Gli stereotipi di genere non sono salutari

«Era la sua ironia, leggera. Me l’ha ricordata la canzone Giudizi universali di Samuele Bersani, che ha un linguaggio maschile: “Si può star bene senza complicare il pane”. Vedi? La praticità poetica di voi uomini».

Una metafora lavorativa, semplice: è più maschile?

«Sì, il pane è semplice, la ricetta non va complicata. Gli uomini usano metafore semplici, figurative. Una donna avrebbe detto “si può star bene senza abbandonarsi alle illusioni”. La stessa cosa, in maniera diversa».

(…)

Ha un’idea vintage di uomo. Oggi è d’obbligo la parità.

«A me piacciono gli uomini sicuri di essere uomini, che hanno quella cosa che ti fa sentire protetta. Anche la vostra ingenuità mi protegge, noi siamo più iene, voi a certi pensieri laterali non ci arrivate. è un bene, ci insegnate la leggerezza. Come nel testo di Emma Dante letto al concerto ieri: oltre le nuvole c’è il sole, ricorda il ragazzo. Non avete questa contorsione delle mestruazioni, che una volta al mese fanno girare gli ormoni. Voi sdrammatizzate in momenti in cui succederebbe l’inferno. Le dici ok, hai ragione, pensi che è scema tanto poi ci ripensa, poi la prendi a freddo».

(…)

«…è lo zio a Carlo, gli insegna a farsi la barba con la panna e la pipì in piedi. O masculo la fa in piedi. Non ce lo posso insegnare io. Cose da uomini».

Fonte: Carmen Consoli: «Le case chiuse vanno riaperte, l’ipocrisia non è mai salutare»

“Confusa e felice” cantava Carmen Consoli ai tempi del suo primo grande successo commerciale.

Sono passati più di 10 anni, ma la “cantantessa” è ancora confusa, e parecchio, anche.

Se, da una parte, Consoli sembra aver preso coscienza che i ruoli tradizionalmente affibbiati agli individui sulla base del loro sesso biologico siano non tanto una questione di “natura” maschile e femminile, quanto piuttosto la conseguenza della socializzazione Ma niente: la donna per cultura aspetta a casa l’uomo che va in guerra», afferma ad un certo punto), nel corso dell’intervista dimostra di essere al contempo fermamente convinta che comunque gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere.

Non solo, a causare quelle presunte differenze caratteriali che ci renderebbero “masculi e fimmine” sarebbero… le mestruazioni.

Le donne hanno bisogno di sentirsi protette, gli uomini forniscono protezione; le donne sono “iene”, gli uomini sono diretti e sinceri; le donne sono complicate, emotive, tendono a “drammatizzare”, gli uomini, invece, sono pragmatici, realistici: dipende dagli ormoni.

E invece no.

Questi sono beceri stereotipi di genere, inesatte generalizzazioni degli attributi maschili e femminili, e diffondere l’idea che possano avere un qualche fondamento nella chimica del corpo umano equivale a diffondere quell’ignoranza di cui Carmen Consoli si lamenta proprio nella medesima intervista: «Una volta gli ignoranti non fiatavano, oggi tutti sanno tutto, spiegano e non ascoltano. Tutti Wikipedia sono! Tutti specialisti!»

Anche gli studi di genere sono una specializzazione, cara Consoli. E tu non sei preparata, neanche un po’.

Neanche in storia.

Altrimenti sapresti che le “case chiuse” si chiamavano così per via dell’abitudine consolidata di tenere le finestre serrate, per impedirne la visione dall’esterno: cos’è questa, se non ipocrisia?

Inoltre: la diffusione delle malattie sessualmente trasmissibili si evita con una corretta educazione sessuale, non con la riapertura delle case di tolleranza. Anche perché l’argomento salute è stato già usato in passato per attaccare la legge Merlin ed i numeri non l’hanno supportato.

Nel 1955 la sifilide aveva però ripreso la sua ascesa: nel 1950 ci fu un aumento del 18 per cento sull’anno precedente, nel 1957 un altro lieve aumento, e nel 1958 la curva del grafico salì ancora più risolutamente: 19 per cento. Dal 1958 al 1960 la curva s’impennò addirittura; i casi di sifilide di nuovo contagio passarono da 3222 a 6404 con un aumento del 99 per cento. Nel 1961 ci furono ancora circa 8000 casi nuovi. Contemporaneamente il ministero dalla Difesa diffondeva i dati tra i militari di leva: negli ultimi quattro anni c’era stato un incremento dal 500 per cento.
Le date coincidevano: la legge Merlin aveva avuto l’effetto di minare la salute degli italiani. La riprova era offerta dal confronto con altri paesi: in Italia, su 100 mila abitanti, c’erano, nel 1961, 16 ammalati di sifilide contro i 7 degli Stati Uniti, i 5,5 della Francia e i 3 della Svizzera. Fu in questa atmosfera di psicosi collettiva che cominciò a prendere corpo il disegno di legge giunto in discussione la settimana scorsa in Parlamento. Ma il disegno di legge era ancora allo stato di abbozzo quando la situazione cominciò rapidamente a cambiare. Nel 1963 (quando L’Espresso pubblicò un’inchiesta sulla prostituzione in Italia) anche gli specialisti che si dicevano più seriamente allarmati non potevano fare a meno d’accennare a una caratteristica tipica della sifilide, cioè quella di essere soggetta a cicli ascendenti e discendenti, che si susseguono l’uno all’altro a intervalli variabili dai 5 ai 15 anni. Uno di questi cicli di diffusione della malattia era venuto a coincidere con l’abolizione delle case chiuse. L’entrata in vigore della legge Merlin aveva probabilmente contribuito ad aggravare il fenomeno, ma non era stata la sola a determinarlo.
In Italia le statistiche camminano con cronica lentezza, quasi come i disegni di legge. Soltanto venerdì 30 settembre, quando i nemici della Merlin avevano già l’impressione che la battaglia in Senato stesse prendendo una piega favorevole a un parziale ritorno all’antico, il ministero della Sanità ha rotto il silenzio: dal 1963 ad oggi [1965], esso ha dichiarato, c’è stata una continua diminuzione nel numero dei contagi da lue. Nel 1964, i nuovi ammalati di sifilide sono stati, in Italia, poco più di 9 per ogni 100 mila abitanti. È una cifra che deve far riflettere, ma non è tale da autorizzare lo stato di psicosi nazionale. Soprattutto, non è tale da offrire un solido aiuto a chi vorrebbe cancellare buona parte dei benefici effetti civili introdotti dalla legge Merlin in nome di una pur doverosa “caccia al microbo”.

