Perché molte vittime di stupro non lottano o gridano

Una traduzione da Why many rape victims don’t fight or yell

James W. Hopper, PhD, è un consulente indipendente e un docente di psicologia part-time  presso il Dipartimento di Psichiatria della Harvard Medical School. Ha condotto ricerche sulla neurobiologia del trauma, e forma investigatori, procuratori, giudici e professionisti nel campo dell’istruzione superiore sulle sue implicazioni. In questo articolo, ci offre la sua spiegazione del perché la gente non sempre risponde ad un attacco nel modo in cui gli altri si aspettano che lo faccia.

bambola rotta
Nel bel mezzo di una violenza sessuale, nei circuiti del cervello domina la paura. La corteccia prefrontale potrebbe risultarne gravemente compromessa, e potrebbero rimanere attivi solo riflessi automatici e abitudini.

Nella recente serie del Washington Post sulle violenze sessuali nei college molte vittime hanno descritto come hanno reagito – o non hanno reagito – alle aggressioni. Un articolo pubblicato questo mese nella Harvard Review of Psychiatry spiega come alcune di queste risposte sono state programmate nel cervello umano dall’evoluzione.
Mettere a confronti i racconti di coloro che sono stati aggrediti con gli studi sulla neurobiologia del trauma può svolgere un ruolo fondamentale nel supporto alle vittime verso la guarigione e nel garantire la giustizia.

Ad esempio, il congelamento è una risposta del cervello al pericolo, in particolare all’attacco di un predatore. Pensate ai cervi illuminati dai fari di un’auto.

Come una donna ha raccontato al Post: “Io non ho detto di no, ma non sapevo cosa fare. Ero come congelata”.

Il congelamento si verifica quando l’amigdala – quella parte del cervello fondamentale al regolamento della paura – rileva un attacco e segnala al tronco cerebrale di inibire il movimento. Succede in un lampo, in modo automatico e indipendentemente dal controllo cosciente.

Si tratta di una risposta del cervello che pone rapidamente l’organismo in uno stato di allerta in vista di attacchi in arrivo e in cerca di vie di fuga. Gli occhi si allargano, le pupille si dilatano. L’udito si fa più acuto. Il corpo è innescato per la lotta o la fuga. Ma, come vedremo, a questo stato non seguono necessariamente né la lotta né la fuga.

Contemporaneamente al congelamento, il circuito cerebrale della paura scatena un’ondata di neurotrasmettitori che generano stress nella corteccia prefrontale, la regione del cervello che ci permette di pensare razionalmente – di ricordare che la porta della camera è aperta, o che ci sono persone nella stanza accanto del dormitorio, per esempio, e di fare uso di tali informazioni. Ma l’eccessiva quantità di questi neurotrasmettitori compromette rapidamente la corteccia prefrontale. Questo perché, nonostante adesso ricopriamo un ruolo dominante sul pianeta, abbiamo alle spalle una storia da prede e, quando siamo assaliti da un leone o una tigre, fermarsi a riflettere è fatale.

In effetti, nessuno capisce meglio di un militare in che modo una paura intensa alteri la nostra corteccia prefrontale e la capacità di ragionare.

Quando i proiettili volano e il sangue scorre, è solo sull’addestramento che si può contare. Ecco perché l’educazione al combattimento è rigorosa e ripetitiva – serve a trasformare in abutine il fare fuoco in modo efficace, ad eseguire automaticamente le formazioni di combattimento, ecc.

Ma cosa succede quando sei vittima di un’aggressione sessuale e non puoi fare affidamento su nessun addestramento?

E se sei una donna, e le uniche opzioni automatiche che ti si accendono nel cervello sono quelle che usi abitualmente per scongiurare indesiderate avances sessuali – come ad esempio dire: “Devo andare a casa” o “La tua ragazza ti scoprirà”? Quelle frasi, e i comportamenti passivi che le accompagnano, potrebbero essere l’unica risposta a disposizione, finché non è troppo tardi.

Sono innumerevoli le vittime di violenza sessuale che descrivono queste risposte. Troppo spesso gli agenti di polizia, gli amministratori di college, persino amici e familiari pensano a se stessi – e chiedono ad alta voce – “Perché non sei fuggita fuori dalla stanza” “Perché non hai urlato?”

Per coloro che hanno una corteccia prefrontale perfettamente funzionante – anche molte vittime che ripensano successivamente a quello che è successo – i comportamenti dettati dall’abitudine possono risultare sconcertanti. Appaiono esattamente il contrario del modo in cui pensano che avrebbero risposto – o avrebbero dovuto rispondere.

Ma quando la paura prende il sopravvento e la corteccia prefrontale è compromessa, le abitudini e i riflessi automatici possono essere tutto quello che abbiamo.

E quando il cervello percepisce la fuga come impossibile e la resistenza come inutile, allora decide di non lottare e non fuggire, ma attiva i riflessi di sopravvivenza (che gli scienziati chiamano “risposte di difesa degli animali”). Questi si possono attivare automaticamente quando il corpo è nella morsa di un predatore – e quando, come raccontano la metà delle vittime di stupro, temiamo la morte o lesioni gravi.

Una di queste risposte è l’immobilità tonica. Nel congelamento, cervello e il corpo sono preparati all’azione. Ma nell’immobilità tonica, il corpo è letteralmente paralizzato dalla paura – impossibilitato a muoversi, parlare o gridare. Il corpo si irrigidisce. Le mani possono essere intorpidite.

L‘immobilità con collasso è un altra possibile di queste risposte. Pensate all’opossum, quando fa il morto. Per vedere come si presenta (e prendervi una pausa da un argomento difficile da affrontare), potete guardare i video di YouTube che si compaiono quando cercate “passes out on Slingshot ride.”.

