Il corpo della madre surrogata

Le foto di questo post sono tratte dal lavoro della fotografa Jade Beall  – A beautiful body project” – che ha immortalato i segni che la gravidanza lascia sui corpi delle donne

mothers2Recentemente si è molto parlato di maternità surrogata.

E’ opinione comune, soprattutto in questo momento storico – che la surrogacy, ovvero la pratica di avere un figlio per mezzo del corpo di una donna che viene artificialmente inseminata con lo sperma di quello che sarà il padre biologico (traditional surrogacy), o alla quale viene impiantato nell’utero un embrione sviluppato in vitro (gestational surrogacy) – sia una questione che riguarda principalmente le coppie omosessuali.

Ho trovato in rete un’intervista ad una donna che dirige una clinica in India, che afferma di non accettare coppie omosessuali ( I don’t feel right about helping them), ma nonostante questo i suoi affari vanno benissimo: “She has about 150 foreign couples on her waiting list… She works 14-hour days…”

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità l’infertilità è un problema che colpisce il 15-20% delle coppie eterosessuali: questo significa che su scala mondiale sono infertili circa 50-80 milioni di soggetti tra uomini e donne.

In Italia 2 coppie su 10 sono sterili, e ogni anno più di 250-300 mila nuove coppie hanno problemi di infertilità.

Un terzo dei casi di infertilità di coppia è causata dall’infertilità femminile, un terzo dall’infertilità maschile, mentre un terzo è frutto della combinazione dei problemi di entrambi o rimane inspiegata.

Se ci spostiamo in uno dei siti che propongono la maternità surrogata agli italiani (ad esempio questo, di una agenzia che opera sul “mercato” ucraino) leggiamo:

Quando si utilizza il detto genitori “committenti”, parliamo d’una coppia sposata che ha i problemi con la salute e  può avere i loro proprio bambino solo grazie al programma della maternità surrogata.

Qual è la percentuale di coppie eterosessuali che si rivolge alle agenzie di maternità surrogata rispetto alla percentuale di coppie omosessuali?

Non lo sappiamo. In realtà, quando ho iniziato a fare delle ricerche, ho scoperto che sono molte, moltissime le cose che non possiamo sapere con certezza sull’argomento.

L’impressione che ho avuto riguardo al rapporto fra maternità surrogata e omosessualità, navigando in rete, è che anche in questo ambito – come in qualunque altro – la discriminazione ha il suo peso, e i genitori committenti omosessuali, sebbene dichiarati in aumento dalla stampa, non sembrano bene accolti ovunque.

L’aspetto della questione sulla quale mi sono concentrata io, però, non è tanto chi, come e perché decide di servirsi della surrogacy, ma la madre surrogata in quanto soggetto ignorato da tutti quelli che parlano di “utero in affitto”, un espressione di per sé emblematica dell’opera di rimozione della donna e del suo corpo intero.

A proposito di rimozione, leggendo un interessante scambio di opinioni fra uomini che discutono di paternità (che mostra come il ricorso alla maternità surrogata sia più spesso di quanto si possa immaginare la seconda scelta per quegli aspiranti genitori che non possono accedere all’adozione), sono rimasta colpita da una frase in particolare:

I personally see no difference with gay men using surrogacy and egg donors, straight or gay women using sperm donors, straight couples using egg or sperm donors or straight couples using IVF.

“Personalmente non vedo differenze fra uomini gay che si servono della surrogacy e della donazione di un ovulo, uomini o coppie gay che si servono di donatori di sperma e coppie etero che si servono della fecondazione in vitro”.

Se è vero che in tutti e tre i casi parliamo di famiglie che provano il desiderio di avere dei figli e di fronte al problema dell’impossibilità di concepire si appellano alla scienza medica, sostenere che servirsi di un donatore di sperma (un uomo che entra in una stanza e dopo 5 minuti consegna un bicchierino di spermatozoi) o di una madre surrogata (una donna che si sottopone a terapie ormonali pre-impianto, quindi affronta 9 mesi di gravidanza e poi un parto) significa imporsi volutamente di ignorare delle macroscopiche differenze.

