionare come Rob, ma facendo riferimento ad una diversa tipologia di reato.

Avete mai riflettuto sul fatto che generalmente sono vittime di furto, truffa e rapina le persone coi soldi? Non ci sarà qualcosa di intrinsecamente sbagliato nella psicologia delle persone benestanti? Nessuno le costringe a possedere beni materiali: potrebbero benissimo spogliarsi di tutti i loro averi, come San Francesco, e rinunciare per sempre alla possibilità di venire derubate. Invece non lo fanno, neanche dopo aver subito un furto o più furti. Qual è il tasso di recidiva nel caso degli esercizi commerciali rapinati? Quante volte un negozio subisce un primo furto, un secondo, un terzo, e ciononostante i proprietari si ostinano a tenerlo aperto? Questo non dovrebbe almeno suggerirci un inconscio desiderio di venire deprivati dei propri possedimenti per mezzo della coercizione, della minaccia, della violenza o del raggiro?

Altre hanno preferito sottolineare come alcune delle conclusioni cui Rob giunge, a partire dalle premesse, classifichino il suo ragionamento come privo di logica:

Ci spiega l’ultimo commento che se è da considerarsi inadeguata quella donna che sceglie come padre dei suoi figli un uomo maltrattante, dovrebbe parimenti essere considerato inadeguato il suo compagno, se non per il fatto di usare la violenza contro di lei (comportamento che secondo Rob e alcuni magistrati italiani, non denota scarse competenze genitoriali),  di sicuro per il fatto di aver scelto come madre dei suoi figli una donna che ha dimostrato, scegliendolo, di essere inadeguata a prendersi cura di loro. A meno che, ovviamente, non si voglia insinuare che gli uomini non scelgono la compagna con cui mettere al mondo i propri figli.

Altre ancora, invece, si sono concentrate sul fatto che circoscrivere la questione alla psicologia dei soggetti coinvolti (il perpetratore e la vittima) ci porta a trascurare quegli elementi esterni alla coppia che invece hanno un peso determinante sulle dinamiche della violenza domestica:

Abbiamo discusso spesso, qui, del fatto che uno dei fattori che convince le donne a non liberarsi del loro aguzzino è proprio il terrore di essere separate dai loro figli, che rischiano di rimanere da soli in balia del suo aguzzino.

L’importanza che oggi come oggi il concetto di “bigenitorialità” ha assunto nel dibattito sulla salute fisica e psicologica dei bambini ha messo in disparte la ricerca che inequivocabilmente dimostra l’esistenza di un legame fra violenza sulle donne e violenza sui bambini;  sappiamo che abusi e maltrattamenti hanno effetti devastanti sullo sviluppo anche quando non sono direttamente perpetrati sui bambini, che i bambini che sono stati vittime dirette o indirette di violenza domestica avranno un futuro pesantemente segnato dall’esperienza,  e che spesso tutelare un bambino equivale a tutelare la madre dalla violenza domestica, ma a dispetto di questo, anche in caso di violenze confermate dalle indagini e persino nel caso di violenze e maltrattamente che conducono ad una condanna, le decisioni dei tribunali civili continuano a porre in primo piano la necessità di preservare il rapporto dei bambini con entrambi i genitori, finendo addirittura col penalizzare la madre protettiva.

Un’altra conseguenza di questa enfasi sulla bigenitorialità è la produzione di messaggi al pubblico estremamente contraddittori: ne avevamo parlato a proposito dell’appello a mezzo stampa del procuratore capo di Udine, che esplicitamente esortava le donne coinvolte in una separazione a non “imboccare la strada delle denunce penali”, senza neppure accennare alla necessità di tutelare la vittime di violenza domestica e i loro figli coinvolti in una separazione.

Tutte le analisi della psicologia delle vittime di violenza domestica prima o poi debbono scontrarsi con un fatto incotrovertibile: il nostro è un paese che discrimina le donne.

Come la trattazione del caso Talpis presso la Corte europea dei Diritti dell’Uomo ha sancito qualche anno fa, la donna che abbandona il tetto coniugale, a causa delle attitudini socio-culturali che condonano la violenza domestica, a volte non trova nelle istituzioni quel supporto e quell’assistenza che potrebbero proteggere lei e i suoi figli dall’esplosione di violenza che segue il suo tentativo di liberarsi di un partner maltrattante.

Ci dice l’Istat che le donne separate o divorziate subiscono violenze fisiche o sessuali in misura maggiore rispetto alle altre, il 51,4% contro il 31,5%: perché questo dato non ci fa almeno ipotizzare che una donna possa razionalmente valutare come più sicura l’opzione di rimanere con un partner maltrattante, piuttosto che lasciarlo? Che c’entrano poco o niente la dipendenza affettiva o il masochismo, ma si tratta magari di scegliere quello che appare come il male minore in un contesto che non è in grado di garantirle l’incolumità per se stessa e i suoi figli? Prima di stigmatizzare senza appello le donne che tentennano nel rinunciare ad una relazione connotata dalla violenza, non dovremmo inserire la violenza contro le donne in un contesto culturale pesamente connotato dalla misoginia?

Come suggerisce la discussione che è seguita alla pubblicazione del post, il dibattito attorno alla violenza domestica è ancora viziato da residui delle teorie freudiane sul masochismo femminile. Sono passati più di settant’anni dalla pubblicazione di “The Psychology of Women” di Helene Deutsch, che ci raccontava come i tratti distintivi della psiche femminile fossero la passività e il masochismo, tratti determinati dalla biologia (sarebbe la struttura stessa della vagina-contenitore, infatti, a determinare nelle donne il desiderio di essere sopraffatte dall’uomo, il cui pene è responsabile della sua naturale aggressività) e quindi incorreggibili; le critiche a queste teorie (vi pregherei di leggere Lenore Walker o Paula Joan Caplan in proposito) hanno dimostrato, dati alla mano, che non esistono dati empirici a supporto, che non vi è alcuna correlazione tra disordini della personalità e la violenza che le donne subiscono dagli uomini nelle relazioni sentimentali come in altri contesti; eppure ancora ci troviamo a leggere di donne “dipendenti” dalle relazioni distruttive.

