Di martirio e di “attenzioni”

Maria_Goretti(Maria Goretti, pochi mesi prima della sua morte)

L’11 dicembre 1949 Pio XII riconobbe come miracolose due guarigioni attribuite all’intercessione di Maria Goretti: quella di Giuseppe Cupe da un grave ematoma (8 maggio 1947) e quella di Anna Grossi Musumarra da pleurite (11 maggio dello stesso anno).

Dall’omelia di Pio XII per la canonizzazione di Maria Goretti:

In questa vita di umile fanciulla, che brevemente abbiamo tratteggiato, possiamo ammirare non solo uno spettacolo degno del cielo, ma ancora degno di essere considerato e ammirato in questo nostro secolo. Imparino i padri e le madri come bisogna educare rettamente, santamente e fortemente i figli affidati loro da Dio e come bisogna conformarli ai precetti della religione cattolica, in modo che, quando la loro virtù si troverà in pericolo, possano, con l’aiuto della grazia, uscirne vittoriosi, integri, incotaminati.

Impari la spensierata fanciullezza, la balda giovinezza a non tendere miseramente ai fugaci piaceri del senso, non agli affascinanti allettamenti dei vizi, ma piuttosto impari ad aspirare, anche tra le difficoltà, a quella cristiana perfezione che tutti possiamo raggiungere con la volontà decisa, sostenuta dalla grazia soprannaturale, con lo sforzo, la preghiera. Non tutti certamente siamo chiamati a subire il martirio, ma tutti siamo chiamati a raggiungere la virtù cristiana.

La virtù richiede forza, ché, se non arriva al grado eroico di questa fanciulla, non di meno richiede un’attenzione diuturna, diligente da non tralasciarsi mai fino alla fine della vita. Perciò può chiamarsi quasi un lento e continuato martirio, a consumare il quale ci ammonisce la divina parola di Gesù Cristo: “Il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono” (Matteo 11,12).

Nel 1985 è stato pubblicato il libro, ”Povera santa, povero assassino. La vera storia di Maria Goretti”, dello storico e giornalista Giordano Bruno Guerri, che critica la strumentalizzazione dell’efferato omicidio operata dal Vaticano:  ”Le miserabili condizioni culturali e sociali della bambina, che aveva undici anni e che era analfabeta e affamata non le permettevano di sviluppare una religiosità consapevole. La sua resistenza allo stupratore fu comprensibilmente istintiva quanto il suo grido ‘Dio non vuole’“.

Il Vaticano non apprezzò le accuse, tant’è vero che nello stesso anno dell’uscita del libro venne istituita una Commissione di studio dalla Congregazione per le cause dei santi che pubblicò un elenco di 79 errori che sarebbero stati commessi dallo studioso.

Nella premessa ad una ristampa del libro Giordano Bruno Guerri afferma: “Questo saggio è dispiaciuto tanto in Curia perché analizzava criticamente metodi e procedure delle cause di canonizzazione, ovvero di quella che anche in Vaticano viene chiamata la ‘Fabbrica dei Santi’, ma non ha impedito che il papa proseguisse in una sua politica precisa: dotare ogni Paese dei suoi santi…”.

In effetti, se andiamo a guardare i numeri, Giovanni Paolo II ha proclamato, in nemmeno quindici anni, quasi un migliaio tra beati e santi, contro le precedenti 79 beatificazioni e 98 canonizzazioni in 75 anni.

E’ del 18 novembre di quest’anno, invece, la notizia dall’inquietante titolo “Taci e perdona come Maria Goretti” riportata dal sito blitzquotidiano.it, che cito:

“Taci e perdona come Maria Goretti“, un prete, un sacerdote di Treviso ha così risposto ad una bambina, una ragazzina nigeriana che, accompagnata dalla madre, aveva confessato le “attenzioni” del padre (…) la madre, preoccupata e sconvolta, cattolica praticante, decide di chiedere aiuto alla Chiesa locale. Un primo sacerdote ricorre addirittura a pratiche voodoo per scacciare il patrigno dalla bambina. La donna e la figlia si rivolgono allora a un secondo sacerdote. La bambina racconta tutto e quando finisce di parlare il sacerdote dice alla ragazzina di comportasi come una santa, Maria Goretti: “Taci e perdona come Maria Goretti”. “Non la conosci?” continua il sacerdote, allora “cerca informazioni su Internet”.

Appena ho letto la notizia, ho pensato: ma qual è il nesso fra Maria Goretti, che non tacque affatto, anzi gridò e si ribellò al suo aggressore tanto da rimetterci la vita, e la situazione vissuta da questa bambina, alla quale si consiglia di sopportare in silenzio di fronte alle molestie del genitore?

La prima risposta che mi sono data è: non c’è un nesso, perché – come sottolinea Pio XII – la povera Maria ha dimostrato ben poca rassegnazione di fronte al punteruolo del suo carnefice.

Invece, purtroppo, il nesso c’è e ce n’è più d’uno.

Un nesso è la mistificazione.

Con il termine “mistificazione” si intende la “deformazione a proprio vantaggio della realtà altrui“.

