Ancora mi sollevo

Puoi svalutarmi nella storia
Con le tue amare, contorte bugie,
Puoi calpestarmi nella più fonda sporcizia
Ma ancora, come la polvere, mi solleverò

La mia sfacciataggine ti infastidisce?
Perché sei così oscurato dalla malinconia?
Perché io cammino come se avessi pozzi di petrolio
Che sgorgano nel mio soggiorno.

Proprio come le lune e i soli,
Con la certezza delle maree,
Proprio come le speranze che si librano alte,
Ancora mi solleverò.

Volevi vedermi distrutta?
Testa china ed occhi bassi?
Spalle che cadono come lacrime,
Indebolita dai miei pianti di dolore.

La mia superbia ti offende?
Non prenderla troppo male
Perché io rido come se avessi miniere d’oro
Scavate nel mio giardino

Puoi spararmi con le tue parole,
Puoi tagliarmi coi tuoi occhi,
Puoi uccidermi con il tuo odio,
Ma ancora, come l’aria, mi solleverò.

La mia sensualità ti disturba?
Ti giunge come una sorpresa
Che io balli come se avessi diamanti
Al congiungersi delle mie cosce?

Fuori dalle capanne della vergogna della storia
Io mi sollevo
sopra un passato che ha radici nel dolore
Io mi sollevo
Sono un oceano nero, agitato e vasto,
Sgorgando e gonfiandomi io genero la marea.
Lasciando alle spalle notti di terrore e paura
Io mi sollevo
In un nuovo giorno che è meravigliosamente limpido
Io mi sollevo
Portando i doni che i miei antenati hanno dato,
Io sono il sogno e la speranza dello schiavo.
Io mi sollevo
Io mi sollevo
Io mi sollevo

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Adelina

Ho incontrato Adelina una sola volta, nell’ottobre del 2015. Era fra i relatori di un convegno organizzato ad Assisi dall’Associazione Federico nel Cuore, che fra i vari temi affrontava anche quello della prostituzione inserendolo nel contesto più vasto della violenza contro donne e bambini.

In quella occasione Adelina si presentava al pubblico come “sopravvissuta alla prostituzione”. Non “sopravvissuta al traffico di esseri umani”, né “ex prostituta”, ma “sopravvissuta alla prostituzione”. Una scelta, la sua, per nulla casuale.

La vicenda di Adelina, grazie agli articoli di cronaca che hanno narrato del suo suicidio, ormai la conosciamo tutti: rapita, violentata, venduta, prostituita sulla strade italiane per quattro interminabili anni, Adelina ha trovato la forza di fare quello che in poche hanno il coraggio di fare, ovvero denunciare e far condannare i suoi aguzzini.

O meglio, basandoci sul lavoro di informazione sul fenomeno della prostituzione di strada che ha cercato di portare avanti dopo la sua liberazione, dovremmo dire che è riuscita a far condannare una parte dei suoi aguzzini.

Perché – possiamo essere d’accordo con lei o non esserlo (per quanto non esserlo suoni ridicolo alla luce delle immagini che Adelina aveva fornito a riprova della sua tesi) – per Adelina c’erano dei complici del traffico di donne e del loro sfruttamento sessuale che in Italia rimangono impuniti a causa di un vuoto legislativo: i clienti.

Adelina era stata una vittima del crimine organizzato e di una società patriarcale così abituata a considerare la donna un oggetto di consumo da essere diventata sorda alle richieste di aiuto. Quindi era diventata un’attivista, decisa a fare la differenza per tutte quelle donne intrappolate in un’industria disumana che chi avrebbe il potere di intervenire tratta come un mero problema di decoro urbano.

Adelina credeva che lo strumento migliore nella lotta al traffico di donne finalizzato allo sfruttamento sessuale fosse la criminalizzazione del cliente.

Ci credeva non perché negasse l’esistenza di donne che scelgono la prostituzione al di fuori del sistema coercitivo della tratta, ma perché, alla luce della sua esperienza e quella di tante donne che aveva incontrato nel suo percorso di emancipazione dalla schiavitù, era profondamente offesa dall’impunità di tutti quei clienti che, consapevoli o indifferenti al pericolo di farlo, alimentano ogni notte il mercato di carne umana.

Come biasimarla?

Se ci fermassimo a leggere la prima parte della storia di Adelina, l’eroismo con cui si è rivoltata contro i suoi aguzzini, la sua devozione nei confronti di quelle forze dell’ordine che l’avevano coivolta prima e coaudiuvata poi nella lotta agli sfruttatori, l’impegno profuso nel sensibilizzare la collettività sulla riduzione in schiavitù di tante donne e bambine – saremmo portati a credere che una donna del genere, una donna capace di mettere a rischio la sua incolumità per agire contro il crimine organizzato, debba essersi guadagnata la stima e la riconoscenza delle istituzioni.