La madre surrogata, sia nel caso della traditional surrogacy che della gestational surrogacy – spiega una ricerca condotta dal Council for Responsible Genetics (CRG) dal titolo “Surrogacy in America”- per essere selezionata come candidata, deve sottoporsi ad una serie di invasivi controlli medici (pag.19), che di solito non spettano alle madri naturali; l’isterosonografia e la sonosalpingografia, utilizzate per controllare lo stato dell’utero, sono procedure poco piacevoli o dolorose per la grande maggioranza delle donne, e per alcune possono addirittura essere rischiose: per quanto rara c’è la possibilità di contrarre un’infezione batterica, ad esempio, che potrebbe compromettere la possibilità di avere figli in futuro. Crampi, perdite di sangue, capogiri, nausea, vomito, ma anche reazioni allergiche, traumi alla cervice o alle tube di falloppio sono tutte possibili complicazioni.

Il farmaco prescritto in caso di traditional surrogacy è il clomifene citrato (“Surrogacy in America”, pag.21). Gli effetti collaterali del clomifene citrato includono le vampate vasomotorie (10%), la distensione addominale (6%), la mastodinia (2%), la nausea (3%), i sintomi visivi (1-2%) e la cefalea (1-2%). I maggior rischi della terapia sono rappresentati dalle gravidanze multiple (10-30%) e dalla sindrome da iperstimolazione ovarica (10-20%). Questa sindrome è potenzialmente fatale.

La gestational surrogacy comporta un imponente trattamento a base di ormoni, i cui rischi a lungo termine non sono ben documentati; sebbene la maggior parte degli studi abbia trovato poche prove a sostegno che i farmaci utilizzati possano nel tempo procurare disturbi al sistema endocrino, problemi di fertilità e cancro, alcune ricerche suggeriscono un legame di causa ed effetto, ad esempio per il cancro all’utero. Ci sono poi i possibili effetti collaterali dei farmaci, che vanno dall’affaticamento, mal di testa, nausee, mal di stomaco, gonfiore, irritabilità, calo del desiderio, irritazioni vaginali, fino al rischio aumento della pressione, glaucoma, ulcere gastriche…

C’è anche da considerare che i farmaci per la fertilità e l’abitudine di impiantare più embrioni per aumentare la possibilità di ottenere una gravidanza comportano spesso parti gemellari, per i quali è maggiore il rischio di aborto spontaneo, anemia, infezioni del tratto urinario, pressione alta, preeclampsia, emorragie, polidramnios, e problemi alla placenta, come ad esempio la placenta previa. Inoltre, circa il 60% delle gravidanze plurime si conclude con un parto prematuro.

Personalmente, io delle differenze fra uomini gay che si servono della surrogacy e della donazione di un ovulo, e uomini o coppie gay che si servono di donatori di sperma le vedo eccome.

mothersA questo punto, di solito, ogni discorso sulla surrogacy si interrompe bruscamente, e la reazione dei suoi sostenitori è più o meno riassunta nell’obiezione: chi ti dice che non ci siano donne che non solo decidono volontariamente, ma sono ben felici di sottoporsi a terapie ormonali, 9 mesi di gravidanza e un parto solo per per la gioia di trasformare una coppia in felici ed appagati genitori?

Già, chi ce lo dice?

Una ricerca svolta in Australia, dove è possibile avere un figlio per mezzo della maternità surrogata, ma solo quella definita altruistic surrogacy (ovvero è illegale stabilire un compenso, ma è permesso un rimborso spese per la donna che si sottopone alla procedura), il 46% delle persone intervistate ha dichiarato di non aver neanche preso in considerazione la altruistic surrogacy, e il motivo principale è la natura non vincolante del contratto: c’è infatti il “risk of surrogate keeping the child”: la gestante è libera di decidere in qualunque momento di tenere con sé il bambino (tabella pag.71).

Se esistono delle donne che liberamente e mosse dal desiderio di rendere felice qualcun altro sarebbero disposte ad intraprendere il percorso di madre surrogata, non è detto che è a queste donne che i clienti vogliano rivolgersi. Per molte persone il denaro serve proprio a comprare la libertà altrui, quando c’è la possibilità che costituisca un ostacolo al soddisfacimento dei propri desideri.