Per approfondire:

Genderizzazione

Attenta Signora ai “padroni” e a tutti coloro che vivono di noi

 

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Il Callicebo e l’affido condiviso

Era il 2013, quando l’avvocato Simone Pillon (recentemente balzato agli onori della cronaca per la sua battaglia contro la stregoneria) e il dottor Vittorio Vezzetti promuovevano la riforma della legge 54/2006.

Domani saranno nuovamente a Roma col medesimo, ma con nuovi partner, sebbene definirli “nuovi” non sia del tutto corretto: l’impegno dell’Onorevole Bonafede a fianco delle associazioni di padri separati è tutt’altro che una novità, visto che, sempre nel 2013 aveva presentato un’interrogazione parlamentare parlando di residenze partagée paritaire, mentre la Senatrice Gallone fu la relatrice in Commissione Giustizia al Senato del disegno di legge 957, che 10 anni fa proponeva l’introduzione nel nostro ordinamento del termine Pas (sindrome da alienazione genitoriale). A proposito di alienazione genitoriale, la presenza del professor Camerini ci rassicura sul fatto che l’ex-sindrome sarà di sicuro uno degli temi della giornata.

Insomma, le cose non sembrano cambiate molto da allora, c’è persino un nuovo (si fa per dire) articolo del dottor Vezzetti, volto a promuovere “l’affido materialmente condiviso” come soluzione al problema della traumatica “perdita dei genitori” a causa del divorzio.

Secondo il dottor Vezzetti, che cita la Svezia come esempio virtuoso, il maggiore coinvolgimento paterno dei padri svedesi sarebbe da attribuire alle modalità di affido dei figli per le famiglie separate. Dimentica, il dottor Vezzetti, che la Svezia – per favorire la parità fra uomini e donne nei confronti del lavoro di cura della prole – ha adottato ben altre misure:

“Già nel 1974 quando la Svezia ha introdotto il congedo parentale, la legge era uguale per donne e uomini. Fino ad ora questa opportunità non era mai stata offerta agli uomini e la riforma svedese era quindi unica a livello storico ed internazionale. Anche se la percentuale di congedo di paternità che veniva fruito dai padri inizialmente raggiungeva solo il 0,5%, possiamo certamente dire che era un grande passo per una società con più parità tra i sessi e da allora i numeri sono sempre in aumento. Oggigiorno [l’articolo è del 2015], i padri svedesi usano un quarto del congedo parentale in totale e la tendenza mostra che i numeri continuano a salire. Secondo i dati dell’Istituto svedese di previdenza sociale Försäkringskassan, dal 2014 il 90% dei padri svedesi aveva fruito di almeno un giorno del congedo spettante, di cui il 71% ne aveva fruito di almeno due mesi. (…) Oggi, in Svezia, le famiglie con un neonato o un bambino adottato hanno diritto a 480 giorni di congedo parentale pagato. Fra questi, 90 giorni sono riservati alla madre e 90 giorni al padre [in Italia i giorni riservati ai padri sono 4 e solo da quest’anno], ma i restanti giorni possono essere divisi liberalmente tra i genitori. Per accelerare lo sviluppo della parità di genere è stato introdotto nel 2008 il cosiddetto Jämställdhetsbonus, il bonus dell’uguaglianza di genere, un contributo finanziario in più per i genitori che condividono il congedo parentale equamente.”

Non potrebbe essere il sempre maggiore coinvolgimento paterno prima della separazione l’elemento in grado di influenzare il minor rischio di abbandono della prole dopo la separazione?

L’articolo del dottor Vezzetti non prende in considerazione questa possibilità.

D’altronde questo genere di “parità materiale” – la reale e concreta condivisione degli oneri fra uomini e donne – non interessa né associazioni come i Colibrì, né tantomeno l’attuale Governo, che continua ad esprimersi in termini di “politiche per consentire alle donne di conciliare i tempi della famiglia con quelli del lavoro ”.

Eppure, è proprio il carico di lavoro familiare, insieme alla cronica carenza di servizi alla famiglia, che impedisce alle donne di affermarsi nel mondo del lavoro e colmare quel gap di genere che le rende molto più vulnerabili dei loro partner di sesso maschile.

Purtroppo, della vulnerabilità delle donne abbiamo ormai perso ogni consapevolezza, anche a causa di una martellante propaganda che è riuscita non solo ad occultare l’effettiva portata del lavoro domestico e di cura – che tanti sacrifici costa alle donne in termini di reddito e qualità della vita – ma è riuscita addirittura a ribaltare la frittata, creando l’illusione collettiva che i padri siano vittime di un contesto sociale discriminatorio che li depriva della possibilità di un trattamento equo in sede di divorzio.

I tempi della famiglia sono tempi delle donne, ce lo dicono gli studi sull’uso del tempo e lo riafferma l’attuale coalizione al Governo. O almeno, lo sono e continueranno ad esserlo fino alla separazione: dopo, per il bene dei bambini (ma prima come stavano?), è importante che siano condivisi al 50%.

Sulla carta.

Se ci andiamo a leggere l’articolo da cui è tratto lo screenshot, ad esempio, scopriamo che “è stato accolto il ricorso di un padre a cui era stato negato l’affidamento condiviso della figlia. L’affidamento condiviso non era stato concesso perché i due ex-coniugi si trovavano in una situazione di forte conflitto e perché l’uomo si disinteressava della figlia, con ciò determinando il rifiuto della minore di vedere il padre.

Come osservato da un articolo francese che ho pubblicato tempo fa, in questo caso l’affido condiviso ha ben poco a che fare con la reale e concreta la presa in carico dell’accudimento dei figli: esso ha un valore meramente simbolico, funzionale ad assicurare l’esercizio dell’autorità paterna; grazie al paravento dell’apparente equità affermata dall’uso improprio della parola “condivisione”, il padre, a dispetto della sua dimostrata e dannosa negligenza, rimane titolare del suo potere decisionale, nonché della libertà di continuare a sottrarsi all’impegno concreto di genitore.

Dubito si possano ascoltare commenti a sentenze di questo tipo nel corso dell’evento di domani.

L’articolo del Vezzetti cita anche l’Australia e gli eccellenti risultati dal Family Law Act del 2006.

Risultati così eccellenti che, dopo un attento monitoraggio degli esiti, esso è stato modificato nel 2011 dal Family Law Legislation Amendment (Family Violence and Other Measures) Act.