La morte di Adelina, invece, ci pone di fronte ad una cruda realtà: a dispetto dell’impegno di tante persone, che fino alla fine hanno perorato la causa di Adelina affinché coronasse il suo sogno di essere riconosciuta una cittadina a tutti gli effetti, l’ultimo atto dello Stato con il suo nome sopra è stato un foglio di via.

Un foglio di via, un provvedimento destinato a “soggetti pericolosi”.

Per chi costituiva un pericolo Adelina? Oltre che per i trafficanti di esseri umani e per la coscienza di chi li foraggia uscendo in cerca di sesso a pagamento, intendo.

“Questo non è un caso che riguarda solo Adelina, questo caso è un simbolo – diceva Myrta Merlino in una puntata di di l’Aria che tira in onda su La7 nel 2018 se le persone come Adelina questo paese le lascia sole, chi farà le denunce nel futuro, chi farà arrestare i malviventi?

Con grande amarezza torniamo all’8 marzo del 2019: il Presidente Mattarella dedicava la Giornata Internazionale della Donna al tema “Mai più schiave”, con tanto di interviste alle vittime della tratta e consegna di premi agli studenti vincitori del concorso nazionale dal titolo “Mai più schiave” promosso dal Ministero dell’Istruzione. Quel Mattarella è lo stesso Mattarella cui Adelina si era rivolta in cerca di aiuto, lo stesso Mattarella che ha costantemente ignorato gli appelli a fare qualcosa di concreto per Adelina, lo stesso Mattarella che, in quanto Presidente della Repubblica, aveva il potere di concederle la cittadinanza italiana per meriti speciali, che l’art.9 della legge 5 febbraio 1992, n. 91 riserva agli stranieri che abbiano reso eminenti servizi all’Italia.

Cosa c’è di più “eminente” di quello che ha fatto Adelina per questo paese?

Le circostanze della tragica morte di Adelina lanciano un messaggio più potente di qualsiasi verbosa manifestazione pubblica, più “educativo” di qualsiasi concorso nelle scuole, un messaggio feroce rivolto a tutte le vittime del traffico di esseri umani che sognano di liberarsi e liberare le donne dal giogo della schiavitù: se vi ribellate sarete usate e abbandonate dallo Stato proprio come siete state usate e abbandonate al vostro destino dagli uomini che vi approcciano per la strada.

Il suicidio di Adelina ha sollevato l’indignazione collettiva. In molti chiedono che si apra un procedimento affinché si indaghi sull’operato dell’Ufficio immigrazione di Pavia, che aveva imposto ad Adelina la cittadinanza albanese, sui vari uffici in giro per l’Italia che, permesso di soggiorno dopo permesso di soggiorno, si sono palleggiati la sua pratica come personaggi di un racconto di Kafka, e soprattutto sul comportamento delle autorità intervenute nelle ore subito prima della morte, che la stessa Adelina in un ultimo video di denuncia ha accusato di abusi e violenze.

L’auspicio è che la tragica morte di Adelina, che molte attiviste per i diritti delle donne in questi giorni non esitano a definire un femminicidio più che un suicidio, attiri l’attenzione sulle misure che il nostro paese prevede per contrastare il traffico di esseri umani e a supporto delle vittime di tratta.

Sapete a quanto ammonta la somma prevista per indannizzare una vittima di tratta? 1.500 euro, nei limiti della disponibilità del Fondo per le misure anti-tratta, leggo sul sito della Camera dei deputati.

E’ offensivo scrivere “indennizzo” accanto ad una somma del genere, soprattutto per il significato della parola “indennizzo”, scelta da chi, evidentemente, non ha alcuna contezza dell’entità del trauma che un’esperienza come quella che ha vissuto Adelina lascia nel corpo e nello spirito di una donna, né alcuna contezza di cosa sia lecito e non lecito, perché la tratta di certo non lo è.

1.500 euro. Sarebbe offensivo anche chiamarlo risarcimento.

fonte

“Io lo so che morirò di cancro, lo che non avrò lunga vita… ma almeno altre Adeline avranno quello che non ho avuto io”, dice Adelina nel suo ultimo video-messaggio. Adelina, nella sua vita in Italia dopo l’inferno della prostituzione, lavorava alcremente per costruire una società nella quale nessuna altra donna debba subire gli abusi che lei aveva patito. Aveva scritto dei libri, aveva lavorato alla radio, aveva prodotto delle video inchieste, era attiva sui social, partecipava ad eventi. Adelina era a tutti gli effetti un’attivista in contatto costante con molte realtà in lotta per i diritti umani. Persino del suo suicidio ha voluto fare un atto di protesta, consapevole del fatto che il dolore e la rabbia di fronte ad una sorte tanto ingiusta possono trasformarsi, di fronte all’evidenza di un’indagine che inchiodi i responsabili, in ferrea volontà nel cambiare le cose.