Fatevi un favore: se avete nella vostra libreria una copia di “Donne che amano troppo” di Robin Norwood (praticamente la Bibbia per i sostenitori di queste teoria), preoccupatevi di procurarvi anche “Contrattacco”, di Susan Faludi. Scommetto che dopo la lettura del capitolo a lei dedicato, sarete colte dall’irrefrenabile desiderio di prendere il primo e dargli fuoco mentre danzate selvagge attorno al falò.

Un assaggio:

Come moltissimi terapisti del decennio, la Norwood aveva avuto l’opportunità di osservare da vicino il crescere della violenza emotiva e sessuale perpetrata sulle donne. Aveva a disposizione l’esempio di milioni di donne che subivano maltrattamenti verbali e fisici da parte di mariti e amanti. eppure, nell’analisi di questo fenomeno, scelse di ignorare completamente la dimensione sociale e lo strasformò in un problema psicologico. “Le donne di oggi sono letteralmente assuefatte agli uomini che le feriscono”, sostiene,  “molte di noi sono state drogate da un uomo”, scrive, “e come tutti gli altri drogati, hanno bisogno di capire e ammettere la gravità del problema”. Se è vero che molte donne seguono questi modelli autodistruttivi, l’analisi astorica della Norwood non spiega perché il problema sia diventato così serio proprio in questi anni, o perché la violenza sulle donne stia aumentando tanto drammaticamente. Né rovescia mai i fronti: il libro si domanda perché numerosissime donne “scelgono” uomini violenti, ma non perché esistano tanti uomini violenti tra cui scegliere. [S. Faludi, Contrattacco, Ed. Baldini&Castoldi 1992, pagg.426-427]

Gli uomini violenti non sono “malati” e le loro vittime non sono delle masochiste.

Se pure si verificano casi eccezionali che permettono di descrivere così i soggetti coinvolti, non ci sono elementi per farne una regola generale tramite la quale fornire la risposta definitiva al fenomeno nel suo complesso, che invece trova più adeguata collocazione nell’ambito di un’analisi dei i rapporti di forza storicamente diseguali che nel tempo hanno plasmato la relazione fra i sessi.

Prima di concludere, vorrei ringraziare tutte le persone che hanno partecipato con passione e interesse al dibattito, contribuendo all’emersione di parecchie delle criticità che inquinano i discorsi attorno alla violenza sulle donne.

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La rivittimizzazione della donna che denuncia l’uomo violento: il parere di un lettore

Da diverso tempo un lettore che si identifica come Rob o Robert si dichiara piuttosto infastidito dal fatto che non pubblico i suoi commenti.

E’ convinto che il suo punto di vista su violenza domestica e genitorialità potrebbe risultare illuminante per chi si mostra interessato alla tematica e che ascoltarlo  aiuterebbe molti a smetterla di perseverare in grossolani errori di valutazione; una convinzione con la quale non concordo.

In passato abbiamo già affrontato le argomentazioni di Rob, ma, siccome era parecchio tempo fa, rinfreschiamoci la memoria.

Innanzitutto ecco il suo primo commento, inserito sotto questo post:

Il secondo commento, inserito sotto quest’altro post:

Secondo Rob una donna, a prescindere dal fatto che fosse consapevole o meno, all’inizio di una relazione, del fatto che l’uomo, del quale si era innamorata e con il quale aveva deciso di avere dei figli, si sarebbe poi rivelato un uomo violento, è da ritendersi comunque colpevole di aver fatto una scelta sbagliata: quella scelta sbagliata la rende automaticamente un genitore inadeguato, al quale è giusto sottrarre i figli.

Al contrario, un maltrattante che ha scelto di servirsi dell’abuso per controllare, ferire e/o distruggere la donna che sosteneva di amare, può essere considerato un genitore sufficientemente buono.

Non sappiamo da dove vengano queste certezze di Rob, quello che sappiamo però è che purtroppo sono condivise da molti soggetti che operano nelle istituzioni che dovrebbero tutelare le donne vittime di violenza e i loro figli, come denuncia un articolo del Guardian del novembre 2018 dal titolo piuttosto esplicito: Why do we separate the mother and child victims of domestic abuse?

Troppo spesso l’esperienza delle vittime costituisce un grottesco atto d’accusa del sistema di protezione dell’infanzia che sta fallendo nel tutelare sia donne che bambini – racconta la giornalista Uno psicologo mi ha raccontato di una madre che è sopravvissuta a una relazione scandalosamente violenta nonostante abbia ricevuto scarso supporto da qualsiasi servizio che avrebbe potuto essere di aiuto. Invece di ricevere supporto e protezione, ha perso i suoi figli che sono stati dati in adozione. Incredibilmente, questa donna ha subito una condanna penale per non aver protetto i suoi figli, mentre il suo aggressore rimane libero.

E in Italia?

Qualcuno ha mai pensato di svolgere un indagine sul peso che lo stigma che grava sulle donne vittime di violenza (perché, al primo segnale che le cose stavano volgendo al peggio, non lo hai lasciato?) ha nel corso delle cause per l’affido nei tribunali?

La convinzione che il problema della violenza sulle donne sia causato dalle donne stesse e che per questo si deve dubitare delle loro competenze genitoriali, emerge dalle interviste agli esperti ogni qual volta una notizia particolarmente efferata o perturbante sale agli onori della cronaca; probabilmente chi mi segue ricorda le colorite affermazioni dello psichiatra Paolo Crepet, il quale in un’intervista così commentava la morte di Maria Archetta Mennella, uccisa a coltellate dall’ex marito Antonio Ascione:

«L’ha uccisa a coltellate. Ecco, quell’uomo avrà dato diecimila motivi per capire che non era il caso di continuare. Schiaffi, gelosie, la voce che si alza. Comportamenti che si ripetono. Quindi, fatemi dire alcune cose chiare. Altrimenti noi psichiatri e voi giornalisti commentiamo solo funerali. Le donne devono smettere di essere ingenue.»

Non sono gli uomini, che devono smettere di reagire alla frustrazione con la violenza: sono le donne che devono cambiare.

Come pure emerge dalle pagine della cronaca nera la pessima abitudine di non considerare la violenza contro il partner un predittore di abusi fisici sui bambini: così è morta Gloria, due anni, accoltellata da un padre che aveva massacrato di botte la madre al punto che la donna era stata accolta in una casa protetta con la figlioletta. Nessuno aveva pensato ad impedire che l’uomo si avvicinasse alla bambina.