Alla luce di tutte le ricerche condotte, oltre ad eliminare la friendly parent provision (criterio dell’accesso, in Italia), il Family Law Legislation Amendment (che come sottotitolo porta “misure riguardanti la violenza domestica”), ha modificato le definizioni di “violenza domestica” e “abuso”, imponendo che la priorità, quando si tratta di decidere per l’affidamento di un minorenne coinvolto in una separazione, debba essere la sua incolumità. La parola usata in inglese è “safety”, intesa come “freedom from risk” (libertà dal rischio). Il bambino deve essere innanzi tutto essere protetto da ciò che può costituire un rischio concreto per la sua vita e per il suo benessere. Questo perché, spiega il magistrato David Halligan in una guida alla riforma per gli operatori: “the emphasis on maintaining parental relationships after separation and the friendly parent provisions have lead to matters of family violence and child abuse being given inadequate importance or consideration.

L’enfasi sulla bigenitorialità e sul concetto di “friendly parent” ha portato i tribunali a dare scarsa importanza e inadeguata attenzione al problema della violenza domestica e del maltrattamento dei bambini.

Scrivevo, nel 2013:

Il potenziale progressista contenuto nell’idea di ripartizione delle responsabilità genitoriali tende ad essere rovinato dal modo in cui viene recuperato da un movimento reazionario che cerca semplicemente di attribuire più potere agli uomini. [..] Dopo essere stato un ideale progressista all’inizio del movimento femminista, il concetto di bigenitorialità sembra essere diventato un cavallo di Troia [..] Questi recenti sviluppi possono essere interpretati come parte di un processo di ricostruzione del patriarcato”.

Lo scrivevo allora, e lo penso ancora oggi.

Soprattutto quando mi trovo costretta a leggere, in questi giorni, commenti come questo:

Ci sarebbe molto e molto altro da dire, se non fosse che da qualche parte, in questo blog, l’ho già detto.

Vi lascio con una piccola nota di colore, perché è importante non dimenticarsi mai di sorridere, anche in tempi tanto bui.

In un passo del suo “nuovo” articolo, il dottor Vezzetti ci parla di animali. Il suo intento è mostrare come la perdita di una figura genitoriale danneggi fisicamente anche altre creature oltre l’uomo. Peccato che, come sovente gli capita, non sappia cosa sta citando.

Il dottor Vezzetti, alla ricerca di animali monogami che condividono la cura della prole, si è imbattuto in uno studio sul callicebo, una scimmia sudamericana.

Una scimmia monogama, verissimo, ma che condivida la cura della prole proprio non lo si può affermare:

L’aspetto più curioso di queste scimmie, infatti, è che il caregiver primario non è la madre, bensì il padre: In natura, i neonati vengono trasportati esclusivamente dal maschio, tranne durante la pulizia e l’allattamento da parte della madre. In cattività, i piccoli vengono trovati per la maggior parte del tempo in contatto con il padre e l’interazione con la madre è descritta come infrequente. A partire dalla prima settimana di vita, il padre diventa il portatore predominante del piccolo e la madre lo tiene solo per il 20% del tempo la prima settimana dopo il parto. Il ruolo di portatore è pienamente assunto dal padre entro alcune settimane dalla nascita.

Mi scuso con i callicebi per essere stati, loro malgrado, coinvolti in queste umane e incresciose vicende.

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Pregiudizi e comprensione del testo

Da giorni ormai, da quando ho iniziato a diffondere tramite la pagina facebook articoli sugli eventi di Francavilla al Mare, uno sparuto gruppo di commentatori li correda di articoli su figlicidi commessi da donne.

In questo esempio potete vedere un esempio delle “conversazioni” cui vi accennavo.

L’articolo postato è un articolo di Nadia Somma, nel quale l’autrice critica aspramente un commento pubblicato su Avvenire. Ad essere posto sotto accusa è (cito da Somma) “Un punto di vista pericoloso e iniquo che pone sullo stesso piano l’assassino e le vittime con uno sfregio alla verità e alla giustizia“, ma soprattutto la mancanza di “empatia per la sorte di Marina e Ludovica”, le vittime di Fausto Filippone, che vengono a malapena citate in un testo che rivolge tutta la sua “misericordia immensa” (sono le esatte parole usate da Marina Corradi) alla figura del “pover’uomo” (cito sempre testualmente), descritto come un “soldato” (davvero arduo comprendere il perché, visto che Fausto Filippone non era un militare) che lotta strenuamente per la sua vita contro “forze immani” (immane: di enorme grandezza o portata, con un senso accentuato di minaccia e crudeltà). Non ci è dato sapere quali fossero, queste “forze” che l’avevano precedentemente “spinto all’inaudito: uccidere la figlia”.

Nadia Somma giustamente rileva che espressioni melodrammatiche come “L’epilogo della tremenda battaglia“, che descrivono la morte di Fausto Filippone in modo da farlo apparire agli occhi di chi legge un eroe da tragedia, sono “uno sfregio alla verità e alla giustizia.”

Il commentatore, che si presenta con questa immagine del profilo:

[se vi interessa il quadro da cui è tratto un dettaglio è la Calunnia, di Sandro Botticelli]

risponde con un articolo de il Caffé dei Castelli Romani, sostenendo (supportato dal Marmotta, che accusa di partigianeria e vigliaccheria chiunque non condivida il loro punto di vista) che la vicenda avvenuta a Cecchina, frazione di Albano, sia narrata coi medesimi toni usati da Marina Corradi.

Andiamo a vedere le parole usate dal Caffé per descrivere l’autrice del figlicidio:

  • Una donna marocchina di 43 anni ha ucciso la figlia di 18 con diverse coltellate di cui una alla gola, ha dato fuoco alla casa e si è suicidata gettandosi dal terrazzo del quarto piano. L’episodio sarebbe accaduto al culmine di una lite.
  • Di recente, da quanto è stato ricostruito, erano sempre più frequenti le liti tra madre e figlia, la ragazza soffriva di un forte stato ansioso e in più occasioni anche a scuola erano dovuti intervenire le forze dell’ordine e i sanitari del 118 per calmarla e farla trasportare al pronto soccorso di Albano.

Da nessuna parte, mi risulta, la “donna marocchina di 43 anni” diventa una “povera donna”, né tantomeno una soldatessa che combatte estenuanti ed impari battaglie contro misteriose ed immani forze avverse responsabili del suo orrendo gesto in sua vece; nessuno invoca per lei la nostra pietà.

Nel riportato commento dei servizi sociali alla vicenda, seppure si accenni vagamente alla generica necessità di supportare “i membri più fragili della nostra comunità“, si sottolinea che la famiglia “non aveva denunciato situazioni di disagio e che non aveva mai sentito il bisogno di rivolgersi ai Servizi Sociali”, una frase che ci fa capire che, anche se i servizi sociali della zona sono pronti a farsi carico dei “bisogni e le situazioni più critiche”, è di fatto impossibile aiutare chi non ha mai chiesto aiuto.