Per questo motivo, oggi, molte delle sue compagne di lotta storcono il naso di fronte alla decisione dell’organizzazione Non Una Di Meno di proporsi ai media mainstream come portavoce ufficiale della battaglia per ottenere giustizia a nome di Adelina. Non è un segreto per nessuna che si interessi a certe tematiche che NUDM non condivida la strategia che Adelina proponeva per il contrasto alla prostituzione, tanto che nel 2017 proprio un suo intervento provocò una scissione insanabile fra le partecipanti all’assemblea nazionale che si svolse a Roma. La decisione di NUDM all’epoca fu draconiana: seppure inizialmente era stata invitata a parlare, successivamente l’intervento di Adelina non venne reso pubblico insieme agli altri, perché giudicato “violento” e “censorio”. La decisione di escludere Adelina pose la proverbiale pietra sopra la possibilità di aprire un dibattito fra le due diverse fazioni, e da allora l’idea di un confronto costruttivo non si è mai più ripresentata.

Adelina, non ci sono dubbi in proposito, era un’abolizionista.

Se credo che tutte, abolizioniste e regolamentiste, oggi, possiamo sentirci idealmente riunite nel dolore per la sua morte, coloro che a quel tempo non la vollero al loro fianco, rifiutando senza possibilità di appello le istanze di cui si era fatta portavoce, dovrebbero fare un passo indietro per lasciare spazio a chi non è mosso solo dalla pietà nei confronti di una vittima di malagiustizia, ma che con Adelina condivideva un progetto di lotta femminista fondato su un’analisi del fenomeno e una visione del futuro che non prevede la legalizzazione dello sfruttamento della prostituzione.

Sarebbe rispettoso che venisse ricordata con le sue parole e non con una slogan che – lo aveva detto chiaramente – non le piaceva affatto.

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Qualcosa di impopolare e provocatorio

fonte: Repubblica

Di fronte agli enormi cambiamenti degli ultimi secoli, viene da chiedersi come mai non si sia più avanti in questa direzione. Nel nostro paese da un bel po’ di tempo nessuno può essere deprivato dei fondamentali diritti umani, eppure ancora esistono soggetti costretti ai lavori forzati, sfruttati, disumanizzati. Rischio di dire una cosa impopolare, lo so, ma vale la pensa di chiedersi se ci siano differenze strutturali che rendono per queste persone più difficile emanciparsi dalla schiavitù. E’ possibile che essi, in media, manchino di quella aggressività, spavalderia e sicurezza di sé che servono a liberarsi?

(Mi sembra che come analogia funzioni. Oppure no?)

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L’esasperante comportamento di Barbara Palombelli

Negli ultimi sette giorni sette donne sono state uccise: Giuseppina Di Luca, Alessandra Zorzin, Sonia Lattari, Rita Amenze, Angelica Salis, Ada Rotini, Chiara Ugolini.

I presunti assassini (che sono presunti fintanto che una sentenza non è passata in giudicato, a prescindere dalla confessione o dal fatto che sono stati catturati coperti dai graffi che la vittima gli ha inflitto mentre tentava disperatamente di difendersi) sono tutti uomini: Paolo Vecchia, ex marito reo confesso, Marco Turrin, omicida suicida, Giuseppe Servidio, che ha confessato “di aver perso la testa” ma era già conosciuto dalle forze dell’ordine per aver picchiato la moglie in passato, Pierangelo Pellizzari, che era stato denunciato dalla sua vittima il giorno prima dell’omicidio, Antonio Randaccio, marito reo confesso, Filippo Asero, che dopo aver massacrato la moglie con 40 coltellate ha tentato il suicidio ma è sopravvissuto, ed Emanuele Impellizzeri, che pare avesse gridato alla sua vittima che gliel’avrebbe fatta pagare.

Un dettaglio curioso, questa uniformità nel sesso di vittime e carnefici, un dettaglio che si riscontra in certe specifiche tipologie di delitto violento, come abbiamo visto tempo fa andando ad analizzare i dati sulla criminalità: gli omicidi compiuti da parenti e affini o i reati a sfondo sessuale, ad esempio.

Un dettaglio che dovrebbe suscitare delle riflessioni, e magari condurci a prendere in considerazione che vi sia un qualche legame fra questo fenomeno e quello della discriminazione delle donne.

Invece Barbara Palombelli (il cui programma Forum è aspramente criticato da tempo a causa della sua pervicacia nel fomentare la colpevolizzazione della vittima) sceglie di commentare così questa serrata successione di delitti:

Negli ultimi sette giorni ci sono state sette donne uccise presumibilmente da sette uomini. A volte è lecito anche domandarsi se questi uomini erano completamente fuori di testa, completamente obnubilati oppure c’è stato anche un comportamento esasperante e aggressivo anche dall’altra parte? È una domanda che dobbiamo farci per forza, soprattutto in questa sede, in tribunale bisogna esaminare tutte le ipotesi.