Quanti professionisti della salute, quanti operatori del diritto concordano con le idee di Rob e Crepet, dimostrando una profonda ignoranza delle dinamiche della violenza, che fanno sì che spesso le donne vengano uccise da uomini che mai avevano usato violenza fisica prima della separazione, ma magari avevano agito quella sottile e subdola violenza psicologica difficile da riconoscere come tale? Quanti non hanno mai speso un momento a riflettere sul processo di socializzazione per mezzo del quale le donne imparano fin da giovanissime a confondere una relazione romantica con l’abuso emotivo, immerse come sono in un contesto culturale che sessualizza, giustifica, tollera e glorifica la violenza degli uomini contro le donne? Quanti sarebbero disposti ad ammettere che proprio il loro stigmatizzare le vittime di un maltrattante contribuisce a rendere molto più difficile chiedere aiuto e liberarsi del proprio aguzzino?

 

Per approfondire:

Colpevolizzazione della vittima e tribunali

Usare i bambini contro le madri: le strategie del violento

Il bambini e la violenza domestica

Le competenze genitoriali dell’uomo violento

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Il campo di battaglia

Le indagini in corso a proposito degli affidi in Val d’Enza, hanno sollevato, come è giusto che sia, un acceso dibattito. Visto che più di una persona mi ha “tirato in causa”, attribuendomi l’appartenenza ad una “fazione”

o ad un’altra

mentre alcuni addirittura ritengono che io debba delle scuse ai miei lettori

ed altri si divertono a fare dell’umorismo di cattivo gusto (se così vogliamo chiamarlo) sui temi sovente trattati in questo blog

mi sembra giusto avviare una riflessione personale sulla mia appartenenza a qualcuno di questi gruppi attualmente in guerra.

La scelta del termine “guerra”, devo essere onesta, non è un’idea mia. L’ho rubata ad un vecchio articolo di Repubblica a firma Jenner Meletti dal titolo “Due scuole di pensiero duramente contrapposte – È guerra tra le associazioni che difendono i bimbi dagli abusi“, che ci raccontava di una “guerra prima sotterranea – o chiusa nelle aule dei tribunali” venuta alla luce proprio grazie ad un controverso caso di violenza su un minore; una guerra tra due scuole di pensiero, che farebbero capo a due documenti programmatici in tema di tutela del bambino maltrattato: la “Dichiarazione di consenso in tema di abuso sessuale all´infanzia”, consultabile sul sito del CISMAI, e la “Carta di Noto – Linee guida deontologiche per lo psicologo forense“.

Come si evince da Repubblica, e come emerge da un articolo dell’indagato Claudio Foti che ho trovato in rete, la questione ruota attorno ai cosiddetti “falsi positivi”.

Lo stesso Foti ammette nell’incipit che “l’ipotesi della falsa accusa va sempre presa rigorosamente in considerazione ed esaminata nelle sue diverse varianti legate al possibile fraintendimento da parte del bambino o dell’adulto che sostiene la denuncia, alla possibile induzione conscia e inconscia da parte di un adulto presente nell’ambiente di vita del minore e alla possibile volontà di mentire del bambino stesso. Le false denunce di abuso rappresentano una questione clinica e diagnostica, di grande rilievo e a cui prestare la massima attenzione”, ma prosegue affermando che, sulla base dell’esperienza accumulata e degli studi sulla questione (alcuni dei quali erano citati nel post sotto al quale si pretendono le mie scuse) la false accuse di abuso sessuale sui bambini sono un evento tanto raro (ed altri studi in proposito li trovate qui) quanto enfatizzato a causa della “resistenza sociale, ideologica ed emotiva nei confronti del riconoscimento dell’abuso sessuale sui bambini”.

Secondo il professore e avvocato Guglielmo Gulotta, citato da Repubblica, un simile approccio è all’atto pratico inadeguato perché  “Non viene neanche presa in esame l´ipotesi che il sospettato possa essere innocente”. Sempre su Repubblica il dottor Giovanni Battista Camerini afferma he si tratterebbe di “una cultura dell´abuso tutta fondata sulla denuncia, con poca attenzione alle risorse che possono essere presenti nella famiglia. Si preferisce allontanare il minore, con il rischio di valutazioni superficiali e di decisioni affrettate”. Per questo motivo, la Carta di Noto nella sua premessa pone l’accento sull’idea che i bambini siano sempre da considerarsi “testimoni fragili”, perché “educati a non contraddire gli adulti e non sempre consapevoli delle conseguenze delle loro dichiarazioni e, pertanto, propensi a confermare una domanda a contenuto implicito. Richiesti da un adulto, i bambini possono mostrarsi compiacenti (cioè tendono a conformarsi a ciò che presuppongono sia desiderato dall’interrogante) e persino suggestionabili (cioè si convincono intimamente che le cose sono andate in un certo modo, così come più o meno esplicitamente suggerito dall’interrogante)”. Essi inoltre, proprio “a causa della loro maggiore suggestionabilità, della loro dipendenza dal contesto ambientale e dalla difficoltà nel corretto monitoraggio della fonte di informazioni (esperienza vissuta, assistita o narrata)”, avrebbero grossa difficoltà a riportare alla memoria quanto loro realmente accaduto.

La questione dell’attendibilità dei racconti dei bambini è tutt’altro che priva di aspre controversie nel mondo scientifico, non soltanto in Italia (c’è chi sostiene che possano addirittura rivelarsi meno suggestionabili degli adulti, ad esempio) e non troverete certo qui le risposte alle domande che un simile dibattito inevitabilmente ci pone.

Non è per fornirvi delle risposte che sto scrivendo questo post, ci mancherebbe altro.

Piuttosto, è della collocazione dei drammatici resoconti sui crimini in Val d’Enza in questo dibattito, che vorrei discutere.