Ciò di cui queste “situazioni di disagio“, hanno bisogno, è l’occhio attento di “una comunità coesa” che permetta il tempestivo intervento delle istituzioni dedicate, ad fine di prevenire simili orrendi delitti.

Insomma, a me sembra che, piuttosto che chiedere misericordia per l’assassina, questo articolo si sforzi di sollecitare una sorta di responsabilità collettiva nei confronti di tutti quei segnali che possono far presagire una situazione familiare caratterizzata dalla violenza.

Io credo che ci sia una grande differenza nel tono e nelle scelte lessicali fra l’articolo de il Caffé e quello pubblicato da Avvenire, una differenza che va a confutare proprio la tesi espressa da questo gruppetto di commentatori:

Ma l’incompetente, senza palle, vigliacca e partigiana potrei essere io, per carità.

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Cuore di papà

Premessa: esiste un legame di cause ed effetto fra disturbi mentali e violenza?

La risposta a questa domanda, sulla base di una ricerca condotta dall’American Psychological Association di qualche anno fa, è NO. La ricerca ha analizzato gli omicidi commessi da persone con un disturbo mentale, in particolare depressione maggiore, schizofrenia e disturbo bipolare, giungendo alla conclusione che molto raramente gli omicidi sembrerebbero legati in modo diretto ai disturbi mentali.

Chi soffre di un disturbo mentale non è, di solito, più violento o più pericoloso di una persona che non soffre di alcun disturbo mentale. Quello che accade è piuttosto il contrario, cioè che una persona che ha un disturbo mentale è più probabile che sia vittima di violenza (Crump et al. 2013 “Mental disorders and vulnerability to homicidal death: Swedish nationwide cohort study”).

Secondo il Messaggero, invece, che titola “Francavilla, uccide la moglie e la figlia 11enne: 8 ore di follia del manager pescarese. Depresso dopo morte della madre” (la depressione è addirittura evidenziata in rosso), alla radice dei feroci omicidi perpetrati da Fausto Filippone vi sarebbe “quel tarlo che scavava nel cuore… quella depressione che si sarebbe annidata nel cuore di Fausto Filippone dopo la recente scomparsa della mamma e che l’avrebbe spinto a distruggere una famiglia normale, la sua, che ieri, in un dramma dopo l’altro, è andata in pezzi.”

Non è stato Fausto Filippone a lanciare Marina Angrilli dalla finestra del bagno del loro appartamento, non è stato lui a fornire false generalità della moglie ai soccorsi giunti sul posto, probabilmente allo scopo di raggiungere la figlia Ludovica di undici anni a casa del nonno senza che le forze dell’ordine potessero fermarlo, non è stato lui trascinarla su un viadotto dell’autostrada A14 per lanciarla nel vuoto. Non è stato Fausto Filippone: è stata la depressione.

Fausto Filippone, ci dice l’articolo, era “stremato e straziato“, chiedeva scusa, e poi, sul posto di lavoro, godeva della “stima e l’affetto di dirigenti e collaboratori“.

Non può essere stato lui, la sua era “una famiglia normalissima, sana e di buoni principi!“, lo ribadiscono pure i parenti.

Sono molto preoccupati, i parenti, che il fatto che qualche giornalista abbia insinuato che Fausto Filippone e Marini Angrilli fossero conviventi. Non è vero, ripetiamolo, erano regolarmente sposati!

Perché un parente che convive getta un’ombra di vergogna sulla famiglia, mentre un parente che assassina la sua legittima moglie e la figlia legittima, invece, no. Perché non è stato davvero lui, è stata la malattia.

 

Associare automaticamente violenza e disturbo mentale è un modo semplicistico di spiegare il comportamento umano. E’ rassicurante raccontarsi che atti di violenza tanto crudeli ed insensati derivino tout court dalla malattia mentale, così noi “sani” possiamo tirarcene fuori e fingere che la cosa ci riguardi tanto quanto ci riguarda la trama di un film dell’orrore.

Ma questo atteggiamento fa del male a chi di un disturbo come la depressione soffre davvero. La paura dello stigma, la paura di essere percepiti come un mostro dal quale è meglio stare alla larga, ingigantisce la difficoltà di chi è veramente affetto da questo tipo di patologia nel chiedere aiuto.

Invece di aggrapparci alla spiegazione più consolatoria, dovremmo affrontare l’elefante nella stanza e chiederci: perché i depressi che massacrano la famiglia appartengono il più delle volte al genere maschile?

 

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Diritto di famiglia

E’ stato reso pubblico il testo semidefinitivo del contratto di governo M5S-Lega. Fra i vari temi affrontati, c’è anche il diritto di famiglia, un capitolo nel quale il contratto torna a riproporre un tema caro al Movimento 5 Stelle, che, accogliendo le istanze del movimento dei papà separati, aveva presentato un’interrogazione parlamentare nel 2014.

I punti in programmi sono gli stessi di sempre: residenza alternata, mantenimento diretto e, naturalmente, l’alienazione genitoriale.

Come abbiamo affermato più volte, in questo blog, l’aspetto più curioso degli obiettivi di chi combatte per una revisione della legge 54/2006, è che l’equilibrio fra le figure genitoriali sembrerebbe necessario ad una sano sviluppo dei soli figli di genitori separati o divorziati; per ciò che riguarda i figli di genitori conviventi o sposati, tale equilibrio non è mai stato oggetto di indagine.

Meglio: non è un oggetto di indagine dei fautori della residenza alternata.

A dispetto dei sensibili miglioramenti, a tutt’oggi la suddivisione del lavoro di cura e domestico, all’interno delle famiglie italiane, è tutt’altro che paritaria: il 67,3% del lavoro familiare è a carico delle donne, (…) Le madri occupate dedicano al lavoro familiare 5h11′, dato rimasto stabile rispetto a quanto osservato nel 2009, mentre i loro partner vi dedicano 2h16′ (…) [Per ciò che riguarda i bambini] Le madri sono più impegnate nelle cure fisiche e nella sorveglianza (dar da mangiare, vestire, far addormentare i bambini o semplicemente tenerli sotto controllo): in un giorno medio settimanale vi dedicano 57 minuti, contro i 20 minuti dei padri.

Grazie ai rilevamenti Istat sappiamo che quasi una donna su quattro (22,4%) con meno di 65 anni interrompe l’attività lavorativa per motivi familiari, contro appena il 2,9% degli uomini, e che il 30% delle donne occupate è costretta a lasciare il lavoro a causa della gravidanza.