Dice di voler esaminare tutte le ipotesi, Barbara Palombelli, ma ne cita soltanto tre:

  1. che gli assassini fossero “fuori di testa” – un chiaro riferimento all’infermità mentale, nonostante chi è del mestiere abbia dichiarato a mezzo stampa più e più volte che di solito la follia, con questo tipo di delitti, c’entra come i cavoli a merenda;
  2. che le vittime avessero tenuto nei confronti del reo un “comportamento esasperante” – un maldestro e, permettetemi, ignorante riferimento all’attenuante della provocazione;
  3. che le vittime possano essere ritenute responsabili di comportamento aggressivo – paventando la legittima difesa.

Che gli assassini possano essere dei freddi e spietati killer mossi da futili e ingiustificabili motivi non rientra fra le sue ipotesi: ecco perché la domanda è inaccettabilmente tendenziosa e misogina, per non parlare di quanto sia irrispettosa nei confronti delle donne morte, che non hanno la possibilità di replicare alla pubblica accusa di essersela andata a cercare.

Il pubblico, come è già è accaduto in passato, si scaglia contro Forum e Palombelli. Giulia, una associazione di donne giornaliste, doverosamente presenta un esposto all’ordine professionale.

Palombelli, come al solito, fa orecchie da mercante, e risponde alle critiche così:

La violenza familiare, il crescendo di aggressività che prende il posto dell’amore, l’incomprensione che acceca e rende assassini richiedono indagini accurate e ci pongono di fronte a tanti interrogativi Quando un uomo o una donna (ieri a Forum era la protagonista donna ad esercitare violenza sul coniuge) non controllano la rabbia dobbiamo interrogarci. Stabilire ruoli ed emettere condanne senza conoscere i fatti si può fare nei comizi o sulle pagine dei social, non in tribunale. E anche in un’aula televisiva si ha il dovere di guardare la realtà da tutte le angolazioni.

Quando un uomo o una donna è un’espressione particolarmente irritante, perché sembra rispettosa, mentre è soltanto un patetico tentativo di suggerire un’equivalenza che nei fatti non esiste: quando una donna? Quando Palombelli si è imbattutta in sette presunte assassine in sette giorni?

Palombelli, nella sua “aula televisiva” osserva i femminicidi da una sola angolazione: quella più comoda ad occultare il fenomeno della violenza contro le donne.

Per chi è interessato a rispondere, l’indirizzo cui rivolgersi è forum@mediaset.it.

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Cruella

Siamo oneste: se ognuno di noi conosce almeno un bambino/una bambina che ha chiamato Pongo o Peggy il suo cucciolo di dalmata, non c’è una creatura al mondo che abbia mugolato, in un momento qualsiasi della sua vita, “vorrei tanto un vestito da Anita per Carnevale!”

E’ vero, Crudelia Demon è brutta, egoista e vuole scuoiare dei dolcissimi cuccioli per farne una pelliccia maculata: difficile farsi venire in mente un’idea più raccappricciante. Eppure, noi che siamo cresciute con i film del vecchio Walt, dobbiamo ammettere che il confronto, nella pellicola del 1961, lo vince lei e a mani basse, sin dalla prima, meravigliosa battuta:

“Come stai?” le chiede quella figurina insipida che è Anita, e lei risponde: “miseramente cara, come al solito, superbamente a pezzi”.

Io l’ho amata subito, senza sapermene spiegare il perché.

Crudelia non ha un marito, o forse ce l’ha, ma di certo non se ne cura; se ne va in giro con la sua macchina (che ovviamente guida come una pazza, perché “donna al volante, pericolo costante”), ha degli scagnozzi al suo servizio, una casa in campagna tutta sua… Una volta letto il Malleus Maleficarum diventa chiaro che la sua ossessione per il massacro dei 101 è solo una proiezione del misogino Walt mirata a scoraggiare nelle giovani donne il desiderio di emanciparsi dal femminile alla Norman Rockwell:

Nessuna donna è Anita, tutte siamo Crudelia Demon, troppo sgraziate, troppo egocentrice, prepotenti, dispotiche, troppo isteriche per questo orrido mondo di maschi.

La Disney, che da tempo ha capito che la seconda ondata femminista ha reso necessario un restyling delle principesse classiche tipo Biancaneve o Cenerentola per riappacificarsi con le nuove mamme, ha deciso di regalarci una nuova Crudelia, che ovviamente è molto bella.

Ma soprattutto ci ha regalato una nuova super-super cattiva da odiare, che non si limita a uccidere cuccioli, stavolta ammazza i bambini.

