Il lavoro domestico e l’indipendenza economica

Fra i tanti argomenti trattati a Napoli, durante il Convegno “Adultocentrismo, separazioni conflittuali e nuove forme di violenza su donne e bambini. La terapia della minaccia e il collocamento coatto nelle case-famiglia”, si è parlato anche di quell’aspetto della propaganda in favore del disegno di legge 957 che ruota attorno al neologismo “babbomat“, quella corrente di pensiero che ritiene che in questo paese vi sia una grave emergenza sociale: i padri vessati dalle pigre e avide ex-mogli.

Gruppi di femministe vocianti invocano all’uopo temi dislessici quali la violenza sulle donne, la loro minor capacità reddituale etc. Ma che c’entra tutto ciò con lo stravolgimento di una legge? Devono i padri farsi carico del welfare o degli errori altrui? Tuona dal suo blog l’Avvocato Mazzola.

(I temi dislessici devono essere quelli che confondono le e con le a o le d con le b, credo…)

Già, perché i padri dovrebbero pagare, è forse un loro problema se le ex-mogli non hanno un lavoro? Se ne sono state comode comode a casa, godendosi per anni il frutto del sudato (e pericolosissimo, come mi ricordano spesso molti lettori) lavoro del maschio, cosa vogliono ancora? Che vadano a lavorare, queste sanguisughe! Hanno oziato anche troppo.

Quello che mi chiesi, leggendo il post dell’Avv. Mazzola, è: chi avrà commesso degli errori e quali? Chi sono questi “altrui” e dove hanno sbagliato?

Hanno sbagliato le casalinghe, sostengono parecchie persone ragionevoli: perché sono rimaste a casa, perché non si sono cercate un lavoro prima del divorzio (quando erano abbastanza giovani da poter sperare in una assunzione) e non si sono conquistate l’indipendenza economica? Perché sono state anni senza lavorare, pesando sul groppone dell’uomo di casa?

Addirittura ci sono donne, donne che si definiscono femministe, che sostengono: Il femminismo predica l’indipendenza della donna. Chiuderla in casa con l’assegno è una finta tutela.

Insomma, rifiutare il supporto economico alla ex-moglie sarebbe un ultimo gesto d’amore: va, mia cara, spiega le ali e conquistati l’indipendenza! E se nel frattempo non arrivi alla fine del mese… Non credo proprio sia un mio problema. Non più.

Tutte queste persone dimenticano, però, che la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 28 del 1995, ha affermato l’equiparabilità del lavoro effettuato all’interno della famiglia alle altre forme di lavoro:

Infatti, anche il lavoro effettuato all’interno della famiglia, per il suo valore sociale ed anche economico, può essere ricompreso, sia pure con le peculiari caratteristiche che lo contraddistinguono, nella tutela che l’art. 35 della Costituzione assicura al lavoro “in tutte le sue forme”

Si tratta di una specie di attività lavorativa che è già stata oggetto di svariati riconoscimenti per il suo rilievo sociale ed anche economico, anche per via degli indiscutibili vantaggi che ne trae l’intera collettività e, nel contempo, degli oneri e delle responsabilità che ne discendono e gravano – ancora oggi – quasi esclusivamente sulle donne (anche per estesi fenomeni di disoccupazione).

Così si può ricordare, per esempio, l’art. 230 bis del codice civile che, apportando una specifica garanzia al familiare che, lavorando nell’ambito della famiglia o nell’impresa familiare, presta in modo continuativo la sua attività, mostra di considerare in linea di principio il lavoro prestato nella famiglia alla stessa stregua del lavoro prestato nell’impresa.

Il valore del lavoro familiare è stato poi alla base della risoluzione del Parlamento europeo 13 gennaio 1986 e della pronunzia di questa Corte n. 78 del 1993 (con la quale è stato affermato il diritto alla rivalutazione dei contributi versati per la previdenza a favore delle casalinghe), mentre le esigenze di tutela di chi presta lavoro familiare sono state oggetto di ripetute iniziative parlamentari nel corso di varie legislature con riferimento ad aspetti – connessi alle prestazioni lavorative – di natura previdenziale, infortunistica e di protezione della maternità.

Prima ancora della Corte Costituzionale, a spiegarci che genere di investimento economico per l’uomo è una donna in casa ci pensò, nel 1980, il cugino Anselmo, che con calcolatrice alla mano conteggiò al centesimo il valore del lavoro del suo “cardine ed orizzonte”:

E’ una cifra, una signora cifra.

Peccato che tutto questo lavoro, economicamente e socialmente rilevante, sembra non dare il diritto a nessun tipo di indennità di disoccupazione.