Invece, grazie ad una ricerca condotta in Gran Bretagna, sappiamo che la cronica mancanza di politiche mirate a trasformare il problema della conciliazione tra vita professionale e vita familiare da un “problema femminile” ad una questione che riguarda tutti,- non solo comporta l’oggettiva impossibilità per le donne di prendere in considerazione la possibilità di avere una vita lavorativa piena e soddisfacente, ma va addirittura a modificare la percezione che le persone hanno dei ruoli all’interno della famiglia, trasformando i neogenitori in convinti sostenitori della più tradizionalista divisione delle incombenze: le donne a casa a prendersi cura dei figli, mentre gli uomini al lavoro per ottenere un reddito in grado di mantenere il nucleo familiare.

Cito:

i congedi per le madri sono enormemente più generosi rispetto a quelli per i padri. Spesso i padri possono contare solo su pochi giorni di congedo quando il figlio nasce. Lo stesso vale per il lavoro part-time, un importante strumento di conciliazione vita-lavoro. Il lavoro part-time è fortemente “genderizzato”: sono davvero pochi gli uomini che lavorano part-time. La richiesta di un uomo di trasformare il suo contratto full-time in uno part-time per dedicarsi alla cura della famiglia è spesso vista con sospetto o viene negata dall’azienda. Le donne, invece, spesso lavorano part-time quando hanno bambini piccoli, e convertire il contratto da full-time a part-time per conciliare gli impegni lavorativi con quelli famigliari è prassi comune. In aggiunta, le strutture pubbliche di assistenza all’infanzia sono carenti nel Regno Unito (e, neanche a dirlo, in Italia), e quelle private sono molto costose. Questo fa sì che le madri si ritirino dal mercato del lavoro (o lavorino part-time) per dedicarsi alla famiglia, un po’ perché è tradizione che siano loro a badare alla casa e ai figli, un po’ perché sono loro quelle che generalmente guadagnano meno nella coppia. Insomma, accade che diventare genitori cambi forzatamente la divisione dei compiti nella coppia, in senso più tradizionalista. Da qui a diventare più conservatori, il passo è breve: perché la dissonanza cognitiva ci fa diventare sostenitori del nostro comportamento. Si instaura così un circolo vizioso: assumiamo comportamenti tradizionalisti in modo per lo più condizionato dall’esterno e, invece di ribellarci, diventiamo sostenitori di ciò a cui non siamo riusciti a opporci.

Tutti questi bambini che vivono in famiglie nelle quali il papà è al lavoro mentre la mamma si dedica a prendersi cura di loro, perché non patiscono le drammatiche conseguenze che il disequilibrio della presenza delle figure genitoriali nella loro vita dovrebbe causare?

Mentre la politica nostrana ritiene che l’unico problema che attanaglia i genitori italiani siano le modalità di affido dei figli in caso di separazione e divorzio, dalla Commissione europea arrivano proposte ben più interessanti: congedi di paternità più lunghi senza la possibilità di trasferimento alla partner, una soglia minima per la retribuzione dei congedi, la possibilità che il congedo parentale possa essere preso in modo flessibile, magari trasformando il rapporto di lavoro in part-time per alcuni periodi, il tutto con l’obiettivo di garantire una maggiore partecipazione dei padri in famiglia, alleggerendo il carico attualmente sulle spalle delle nadri e contribuendo così ad aumentare il tasso di occupazione e di partecipazione al lavoro delle donne.

Purtroppo, questa proposta si è scontrata con la fiera opposizione di un “gruppo di paesi di primo piano”, fra i quali figura l’Italia.

Come possiamo credere che a qualcuno interessi davvero che i bambini trascorrano “tempi paritari” con entrambi i genitori?

L’istituzione della residenza alternata, più che una misura a tutela dei bambini, è un istituto dal valore meramente simbolico per mezzo del quale giustificare il mancato versamento dell’assegno alimentare, vero ed unico obiettivo di quelle associazioni che da anni parlano di “bigenitorialità” o “condivisione delle responsabilità genitoriali”, senza che questo si traduca in nessun altra proposta volta ad un concreto coinvolgimento dei padri nella cura dei figli che non sia la modifica della legge 54/2006.

E poi c’è l’alienazione genitoriale.

La comparsa di Giulia Bongiorno accanto a Matteo Salvini era stato il primo campanello d’allarme, considerato l’impegno che l’avvocata ha profuso nel pubblicizzare la sua proposta di legge in merito.

Sebbene i centri antiviolenza conducano estenuanti battaglie nei Tribunali per salvare i bambini da controversi “trattamenti di deprogrammazione“, poco o nulla si sta facendo per diffondere cosa si nasconda davvero dietro l’espressione “alienazione genitoriale”.

Sindrome, patologia, disturbo relazionale, processo psicologico, reato, abuso, fenomeno sociale: negli anni sono state tante e diverse le etichette affibbiate alla “creatura” di Richard Gardner per salvarla dall’oblio nel quale la decisione definitiva di non accoglierla nella quinta edizione del DSM avrebbe dovuto precipitarla.

La confusione nella quale versano i cosiddetti “esperti” di alienazione è più che evidente: ad esempio, se in un’intervista datata 28 novembre 2016 ammettono candidamente che l’alienazione genitoriale non è stata accolta nel manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, sempre le stesse persone in un altro articolo ci dicono: “E’ sbagliato dire che l’alienazione parentale è stata esclusa dal DSM-5 come sentenziano frettolosamente alcuni consulenti di parte.”

Se un giorno ci viene detto che possiamo trovare l’alienazione genitoriale nel DSM 5, il successivo invece scopriamo che a causa della sua stessa “natura” non avrebbe potuto esservi inclusa, e a dircelo sono le stesse persone, che non si preoccupano neanche di spiegare se la prima volta che si sono espresse erano in errore, oppure se magari sono state fraintese.

La triste verità è che questi sedicenti esperti possono dire qualunque cosa e il suo contrario, possono citare come fonte attendibile ogni genere di documento, da I Miserabili a Charles Dickens (e lo fanno),

perché l’alienazione genitoriale è una teoria impermeabile alla realtà, una teoria che di fronte a situazioni diverse trova sempre le medesime conferme, una teoria che rifiuta di confrontarsi coi fatti e con le osservazioni, una teoria alla luce della quale può essere interpretato ogni caso concepibile, e questo perché risponde a bisogni diversi da quello della ricerca di scientificità.

All’alienazione genitoriale si può solo credere. E tantissima gente ci crede.