Non so voi, ma io mentre guardavo Emma Stone con addosso l’iconica parrucca bicolore, potevo sentire il fantasma di Walt che mi sussurrava nelle orecchie: “Ti piaceva Crudelia? Avevi ragione, lei non è davvero, davvero cattiva! Ha avuto solo una madre veramente cattiva!”.

Tutti sanno che Walt odiava le mamme: quelle che non sono morte o scomparse anzitempo sono inutili allo sviluppo dell’eroe (come la mamma del Re Leone o la madre di Mulan) oppure sono soppiantate da delle matrigne odiose; posso consigliarvi Eighty-six the mother: Murder, Matricide, and Good Mothers di Lynda Haas per approfondire.

Vorrei rispondere a Walt Disney che io non ci casco: mi tengo la mia vecchia Crudelia, alla quale debbo l’incauto acquisto di un lungo, nero e lucido bocchino da sigaretta. Io l’ho sempre saputo che lei non è davvero cattiva, così come non lo sono io e non lo è mai stata nessuna delle streghe accusate di fare sesso col demonio o sacrificare innocenti creature.

Come diceva un altro cartone animato molto saggio: siete voi che ci disegnate così.

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Madri in Rivolta

Ricevo e pubblico:

Dal 5 al 17 luglio Madri in Rivolta in presidio davanti alle Prefetture in decine di città italiane

Madri in Rivolta, rete di collettivi, comitati e associazioni attive in tutto il territorio nazionale, da
lunedì 5 a sabato 17 luglio è in presidio davanti alle Prefetture di tutta Italia per dire no ai prelevamenti forzati di minori ed alle imposizioni violente sulla vita di donne e bambine prodotte dall’applicazione della legge 54/2006, e per consegnare un Appello rivolto al Presidente del Consiglio ed ai Ministri dell’Interno, della Giustizia, del Sociale.

Queste le motivazioni delle organizzatrici: “Abbiamo scelto questa modalità di attivazione e di protesta per rivolgere un monito forte al Governo, che deve rendersi parte responsabile nel fermare l’orrore di allontanamenti coatti di bambini amati, curati, che desiderano soltanto restare a casa loro, dalle loro madri protettive ed adeguate.

Chiediamo in particolare alla ministra dell’Interno che verifichi la legittimità dell’operato delle FFOO, che conducono in modo anche violento gli allontanamenti coatti in assenza di qualsiasi rischio per il benessere e la sicurezza die minori, anzi ledendo quel benessere e quella sicurezza che dovrebbero essere il ‘supremo interesse’ dell’azione collettiva.

Individuiamo infatti nella legge 54 del 2006, in particolare il primo comma del primo articolo, su bigenitorialità e affido condiviso, la causa della reintroduzione e legittimazione del principio patriarcale della Patria Potestà, cioè del potere potestativo genitoriale, rendendo un diritto (o maggiore interesse astratto e a priori) l’accesso a quelle che sono relazioni naturali dei bambini con i genitori e le famiglie di origine e per antonomasia libere, ma che paradossalmente viene perseguito anche contro la loro volontà attraverso l’uso della forza pubblica”.

Il primo presidio si è tenuto a Venezia, seguito da quelli a Pisa e Firenze. Venerdì 9 luglio in programma Reggio Emilia, lunedì 12 luglio sarà la volta di Roma, martedì 13 Napoli, giovedì 15 Bologna. L’elenco è in aggiornamento: a queste potrebbero aggiungersi altre città.


Info aggiornate su luoghi e orari: madriinrivolta@gmail.com
Pagina Facebook: Collettivo Donne Incuranti

Le organizzatrici:
Collettivo Donne In-Curanti
MaternaMente
MovimentiAMOci Vicenza
Comitato Madri Unite

Non chiedetemi ulteriori informazioni in merito a questa iniziativa, perché non ne ho. D’altronde sono già elencati in calce i recapiti utili a reperirne.

A prescindere dai dettagli, trovo sia importante che le donne rivittimizzate da un sistema giudiziario viziato da radicati pregiudizi nei confronti del genere femminile, ammantati di finto progressismo e supportati da costrutti pseudoscientifici, abbiano trovato il modo di unirsi e lottare insieme per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica in difesa non solo dei propri interessi, ma anche di quelli dei bambini.

L’unione fra donne è l’unica vera arma contro discriminazione e violenza.

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Delusioni

Qualche giorno fa ho condiviso un articolo che avevo trovato interessante.