A leggere le intercettazioni fornite dalla stampa, i detrattori (a parole) della Carta di Noto appaiono invece come i suoi più ferventi sostenitori nei fatti, visto che il loro piano criminale consisteva nel manipolare il “testimone fragile” (il bambino) per fargli ammettere traumi e maltrattamenti allo scopo di ottenere la diagnosi più utile ad un provvedimento d’urgenza atto a sottrarre i bambini alle famiglie per affidarle ad ex ed amici ed intascare così il denaro dei sussidi e delle terapie.

Dove è finito il bambino “competente ed attivo” descritto da Claudio Foti nel suo articolo? Come coniugare quel bambino capace di opporre “resistenza alla suggestionabilità”, di “perseguire una strategia propositiva autonoma” che Foti ci descrive, con il crudele proposito di condizionare dei bambini?

Una persona veramente convinta di quanto enunciato dal fondatore della onlus Hansel e Gretel – ovvero che il bambino non è “talmente passivo e manipolabile da non avere nessuna speranza di veder riconosciuta nelle proprie espressioni verbali o extraverbali una qualche capacità di trasmettere la propria autonoma volontà comunicativa” – non avrebbe certo imbastito una truffa ai danni dello Stato basata sulla possibilità di suggestionare un gran numero di bambini.

E badate, non sto suggerendo che non l’abbiano fatto.

Alla luce di quanto emerso fin’ora, è molto più logico supporre che non credessero ad una virgola di quello che ci andavano raccontando; le loro parole, alla luce di quanto leggiamo, assumono i contorni foschi della casetta fatta di pane, ricoperta di focaccia e con le finestre di zucchero trasparente dei fratelli Grimm: una facciata “appetitosa”, creata ad arte per attirare piccole vittime da usare per spremere un sistema di tutela dell’infanzia che ha rinunciato ad ogni forma di controllo sui privati cui si affida.

Veniamo al punto: dovrei chiedere scusa, io, ai miei lettori?

Secondo le persone che oggi mi ricordano che l’associazione Hansel e Gretel si era espressa in modo critico nei confronti del costrutto dell’alienazione genitoriale

o che Foti parlasse di patriarcato e di violenza contro le donne nei suoi scritti

se non altro dovrei rivedere radicalmente il mio pensiero, e magari giungere alla conclusione che il vero grosso problema di questo paese sono “le false accuse”, mentre la violenza su donne e bambini è solo un argomento fantoccio sbandierato da criminali ammantati di ideologia e disposti a calpestare i più vulnerabili per ottenere facili guadagni.

Alcuni già chiedono alle forza politiche di dimenticarsi del femminicidio, un fenomeno reso improvvisamente dall’indagine degli affidi illeciti in Val d’Enza “una fantomatica emergenza artatamente sovrastimata”:

Beh, io non me la sento proprio di dovermi scusare, spero mi perdonerete per questo.

Tutto ciò che ho raccontato in questo blog non era una casetta di pane e zucchero trasparente, ma fatti reali e documentati, come rimangono concreti e redatti sulla base di criteri scientifici gli studi citati.

Tutte le storie che ho raccolto e abbiamo commentato, a proposito di madri che denunciavano abusi e violenze e non sono state credute (ad esempio qui), non le ho certo inventate io né tantomeno mi sono valse un qualche guadagno personale.

In concomitanza del clamore suscitato dai fatti di Reggio Emilia, la stampa comincia a lasciare spazio ad altri racconti, ad altre storie: la storia di Anna, ad esempio, rea di aver lasciato un uomo maltrattante e di essersi rifiutata di lasciare da soli con lui i suoi bambini. Ed è una storia che negli anni abbiamo sentito tante volte e troppe volte l’abbiamo vista concludersi in tragedia, senza che nessuna istituzione abbia mai voluto seriamente interrogarsi sull’incapacità di alcuni operatori di riconoscere la violenza ed intervenire a tutela delle vittime.

Queste storie non sono favole e non hanno niente a che spartire con le “false accuse” oggetto delle indagini in Val d’Enza, visto che a crearle (da quel che leggiamo) non erano le mamme isteriche e perverse di gardneriana memoria che tanto piacciono ai fan dell’alienazione genitoriale, ma operatori del diritto e della tutela del bambino, proprio come quelli che in altre occasioni si sono rifiutati di prendere provvedimenti in difesa di donne e bambini realmente abusati e terrorizzati.

La realtà della violenza contro donne e bambini non è cosa che questa indagine possa offuscare.

Per ciò che riguarda gli schieramenti in guerra, la mia personale opinione è che questa indagine, più che sul problema costituito dalla capacità dei bambini di mentire e credere alle proprie menzogne, ci interroga sulla sconvolgente capacità degli adulti di lasciarsi corrompere dal potere, al punto da diventare più famelici e degenerati della più cattiva delle streghe delle fiabe.

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Hansel e Gretel

In questi giorni campeggia sui giornali la notizia dell’arresto di 18 persone a seguito dell’inchiesta “angeli e demoni”. La storia che ci viene raccontata è degna di un film dell’orrore: bambini sottoposti a lavaggi del cervello e impulsi elettrici, allo scopo di costringerli a raccontare abusi sessuali mai subiti, quindi allontanarli dalle famiglie d’origine, collocarli in affido retribuito da amici e conoscenti e guadagnare ingenti somme di denaro suggerendo per loro cure private a pagamento. Questi bambini, dopo essere stati torturati per estorcere racconti di traumi mai subiti, avrebbero subito davvero violenze, ma successivamente e proprio da coloro che raccontavano di volerli salvare.

Fra gli indagati, spicca il nome di Cludio Foti, stimato (almeno lo era fino ad ora) psicoterapeuta e direttore scientifico del Centro studi Hansel e Gretel, la onlus incaricata di prendere in carico i minori a cui veniva appioppata una diagnosi di patologia post- traumatica coi metodi crudeli di cui abbiamo letto.

Chi mi segue, sa che accuse di questo genere rivolte alle istituzioni responsabili della tutela dell’infanzia sono tutt’altro che una sconvolgente novità.

Già nel 2013 Panorama dedicava al tema degli affidi un’inchiesta giornalistica, denunciando il conflitto di interessi a capo di quei giudici onorari che operavano nelle strutture destinate ad accogliere i bambini che provvedevano ad allontanare dal nucleo familiare con futili motivazioni, ma alle denunce non seguì alcuna indagine, alcun arresto.