Così la povera Maria, una ragazzina di 11 anni che viveva in estrema povertà, malata di malaria, affaticata dal lavoro, provata dalla malnutrizione, analfabeta, diventa “umile” nell’omelia (dal dizionario: priva di superbia), un “esempio” per  i padri e le madri, che dall’efferato omicidio dovrebbero trarre insegnamento per educare rettamente, santamente e fortemente i figli affidati loro da Dio.

E’ mistificazione associare l’umiltà a Maria Goretti, perché certo non fu una sua scelta, né ha qualcosa a che fare con l’orgoglio il non avere abbastanza da magiare tanto da risultare al’esame autoptico “vistosamente sottopeso”.

E’ mistificazione biasimare la “spensierata fanciullezza, la balda giovinezza” proponendo come esemplare la vita di Maria Goretti e Alessandro Serenelli (il suo assassino): un’esistenza condotta nelle Paludi Pontine dei primi del ‘900, un luogo dove regnavano la fame, la miseria e il duro lavoro fin dalla primissima infanzia, suggerendo quasi che lo sfruttamento del lavoro minorile e la mancanza di scolarizzazione abbiano un qualcosa di “cristiano”.

E’ mistificazione associare gli “affascinanti allettamenti dei vizi” ad una brutale aggressione conclusasi a colpi di punteruolo (che è tutto, fuorché affasciante e allettante), come è mistificazione condannare la lussuria quando ciò che si dovrebbe condannare è la violenza.

Allo stesso modo è mistificazione definire “attenzioni” le molestie sessuali di un genitore nei confronti della propria figlia (la molestia sessuale è forse un modo diverso di “prendersi cura”/”prestare attenzione al proprio bambino”?), o suggerire il silenzio e la rassegnazione portando ad esempio una creatura che gridò e si difese.

Nella storia di Maria Goretti e di questa bambina – che chiede aiuto perché vittima di violenza – c’è anche un altro aspetto in comune, oltre la mistificazione: quando si parla di violenza sulle donne, si parla sempre e solo del comportamento delle donne, che a seconda dell’occasione debbono urlare o tacere, ribellarsi o subire (e non è chiaro su che basi dovrebbero scegliere una o l’altra opzione), ma non si parla mai di cosa debba fare lui, il violento, l’aggressore.

Lui, evidentemente, è libero di continuare a fare ciò che vuole, senza che nessuno si disturbi a cercare qualche santo che gli indichi la via della redenzione.

Sulla “virtù” come “lento e desiderabile martirio” puoi leggere anche: Apologia del martirio

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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5 risposte a Di martirio e di “attenzioni”

  1. Pingback: Voodoo e Maria Goretti | Antropologia e sviluppo

  2. Paolo ha detto:

    Ho letto il saggio di Guerri. molto interessante

  3. Il Rasoio di Occam ha detto:

    Leggevo l’altro giorno il buon Michele Serra lodare Lucia Annibali, la donna sopravvissuta all’attacco con l’acido, per la sua “capacità di sopportazione tipicamente femminile”. A parte che non condivido il giudizio (mi pare che abbia dimostrato qualità molto più interessanti e ammirevoli della sopportazione) mi domando: ma certi intellettuali, a cui indubbiamente non manca la capacità critica, non viene mai il dubbio che questa mitica predisposizione delle donne al martirio, alla sopportazione dignitosa e composta, sia un tantino troppo conveniente per gli uomini per essere vera? E se una donna che sopporta è il massimo della virtù, una donna che si ribella che cos’è?

    • Paolo ha detto:

      credo che michele serra non abbia nulla contro la ribellione femminile…si è solo espresso male.
      La capacità di sopportazione può essere maschile come femminile

  4. paolam ha detto:

    Mistificazione. Appunto, ma quelle di partenza è una mistificazione intrinseca alla cultura “maschiocentrica” dove, in origine, non esistono due opzioni “lei vuole o “lei non vuole”, “a lei piace” o a lei dispiace”, “a lei je va” o ” a lei nu jeva’”. La questione dell’opzione non può essere rilevante perché non è contemplata affatto: è ovvio che a lei je piace di essere aggredita sessualmente, come dicevano gli antichi “vis grata puellae”: sì sì un’aggressione, ma insomma, un po’ d’impeto, e lei ci stava, no? E come avrebbe potuto non starci? E’ chiaro che il sesso è così, una bella aggressione e via, non è allettante per tutte? L’importante, però, è che il sesso non sia “stuprum” (sempre secondo la definizione antica) cioè non sia praticato al di fuori del vincolo del matrimonio, perché è quello il problema, non le aggressioni sessuali subite dalle donne o dalle bambine. E secondo il discorso papale è a questa possibilità che l’undicenne Maria si è opposta, per conservare la sua verginità, fino al matrimonio, s’intende, come volevano gli antichi, tutti, dei quali la chiesa cattolica è stata esemplare continuatrice in tanti ambiti. Senonché, la piccola Maria non la potevano canonizzare per questo motivo e, quindi, è stata canonizzata per aver perdonato il suo assassino in punto di morte: questo sì esercizio eroico di virtù cristiana secondo la definizione propria.

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