Non è la prima volta che tratto la discriminazione di genere nello sport, né tantomeno la prima volta che condivido articoli che trattano dell’intersessualità o della transessualità, sebbene da un po’ di tempo i toni che contraddistinguono la trattazione di queste tematiche me li rendano invisi. Per quanto sia convinta che la pretesa di neutralità sia una strategia troppo spesso motivata dalla vigliaccheria, i toni da tifoseria non sono mai stati nelle mie corde (o almeno è così che percepisco me stessa, se mi concedete una boutade), per non parlare del fatto che trovo i testi fondanti della cosiddetta queer theory particolarmente ostici rispetto ad altre letture; mi trovo costretta ad ammettere che ancora devo farmi un’idea abbastanza precisa e non mi sento così sicura da mettere nero su bianco le mie riflessioni.

Comunque, ho condiviso questo articolo, principalmente perché mi sembrava un interessante approfondimento dopo un post sul tema che avevo scritto un anno fa, nonché un tema di enorme attualità, se ancora oggi dobbiamo leggere di una donna cacciata in malomodo da una manifestazione sportiva perché donna.

La reazione su facebook mi ha enormemente sconvolta.

Le accuse mosse sono state pesanti, sono volate parole grosse, come “tradimento” e “propaganda”, e particolarmente dolorosa – sono onesta – è stata l’accusa di ricevere fantomatici compensi allo scopo di orientare l’opinione pubblica in una direzione piuttosto che in un’altra.

L’accusa di strumentalizzare le vicissitudini di soggetti vulnerabili per raggiungere obiettivi abietti non mi è nuova, anzi: questo piccolo scontro sui social mi ha riportato ad un periodo in cui in seno alle compagnie femministe che bazzicavo si respirava un’aria molto, molto pesante, condita da attacchi personali forse ancora più violenti di questi. Gli argomenti su cui si dibatteva erano altri, ma le accuse erano le stesse, ad esempio agire non perché si condividono sinceramente idee o battaglie, ma allo scopo meschino di ottenere una gratificazione personale.

Lo scrivo oggi, di nuovo, come lo scrissi allora: per quanto un argomento possa coinvolgerci emotivamente, questo rimane un modo scorretto di confrontarsi. Lo tollero dalla mia piccola crew di troll, perché un blog senza affettuosi detrattori che discettano puntuali ad ogni post dei disturbi emotivi e delle tue carenze intellettuali del blogger in carica non credo neanche si possa definire un vero blog, ma nel contesto dell’attivismo per i diritti umani, quando rimane l’unico argomento, diventa difficile da digerire.

Sono stata molto fiera dei miei lettori in passato: mi avete offerto spunti, consigliato letture, messo in difficoltà con discussioni dense di contenuti.

Oggi sono delusa.

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Colpevole in quanto donna

Stamattina mi sono svegliata con una buona notizia: la CEDU, Corte Europea per i Diritti dell’Uomo, ha condannato l’Italia in relazione al caso di “stupro della Fortezza dal Basso“, per aver violato l’art.8 Convenzione europea dei diritti umani, che prevede il diritto al rispetto della vita privata e familiare: La Corte ritiene che i diritti e gli interessi della ricorrente derivanti dall’art. 8 non sono stati adeguatamente tutelati in considerazione del contenuto della sentenza della Corte d’Appello di Firenzeriporta il sito dell’Associazione Nazionale D.i.Re “Donne in Rete contro la violenza”Ne consegue che le autorità nazionali non hanno tutelato la ricorrente dalla vittimizzazione secondaria durante tutto il procedimento, di cui la redazione della sentenza è parte integrante.

Un eccellente risultato, del quale dovrei essere più che lieta, se non fosse che neanche 15 giorni fa la stessa Corte si è espressa contro un’altra donna, che denunciava la violazione di un altro articolo della Convenzione, la cui osservanza è venuta meno per le stesse identiche ragioni: una cultura carica di stereotipi e pregiudizi che impedisce alle nostre istituzioni di affrontare con imparzialità qualsivoglia caso che coinvolga una donna nelle vesti di accusatrice di uno o più uomini che commettono violenza.

Il caso di Antonella Penati è così semplice che le giustificazioni addotte dagli attori coinvolti e riportate nella sentenza assumono i toni grotteschi del balbettio del bambino colto in flagrante per non aver fatto i compiti.

L’evidenza della colpa di tutte le persone coinvolte nel caso, dalla prima all’ultima, sta nelle 17 denunce che la ricorrente ha presentato a chi di dovere, tutte documentate e tutte riportanti l’evidenza della pericolosità dell’assassino: ci sono i messaggi ingiuriosi e le minacce, tutt’altro che velate, ci sono le lesioni subite dalla ricorrente, refertate, ci sono i precedenti, anch’essi noti a chi di dovere, c’è l’attestazione del comportamento della piccola vittima, terrorizzata all’idea di incontrare il suo aguzzino; l’unica cosa della quale si può lamentare la mancanza è un’attestazione giurata nella quale l’assassino indichi con chiarezza la data e le modalità del crimine che intendeva commettere, perché, a quanto si evince dal surreale succedersi degli eventi, soltanto un atto formale avrebbe potuto convincere il Tribunale e i servizi sociali che non avevano a che fare con una donna affetta da nevrosi isterica (così è stata descritta nell’ordinanza che affidava Federico ai servizi di assistenza pubblica del Comune di San Donato Milanese, in altri termini nient’altro che una mitomane che millantava pericoli inesistenti), ma con una madre angosciata e impotente che tentava in tutti i modi di tutelarsi e tutelare suo figlio da un uomo violento, e continuava a rimbalzare contro un muro di indifferenza (testimonia l’avvocato di Antonella Penati che una delle imputate, la psicologa assegnata al caso, aveva regito ad un suo tentativo di aprire un canale di comunicazione lamentandosi che Penati la “molestava” e che aveva altro oltre a questo caso sulla sua scrivania).