Nel corso degli anni, qui in questo blog come altrove, si sono raccontate storie altrettanto incredibili e crudeli al limite dell’intollerabile: bambini allontanati da madri “colpevoli” di aver denunciato abusi e maltrattamenti, bambini sottratti a genitori troppo poveri, come se la povertà potesse essere considerata un colpevole comportamento, bambini spediti in casa famiglia perché volevano danzare o perché si mettevano lo smalto alle unghie.

Per alcuni di questi la gente comune si è mobilitata e ha manifestato tutto il suo sgomento – penso ai cittadini di Baressa, che hanno cercato coi loro corpi di impedire alle forze dell’ordine di strappare alla madre e alla sua famiglia una bimba di soli due anni e mezzo o alle donne spagnole che hanno gridato “Juana está en mi casa” per testimoniare la loro solidarietà a Juana Rivas e ai suoi due figli – a dispetto dello scarso rilievo dato dalla stampa alle notizie a riguardo e a dispetto dell’indifferenza di chi sarebbe deputato a vigilare.

Dopo tutti questi anni e tutte queste palesi ingiustizie collezionate e commentate, mi sento di affermare che l’unico aspetto veramente sconvolgente di questa vicenda è che finalmente qualcuno abbia deciso di svolgere sul caso di Reggio Emilia una vera e propria indagine.

La speranza è che questo sia solo il primo passo verso quel profondo e radicale processo di revisione delle buone pratiche in tema di tutela dell’infanzia da tempo invocato.

L’aspetto più doloroso, invece, riguarda tutti quei bambini davvero vittime di maltrattamenti ma ignorati dai servizi che avrebbero potuto e dovuto attivarsi per metterli al sicuro, come il piccolo Giuseppe, ucciso di botte nel napoletano: non possiamo non chiederci che senso ha adoperarsi per demonizzare genitori sufficientemente buoni, quando ci sono famiglie che tanto somigliano all’inferno.

 

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Notizie che non vedremo mai (più) in prima serata

4 giugno, da l’Unione Sarda:

Due bambini, uno di 5 e uno di 11 anni, vengono prelevati a scuola dalla Polizia all’insaputa della madre, con la quale risiedevano in un paese in provincia di Oristano.

Il Tribunale dei minori di Cagliari ha disposto il rimpatrio in Francia dei due fratelli, affinché stiano con il padre, dal quale la donna era fuggita dopo aver prentato “più denunce per maltrattamenti e abusi sessuali.

Dell’esito di queste denunce non sappiamo nulla, anche perché la notizia non è riportata da nessun altro giornale, a parte The Social Post, che fa riferimento sempre alle scarne informazioni fornite dall’Unione Sarda.

Sulla mai pagina facebook, qualcuno fa notare come questa tempestiva decisione del Tribunale cozzi con il quadro della situazione fornito da chi pretende nuove leggi a garanzia dei diritti dei poveri padri, bistrattati da una giustizia viziata dalla cieca adesione all’obsoleto principio della maternal preference.

6 giugno, il Tacco d’Italia:

Come suggerisce il nome del portale, stavolta siamo in Puglia, dove a seguito di una decisione del Tribunale di Lecce un altro bambino di 7 anni viene prelevato forzosamente dalle forze dell’ordine.

Anche in questo caso, si parla di una donna vittima di violenza domestica, una violenza che, ci dice l’autrice del pezzo Marilù Mastrogiovanni, è la ragione della sua andatura claudicante: il povero padre alienato per il quale le istituzioni con tanta solerzia si mobilitano, le avrebbe causato danni permanenti al ginocchio nel corso di una aggressione.

Sul padre, ci dicono, pende infatti un processo penale per violenza e percosse nei confronti della mamma e del bimbo, ma non si è arrivati ancora al primo grado.

L’articolo è corredato da un video, nel quale possiamo ascoltare le urla strazianti della donna che insegue il figlio, allontanato a sua insaputa per essere trasferito in una struttura.

“Non denunciate” grida questa madre “perché vi portano via il figlio!”

Sulla mia pagina facebook, i commenti sono sempre più sarcastici:

e una donna si fa avanti per condividere la sua personale esperienza:

Nessun’altra testata riporta la notizia della sottrazione di questo bambino di 7 anni.

Questo silenzio stampa non solo contrasta con la risonanza che ebbe, 7 anni fa, il prelevamento forzato del bimbo di Cittadella, ma non può non farmi venire in mente la grande risonanza mediatica che invece ebbe, qualche anno fa, la notizia della condanna inflitta ad una donna, costretta a pagare 30.000 euro di multa per aver “alienato” il figlio, allontanandolo emotivamente dal padre. Se ne parlò addirittura nel telegiornale della sera, si Rai 2, e tutti i principali quotidiani riportarono la notizia: una “pronuncia storica” secondo Repubblica, una sanzione adeguata alla gravità dei fatti, secondo la Stampa, un importante spunto di riflessione persino per Michela Marzano, che ammoniva il suo pubblico: “Mai parlar male dell’ex con i figli“.

Nessuno dei commenti alla condanna riportò quel passo della sentenza che spiegava: “l’anomalia comportamentale [il rifiuto del figlio nei confronti del padre] investe direttamente il rapporto padre-figlio, senza che su ciò possa aver avuto incidenza determinante la condotta materna“.

Alla luce dei fatti riportati dall’Unione Sarda e il Tacco d’Italia, come era stato predetto quella sentenza ha fatto scuola: a prescindere dalle buone ragioni che si possono addurre per aver “parlato male” del padre dei propri figli, la sentenza per le donne è sempre di condanna, e la pena la debbono scontare i loro figli.

Anche se non è opportuno che si sappia troppo in giro…

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Un’iniezione di ottimismo

E’ successo a Bolzano, al Liceo Carducci. Riporto la notizia così come la racconta il Fatto Quotidiano:

Tutte le indagini sull’argomento ci forniscono un quadro desolante sulla questione: le ragazze percepiscono di essere apprezzate più per il loro aspetto fisico che per qualsiasi altra qualità, e secondo alcuni questo dato andrebbe incrociato con quello che descrive un quarto delle quattordicenni come vittime dei sintomi della depressione.

