Sognatori. Ridicoli bambini. Falliti danzanti e ridacchianti. Ecco il vostro brillante futuro. La vostra fervida stucchevole speranza.

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Su suggerimento della Zitella Felice (io ho molta stima degli inguaribili ottimisti) ho dedicato un po’ di weekend a Isaac Marion e ai suoi zombie, poi me ne sono andata al cinema a vedere Warm Bodies.

Tutta sola.

Perché in parecchi mi hanno guardato con gli occhi sgranati e hanno esclamato “Ma quella roba da teenager?”

Mai capita la necessità di disprezzare i teenager, tutti i teenager, come se l’etichetta “roba da teenager” equivalesse necessariamente a “schifezza”. Un bel modo per sostenere l’autostima delle giovani generazioni…

Tanto tempo fa i Beatles erano “roba da teenager”, per dirne una.

(Mio figlio ha detto: mi fanno schifo gli zombie. E un po’ perché è mio figlio, un po’ perché “mi fanno schifo gli zombie” è più comprensibile di “mi fanno schifo i teenager”, non me la sono proprio sentita di insistere.)

Neanche io sono una appassionata di cadaveri e smembramenti. Credo di aver visto di sfuggita si e no qualche fotogramma de La notte dei morti viventi, quello del ’68, ma il libro mi è piaciuto così ho visto anche il film. Che non era un vero film di zombie, lo dico da inesperta: qualche schizzo di sangue, niente organi in bella vista, niente arti strappati…

Mi è andata bene.

La storia è tutta narrata con focalizzazione interna e il protagonista è un non-morto, R (l’unica cosa che ricorda è la lettera iniziale del suo nome), che inizia a raccontarci la sua non-vita, ed è chiaro fin dalle prime righe che i non-morti siamo noi.

Il futuro per me è confuso tanto quanto il passato. Non posso fare finta che mi importi di qualcosa stia a destra o a sinistra del presente, e il presente non è esattamente una priorità. Si potrebbe dire che la morte mi abbia rilassato.

Non è un futuro post-qualcosa che Marion ci racconta: nessuno – neanche i personaggi biologicamente vivi del libro – sembra avere la minima idea di cosa abbia ridotto il mondo ad un tale sfacelo. Forse perché non c’è stata nessuna catastrofe, nessuna guerra. Forse il mondo ha semplicemente iniziato ad andare a male…

Questo romanzo è, almeno all’inizio, una distopia.

Gli zombie sono corpi ingrigiti e ingobbiti che si trascinano a fatica in un eterno presente, perché non hanno più alcuna consapevolezza del passato e nessun interesse a immaginare un futuro: si limitano ad osservare la propria carne che, lentamente, si sfalda… Gente che ha disimparato a parlare, perché non ha più nulla da raccontarsi, e che di tanto in tanto divora qualche vivo perché masticandone il cervello riesce rubare per un istante i suoi ricordi e le sue emozioni. Mordono, masticano, ma non digeriscono, non assimilano.

Davvero una metafora potente su quanto distruttivi e improntati al vampirismo siano i rapporti umani: divorare i sentimenti altrui per un effimero attimo di godimento, che lascia a terra brandelli di carne umana e sarà presto dimenticato.

Ci lamentiamo e brontoliamo, facciamo spallucce e annuiamo, e di tanto in tanto viene fuori qualche parola. Non è poi così diverso da prima. 

A volte gli zombie tentano persino di fare sesso, una delle immagini più tristi di tutto il romanzo: Lui era flaccido. Lei asciutta. Si guardavano con espressioni interrogative, come se una qualche forza sconosciuta li avesse spinti insieme in questo umido groviglio di arti. Con gli occhi sembravano chiedere l’un l’altro: “Chi diamine sei?”, mentre si muovevano a scatti e si strattonavano come marionette di carne.