Del rimanente 54%, composto dalle persone che invece avevano preso in considerazione la altruistic surrogacy, il 59% non ha poi usufruito di questa possibilità; a pag.72 troviamo la tabella con le motivazioni per cui queste coppie non si sono effettivamente servite dell’opzione, ma a me interessano queste due:

  • Unable to find altruistic person (wanted payment) – 50%
  • No one offered to be surrogate – 30%

Alla fine, soltanto 23 coppie hanno usufruito della “altruistic surrogacy”, che in 7 casi non è andata a buon fine, o perché il procedimento non è riuscito, o perché la madre surrogata ha cambiato idea o perché a tirarsi indietro sono stati i genitori committenti.

E’ vero, quindi, che esistono persone tanto altruiste da accettare di diventare madri surrogate, ma è anche vero che sono una piccolissima porzione delle donne che lo fanno in cambio di una somma di denaro.

Ci dice sempre lo studio australiano che dal 2009 al 2012 la percentuale delle coppie che ha scelto l’India come meta per la surrogacy è salita dal 29% all’80% (al contrario della percentuale di coppie che ha scelto gli Stati Uniti, precipitata da 52% al 14%).

In un rapporto dal titolo “Surrogacy and women’s right to health in India: Issues and perspective” leggiamo che a determinare il veloce incremento del mercato delle madri surrogate è dovuto a diversi fattori: l’estrema vulnerabilità delle donne indiane, dovuta alla povertà, che riguarda un terzo della popolazione femminile del paese, alla cultura patriarcale, che esclude o lascia ai margini del mercato del lavoro le donne, e al basso livello di istruzione.

Che il denaro sia la principale motivazione delle donne indiane che scelgono di prestarsi come gestanti di figli altrui, è evidente se si pensa che in un paese come l’India a questa pratica è associato il medesimo stigma che pesa sulle donne prostituite.

Leggiamo in una intervista a Vohra, una donna che ha lasciato il suo villaggio per diventare madre surrogata, insieme al marito e ai due figli di 12 e 7 anni:

“They think it’s dirty — that immoral acts take place to get pregnant. They’d shun my family if they knew.”

Pensano – gli abitanti del suo villaggio – che sia una cosa sporca, che sia immorale diventare una madre surrogata, tanto che la sua famiglia sarebbe ostracizzata, se si venisse a sapere.

Nonostante questo, Vohra accetta il rischio, seprando di mantenere il segreto, perché quei 5.500 dollari che riceverà garantiranno un futuro migliore ai suoi figli:

“My daughter wants to be a teacher,” she says. “I’ll do anything to give her that opportunity.”

Se pensiamo che il compenso per una madre surrogata negli Stati Uniti va dai 12.000 ai 25.000 dollari (il costo per i genitori committenti è una cifra che si aggira dai 40.000 fino ai 120.000 dollari, pag.26) è chiaro il perché l’India sia molto competitiva da questo punto di vista.

Purtroppo i prezzi bassi influiscono anche sulle procedure, che tengono in poca considerazione la sicurezza delle madri surrogate. Ancora oggi, nonostante la surrogacy sia legale in India dal 2002, non si è pensato di imporre alle cliniche private, che sono sorte come funghi nell’ultimo decennio, dei protocolli sanitari a tutela della salute di queste donne, e l’insufficienza delle cure ostetriche, unita spesso allo stato di denutrizione delle donne stesse, aumenta il rischio di infezioni.

In India, si impiantano alle donne fino a 5 embrioni per aumentare la possibilità di ottenere una gravidanza, una pratica pericolosa per la salute della gestante e del bambino. Negli Stati Uniti, infatti, non è possibile impiantarne più di due contemporaneamente.

corpo_madre

E’ molto difficile parlare dei rischi connessi alla surrogacy, si possono ipotizzare, ma  non ci sono dati che ci permettano di quantificarli.

Il rapporto “Surrogacy in America” ci dice che:

  • non esistono statistiche in grado di quantificare quante donne e quante famiglie sono coinvolte nel mercato della surrogacy;
  • le statistiche che forniscono le percentuali di successo (come questa, ad esempio, che parla di un 62%, 72% di test di gravidanza positivi ) sono stilate sulla base dei cicli di IVF (In Vitro Fertilization) e non forniscono alcun dato sulle madri surrogate: la stessa donna potrebbe sottoporsi a più cicli, prima di riuscire a rimanere incinta, oppure potrebbe subire un aborto e quindi ritentare;
  • non ci sono studi sul rapporto fra i farmaci che le madri surrogate assumono e l’incidenza delle reazioni avverse agli stessi;
  • non esiste nessun tipo di dato per ciò che riguarda la traditional surrogacy, quella nella quale la madre surrogata è anche la madre biologica del bambino e rimane incinta per mezzo dell’inseminazione artificiale.

