Che cerchi un lavoro!

E’ accaduto il 27 giugno: Concetta Candido, 46 anni ha gridato “Mi hanno licenziata, sono esasperata, non ce la faccio più” e poi si è data fuoco davanti agli sportelli ufficio Inps di corso Giulio Cesare 290, a Torino.

E’ un mondo senza solidarietà“, ha commentato il fratello per spiegare il gesto disperato di Concetta.

 

Forse non c’entra, ma forse si, oggi il Mattino pubblica una notizia che ripesca la “rivoluzione” tanto strombazzata un mese fa:

Intanto cogliamo l’occasione per ribadire che l’affermazione di Viviana De Vita – “Un mantenimento garantito fino a poco tempo fa” – è assolutamente falsa.

Come avevo precisato all’epoca della pubblicazione della notizia, né la norma né  l’interpretazione fornita dalla Cassazione hanno mai garantito l’assegno divorzile, né tantomeno un assegno divorzile che permettesse di “mantenere lo stesso tenore di vita matrimoniale”come ho già spiegato – ma soprattutto giova ricordare che una sentenza che neghi l’assegno divorzile non è affatto una novità (ribadiamo che le donne divorziate che lo ricevono sono da tempo una risicata minoranza – nel 2015 il 20,5% delle ex mogli ci dice l’Istat – da molto prima che i giornalisti decidessero di inventarsi di sana pianta un “brusco cambiamento di rotta” nella giurisprudenza in grado di stravolgere la vita degli italiani), come non è una novità che esso venga negato anche a donne disoccupate.

Avevo ipotizzato che questo modo di porgere le notizie fosse funzionale a scatenare l’ira funesta del commentatore medio contro le donne “parassite e furbette”, e le osservazioni sulla pagina de il Mattino sembrerebbero corroborare l’ipotesi:

Approfittatrici, scroccone, zoccole…  mentre il maschio italico vomita i peggiori luoghi comuni, una sfilza di donne chiosano rassicurandoli sul fatto che loro, come molte altre donne degne di questo nome, non lo vogliono l’assegno divorzile, ma si rimboccano le maniche, fanno 3 lavori, si alzano alle sei, e se questo non basta sono disposte persino ad andare sotto i ponti, ma chiedere soldi agli uomini (anche se hanno abbastanza da rifarsi una vita nuova di zecca), mai e poi mai!

Perché lasciare il lavoro per occuparsi della famiglia è “una libera scelta” (nonché “una pacchia”) e la donna e solo lei ne deve pagare le conseguenze.

Quello che dimenticano, tutti questi commentatori, e lo dimenticano pure gli ermellini quando affermano che il matrimonio “è soltanto un’unione di affetti“,

è che una moglie che abbandona il lavoro retribuito per occuparsi a tempo pieno di casa e famiglia (è stato calcolato che, in media, una casalinga ha più o meno lo stesso tempo libero di un uomo che lavora – fonte: figura 3) svolge un lavoro che ha un “valore sociale ed anche economico”, come possiamo leggere qui e come ha riconosciuto la Corte Costituzionale con la sentenza n. 28 del 1995.

(Lo so, sono noiosa, ripeto sempre le stesse cose…)

E’ una cifra, una signora cifra, ci raccontava Verdone.

Una cifra della quale il marito ha liberamente scelto (al pari della consorte) di beneficiare in costanza di matrimonio. Che una donna rimanga a casa, insomma, non può che essere definita come una libera scelta di entrambi (a meno di non postulare una sudditanza dell’uomo nei confronti della sua partner), o al massimo una scelta obbligata per entrambi dalle circostanze avverse (come raccontava la Uil nel rapporto “Possiamo permetterci un figlio?“), una scelta che però – non garantendo alla donna l’accumulo di alcun patrimonio personale né la possibilità di vedersi riconosciute dal mercato del lavoro le competenze acquisite in anni ed anni di gestione di marito, casa e figli – in caso di divorzio produce una situazione di estremo svantaggio soltanto per lei.

Se questa è giustizia, significa che io ho non ho mai compreso il significato del termine “giustizia”.