Il sesso, deprivato della poesia che l’amore vi ricama attorno, non è che un umido groviglio di arti, membra scomposte che si strusciano; c’è una vaga nostalgia dell’intimità, rappresentata da quel “chi diamine sei?”, ma tutto ciò che resta sono pulsioni incomprensibili per chi ha rinunciato alla possibilità di articolare qualcosa di diverso da gemiti e grugniti.

Poi ci sono gli Ossuti, che potrebbero rappresentare uno stadio evolutivo dello zombie, anche se il finale del libro ci suggerisce che rappresentano invece un modo diverso di non essere vivi: gli Ossuti non si limitano a constatare distrattamente di essere morti, ma sono compiaciuti del loro stato.

Hanno persino costruito una Chiesa: gli antichi Ossuti muovono i loro arti scheletrici nel cerchio centrale, raspando fuori sermoni aridi e senza parole dai loro ghigni sdentati. Non capisco di cosa si tratti. Credo che nessuno di noi lo capisca.

Proprio perché nessuno li comprende gli Ossuti dettano legge e la legge, in un mondo sospeso nel tempo, è solo una: è sempre stato, è e sempre sarà… non c’è possibilità di cambiamento.

R si sposa e riceve dagli Ossuti due bambini zombie ai quali insegnare come nutrirsi. Eh già, perché gli zombie si sposano e adottano bambini-zombi e insegnano loro a divorare carne umana. R è sposato quando incontra Julie, sebbene la cosa non abbia né per lui né per la consorte la minima importanza. Nulla nel mondo di R ha veramente importanza.

Il film ci racconta che R incontra Julie, che R si innamora di Julie, che l’amore fra R e Julie salva il mondo.

Nel libro R divora il cervello del fidanzato di Julie, il ricordo dell’amore che percepisce è così forte che improvvisamente smette di mangiare e le dice “Io… tenere te al sicuro”.

Nel film, lui vede lei, lei è carina, colpo di fulmine…  Banalità.

Marion ci racconta invece di quella che, secondo lui, è l’essenza dell’amore: l’essenza, ovvero, per dirla con Aristotele, ciò per cui una certa cosa è quello che è, e non un’altra cosa (per dirla con le parole di R, ciò  che rimane quando tutto quello che poteva decomporsi si è decomposto ed è tornato alla polvere).

Secondo Marion l’essenza dell’amore non sta nella passione, nel desiderio, nel possesso, nella gelosia…. ma nella frase “io ti proteggo”. E’ l’amore fra un uomo e una donna, l’amore fra un genitore e il figlio, l’amore che intercorre fra pari in quel rapporto che chiamiamo – o forse chiamavamo – amicizia.

Odio che sia ferita. Odio che sia stata ferita, da me e da altri, per tutta la sua vita. Quasi non me lo ricordo il dolore, ma quando lo vedo su di lei lo sento su di me, in misura sproporzionata. Mi si insinua negli occhi, pizzicando, bruciando. “Perché sei venuta?” le chiedo. “Per aiutare te, te lo ricordi? E per tenerti al sicuro.” “Si, ma perché?” Abbozza un sorriso e il taglio sulla guancia le si colora di sangue fresco. “Perché mi piaci, signor Zombie”.

Mi piaci, quindi sono al tuo fianco e mi prendo cura di te.

Se questa è roba da teenager, allora sono gli adulti che fanno schifo.

Proteggere qualcuno significa impegnarsi, significa fare delle cose, e R e Julie fanno l’uno per l’altra cose semplici come cercare un riparo, cercare del cibo: “io… ti intrattengo” dico alla fine, abbozzando un sorriso poco convincente “tu sei… ospite”.

Proteggere qualcuno significa mettersi fra quel qualcuno e chi vuole fargli del male, a rischio della propria incolumità. Amare qualcuno significa desiderare il suo benessere più del proprio. Ed è questo particolare tipo di amore che contagia gli altri zombie, che all’improvviso scoprono che la cosa che desiderano più del divorare cervelli è mettere a repentaglio la loro non-esistenza per tenere R e Julie al sicuro. Un amore che non c’entra niente con quello che viene comunemente definito “amore romantico”.