Ma soprattutto, c’è l’ampiezza dell’arco temporale nel quale si sono consumati i fatti: parliamo di 4 anni, dalla prima denuncia del 2005 fino all’infanticidio, consumatosi nel febbraio del 2009, 4 anni nel corso dei quali nessuno si è premurato di verificare che quanto Antonella Penati andava raccontando alle forze dell’ordine, ai magistrati, ad avvocati, psicologi, insegnanti ed educatori non era il frutto di una mente alterata, egocentrica e incline all’esagerazione, ma la pura e semplice verità.

Vogliono darci ad intendere che il feroce assassinio di Federico Barakat sia stato un imprevedibile coup de théâtre che nessuno, a meno che non si fosse dotato della proverbiale palla di cristallo, avrebbe potuto prevedere. Dalle carte emerge invece la storia di una tragedia annunciata, nella quale ad Antonella Penati tocca l’ingrato ruolo di Cassandra.

Crudele l’appunto del governo italiano che, nelle osservazioni in sua difesa, ha avuto il coraggio di contestare ad Antonella Penati che a sbagliare è stata lei – in quegli anni in cui subiva minacce di morte da una parte e accuse di isteria dall’altra – non avendo avuto l’accortezza di chiedere nei suoi ricorsi al Tribunale dei Minori adeguate misure di sicurezza (la madre avrebbe potuto proporre un ricorso al tribunale minorile per chiedere la modifica delle condizioni o addirittura l’esclusione del diritto di visita e altre misure di protezione, leggiamo nella sentenza), come se fosse un dovere del cittadino indicare alle autorità le opportune modalità di intervento in sua difesa e non un preciso onere dello Stato, nel momento in cui viene messo a conoscenza di fatti che suggeriscono un concreto pericolo, attivarsi per accertare la fondatezza della minaccia e predisporre un piano di protezione.

Il caso di Antonella Penati è così semplice che l’unico modo in cui la Corte ha potuto liquidarlo senza condannare l’Italia è stato rifiutandosi di entrare nel merito, sancendo che la ricorrente non aveva alcun diritto di adire alla CEDU.

Una beffa.

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Le vecchie favole

Le vecchie favole propongono donne miti, passive, inespresse, unicamente occupate della loro bellezza, decisamente inette e incapaci. Di contro le figure maschili sono attive, forti, coraggiose, leali, intelligenti. Oggi le favole non si raccontano quasi più ai bambini, che le hanno sostituite con la televisione e le storie inventate per loro, ma alcune tra le più note sono sopravvissute e tutti le conoscono.

Cappuccetto Rosso è la storia di una bambina al limite dell’insufficienza mentale che viene mandata in giro da una madre irresponsabile per cupi boschi infestati da lupi per portare alla nonna panierini colmi di ciambelle. Con simili presupposti, la sua fine non stupisce affatto. Ma tanta storditezza, che non sarebbe mai stata attribuita a un maschio, riposa sulla fiducia che si trova sempre nel posto giusto al momento giusto un cacciatore coraggioso e pieno di acume pronto a salvare dal lupo nonna e nipote.

Biancaneve è anche lei una stolida ochetta che accetta la prima mela che le viene offerta, per quanto sia stata severamente ammonita di non fidarsi di nessuno. Quando i sette nani accettano di ospitarla, i ruoli si ricompongono: loro andranno a lavorare, ma lei gli terrà la casa in ordine, rammenderà, scoperà, cucinerà e aspetterà il loro ritorno. Anche lei vive con la testa nel sacco, l’unica qualità che le si riconosce è la bellezza ma, visto che essere belli è un dono di natura nel quale la volontà di un individuo c’entra ben poco, anche questo non le fa molto onore. Riesce sempre a mettersi negli impicci, ma per tirarla fuori deve, come sempre, intervenire un uomo, il Principe Azzurro, che regolarmente la sposerà.