Inoltre, senza entrare nel merito del caso di specie, del quale in effetti non sappiamo nulla (forse la donna è ricca di famiglia?), in un momento storico in cui la gente si dà letteralmente fuoco perché non arriva alla fine del mese e non sa più a che santo votarsi, citare, in un articolo di giornale, come unici parametri atti a stabilire se una donna può trovare a breve un’occupazione, l’età e la capacità di lavoro è indizio di un grave distacco dalla realtà.

Leggiamo su AdnKronos:

nonostante [la donna] sia senza lavoro e con due figli, ha un mestiere – fa l’estetista – e può trovarselo.

Davvero vogliamo considerare accettabile un’affermazione che sottintende che in Italia sono disoccupate solo le persone prive delle competenze necessarie a svolgere un lavoro?

Davvero?

Stiamo tornando indietro di secoli, al punto di sostenere che la povertà non è altro che una colpa del singolo individuo? Che le difficoltà economiche sono del tutto sconnesse dal contesto sociale, che l’unico elemento degno di nota è la volontà della persona di non essere povera?

Non posso non notare che nell’articolo pubblicato su AdnKronos l’avvocata De Martino, legale dell’ex marito, osserva: “…in generale credo che non si possa sottovalutare che in questo modo le donne potrebbero essere oggetto di violenza economica. Potrebbero ossia essere costrette a prendere la decisione di non separarsi perché non autonome. E’ un aspetto di cui tenere conto”.

Certo non in questo caso, non in un suo caso. Lei, d’altra parte, segue anche il Centro Antiviolenza Spazio Donna…

A prescindere da questo specifico caso, il rischio è innegabile ed è chiaro anche a coloro che plaudono sentenze del genere.

Più sopportazione, signore mie, sopportazione e sacrificio: questa è la strada tracciata dagli ermellini.

Una strada che le donne non solo conoscono fin troppo bene, ma – e lo dico dopo aver letto con attenzione i commenti sulla pagina facebook de il Mattino – sono ancora orgogliose di imboccare.

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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12 risposte a Che cerchi un lavoro!

  1. Paolo ha detto:

    anch’io vorrei che il matrimonio fosse solo una “unione di affetti” ma se in questa unione uno dei due ha potuto andare avanti nella carriera anche grazie alla scelta dell’altro coniuge, più o meno libera o dettata dalle circostanze, di non lavorare fuori casa non vedo perchè l’altro coniuge non debba ricevere un risarcimento in caso di fine del rapporto matromoniale

  2. Paolo ha detto:

    la cosa buffa è che ciò che dicono delle donne divorziate “fannullone, non hanno voglia di lavorare, si fanno mantenere” si adatta anche a tanti uomini tra cui il sottoscritto che non è neanche divorziato

  3. ... ha detto:

    “Una cifra della quale il marito ha liberamente scelto (al pari della consorte) di beneficiare in costanza di matrimonio.”

    No, un servizio che il marito ha liberamente scelto di pagare in costanza di matrimonio (piccolo particolare eluso da decenni). Così come la donna (se è il caso della donna) rinuncia al suo stipendio per usufruire di una parte di un altro stipendio, l’uomo (se è il caso dell’uomo) rinuncia a una parte di stipendio, che altrimenti potrebbe accumulare. Quindi il costo economico c’è per tutti e due. Ovviamente per chi ha rinunciato al lavoro è maggiore in potenza. La soluzione possibile è anzitutto la separazione dei beni, e la condivisione di ciò che si riesce a risparmiare. Chi rinuncia al lavoro deve pretendere che tutto ciò che non va in spese correnti venga diviso a metà o perlomeno in parti accettabili, in modo che alla fine eventuale del rapporto ognuno abbia una cifra per ripartire. Se questa cifra non c’è, ovvero se il solo stipendio non consentiva risparmi, non vedo come pretenderla. Se questa cifra c’è, è bene che sia pretesa subito, così ognuno capisce con chi ha a che fare. Per quanto riguarda la sopportazione, ognuno decide cosa è disposto a sopportare. Se le donne sono preoccupate di ciò non hanno che da unire le proprie risorse economiche e creare un fondo comune che garantisca il minimo per vivere, oltre a mettere a disposizione dei posti letto. Altrimenti non vedo il senso di continuare a parlare di sorellanza.