Tuttavia, per quanto possa essere frustrante confrontarsi con chi è mosso dalla cieca fede nelle sue convinzioni, è importante non cedere allo sconforto, continuando ad opporre fatti, dati concreti e pensiero logico ad una propaganda che mette a serio rischio l’incolumità di donne e bambini.

 

Per approfondire:

La verità indicibile

L’applicazione di modalità paritetiche di affidamento condiviso non è riconducibile ad un modello unitario standardizzato

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I veri colpevoli

Da il Mattino:

Sesso con una tredicenne nei boschi del Vesuvio: 33enne arrestato nel Napoletano

Primo: non è sesso. Non si può definirlo sesso, perché secondo la legge italiana quando un adulto viene colto in flagranza mentre compie atti sessuali con una tredicenne, si parla di violenza sessuale.

Il perché, lo abbiamo discusso tempo fa in un post dedicato: il legislatore che stabilisce che, al di sotto di una certa età, il rapporto sessuale fra un adulto e un minore è da considerarsi sempre e comunque stupro, non ignora il fatto che un adolescente possa acconsentire al sesso, ma presuppone che, a prescindere da quello che un adolescente affermi di voler fare, in un adulto responsabile debba prevalere l’interesse per il benessere psicosessuale del minore piuttosto che l’egoistico impulso a soddisfare il proprio desiderio.

Per quanto possa sembrarvi iniquo, ogni adulto è responsabile del benessere dei minorenni con i quali si relaziona – a prescindere dal fatto che gli siano stati formalmente affidati – e questo questo in virtù del suo essere adulto, uno status che garantisce maggiori diritti rispetto a quelli che godono bambini e adolescenti, ma anche un maggior numero di oneri.

Purtroppo, come si evince dai commenti alla notizia diffusa su facebook, sono molti gli adulti che non concordano con l’ordinamento vigente.

Non sappiamo cosa c’è sotto (un complotto?), ma una cosa questa signora sa per certo: non si tratta di violenza.

L’articolo, in effetti, parla di “atti sessuali compiuti con una minorenne”, un’espressione che può lasciar intendere che la minorenne coinvolta fosse consenziente.

Peccato che capiti spesso che i giornalisti parlino di “rapporti sessuali con minori” anche quando non c’è alcun dubbio che si tratta di abusi:

 

Una pessima abitudine, che contribuisce al proliferare di commenti come questi:

 

Dall’articolo del il Mattino, che in poche righe ci informa soltanto del fatto che il 33enne arrestato era già noto alle forze dell’ordine per il reato di stalking, il pubblico ha invece dedotto che abbiamo a che fare con una lolita che va al mare in perizoma, ha la mamma zoccola, guarda di nascosto contenuti pornografici con il cellulare e chissà cosa fa quando è chiusa da sola nella sua cameretta (probabilmente “si tocca”, come cantava Vasco).

E sarebbero le ragazzine quelle con una fervida immaginazione.

La storia della piccola tentatrice perversa, che, grazie ai suoi abiti succinti e alla sua cultura enciclopedica in fatto di pratiche sessuali (tutta colpa di internet!) è in grado di irretire un uomo maturo per condurlo alla rovina, ci è stata narrata così tante volte che qualcunque evento, anche quello descritto nel modo più scarno possibile, viene reinterpretato attraverso lo sguardo morboso di una società sin troppo avvezza a sessualizzare le bambine e a colpevolizzare le vittime, soprattutto quando sono vittime di reati sessuali.

Il nostro immaginario collettivo deve cambiare.

 

Per approfondire:

L’immenso potere

Il consenso e l’età

Invece di orchi e principesse, parliamo di criminali e di minorenni

 

 

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L’idea di andare a teatro

 

La domenica di Pasqua una mia cara amica mi ha scritto una email che aveva per oggetto questa frase: “non leggerla adesso. E’ una bella giornata”.

L’articolo che le aveva fatto scrivere “io avrei preferito non sapere” (c’era un bel sole in effetti, domenica, e una temperatura deliziosamente mite)  si trova a pagina 22 della rivista IO DONNA del 31 MARZO, ed è un’intervista a Caterina Murino a proposito della sua ultima fatica teatrale: “L’idea di ucciderti”.

La frase che l’ha tanto sconvolta la trovate nella descrizione dell’opera:

un thriller tratto da una storia vera che racconta un uxoricidio e critica la giustizia che, in sede di divorzio, dà sempre ragione alla donna“.

“Un po’ in controtendenza”, commenta la giornalista Marilena Vinci.

In controtendenza? In controtendenza rispetto a chi?

Di sicuro non in controtendenza rispetto ai contenuti veicolati dalla stampa mainstream, come ci racconta il caso di Nunzia Maiorano, prima uccisa a coltellate dal marito Salvatore Siani e poi ulteriormente massacrata da chi ha reinterpretato la vicenda dipingendola come una sanguisuga assetata di vendetta e di denaro.

Che la legge “prediliga” le donne, è uno dei leit motiv della propaganda del movimento dei cosiddetti “padri separati”, una propaganda che ha un grande successo fra il pubblico e non certo perché sia di per sé una propaganda particolarmente strutturata, intelligente o efficace, ma solo perché trova terreno fertile in una società che ancora fa fatica ad assorbire le recenti conquiste delle donne in termini di diritti.

Ogni volta che una donna viene uccisa, l’opinione che in fondo se lo sia meritato perché non era altro che una brutta stronza è più diffusa di quanto saremo mai disposti ad ammettere.

E non è un’opinione condivisa soltanto dai leoni da tastiera, ma è radicata anche in molti di quei soggetti che dovrebbero preoccuparsi di tutelare le donne dalla violenza:

“È Melania Rea che è morta, ma nelle motivazioni della sentenza la vittima alla fine è Salvatore Parolisi. Che brutta storia ha scritto, signora giudice.”

denunciava Michela Murgia dalle pagine de La Stampa in occasione della sentenza di condanna per Salvatore Parolisi,

“le donne, in Italia, diventano colpevoli delle violenze che subiscono.” affermava Angela Romanin in un articolo dal titolo “Lo Stato incoraggia la violenza”, nel quale ad essere posta sotto accusa non è il tanto strombazzato (e non supportato da dati concreti) sbilanciamento del sistema giudiziario a favore delle donne, ma l’infausta influenza della diffusa tendenza a colpevolizzare le vittime sulle misure di prevenzione che dovrebbero attivarsi contro il fenomeno della violenza di genere.