Cenerentola è il prototipo delle virtù domestiche, dell’umiltà, della pazienza, del servilismo, del “sottosviluppo della coscienza”, ma non è molto diversa dai tipi femminili descritti negli odierni libri di testo. Anche lei non muove un dito per uscire da una situazione intollerabile, ingoia umiliazioni e sopraffazioni, è priva di dignità e di coraggio. Anche lei accetta il salvataggio che le viene offerto da un uomo come unica risorsa, ma non è poi certo che costui la tratterà meglio di quanto sia stata trattata fino allora.

[…]

Le figure femminili delle favole appartengono a due categorie fondamentali: le buone e inette e le malvagie. E’ stato calcolato che nelle fiabe dei Grimm l’80% dei personaggi negativi siano femmine. Non esiste, per quanta cura si ponga nel cercarla, una figura femminile intelligente, coraggiosa, attiva, leale. Anche le fate benefiche non usano le proprie risorse personali, ma un magico potere che è stato loro conferito e che è positivo senza ragioni logiche, così come nelle streghe è malvagio. La figura femminile provvista di motivazioni umane, altruistiche, che sceglie lucidamente e con coraggio come comportarsi, manca del tutto.

La forza emotiva con cui i bambini si identificano in questi personaggi conferisce loro un grande potere di suggestione, che viene rafforzato dagli innumerevoli e concordi messaggi sociali. Se si trattasse di miti isolati sopravvissuti in una cultura che non li fa più suoi, la loro influenza sarebbe trascurabile, ma al contrario la cultura è permeata dagli stessi valori che queste storie contrabbandano, sia pure indeboliti e sfumati.

 Elena Gianini Belotti, Dalla parte delle bambine, Milano, Feltrinelli, 2000, pp.119-121

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Mostri mitologici: la mamma

Si avvicina la festa della mamma.

Per affrontare con spirito polemico questa ricorrenza, vorrei proporvi due spaccati dell’Italia che celebra questa controversa figura genitoriale: il primo è tratto dalla pagina umoristica “Sii come Bill”, che su facebook celebra la mamma con un’idea regalo, il secondo invece è un articolo di critica al duo comico di Pio e Amedeo pubblicato da Globalist.

Partiamo dalla tazza:

Billa-mamma è la tipica mamma delle pubblicità strappalacrime alla Procter & Gamble, la mamma che non dorme mai ma non è mai stanca, che ha sempre una torta nel forno e nonostante le torte ha sempre l’aspetto di una fotomodella – anche quando i suoi sei pargoli sono ormai all’università – che combatte i batteri del bucato e i bulli del quartiere con lo stesso piglio da Vedova Nera, che ti aiuta coi compiti, con gli allenamenti, i tornadi, il calcare nel bagno e non chiede mai neanche un grazie, perché è troppo buona e generosa e altruista e, come giustamente hanno rilevato i lettori della pagina, sti cazzi!

Perché se c’è una cosa che questo lockdown ha messo in evidenza, grazie alle statistiche sul lavoro domestico e di cura e le percentuali esorbitanti di donne che hanno perso il lavoro, è che questa storia della mamma-supereroina è solo un simpatico paravento piazzato lì a nascondere lo sfruttamento di una categoria che ne ha piene le tasche di essere presa per i fondelli dalle tazze encomiastiche.

Soprattutto perché la medesima mamma-sempre-presente/ingrediente-segreto-per-arrivare-alle-olimpiadi-e-scoprirti-campione, all’occorrenza diventa la mamma-troppo-presente, anche conosciuta come la causa ultima di tutte le sciagure di questo sventurato pianeta.

Arriviamo così all’articolo di Nicola Ferrara, nel quale leggiamo che se Pio e Amedeo hanno detto quello che hanno detto (non li ho visti, scusate, ma ultimamente sto seguendo una dieta povera di TV, è per il fegato), è colpa della mamma:

La mamma di Pio e Amedeo, fateci caso, non è solo iper-tutelante, è anche grassa. Non è un dettaglio da poco, tenetelo a mente. La mamma di Pio e Amedeo è grassa e pure sciatta, col suo grembiule unto di sugo. E’ grassa, sciatta e pure poraccia – visto che cresce i figli a frittata di cipolle invece che con l’uovo di Carlo Cracco – insomma, potremmo descriverla in due parole come la nemesi di Chiara Ferragni. Ma, soprattutto, se Pio e Amedeo sfoderano banalità sul “politicamente corretto” in prima serata, la colpa è senza dubbio sua, della mamma.

Vi chiederete: cos’è che differenzia la super-mamma-in servizio 27 ore su 24-perfetta-sotto ogni-aspetto-come-Mary Poppins dalla mamma-chioccia-che-rovina-i-suoi-figli?

E’ una questione di girovita? Di outfit? Di conto in banca? Di classe?

Visto che oggi è il 5 maggio, ai posteri l’ardua sentenza.

Sullo stesso argomento (più o meno):

Il potere generativo

Cherchez la mom

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