    • Da quello che scrivi la moglie sembra quasi una dipendente stipendiata dal padrone (“un servizio che il marito ha liberamente scelto di pagare”), che è il marito. Non sarebbe più opportuno pensare ad un rapporto diverso, come quello tra soci alla pari?

      • “Se le donne sono preoccupate di ciò non hanno che da unire le proprie risorse economiche e creare un fondo comune che garantisca il minimo per vivere, oltre a mettere a disposizione dei posti letto. Altrimenti non vedo il senso di continuare a parlare di sorellanza.” Hai ragione: l’unica cosa sulla quale vale la pena di investire è la sorellanza. Perché questo è un mondo senza solidarietà.

      • ... ha detto:

        di per sé è alla pari, il marito paga un servizio. il punto è che contrariamente a quanto sostenuto negli anni ’70 (da Silvia Federici e Nicole Cox in poi) e come scrivi tu, il lavoro svolto dalla donna in casa non produce reddito, ed è riconosciuto e pagato, dal momento che il marito condivide il suo stipendio. Quindi non è una cifra di cui beneficia il marito. è appunto lavoro, pagato. è chiaro che se una donna decide di investire nella famiglia abbandonando il lavoro si espone a un rischio, ma questo rischio va assicurato prima e durante (quando poi i rapporti sono buoni), non dopo, con quello che si riesce a risparmiare, in modo da avere una sorta di tfr. Ma dal punto di vista sociale non se ne può più parlare in termini di genere. L’autonomia economica riguarda tutti, se ci sono risorse pubbliche per chi è disoccupato. Non può riguardare in particolare le donne, fino a tirare in ballo la violenza economica. Sennò tutto è violenza economica, anche fare l’operaio in mancanza di alternative. Non è più accettabile il discorso per cui una donna sopporta una storia suo malgrado perché non autonoma, come destino delle donne. è un problema che riguarda alcune donne, tutta la solidarietà possibile, si creino appunto associazioni spontanee di soccorso, ma la responsabilità è personale, non sociale. A differenza della questione della povertà.

      • “di per sé è alla pari, il marito paga un servizio”: non so chi conosci tu, ma io non ho mai conosciuto una casalinga che ricevesse uno stipendio. Non si può paragonare il matrimonio ad un lavoro salariato, dal momento che non c’è nessun salario.
        Scrivi: “non se ne può più parlare in termini di genere”. Quanti casalinghi conosci? Dire che non è una questione di genere è come dire che non si può parlare di apartheid in termini di colore della pelle.
        Tu scrivi: “se una donna decide di investire nella famiglia abbandonando il lavoro si espone a un rischio, ma questo rischio va assicurato prima e durante (quando poi i rapporti sono buoni), non dopo.” Sai, immagino che strutturare la propria vita di coppia a partire dalla previsione di un divorzio tolga parecchio piacere all’esperienza, perché se è vero che il matrimonio non “è soltanto un’unione di affetti”, è altrettanto vero che è anche un’unione d’affetti, e non un mero rapporto di lavoro.

      • Perché sia un problema sociale e non personale, è facile da spiegare.
        Sai quanti giorni di congedo obbligatorio hanno i papà italiani? Due. Due giorni soltanto. Sai quanti ne hanno i padri svedesi? 90, proprio come le madri. E’ possibile ipotizzare che il mercato del lavoro smetterebbe di discriminare le donne se anche gli uomini rimanessero a casa ogni volta che hanno un figlio?
        Vogliamo parlare della cronica assenza di servizi all’infanzia in questo paese? http://milano.corriere.it/notizie/cronaca/17_maggio_27/liste-d-attesa-600-bambini-fuori-scuola-materna-6eec0484-4241-11e7-b153-e2fd0d43182d.shtml Vogliamo confrontare la situazione italiana con quella di paesi europei che hanno un tasso di disoccupazione e inoccupazione femminile molto più bassi?
        Invece di gioire perché viene negato l’assegno divorzile alle donne, tutti quelli che non vogliono che la questione venga affrontata assumendo una prospettiva di genere, dovrebbero affrontare questi problemi e molti altri… Naturalmente è molto più facile fingere che il genere non c’entri niente, che è solo un problema di sciocchine che non hanno accantonato un bel tfr.