Il corpo della madre surrogata, la madre surrogata come paziente di quello che è a tutti gli effetti un trattamento medico, non è oggetto delle ricerche mediche sulla surrogacy.

(pag.27) there is scant information indicating the potential risk of medical harm to surrogates. The lack of medical studies on rates of success and adverse reactions in surrogate pregnancies, including risks of STI infection and multiple pregnancies, leave us guessing as to what the actual degree of abuse or exploitation may be, and what regulations might be necessary in order to minimize the risk to which surrogate workers are subjected. Furthermore, if we cannot find adequate information on medical risks in undertaking this study, we can be sure that a surrogate also has no idea of the true risks of her decision. By definition, there can be no “informed consent”.

Le informazioni sui possibili rischi per una madre surrogata sono scarse. La mancanza di studi medici che analizzino i tassi di successo e reazioni avverse delle gravidanze surrogate, includendo infezioni da malattie sessualmente trasmissibili e gravidanze plurime, ci dà la misura del grado di abuso e sfruttamento che potrebbe caratterizzare il mercato, e sarebbe necessaria una regolamentazione che si ponga l’obiettivo di minimizzare i rischi cui sono soggette le gestanti (definite dal rapporto “surrogate workers”). Inoltre, se non siamo in grado di fornire informazioni adeguate sui rischi per la salute in questo rapporto, possiamo essere certi che neanche una madre surrogata ha un’idea dei veri rischi che comporta la sua decisione. Per definizione, non possiamo quindi parlare di “consenso informato”.

Il consenso informato è il presupposto per la legittimità dell’attività medica, e si basa, in Italia, sul principio per il quale nessuno può essere sottoposto a trattamenti medici contro la sua volontà (art. 32 della Costituzione).
Questa regola, di rango costituzionale, è poi confermata a livello internazionale dalla Convenzione di Oviedo del 1997 che è stata ratificata dall’Italia con la Legge n. 145 del 28 marzo 2001, la quale stabilisce alcuni principi.
In primo luogo, quello già presente nella Costituzione, per il quale ogni intervento o terapia, invasivo o no, necessita dell’assenso dell’interessato.
In secondo luogo, l’assenso deve essere consapevole, ovvero deve essere preceduto da una adeguata informativa riguardo alle caratteristiche, ai rischi e alle finalità dell’intervento.
Infine, anche qualora il consenso sia stato concesso, il paziente è sempre libero di ritirarlo in qualsiasi momento.

Tutti quelli che si appellano alla libertà di scelta della madre surrogata, dovrebbero contestualmente porsi il problema della consapevolezza di questa scelta. Non esistono scelte libere che non siano anche consapevoli, e non è possibile nascondersi dietro il concetto di libertà quando allo stesso tempo si fa in modo di limitare la consapevolezza di chi è chiamato a compiere quella scelta.

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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30 risposte a Il corpo della madre surrogata

  1. Pingback: Il corpo della madre surrogata | Antropologia e sviluppo (di Giulia Conte)

  2. Anna ha detto:

    Grazie mille per quest’articolo. Personalmente ho parecchie riserve sulla maternità surrogata (anche se sono favorevole al fatto che una coppia omosessuale possa avere dei figli) e mi trovo sempre molto in difficoltà ad esprimerle perché purtroppo su questi temi tutte le parti in gioco pensano (spesso a ragione) di essere sotto attacco. Mi piacerebbe che ci fossero più occasioni per riflettere in maniera civile su queste questioni e aver finalmente trovato un articolo come il tuo mi ha reso molto felice

    • Grazie 🙂 Anche io concordo in pieno sul fatto che le competenze di un genitore abbiano poco a che fare con il suo orientamento sessuale. Mi stupisce molto che si colleghi quasi istantaneamente la maternità surrogata all’omosessualità, perché da quel che leggo mi sembrano molte, forse di più, le coppie eterosessuali che ne usufruiscono.