Siamo ammassati sulla rampa d’ingresso dell’autostrada. Dietro di noi, la città… Julie sta al mio fianco… Le metto una mano sulla spalla e mi rivolgo alla folla. “Julie!” La folla trema, e sento due o tre file di denti che schioccano. Alzo la voce. “Julie! La terremo al sicuro.” Alcuni di loro sembrano tentati, ma per la gran parte ciò che vedo nei loro occhi non è fame…

Gli zombie non hanno un nome. Hanno un corpo ma non hanno una vita. Soddisfano dei bisogni, ma non avevano uno scopo prima che qualcuno pronunciasse la parola Julie, prima di ricominciare a guardare all’altro da sé come un qualcosa di unico, speciale, irripetibile e prezioso. Si accorgono che trovare uno scopo diverso dall’egoistico sopravvivere, che smettere di impegnarsi a conservare e nutrire quel miserabile grumo di carne che comunque è destinato a imputridire, improvvisamente li fa sentire di nuovo vivi. Così si mettono al  fianco di R e Julie e se ne prendono cura.

Mi stanno osservando tutti. Occhiate impazienti da ogni parte. E’ uno sguardo che dice: bè?, e io avrei voglia di urlare: bè cosa? Non sono un generale, né un colonnello, né un costruttore di città. Sono solo un cadavere che vorrebbe non esserlo.

R non ha “un piano”, in realtà non ha neanche la bozza di un progetto, il barlume di un’idea.

“Ultimamente, nella tua testa, ho sentito farsi avanti parecchi pensieri ispirati – gli sussura il fidanzato divorato di Julie, che gli ronza attorno un po’ come Humphrey Bogart con Woody Allen in Provaci ancora Sam Che ne dici di una strategia? … Tu continui a parlare di cambiare il mondo, ma intanto te ne stai seduto a leccarti le zampe mentre i pitbull ci accerchiano. Qual è il piano, gattino?” … “Io non … ne ho ancora uno” “E quando pensi di averne uno? Lo sai che le cose stanno cambiando. Tu stai cambiando, i tuoi amici morti stanno cambiando, il mondo è pronto per qualcosa di miracoloso. Che stai aspettando?” … sento lo stomaco salirmi in gola. “Io non aspetto. Io sto facendo.” “Che fai? Che stai facendo?” “Ci sto provando… Lo sto desiderando. Sto facendo in modo che mi importi.”

Quante volte ci siamo sentiti dire, magari dal cinico fantasma che ci aleggia intorno fingendosi un saggio grillo parlante: Cosa pensi di fare? A che serve quello che stai facendo? Non puoi produrre nessun cambiamento. Sei irrilevante. Sei troppo poco. Tutto è più grande di te, tu sei solo un piccolo ingranaggio di un enorme sistema che avrebbe bisogno di qualcosa di più fantasmagorico per fermarsi…

Questo romanzo, pur essendo una distopia, è allo stesso tempo un romanzo per teenager, perché finisce bene.

E’ roba per teenager perché ci racconta che anche il più piccolo degli ingranaggi può invertire l’inesorabile viaggio di un pachidermico sistema verso l’autodistruzione, mentre gli adulti non ci credono a queste genere di cose: gli adulti spesso fanno spallucce e dicono è sempre stato così.

Questo libro è un invito a ricominciare ad immaginare che le cose potrebbero essere diverse, che potranno esserlo, che lo saranno. E’ un invito a prenderci cura l’uno dell’altro invece di dilaniarci a vicenda. E’ un invito a provare a fare modo che ci importi. Di qualcosa, non è importante di cosa, basta che sia davvero importante. I piani, lasciamoli ai generali.