      • Paolo ha detto:

        in effetti l’approccio di … mi pare fin tropo freddo e pragmatico, dato che, sarò un romanticone, ma considero l’amore una cosa piuttosto importante e pur sapendo razionalmente che l’amore può finire, quando ti sposi scommetti che durerà, sposarsi pensando al “tfr” mi pare molto triste. Perciò pur apprezzando di solito i contributi di … a questo giro sono più d’accordo con Riccicorno anche sul congedo di paternità e la mancanza di servizi

      • ... ha detto:

        Paolo, anch’io sono un romantico, che c’entra però? Le persone non sono tutte come me e te, quindi è bene pensare a queste cose anche in maniera pragmatica. Parlo di tfr in maniera metaforica, perché sono partito da un’obiezione economica. Il lavoro domestico della donna (e parliamo di donna per un fatto statistico) non produce una cifra di cui beneficia il marito, ma è un servizio pagato dal marito. Parlarne in termini economici non è in contraddizione con il romanticismo. Tra l’altro le femministe hanno lottato perché sia riconosciuto come lavoro. E se a un certo punto una donna decide di lasciare il lavoro di fatto si espone a un rischio. Ovvio che si spera che tutto funzioni, ma di fatto non sempre succede, quindi è bene premunirsi. Chi lascia il lavoro si espone a un rischio, per cui se una famiglia riesce a risparmiare non sarebbe male che chi ha lasciato il lavoro avesse una cifra per ripartire nell’eventualità in cui il rapporto finisca. Ovvio che se ci fosse un reddito di discoccupazione non ci sarebbe questo problema, ma così non è. E in ogni caso se si condividono le risorse nella coppia, tanto più se c’è l’amore non ci vedo niente di male nel dividere anche le risorse economiche alla pari o in maniera adeguata, piuttosto che far pagare dopo al coniuge un assegno che non sia per i figli eventuali. Della disoccupazione se ne dovrebbe far carico la società, non l’ex di turno.
        Riccio, anzitutto io non gioisco di nulla, né considero sciocchine le donne. Queste sono proiezioni indebite su quello che ho scritto. E tra l’altro non ho parlato solo di donne: se è la donna a lasciare il lavoro ho scritto. Ma può anche accadere il contrario. Inoltre ci sono le coppie omo. Le questioni di genere ci sono, ma non è questa. Tant’è che l’assegno di mantenimento riguarda chi guadagna di più. E in ogni caso se è un problema sociale non è un problema di genere, perché se stiamo parlando di povertà per disoccupazione questa riguarda tutti, non le donne in particolare, quindi non vedo come affrontarlo dal punto di vista di genere. Precedenza alle donne per gli assegni di disoccupazione? In quanto madri sì, non in quanto donne. Io sono casalingo, comunque, e certo non pretendo che qualcuno paghi le mie scarse faccende di casa. Ovvio che non c’è uno stipendio, ma è come se ci fosse. Se l’unica entrata è quella del marito, il lavoro domestico della donna è di fatto pagato dal marito. Non c’è bisogno della busta paga, ma è come se ci fosse, da qui la metafora con il mondo del lavoro. Non è una questione di genere perché può succedere a tutti, mentre l’apartheid non riguardava tutti. Con la mia ex compagna ne abbiamo parlato, e io ero ben disposto a fare il casalingo nel caso in cu lavorasse lei. Non viviamo più nell’Italia degli anni ’50 e non è più tollerabile un discorso che ponga le donne come vittime a prescindere in quanto donne di discriminazione economica. La mia ex lavora e guadagna più di me; mia madre, le mie zie, le mie cugine, le mie amiche, tutte lavorano. Le ragazze dei miei amici lavorano e guadagnano di più dei loro compagni. I tassi di lavoro maschile e femminile sono 70 a 50, non 99 a 1, con un tasso di occupazione al 64 (in Emilia romagna nel 2016 l’occupazione femminile, di un solo punto percentuale sotto alla media emiliana, è aumentata del triplo rispetto a quella maschile: strano modo di discriminare… e negli anni di crisi mi pare che la disoccupazione abbia colpito maggiormente gli uomini). E il differenziale diminuisce nelle fasce più istruite. E dobbiamo anche andare a vedere di questa percentuale quante sono le donne che hanno lasciato il lavoro o non lo cercano proprio senza alcuna pressione. Per cui la discriminazione riguarda una minoranza di donne nei casi in cui non ci sono sostegni per la maternità. Poi certo possiamo pensare che non si fanno gli asili pubblici per discriminare le donne. Quindi se parliamo del rischio di chi nella coppia lascia il lavoro ne parliamo in generale, e non a partire dal genere. E in ogni caso tutto ciò non c’entra niente con la fine di un rapporto o con la stare a forza in un rapporto, né tantomeno con il genere di chi sceglie di lasciare il lavoro per dedicarsi alla famiglia, nell’anno 2017, o con l’avere qualcosa di particolare da pretendere in quanto donne.