      • Anna ha detto:

        Penso che sia dovuto al fatto che quando la gente parla di genitorialità omosessuale pensa più che altro a coppie di due uomini e per loro oltre all’adozione questa è l’unica strada percorribile. Tra l’altro molte coppie gay famose dichiarano di avere effettivamente figli nati tramite maternità surrogata, ma non mi viene in mente nessuna coppia eterosessuale che abbia dichiarato di averlo fatto, anche se probabilmente ce ne sono diverse che hanno intrapreso questa strada. Penso che sia più che altro un problema di come vengono affrontati questi temi sui media.

      • In realtà sono molte di più le celebrità eterosessuali: http://www.celebritybabyscoop.com/2014/10/08/surrogates
        Sarah Jessica Parker e Matthew Broderick, Nicole Kidman e Keith Urban, Ellen Pompeo di Grey’s Anatomy e il marito… tutta gente famosa anche da noi.
        Eppure, si parla sempre e solo di Elton John!

      • Paolo ha detto:

        Sì ma una coppia etero sterile ha ben tre opzioni: adozione, fecondazione artificiale, surrogacy, una coppia di uomini gay (le lesbiche non hanno bisogno di affittare uteri semmai di un donatore di sperma..ma masturbarsi in una tazzina non equivale a portare in grembo nove mesi i figli degli altri, come spiega l’articolo) che voglia un figlio ha solo la surrogacy e l’adozione nei paesi in cui è legale, ovviamente. Inoltre è ragionevole aspettarsi che se in futuro si diffonderanno contraccezione e accesso all’aborto cioè se il mondo diventerà sempre più laico e civile, nasceranno sempre meno bambini indesiderati e quindi le coppie etero sterili e le coppie gay avranno sempre meno possibilità di adottare quindi più il mondo sarà migliore meno l’adozione diventerà possibile..e di conseguenza il ricorso alla madre surrogata e alla donazione di ovuli aumenterà specie per quelle coppie che non hanno nessun’altra scelta per vedere soddisfatto il desiderio di un figlio.
        Qui si apre la questione se diventare genitori sia un diritto da garantire legalmente a tutti o no..io, che sono favorevole alla fecondazione assistita e all’adozione per le coppie gay, non ho le idee chiare su questo.
        E l’utero in affitto mi pone dei problemi etici a prescindere dall’orientamento sessuale dei genitori “richiedenti”..non credo che lo proibirei ma lo regolamenterei severamente per evitare abusi..spero sia possibile evitarli.

      • L’India, guarda caso, è un paese con un enorme numero di orfani: http://www.hindustantimes.com/newdelhi/about-20m-kids-in-india-orphans-study/article1-725905.aspx Una stima calcola siano 20 milioni, il 4% della popolazione.

      • Paolo ha detto:

        potrebbero adottarli, ma è anche vero che, senza contare le procedure per l’adozione già difficili per le coppie etero, adottare un bambino magari già grandicello (quindi consapevole di essere orfano o abbandonato dai suoi genitori biologici,insomma un bambino che ha già subito un trauma) pone delle problematiche che un neonato non ha..problematiche che non tutti gli aspiranti genitori si sentono di affrontare.
        Insomma le motivazioni che spingono ad optare per la fecondazione assistita o la surrogacy al posto dell’adozione sono tante e complesse.

  3. Un'altra Laura ha detto:

    Grazie, Riccio.
    Poi magari riesco a scrivere un commento più articolato, ma, per ora, volevo solo dirti grazie. Hai toccato un argomento scottante e volutamente ignorato da molti, troppi e per motivi che mi piacciono molto poco.
    E l’espressione “utero in affitto” mi ha sempre dato i brividi, e non in senso positivo.