Essere un’adolescente maschio ed essere un’adolescente femmina non è esattamente la stessa cosa: se – ci racconta ad esempio il New York Times – quando si parla di sogni e ambizioni, ragazzi e ragazze non mostrano differenze significative, quando l’argomento è il corpo le cose cambiano radicalmente e circa i tre quarti delle giovani intervistate fra i 14 e i 19 anni racconta di sentirsi costantemente giudicata in quanto oggetto sessuale. Le ragazze si dimostrano consapevoli del fatto che la società, a dispetto della loro intelligenza e altre indubbie qualità, continua ad attribuire loro un qualche valore principalmente sulla base della loro capacità di apparire attraenti.

E gli studi in merito, quando vanno alla ricerca di riscontri più “oggettivi”, confermano appieno questa loro sensazione: se si tratta di assumere una donna, la prima cosa che un selezionatore va a guardare è il suo aspetto – ci dice un esperimento condotto dall’University of the West of Scotland – mentre questo non avviene quando il candidato è maschio; quando l’oggetto della ricerca è il peso, scopriamo che a parità di competenze le persone grasse sono discriminate nel mondo del lavoro e che ad essere maggiormente penalizzate dall’indossare taglie forti sono sempre le donne; ma soprattutto, alle donne che lavorano è richiesto espressamente di truccarsi, perché a quanto pare l’assenza di make up comporta la disapprovazione di quasi il 70% dei datori di lavoro intervistati a riguardo (se sei maschio e ti trucchi, rischi di essere rinchiuso, non dimentichiamocelo).

I dati sullo stato d’animo delle ragazze ci parlano di un malessere più che diffuso, causato dalle quotidiane esperienze di molestie e abusi subiti a scuola, per strada e online (secondo un sondaggio condotto recentemente in Gran Bretagna 6 ragazze su 10 tra gli 11 e i 21 anni dichiarano di subire commenti sgraditi sul loro aspetto a scuola e per la strada, 7 su 10 fra i 13 e i 21 anni dichiarano di essere state sessualmente molestate, più della metà dichiara spiacevoli esperienze online, che vanno dai commenti sessisti alle minacce), ma non solo: l’80% delle donne fra gli 11 e i 21 anni pensa che si discuta troppo del peso delle donne nei media e il 71% dice che vorrebbe dimagrire; una bambina su cinque in età di scuola primaria (tra i 7 e gli 11 anni) afferma di aver seguito una dieta; le ragazze sentono anche che il loro comportamento è giudicato in base a criteri diversi di quelli usati per i ragazzi –  ad esempio il 76% afferma che le ragazze vengono giudicate duramente per un comportamento sessuale che è considerato accettabile nei ragazzi.

Insomma, le giovani donne in giro per il mondo sembrano piuttosto consapevoli di essere costrette a crescere in una società che in tutti i modi si sforza di ridurle a graziosi strumenti del sollazzo altrui e sembrano decise a volerla cambiare: sono stufe e chiedono a gran voce che si prenda in considerazione il loro scontento.

Per ciò che riguarda gli autori della “goliardata”, il loro comportamento sessista e offensivo rispecchia quanto possiamo leggere sulle giovani generazioni di maschi: qualche anno fa il Telegraph ci raccontava che i cosiddetti “millennials” si dimostrano più ancorati ai vecchi stereotipi di genere degli uomini più anziani – e questo a dispetto della loro personale convinzione di essere sostenitori dei diritti delle donne – mentre Repubblica l’anno scorso titolava: “Giovani e sessisti. Tra gli under 26 ancora troppi luoghi comuni negativi sulle donne“; inoltre, un paio d’anni fa esplodeva lo scandalo delle chat maschili dedicate al vilipendio di giovani donne caratterizzate da una smaccata violenza verbale a sfondo sessuale; allora colsi l’occasione per commentare un articolo che minimizzava e si impegnava a smorzare l’indignazione collettiva con tanto di parere illustre, sollevando le medesime obiezioni che si sono sollevate sulla mia pagina facebook a proposito del caso del Liceo Carducci di Bolzano:

Suvvia, che discriminazione e discriminazione! Sono le stesse ragazzate che affrontiamo da sempre, antiche quanto il genere umano; l’importante è non starci a rimuginare troppo e trovare la serenità per accettare quello che non può essere cambiato.

Poco tempo fa la piattaforma Netflix proponeva al pubblico “young adult” (e femminile) il medesimo consolatorio messaggio con il film Dumplin’, tradotto in italiano “Voglio una vita a forma di me”, che affronta il tema dei rigidi canoni estetici imposti alle donne trasformando la vecchia battaglia femminista contro i concorsi di bellezza in uno psicodramma familiare in cui – come sovente accade – alla radice della sofferenza della ragazza sovrappeso non c’è il bullismo o la stigmatizzazione che colpisce chiunque non sfoggi un adeguato thig gap (mentre come ogni anno la stampa ci informa che vanno forte come non mai gli uomini con la pancetta),

ma c’è il suo rapporto con la madre. Una madre single e lavoratrice, per giunta, ovvero l’essere umano più simile al maligno che questo “nuovo” millennio possa offrire, visto che la ritroviamo più o meno satanica in tutti i filmetti a tema analogo (ad esempio “Non è romantico?”, dove compare nell’incipit a minare irrimediabilmente l’autostima della paffuta bambina che diventerà poi la protagonista interpretata da Rebel Wilson, o nel dorama “Switched”, nel quale la madre dell’infelice Zenko gareggia in crudeltà col patrigno di David Copperfield).

Il messaggio (falso come una moneta da tre euro) veicolato da questi film è semplice: non sei discriminata per il tuo peso, tesoro, è solo che proietti al di fuori i problemi che hai con te stessa (e con tua madre, probabilmente).

La gente non ti odia perché sei brutta, ma ti evita perché è dentro che hai qualcosa che non va; se tu ti amassi e ti curassi un pochino potresti persino arrivare seconda al concorso di miss vattelappesca (arrivare prima, beh, c’è un limite anche alla sospensione dell’incredulità, non esageriamo, come miss ci mettiamo barbie majorette e alla cicciona un mazzo di fiori e tante lacrime di commozione). Dietro l’angolo, mia cara diversamente-magra, c’è un principe azzurro già innamorato di te e se non lo vedi è solo perché sei accecata da una propaganda squallida e demodé che ti ha convinta di vivere in un mondo in cui si viene giudicati in base all’aspetto fisico, soprattutto se hai la sventura di nascere femmina. Sono menzogne, probabilmente inventate da donne sole, infelici e decise a far fallire quell’industria del trucco e parrucco che dà lavoro a tante persone perbene, e portate avanti senza troppa convinzione e nessun argomento da ragazzotte troppo mascoline per indossare con disinvoltura una gonna a palloncino.