Certo, nel libro gli Ossuti si arrendono, ed è decisamente poco realistico, ma la conclusione, alla fine di questa accozzaglia di sconclusionate considerazioni, è che forse io non sono mai cresciuta…

Magari è meglio concludere con una frase che mi piace molto:

Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo. (Mahatma Gandhi)

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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11 risposte a Sognatori. Ridicoli bambini. Falliti danzanti e ridacchianti. Ecco il vostro brillante futuro. La vostra fervida stucchevole speranza.

  1. Paolo1984 ha detto:

    Molto interessante….anch’io credo che l’amore sia proteggersi a vicenda..il che non esclude la passione

  2. Cristina Volpe ha detto:

    Ma davvero la storia ha un lato così profondo? Dal trailer sembrava una storia di zombie mancata…

  3. eklektike ha detto:

    Credo che, prima di demonizzare le “cose da teenager” bisogna prima conoscerle, solo dopo si possono criticare.
    Degli zombie non sapevo granché, a parte il film di Romero, interpretato come critica alla società moderna (ma non l’ho ancora visto). La descrizione che hai fatto del libro mi ha incuriosito molto e forse lo leggerò!

  4. Emma ha detto:

    Arrivata qui per caso, leggendo di femminismo, scopro questa bella analisi del libro che ho finito questa notte. I libri da teenager su di me hanno un fascino notevole (malgrado sia oramai mamma di un teenager), ma questo mi è sembrato molto complesso e profondo. Mi è piaciuta la tua analisi, ma non so se riuscirò ad andare al cinema: ho paura che mi rovini il ricordo del libro.
    Penso che rimanderò qui tutti quelli che oseranno criticare la mia lettura! 🙂

  5. missloislane79 ha detto:

    Piacere di averti dato la spintarella. Condivido tutto quanto. 🙂

    • Questo libro mi ha fatto ripensare ad una delle mie più grandi delusioni letterarie degli ultimi anni:http://nonciclopedia.wikia.com/wiki/La_solitudine_dei_numeri_primi Condivido in pieno la recensione di Nonciclopedia: trama? Nulla. Personaggi? Il vuoto. Messaggio del libro? Il premio strega lo assegna la vecchina nella casetta di marzapane, nella speranza di indurre i lettori dei libri premiati ad inoltrarsi nel bosco in preda alla disperazione di aver speso così male dei soldi in libreria… Questo nostro paese è irrimediabilmente depresso? Perché premiamo storie di afasici con tendenze autodistruttive e liquidiamo con sufficienza chi ci offre un briciolo di entusiasmo?
      E poi la storia dei numeri primi è scopiazzata: http://www.macrolibrarsi.it/libri/__la_formula_del_professore.php Ho controllato, “La formula del professore” è uscito prima. Ed è un bel libro, se piace il genere…

  6. Blossom ha detto:

    “Tanto tempo fa i Beatles erano “roba da teenager”, per dirne una.”

    Questo mi ricorda un vecchissimo servizio della rai sui Beatles dove un giornalista, sprezzantemente, li definiva “quattro zazzeruti inglesi”. Ancora rido.

  7. dario ha detto:

    mi avete fatto venire voglia di leggere il libro. Il film non so, non ero molto intenzionato a guardarlo e ultimamente c’è ben poco che mi attira al cinema. Io personalmente sono d’accordo sull’aiuto reciproco anche in ambienti come la scuola o il lavoro. Non ci dovrebbe essere competizione visto che si è sulla stessa barca. Ogni atto egoistico è una pura lesione dei diritti altrui. So che è difficile agire sempre in questa politica, ma spero di poterlo sempre fare e che il prossimo lo intuisca e faccia lo stesso. Specialmente nelle aule universitarie vorrei vedere più aiuto reciproco e nessun disprezzo per chi riesce bene nelle materie più difficili. Siamo 7 miliardi di persone, come si può pensare che danneggiando 1 persona si possa avere un qualche vantaggio su tutti gli altri? Eppure lo vedo capitare sempre più spesso. Si magari quei 2 si mettono a studiare insieme , ma intanto parlano male di quegli altri 3 la. Nel luogo proprio dove dovrebbero nascere le future menti :-/

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