  4. paolam ha detto:

    Grazie per questa efficace ed esauriente documentazione. Per me il discorso si risolverebbe già così https://www.facebook.com/notes/paola-mazzei/corpi-di-servizio/806422612709282

    • Ciò che proponi nel tuo ultimo paragrafo, Paola (C’è infine un’altra opzione, che non è solo teorica, ma realmente sperimentata, immagino in non troppo casi, ma quel che conta è che per qualche persona sia la realtà: una donna e un uomo che non intendono costituire una coppia, magari perché si tratta di due persone già accoppiate con altre due dello stesso sesso, generano un/a figlio/a e lo/a crescono considerandosene genitori, pur rimanendo ciascuna/o per sé. Questa modalità, che implica la partecipazione alla vita del nuovo arrivo dell’altra persona, o delle altre due persone, componenti delle coppia, o della coppie in questione, la chiamerei genitorialità condivisa: richiede una grande consapevolezza umana, e mi piacerebbe sapere come sono andate le sperimentazioni) conta almeno un esempio celebre: quello del musicista Rufus Wainwright http://www.theguardian.com/music/2011/feb/21/rufus-wainwright-baby-with-lorca-cohen

      • Paolo ha detto:

        fammi capire se Wainwright e Lorca Cohen sono ricorsi alla fecondazione artificiale non si pone il problema ma se hanno fatto sesso al solo e unico scopo di generare un figlio, senza che ci fosse nessun legame emotivo tra loro.. Certo si può fare ma personalmente lo trovo umanamente triste. Se fossi stato il compagno di uno dei due non credo che avrei accettato ma se loro sono tutti felici buon per loro

        Piccola curiosità; se Wainwright è gay come ha fatto ad eccitarsi per andare con Lorca? Ha pensato al suo compagno tutto il tempo? O è bisessuale?

      • A parte il fatto che sono amici da una vita (e l’amicizia è un legame), ma comunque si sono serviti dell’inseminazione artificiale, perché lui tra l’altro, come hai potuto leggere, è sentimentalmente impegnato 🙂

      • Paolo ha detto:

        non sapevo fossero amici. Con l’inseminazione artificiale tutto mi torna. Scusa

  5. paolam ha detto:

    Informiamo pure il tuo commentatore seriale che quando non c’era l’inseminazione artificiale la forse stragrande maggioranza delle coppie procreative hanno fatto figli/-e senza che la loro componente femminile si eccitasse neanche un po’.

    • 🙂 Vero. “Non lo fo per piacer mio, ma per dare un figlio a Dio” si dice ricamassero le virtuose donne di una volta sulle loro camicie da notte del corredo da sposa…

      • Un'altra Laura ha detto:

        Beh, oddio, in realtà non sarei così categorica. Il desiderio femminile è sempre stato altamente biasimato (e lo è tutt’ora, anche in Italia. Basta guardare la differenza con cui gli adolescenti e le adolescenti parlano di masturbazione). Quindi se anche la donna avesse piacer suo, di certo non andava in giro a raccontarlo.

    • Paolo ha detto:

      lo so, per fortuna oggi chi fa sesso di solito è reciprocamente attratto.
      (questi toni gratuitamente sarcastici, cara paola m., non me li merito..e io non ricordo di averli mai usati nei tuoi confronti, gradirei quindi ricevere il medesimo trattamento se non è chiedere troppo, s’intende)

      • Io no, non lo so. Perché dovrei supporre che “oggi” che fa sesso lo fa per reciproca attrazione? Ci sono un’infinità di situazioni nelle quali questo non accade. Nel caso della prostituzione, ad esempio. Vogliamo parlare dei matrimoni forzati? http://www.pariopportunita.gov.it/index.php/archivio-notizie/2473-il-matrimonio-forzato-in-italia-conoscere-riflettere-proporre
        Mi ricordo una volta in cui, alla presentazione di un libro durante la quale si parlò di femminicidio, una donna si alzò dicendo: “le donne non sono discriminate, perché io non mi sono mai sentita discriminata”. Questo equivale a dire “la fame nel mondo non esiste, perché io non ho fame.” Non si può trasformare il proprio vissuto in una regola generale…

      • Paolo ha detto:

        per fortuna i matrimoni forzati in occidente non sono più la prassi

      • paolam ha detto:

        Oggi e nel nostro mondo. Per il resto riconosco che hai un po’ di ragione, apprezzo l’evoluzione del tuo pensiero in talune occasioni e prometto di evitare toni sarcastici per il futuro.

