L’approccio dello spettatore – III

L’approccio dello spettatore ha come obiettivo dare strumenti alle persone per interrompere questo processo e creare un clima culturale tra pari in cui il comportamento abusivo sia visto come inaccettabile, non solo perché illegale, ma perché sbagliato e intollerabile nella cultura dei pari. E se siamo in grado di raggiungere il punto nel quale gli uomini che agiscono in modo sessista perderanno di status, otterremo che anche i ragazzi che agiscono in modo sessista e molesto verso le ragazze e le donne, così come verso altri ragazzi e uomini, perderanno status/posizione sociale. Vedremo così una diminuzione radicale della violenza. Perché il tipico autore della violenza maschile non è una persona malata o una mente contorta. È un ragazzo normale in ogni altro aspetto. Non è forse così?

da “Trasformare ogni uomo in un femminista”, di Jason Katz

(in Marea, n.3, settembre 2016, pag.41)

Fonte

Il video, registrato con un telefonino da un residente nella zona, è diventato virale qualche settimana fa.

Girato probabilmente allo scopo di fornire alle forze dell’ordine una prova del comportamento criminale dell’uomo – che prima di aggredire i poliziotti ha minacciato di morte la moglie gridando come un ossesso in via della Cella a Sampierdarena (un quartiere di Genova) poi ha aggredito un uomo intervenuto per calmarlo brandendo una bombola del gas – è rimbalzato di social in social fino ad attirare l’attenzione della stampa locale.

A me è arrivato tramite un contatto su facebook, e di lì sono risalità ad un post pubblico in calce al quale ho trovato centinaia di commenti.

Il video era introdotto da questo commento:

Che cosa si sono detti gli spettatori?

In molti lo hanno trovato divertente.

Questo perché, ad un certo punto del video, l’aggessore tira fuori il telefonino per chiamare Ciro, al quale intima di raggiungerlo, visto che sta per compiere una strage (vuole uccidere non solo la moglie, ma anche tutta la sua famiglia); questo dettaglio ha ricordato agli spettatori un triste momento della televisione italiana d’altri tempi: era il 1990, quando una telefonata raggiunse la conduttrice Sandra Milo nello studio della Rai “L’amore è una cosa meravigliosa” per annunciarle che il figlio è rimasto vittima di un incidente e le sue condizioni erano molto gravi; Milo corse via in lacrime gridando il nome del figlio, che, appunto, si chiama Ciro. Una volta scoperto che in realtà si era trattato soltanto di uno scherzo di pessimo gusto, programmi di satira come Striscia la notizia o Blob mandarono in onda lo spezzone più volte, rendendo quell’urlo angosciato un vero e proprio tormentone.

Alla domanda “Le dà ancora fastidio rivedere in tv la sequenza in cui urla il nome di suo figlio Ciro?”, in una recente intervista a Io Donna risponderà Sandra Milo: “È tremendo, è un dolore che torna a farsi sentire, incancellabile, c’è sempre. Non mi fa piacere neppure parlarne.”

Non c’è nulla di male nell’esorcizzare una tremenda prospettiva – che un figlio amato possa essere ricoverato in ospedale in fin di vita, ad esempio – cogliendo gli aspetti più ridicoli di una scena che la evoca per concedersi una risata liberatoria e stemperare il terrore che suscita. Subito dopo, però, bisognrebbe essere in grado di andare oltre la becera comicità, soprattutto di fronte ad un fenomeno come la violenza sulle donne perpetrata in ambito familiare, visto che in Italia 3 donne su 4 di quelle che vengono uccise, vengono uccise dal partner, e soprattutto se si vuole consegnare un messaggio al pubblico, perché si rischia di suggerire che una scena del genere possa trasformarsi in un simpatico intrattenimento. Il che farebbe indubbiamente del male a chi ne è il protagonista.

Molti altri spettatori si sono lamentati del fatto che all’aggressione dell’uomo non sia seguita da un’esecuzione sommaria da parte dei residenti che palesavano la loro preoccupazione gridando dalle finestre della via.