Ma di tutto questo, Caterina Murino non sa nulla di nulla. Come non ne sa nulla l’autore della pièce, Giancarlo Marinelli, convinto che essere femminista significhi “adorare le donne”:

Qualcuno gli ha raccontato una storia – ci dice Marinelli – e, dando per scontato che quella storia corrispondesse a verità (perché se non si può stare sempre dalla parte delle donne se si è donna – come dice Murino – non c’è niente di male a prendere per oro colato ogni storia nella quale il maschio interpreta il ruolo del povero innamorato vessato da una strega), ha deciso di scrivere un’opera che desse l’opportunità al pubblico di immedesimarsi con l’assassino, provando il suo medesimo desiderio di spaccare il cranio alla moglie e legittimandolo per mezzo di una vittima “senza scrupoli …che utilizza gli uomini per i suoi interessi“.

La morte di una donna, per Marinelli, non è un femminicidio, ma un maschicidio: come nella narrazione dell’omicidio di Melania Rea, la vera vittima è lui, l’assassino.

In mezzo a tutte le recensioni entusiastiche, concordi nel concludere che se le donne donne muoiono è perché sono tanto amate…

ne ho trovata solo una disposta a porre la trama in relazione con il contesto attuale che vede morire una donna ogni due giorni nel nostro paese:

è il tentativo di presentare l’uxoricidio dichiarato come un sofferto atto d’amore, quello che più ci disturba. Soprattutto se si pensa ai recenti sconvolgenti casi riportati dalla cronaca di casa nostra.”

Grazie per averlo scritto, Ferdinando Offeli, grazie dal profondo del cuore.

Concludo citando dalla Convenzione di Istanbul: “la violenza contro le donne è una manifestazione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi, che hanno portato alla dominazione sulle donne e alla discriminazione nei loro confronti da parte degli uomini e impedito la loro piena emancipazione“.

L’amore c’entra poco o nulla, per il semplice motivo che, poiché la violenza nelle relazioni sentimentali colpisce sproporzionatamente le donne – sono vittime del partner/ex partner il 46,3% delle donne contro il 2,2% degli uomini, se l’amore fosse il movente dovremmo dedurre che le donne sono fisiologicamente incapaci di amare, oppure che non incontrano mai uno stronzo che le faccia soffrire.

E dubito che persino Murino e Marinelli sottoscriverebbero stronzate del genere.

 

Per approfondire:

Quando una donna viene uccisa è certamente colpa sua

Perché lo fa?

Family Day, maschi selvatici e violenza di genere

La colpevolizzazione della vittima

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La prima donna

 

In queste ore si discute se dovremmo gioire, in quanto donne, dell’elezione della prima donna presidente del Senato in Italia.

Pare che la stessa Presidente, Maria Elisabetta Alberti Casellati, abbia dichiarato che la sua elezione è “un onore e una responsabilità” che sente doveroso condividere proprio con tutte le donne “che con le loro storie, azioni, esempio, impegno e coraggio hanno costruito l’Italia di oggi; un grande Paese democratico e liberale in cui nessun obiettivo, nessun traguardo è più precluso”.

Vorrei ricordare a lei e a tutte le donne che la scalata al potere che rese Hatshepsut regina d’Egitto o le circostanze che portano al trono d’Inghilterra Elisabetta I nel 1558 non possono certo considerarsi segnali inequivocabili della raggiunta pari dignità della donna nei contesti culturali nei quali queste donne conquistarono l’apice della piramide sociale.

Quali che siano le ragioni che hanno condotto Maria Elisabetta Alberti Casellati dove si trova ora, credo onestamente che esse non siano sufficienti a farci salutare l’alba di un nuovo giorno.

Soprattutto se andiamo a leggere questo articolo dell’Ansa, il quale, in calce al curriculum dell’Avvocata, ci tiene ad informarci che Maria Elisabetta Alberti Casellati è

Curata nell’aspetto, ma senza esagerare. Avrebbe detto che non potrebbe mai uscire senza eyeliner, di detestare le unghie lunghe e le bocche colorate. ‘Ma gli occhi devono essere sempre truccati’.

Ok, sei la Presidente del Senato, ma sei abbastanza ladylike?

Per approfondire:

Dovrei essere bella

 

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Luoghi della cultura

The Fantastic Flying Books of Mr. Morris Lessmore

Qualche giorno fa, un mio contatto su facebook poneva una domanda, allo scopo di aprire un dibattito. L’argomento era “A Voice For Men Italia”.

A seguito della strage di Latina, nella quale per mano del padre Luigi Capasso hanno perso la vita due bambine di 8 e 13 anni, mentre la madre, Antonietta Gargiulo, è ancora ricoverata in ospedale, il sito ha pubblicato un delirante articolo in difesa dell’assassino e di tutti quei papà “i cui diritti umani vengono violati” che decidono di “ribellarsi in maniera folle e violenta“, accusando di violenza contro gli uomini “le avvocate femministe“, “le giornaliste sciacalle” e “i centri anti-violenza di stampo femminista“.

Come reagire di fronte alla crudeltà di chi non ha remore a descrivere la morte di due bambine innocenti e il dolore immenso di Antonietta Gargiulo come la giusta punizione per una madre alienante?

La stragrande maggioranza dei commenti in risposta suggeriva di “non diffondere spazzatura”, eventualmente di “segnalare a facebook” o magari “fare un esposto” (proprio come fece Antonietta Gargiulo poco prima di essere raggiunta dai colpi di pistola), ma comunque di non perdere troppo tempo dietro a simili farneticazioni.

Del variegato e inquietante “movimento per i diritti degli uomini” abbiamo parlato più volte, in questo blog, e molto ancora si potrebbe e forse si dovrebbe tradurre.

Per chi fosse interessato a perdere un po’ di tempo e approfondire la spaventosa mole di farneticazioni che purtroppo non riguarda solo il nostro sciagurato paese, un articolo pubblicato su The Saturday Paper di qualche anno fa descrive il movimento come una cassa di risonanza per rancori personali, misoginia violenta e permanente vittimismo“.

Secondo l’autore, Martin McKenzie-Murray, “E ‘difficile – anzi, impossibile – presentare succintamente la filosofia degli attivisti per i diritti degli uomini, perché non sembra avere un nucleo”; addentrandosi nei meandri dei vari siti dedicati all’attivismo, si è reso conto che “affrontare la misoginia di alcuni loro forum in alcuni forum online è difficile. L’odio è sconvolgente. Incontrollato, disinformato, brutto. Le donne sono liquidate come streghe, incallite truffatrici, specializzate nell’incastrare, o peggio – tutte protette dal femminismo”, ed è giunto alla conclusione che leggere i contenuti degli attivisti per i diritti degli uomini equivale arilevare una vasta gamma di questioni personali irrisolte irrimediabilmente. Uno viene piantato dalla moglie o dalla fidanzata, e improvvisamente tutte le donne sono vipere traditrici. Una donna rifiuta una proposta, quindi tutta l’umanità è evirata dalla macchinazione femminile. Si sente un gran numero di uomini attizzare rancori privati, trasformandoli in percezioni globali e uno stato permanente di vittimismo. E’ di volta in volta patetico e pietoso.”