      • Paolo ha detto:

        Grazie, ma non mi pare di essere particolarmente evoluto: sulla surrogacy l’ho sempre pensata nello stesso modo da che ho iniziato a riflettere sul tema, stesso discorso per aborto e contraccezione

  6. Un'altra Laura ha detto:

    Allora, scrivo il commento lungo che ti dicevo.
    Mi era già capitato di discutere di questo argomento in lidi e siti a gestione femminista. Il mio punto principale era proprio lo sfruttamento del corpo femminile e la cosa su cui ero più critica era l’impossibilità per la gestante di cambiare idea (ad esempio in U.S.A. è così).
    Mi son sentita dare dell’omofoba.
    Perché, oh, quello è l’unico modo che due gay hanno per diventare padri. A parte il fatto che no, non c’è bisogno di “comprare” qualcuno, puoi anche cercare di convincere una tua amica/ parente/ quello che vuoi ( e, anche senza fare sesso o ricorrere alla inseminazione in vitro, esistono le siringhe. Insomma, si può fare, se si vuole, non entriamo in dettaglio).
    La sensazione che ho avuto è stata molto brutta. Femminismo e lotta per i diritti LGBT vanno spesso a braccetto, e la cosa mi va più che bene. Ma che succede se un’istanza portata avanti dai gay potrebbe ritorcesi contro le donne? Mi è sembrato che, ancora una volta, le donne si “piegassero” alle volontà e desideri degli uomini. Questa volta gli amici gay.
    Mi son sentita fare discorsi molto all’acqua di rose sull’autodeterminazione e la generosità di queste donne che “vendono” il proprio corpo da parte di gente che poi è molto critica nei confronti della prostituzione. Per me l’autodeterminazione crolla nel momento in cui non è possibile cambiare idea, e 9 mesi sono proprio tantini. Persino nella prostituzione IN TEORIA (poi vabbeh, sappiamo come vanno le cose) se una donna cambia idea e si rifiuta, anche durante l’atto, e l’uomo va avanti, si parla di stupro.
    Detto questo, il modello australiano mi sembra il più sensato, e lo potrei accettare. Chiaro che sia quello che piace meno ai possibili futuri genitori ma, mi spiace, per quanto rispetto il desiderio di genitorialità di chiunque (accoppiati e non), un desiderio non dovrebbe mai diventare prevaricazione nei confronti di un altro essere umano.

    • Ci sarebbero anche tante altre cose da dire.
      Nel rapporto del Council for Responsible Genetics, ad esempio, si parla della particolare condizione delle mogli di militari negli Stati Uniti.
      E’ stato notato che le pubblicità delle cliniche in cerca di madri surrogate acquistano molti spazi pubblicitari nei magazine dedicati a questa categoria di donne (pag.24-25), che le cliniche tendono ad installarsi addirittura nei pressi delle basi militari. Si ipotizza che queste donne siano considerate un target per via delle paghe basse dell’esercito e del fatto che difficilmente trovano un lavoro per contribuire economicamente al benessere della famiglia, a causa dei continui trasferimenti da una base all’altra per favorire la carriera del marito.
      Ci concentriamo sempre sulla libertà di scelta del singolo individuo, come se la scelta avvenisse in un vacuum nel quale esiste solo la volontà di chi sceglie, senza mai soffermarci a ragionare sul ventaglio di scelte possibili che questa società offre alle persone.
      Andare appositamente a cercare i soggetti più vulnerabili non mi sembra una grande manifestazione di rispetto per la libertà di scelta altrui. Io credo che il discorso andrebbe impostato diversamente, e dovremmo chiederci se e in che termini la maternità surrogata può essere considerata un lavoro.

      • Un'altra Laura ha detto:

        Sono d’accordo. E si potrebbe anche parlare di quanto la scelta sia informata. Una gravidanza non è una passeggiata ed una gravidanza surrogata prevede trattamenti e controlli speciali. Le mogli dei soldati sono consapevoli dei rischi quando, chi dovrebbe comunicarglieli, sono gli stessi che cercano di reclutarle?
        Comunque no, a mio avviso non lo si può considerare un lavoro. Un atto volontario potrebbe essere. Ma con controlli seri sulla “volontarietà”, e sugli eventuali pagamenti sottobanco.

      • Un'altra Laura ha detto:

        consenso informato di cui tu hai parlato nell’articolo. Scusami, ho scritto a braccio senza rileggere e mi ero dimenticata di citarti.

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