Quindi, cara la mia ragazza, metti da parte tutta la tua acredine nei confronti di chi si dedica ad esaltare la grazia e la bellezza femminili (che sono concetti del tutto innocui, funzionali solo a far divertire le ragazze con simpatici balletti e riunioni fra amiche), infila un abito di paillettes e scopri la “vera” te stessa, una vera te stessa con una messa in piega decente e possibilmente i tacchi alti: la vita ti sorriderà.

Temo che ci siano cattive notizie all’orizzonte per i creativi di Netflix e per i sostenitori della serenità necessaria ad accettare passivamente le classifiche di figaggine: sempre più giovani donne in giro sanno che mentite.

Loro sanno quanto questa roba può fare male.

Forse si ricordano del suicidio di Beatrice Inguì, perseguitata per il suo peso anche da morta, o forse basta loro sfogliare qualche profilo instagram, attraversare il corridoio della scuola, o soffermarsi un momentino sull’ultima pubblicità della Kia.

Sono ragazze intelligenti, consapevoli e battagliere, che covano ben altri sogni che sfilare in abito da sera, e non è facile gabbarle.

Vi confesso che sono terribilmente invidiosa. Non so cosa darei per poter vantare un’adolescenza così.

Quindi grazie, ragazze del Liceo Carducci di Bolzano: leggere di voi mi ha fatto sentire bene come non mi sentivo da settimane.

Grazie a voi sento di poter riacquistare la fiducia in un futuro migliore.

 

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Non importa se i tuoi figli ti amano o no, non è loro compito amare te

“Non importa se i tuoi figli ti amano o no, non è loro compito amare te, è compito tuo amare loro… è questa la tua missione!”

dal film Dove eravamo rimasti”, scritto da Diablo Cody

 

Discutevamo, più o meno un paio di settimane fa, dell’intensa opera di convincimento che il PASG (Parental Alienation Study Group) sta mettendo in atto oramai da tempo per indurre l’Organizzazione Mondiale della Sanità a citare – seppure non fra le malattie – l’espressione alienazione genitoriale, allo scopo di evitare che in futuro qualcuno possa contestare (come ancora, a volte, accade) che la PAS, a oggi, non ha un fondamento riconosciuto a livello scientifico.

Ciò di cui non abbiamo parlato, tuttavia, è il fatto che tale opera di convincimento non coinvolge soltanto le persone titolari di un bagaglio di competenze tale da rendere la loro opinione rilevante per l’OMS, ma – come era accaduto per l’assalto al DSM – assolda anche la soldataglia.

Come si può leggere dal profilo (pubblico) del Dottor Vittorio Vezzetti (se non sapete chi è, potete trovarlo fra gli intervistati della puntata “Dio patria famiglia” di Presa Diretta), “oltreoceano” chiedono all’Italia che più gente possibile si registri al sito dell’ICD per esprimersi a favore delle prese di posizione favorevoli ed esprimere disappunto nei confronti delle prese di posizione contrarie sul sito dell’ICD.

L’associazione Figli per sempre (fondata da Vezzetti) ha anche caricato in rete un manuale d’istruzioni a disposizione di chiunque voglia fare pressione affinché … beh, la ragione non è chiara, visto che, a quanto leggiamo, ogni decisione sarebbe già stata presa da chi di dovere.

Se assumiamo come vera l’affermazione del Vezzetti, ovvero che quando si tratta di pubblicare la classificazione ICD (International Classification of Diseases, ovvero la classificazione internazionale delle malattie e dei problemi correlati) è importante per l’OMS capire anche cosa ne pensa la “società fatta di non tecnici”, ci tengo ad esprimere qui la mia “non tecnica” idea sulla questione.

In primis, ci tengo che sappiate che mi terrorizza l’idea che chiunque possa esprimersi in un portale del genere e su un tema del genere con queste modalità.

E questo non perché io ritenga che un titolo di studio – o la mancanza di esso – oppure un’onorata carriera – o la sua assenza – siano di per sé effettiva e sufficiente garanzia di competenza e onestà intellettuale in questo come in altri casi, ma perché qui stiamo parlando di dettagliate istruzioni tecniche (ne traduco degli stralci: vai sul sito ICD-11 e registrati, cosa facile da fare. Chiunque può registrarsi e commentare; non è necessario essere un medico o un professionista della salute mentale… Sotto il titolo di “Index Terms”, si legge “Parental Alienation” con una piccola freccia che va a destra. Colpisci la freccia, che ti porta alla pagina Parental Alienation. Quindi, premi il pulsante in alto che dice Contributions e poi clicca su Proposals… dovresti vedere un lungo elenco di voci chiamate “Delete Entry Proposal” e “Add New Entry Proposal”. In fondo alla lista c’è il più importante “Content Enhancement Proposal”, con il nome di William Bernet e la data, 17 settembre 2017. Vai a quella pagina. Questo dovrebbe portarti alla pagina di Caregiver-Child Relationship Problem e Parental Alienation. Nella parte superiore di questa pagina c’è una descrizione di Parental Alienation. Per favore dì che ACCETTI con quella definizione. Puoi anche dire che ACCETTI i vari sinonimi in fondo alla pagina…) diffuse online che possono essere eseguite meccanicamente da persone qualsiasi, senza che vi sia modo di verificare che queste persone abbiano avuto il tempo o il modo di approfondire adeguatamente l’argomento.

In altri termini: ciò che io vedo, qui, è la possibilità di raggranellare una considerevole quantità galoppini, disposti a registrarsi e cliccare quello che gli viene chiesto di cliccare, e nessuno saprebbe mai se essi hanno davvero contezza di ciò con cui affermano di concordare o essere in disaccordo.

Leggete le istruzioni e ditemi se anche voi non provate la medesima sgradevole sensazione.