Fra i personaggi più influenti, Martin McKenzie-Murray cita anche Paul Elam, il fondatore di A Voice For Men nonché il principale beneficiario delle cospicue donazioni in denaro dei sostenitori del movimento.

A proposito di Paul Elam possiamo leggere molto nel sito “We Hunted the Mammoth“; David Futrelle, che ne è l’autore, descrive Paul Elam come “un feroce misogino con una propensione per la rabbia e la retorica violenta, piena di minacce solo leggermente velate“, riportando le stesse frasi di Elam a supporto delle sue conclusioni.

Dovessi essere chiamato a far parte della giuria in un processo per stupro, giuro pubblicamente che voterei non colpevole, anche nel caso in cui esistessero prove schiaccianti della veridicità delle accuse“: questo è Paul Elam.

A dispetto del fatto che gli argomenti dei Men’s Rights siano oggettivamente ridicoli e fin troppo spesso nauseabondi,

[possiamo leggere sul sito A voice For Men Italia: “AVfM considera l’ideologia del gender ed i suoi agenti di misandria come un male sociale. Non li consideriamo come ben intenzionati o onesti, ma allo stesso livello di nazisti, razzisti ed altri gruppi dediti all’odio. Se vogliono ascoltare li educheremo, ma li consideriamo responsabili della loro ignoranza e delle loro azioni.”]

esso riscuote grande successo fra soggetti il cui livello di istruzione farebbe presumere che fossero immuni dal fascino della spazzatura.

Infatti, in un luogo nel quale non immagineremmo mai di trovare citato un sito come A Voice For Men, compare un articolo come “LE PAROLE DELLA LAICITÀ – Femminicidio e violenza sulle donne“, a firma di Edoardo Lombardi Vallauri, il quale non solo è un eminente linguista e un lettore di A Voice For Men, ma non prova un filo di imbarazzo a citare il sito fra le fonti in calce ad un testo nel quale si propone di discettare di violenza di genere:

Come trovare i viaggi nel tempo di Geronimo Stilton fra le fonti di un trattato di paleontologia.

Non è certo un esperienza piacevole navigare siti come A Voice For Men, me ne rendo conto. Si incappa in titoli come questo

 

di fronte ai quali non è facile reprimere l’impulso a toccarsi le gambe per verificare che non si siano ricoperte di crinolina a causa di un varco spazio-temporale che ci ha inspiegabilmente riportati tutti indietro di qualche secolo.

Invece occorre accettare che quello che stiamo leggendo è reale, è proprio lì, sullo schermo, nero su bianco, che qualcuno non solo lo ha scritto e pubblicato, ma ci crede;  soprattutto occorre accettare che a crederci non ci sono soltanto sparuti gruppetti di anonimi cittadini vittime dell’ignoranza più crassa, magari amareggiati da una delusione sentimentale che li ha portati loro malgrado a sguazzare nel rancore e nell’autocommiserazione, ma persino gente che scrive per Micromega.

In fondo non è questo che si intende quando si dice che la violenza sulle donne è un “problema strutturale”?

Forse dovremmo perderci un po’ di tempo, perché le cosiddette farneticazioni di A Voice For Men non sono un fenomeno marginale da liquidare con una segnalazione a facebook, bensì la pietra d’angolo attorno alla quale è edificato il patriarcato.

La loro attività, come dimostra proprio la drammatica vicenda di Latina, mette in serio pericolo donne e bambini, esacerbando quella cultura che sistematicamente tende a minimizzare la violenza domestica e a biasimare le vittime, ostacolando tutte quelle azioni che produrrebbero risposte tempestive e concrete per chi chiede aiuto.

Per contrastare il movimento degli attivisti per i diritti degli uomini è necessario vincere la frustrazione e confrontarsi direttamente con i loro obiettivi, diffondendo un atteggiamento critico nei confronti della loro propaganda.

Ad esempio:

La violenza di genere e i malintesi del linguaggio

A proposito dell’articolo di Macrì e colleghi:

In risposta alla Dott.ssa Pezzuolo

Le due facce della violenza

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La sagra dell’8 marzo

L’8 marzo ci regala ogni anno momenti imbarazzanti.

Il momento in cui un’azienda pensa sia il giorno perfetto per promuovere le sue cucine, ad esempio.

Perché lo sanno tutti che “femmina cuciniera, pigghiala per mugliera!“, e una donna che non si sposa, che donna è?

O il giorno in cui un celebrato scrittore se ne esce così:

L’8 marzo non è il giorno in cui “si celebra un genere”; non è una giornata analoga alla sagra del fagiolo borlotto, nel corso della quale (e non ci trovo niente di male, anzi) si valorizza un legume tipico decantandone le straordinarie proprietà organolettiche e degustando minestroni accompagnati da ottimi vini.

Per quanto oggi anche io abbia, mio malgrado, ricevuto molti di quei fastidiosi video promozionali nei quali si elencano quelle proprietà del prodotto-donna che lo renderebbero degno di celebrazioni (femminili e determinate, dolci e coraggiose, sognatrici e pratiche, sempre più emozionate, delicate…), l’8 marzo è la Giornata Internazionale della Donna, istituita nel contesto della lotta delle donne contro la discriminazione di cui sono fatte oggetto.

All’epoca del primo Women’s Day, le donne non chiedevano di essere celebrate, lodate, festeggiate: protestavano perché veniva negato loro di votare, protestavano contro l’impari trattamento e lo sfruttamento nel mondo del lavoro.

Le donne protestano ancora oggi. Hanno protestato anche oggi. C’è ancora molto contro cui protestare.

Non ce ne frega niente se vi piacciono le donne portatrici di passioni o quelle che sfornano una lasagna perfetta, se preferite le donne con le gonne o quelle che difendono la complessità.

Le donne, per prendere parte a questa giornata, non debbono rispondere a nessun altro criterio che non sia l’appartenenza al genere umano.

Perché è per quello che combattiamo: affinché ci venga riconosciuto lo status di esseri umani.

L’elenco di caratteristiche da soddisfare, come pure le celebrazioni, li lasciamo volentieri ai fagioli borlotti.

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