Ridimensionare la violenza

Fino a quando gli uomini si convincono di poter colpire la madre dei loro figli senza essere cattivi padri, è lecito temere che continueranno a farlo. Finché le donne si convincono che i loro coniugi possono colpirle senza essere cattivi padri, è lecito temere,  purtroppo, che rimarranno con loro.

Discours de M. Édouard PHILIPPE, Premier ministre
Hôtel de Matignon – Mardi 3 septembre 2019

un’immagine dalla campagna #PerUnaGiustaCasa

Sta facendo discutere l’ordinanza della Cassazione (la trovate qui) che rigetta il ricorso di una madre che si opponeva alla decisione del Tribunale di collocare il figlio minore presso una comunità insieme al padre, con lo scopo di aiutare il bambino a recuperare il rapporto col padre e, al contempo, di consentire il superamento delle problematiche di tipo personologico manifestate dal padre (cit. pag.8 dell’ordinanza suddetta).

La vicenda ha destato scalpore qualche mese fa, non riuscendo comunque a raggiungere i media nazionali e rimanendo confinata alla stampa locale; su Il Tacco d’Italia possiamo ancora guardare il video del prelevamento del minore, corredato da un articolo che spiega che questa madre si sposta con una stampella perché ha riportato danni permanenti al ginocchio a causa di una della tante aggressioni del padre del bambino, sul quale gravano ben tre procedimenti penali per i reati di cui agli artt. 572, 582 e 585 cod.pen. (maltrattamenti contro familiari e conviventi, lesioni personali e relative aggravanti.

In un altro articolo ci viene spiegato nel dettaglio che l’uomo è stato rinviato a giudizio  perché “maltrattava la convivente con continue manifestazioni di violenza fisica e psicologica – lo scrive il PM –, offendendo ed umiliandola con epiteti quali zoccola, puttana, minacciandola reiteratamente e picchiandola abitualmente, tirandole i capelli, strattonandola, colpendola con schiaffi e pugni, sì da cagionarle in diverse occasioni lezioni, consistite in ematomi ed escoriazioni mai refertate, ma constatate dai familiari della donna, giungendo in alcune occasioni a spingerla fuori dall’autovettura in movimento, impedendole altresì di avere rapporti sociali e perfino relazioni con la sua famiglia di origine, così determinando un sistema di vita basato su continue vessazioni, che inducevano la donna lasciare l’abitazione coniugale e a rifugiarsi presso l’abitazione dei genitori”.

Questi procedimenti penali non sono giunti ancora ad una pronuncia giudiziaria, neanche di primo grado.

Nel frattempo, però, il Tribunale per i minorenni di Lecce ha accolto le istanze del padre, che ha proposto un ricorso ai sensi dell’art.333 del cod. civ., chiedendo l’esclusione dalla capacità genitoriale della madre per condotta pregiudizievole nei confronti del bambino.

Quale sia, questa condotta pregiudizievole, è evidente: anche se non la si nomina espressamente (anche perché non si potrebbe in teoria, nel contesto della violenza coniugale), si sta parlando di alienazione genitoriale, ovvero della presenza di un condizionamento da parte di figure parentali, in primo luogo della madre (pag.3), la quale – suggeriva il neuropsichiatra convocato ad analizzare la situazione – a causa dei suoi vissuti traumatici – avrebbe attivato un processo di dipendenza con il figlio.

Leggiamo nell’ordinanza che gli operatori delle strutture socio-sanitarie coinvolte, pur avendo rappresentato le problematiche personologiche del [padre], avevano concordemente evidenziato la necessità di favorire la relazione fra il minore e il padre, in autonomia rispetto alla madre, a causa della sostanziale chiusura di quest’ultima verso ogni progetto di mediazione e recupero della genitorialità, a causa di sentimenti personali di rifiuto nei confronti dell’uomo.

Che strano, vi pare? Perché mai, una donna che è stata maltrattata con continue manifestazioni di violenza fisica e psicologica, umiliata e offesa con epiteti quali zoccola e puttana, una donna minacciata, picchiata e resa zoppa dovrebbe ostinarsi a provare “sentimenti di rifiuto” verso il responsabile di quei comportamenti? Un uomo che il quale, tra l’altro, continua a manifestare anche di fronte a testimoni “problematiche personologiche”?

Problematiche personologiche: uno dei migliori eufemismi che mi sia mai capitato di incontrare.