Nel frattempo, i contenuti a firma dei supporter dell’inclusione dell’alienazione genitoriale nell’ICD si fanno sempre più confuse.

Nel commentare una recente sentenza della Cassazione che ha annullato la decisione della Corte d’appello di Venezia di affidare in via esclusiva un tredicenne al padre, previo collocamento in una comunità o casa-famiglia, a seguito di una “diagnosi di sussistenza della PAS“, lo psicologo e psicoterapeuta Marco Pingitore afferma:

Il ragionamento della Corte è pianamente condivisibile.
E’ fondamentalmente errato parlare ancora di diagnosi di PAS e basare su questo concetto gardneriano le valutazioni peritali.
Non è possibile diagnosticare una sindrome di alienazione parentale…

Ancora molti CTU si esprimono in termini di diagnosi di PAS utilizzando i criteri di Gardner.
Niente di più fuorviante, così come la Cassazione giustamente afferma.

Peccato che nel 2015, lo stesso Marco Pingitore scriveva sulla rivista “Psicologia contemporanea”:

Il termine alienazione parentale praticamente descrive gli 8 criteri di Gardner definendoli come disturbo relazionale.

Le cose da allora evidentemente sono cambiate.

Accantonati quegli 8 criteri, su cosa si baserà chi è chiamato a decidere per parlare di alienazione genitoriale?

Nel caso volessimo scoprirlo dovremmo acquistare il recente e rivoluzionario volume che Pingitore pubblicizza.

Io non l’ho acquistato, ma ho scaricato le venti pagine gratuite che l’editore mette a disposizione dei curiosi (Pingitore non me ne voglia).

Di queste pagine, un paragrafo ha attirato la mia attenzione, quello che riguarda il rifiuto categorico da parte del figlio di uno dei due genitori. Secondo gli autori (Marco Pingitore e Alessia Mirabelli, pag.15)

Anche di fronte a comportamenti maltrattanti da parte dei genitori, sia in famiglie unite, sia in famiglie separate, non si rileva necessariamente il rifiuto netto del figlio nei loro confronti, semmai possono essere riscontrati sentimenti di sfiducia, di stigmatizzazione, d’impotenza, di vergogna e di colpa (Finkelhor e Browne, 1985). Nei bambini vittime di abusi sessuali, ad esempio, “appare anche ridotta la socialità con tendenza all’isolamento e scarse relazioni tra pari e sono consistenti i comportamenti instabili, i tentativi di fuga, la mancanza di fiducia negli adulti e una percezione di sé come diversi” (Malacrea, 1998). L’esperienza clinica insegna che i figli, anche innanzi a comportamenti maltrattanti e/o abusanti di uno o di entrambi i genitori, sono combattuti da sentimenti di ambivalenza. In alcuni casi, il bambino tende addirittura a proteggere l’aggressore, addossandosi la responsabilità di quanto avvenuto, mentre in altri può provare una forte rabbia rispetto alla situazione venutasi a creare. Il rifiuto categorico di avere qualsiasi contatto con uno dei due genitori sembra, invece, un fenomeno psicologico che si presenta solo all’interno di alcuni procedimenti di separazione e divorzio.

[N.B. la “mancanza di ambivalenza” era uno dei criteri elencati da Richard Alan Gardner, gli stessi criteri che l’autore di questo paragrafo ci esorta a non tenere in considerazione.]

Non si rileva necessariamente, sembra… espressioni che suggeriscono, senza offrirci esplicitamente alcun criterio di valutazione.

A quali conclusioni dovremmo giungere?

Il bambino maltrattato e/o sessualmente abusato può reagire col netto rifiuto della figura maltrattante, senza che si debba per forza di cose attribuire al genitore protettivo un ruolo attivo e determinante nell’ostacolare il rapporto fra i due?

Se mi dovessi basare su quanto Pingitore scrive nell’articolo pubblicato nel sito Psicologia Giuridica che ho citato pocanzi, ovvero

L’incapacità del genitore dominante non può e non deve corrispondere all’automatica capacità del genitore rifiutato

dovrei dedurre che la risposta è sì, visto che allude all’incapacità genitoriale del genitore rifiutato (ovvero alla sua inidoneità ad occuparsi dei figli, intesa come violazione dei doveri inerenti alla responsabilità genitoriale o all’abuso dei relativi poteri con grave pregiudizio degli stessi), cioè può accadere che un bambino maltrattato e/o abusato sessualmente reagisca con un netto rifiuto (come d’altronde sostengono con forza anche i firmatari del Memo of concern inviato all’OMS: Child resistance to contact and child harm are better explained by factors other than those proposed by parental alienation theory).

Tuttavia, a leggere l’introduzione al libro del Professor Guglielmo Gulotta, mi sorgono dei dubbi su questa mia interpretazione, visto che leggo

…questo fenomeno (l’alienazione genitoriale)… consiste nell’ingiustificato comportamento – più o meno esplicito – del genitore presso il quale il figlio dimora che ostacola, in modo più o meno consapevole, l’esercizio della bigenitorialità da parte dell’altro genitore…

Se è possibile che il genitore rifiutato possa rivelarsi “incapace”, allora non è più possibile parlare di comportamento ostativo ingiustificato, visto che l’inadeguatezza è una  comprensibile nonché giustificabile motivazione a monte di un comportamento protettivo nei confronti di un bambino costretto a trascorrere del tempo con quel genitore.

A mio modesto parere, ovviamente.

Insomma, più che “complesso”, il concetto di alienazione genitoriale mi appare nebuloso e contraddittorio.

Nel frattempo, sempre più donne si fanno avanti per denunciare di essere state ingiustamente definite “madri alienanti”da tribunali restii a riconoscere un contesto di violenza domestica; una di loro, della quale avevo scritto tempo addietro, ha scatenato una campagna mediatica allo scopo di attirare l’attenzione della stampa.

C’è molto di più a supporto della citazione della violenza intrafamiliare come problema relazionale genitore-bambino, piuttosto che un concetto come l’alienazione genitoriale, affermano i firmatari del documento inviato all’OMS.

E non credo che una questione di tale portata possa risolversi a colpi di click sul sito dell’ICD, come in un contest su un social qualsiasi.

 

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