Quello che viene sollecitato da commenti analoghi a questo non è un intervento a tutela della donna minacciata, bensì un vero e proprio pestaggio ai danno dell’uomo: violenza che genera altra violenza, odio che genera altro odio, “una spirale discendente” che porta alla distruzione per tutti, diceva in proposito Martin Luther King.

Per un altro gruppo di commentatori il problema è la malattia mentale: l’uomo è un pazzo, uno fuori di testa, un malato grave.

Quanto sia sbagliato associare automenticamente la violenza al disturba di tipo psichiatrico, ne abbiamo già parlato in questo blog, citando anche pareri eccellenti.

Le possibilità sembrano qui ridursi a due: la pazzia oppure una accurata analisi del contesto ci fornirebbe le buone ragioni che hanno condotto l’uomo ad un simile comportamento.

Qualcosa non torna, ci dice invece quest’altro commento, spiegando che le ragioni sufficienti a rendere comprensibile il comportamento dell’uomo si possono desumere dal video stesso, senza bisogno di ulteriori indagini sul contesto.

Non è un pazzo, e neanche un uomo cattivo; si vede chiaramente che “lei lo istiga” e poi lui afferma di amare il figlio: come può non essere un uomo fondamentalmente buono?

Lei è una donna che minaccia un povero padre di allontanarlo per sempre dall’amato figlio, lei è una che ha usato violenza psicologica contro di lui, è una che cerca di “farsele dare”, insomma sarebbe lei l’occulta regista della sceneggiata pubblica: è questa la lettura più probabile delle immagini che scorrono sullo schermo, perché l’esperienza insegna che sono davvero tante le donne cattive d’animo che agiscono con crudeltà senza alcuna ragione.

La cattiveria, in buona sostanza, sarebbe una peculiarità delle donne: gli uomini che agiscono con violenza o sono malati o sono portati ad azioni disperate da un contesto che rende se non legittime almeno umanamente comprensibili le loro azioni oppure sono vittime del subdolo complotto di una di queste streghe animate da immotivata crudeltà delle quali il mondo sarebbe pieno.

D’altronde

ne abbiamo discusso fino alla nausea in questo blog: la donna coinvolta in una relazione con un uomo violento, per alcuni, non può non essere considerata corresponsabile della violenza che subisce.

La comprensione sembra sorgere più spontanea nei confronti di uno, che, in fondo, non l’ha neppure picchiata:

Avrebbe potuto ucciderla (davanti ad un mucchio di testimoni, fra i quali uno che sta ostentatamente filmando tutta la scena), invece si è fermato, dimostrando così tutto il suo buon cuore. Come fa a non farci pena?

Qualche giorno fa parlavamo dei fratelli Hart. A proposito dell’omicidio della madre e della sorella ad opera del padre, raccontano che ciò che li ferì delle reazioni di chi riportò i fatti, nell’immediato, fu che, in assenza della possibilità di conoscere il contesto in cui gli omicidi si collocavano, in molti scelsero di schierarsi dalla parte dell’assassino.

In Italia ogni due giorni viene uccisa una donna e nella stragrande maggioranza dei casi nell’ambito di una relazione sentimentale: la conclusione che una parte degli spettatori sembra trarre da questi dati è che la stragrande maggioranza delle donne sia così cattiva da meritarselo.

Certo, alcuni non sono d’accordo:

Ma siamo molto lontani da quel clima culturale intollerante nei contronti di comportamenti del genere che potrebbe contribuire a ridurre radicalmente la violenza contro le donne.

Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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4 risposte a L’approccio dello spettatore – III

  1. Paolo ha detto:

    concordo con te, la violenza sul partner è sempre ingiustificabile

  2. alessiox1 ha detto:

    Su chi voleva pestarlo, be se lo pestavano lo mettevano fuori gioco e cosi la sua compagnia/moglie sarebbe stata fuori pericolo.
    Sui commenti ironici, sicuramente sono brutti su questo non c’è dubbio, ma ognuno di noi ha una sensibilità diversa, ci sono persone che fanno battute sull’attentato alle torri gemelle per esempio.

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