Alcune persone descrivono questo stato con l’espressione “sentirsi come una bambola di pezza”, alla quale il violentatore è libero di fare ciò che vuole. E grazie a rapidi cali della frequenza cardiaca e della pressione sanguigna, alcune diventano deboli e arrivano anche a svenire. Altre descrivono di essere state pervase da una sensazione di “sonnolenza”.

Troppo spesso, nei distretti di polizia come nelle aule di tribunale, le vittime si scontrano con l’incredulità: come può essere stato stupro se tu eri assonnata?!

Un altra risposta fra le più comuni è la dissociazione: la sensazione di irrealtà, di essere altrove, scollegati dalle emozioni orribili provocate da una simile violazione.

A meno che una persona non sia drogata o intossicata, in uno stato di incoscienza, arriva il momento in cui il cervello è in grado di rilevare l’attacco.

La maggior parte delle vittime si blocca, anche se solo per breve tempo. Alcune reagiscono in modo efficace. Alcune resistono dando le abituali risposte passive. Alcune improvvisamente cedono e piangono. Altre saranno paralizzate, si sentiranno deboli, sverranno o si dissoceranno.

Poche delle persone che hanno vissuto queste esperienze si rendono conto che si tratta di reazioni del cervello al terrore generato dall’aggressione.

Si sentono in colpa per non aver lottato. Si vergognano. (Gli uomini soprattutto, che si percepiscono come codardi, quindi non più “veri uomini”.) Per questo possono decidere di non parlarne a nessuno, anche nel corso di un’indagine. Purtroppo, molti investigatori e pubblici ministeri non sanno ancora che alcune o tutte queste risposte dipendono dalla struttura del nostro cervello…

Sullo stesso argomento:

Non hai urlato, scalciato, graffiato. È così, per Legge, i tuoi stupratori sono innocenti

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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7 risposte a Perché molte vittime di stupro non lottano o gridano

  1. Paolo ha detto:

    alcune lottano e gridano, altre non ci riescono ma ogni vittima va rispettata e non colpevolizzata. Se non c’è consenso (verbale o non verbale) è stupro. Punto

  2. paolam ha detto:

    Io ti posso dire che sono stata rapinata due volte nella forma dello scippo (collanina d’oro e borsa) e tutte e due le volte (strada deserta) ci sono rimasta talmente di sasso che non sono riuscita né a gridare né a inseguire, ammesso che fosse utile.

    • IDA ha detto:

      Anni 80, autoradio estraibili, tipici di quel periodo, io mi fermo a fare benzina, rientro e l’autoradio non c’era più. Era di notte, io non ho sentito ne visto nessuno nelle vicinanza. Sono rimasta in uno stato confusionale per tutta la sera. E poi mi vergognavo, non sapevo come spiegare l’accaduto.. 🙂

  3. paolam ha detto:

    Ora che ci penso, sono stata vittima anche di un’aggressione fisica, che pure ho raccontato diverse volte per spiegarne le dinamiche, e posso dire che è vero, per reagire bisogna avere il tempo di razionalizzare, tempo che io, in quell’occasione, ho avuto. Scena: una strada deserta verso l’una e trenta di notte, in un quartiere residenziale di Roma, tornando da un cinema. Azione: mi si para dinanzi un giovinotto, altezza solo un pochino superiore alla mia e complessione fisica simile, particolari di non secondaria importanza, con sguardo di chi si doveva essere somministrato qualche sostanza psicotropa, che mi afferra con un braccio per le spalle dicendo frasi sconnesse del tipo: “Ahò qanto me piasci etc”. A questo punto, dovete considerare che vedendolo avvicinarsi repentinamente io ero già allertata, ma nel senso che pensavo a una rapina, ed ero preoccupata del libro costoso (per me) e fine serie che avevo nella borsa. Alla frase sconnessa e a al tentativo di immobilizzazione, però, capisco che si tratta di un altro tipo di aggressione, ma tuttavia passa qualche secondo prima di una reazione, perché, nel frattempo, il mio cervello si chiedeva: “Che posso fare di utile? Urlare? Urlare non è dignitoso, sembro la donna che grida per esse salvata, ammettendo la sua debolezza”. Negli stessi pochi secondi il mio cervello constata che un’alternativa non esiste e, quindi, comincio ad emettere grida di allarme del tutto pensate. Al che l’aggressore reagisce con un “Ahò che te gridi stronza?” e miracolosamente molla la presa. Conclusione: avevo a che fare, per mia fortuna, con un aggressore inesperto.

  4. Pingback: I segni, invisibili, della violenza sessuale. | Racconti della vita danneggiata.

  5. Pingback: I segni, invisibili, della violenza sessuale. | Riflessioni sulla vita debosciata

  6. IDA ha detto:

    Penso di averlo già raccontato, ormai sono passati 15 anni. Febbraio 2000 mi ritrovo nel mezzo di una rapina da uno spedizioniere, e sono stata per più di tre ore legata mani e piedi, con i miei compagni di sventura, (impiegati, magazziniere e autisti della ditta). La mia reazione è stata l’immobilità, non riuscivo a capire quello che succedeva, un tizio davanti a me, che si era presentato come uno della finanza, ma mi puntava la pistola in faccia e mi chiedeva il cellulare. Io lo guardavo e non dicevo ne facevo nulla. Poi mentre mi portava nella stanza dove c’erano gli altri sequestrati, pensavo ad una via di fuga. A sedere in terra, con le mani e piedi legati, sopraggiunge il tepore, apatia, incredulità e la dissociazione: non stava accadendo a me, io stavo solo osservando una scena. Credo di aver iniziato a parlare dopo più di un ora.

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