Quello su cui tutte queste ragionevoli persone non riflettono, è che continuare a svalutare il lavoro domestico, questo creare nell’immaginario collettivo la percezione che la casalinga “non faccia niente”, contribuisce all’erosione di quel welfare che dovrebbe permettere alle donne di trovarsi un lavoro.

Perché creare delle strutture a sostegno della famiglia – tempo pieno, asili, dopo scuola, centri estivi – se il “lavoro di cura” non esiste?

Se il lavoro della casalinga vale zero, non c’è nessun bisogno di servizi a sostegno di chi casalinga non lo è.

E ancora: questi uomini, che hanno una simile considerazione del lavoro svolto in casa dalle loro ex-compagne, come possono pensare di sostituirle una volta ottenuto l’affido condiviso con doppio domicilio? E’ “assolutamente niente” quello che contano di fare, una volta che si troveranno a condividere il lavoro di cura? E’ un “valore zero” quello che attribuiscono a ciò che richiedono con tanta insistenza?

Annunci

Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
Questa voce è stata pubblicata in affido e alienazione genitoriale, attualità e contrassegnata con , , , , , , . Contrassegna il permalink.

9 risposte a Il lavoro domestico e l’indipendenza economica

  1. Maria ha detto:

    Condivido integralmente il tuo post
    Se quello di casalinga non fosse un lavoro, pure stressante, monotono e poco gratificante, ma una piacevole forma di relax o di loisir, lo svolgerebbero anche gli uomini. Mi pare logico! Invece il 76,2% del lavoro domestico e di cura , secondo i dati Istat del biennio 2008-2009, risulta effettuato dalle donne. La situazione non subisce sensibili mutamenti nel caso in cui la donna svolga anche un’occupazione extradomestica, tant’è vero che, secondo un’indagine della CGIL del 2008, ben il 62,4% delle operaie metalmeccaniche (lavoro pesante, no?) di età superiore ai 45 anni, contro il 20,1% dei colleghi, effettua più di 20 ore settimanali di attività domestica e di cura, raggiungendo in totale più di 60 ore di lavoro .
    Le donne, dunque, sanno bene che quello domestico è un lavoro in piena regola, pure faticoso; gli uomini ne sono logicamente meno coscienti!
    La questione è che si tratta dell’unico lavoro non retribuito esistente e, guarda caso, è compiuto dalle donne! Che strana coincidenza, eh!
    Il carattere produttivo del lavoro domestico e di cura è riconosciuto da tempo dalle teoriche e dalle economiste autenticamente femministe. Dalla riflessione su questo tipo di attività sono scaturite originali elaborazioni teoriche, come quella del femminismo materialista francese che sottolinea l’esistenza di un rapporto di sfruttamento esercitato dagli uomini sulle donne, che concorre a costituire due classi sessuali, quella maschile e quella femminile, poiché là dove esiste un rapporto di sfruttamento, come sostiene il marxismo, si formano due classi sociali antagoniste. E se c’è sfruttamento del lavoro domestico e di cura delle donne, completamente gratuito, c’è ugualmente appropriazione di esso e, più in generale, appropriazione delle donne e del loro corpo. Questo sfruttamento, da cui gli uomini traggono profitto – individualmente e collettivamente, che lo vogliano o meno, per il fatto stesso di appartenere alla classe degli uomini – permette loro di migliorare la propria qualità di vita, esattamente come sostiene, con molta onestà, il cugino Anselmo nel film Un sacco bello di Verdone.
    In Italia, ritenendo invece che il principale beneficiario dell’attività domestica delle donne dovesse essere individuato nel sistema di produzione capitalista, piuttosto che negli uomini, Lotta femminista, gruppo di ispirazione operaista, aveva proposto negli anni Settanta l’erogazione statale di un salario alle casalinghe, come forma di riconoscimento del carattere produttivo del loro lavoro.
    Anch’io ritengo che l’attività domestica e di cura, oltre che condivisa in misura paritaria e, meglio ancora, ampiamente socializzata, dovrebbe essere adeguatamente remunerata, o sotto forma di reddito minimo garantito o di indennità di disoccupazione o in un qualsiasi altro modo.
    Perché quello di casalinga è un autentico lavoro, faticoso e produttivo, dotato di un notevole valore economico. Sai a quanto corrispondeva nel 2002-2003 il valore complessivo della produzione domestica in Italia? Al 33% del PIL, pari a 432 miliardi di Euro. Non poco, mi pare!
    http://www.lavoce.info/articoli/pagina1000139-351.html
    Condivido anche la tua osservazione che la svalutazione del lavoro domestico non possa che concorrere all’erosione di quel welfare che dovrebbe consentire alle donne di svolgere un’attività extradomestica.