      • Dire che il lavoro domestico ha un valore economico non equivale a dire che porta denaro. Ma è ovvio che se io non mi devo preoccupare della gestione di casa e figli, ho più risorse fisiche e mentali, per non parlare del tempo, da dedicare al lavoro e questo può produrre un aumento del mio reddito. Inoltre, l’argomento qui non è la povertà per disoccupazione, ma le polemiche attorno al l’assegno divorzile, e che sia una questione di genere è lapalissiano. Infatti tutti quelli che commentano parlano di “zoccolette”, non di “zoccolette e zoccoletti”.
        Apro una parentesi: è curioso che commenti di questo tenore (“non è una questione di genere!”) li leggo prevalentemente sotto i miei post. Nella pagina de il Mattino non mi pare di aver letto nessun commento che correggesse i commentatori impegnati ad invitare le divorziatE a cercarsi un lavoro, rimarcando che un simile invito andrebbe rivolto anche ai divorziatI.

      • Nel mio post avevo inserito questo link: https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2016/04/26/parita-di-genere-e-divorzio-allitaliana/
        Il link rimanda ad un rapporto della Uil, che dall’analisi dei dati sensibili denuncia (qui la fonte http://www.uil.it/NewsSX.asp?ID_News=6543&Provenienza=1): “La realtà è che spesso le donne sono costrette a scegliere tra un percorso professionale e il desiderio di essere madri” (e per inciso: sempre più donne scelgono di non essere madri, visto che “In Italia, si fanno sempre meno figli: secondo i dati Istat, nel 2015, le nascite sono state 488.000, 15.000 in meno rispetto al 2014, minimo storico dall’Unità d’Italia.”)
        Le madri, non “i genitori”.
        Quello che accade alla tua ragazza, alle tue amiche, a tuo cuggino…per quanto possa essere vero, non è certo un dato da sfoggiare per dimostrare che affermazioni come questa

        “Quasi una donna occupata su 4 lascia il lavoro dopo il primo figlio” (…) “per 2 lavoratrici su 3 a causare l’allontanamento proprio l’impossibilità di far camminare insieme casa e lavoro per la cronica carenza di asili nido, strutture ricettive anche aziendali o semplicemente di un supporto familiare.”

        non dovrebbero avere un peso nelle discussioni che riguardano l’applicazione delle norme sull’assegno divorzile. Ci si dovrebbe chiedere, invece, perché “la cronica carenza di asili nido, strutture ricettive anche aziendali o semplicemente di un supporto familiare” non ha il medesimo effetto sugli uomini, ed eventualmente come modificare questo stato delle cose. Perché se una particolare categoria di persone subisce un trattamento non paritario in virtù della sua appartenenza a quella particolare categoria, è discriminazione.

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