Comunque, arriviamo al nocciolo della questione. La Cassazione risponde al ricordo della donna, che protesta il mancato rispetto degli artt. 26 e 31 della Convenzione di Istanbul, che obbliga lo Stato ad apprestare specifiche misure per la protezione ed il supporto dei bambini testimoni di violenza e garantisce che, al momento di determinare i diritti di custodia e di visita dei figli, siano presi in considerazione gli episodi di violenza che rientrano nel campo di applicazione della Convenzione, osservando che la Corte di merito non ha affatto omesso di “prendere in considerazione” gli episodi di violenza addebitati al padre, ma ne ha opportunamente ridimensionato la portata, adottando misure volte a garantire i diritti e i bisogni del minore, nell’interesse superiore dello stesso, e di prendere in considerazione, ai fini del suo collocamento, l’esigenza di far sì che il recupero dei rapporti con il padre non vada a detrimento della sua sicurezza. La sicurezza sarebbe garantita dal fatto che il minore non è stato collocato direttamente presso il padre, bensì presso una struttura educativa, sotto la vigilanza di persone professionalmente qualificate.

La Corte avrebbe valutato che i comportamenti paterni non sono così dannosi per lo sviluppo psicofisico del minore, mentre lo sono molto di più i “sentimenti di rifiuto” della madre, la quale è da considerarsi responsabile di ledere il diritto alla bigenitorialità del figlio, principio sulla base del quale si è basata la suddetta valutazione.

La Convenzione sui diritti del fanciullo, (New York 20 novembre 1989), recita nel suo preambolo che il fanciullo, ai fini dello sviluppo armonioso e completo della sua
personalità deve crescere in un ambiente familiare in un clima di felicità, di amore e di comprensione; è vero che la Convenzione riconosce che la famiglia, unità fondamentale della società e ambiente naturale per la crescita e il benessere di tutti i suoi membri e in particolare dei fanciulli, deve ricevere la protezione e l’assistenza di cui necessita per poter svolgere integralmente il suo ruolo nella collettività, ma afferma anche che le autorità competenti possono decidere, sotto riserva di revisione giudiziaria e conformemente con le leggi di procedura applicabili, che questa separazione [la separazione dalla famiglia] è necessaria nell’interesse preminente del fanciullo. Specifica anche che “Una decisione in questo senso può essere necessaria in taluni casi particolari, ad esempio quando i genitori maltrattino o trascurino il fanciullo oppure se vivano separati e una decisione debba essere presa riguardo al luogo di residenza del fanciullo.” La Convenzione riconosce che le istituzioni non debbono intervenire – se non in modo
costruttivo (ovvero protezione e assistenza) – a turbare l’ambiente “naturale” del bambino/a (la sua famiglia), a meno che un intervento non si renda necessario “nell’interesse preminente del fanciullo. L’articolo 9 dice esplicitamente: Gli Stati parti rispettano il diritto del fanciullo separato da entrambi i genitori o da uno di essi, di intrattenere regolarmente rapporti personali e contatti diretti con entrambi i suoi genitori, a meno che ciò non sia contrario all’interesse preminente del fanciullo.

Se l’interesse preminente del fanciullo è la ragione per cui esso può essere allontanato da uno o da entrambi i genitori, viene da sé che intrattenere regolarmente rapporti personali e contatti diretti con entrambi i suoi genitori non coincide con l’interesse preminente del fanciullo.

Infatti, se riflettete sul fatto che a tutela del diritto alla bigenitorialità del bambino, ovvero il diritto a intrattenere regolarmente rapporti personali e contatti diretti con entrambi i suoi genitori, si è deciso di allontanare il bambino da uno dei suoi genitori (la madre), vi renderete conto del fatto che la decisione stessa della Corte va a violare quell’interesse superiore del fanciullo al quale afferma di ispirarsi, negandogli di fatto la bigenitorialità.

Come si evince chiaramente da una caso come questo, di fronte all’ottusa misoginia di un paese profondamente maschilista non c’è Convenzione, codice o prova concreta della violenza che tenga: anche di fronte ad un uomo del quale è impossibile negare le “problematiche personologiche” che lo hanno portato ad azzoppare la madre di suo figlio, il genitore che risulta inadeguato in tribunale è la donna; se di lui si può dire che i maltrattamenti posti in essere nei confronti della madre non possono aver causato danni al proprio figlio (pag.3) – in aperta contraddizione con quanto sappiamo della violenza assistita – i “sentimenti di rifiuto” di lei, descritti come la reazione patologica di una donna problematica e non come la sana reazione di chi ha subito una violenza, rendono necessario l’allontanamento del bambino dalla casa materna, perché quelli sono sicuramente dannosi.

A breve, a causa dei continui rinvii, i reati ascritti all’uomo cadranno in prescrizione.

 

Per approfondire:

I bambini hanno bisogno di essere protetti dai genitori abusanti

 

Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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2 risposte a Ridimensionare la violenza

  1. Paolo ha detto:

    su questi temi concordo con te

  2. Gery ha detto:

    Agghiacciante! Vicenda assurda, disumana e agghiacciante.

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