    • Grazie per gli spunti bibliografici! Potrebbero essere un suggerimento per queste femministe-pressapochiste… e molti ingrati ex-mariti.

    • emanuele di felice ha detto:

      “è che si tratta dell’unico lavoro non retribuito esistente”.Ma se fosse così,le casalinghe dovrebbero morire di fame,vestire di stracci e abitare nei tuguri.
      O le casalinghe sono dipendenti dai mariti,o svolgono un lavoro non retribuito.Delle due l’una!.
      Invece il 76,2% del lavoro domestico e di cura , secondo i dati Istat del biennio 2008-2009, risulta effettuato dalle donne.
      gli uomini single spendono 1,23 minuti del loro tempo per il lavoro domestico,le donne single 1,40 minuti.
      Il dato da te riportato è al netto del lavoro domestico che le donne svolgono per esse stesse?.
      E’ al netto delle attività domestiche che le donne scelgono liberamente di svolgere?Atttività che spesso per gli uomini risultano essere inutili e superflue.

      • E’ proprio questo l’aspetto più grave: che agli uomini risultano inutili e superflue… Le statistiche ci raccontano anche che gli uomini separati si risposano più frequentemente delle donne separate: influirà forse il fatto che hanno bisogno di una sostituta per quelle “inutili” attività?

      • emanuele di felice ha detto:

        ,E.C. le donne single 2,40 minuti.(fonte:”La libertà delle donne – contro il femminismo moralista;Valeria Ottonelli.

      • ??? Cos’è 2.40 minuti??? No, non lo voglio sapere…
        Comunque: non si rende conto che ad ogni commento rafforza la tesi esposta nel mio post? Lei è un uomo e non mostra nessuna considerazione del lavoro di cura svolto in casa, che definisce “inutile e superfluo”, addirittura “autoinflitto” (perché si sa, la femmina è vittimista…) E’ esattamente ciò di cui ho parlato. Quindi, grazie per l’esempio concreto offerto ai lettori.

  2. Maria ha detto:

    Ok! 🙂
    Ecco il link dove puoi consultare i risultati dell’inchiesta FIOM del 2008:
    http://www.fiom.cgil.it/inchiesta/materiali.htm

  3. valerio ha detto:

    per fortuna nel resto del mondo civile l affido condiviso viene integralmente applicato,non come in Italia..che dire:l articolo proposto si commenta da solo!!Speriamo solo che il ddl 957 venga approvato al piu’ presto.Cordiali saluti

    • Temo proprio caro Valerio che l’abbiano male informata. In realtà gli stati che avevano applicato leggi analoghe al ddl 957 sono tornati sui loro passi, ammettendo il fallimento della norma, mentre altri stati l’ hanno bocciata senza neanche prenderla in considerazione, come la Gran Bretagna.
      Bisognerà fare chiarezza su questo punto.
      Intanto le porto un esempio.
      Dopo aver approvato il “vero” condiviso nel 2006, nel 2011 l’Australia si è risolta a modificare la legge, abolendo la “regolamentazione a favore del genitore ben disposto”, la mediazione obbligatoria e pure la sanzione pecuniaria a carico del genitore che alleghi fatti falsi/dichiarazioni false… In compenso ha previsto “approfondite indagini” sulla capacità genitoriale. Rispetto ai genitori, ha previsto una analisi approfondita su: adempimenti materiali e morali del genitore, considerando in dettaglio l’adempimento dell’obbligo di mantenimento, la reale partecipazione alle decisioni più importanti per il figlio, il tempo realmente trascorso con il figlio, considerando sia l’attualità che il passato; le modalità di comunicazione con lo stesso e con l’altro genitore; la capacità del genitore di sostenere di fronte al figlio altra figura genitoriale; la distanza territoriale tra i due genitori.
      Rispetto ai figli, una analisi approfondita su: desideri/esigenze/bisogni degli stessi rispetto all’affidamento e se il minore esprime forte dissenso/rifiuto considerare ciò in relazione all’ età e grado di maturità del minore; considerare se l’equilibrio psico-fisico del minore e i suoi bisogni emotivi sarebbero realmente pregiudicati dalla mancanza o limitazione del rapporto con un genitore; se uno o entrambi i genitori si sono opposti all’affidamento condiviso considerare con attenzione la loro motivazione. E su questo punto, quello che riguarda le VERE esigenze dei minori, lei dovrebbe proprio rifletterci su.
      Il mondo civile è tornato sui suoi passi… Si consoli: le resta ancora l’Arabia Saudita. Sa, lì le donne non possono neanche guidare l’auto.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...